PAROLACCIA A PIACERE

MILAN-INTER 1-1

C’è una canzone di Elio le Le Storie Tese che si chiama “Nubi di ieri sul nostro domani odierno“. Sulla stessa solfa, questo pezzo avrebbe potuto chiamarsi “Partita che dovevi vincere facile, e che alla fine ringrazi il cielo di non aver perso, accogliendo il pareggio con un sorriso amaro“.

Alla fine ho optato per l’altro titolo per chiedere l’aiuto del lettore, dargli la colpa dell’eventuale turpiloquio suggerito e non stufarlo ancor prima di iniziare a leggere il post.
La manfrina però è quella: quattro occasioni clamorose, di cui il rigore è quella più difficile, oltre ad un altro paio di chances “normali” (ancora Martinez nella ripresa dopo una bella percussione e Calhanoglu a tirare a mille all’ora vanificando il tentativo di tap-in di Dzeko e del Toro). Loro nei 90′ combinano poco, è alquanto palese, eppure sono una squadra seria, che purtroppo fino ad ora merita di stare in testa alla classifica.
Spiaze ammetterlo e spero di essere smentito quanto prima, ma al momento la verità è quella.
Hanno una rosa che, a leggerla, fa rosina o poco più: quelli bravi-bravi a mio parere sono Hernandez (non Theo, Hernandez, diobono), Kessié, Tonali e Leao. Gli ultimi due trasformati rispetto all’anno scorso. Ibra è più un totem che altro, e non garantisce più di 10-15 partite all’anno. Il “problema” sono gli altri, i vari Calabria, Kjaer, Tomori, Rebic, Saelemakers, Diaz: tutta gente dignitosa o poco più, che però Pioli ha portato al massimo – e forse più – del loro potenziale.

La consolazione dovrebbe risiedere nel fatto che più di così non possono fare, ma è altrettanto vero che hanno avuto la loro dose di infortuni con Ibra, Giroud, Hernandez e Kessié. Ripeto: tolto il fisiologico amore che li circonda e l’onda lunga di buone vibrazioni, di Pioli is on fire e di simpatia mediatica, questi in Campionato stan facendo una stagione della Madonna.

Noi: abbiamo una rosa che, paragonata alla loro uomo vs uomo, è nettamente più forte, pur avendo perso i due pezzi migliori dell’11 dell’anno scorso. Mostriamo tanto, ma portiamo a casa poco. Così come con la Juve, e in parte con l’Atalanta, pareggiamo una partita che abbiamo dimostrato di poter vincere ma, come ricordiamo ogni anno agli juventini in Europa, andarci vicino conta solo a bocce.

E quindi, dopo gli incredibili errori di Martinez (due volte), Barella e Vidal, sono rimasto piacevolmente stupito della mancata beffa finale, col tiro di Saelemakers a baciare il palo (ottima la parata-laser di Handanovic) e Kessié a sparacchiare fuori la ribattuta: il sifulotto sembrava già bello apparecchiato come inevitabile epilogo.

Eravamo partiti bene, e avevamo anche avuto una sorprendente botta di culo, chè se un rigore del genere me lo fischiano contro finisco di bestemmiare tre giorni dopo. Calhanoglu è però bravo a crederci e soprattutto a farsi dare la palla da Lautaro per il tiro dal dischetto: sabongia ignorante in mezzo ai pali e 1-0.

A culo loro sono invece campioni consolidati, e quindi ecco la stupida punizione regalata da Barella e l’autogol di De Vrij a sancire la migliorabile fortuna dei nostri su calcio piazzato: dopo la Lazio, in Campionato abbiamo subito gol solo su palla inattiva. La cosa, per chi mi conosce, costituisce un aggravante e non la bonaria attenuante concessa negli anni al Milan di Ancelotti.

Passa un quarto d’ora e arriva il secondo rigore – questo sì solare – ai danni del sempre preziosissimo Darmian. Qui sinceramente mi sarei aspettato il rosso, visto che il dribbling a rientrare era fatto apposta per trovarsi solo davanti al portiere: se non è chiara occasione da gol quella…
Sappiamo com’è andata e, fatti i doverosi complimenti a Tatarusanu (con noi tutti fenomeni, checcazzo…), occorre salvare il soldato Martinez. Per la prima volta da quando è all’Inter si è preso anche i miei di insulti – e sai a lui che je frega – ma il periodo è veramente sfigato. Lo dimostra sul finale di tempo, quando Dzeko gli lascia una palla che l’argentino riesce perfino a controllare per accomodarsela sul destro: una scurreggia che finisce fuori ma lascia l’aria viziata.

La sosta potrebbe arrivare come un provvidenziale spariglio per lui e un’altra manciata di nerazzurri (Barella, Bastoni e Dzeko, tanto per dirne qualcuno, usciti tutti ammaccati prima del 90′). Il potenziale del Toro è immenso ed in buona parte già dimostrato: si trova in quello che tecnicamente è definito come “periodo del cazzo”, in cui non segnerebbe nemmeno da solo a porta vuota. E’ capitato a campioni ancor più forti di lui, quindi purtroppo non c’è da stupirsi; tocca semplicemente far passare ‘a nuttata e sperare di ritrovarlo al meglio al rientro dalla trasvolata intercontinentale.

Tornando alla partita di domenica sera, la cosa strana è che, nel primo tempo, loro hanno giocato meglio dal punto di vista del pressing e dell’aggressività, eppure le occasioni le abbiamo create solo noi (pure quella del loro gol, mannaggia al mio Fantacalcio…).
La ripresa ha visto i nostri più padroni anche nel gioco, ma non ditelo a Sacchi (ci torno, tranquilli…) e per almeno mezz’ora abbiamo comandato le operazioni, Al solito la cosa, più che tranquillizzarmi, mi ha messo in agitazione, perché a tanti passaggi non vedevo seguire la gragnuola di gol che avrebbe fatto funzione di salutare cardiotonico. E quando ti mangi l’impossibile, la beffa è in agguato: Ibra ha provato a replicare la punizia con cui ha segnato alla Roma settimana scorsa, ma una barriera sistemata in maniera sensata e un portiere che tra i pali continua ad essere di sicuro affidamento ha evitato a Zlatanasso di purgarci per l’ennesima volta.

E’ COMPLOTTO

Finisce con un pari, quindi, e il punteggio finale lascia spazio al più ritrito dei dibattiti post-cineforum. Come tanti Guidobaldo Maria Riccardelli, i commentatori sportivi si sono lanciati in commenti più o meno prevedibili, arrivando presto ad accomodarsi sulle consunte ma ospitali cadreghe del “Milan che ha fatto più gioco, mentre l’Inter ha creato più azioni“. Il che, detto senza illazioni e significati sottesi, sarebbe anche un parere condivisibile.

La mia opinione? Che dovevamo vincere con almeno due gol di scarto, e sarebbe stata una vittoria solare, meritata. Ma non l’abbiamo fatto, unicamente per colpa nostra. E quindi, in un certo senso, ben ci sta.

Poi, chiaro, c’è chi vuol strafare. E torniamo al nostro amatissimo Vate(r) calcistico, che da decenni continua a cantare la stessa canzone.

Il Milan ha cercato di promuovere calcio, l’Inter ha cercato di fregarlo“.

Un massimalista che nessuno riesce a far tacere, semplicemente perché il popolino ancora gli dà retta, dandogli modo di crivellarci i maroni con il bel giUoco e l’odio profondo per il calcio italiano. Strano poi che proprio football nostrano da lui così disprezzato, diventi invece un bene raro da preservare quando i suoi occhi puri e innocenti devono assistere a orde di barbari stranieri che lo popolano, facendolo gridare alla vergogna quando qualcuno addirittura osa vincere senza italiani in rosa.

Ribadisco qui tutta la mia antipatia per Sacchi e ancor più per il Sacchismo, che da trent’anni non fa che per prendere per oro colato quelle che sono opinioni personali, non di rado smentite dai fatti, di un figuro che è semplicemente ambasciatore del suo breve e gloriosissimo passato, prigioniero di una sua idea di calcio nel frattempo fortunatamente tramontata. Niente da fare: ogni settimana dobbiamo sorbirci i suoi anatemi contro l’Inter che è sempre – sempre cazzo, nel 1997 come nel 2006, nel 2010 come nel 2021 – espressione di un calcio timido e pavido, di ripartenza, che non fa divertire i tifosi. Tutto ciò fino al paradosso delle ultime 48 ore: in un dibattito che giustamente accusa l’Inter di essere incapace di portare a casa i frutti di quanto semina, ecco l’ineffabile omino di Fusignano che continua a dipingere l’Inter come una cinica orda di vecchi picari, avvizziti dalla vita ma esperti al punto da capitalizzare il più casuale degli episodi, in barba ai tanti bravi ragazzi che propongono giUoco e fanno divertire il pubblico.

Certo, non sarebbe giusto limitare il nostro sguardo sull’Arrigo nazionale. Come sappiamo, è l’intera stampa ad avere da sempre nel cuore l’universo rossonero, o meglio: i nostri scrivani sono particolarmente abili nell’associare a quei colori suggestioni di concordia, armonia, estetica, amore e amicizia.
Come spiegare altrimenti il commento di Pioli al coro a lui dedicato, e preso direttamente da una brutta canzone da discoteca (ne esistono di belle?) degli anni ’90? “Una delle emozioni più grandi della mia carriera“… Dài Pioli, fai il serio: se la tua carriera è così, mamma mia che tristezza…


Ma, come con Sacchi, la “colpa” non è sua, è del sistema. Lo stesso che riesce a lodare e incitare una squadra capace di fare un punto in quattro partite di Champions e incredibilmente ancora in corsa per una qualificazione che sarebbe un insulto a qualsiasi meritocrazia calcistica. La cronaca dell’ultima partita di Coppa, Milan-Porto, a firma del doppio diminutivo Piccinini-Ambrosini, sembrava uscita dai canali Mediaset degli anni ’90, quando Pellegatti faceva i servizi delle partite del Milan mal-travestito da commentatore neutrale. Lo stesso Ambrosini che, domenica, dopo l’esultanza di Calhanoglu al rigore dell’1-0, ha criticato il turco dicendo che se lo sarebbe potuto risparmiare.

Quindi fatemi capire: quando nel 2007 lo fece Ronaldo (in un Derby poi comunque vinto dall’Inter!) tutto bene e che bello, #propriolui #incredibile. Oggi invece è una cosa da evitare perché, insomma, non è bello. Detto dallo stesso che esultò così dopo aver vinto una Champions a cui il suo Club non avrebbe dovuto nemmeno partecipare, visto il troiaio di Calciopoli.

Ora, il fatto che io non stia scrivendo con la frequenza che la stagione meriterebbe potrebbe far pensare a qualcuno che abbia di meglio da fare, o che semplicemente certe storture della mia personalità stiano regredendo a livelli rassicuranti. Niente di tutto questo: semplicemente in questo periodo sto scrivendo di altro – e, incredibile a dirsi, più serio – ma non per questo le mie antenne si lasciano sfuggire le panzane della critica nostrana dedicate ai nostri amatissimi eroi in braghette.

Non scambiate quindi il mio silenzio per una passiva accettazione di tutto quel che viene disseminato nell’aere informatico.

Restando in tema di brutte canzoni, potrei chiosar che “al fin della licenza, io non perdono e tocco

Vi sèndo poco poco…

I SHOT THE SHERIFF

INTER-SHERIFF 3-1

Oltre che per il ritardo, chiedo scusa per il titolo più banale che poteva uscire dalla penna di un vecchio rocker come me. E non fate i maestrini dicendo che il pezzo è reggae, chè io come tanti altri l’ho scoperto nella versione di Slowhand Clapton.

Comunque, solida e meritata vittoria per i nostri, che segnano tre gol e ne sbagliano una decina di altri, riuscendo nell’impresa di non farmi stare tranquillo nemmeno stavolta.
Inzaghi fa la mossa che avrei fatto domenica prossima contro la Juve, e cioè schierare Dimarco al posto di Bastoni come “braccetto” di sinistra, in modo da sfruttarne la velocità insieme a quella di Perisic a tutta fascia. Il risultato è buono lo stesso, visto che l’italiano ha gamba reattiva e un sinistro che a quelle latitudini non si vedeva da tempo.
Vidal completa la mediana dietro a Brozo e #Baredovesei, e fa la sua porca figura con la ciliegina del gol.
Davanti Lautaro si dimena per 90 minuti senza riuscire a trovare il gol ma muovendosi bene, mentre Dzeko fa la sua miglior partita in maglia nerazzurra, che pure inizia mangiandosi un gol solo davanti al loro portiere, dopo acrobatico suggerimento del Toro.

La girata di sinistro che vale l’1-0 è un trattato plastico di tecnica e equilibrio tra forza e precisione che andrebbe mandato in loop alle scuole calcio di mezzo mondo. Non basta, chè il bosniaco ricama calcio a tutto campo, regala assist ai compagni (vedi Vidal per il secondo gol) e si esibisce in un recupero difensivo da applausi, condito da dribbling di classe in area e ripartenza sul compagno in uscita.
La responsabilità per la seconda e ultima palla sbagliata della partita è solo colpa mia, visto che dico a voce alta “Dzeko sta facendo una partita di un’intelligenza spaventosa” nell’esatto istante in cui toppa un passaggio orizzontale e fa scattare il loro contropiede. Mi perdonerete.

Le note dolenti arrivano da Dumfries, primo a mangiarsi un gol facile-facile e unico a non raggiungere la sufficienza: si riprende giusto nel finale con un paio di giuste imbucate e con l’assist di testa per De Vrij sul gol del 3-1. Per ora è uno splendido quattrocentista coi piedi fucilati. Speriamo che l’autunno lo faccia maturare senza bisogno di metterlo in botti di rovere.

Loro: poca cosa, e senza nemmeno il culo avuto nelle precedenti rocambolesche vittorie. Accettano senza il minimo problema il nostro gioco, rintanandosi e cercando di attivare un contropiede che non è nemmeno velocissimo, e che raramente ci crea problemi.
Handanovic è bravo nel primo tempo a fermare un tiro di sinistro sul suo palo; non altrettanto nella ripresa, quando arriva a fine slancio solo a toccare il pallone calciato su punizione da 30 metri da Thill. Il tiro è bellissimo, ma un gol così entra solo con la fattiva collaborazione del portiere.

Il pareggio poteva giocare brutti scherzi, conoscendo la labile psiche dei nostri, e invece la partita prosegue sulla stessa falsariga, con i ragazzi a ricercare subito il vantaggio e a trovarlo pochi minuti dopo con la già accennata combinazione Dzeko-Vidal. A quel punto sono loro ad accusare la botta, e i nostri trovano il terzo centro con una bella girata di De Vrij, ancora sugli sviluppi di corner, cosa di cui stranamente non ho ancora sentito blaterare. Forse le tante occasioni create – ne ho contate una decina, gol esclusi – hanno tappato sul nascere la bocca ai tanti Luoghi Comuni Maledetti legati alla sterilità della manovra nerazzurra o sull’imprescindibilità dei calci da fermo per sbloccare la partita.

Permalosità a parte, ci rimettiamo in carreggiata nel girone. Niente è ancora fatto, ma toppare mercoledì avrebbe voluto dire salutare la Coppa dopo sole tre partite. The King of Spannometric dice che con due vittorie contro Sheriff e Shakhtar potremmo essere tranquilli anche in caso di sconfitta contro il Real, ma dei miei mi fido ancor meno che degli avversari, quindi testa bassa e pedalare.

LE ALTRE

Non potendo dire che il Milan ha perso #atestaalta, la critica ha legittimamente attinto ai tanti infortunati nella rosa di Pioli, volando alto sull’inconsistenza di Giroud e Ibra e sulla misura della sconfitta, ben più ampia del risicato 1-0 finale, arrivato oltretutto su un’azione più che dubbia del Porto. Al solito, c’è che si spinge oltre, e dall’ottimismo oltrepassa le porte della percezione finendo per sconfinare in un affascinante visione fideistica: per il Milan aver perso tre partite può essere uno stimolo, una spinta. Insomma, meglio così.

La Juve replica le ultime partite fatte di solidità granitica, poche occasioni ed ennesimo 1-0 portato a casa, per la frustrazione dei tanti giochisti e col ghigno beffardo di Allegri. Ribadisco: mi preoccupano assai, e domenica sarebbe proprio i caso di far rifiorire i tanti dubbi che ultimamente hanno convertito in certezze.

Ho invece visto una splendida Atalanta mettere sotto il Manchester United all’Old Trafford per un tempo, e avere ancora un paio di occasioni per fare il terzo gol dopo il pari di Maguire. Poi, come spesso accade in questo mondo crudele, arrivano quelli forti e CR7 vince la partita. Ma la prestazione resta, e la fiducia nel poter passare il turno anche.

E’ COMPLOTTO

Premetto che la mia è una sensazione, non ancora suffragata da evidenze concrete, ma la preferenza attuale riservata all’Inter è a mio parere ancora figlia della “luna di miele” riservata ad Inzaghi in quanto nuovo allenatore. La sconfitta con la Lazio a mio parere era meritevole di maggiori critiche, che invece si sono limitate a bonarie ramanzine sull’importanza di mantenere la concentrazione alta per tutti i 90 minuti.
Pochi sottolineano le tante reti subite e le troppe occasioni non concretizzate: il tutto è coerente con la predilezione per un calcio d’attacco, spensierato e noncurante delle falle difensive, inevitabile lato B di un disco basato su pressing alto e manovre ariose.
E ancora: tutto è accompagnato dalla piacevole inoffensività dell’Inter. Ecco dove arriva il mio sofisticato teorema complottista: ci incitano a continuare così, ci spingono a rimanere inoffensivi, poco pericolosi, comprimari a un banchetto in cui gli ospiti d’onore sono gli altri.

I confronti con l’anno scorso sono volutamente parziali: rispetto a quella di Conte, l’Inter di Inzaghi ha segnato di più e subito di meno. Vero. Non uno però che ricordi la svolta dello scorso campionato, arrivata proprio di questi tempi, dopo la quale la difesa ha chiuso la porta a doppia mandata e Lukaku, Martinez e Hakimi hanno maramaldeggiato nelle aree avversarie.

L’auspicio è che anche l’attuale allenatore trovi il cacciavite giusto per serrare un paio di giunture e dare più equilibrio alla squadra. I punti da recuperare non sono pochi, ma la strada è lunga.
La partita con lo Sheriff potrebbe essere un inizio promettente, a patto di ribadire il concetto già nei prossimi giorni.

“Sempre allegro il Lolli eh?” (cit. dedicata a Brozo)

SÌ MA NO

LAZIO-INTER 3-1

La prima sconfitta in campionato arriva dopo una partita giocata bene per un’ora, e buttata nel cesso nei trenta minuti finali.

Volendo azzardare un’analisi, ci sono tante cose buone ed altrettante che invece destano preoccupazioni. Da qui il titolo, sintetico e sufficientemente criptico.

Prima le questioni tecniche: Gagliardini a metacampo fa la partita giudiziosa che il suo talento gli consente, tamponando e facendo legna lì nel mezzo come nemmeno la miglior musa di Luciano Ligabue. Davanti troviamo Perisic con Dzeko, e conseguentemente Di Marco a tutta fascia sulla sinistra. L’accrocchio pare ben congegnato, e non solo per il gol su rigore del croato dopo 10 minuti. Barella continua a giocare da Dio così come Brozovic, Darmian è prezioso nello stantuffare su e giù alternandosi al sardo nelle incursioni sulla fascia. E’ un bel pomeriggio di ottobre, Roma è splendida e tutto pare andare per il meglio.

I nostri se ne convincono al punto da compiere diversi infanticidi calcistici che precludono l’archiviazione anticipata dell’incontro e preludono invece al sifulotto che si concretizzerà nella ripresa.
Non possiamo infatti parlare di occasioni clamorose sbagliate dai nostri, quanto piuttosto di tante azioni che si sono interrotte per un tocco sbagliato, uno spazio non visto, una sovrapposizione non premiata. La solfa non cambia: per quanto l’Inter sia stata fino a ieri il miglior attacco della Serie A, da inizio anno dimostra quanto poco sia concreta quando c’è da “ammazzare” la partita. Alla faccia dell’antipatico ma mai tanto rimpianto #èunintercinica.

La ripresa, dopo un quarto d’ora di calma apparente, regala ai nerazzurri la beffa del rigore per mani di Bastoni. Zè ramarico, per citare il Mister, ma niente più di questo. Quei tocchi di mano ormai li fischiano sempre e, per un illuminista come me, è giusto così, anche se stavolta la piglio inderposto. Continuo a preferire una regola chiara ma spietata alla scivolosa pericolosità del “ci può stare, lì sta alla sensibilità dell’arbitro”.

Immobile fa 1-1 (ormai non ricordo l’ultimo rigore parato da Handanovic, ma non è colpa sua se una volta era un fenomeno dagli undici metri) e resta mezz’ora da giocare. E’ proprio a quel punto che i cambi fanno svoltare il mood alla partita.
E se dalla panchina Inzaghi aveva pescato pepite d’oro a Sassuolo, con partita ribaltata in pochi minuti, qui il cambio è a perdere. Perisic, ben più vivo di Dzeko, lascia il posto a Correa, che fa a gara col collega bosniaco a chi sia più “attaccante di manovra”: emblematica l’azione che si sviluppa sulla sinistra dell’area laziale, con entrambe le punte a venire incontro al pallone, lasciando l’area totalmente sguarnita.
Se non altro che serva da lezione: due così, insieme, mai. A meno di voler fare il calcio alla portoghese, tremila fraseggi e mai tirare in porta.
D’altra parte Lautaro fa capire poco dopo, rilevando proprio Dzeko, che nemmeno per lui era giornata.
Tornando ai cambi, Dumfries vive un altro pomeriggio di appannamento, non riuscendo a migliorare il buono mostrato da Darmian, mentre Vecino rileva Gagliardini senza riuscire a “prenderla” come già gli era successo a queste latitudini.

Il papocchio arriva alla mezz’ora, con Di Marco bravo a scaricare palla prima di essere falciato da un avversario: palla a Lautaro che abbassa la testa e punta dritto verso la porta, senza vedere l’inserimento del compagno uruguagio (sì, proprio Vecino). Il tiro dal limite è centrale e prevedibile, e i laziali ripartono in corsa, superano il terzino interista ancora a terra e concludono l’azione con Immobile al tiro, Handanovic a respingere come può e Felipe Anderson a buttarla dentro.

Si spegne la luce per i nostri, con mezza squadra impegnata a farsi giustizia da soli senza che a nessuno venga in mente che c’è ancora un pezzo di partita da giocare e tempo per recuperare. Inevitabile a quel punto il successivo quarto d’ora di nulla, concluso con il 3-1 dell’immancabile Milinkovic-Savic, al quinto gol contro l’Inter.

ESAME DI COSCIENZA

Se a posteriori ho criticato Inzaghi per la gestione dei cambi – da lontano e col senno di poi siamo buoni tutti – al tempo stesso devo riconoscergli di aver capito in pieno il vero problema di questa partita. Che non è stato il risultato finale, quanto il come sia maturato. Perdere la lucidità in quella maniera è autolesionista e non deve succedere più. E, per una volta, mi dispiace che tra i più obnubilati ci fosse Handanovic, che tante volte abbiamo (ho) criticato per l’eccessiva freddezza. Lì il Mister deve essere bravo a intervenire: sembra che la situazione gli sia chiara, speriamo sia bravo a far passare il messaggio.

Quanto al gol di Anderson, non solo non mi scandalizzo, ma trovo assolutamente corretto che non si sia fermato. Non tanto perché la palla ce l’aveva l’Inter e non si è fermata: Lautaro come detto non guarda niente e nessuno e va dritto verso la porta per tirare. Il buon illuminista di cui sopra vede con sospetto qualsiasi margine di interpretazione lasciato a arbitri e giocatori, quindi per me la cosa è semplice: si gioca, sempre, Se c’è da fermare il gioco, ci pensa l’arbitro. Capello, per il quale non nutro chissà quale stima proprio a livello di empatia e buoni sentimenti, ai tempi diceva in anticipo che le sue squadre non avrebbero messo la palla fuori in nessun caso. L’altra squadra lo sapeva e si regolava di conseguenza. So che tanti hanno tirato in ballo precedenti illustri e nobilissimi, che non posso che applaudire, ma siccome non siamo tutti come Zanetti, è giusto che le regole siano chiare e per tutti.
Un po’ come in quei bar dove c’è scritto “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.

Vedrete che la prossima volta Di Marco si alzerà più in fretta.

E MO’?

E mo’ so’ cazzi, direbbe il poeta. Volendo essere ottimisti, delle partite di questa settimana, quella con la Lazio era la meno importante. Fondamentale è quella di Champions contro lo Sheriff, chè non vincere vorrebbe dire “grazie arrivederci” a metà girone.
Inutile aggiungere che quella di domenica sera con la Juve sarà una sorta di duello all’O.K. Corral, per certi versi simile a quello di febbraio dell’anno scorso, con i gobbi a recuperare punti su di noi e con la concreta possibilità di agganciarci in classifica.
La speranza è che i nostri si ripiglino dopo la sceneggiata di sabato, che solo la buona sorte non ha trasformato in una sfilza di cartellini rossi. Parlo da interista: raramente ho visto così tanti giocatori scagliarsi sugli avversari a gioco fermo. E nemmeno subito dopo il gol: per tutti i minuti successivi, compreso finale pirotecnico. Lautaro è andato vicinissimo a farsi cacciare, e lo stesso hanno fatto tanti altri suoi compagni.
Ci è andata di lusso, e a farne le spese in maniera tragicomica è stato Luiz Felipe della Lazio. Posto che se un mio amico, dopo una partita scapoli-ammogliati, mi zompasse in groppa così dopo un finale del genere, si beccherebbe un sonoro ceffone, la cosa che mi ha fatto ridere è stato vederlo… piangere dopo l’espulsione.
D’accordo, c’entra la mia idiosincrasia contro chiunque versi lacrime in circostanza che non siano davvero drammatiche – il comandamento era e resta #nonsipiangesulpostodilavoro – ma come puoi tu giovane adulto ventiquattrenne scoppiare a piangere dopo una cagata del genere? Piuttosto incazzati, cerca la rissa… lo troverei più naturale, per quanto non giustificabile, ma il pianto proprio no, per quanto sia una reazione molto comune ai calciatori brasiliani che ci hanno abituato a occhi lucidi e singhiozzi inconsolabili sia per festeggiare una vittoria che per elaborare una sconfitta.

Chiudo con la cosa più seria e importante di tutte: la partita è andata com’è andata, e non ho recriminazioni di sorta, anzi: ribadisco che a livello disciplinare ci è andata bene.

Aspetto con ansia che vengano presi provvedimenti per il genio che ha offeso Dumfries facendogli il verso della scimmia, inquadrato bellamente dalle telecamere.
Con tutto il male che posso volere alla Juve, il tizio che fece altrettanto con Maignan è stato individuato e bannato dall’Allianz Stadium. Ben fatto. Lotito che farà?

LE ALTRE

Vincono, tutte. Male, malissimo…

Il Napoli fa 8 su 8, chapeau. Il Milan attinge ad una dose equina di culo trovando il 3-2 contro il quasi fatal-Verona, dopo essere stato sotto di 2 gol. Di autoreti se ne vedono tante, ma una così davvero l’avevo vista solo dal Ragionier Fantozzi nella già citata sfida tra maritati e single impenitenti. A condire il piattino di cacca così ben guarnito, le immancabili lacrime di “Samu” Castillejo, ennesimo prodotto di Milanello Bianco che ha tanto sofferto ma che al Milan è tanto felice.
La speranza è che il culo finisca, perché in buona parte di culo si tratta. E’ vero che ai rossoneri mancava mezza squadra, ma riuscire a vincere nonostante quello non meriterà mai i miei complimenti.

La Juve, invece, mi preoccupa e non tanto per la vittoria contro la Roma, quanto per la solidità difensiva ritrovata. Sorvolando su Orsato e l’ennesima svista arbitrale (cit. sempiterna), ancora una volta pro-Juve, buona parte della partita è stata un “dài, picchia più forte che tanto non mi fai niente” con Chiellini e Bonucci quasi a godere per ogni pallone spazzato in angolo o rinviato alla cazzimperio. Questi sì che mi preoccupano, sarebbe il caso di rimetterli al loro posto.
Riusciranno i nostri eroi?

Una cosa alla volta, iniziamo domani, con una colonna sonora che spero sia benaugurante.

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BILANCIO 2020/2021 pt.2

L’esercizio di oggi consiste nel cercare di capire meglio i numeri dell’ultimo anno finanziario dell’Inter, concluso sul campo con la conquista dello scudetto dopo 11 anni, per la gioia di grandi e piccini, ma anche con una serie di problemi contingenti se non strutturali, di cui ho parlato nel precedente post.

Ora, prima di addentrarmi nel compitino, credo sia giusto fare un paio di precisazioni o, come direbbero quelli bravi, di assumptions.

Primo: i numeri sono quelli attualmente conoscibili, visto che l’assemblea che dovrà approvare il bilancio non si è ancora tenuta;
Secondo: la mia è un’interpretazione, figlia di questi numeri e delle mie competenze in materia, e quindi al netto di eventuali sviste che il mio dottissimo pubblico mi segnalerà: se mi vestissi di bianco e avessi un ego ancor più sviluppato del mio, potrei dire “se sbaglio, mi corriggerete!“.

Facendo un po’ di spoiler, la tesi che voglio portare avanti è che il bilancio 2020/2021 contenga tante poste non ricorrenti, quelle che sempre quelli bravi chiamano one-off.

Sul perché si sia preferito caricare questo bilancio di zavorre in alcuni casi evitabili si gioca il grosso del futuro dell’Inter. Come detto nella prima parte di questo trattatello, spostare tutte le sfighe su un unico anno è quel che si fa quando si decide di vendere la baracca: di solito il compratore dice “sì va beh, fammi vedere come stai in mutande e non col vestito buono. Togli tutti i rischi, le opportunità, le incertezze e vediamo cosa viene fuori“.

Nel caso dell’Inter, è venuto fuori -245 milioni, che non sono proprio bruscolini.

C’è poi l’altra campana, secondo cui Suning non avrebbe interesse a vendere ora, avendo chiuso il prestito con Oaktree ed essendo prossima a rifinanziare i 350 milioni di bond in scadenza con una nuova obbligazione da circa 400 milioni, e di fatto assicurandosi una certa tranquillità finanziaria nel breve termine. A ciò si aggiunga l’enorme opportunità dello stadio nuovo, tutto quel che ne consegue: il mio parere è che Zhang, prima di passare la mano, aspetterà di aver chiuso almeno sulla carta la questione del nuovo San Siro, ma non voglio ripetere quanto già detto nell’altro post.

Ora, basandoci sui numeri conosciuti, cercherò di capire quanto di quel passivo è dovuto a problemi strutturali (ad esempio, il peso degli stipendi, che pure è calato) o quanto a cause contingenti (toccando ferro: l’assenza di ricavi da stadio).

Tante fonti hanno fatto previsioni per la chiusura dell’esercizio 2021/2022 ipotizzando una perdita intorno ai 100 milioni, ancora pesante ma comunque in netto miglioramento. Per una volta mi sono scoperto ottimista, perché buttando giù due numeri mi pare che, a parità di altre condizioni, il passivo potrà essere saldamente a due cifre:

Ecco, a me il disegnino è venuto così

Il gioco è capire, a parità di altre condizioni, e quindi senza calcolare variabili importanti come il calciomercato di gennaio e le compravendite estive fino al 30 giugno, quale potrà essere l’impatto dei maggiori ricavi e dei minori costi rispetto all’anno precedente.

Cerco di andare con ordine:

Ricavi da stadio: come sappiamo, la stagione è partita con una capienza del 50%. Dalla prossima partita si passera al 75% e, se tutto va bene, il prossimo step sarà la piena occupazione. Sono stato prudente rispetto alle stime che parlavano di 60 o anche 70 milioni di euro di mancati ricavi da stadio, ed ho previsto che il prossimo bilancio vedrà San Siro generare i 50 milioni portati a casa nel 2018/2019, l’ultima stagione pre-Covid.

Plusvalenze: qui parliamo delle vendite di Lukaku e di Hakimi. Sappiamo che i loro cartellini sono stati ceduti rispettivamente per 115 e 68 milioni. Quel che non sappiamo sono i termini finanziari di pagamento, e cioè in quante rate e in quanto tempo l’Inter incasserà questi soldi. Altra cosa che non sappiamo nei dettagli è quanto l’Inter avesse ancora da pagare ai vecchi Club dei calciatori in questione, e cioè Manchester Utd e Real Madrid (Hakimi infatti era al Dortmund in prestito). I calcoli li hanno fatti altri, e pare che il netto che l’Inter si porta a casa dalle due vendite sia superiore agli 80 milioni. Se poi consideriamo i costi di competenza dell’esercizio 2021/2022 per i cartellini dei nuovi acquisti estivi – la maggior parte dei quali è arrivata a parametro zero – il guadagno complessivo si assesta sui 70 milioni.

Sponsor maglia: come sappiamo Pirelli non è più lo sponsor principale e, aldilà dell’abitudine, se non affetto, maturata in venticinque anni di presenza sulle nostre maglie, il cambio di sponsor è vantaggioso per l’Inter.
Pirelli negli ultimi anni ha contribuito, tra sponsor principale e logo “Driver” posto sul retro della maglia, a circa 20 milioni annui. La cifra per l’anno 2020/2021 non è ancora nota; anche in questo caso, mi sono basato sul valore della sponsorizzazione dell’ultima stagione pre-Covid (19 milioni).
La nuova combo di sponsorizzazioni (Socios, Lenovo sul retro maglia e l’agenzia di criptovalute Digitalbits come sponsor di manica) porterà ad un totale di 30 milioni, con un delta positivo di 10 milioni rispetto all’anno precedente. Per la cronaca, l’accordo con Zytara/Digitalbits garantirà un totale di 85 milioni di ricavi per l’Inter, ma non è chiara la durata dell’accordo nè la “spalmanza” di questi 85 milioni negli anni. Il link precedente parla di 15 milioni a stagione garantiti da Zytara, ma in ogni caso non li ho considerati nei miei conticini.

Ricordo che questo specchietto vuole esaminare solo i ricavi in aggiunta a quelli già presenti nell’esercizio 2020/2021, motivo per cui non troverete introiti derivanti da diritti TV e merchandising.

Allo stesso modo, sui costi mi sono concentrato sulle spese che nell’esercizio 2021/2022 non dovrebbero esserci più. Vediamo nel dettaglio:

Svalutazione cartellini: non tutte le ciambelle riescono col buco, nemmeno alla premiata ditta Marotta&Ausilio. Joao Mario è stato uno dei peggiori affari portati a termine dall’Inter, e non tanto per le pur mediocri prestazioni del portoghese sul campo. L’acquisto per più di 40 milioni, ed il ricco contratto di 5 anni hanno rappresentato un fardello difficile da sopportare, seppur mitigato dai numerosi prestiti che hanno interessato il lusitano in questi anni. Ragionamento simile per Nainggolan, che pure ha reso più del collega di reparto (ci vuol poco, mi direte, e sono anche d’accordo), ma che è uscito dai radar nerazzurri con l’addio di Spalletti. L’ideale sarebbe stato trovare acquirenti disponibili a pagare il prezzo “giusto” per i due calciatori, in modo da scongiurare la temuta minusvalenza.
Non trovandosi compratori, l’Inter alla fine ha deciso di liberare i giocatori “a gratis”, chiedendo a lorsignori di cercarsi un’altra destinazione. La risultante di questa operazione è che il valore residuo dei loro cartellini viene azzerato, generando una perdita secca in bilancio pari a circa 15 milioni. La speranza è che operazione del genere non ce ne siano, ed è quindi ragionevole calcolare questi come costi non ripetibili.

Riduzione monte ingaggi: tra le gufate che, come ad ogni calciomercato, hanno accompagnato le manovre nerazzurre, non possiamo non ricordare l’accorato appello a “chiudere il mercato con un attivo di 100 milioni“, nonostante lo stesso Zhang ne avesse chiesti “solo” 70. Ma vuoi mettere che bello abbaiare “servono 100 milioni!”. Come visto, a conti fatti avrebbe potuto bastare la sola cessione di Hakimi, a cui si è aggiunto Lukaku nelle modalità che sappiamo.
Dal punto di vista degli ingaggi, l’altro anatema è stato l’assoluto bisogno di ridurre il costo della rosa di almeno il 15% rispetto all’anno precedente. Con grande scorno dei tanti gufi, anche questo è stato fatto, anche se comunicato a bassa voce e con colpi di tosse imbarazzati. Tra stipendi lordi e quote di ammortamento annuali, il risparmio dovrebbe essere intorno ai 31 milioni.

Messi insieme extra ricavi e minori costi, ed opportunamente shakerati, l’effetto dovrebbe portare a un beneficio di 176 milioni. Se il baratro di quest’anno è l’ormai tristemente noto -245,6, l’aritmetica dice che a giugno 2022 i numeri di chiusura potrebbero recitare -69,6 milioni.

Cosa non c’è dentro la tabellina?
Non ci sono i rinnovi contrattuali e gli aumenti di stipendio dei vari Martinez, Brozovic e Barella, che verosimilmente andranno a regime durante la stagione e porteranno ad appesantire nuovamente il costo della rosa.
Non c’è la svalutazione dei crediti con le sponsorizzazioni cinesi, di cui pure avevo parlato nella prima puntata: che sia pulizia contabile, o che siano effettivamente sponsorizzazioni legate all’hospitality di San Siro, un certo effetto positivo dovrebbe esserci in questa stagione, ma non sapendolo quantificare (Antonello parla di una cinquantina di milioni, mica bruscolini) non è stato considerato.
Da buon tifoso scaramantico, non è stato considerato l’impatto derivante dalla eventuale qualificazione alla fase successiva della Champions League, obiettivo sempre fallito negli ultimi anni e che, aldilà dell’importanza sportiva, porterebbe nelle casse dell’Inter una decina di milioni in più dall’UEFA e qualche altro di diritti TV. Il tutto limitando le nostre ambizioni al “solo” raggiungimento degli ottavi di finale.

Infine, visto che tutti si sono affrettati a fare i complimenti all’Inter per il rosso più rosso della storia del calcio, dopo che la Juve pochi giorni prima aveva comunicato il suo passivo di “soli” 209 milioni, è doveroso mettere qualche puntino sulle “i” e comparare i criteri con cui hanno lavorato Inter, Milan e Juve.

Marco Iaria sul Corriere è chiaro in merito: gobbi e cugini hanno sfruttato qualche “jolly” contabile, che ha contribuito a mitigare le perdite dell’esercizio 2020/2021.
E se per il Milan si tratta di pochi milioni, “la Juventus ha beneficiato di un risparmio di 90 milioni derivante da un accordo con la squadra sottoscritto durante il primo lockdown della primavera 2020, che ha consentito di alleggerire il conto economico ma che appesantirà l’esercizio 2021-22 perché gran parte di quei 90 milioni andranno conteggiati“.

Questo a proposito dell’Inter che non paga gli stipendi e son tutti brutti e cattivi e insomma è uno scandalo e alla fine non dovevano darglielo lo Scudetto…

Perché va bene giocare a fare i revisori contabili di ‘sto par de ciufoli e fingersi fini analisti, ma sotto sotto rimango il rancoroso complottista che si incazza come una bestia quando vede la stampa fare figli e figliastri.

BILANCIO 2020/2021 – pt. 1

Cerco di mettere un po’ d’ordine, in primis nella mia testa di tifoso, che però si picca di capirne un po’ di finanza e bilanci, i quali d’altra parte dovrebbero rappresentare una situazione oggettiva e come tale non interpretabile con visioni partigiane, imprescindibili invece quando si parla della propria squadra del cuore.

Insomma, un discreto casino.

-245,6 milioni è un numero che fa sudare freddo, poco da dire.

Ma è la fotografia di un periodo passato, e per la precisione chiuso il 30 giugno 2021. Ed è l’effetto dei rubinetti chiusi in Cina, delle difficoltà finanziarie di Suning e della pandemia.

Il tifoso interista deve preoccuparsi? Non troppo.

Come detto, il mix tra problemi con la politica economica cinese ed emergenza-Covid ha scatenato il massimo dei suoi effetti nella stagione 2020/2021. Gli stadi, incrociando le dita, stanno cominciando a riempirsi, per ora con il tetto del 50%, da dopo la sosta dovrebbe essere il 75%, che per San Siro vuol dire circa 55 mila spettatori: poco meno dei livelli pre-pandemia, quando l’Inter aveva una media da quasi 60 mila persone a partita.

Il bilancio presentato al CdA, che sarà approvato dall’Assemblea tra poche settimane, risente anche di quella che si chiama “pulizia contabile”: sono cioè state fatte delle svalutazioni che hanno riguardato sia giocatori (con l’azzeramento dei cartellini di Joao Mario e Nainggolan) che crediti. E se con le minusvalenze dei calciatori anche il più obnubilato dei tifosi ha ormai una certa familiarità, sui crediti la situazione è più nebulosa, perché se da una parte l’AD Antonello ha parlato di svalutazioni di sponsorizzazioni cinesi dovute all’assenza di hospitality allo Stadio, da altre parti si è ipotizzato che quei crediti fossero pendenti già da qualche anno, e che si sia preferito fare un po’ di “pulizia contabile”, visto che la loro esigibilità aveva destato parecchi dubbi già in fase di due diligence da parte degli inglesi BC Partners, il fondo che era arrivato a valutare il 100% dell’Inter 750 milioni. Di conseguenza, l’azzeramento di questi crediti potrebbe essere visto come una manovra per fare ordine, in attesa di nuovi acquirenti che si troverebbero davanti una situazione più chiara, per quanto con meno “ciccia”.

Il dilemma alla fine è sempre lo stesso: Suning che fa? Va? Resta? butta la palla avanti di un giro?

Difficile dirlo. Marotta e Antonello tranquillizzano dicendo che le operazioni degli ultimi mesi (leggasi prestito di Oaktree e cessione di Hakimi e Lukaku) hanno messo il Club in sicurezza e che la famigerata continuità aziendale è garantita.

D’altra parte, a domanda specifica fatta da Paolo Condò su quanto del prestito di Oaktree (dato a Suning, non all’Inter) sia confluito nelle casse nerazzurre e su quanto ancora potrà entrarne, in caso di bisogno, Marotta ha fatto la supercazzola, lasciando intendere che Zhang ha ben altri problemi e facendo capire che probabilmente quei soldi serviranno ad altro e non all’Inter. Tutto ciò tenendo presente che, in caso di mancata restituzione del prestito, Oaktree potrà rivalersi sulle azioni dell’Inter, quindi alla fine è il Club ad essere interessato alla cosa.

Suning ha quindi bisogno di soldi, questo è indubbio. Quello a cui non credo invece è una cessione a breve, visto che inevitabilmente oggi spunterebbe un prezzo più basso di quanto offerto l’anno scorso – i famosi 750 milioni di BC Partners – cifra peraltro molto vicina a quanto speso fin qui da Zhang negli cinque anni di presidenza. E se già Zhang aveva risposto “no” a quella valutazione, non si capisce perché dovrebbe accettarne oggi una al ribasso.

La recente rielezione di Sala a Sindaco di Milano apre il campo a una accelerazione sulla questione-stadio, che si rivela cruciale, e non solo in questa vicenda.

Da un lato il Comune vuole essere certo di chiudere un accordo con due proprietà che non cambino faccia a lavori in corso, ma che assicurino continuità di gestione dei rispettivi Club per tutta la durata dei lavori.

Dall’altra, Suning sa che anche la sola firma di un protocollo di intesa con le istituzioni per la costruzione del nuovo distretto sportivo farebbe impennare la valutazione nerazzurra e renderne più profittevole la vendita.

Quelli bravi direbbero che è un tema negoziale: riusciranno i nostri eroi a trovare un accordo tra la permanenza a lungo termine chiesta da Sala e quella in stile “macchina in doppia fila” di Suning? Molto, a mio parere, si gioca su questo.

Non sono da escludere ribaltoni dalla Cina: lo stesso Bellinazzo ipotizza che, con la fine della pandemia, la Cina riparta e torni a concedere spazi di manovra alle proprie aziende all’estero, ma il tema è enorme, basta pensare al crack di Evergrande che, tra gli altri, deve 2,6 miliardi (!) a Suning.

Morale: l’urgenza per l’Inter è stata tamponata, e nel prossimo pezzo cercherò di capire come potrebbe chiudersi il bilancio 2021/2022.

La situazione a medio/lungo termine resta invece ingarbugliata, e solo in minima parte dipendente dalla volontà di Suning. Questo, parlando da tifoso, andrebbe sottolineato: qui non c’è una proprietà che fa i capricci, o un Presidente che si impunta e non vuole più spendere. Qui c’è un colosso che, come tutte le aziende cinesi, è soggetto a indicazioni che arrivano direttamente dal Governo e che, come tali, devono essere seguite senza margine di manovra.

Raccontarla per quello che è non migliora la solfa, chè se Pechino non cambia le regole qui rimangono cazzi amari, ma almeno aiuta a sgombrare il campo dai tanti professori da bar del “va beh ma se il cinese non c’ha i soldi può anche tornare a casa sua“.

Giusto per far capire che è un pochino più complicato di così.

Come sta Suning? I numeri di un colosso in difficoltà | Calcio e Finanza
Rappresentazione grafica del concetto “Suning c’ha l’Inter

FAMOUS LAST WORDS

SASSUOLO-INTER 1-2

Essendo l’Inter squadra simpatttica per definizione, le mie sentenze post-Atalanta vengono in buona misura smentite nella partita di sabato sera, con Handanovic e Dzeko sugli scudi e Barella a perdere più palloni in 90′ che negli ultimi due anni.

Chissenefrega, mica voglio aver ragione, a me interessa che vinca l’Inter!

Andando con ordine, la trasferta nella mai troppo amata Sassuolo – che poi in realtà gioca a Reggio Emilia ma va beh,,, – non mi lasciava per nulla tranquillo. C’entra Squinzi e il suo passato di chimico pseudo difensore dei piccoli ma in realtà servo dei grandi, c’entra la sua proverbiale liaison con i colori rossoneri, c’entra la prona devozione alla Torino bianconera, senza dimenticare la retorica stantìa della favola calcistica, il bel giuoco e i bravi ragazzi italiani che negli anni mi ha fatto maledire Parma, Udinese e Chievo.

Il primo tempo del match rinforzava i miei grigi presagi, con i neroverdi a correre come pazzi, Boga nelle vesti di imprendibile Speedy Gonzales e Berardi a segnare per la centordicesima volta contro la squadra di cui è tifoso fin da bambino.

Pensa se gli stavamo sulle balle…

I nostri confermano una tendenza già palesata nelle ultime uscite, e cioè l’incapacità di palleggiare in tranquillità, soprattutto ad inizio azione. Tante volte ho maledetto i passaggi stitici dei nostri difensori che passavano pericolosamente vicino ai piedi avversari, ma nelle giornate di grazia il rischio è stato più volte ripagato. A Reggio Emilia, ancor più che con Atalanta e Shakhtar, i nostri hanno invece fornito una dimostrazione pratica di come non uscire palla al piede da dietro, con Barella a regalare l’azione da cui nasce il rigore – solare – su Boga e De Vrij –tu quoque– a ciabattare un retropassaggio che costringe Handanovic all’uscita disperata, su cui avrebbe potuto chiudersi la partita.

Nelle scorse settimane mi sono lamentato per rigori evidenti non fischiati a nostro favore; allo stesso modo non ho problemi a riconoscere che a maglie invertite mi sarei imbufalito se l’arbitro non avesse espulso un portiere che esce ostacolando l’avversario in quella maniera. Vero: Samir fa di tutto per non toccare Defrel, ma di fatto gli si piazza davanti e pare anche toccarlo in faccia col gomito. In un’epoca di “danno provocato”, “imperizia”, “eccessiva foga”, mi aspettavo il rosso per il nostro portiere e un secondo tempo da incubo.

Ho sentito Caressa e gli altri parlarne perplessi, soprattutto per la mancanza di spiegazioni da parte dell’arbitro. Musica per le mie orecchie, che vorrebbero sentire in vivavoce i colloqui tra arbitro di campo e VAR, all’insegna della massima chiarezza. Marchegiani butta lì una possibile motivazione, e cioè che l’intervento non sia considerato da “rosso”, essendoci Skriniar che sta rientrando e che potrebbe contrastare l’avversario. Caressa prova a fare il maestrino parlando di “cono di luce” e di palla che si sta dirigendo verso la porta e non verso l’esterno e quindi rigettando la tesi. Poi mandano il replay e la si vede la palla che rotola al di fuori dell’area piccola, altro che verso la porta…

Ad ogni modo, arbitri: parlate e spiegate, cazzo.

Invece, incassiamo la gradita botta di culo e, nella ripresa, ribaltiamo il match, non prima di aver reso merito a Handanovic per una parata sullo sgusciantissimo Boga, che spara un sinistro rasoterra sul palo lungo, neutralizzato con parata felina dal nostro portiere. Siamo ancora vivi, e proprio per questo togliamo dal campo un paio di moribondi: Correa e Calhanoglu (lui sì, confermatissimo nella lista dei cattivi) non la beccano mai ed escono dopo 55 minuti di nulla, sostituiti da Vidal e Dzeko. Fuori anche un insipido Bastoni per un Di Marco ancora una volta convincente, commento applicabile anche al cambio di esterno Darmian – Dumfries.

Quattro cambi insieme non li avevo mai visti se non nei Trofei Moretti estivi, ma erano tutti necessari. Poi ci si mette anche un po’ di culo, visto che bastano trenta secondi e un cross nemmeno così bello di Perisic per liberare Dzeko sul secondo palo per il comodo colpo di testa che vale il pari.

Punteggio e inerzia della partita totalmente cambiati, e partono dieci minuti a manetta: è la situazione ideale per Vidal, giocatore che con gli anni pare giocare molto più sull’entusiasmo del momento e non sulla solida regolarità che ne ha contraddistinto la carriera. Ma è un mio parere e, vista l’affidabilità delle mie previsioni, è probabile che ce lo ritroveremo in cabina di regia a giostrare come un moderno Matteoli.

Poco dopo è sempre Dzeko a seguire una palla in profondità di Brozovic, anticipando Chiriches e inserendosi tra lui e il portiere. Consigli, che sui miracoli contro l’Inter ci ha costruito una carriera, stavolta sbaglia i tempi dell’uscita e sbilancia Dzeko a cavallo dell’area, prima di prendere la palla con le mani. Rigore, e meno male che la rusada (spinta per i non meneghini) decisiva è già all’interno dei 16 metri, perché già mi aspettavo la beffa della punizia dal limite spedita in gradinata.

Dal dischetto va Martinez che spiazza il portiere e fa 2-1.

L’ultimo quarto di gara i nostri lo giocano con sapienza, senza rischiare granché e trovando anche il 3-1, giustamente annullato per fuorigioco.

Vittoria complicata e sofferta, con una considerevole dose di buona sorte nell’episodio di fine primo tempo: giocare in dieci la ripresa avrebbe dato tutt’altro gusto al match e aperto un sacrosanto processo alla tenuta mentale dei nostri difensori. Invece, andiamo alla sosta con tre punti in saccoccia, apprestandoci ai soliti rosarioni collettivi nella speranza che le trasvolate oceaniche dei nostri non abbiano conseguenze sul loro stato di salute.

Il ritorno vedrà un trittico di partite mica da ridere, con Lazio in trasferta, Sheriff e poi Juve in casa, tutte in una settimana. Inutile dire che saranno giorni cruciali per i nostri.

LE ALTRE

Continua il mio allarme per la risalita della Juve. Il Derby vinto col Toro è un altro pessimo presagio, visto che il pari sarebbe stato probabilmente la fotografia migliore per quanto fatto vedere dalle due squadre. Invece, il tanto vituperato colpo del singolo, l’azione improvvisa così deprecata perché non arriva dopo lunghi minuti di ruminamenti a tre all’ora, sposta l’equilibrio e porta i tre punti dalle parti di Allegri. Occhio, chè questi arrivano…

Napoli e Milan non hanno nemmeno il fattore novità, visto che continuano non solo a vincere ma a mostrare uno stato di forma difficilmente pronosticabile a inizio stagione. Ho visto i cugini sbarazzarsi dell’Atalanta con facilità, giocando una partita per me bellissima, fatta di continue accelerazioni, tutta in verticale, in culo al possesso e al giro palla manovrato. C’hai Theo Hernandez, Leao, e compagnia? Sfruttali, perdìo! E’ quel che fa Pioli, e Gasperini, per una volta, non ci capisce molto. Vero che le assenze di Gosens e di Pessina non aiutano, ma duole ammettere che la vittoria è meritata.

La certezza è che il Napoli non potrà andare avanti e vincerle tutte. La speranza è che il Milan non sia in grado di mantenere questo idillio di forma ed efficacia a lungo. Sarebbe bellissimo che il ritorno dello splendido quarantenne (auguri al vecchio cuore nerazzurro Zlatan) facesse saltare gli equilibri cesellati con tanto amore dagli artigiani di Milanello Bianco.

E’ COMPLOTTO

Non parlerò qui del bilancio presentato dall’Inter, con la perdita record di 245,6 milioni, se non per segnalare come un numero così abnorme, per quanto riferito ad una situazione già passata, sia sufficiente per soffiare sul fuoco del disfattismo, dell’inevitabile ed imminente cessione da parte di Suning. Del resto, come abbiamo imparato da un anno a questa parte, ogni settimana è quella decisiva per la vendita a BC Partners, Oaktree, PIF, Ciccillo ‘O Meccanico…

Sono invece curioso di sentire come verrà giudicata la vittoria del Milan dal punto di vista del gioco, visto che tutto si può dire dei rossoneri ma non che pratichino un calcio palleggiato e corale. Prevarranno insomma i Talebani Calcistici, secondo cui è ontologicamente necessario fare il Bel GiUoco (whatever that means) per poter vincere, oppure ancora una volta avrà la meglio la retorica di Milanello Bianco, che cosparge di miele tutto quanto arriva da quelle latitudini?

Probabile che Sacchi scriverà l’ennesimo pezzo che va riproponendo da decenni, snocciolando statistiche accomodate a proprio uso e consumo, ma quella ormai è una non-notizia. Per Arrighe, lo sappiamo, tutto ciò che non sia corto-umile-intenso non è nemmeno degno di essere chiamato calcio, e il problema non sarebbe nemmeno lui, che su quel credo ha basato il suo quadriennio magico (chè la sua carriera ha avuto successo per quattro anni, non di più, ricordiamolo). Il problema – l’ho detto altre volte e mi scuso per la ripetizione – è che lo sport italiano l’ha eletto a maestro inconfutabile e genio assoluto di un calcio che, spiace per lui, è in continua evoluzione. Il suo calcio fatto, tra altre nefandezze, di difese altissime, in tempi di VAR sarebbe probabilmente vittima di un paio di gol a partita, visto che già ai tempi di Franchino Baresi e del suo braccio alzato erano tante le volte in cui, al replay, si diceva “ah in effetti il fuorigioco non c’era…“. Ma erano, appunto, altri tempi, inutile rivangare. Utilissimo, invece, sarebbe svecchiare questi canoni e uscire una dannata volta dal manicheismo che vede un solo modo di giocare al calcio, a prescindere dai giocatori a disposizione, e che di risulta condanna all’inferno ogni eretico che lancia a campo aperto il Chiesa, il Lukaku o il Theo Hernandez di turno.

Ma vallo a dire a certa gente…

Entra e ribalta la partita. Poche volte così contento di aver avuto torto

NATA VOTA

SHAKHTAR-INTER 0-0

Per la terza volta in dodici mesi, i brasiliani di Ucraina ci costringono ad un insipido e pericoloso pareggio a reti bianche, riaprendo scenari apocalittici in ottica Champions.

La contemporanea vittoria dello Sheriff neintemeno che al Santiago Bernabeu complica ulteriormente le cose, con tutte e quattro le squadre ancora in corsa per la qualificazione.

Mai stati bravi noi nel trarre il meglio da incastri complicati e aperti a tante soluzioni diverse: di solito la Legge di Murphy ci guarda benevola, quasi rassegnata come a dirci “ragazzi, ma sempre da voi devo venire?“. La speranza è che questa sia l’eccezione che conferma la regola.

De Zerbi non ha tardato ad imprimere il suo gioco a quelle latitudini, e quindi assistiamo ad un palleggio insistito che, sebbene non crei chissà cosa -ah che banalità tirare in porta…- d’altra parte ci tiene per lunghi quarti d’ora a correre a vuoto, sprecando energie che fatalmente vengono meno sotto porta.

Una brutta partita in cui il solo Skriniar brilla per costanza ed efficacia: è lui a salvare un gol già fatto in uno dei rari casi in cui il petting calcistico dello Shakhtar arriva alla penetrazione (so’ poeta, checcevoifa’?); sempre lui a fermare i tentativi di incursione dei vari brasiliani in rosa. Per il resto, tutti vivacchiano sul 5,5, con minime variazioni verso l’alto – Sanchez per una volta ha reso preziosa la sua mezzora da trottolino amoroso – e verso il basso – Dzeko e Martinez si mangiano un gol a testa che mi costa decine di punti Paradiso.

Ciononostante, creiamo cinque palle gol nitidissime, salvo mangiarcele da sole (vedi supra), spararle sulla traversa (Barella a voragine come il miglior Stankovic) o trovare il vecchio portiere in serata di grazia (nel finale prima su tir’aggir’ di Correa e sul corner successivo su capocciata di De Vrij). Non poco, ma nemmeno abbastanza: il pari è giusto e, cosa più importante, fa pensare.

La sensazione è stata quella di una squadra per la prima volta stanca e non reattiva: gli stessi Barella e Brozovic hanno girano ben al sotto dei loro standard, con il croato a conoscere l’onta della prima sostituzione stagionale, lui che da tutti, Inzaghi compreso, viene definito come l’architrave irrinunciabile del nostro centrocampo.

La ricetta del dottore è semplice: tocca battere due volte gli Sceriffi sperando in altrettanti pareggi tra ucraini e Real, per poi trovare almeno una vittoria nelle ultime due gare. Il bonus-rodaggio e i jolly da giocare ce li siamo già fumati. Vincere tre delle prossime quattro insomma, dopo aver raccolto un punto nelle prime due. Hai detto niente…

Champions a parte, e senza voler infierire gratuitamente su Dzeko, faccio solo presente una cosa. Il bosniaco non è stato “opaco per la prima volta in stagione” come ho sentito dire a commento della prestazione. Ha giocato più o meno come le altre volte, solo che fino a martedì aveva accompagnato i tanti errori sotto porta e in impostazioni al gol salvifico (vedi Atalanta, vedi Bologna…), mentre in Ucraina si è limitato alla prima parte del copione.

La speranza è che il ritorno di Correa possa garantire un effettivo turn over tra i tre (chè anche Lautaro deve rifiatare) che riesca a migliorare la lucidità in zona gol. Vero che siamo il primo attacco del Campionato, ma – non so a voi – a me restano molto più in mente i gol sbagliati di quelli fatti.

Sabato andiamo a Sassuolo, trasferta che negli anni ci ha visti uscire con le pive nel sacco o dopo averli seppelliti di gol. Poi ci sarà la sosta, motivo in più per non fare cazzate e rimettersi in carreggiata, anche perché le altre stanno bene, come la stessa Champions ha dimostrato.

LE ALTRE

La partita migliore delle quattro italiane l’ha fatta l’unica che ha perso: il Milan nella prima mezz’ora ha dominato contro l’Atletico di Simeone. Rimasta in dieci per una doppia ammonizione di Kessié, che nella circostanza ha dimostrato di avere l’intelligenza calcistica di un Muntari qualunque (altro che “arbitro brutto e cattivo“…), gli spagnoli hanno continuato a cincischiare, creando un paio di occasioni con Suarez ma poco altro.

La traversa di Leao – splendida rovesciata – avrebbe portato il parziale sul 2-0 e lì credo che sarebbe finita.

Paradossalmente l’Atletico, pur avendo l’uomo in più, è stato bravo a tenere aperta la partita, e alla fine il pari è arrivato con una bella azione chiusa da Griezmann.

Da interista, ho goduto parecchio nel vederli perdere al 96′ per un rigore che più dubbio non si può. Non posso definirlo inesistente, perché la palla in effetti finisce sul braccio del difensore: il problema è che appena prima è l’attaccante a fare altrettanto. Ripeto: godibile spettacolo per un tifoso come me, avvelenato dal proverbiale e collaudato affair tra i cugini e il dischetto. Detto questo, la sconfitta arriva come la peggiore delle beffe.

Mi aspettavo il titolo “A testa altissimissimissima” ma si vede che non ci stava su una riga sola, e quindi si è ripiegato su un per nulla partigiano “Milan Scippato“.

L’Atalanta ha fatto la sua partita, confermandosi squadra solida e capace di portare a casa il risultato anche senza andare a mille all’ora per 90 minuti.

Purtroppo brava la Juve, anche se gli esteti del bel giuoco saranno inorriditi per le due linee a protezione del vantaggio di Chiesa. Fossi juventino (che Dio me ne scampi), sarei contentissimo della prestazione ancor prima che del risultato. Occhio, chè questi stanno tornando, e lo stesso Bonucci, nemmeno troppo tra le righe, riconosce che gli ultimi due anni sono stati un po’ buttati nel cesso.

Lasciamo la Cèmpions per qualche settimana e testa sotto col Campionato: qui i rivali stanno viaggiando a velocità folli, tocca non farli scappare via.

Lo Spiazel One sembra dire “questo lo segnavo anch’io”. Confermo. Anche oggi. Anche in mocassini.

DUE A DUE? NO, TRE A TRE

INTER-ATALANTA 2-2

Come finisce una partita che avresti potuto vincere ma che hai rischiato di perdere? Esatto, in un banale ma pirotecnico pareggio.

Il derby cromatico è finora la partita più bella giocata in Serie A quest’anno, dettaglio trascurabile per il tifoso parte in causa, ma che almeno offre uno spettacolo godibile agli osservatori non interessati.

Io, bilioso appartenente alla vecchia scuola, in casi del genere tendo sempre a guardare gli errori che hanno causato la girandola di gol prima di unirmi alle lodi del calcio champagne mostrato dalle due squadre. La premessa ci porta alla spiegazione del titolo.

Dalla partita di sabato ci portiamo a casa tre problemi, tutti già noti, e tre speranze per il prosieguo della stagione. Cominciamo con il libro nero dei cattivi.

Handanovic: tre o quattro parate con lo sguardo laser, un paio di parate della Madonna con le mani, ma anche un gol e mezzo sulla coscienza. Il mezzo si riferisce al 3-2 fortunatamente annullato, mentre il vantaggio bergamasco di Toloi beneficia della fattiva collaborazione del nostro. Il tiro di Malinosvkyi è senz’altro forte, ma tutt’altro che angolato; il movimento delle mani del nostro portiere vorrebbe respingere la palla lateralmente, ma l’effetto è drammaticamente diverso. Palletta centrale succulenta su cui arriva il terzino avversario per il comodo tap-in.

Non giudico tecnicamente la difficoltà dell’intervento, non ne ho le competenze. Quello che so è che da tempo io mi cago sotto ad ogni tiro che arriva in porta: spero che i compagni di squadra siano più coraggiosi di me, perché la prima qualità che deve avere un portiere è quella di trasmettere tranquillità e fiducia alla sua difesa.

Non c’è soluzione a breve, tocca (sos)tenerlo per i prossimi mesi, ma al contempo non ritardare ulteriormente l’avvicendamento a fine stagione che negli ultimi anni è passato dall’essere possibile a opportuno, fino a diventare ora necessario.

Calhanoglu: il turco sta facendo quel che sempre ha fatto in carriera, il talento purissimo ma scostante. Ha infiammato il popolo interista con un esordio da campione, mostrando un piedino mica da ridere. Col mese di settembre è invece entrato in letargo, dando sporadici segni di vita. Ora, ripeto: nulla che un buon osservatore non potesse aspettarsi, ma non per questo dobbiamo attendere sine die il ritorno della primavera nella valle dei castori.

I cugini milanisti si sono tolti un bel peso a sbolognarcelo, seppur a costo zero: la Gazza però si dimostra nell’occasione ancor più partigiana dei tifosi rossoneri, visto che, a commento del sacrosanto 5 in pagella, chiosa: “Un quarto d’ora d’illusione: sembrava il Calhanoglu milanista, poi scompare“.

Carinerie della stampa a parte, urge un cambio, che pare ci sarà già stasera in Champions: tenere in campo uno che gioca a tre all’ora ma è bravo a battere le punizioni mi pare uno spreco. Eriksen non è mai stato il mio preferito ma avrebbe garantito una maggior solidità, il che – poverino – è tutto dire… Che sia Vecino, che sia Vidal, il cambio si impone, così magari il ragazzo capisce che deve disciularsi.

Dzeko: qui sapete che ho un po’ il dente avvelenato. L’ho preso al Fantacalcio proprio pensando a quella cazzo di inerzia mediatica positiva di cui ho parlato nell’ultimo pezzo e che si è puntualmente riproposta dopo la partita contro l’Atalanta. 7 in pagella unicamente per aver segnato a porta vuota da due metri. Che, per carità, va benissimo e tanta grazia che almeno quella palla l’abbia messa dentro. Ho smesso di incazzarmi per i gol che si mangia (uno dopo tre minuti, nemmeno facilissimo, uno a tre secondi dalla fine, di testa da solo, una roba da non credere…). Sapevamo di aver preso il Cigno, quello che ha i piedi ricamati, quello che fa giUocare bene la squadra. Bene: 16 palloni persi durante la partita. Stop a inseguire, passaggi stitici che castrano tante possibili ripartenze. La stessa azione che porta all’iniziale vantaggio di Lautaro nasce da un rimpallo tra lui e un avversario che di culo fa arrivare la palla a Darmian e da lui a Barella per il cross, altro che intelligente apertura per il compagno.

L’ho lodato dopo Firenze per il gol bello, cazzuto e decisivo, ma sabato le palle (non solo quelle in campo) sono tornate a strisciare per terra. Excuse my french.

Quindi siamo tutti nella merda?

Non esattamente. Siccome pareggio è stato, ho pensato a tre cose buone da portarci via dal pari di sabato.

Di Marco: inizio proprio da quel che sembrerebbe il principale indiziato, avendo sbagliato un rigore che nessun altro ha avuto il fegato di tirare. Inciso rancoroso: si è mai visto un centravanti che non tira i rigori? Non un analfabeta dei fondamentali come Pippo Inzaghi, uno che giUoca bene, che ha i piedi da centrocampista, che ha l’esperienza internazionale. Chiudo la polemica contro il Cigno di Sarajevo.

Dicevo di Di Marco: bravo il Mister a metterlo dentro al posto di Bastoni, guadagnando in inserimenti e presidio della fascia mancina. Cross, tiri, pressing nella loro trequarti: ottima partita. Non so se sia già in grado di prendere possesso della fascia e panchinare definitivamente Perisic, ma è bravo e va fatto giocare spesso.

Lungi da me fare lo sproloquio del ragazzo cresciuto nelle giovanili, a cui come forse saprete sono allergico, ma l’attaccamento alla maglia e la serietà del calciatore si è vista anche nel presentarsi ai microfoni dopo aver spedito sulla traversa il possibile 3-2. Bravo.

Barella: la prestazione sontuosa sta diventando quasi una non-notizia. In condizioni di forma strepitose, dopo un Europeo giocato comprensibilmente non al massimo. Ce lo godiamo tra sgroppate da quattrocentista e assist al bacio (cinque in altrettante partite di campionato, scusate se è poco), il prossimo capitano è già oggi un tassello imprescindibile del centrocampo di Inzaghi. In tanti parlano dell’insostituibilità di Brozovic, e concordo se guardiamo alla penuria di possibili sostituti in rosa, ma come calciatore, Barella oggi è più forte.

Dopo il rinnovo di Martinez, il suo è il prossimo nome da cerchiare in rosso in agenda, seguito a ruota da Skriniar e dallo stesso Brozovic. Sempre per non scadere nel mieloso qualunquismo, non li dilungherò sulla comprovata fede nerazzurra del ragazzo di Sardegna.

Difesa: un apparente controsenso, visto che in sei partite giocate finora l’Inter ha subito ben 7 reti. Il ragionamento parte dall’anno scorso, quando la squadra di Conte aveva avuto un inizio sbarazzino, tutto votato all’attacco, per poi darsi una regolata e chiudere con la miglior difesa (oltre che col secondo attacco, ma questo fa più fatica dirlo…). il mio è quindi un auspicio: che non solo Handanovic ma tutta la fase difensiva serri le giunture dei serramenti e chiuda la porta a doppia mandata, in modo da soffrire un po’ meno.

Dei tre centrali di difesa, mi pare che solo Skriniar abbia iniziato da par suo, per quanto anche lui contro l’Atalanta ne abbia combinata qualcuna. De Vrij incredibilmente ha sbagliato un paio di mezzi tempi, mentre Bastoni alterna ancora grandi giocate ad attimi di distrazione. Niente di drammatico, stanno carburando ed è fisiologico un periodo di rodaggio.

Si conoscono e sanno di poter fare di più: che lo dimostrino a breve e ci divertiremo anche quest’anno.

LE ALTRE

Il Napoli continua il suo percorso netto, fatto di sole vittorie. Chapeau a Spalletti e ai suoi, che gli vuoi dire? Lucianino anche con noi era partito alla grande, per poi smarrirsi e ritrovarsi nel girone di ritorno. Vedremo cosa farà all’ombra del Vesuvio, ricordando che a Gennaio Koulibaly e Osihmen partiranno per la Coppa d’Africa.

Lo riconosco: gliela sto gufando.

La Juve vince. Male, ma vince. La cosa mi dispiace ma non mi sorprende. Piuttosto, sarà interessante capire come faranno fronte alla doppia assenza di Dybala e Morata, che salteranno almeno un paio di partite. Le alternative, dopo l’addio di CR7, non sono infinite.

Il Milan continua il periodo aureo e batte lo Spezia in maniera simile a quanto fatto in casa col Venezia, e cioè soffrendo forse più del dovuto e sbrigando la pratica nel finale. Tutto ciò però perde di qualsiasi rilevanza, visto che abbiamo assistito al primo gol di Daniel Maldini. Ho volutamente girato al largo da trasmissioni sportive e siti internet per non compromettere la mia salute glicemica, che ha comunque vacillato nell’unica rapida incursione sul sito Gazzetta nella serata di domenica. Cinque pezzi che parlavano del gol, della dinastia, dello sguardo di papà Paolo… Insomma questa roba qui:

Ah, dimenticavo: c’era anche il paragone tra l’esultanza del giovane virgulto e quella di cotanto padre:

Tutto giusto per carità, e Paolo Maldini è probabilmente il milanista che stimo di più al mondo. Ecco quel che può fare la stampa quando può dare libero sfogo alle proprie pulsioni.

Non che la Gazza cartacea sia stata da meno, ma non tanto per il prevedibile titolone dedicato al ragazzo, rossonero fin da bambino (per una volta che lo è davvero…). Lì il tocco da fuoriclasse l’hanno riservato ai nostri amatissimi: l’Inter torna pazza. Al solito: si poteva decidere di dare risalto allo spettacolo offerto dalle due squadre, siccome quelli bravi dicono di andare oltre al risultato, di guardare il giUoco, alle emozioni regalate alla gente. Oppure si poteva stare sul sicuro e puntare sul rimpianto e le occasioni sprecate dall’Inter (chè ovviamente nel frattempo “Gasp si gode Malinovskyi“).

Indovinate per cosa hanno optato…

INERZIA POSITIVA

FIORENTINA-INTER 1-3

Mezz’ora per cagarsi sotto, sessanta minuti per rimettere le cose a posto.

Giusto in tre parόle” (cit.), ecco la sintesi della trasferta infrasettimanale dei nostri a Firenze.

Partendo per una volta dagli avversari, resta il dubbio se la prima parte di gara sia una situazione replicabile da parte della Viola o se quel mix di pressing e verticalizzazioni continue sia troppo bello per essere vero e, soprattutto, sostenibile. I giusti e condivisibili peana a Italiano per il culo che ci hanno fatto per buona parte del primo tempo si scontrano con i limiti di replicabilità di un approccio tanto intenso e ambizioso: la speranza, ma tutto sommato anche la convinzione, era che sarebbero calati alla distanza, e pure di schianto.

Già nell’ultimo quarto d’ora del primo tempo i nostri sono riusciti a mettere la testa fuori, e poi nel secondo tempo la barca ha ripreso la sua rotta, ben prima della scellerata espulsione di Nico Gonzales.

La formazione è quella solita di questo inizio di stagione, vista l’assenza di Correa che recupera, praticamente ha già recuperato, forse però parte dalla panchina, nemmeno convocato.

Handanovic ricaccia in gola le critiche ai tanti di noi che avevamo avanzato dubbi sulla sua curva di invecchiamento facendo vedere che, tra i pali, è ancora tra i migliori su piazza. I riflessi di serata sono buoni e – ci conceda almeno questo – la partita non ha necessitato di molte uscite alte: insomma, l’interrogazione perfetta in cui la prof ti fa iniziare con l’argomento a piacere e non ti chiede il capitolo che non hai studiato.

La nostra rimonta, dopo l’iniziale pareggio arrivato però in fuorigioco nel finale di primo tempo, inizia col diagonale sapiente di Darmian, imbeccato da Barella.

Sempre prezioso l’italiano nella sua normalità, da preferire in questo inizio di stagione a Dumfries proprio per la maggior affidabilità. Crescerà il minutaggio dell’olandese, che però farebbe bene a studiarsi l’applicazione e l’intelligenza tattica del collega di fascia.

Restando in tema di autocritiche, dopo Handanovic i miei applausi vanno convinti anche a Dzeko che, dopo 3 gol belli ma inutili ai fini del risultato, piazza la capocciata che ribalta il risultato su corner di Calhanoglu.

Il centravanti bosniaco fa il giusto pieno di complimenti, e rappresenta un unicum nella rosa interista: è infatti il solo a godere di quella che chiamo “inerzia mediatica positiva”. Ne ho già parlato, ma ribadisco: siamo in piena moda di calcio giocato, palleggiato, ricamato, in cui tirare in porta sembra quasi poco elegante, come ruttare a tavola o scaccolarsi davanti alla Regina. Dzeko rientra perfettamente nel galateo calcistico di quest’epoca, e ciò gli vale da salvacondotto nei tanti casi in cui non timbra il cartellino, con mio solenne giramento di balle. A maggior ragione, quindi, complimenti per il cabezazo di Firenze, di splendida e necessaria arroganza calcistica.

La gestione del vantaggio, ritrovato in soli tre minuti, si fa ancor più agevole un quarto d’ora dopo, quando il già citato Gonzales si esibisce nella tipica “sbroccata”, che nemmeno i compagni riescono a placare. Protesta per una trattenuta subita e a suo parere meritevole di ammonizione, continuando a cristare finché il cartellino giallo esce dal taschino dell’arbitro, ma rivolto a lui. Il bischero fa di più, continuando a lamentarsi e facendo l’unica cosa che, in quarant’anni di calcio seguito, rimane costante: la permalosità degli arbitri che ti cacciano fuori dopo un applauso sarcastico. Li puoi mandare affanculo o bestemmiargli i parenti (ask Rizzoli for references…) e potranno sempre dire di non aver sentito, ma battergli la mani davanti, per quanto molto meno offensivo, è una perdita di credibilità che non possono accettare.

Viola in dieci, quindi, e ultimi minuti di tranquillità. Perisic rimpingua il mio fantacalcio col terzo gol che fa capire quanto la squadra sia in palla. Non era facile raddrizzare la baracca dopo il tornado subito nella prima mezzora, eppure i nostri sono rimasti in piedi, hanno preso meglio le distanze, hanno fatto passare ‘a nuttata e portato a casa i tre punti.

VA BENE TUTTO, PERO’…

Torno a sottolineare quanto già detto pochi giorni fa: il fatto che si vinca è cosa buona e giusta, ma non per questo gli arbitri possono divertirsi a cazzeggiare contro di noi.

Detta fuori dai denti, e da tifosotto rancoroso: a Verona c’era un rigore solare su Martinez, sabato contro il Bologna uno clamoroso su Dumfries nel recupero, a Firenze il gol di Sottil nasce da un fallo tanto furbo nelle intenzioni quanto palese nell’esecuzione, che né l’arbitro né il VAR hanno ritenuto di sanzionare. Avrei da dire sul giallo a Skriniar e sul “mani” di Biraghi appena fuori area ma mi limito alla caccia grossa: occhio, perché non sempre saremo “più forti di tutto e tutti” e perché, diobono, non sta scritto da nessuna parte che siccome poi si è vinto gli errori scompaiono.

Giusto non dire nulla a livello societario, chè mica si vuol passare per lamentosi piangina, ma, please, prendere nota e pronti a smadonnare a dovere alla prima occasione.

LE ALTRE

Vincono sia Milan che Juve, faticando abbastanza i primi e molto i secondi. Non che conti molto, a questo punto della stagione: fare punti, testa bassa e pedalare, questo è quel che conta.

Vedo frammenti delle due partite e in entrambi casi mi maledico da solo, visto che la Juve perdeva e il Milan pareggiava quando ho scanalato sedendomi in poltrona presidenziale.

Vedremo stasera Napoli, Roma e Lazio ma il discorso non cambia: pensare alle proprie partite, il resto viene di conseguenza.

È COMPLOTTO

Ho aspettato a scrivere questo pezzo perché mi aspettavo il disco dell’Inter cinica che sfrutta le occasioni a disposizione e rimette le cose a posto.

Devo dire che così non è stato, e la cosa, lungi dal rasserenarmi, mi fa pensare che la stampa sia ancora in luna di miele con Simone Inzaghi: il che va benissimo, per carità. L’onda lunga del è bravissimo a lasciare più liberi i giocatori, non come Conte che li ossessionava” è ancora viva e presente e, se ci pensate, è coerente con la mia interpretazione del rapporto complicato tra Inter e media.

L’assioma è che l’Inter che vince non va bene. Quale Inter ha vinto? Quella di Conte. Quindi quella Inter va sminuita, anche se ciò va a favore della squadra di oggi. Fa niente, quella ancora non ha vinto: cominciamo a buttare fango su quella vincente, il resto si vedrà.

Che poi io sia un caso psichiatrico non è all’ordine del giorno. Lo metteremo nelle varie ed eventuali del prossimo incontro.

Non essendoci altro da deliberare, si dichiara chiusa la riunione.

Oh, finalmente! Massiccio e incazzato, altro che il Cigno…

MELIUS ABUNDARE

INTER-BOLOGNA 6-1

La facile citazione dal mio altrimenti migliorabile latinorum mi serve per infiocchettare un’ovvietà degna di Catalano: meglio vincere con tanti gol di scarto che con uno striminzito 1-0.

La considerazione diventa già meno ovvia se arriva dalla mia penna, come noto allergica a qualsiasi retorica di bel giUoco e calcio spettacolo: “se voglio divertirmi vado al circo” per me continua ad essere una massima da sottoscrivere col sangue. Però, dopo le due partite contro Samp e Real, culminate in una ventina di tiri in porta che hanno fruttato un pari e una sconfitta, era importante agire sul morale della truppa, lucidando l’argenteria di casa o, se si preferisce la metafora idraulica, sturando il lavandino e assicurando il giusto afflusso di acqua ed il relativo scarico.

Chiaro che la filosofia del Sciur Ambroeus che sorseggia un grigio-verde di prima mattina gli farà dire “orcodighel l’era mej farne duma dü e tenèss gli alter per duman” (dài che si capisce anche per i diversamente lombardi…), ma da queste parti siamo allergici ai luoghi comuni (maledetti per definizione).

Mi vesto da tènnico per raccontare di un Dumfries che continua ad accumulare prove a suo carico, mostrandosi veloce e potente, bravo a trovare subito Lautaro per l’1-0 e offrire un costante sfogo sulla fascia. Da migliorare quando ripiega sul sinistro per accentrarsi, ma ci sarà tempo e modo.

Sull’altra fascia, Di Marco fa riposare Perisic e dà ragione al Fantallenatore che scrive, piazzando un corner al bacio su cui Skriniar incorna il raddoppio e giocando 90′ di personalità, in attesa di banchi di prova più impegnativi.

Contento per Vecino e per il gol che di fatto chiude la partita già dopo mezz’ora: guardando avanti, è importante che almeno uno tra lui e Vidal siano sempre disponibili per dare alternative al terzo di centrocampo. Tolti gli inamovibili Barella e Brozovic – in gol il primo, insostituibile il secondo – Calhanoglu non offre la continuità necessaria a farne un titolare inamovibile. Stante la cronica fragilità di Sensi e purtroppo la indisponibilità sine die di Eriksen, Inzaghi dovrà utilizzare spesso uno dei due sudamericani come versione discount di Milinkovic-Savic, in modo da assicurare kili e centimetri là dove assist felpati e dribbling ubriacanti non sono disponibili.

La partita di Correa dura troppo poco perché si possa dare un giudizio del suo feeling con il Toro: c’è da sperare che la botta al fianco che lo costringe a uscire si riassorba presto, visto che Dzeko non ha goduto del giorno di ferie concordato col capoufficio. Poco male, perché il bosniaco timbra una doppietta che mi strappa applausi convinti soprattutto per il primo dei due gol: intelligentissimo il velo di Martinez, finalmente opportunista e cattivo il Cigno di Sarajevo nel tirare la puntaccia come il miglior rapace d’area. Poco dopo ricorda a tutti di avere un piedino mica da ridere, e quasi dalla linea di fondo beffa il portiere per il 6-0.

Tutto bene quindi? Quasi.

La mia dose quotidiana di sacramenti prorompe anche in una serata di apparente tranquillità, quando vedo il carneade Theate colpire di testa e battere un incolpevole Handanovic per l’inevitabile Primo Gol in Serie A, che torna a romperci le balle dopo qualche mese di salvifica assenza.

Volendo essere petulanti e rancorosi (specialità della casa!) dedico un pensiero all’arbitro Ayroldi, che chiude il primo tempo con qualche secondo di anticipo e i nostri lanciatissimi sulla trequarti, tanto per non dover rischiare che l’Inter segni magari uno o due secondi dopo la fine del recupero (non sia mai, non è mai successo…). Si rifà dopo il 90′, quando Dumfries viene palesemente cianghettato in area. Siamo a fine partita sul 6-1 ma, amico, se c’è un rigore lo devi fischiare. Eccheccazzo.

LE ALTRE

Decido scientemente di non guardare la partita del male, scelta oltretutto agevolata dalla contemporanea finale degli Europei di volley. Esce fuori l’esaltato nostalgico che è in me, e i miei trascorsi pallavolistici, più che trascurabili, mi portano ad azzardare paragoni tra il sottoscritto e il giovane Michieletto, mancino eppure schiacciatore da posto 4. Va beh, vi risparmio i deliri di onnipotenza, praticamente l’Europeo è merito mio…

Tornando a Juve-Milan, leggo di un Allegri incazzato con se stesso e con gli altri, forse consapevole di essersi cacciato in una pozza marroncina e maleodorante, e non posso che concordare e gongolare. Due punti dopo 4 partite sono proprio pochi, la distanza sulla testa della classifica rimane di 8 punti, in attesa del Napoli: la bella novità è che quella distanza adesso la devono recuperare anche a noi. Non mi fido dei gobbi, e soprattutto non mi fido dei miei, quindi piano col de profundis. Si ripiglieranno, questo è certo; la speranza è che lo facciano quando ormai è troppo tardi.

Se i cugini riescono a ottenere elogi anche quando vengono presi a pallate per 80 minuti su 90, figuriamoci quando escono con un pari da una trasferta a Torino. Anzi, potevano vincerla, la manovra scorre fluida e spettacolare, tant’è che becchi un gol in contropiede dopo 5 minuti, ma vuoi mettere? Erano tutti avanti per vincere, per imporre il loro giUoco…

FOCUS

Da buon bastian contrario, faccio sommessamente presente un aspetto che troppo spesso viene ignorato, figlio della totale assenza di senso critico dei media nazionali, cui ha contribuito il trentennio berlusconiano che tant…. scusate, mi è partito l’embolo, ma insomma ci siamo capiti.

Il tema è Milan Lab, primo esempio in Italia di settore medico sportivo integrato, che nei suoi intenti voleva minimizzare se non annullare ogni tipo di problematica psico-fisica dei giocatori rossoneri, grazie a database personalizzati e analisi di dati biometrici per ogni singolo giocatore. È attivo da ormai vent’anni, è forse stato il primo esempio del genere in Italia, anche se la profilazione dell’atleta e la sua gestione su misura sono ormai uno standard per tutto lo sport professionistico mondiale. Soprattutto, al nostro occhio disattento, numero e tipologia di infortuni dei milanisti negli anni sono sembrati del tutto analoghi a quelli di altre squadre, in alcuni casi addirittura peggio.

Per dire, ieri sera Ibra non era disponibile, visto l’ultimo fastidio al tendine d’Achille che già gli aveva fatto saltare la trasferta di Liverpool. Un altro modo di raccontarla potrebbe portare a dire che Ibra ha giocato mezz’ora negli ultimi 130 giorni, ma mi rendo conto che sarebbe una interpretazione faziosa, mica stiamo parlando di Sensi, per cui si rispolvera il pallottoliere ad ogni nuovo stop.

Ma amen, almeno il nuovo acquisto Giroud sarà stato disponibile. Macchè: lombalgia. E non vorrete mica mettere fretta al neo-arrivato Messias -rossonero fin da bambino- e al giovane Pellegri. Morale, oltre alla pattuglia degli attaccanti, tutta ai box tranne Rebic (e tanta grazia per i rossoneri!), danno forfeit anche Calabria, Krunic e Bakayoko, con Kjaer ad alzare bandiera bianca dopo nemmeno un tempo di gioco.

È quindi strano che situazioni del genere non facciano sorgere spontanee domande che, in altre piazze, periodicamente vengono poste con cipiglio e intransigenza: ma tutti questi infortuni? La preparazione è stata sbagliata? Chi ne è responsabile? Si ha come la sensazione (cit.) di un disallineamento tra allenatore e staff medico? Tutte domande che, a maglie diverse, più e più volte sono state fatte da giornalisti che si ergevano a ortopedici e fisiatri improvvisati. Qui invece va tutto bene, avanti tutta e soprattutto #atestaalta.

È COMPLOTTO

Tornando dalla parte giusta del Naviglio, vi segnalo un paio di chicche che forse vi sono sfuggite. Luca Taidelli sulla Gazza riesce a definire “cinica come un cobra” una squadra (toh, l’Inter!) che fa sei gol in 90 minuti. Chiaro e perfino condivisibile il ragionamento: stavolta è riuscita a concretizzare quasi tutto quel che ha creato, cosa che contro Samp e Real non è riuscita a fare, ma al solito, est modus in rebus (così facciamo il paio con la citazione iniziale): nel gergo calcistico, definire una squadra cinica vuol dire fingere di farle un complimento, intendendo che ha vinto di culo con l’unico tiro in porta della partita. Non esattamente una fedele fotografia del sabato appena trascorso a San Siro.

Spostandoci su temi economici, apprendiamo che anche questa settimana l’Inter è in vendita, anche se non si sa a chi, per quanti soldi e quando sia previsto il closing.

Mo’ me lo segno (cit.)

Per chi si fosse distratto, e pensasse che le difficoltà dell’Inter siano un unicum in tutto il mondo del pallone, vale la pena ricordare che in settimana la Juve ha presentato il consuntivo dell’ultimo bilancio, chiuso a giugno 2021 con un passivo di oltre 200 milioni e debiti per quasi 400, da coprire con un imminente aumento di capitale.

Lo stesso Manchester United ha chiuso l’ultimo esercizio con 100 euro di perdita e circa 500 di debiti. Diciamola meglio: tolto il solito inarrivabile Bayern Monaco – non a caso preso come esempio dal progetto Interspac di Cottarelli – tutti i top club d’Europa hanno i conti che piangono, in particolare debiti finanziari che fanno bruciare cassa.

Niente di cui rallegrarsi, nessun tentativo di “mal comune mezzo gaudio”, anzi: consapevole che la situazione di Suning sia appesantita dai problemi con la madrepatria, ma qui pare che solo l’Inter bruci cassa ad ogni mese ed abbia una bomba sotto il culo pronta a esplodere.

L’importante è dire questo. Per spiegazioni, approfondimenti, confronti con altre realtà, ripassare domani.

Foto di spalle così non si vede quella vomitata di gatto della terza maglia