SÌ MA NO

LAZIO-INTER 3-1

La prima sconfitta in campionato arriva dopo una partita giocata bene per un’ora, e buttata nel cesso nei trenta minuti finali.

Volendo azzardare un’analisi, ci sono tante cose buone ed altrettante che invece destano preoccupazioni. Da qui il titolo, sintetico e sufficientemente criptico.

Prima le questioni tecniche: Gagliardini a metacampo fa la partita giudiziosa che il suo talento gli consente, tamponando e facendo legna lì nel mezzo come nemmeno la miglior musa di Luciano Ligabue. Davanti troviamo Perisic con Dzeko, e conseguentemente Di Marco a tutta fascia sulla sinistra. L’accrocchio pare ben congegnato, e non solo per il gol su rigore del croato dopo 10 minuti. Barella continua a giocare da Dio così come Brozovic, Darmian è prezioso nello stantuffare su e giù alternandosi al sardo nelle incursioni sulla fascia. E’ un bel pomeriggio di ottobre, Roma è splendida e tutto pare andare per il meglio.

I nostri se ne convincono al punto da compiere diversi infanticidi calcistici che precludono l’archiviazione anticipata dell’incontro e preludono invece al sifulotto che si concretizzerà nella ripresa.
Non possiamo infatti parlare di occasioni clamorose sbagliate dai nostri, quanto piuttosto di tante azioni che si sono interrotte per un tocco sbagliato, uno spazio non visto, una sovrapposizione non premiata. La solfa non cambia: per quanto l’Inter sia stata fino a ieri il miglior attacco della Serie A, da inizio anno dimostra quanto poco sia concreta quando c’è da “ammazzare” la partita. Alla faccia dell’antipatico ma mai tanto rimpianto #èunintercinica.

La ripresa, dopo un quarto d’ora di calma apparente, regala ai nerazzurri la beffa del rigore per mani di Bastoni. Zè ramarico, per citare il Mister, ma niente più di questo. Quei tocchi di mano ormai li fischiano sempre e, per un illuminista come me, è giusto così, anche se stavolta la piglio inderposto. Continuo a preferire una regola chiara ma spietata alla scivolosa pericolosità del “ci può stare, lì sta alla sensibilità dell’arbitro”.

Immobile fa 1-1 (ormai non ricordo l’ultimo rigore parato da Handanovic, ma non è colpa sua se una volta era un fenomeno dagli undici metri) e resta mezz’ora da giocare. E’ proprio a quel punto che i cambi fanno svoltare il mood alla partita.
E se dalla panchina Inzaghi aveva pescato pepite d’oro a Sassuolo, con partita ribaltata in pochi minuti, qui il cambio è a perdere. Perisic, ben più vivo di Dzeko, lascia il posto a Correa, che fa a gara col collega bosniaco a chi sia più “attaccante di manovra”: emblematica l’azione che si sviluppa sulla sinistra dell’area laziale, con entrambe le punte a venire incontro al pallone, lasciando l’area totalmente sguarnita.
Se non altro che serva da lezione: due così, insieme, mai. A meno di voler fare il calcio alla portoghese, tremila fraseggi e mai tirare in porta.
D’altra parte Lautaro fa capire poco dopo, rilevando proprio Dzeko, che nemmeno per lui era giornata.
Tornando ai cambi, Dumfries vive un altro pomeriggio di appannamento, non riuscendo a migliorare il buono mostrato da Darmian, mentre Vecino rileva Gagliardini senza riuscire a “prenderla” come già gli era successo a queste latitudini.

Il papocchio arriva alla mezz’ora, con Di Marco bravo a scaricare palla prima di essere falciato da un avversario: palla a Lautaro che abbassa la testa e punta dritto verso la porta, senza vedere l’inserimento del compagno uruguagio (sì, proprio Vecino). Il tiro dal limite è centrale e prevedibile, e i laziali ripartono in corsa, superano il terzino interista ancora a terra e concludono l’azione con Immobile al tiro, Handanovic a respingere come può e Felipe Anderson a buttarla dentro.

Si spegne la luce per i nostri, con mezza squadra impegnata a farsi giustizia da soli senza che a nessuno venga in mente che c’è ancora un pezzo di partita da giocare e tempo per recuperare. Inevitabile a quel punto il successivo quarto d’ora di nulla, concluso con il 3-1 dell’immancabile Milinkovic-Savic, al quinto gol contro l’Inter.

ESAME DI COSCIENZA

Se a posteriori ho criticato Inzaghi per la gestione dei cambi – da lontano e col senno di poi siamo buoni tutti – al tempo stesso devo riconoscergli di aver capito in pieno il vero problema di questa partita. Che non è stato il risultato finale, quanto il come sia maturato. Perdere la lucidità in quella maniera è autolesionista e non deve succedere più. E, per una volta, mi dispiace che tra i più obnubilati ci fosse Handanovic, che tante volte abbiamo (ho) criticato per l’eccessiva freddezza. Lì il Mister deve essere bravo a intervenire: sembra che la situazione gli sia chiara, speriamo sia bravo a far passare il messaggio.

Quanto al gol di Anderson, non solo non mi scandalizzo, ma trovo assolutamente corretto che non si sia fermato. Non tanto perché la palla ce l’aveva l’Inter e non si è fermata: Lautaro come detto non guarda niente e nessuno e va dritto verso la porta per tirare. Il buon illuminista di cui sopra vede con sospetto qualsiasi margine di interpretazione lasciato a arbitri e giocatori, quindi per me la cosa è semplice: si gioca, sempre, Se c’è da fermare il gioco, ci pensa l’arbitro. Capello, per il quale non nutro chissà quale stima proprio a livello di empatia e buoni sentimenti, ai tempi diceva in anticipo che le sue squadre non avrebbero messo la palla fuori in nessun caso. L’altra squadra lo sapeva e si regolava di conseguenza. So che tanti hanno tirato in ballo precedenti illustri e nobilissimi, che non posso che applaudire, ma siccome non siamo tutti come Zanetti, è giusto che le regole siano chiare e per tutti.
Un po’ come in quei bar dove c’è scritto “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.

Vedrete che la prossima volta Di Marco si alzerà più in fretta.

E MO’?

E mo’ so’ cazzi, direbbe il poeta. Volendo essere ottimisti, delle partite di questa settimana, quella con la Lazio era la meno importante. Fondamentale è quella di Champions contro lo Sheriff, chè non vincere vorrebbe dire “grazie arrivederci” a metà girone.
Inutile aggiungere che quella di domenica sera con la Juve sarà una sorta di duello all’O.K. Corral, per certi versi simile a quello di febbraio dell’anno scorso, con i gobbi a recuperare punti su di noi e con la concreta possibilità di agganciarci in classifica.
La speranza è che i nostri si ripiglino dopo la sceneggiata di sabato, che solo la buona sorte non ha trasformato in una sfilza di cartellini rossi. Parlo da interista: raramente ho visto così tanti giocatori scagliarsi sugli avversari a gioco fermo. E nemmeno subito dopo il gol: per tutti i minuti successivi, compreso finale pirotecnico. Lautaro è andato vicinissimo a farsi cacciare, e lo stesso hanno fatto tanti altri suoi compagni.
Ci è andata di lusso, e a farne le spese in maniera tragicomica è stato Luiz Felipe della Lazio. Posto che se un mio amico, dopo una partita scapoli-ammogliati, mi zompasse in groppa così dopo un finale del genere, si beccherebbe un sonoro ceffone, la cosa che mi ha fatto ridere è stato vederlo… piangere dopo l’espulsione.
D’accordo, c’entra la mia idiosincrasia contro chiunque versi lacrime in circostanza che non siano davvero drammatiche – il comandamento era e resta #nonsipiangesulpostodilavoro – ma come puoi tu giovane adulto ventiquattrenne scoppiare a piangere dopo una cagata del genere? Piuttosto incazzati, cerca la rissa… lo troverei più naturale, per quanto non giustificabile, ma il pianto proprio no, per quanto sia una reazione molto comune ai calciatori brasiliani che ci hanno abituato a occhi lucidi e singhiozzi inconsolabili sia per festeggiare una vittoria che per elaborare una sconfitta.

Chiudo con la cosa più seria e importante di tutte: la partita è andata com’è andata, e non ho recriminazioni di sorta, anzi: ribadisco che a livello disciplinare ci è andata bene.

Aspetto con ansia che vengano presi provvedimenti per il genio che ha offeso Dumfries facendogli il verso della scimmia, inquadrato bellamente dalle telecamere.
Con tutto il male che posso volere alla Juve, il tizio che fece altrettanto con Maignan è stato individuato e bannato dall’Allianz Stadium. Ben fatto. Lotito che farà?

LE ALTRE

Vincono, tutte. Male, malissimo…

Il Napoli fa 8 su 8, chapeau. Il Milan attinge ad una dose equina di culo trovando il 3-2 contro il quasi fatal-Verona, dopo essere stato sotto di 2 gol. Di autoreti se ne vedono tante, ma una così davvero l’avevo vista solo dal Ragionier Fantozzi nella già citata sfida tra maritati e single impenitenti. A condire il piattino di cacca così ben guarnito, le immancabili lacrime di “Samu” Castillejo, ennesimo prodotto di Milanello Bianco che ha tanto sofferto ma che al Milan è tanto felice.
La speranza è che il culo finisca, perché in buona parte di culo si tratta. E’ vero che ai rossoneri mancava mezza squadra, ma riuscire a vincere nonostante quello non meriterà mai i miei complimenti.

La Juve, invece, mi preoccupa e non tanto per la vittoria contro la Roma, quanto per la solidità difensiva ritrovata. Sorvolando su Orsato e l’ennesima svista arbitrale (cit. sempiterna), ancora una volta pro-Juve, buona parte della partita è stata un “dài, picchia più forte che tanto non mi fai niente” con Chiellini e Bonucci quasi a godere per ogni pallone spazzato in angolo o rinviato alla cazzimperio. Questi sì che mi preoccupano, sarebbe il caso di rimetterli al loro posto.
Riusciranno i nostri eroi?

Una cosa alla volta, iniziamo domani, con una colonna sonora che spero sia benaugurante.

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