APERITIFSPIEL – ALT. VERSION

Fin dall’inizio sapevo che sarebbe finita così…

I ballottaggi strappacuore sul centravanti da inserire sono niente rispetto all’assortimento sconfinato di bidoni, promesse mancate, casi psichiatrici, piedi fucilati e compagnia cantante che in questi 25 anni ha indegnamente indossato la casacca nerazzurra.

Un minimo di condizioni di esistenza.

Cercherò di spiegare di volta in volta se il prescelto si è guadagnato il posto in questa blacklist per mancanza dei requisiti minimi di sussistenza (fuori di metafora: sei scarso!) o perché avrebbe potuto ma non ha fatto, o perché si è macchiato di uno o più comportamenti (sia dentro che fuori dal campo) incompatibili con qualsiasi galateo calcistico degno di tal nome.

Posto che l’obiettivo ultimo di questa seduta di autocoscienza è la damnatio memoriae, non metterò foto di questi figuri, nella vana speranza di potermene scordare il prima possibile. Forza, allora, cominiciamo:

Col numero 1 facendo lo schizzinoso avrei potuto inserire Cinghialone Peruzzi o Sebastien Frey ma, pur avendo lasciato un retrogusto agrodolce nel loro breve trascorso nerazzurro, non sono certo stati cattivi portieri. Quindi saltiamo il portiere e cominciamo dal terzino.

Con il numero 2: Il Divino… Jonathan

Aldilà degli aspetti mitologici associati al personaggio, arrivato come primo di tanti “nuovi Maicon”, Jonathan ha avuto 30 secondi di gloria contornati da stagioni di assoluto anonimato, quando non di induzione alla blasfemia calcistica. Semplicemente non da Inter, non da Serie A. Full stop. Ben vengano le parodie e i meme che fanno SEO e muovono l’algoritmo, ma nulla più di questo.

Con il numero 3: Fabio… Macellari

Come forse sapete, ho un debole per il ruolo, che mi rende assai suscettibile ed esigente in materia. Avrei quindi potuto inserire quasi a caso un qualunque affittuario del numero magico, e sarebbe comunque stato indegno di tanta gloria. Macellari però va oltre, pur pagando colpe non sue (che già di sue, poveretto, ha dovuto scontarne abbastanza…). Succede che ogniqualvolta negli anni ho dovuto sentire la manfrina dei troppi stranieri in squadra e dei pochi italiani in rosa, rispondevo quasi in automatico: “Ricordo che l’ultima volta che abbiamo avuto una difesa di ragazzi italiani avevamo Bruno Cirillo sulla destra, Matteo Ferrari in mezzo e Fabio Macellari sulla sinistra”.

Ovviamente saltiamo il 4, per arrivare a…

Con il numero 5: Francesco… Dell’Anno

Una delusione immensa. L’avevo accolto come il regista illuminato che ci mancava dai tempi di Matteoli, si è trascinato per una stagione ciabattando in campo con la lena di un condannato ai lavori forzati. Primo caso (il secondo è stato Balotelli) di giocatore fischiato da San Siro sulla fiducia già al momento del suo ingresso in campo dalla panchina.

Una nota di colore: nello stesso anno in cui Felice Centofanti firmava i suoi autografi “100fanti“, lui iniziò a firmarsi “Dell’365”. Fine.

Con il numero 6: Roberto… Carlos

Sì, sì… lo so. Sono un senza Dio, è stato il più forte terzino del mondo, tutto quello che volete. L’ho adorato per il primo mese di Inter, ma ora di Ottobre mi aveva già rotto i coglioni. Ritorno su una storia già raccontata in passato. La stagione 95/96 è stata la prima ad introdurre le statistiche applicate al calcio: c’era la curiosa figura di Adriano Bacconi ad introdurci ai rudimenti di medie, mediane, trend, eccetera.

Tutta roba se volgiamo ancora abbastanza spartana, ma sufficiente ad evidenziare un dato preoccupante. Nella speciale classifica dei tiri in porta tentati, a fine stagione in testa c’era Batistuta (ovvio, essendo il classico centravantone-della-Madonna): ecco, il secondo in classifica era Roberto Carlos. Quattro, cinque, sei volte a partita prendeva palla e sparava in porta da 30 metri o più. Le prime volte, sfruttando il piacevole fattore-novità, segnava con una certa frequenza (tre dei suoi 5 gol in campionato arrivano prima del 1° Ottobre, uno degli altri due è un rigore) ma, capito il giochino, i portieri lo aspettavano e neutralizzavano i suoi tentativi sempre più velleitari.

Poi, se mi dite che bisognava tenerlo e farlo crescere per sfruttarne le indubbie doti offensive, col senno di poi posso anche essere d’accordo. Ricordo però, come già fatto altre volte, che al momento della cessione nè Milan nè Juve si fecero avanti per sfruttare l’apparente abbaglio dell’Inter.

La verità, come vedremo per altri numeri di questa lista, è che con i giovani è sempre una lotteria, e ti può capitare di dar via quello che altrove diventa un fenomeno. Ma non rimpiangiamo quella stagione di Roberto Carlos all’Inter come un campionario di magie e finezze.

Chiudo con l’ennesimo Luogo Comune Maledetto: Hodgson gli preferiva Pistone, smentita proprio dal diretto interessato ma talmente “bella” da essere tramandata di anno in anno.

Con il numero 7: Sergio… Conceiçao

Quel che l’immortale Ezio Luzzi una volta chiamò “Cosenzao” è stata una delusione, anche se “nasata” da lontano. Ho sempre pensato che quello visto alla Lazio fosse un positivo effetto collaterale di un centrocampo che poteva schierare, tra gli altri, Veron, Simeone e Nedved. Come a dire che lì in mezzo in tanti avrebbero potuto dire la loro.

Se non altro il ruolo era perfetto per il granitico 4-4-2 di Cuper, ma di dribbling e cross vincenti in due anni ne abbiamo visti pochi. Molte di più le palle perse, spesso seguite da braccia levate al cielo in segno di disappunto, e un’espressione scazzata pure quando segnava.

Con il numero 8: David… Pizarro

Aveva tutto per entrare nelle mie simpatie: regista (udite udite, proprio di ruolo, non uno dei tanti “non è il suo ma può adattarsi), cileno (e dopo Zamorano ero pronto anche ad invaghirmi di un capomastro di Vina del Mar), intelligenza calcistica superiore. Invece, è arrivato un trottolino tabbozzo e dribblomane, che anzichè far partire l’azione velocemente insisteva a dribblarne due o tre prima di perder palla sulla nostra trequarti. Da speranza a destinatario dei miei “dalla via ‘sta palla!” in meno di un girone, è migrato a Roma per vederci vincere scudetti e coppe in sequenza.

Pingue consolazione e magra vendetta verso El Pek.

Con il numero 9: Darko… Pancev

Anche se molti interisti avrebbero inserito qui Icardi, per me “ball don’t lie” come dicono in NBA, e quindi faccio il ragionamento valido per Bobo Vieri: uno che segna più di 100 gol con l’Inter meriterà sempre e solo il mio grazie, indipendentemente da mogli, procuratori, rapporti con la Curva, compagni e allenatore. E’ invece un altro malcapitato nella storia nerazzurra ad aggiudicarsi l’ambita maglia da (would to be) centravanti: Il Cobra, o il Ramarro, a seconda delle preferenze etologiche.

Perfino superfluo ricordare il tanto che ci si aspettava da lui e il poco che ha dato. Rimane il fascino dello zingaraccio maledetto, e indolente, sorriso beffardo da Ligabue dei Balcani, pieno di soldi e già nella storia per la Coppa Campioni conquistata a Bari nel 1991.

Il Signor Carlo capirà e non potrà che convenire.

Con il numero 10: Domenico… Morfeo

Come già sunteggiato per Roberto Carlos, e come poi vedremo per un altro giocatore compreso nella lista, anche per Morfeo possiamo tornare sul concetto di grande talento inespresso.

Per il potenziale che aveva a disposizione, ha reso forse al 50% di quel che avrebbe potuto. Sinistro sapiente, ottima visione di gioco, furbo e cattivo quanto basta, alternava però tutto questo a tante, troppe esibizioni fatte di indolenza, superficialità e supponenza. Le Madonne che ho tirato a lui (ma ancor di più a Cuper che l’aveva messo in campo sul 3-1 per noi) in un lontano Inter-Roma in cui c’era solo da gestire gli ultimi 20 minuti hanno risuonato al primo verde di San Siro per mesi e mesi.

Al min. 5.45 il capolavoro del nostro, vecchio di quasi vent’anni ma ancora impresso a fuoco nella mente di chi scrive. Da lì è entrato con un biglietto di sola entrata nella lista nera.

A tutto ciò associa l’aggravante di essere involontariamente inciampato (come tutto il Milan) in uno scudetto conquistato con più culo che anima, nell’anno di (dis)grazia 1999.

Con il numero 13: Fabio… Cannavaro

Non voglio essere scurrile e screanzato. Mi limito a questo: self explaining.

Con il numero 14: Fredy… Guarin

Emblema dell’Inter di quegli anni: brilli estemporanei alternati a nefandezze perpetue (cit.). Avesse avuto anche solo metà del cervello calcistico di uno a scelta tra Cambiasso, Stankovic o Matthaeus, avremmo avuto in casa un campione. Fisico, tiro, quando in buona anche doti di leadership, ma una incostanza degna della peggior nobildonna capricciosa. Per intenderci, capace di risolvere un Derby da solo e di buttare in vacca una partita con un retropassaggio di questo tipo (min. 3,30). In mezzo, tante buone mezze partite, tanti tiri al terzo anello, fino alla salvifica cessione in Cina. Assolutamente non rimpianto.

Con il numero 15: Fabian… Carini

Il terzo portiere della Juve è vittima innocente di queste righe, ma è parte integrante della sceneggiata messa in piedi dal succitato Cannavaro, con la cortese collaborazione dell’altrettanto summenzionato Moggi e di Paco Casal, traffichino sempre presente quando le acque non sono limpide.

Nulla di personale, ma non poteva non essere inserito nella blacklist.

Con il numero 16: Nicolas… Burdisso

Nutro un’ammirazione notevole per la persona, a partire dai problemi familiari fortunatamente risolti all’inizio della sua parentesi nerazzurra (e anche in quel caso chapeau al Sig. Massimo), per arrivare a coscienza sociale extra-calcistica.

Dentro il campo, è stato un buon difensore, ovviamente criticato più ed oltre dei propri demeriti finché tesserato nerazzurro, e invece celebrato negli anni di Roma, quando il ritornello polemico era “Burdisso a cui l’Inter non riusciva a trovare un posto in squadra, alla Roma invece sta facendo faville“. Nessuno ovviamente si sognava di dire le cose come stavano, e cioè che per essere bravo era bravo, ma che i vari Lucio, Samuel, Materazzi, Cordoba lo erano di più. Fine della storia.

Trova posto in questa lista dei cattivi per un errore troppo grave per passare nel dimenticatoio, e che ricordo distintamente essendo stato commesso in un Inter-Juve di fine Marzo 2008, a soli pochi giorni dalla nascita del rampollo di famiglia. Accomodo il poppante in culla a fianco del divano e non posso nemmeno sacramentare come l’occasione avrebbe richiesto per non turbare la quiete familiare. Non mi è mai andata giù…

Con il numero 17: Zdravko… Kuzmanovic

Centrocampista legnoso, ruvido e macchinoso, comprato in tempi di magrissima economica. Sono gli anni più duri del nostro recente passato, in cui pochi mesi bastarono a veder sparire dalla rosa giocatori come Julio Cesar, Sneijder, Maicon e comparire carneadi quali Ruben Botta, Laxalt e, per l’appunto, il Kuz.

Avere pochi soldi da spendere fa parte dei corsi e ricorsi storici. Spenderli male in quei momenti però è ancor più grave…

Essere calciatori mediocri non è una colpa in sè, mica possono essere tutti fenomeni. Quel che non ho mai tollerato del serbo-svizzero è stato il voler sembrare quel che non era. Se vuoi essere un vero “tuttocampista”, o ti chiami Stankovic, o Yaya Touré, o roba simile… Lui non era un regista, non era un incontrista, non era un incursore. Faceva un po’ di tutto ma non era abbastanza.

Come dice Giacomino Poretti in “Chiedimi se sono felice”… “…insomma fu un po’ tutto, e non fu niente”. (min. 4.55).

Con il numero 19: Bernardo… Corradi

Altro caso di giocatore “poco colpevole” per quanto fugace è stata la sua parentesi nerazzurra, e che però assomma in sé un paio di caratteristiche mal tollerate dal sottoscritto: caso tipico di centravanti che segna poco ma si muove bene per i compagni (davano del “generoso” a Graziani, che però di gol in carriera ne ha fatti quasi 200, questo qua in Serie A non supera gli 80), ma comunque celebratissimo dalla critica, forse perchè ci segna contro in quell’Inter-Chievo del dicembre 2001, quando il mondo si accorge dei “mussi volanti” di Clouseau Delneri; infine, in maglia Lazio e con il maledettissimo Piojo Lopez, si esibì in balletti a ripetizione, poi zittiti da una delle migliori esibizioni di Emre Belozoglu (a.k.a. il Maradona del Bosforo).

Ecco, nella mia deontologia calcistica, il balletto post-gol equivale ad aprire la caccia all’uomo. Intollerabile, peggio di scartarli tutti e segnare di testa a porta vuota dopo essersi inginocchiati sulla linea di porta.

Con il numero 20: Sulley… Muntari

Uno dei calciatori che, nella sua parentesi interista, mi ha fatto incazzare di più. Devo dargli il merito di un paio di gol pesanti (anche se quello con la Juve a momenti lo sbaglia…) ma i due minuti di Catania a inizio 2010 sono sufficienti a farlo inserire nelle primissime posizioni della blacklist. Come tanti altri centrocampisti “non pensanti” (Felipe Melo altro esempio) era un pericolo sempre in agguato, con il fallo inutile o la crisi di nervi a livelli altissimi di esondazione.

Per i precisètti: Sulley ha vestito anche l’11 ed il 77, ma nella prima apparizione in nerazzurro aveva il 20. Oh, poi se non vale posso sempre mettere Recoba!

Con il numero 21: Andrea… Pirlo

Altro caso che per molti di voi equivarrà a bestemmia calcistica, ma chi mi conosce sa quel che penso di lui. E aldilà di questo, qui parliamo di quel che i calciatori hanno fatto nella loro parentesi nerazzurra. E lui, all’Inter ha fatto poco al cazzo.

Torno a quanto detto a proposito del numero 6 e del numero 10 di questo nefasto elenco: a vent’anni è ancor oggi molto difficile capire chi sarà il “crack” e chi invece rimarrà il bel giocatorino ma nulla più di quello. Chi ha un minimo di onestà intellettuale converrà con me che Pirlo ha iniziato ad essere il giocatore che è poi stato solo a partire dal 2001, quando Mazzone (e non Ancelotti!) lo sposta regista anche per lasciare Baggio a pennellare calcio in posizione da “10” classico. Quindi, prima di quell’invenzione, il bresciano era uno dei tanti talentuosi trequartisti, con piedi fatati ma senza il fisico nè tantomeno la velocità per giocare sotto la punta, un fantasista che evidentemente non riusciva a convincere gli allenatori dell’epoca -e cazzo, ne cambiavamo una manciata a stagione in quegli anni- a giocare al posto dei vari Baggio, Recoba and Co.

Sacrilegio? Forse. O forse no.

Ricordo per i soliti amanti dei Luoghi Comuni Maledetti che dalla cessione di Pirlo al Milan l’Inter ricavò comunque 35 miliardi di lire. Niente scambio alla pari con Guglielminpietro, quindi.

Con il numero 22: Adem… Ljajic

Giocatore stilisticamente splendido, talento da vendere. L’anno in cui arriva fa la scelta avventata di scegliere quel popò di numero, facendo storcere il naso a tanti di noi. Arriva oltretutto in coppia con Jovetic, altro diamante di classe ma come lui dotato della solidità e della grinta di un lombrico.

Non ha particolari colpe, lo riconosco, ma che una punta scelga il numero di Milito a così poca distanza dall’addio al Principe è un peccato di ubris che non gli si può perdonare. Vero, il numero l’anno prima l’aveva già scelto Dodo, altro mascariato dalla maledizione della fascia sinistra nerazzurra, ma quello lì almeno era un difensore!

Con il numero 23: Christian…Brocchi

Antipatia allo stato puro, devo essere sincero, già nella trascurabile stagione interista. Ennesimo giocatore medio (non mediocre) che i casi della vita, e l’inevitabile culo che da sempre circonda tutto ciò che è rossonero, hanno fatto assurgere a grande campione in quanto panchinaro del Milan di Ancelotti. Godibilissimo nel ruolo di pupillo della premiata ditta Silvio&Adriano, dopo il fallimento da Mister rossonero (come i colleghi “cuori rossoneri” Pippo e Clarenzio) negli ultimi tempi sta mostrando mirabilie sulla panca del Monza. A chi potesse interessare, il combinato disposto tra proprietà, dirigenza e allenatore ha fatto allontanare chi scrive da ogni simpatia biancorossa (peraltro da sempre alquanto blanda), spingendomi nel contempo a supportare l’arcirivale Como.

Un divertissement e nulla più, ma quando leggi stronzate simili, come fai a resistere…

Con il numero 24: Vratislav… Gresko

So che le cose non accadono per effetto di una sola causa. So che, nella vita così come nel calcio, saltare a facili conclusioni è spesso fuorviante. So che non è giusto ridurre il tutto ad un singolo episodio, ma… è tutta colpa sua.

Passi Moggi, passi l’arbitro De Santis, passi l’Udinese in versione zerbino, ma nulla mi toglie dalla testa che se fossimo andati al riposo sul 2-1 per noi, quel 5 maggio lo scudetto sarebbe stato nostro.

Invece, il minchione pensò bene di fare quel cazzo di retropassaggio di testa, dando il via ad un effetto valanga che ha rovinato tutto. Non metto i link. Fa ancora troppo male…

Non l’avrei perdonato nemmeno fosse stato Ronaldo o Vieri, figuriamoci questo slovacco scaleno che, notizia degli ultimi giorni, nel dopo-partita addirittura si chiedeva come mai tutti fossero così tristi e incazzati, e che insomma a lui di perdere uno scudetto all’ultima giornata era già capitato tre volte. Non mi capacito di come Materazzi, che ha riportato la notizia un questi giorni, non l’abbia terminato seduta stante…

Con il numero 25: Vampeta

La storia la sappiamo tutti, quella del giocatore un po’ Vampiro e un po’ Capeta (Diavolo), da cui l’accattivante soprannome. Il baffetto alla Clark Gable ed una certa metrosexualità hanno contribuito a celebrare la portata di questo “pacco”. Camminava per il campo come il peggiore Andrade dei tempi di Roma anni ’80 (non a caso soprannominato “Er Moviola”), venne presto spedito al PSG dopo che era stato compagno di Ronaldo ad Eindhoven. Del resto il Fenomeno, campione assoluto sul campo, è sempre stato rivedibile nel ruolo di talent scout: oltre a Vampeta, suggerì il terzino sinistro Gilberto

Lapidario il commento di Brunone Pizzul dopo la finale del Mondiale 2002: “E va beh… anche Vampeta è campione del Mondo…”. Sipario.

Con il numero 31: Jérémie… Brechet

Ennesimo tentativo di pescare il jolly per colmare l’annosa lacuna del terzino sinistro. Uno dei pochi casi in cui la parola “fallimento” può essere usata senza tema di smentita. Talmente scarso da risparmiare il giro di gogna mediatica al collega di ruolo e di maglia Alvaro Pereira.

Con il numero 34: Martin… Rivas

Confesso che ho dovuto ricorre alla rete per ricordarmi il nome. Del resto, questa è la sua pagina di Wikipedia. Il trascorso nerazzurro è pressocchè nullo, ma è la prova vivente di quel che potremmo definire l’indotto Recoba. Non solo 10 anni del Chino, con splendidi gol del 3-0 e lunghi mesi di apatia calcistica, ma anche una pletora di compagni di asado e di mate, tutti gentilmente forniti dalla scuderia di Paco Casal. Colpisco quindi il quasi innocente stopper quale monito indiretto alla gestione dell’epoca (per una volta non molto simpatttica).

Con il numero 45: Mario… Balotelli

Eh… Mario, Mario… cosa devo fare con te? Ti ho difeso per tanto, troppo tempo, prima di cedere ai ragionamenti da bar, ma non privi di una certa dose di verità: “il gran culo di quello lì è stato di essere nero, ché se era bianco non se lo cagava nessuno”. Fatte un paio di correzioni sulla consecutio temporum, e sgrezzata da una generosa dose di politically incorrect, l’affermazione non è così campata per aria: la carriera di Mario nostro è stata un’eterna promessa non mantenuta.

Continuo a ritenerlo il talento migliore della sua generazione (e non solo), capace di grandi gol… ma purtroppo solo di quelli, e nemmeno poi così frequenti. Intelligenza calcistica a livelli mediocri, un naturale istinto nell’infilarsi in qualsiasi casino, polemica, atteggiamento sconveniente, un’indolenza forse solo apparente ma che ha l’immediato effetto di indisporre chi ti viene a vedere “ué fioeu! se te gh’et minga voeuja de giuga’ vegni giò mi… per la metà dei danée che te dànn”. Ero lì la sera in cui ha sfanculato un intero stadio, da cui credo sia uscito indenne solo perché ha coinciso con la miglior serata di calcio vista a latitudini interiste da decenni. CI pensò comunque Matrix a rimetterlo in riga, seppur per poco. Potevi essere, non sei stato. Ciao.

Con il numero 54: Hakan… Sukur

Altro mito del Signor Carlo che, come avrete capito, ha gusti calcistici questionabili, e da me invece subito “nasato” come bidone. Ha segnato un golazo in un Derby: la cosa è stata sufficiente a farmi entrar nel cuore gente come Minaudo o Schelotto per cui figuriamoci… Niente a che vedere con bomber degli anni del Galatasaray, quando fece fuori il Milan dalla Coppa. Le ultime vicende politiche e umane hanno contribuito a rendermelo più simpatico, ma per il resto N.C.S. (Non Ci Siamo).

Lascio a voi ogni chiosa sull’elenco di malfattori calcistici appena scorso.

RIECCOLI

Urca… stavolta quello là chi lo tiene!

Lo so che lo state pensando. In effetti quanto successo nel weekend è benzina sufficiente a farmi borbottare per settimane, ma non posso dire di essere meravigliato di quanto successo.

Arrivo tardi, quando tanti hanno già detto molto, e spesso in maniera tanto estrema quanto corretta. Da parte mia aggiungo che la cosa non è nuova, che da sempre la Lega Calcio, lungi dall’essere portatrice di interessi della Serie A nel suo insieme, è in realtà prona agli interessi di pochi, (pochissimi, praticamente uno solo) anche quando questi vanno a scapito di quelli di molti.

La sola cosa che voglio rimarcare è questa: il rinvio di Juve-Inter da giocarsi domenica sera a porte chiuse è stato solo marginalmente spiegato con motivazioni relative alla situazione sanitaria. In realtà l’obiettivo principale -e arrivo a dire legittimo- della Juventus era non perdere un incasso plurimilionario. Sapendo che non sarebbe stato possibile far disputare il match a porte aperte, vista la situazione generale del Paese, ha fatto leva sul casino generale per procrastinare un incontro che avrebbe dovuto giocare in un momento di forma assai migliorabile: Sarri mai così in discussione, oltretutto autore di una gaffe involontaria ma gustosissima (“in Italia quei due episodi sarebbero stati due rigori per noi“), giocatori alquanto annebbiati, CR7 che mica può risolvere sempre da solo ogni partita, addirittura inediti “casi” in spogliatoio, come la più mestruata delle Inter degli ultimi anni.

Agnelli già nei giorni precedenti ha fatto di tutto per buttare la palla in avanti, avendo come unico obiettivo quello di non giocare. Non potendo motivarla così, ecco bella pronta la scusa ufficiale: non sarebbe stato bello per il calcio italiano trasmettere la partita più importante del campionato senza pubblico.

Tutto vero: la Serie A avrebbe offerto una versione migliore di sé con uno stadio pieno e festante.

Però, non potendo essere così per cause di forza maggiore, la sola risposta possibile da parte della Lega in un Paese civile avrebbe dovuto essere:

Mi spiace ragazzi, non è bello ma è il minore dei mali: si gioca domenica sera a porte chiuse“.

Del resto, e non occorrerebbe nemmeno doverlo ricordare, l’obiettivo principale della Lega è quello di garantire il regolare svolgimento delle partite e, conseguenza diretta, avere un campionato avvincente e attrattivo per tutti gli spettatori in Italia e all’estero.

Come reagisce l’Inter? Nemmeno malissimo, visto il pedigree dei soggetti coinvolti (Marotta e Conte erano a libro paga di quelli là fino a non molto tempo fa, che cacchio vuoi che ne sappiano di trovarsi dalla parte sbagliata della storia?).

Marotta in particolare definisce irricevibile e quasi provocatoria la proposta bianconera di giocare lunedì sera a porte aperte, ma solo con pubblico piemontese. Parla apertamente di Campionato falsato (come non citare Elio ed il suo capolavoro). Per una volta mi ha ricordato una delle poche uscite da applausi di Paolillo (mi pare fosse lui, purtroppo non trovo il link), vecchio dirigente nerazzurro di epoca morattiana:

Se non ricordo male c’era stata una richiesta da parte juventina di cambiare il campo per un turno di Coppa Italia (doveva giocarsi a Milano, chiesero di giocarla a Torino) e, quando comprensibilmente l’Inter aveva rifiutato, si erano inventati una soluzione del tipo “beh facciamo un sorteggio per stabilire dove si gioca”. A quel punto Paolillo -o chi per lui- aveva fatto un paragone azzeccato: È come se ti occupassero casa quando sei fuori, e al ritorno ti dicessero “tiriamo a sorte per vedere chi può rimanere”.

Battute a parte, fa bene Marotta a respingere qualsiasi ipotesi che possa rimediare a tale pasticcio, anche se proprio in queste ore sembra aprire all’ipotesi di un recupero da giocarsi lunedì prossimo a porte aperte.

Il mio sogno è banale e già auspicato da altre menti elette dell’interismo borbottante: schierare la Primavera contro quelli là, che si giochi domani, tra una settimana, tra due mesi. Che vincessero l’ennesimo scudetto da mani zozze, e chissenefrega.

Guarda caso, perfino in una situazione fuori da qualsiasi prevedibilità si è trovata la maniera di avvantaggiare qualcuno a scapito di tutti gli altri, in particolare di qualcun altro. Ma, al solito, a farlo presente passi per il solito rancoroso complottista. Ribadisco che anche 15 anni fa (non 150) ci dicevano così, e poi abbiamo visto quel che è successo.

Ma queste ultime giornate non ci hanno regalato solo le polemiche qui succintamente richiamate.

CR7 ad esempio ha colto al volo il rinvio della partita per precipitarsi al capezzale dei suoi ex compagni del Real ed assistere alla vittoria nel Clasico contro il Barcellona.

Devo essermi perso lo stracciamento di vesti della stampa che sindacava sulla professionalità del giocatore, che si reca a Madrid per una partita non appena saputo del rinvio della sua ed a pochi giorni dal ritorno di Coppa Italia col Milan.

Sì, il rimuginatore con memoria elefantiaca si riferisce al Superclasico River-Boca giocato a Madrid l’anno scorso e ad Icardi presente -insieme ad un’altra decina di giocatori di Serie A, CR7 compreso!– in tribuna a pochi giorni dal match contro il PSV, finito in pareggio nonostante un suo gol e valso la “retrocessione” dalla Champions all’Europa League.

Al solito: Maurito e signora insultati quali i peggiori terroristi, colpevoli a priori della possibile eliminazione dell’Inter dalla Champions (ce l’avete gufata voi, maledetti, chè lui aveva pure segnato!) silenzio assoluto per gli altri colleghi presenti al Bernabeu.

CR7 invece ha lasciato tanti amici che corre a salutare non appena ne ha la possibilità, e con cui magari un domani potrebbe anche riunirsi. Ah che bello l’amore…

Quasi meglio dell’aria frizzantina che si respira a Milanello Bianco.

Zorro Boban al solito non si tiene e spara dritto nei denti quel che pensa: difficile digerire certi affronti per uno come lui. Al solito: si può parteggiare per lui o per Gazidis se si è tifosi, non se si è giornalisti. Eppure, ancora una volta, il caso pare fatto apposta per l’ennesima suddivisione manichea. Da una parte i rimasugli della squadra dell’amore (Boban, Maldini, Ibra-che-vuole-solo-il-Milan), dall’altra i cattivoni che non rispettano il sarcofago di quel che fu una grande squadra (Gadizis il freddo contabile, Raiola lo stupratore di sogni).

In mezzo, la scomoda verità, che però nessuno sembra voler ricordare: che il Milan è messo male, ma male davvero, come Inter e Roma non sono mai state. Ha per ora accettato (senza in realtà poter far molto per evitarlo) un anno fuori dalle coppe, nella speranza di un piano di rientro più morbido, ma ancora non alle viste. Se nerazzurri e giallorossi hanno stretto i denti all’interno di un percorso tanto tortuoso quanto se non altro definito, i rossoneri continuano a tenere la testa sotto la sabbia, sperando in un indulto -forse formati al divino insegnamento del loro ex Presidente- o in una riforma pro domo loro del Fair Play Finanziario. Quello stesso complesso di regole salutato come unica medicina possibile per i Club spendaccioni a inizio anni ’10, è invece adesso -non senza ragioni- additata come il male assoluto. Guarda caso, proprio adesso che la sua mannaia dovrebbe abbattersi sulle verdi vallate (ma con conti rosso sangue) di Via Aldo Rossi.

Ribadisco: che sia il tifoso medio a bestemmiare contro la UEFA ci sta. Che la stampa faccia il coro, arrivando ad accusare velatamente Gazidis ed Elliott di avere il braccino corto, ci sta un pochino meno.

Ma saremmo bugiardi a dirci sorpresi…

Risultato immagini per juve inter rinviata

ALLA FINE C’È SEMPRE SOTTO IL MILAN

Uno normale di mente dedicherebbe una ventina di righe a commentare la recente pronuncia dell’UEFA che, quantomeno al momento, esclude il Manchester City dalle coppe europee per i prossimi due anni. Volendo fare il raffinato, accompagnerebbe il link della Gazza a quello più tecnico del sempre valido Marco Bellinazzo.

Io, fazioso, tendenzioso, rancoroso ed altri aggettivi in rima a scelta, decido invece di allargare l’inquadratura e fare un ardito -ma neanche tanto- parallelismo.

Ma andiamo con ordine. Tanti se non tutti sono comprensibilmente soddisfatti della sanzione inflitta al City: non tanto per antipatia calcistica -mica siamo tutti tifosi dello United- quanto perché con questo gesto la UEFA pare dimostrare per una buona volta che il Financial Fair Play non colpisce solo i “figli di nessuno”, bensì anche quelli che fino a poco tempo fa erano unanimemente considerati intoccabili mammasantissima.

La domanda che tanti di noi si sono fatti leggendo la notizia è stata: “E il PSG invece?” La risposta pare stare in un diverso atteggiamento dei soggetti inquirenti nel caso dei francesi, oltre ad una difesa basata su elementi di pura natura procedurale. Questo, più una sorta di buona condotta da parte del Club di Parigi negli ultimi esercizi contabili, avrebbe portato la squadra di Neymar e Mbappé a sfangarla, quantomeno per il momento: nello specifico, la percentuale dei ricavi derivanti da società riconducibili al fondo proprietario del PSG sono scesi grazie ad accordi siglati con aziende esterne alla proprietà, quali Nike e Accor, ma sono in tanti a pensare che i francesi siano “i prossimi della lista”.

Il punto a mio parere non sufficientemente sottolineato, tanto nel caso del CIty quanto in quello del PSG, è quello che tecnicamente è definito “fair value” di una sponsorizzazione: nel caso dei Citizens, la UEFA pare aver dimostrato che i ricavi ottenuti da alcune sponsorizzazioni del City fossero eccessivi rispetto ad un valore “normale”. Non solo: buona parte degli introiti derivanti dalla sponsorizzazione di Etihad in realtà paiono essere conferimenti in conto capitale del padrone (della squadra e della compagnia aerea), come tali in palese violazione dei principi cardine del FPF, secondo i quali la proprietà può finanziare il Club solo entro certi limiti, dal momento che il Club stesso deve potersi sostenere da solo.

Ecco: se fossi una persona normale il pezzo sarebbe completo così (cit.)

Invece, viviamo in un Paese che da anni celebra una realtà di provincia (il Sassuolo) nata unicamente come emanazione di un imprenditore (il compianto Commendator Squinzi) che ha perpetuato proprio quel mecenatismo che il FPF si proponeva di debellare.

Ecco il complottista che arriva al punto: Moratti era un annoiato miliardario che buttava i soldi dalla finestra per la sua Inter. Scandalo! Indegno! Immorale e antistorico.

Squinzi ha per anni piazzato lo sponsor della sua Mapei sulle maglie neroverdi versando al Sassuolo cifre degne di ben altri colori e palcoscenici, ma tutti ne hanno sistematicamente lodato lo spirito imprenditoriale e l’amore per la squadra, oltre alle sempre applaudite simpatie rossonere. Se ci pensate, la manfrina non è molto lontana da quella per cui oggi il City viene punito, e la mia sensazione da profano è che il Sassuolo non sia finito sotto la lente di osservazione dell’UEFA unicamente per non essere mai arrivato a disputare le Coppe Europee.

Ma se parliamo di Sassuolo, non possiamo non parlare di Milan.

Come sappiamo, anche i cugini sono alquanto impelagati con sanzioni UEFA, tetti di spesa e vincoli di mercato. Detta in termini prosaici: non c’è una lira da spendere, soprattutto dopo l’ingaggio di Ibra.

Potrà essere dura da accettare, ma non mi pare difficile da capire.

Eh, ditelo alla solita stampa italiana. Gli ultimi giorni sono stati costellati di notizie, che sarebbe più corretto chiamare speranze se non utopie, che tratteggiavano colpi mirabolanti e strategie espansionistiche per il club di Milanello Bianco, come se i meravigliosi anno ’90 fossero ancora tra noi.

Pronti? Via!

Il mio caffè del mattino di mercoledì scorso mi è quasi andato di traverso leggendo queste zuccherose righe dedicate a Boban e Maldini:

Tutto il pezzo era una contrapposizione manichea tra Gazidis il cattivone ed i due ex campioni che vogliono tanto bene al Milan e si fanno in quattro per portare avanti trattative all’altezza della nomea rossonera. Il fatto che, per l’appunto, non ci sia un soldo da spendere a leggere la Gazza è secondario, anzi, testuale:

“il duo Boban Maldini è stato stoppato su molte cose. Da Modric in poi, molte iniziative sono finite sotto la scure di Gazidis, direttamente autorizzato dal fondo Elliott”.

Fino alla speranza finale: il possibile ritorno in rossonero di Allegri che, Gazza dixit “vuole allenare in Serie A ma con un grande progetto“, definizione che ipso facto dovrebbe escludere il Milan dall’orizzonte.

Macché. I nostri arrivano anche a vette inesplorate, e con questo chiudiamo il cerchio. Il City rischia due anni senza Europa? Se il TAS confermerà, è presumibile una diaspora dalla sponda azzurra di Manchester verso altri lidi di giocatori e managers, Guardiola compreso.

La Juve parrebbe farci un pensierino: vero? Falso? Boh, quantomeno plausibile.

Ma perché limitarsi alla Juve? Ecco l’azzardo, buttato lì per vedere l’effetto che fa.

E comunque si lancia il sasso e si nasconde la mano: “Nonostante le tante difficoltà, in Inghilterra puntano anche sul Milan“.

Oh lo dicono gli inglesi eh, mica noi: però intanto…

A Milano dicono: se la va, la g’ha i gamb…

PIU’ BELLO COSI’?

…Boh, non lo so. Da buon trapattoniano, preferirò sempre un 2-0 ad un 4-2. Aggiungiamoci anche che, per quanto allenate, le mie valvole cardiache hanno subìto un duro colpo nei novanta minuti di domenica sera.

Però… vedere quelli là prima sfotterci anche simpaticamente (cit. per i soli soci del circolo culturale di Piazza Aspromonte), poi tirare fuori tutto il loro livore di donna che dopo anni riconquista il proprio uomo conteso alla rivale, e infine vederli sprofondare dove meritano sotto i colpi dei nostri, è senz’altro un bel modo di concludere il weekend.

Facciamo ordine: formazione sbagliata nel primo tempo. No, Conte non c’entra. C’entriamo io e mio figlio, e sinceramente mi stupisco della leggerezza di entrambi, solitamente così attenti alle scaramanzie domestiche. Io allungato sul divano, il rampollo poltronizzato in pole position. Inizia il match e -cazzo- quelli là giocan bene. È palese la loro dipendenza da Ibra, giocatore immenso (si sapeva) ed anche saggio (questo si sapeva meno) nel capitalizzare i suoi punti di forza a vantaggio della scarsa mobilità data dai 38 anni suonati.

La cosa -interessante da un punto di vista sociologico e comportamentale- è come anche altri compagni trovino giovamento dalla sola presenza dello svedese in campo. Sembrano veramente bambini sperduti a cui serve il cuggino gruosso per farsi coraggio e giocar bene.

Merito di Zlatanasso o colpa del nostro invornimento, il primo tempo del Milan è nettamente il migliore delle ultime stagioni, palese rimprovero all’atteggiamento nerazzurro.

E dire che, per una volta, ai nostri avevo dato fiducia: la sconfitta della Juve e la vittoria della Lazio sembravano fatte apposte per spingere i nostri all’ “oggi o si vince o si vince“, e sappiamo bene come tante altre volte una situazione simile si sia tramutata nella classica tafazzata sotto forma di sconfitta in casa con l’Udinese di turno o pareggio insipido con l’ultima in classifica. Ecco: uno dei meriti di Conte è stato quello di farmi uscire questi pensieracci dalla testa, al punto da fregarmene perfino delle scaramanzie da divano.

In altre parole: chi scrive pensava: stasera li massacriamo!

Ecco, ben ti sta! mi sono detto da solo nell’intervallo, dopo aver visto Ibra segnare di fatto due gol da solo (con Padelli ben più determinante di Rebic) e i nostri non capirci il resto di un cazzo per buona parte del tempo. Certo, avremmo potuto confermare le litanìe di squadra cinica e bla bla bla con l’unica bella azione dei primo tempo: Lukaku scatta sulla destra e lascia indietro Alessietto Romagnoli, la mette in mezzo dove Vecino spara un rigore in movimento tra le braccia di Donnarumma.

Stomachevole il bordocampista rossonero che subito dopo frignava allertando gli spettatori che “Gigio non ce la fa! Gigio si è fatto male!” e apostrofando Romagnoli nell’intervista a fine tempo “Ale“, manco fosse suo fratello. Potere della grande famiglia rossonera

Con le squadre negli spogliatoi, espletiamo le funzioni alimentari in men che non si dica e cambiamo formazione in salotto: io in poltrona presidenziale col rampollo di casa ai distinti divanati a mugugnare a mezza voce “qui bisogna fare subito il 2-1 e poi vediamo“.

Detto fatto: nemmeno il tempo per maledire il solito tiro del cacchio di Candreva che Brozo pensa bene di piazzare un sinistro al volo che esaudisce il desiderio di Jimmy Wikipetula (uno dei mille modi in cui chiamo mio figlio: sto già mettendo da parte i soldi per lo psicologo). Il tappo della bottiglia è saltato, e tempo due minuti Vecino la prende ancora, capitalizzando al meglio l’imbucata di Godin e l’assistenza di Sanchez. Lunghi secondi di suspence per il giusto controllo del VAR (il cileno da una prima immagine a me sembrava in drammatico fuorigioco), e quando l’arbitro fischia, Sky allunga il dramma per qualche altro secondo, indugiando su un primissimo piano del sorriso di Lukaku che poteva sembrare tanto sincero nella gioia quanto amaro nella beffa per un ipotetico annullamento. Una finezza tecnica degna di mamma RAI.

Si riparte dal 2-2 e, contrariamente a quel che pensavo, passa del tempo prima del nostro vantaggio. Loro sono appassiti in concomitanza con Ibra, ma noi abbiamo impiegato più di quanto lecito per incartare la partita e portarla a casa.

Ci pensa il miglior difensore della Serie A, Stefan De Vrij (arrivato a parametro zero, lo ricordo per quelli che “l’Inter non azzecca un acquisto dai tempi di Ronaldo“) con quella che Pellegatti ai tempi chiamava torsione scopadea. Gol della Madonna con il buon Alessietto a guardare. Ibra dà un ultimo segnale di esistenza tentando di brutalizzare il pur robusto Skriniar e colpendo un palo de capoccia (ma sarebbe stato fallo in attacco), Barella si mangia il 4-2 arrivando esausto dopo 60 metri lanciati, e quando tutti implorano Vecino di tener palla e guadagnare l’angolo, il Charrùa pesca invece Moses che a sua volta la mette in mezzo per Lukaku che timbra il cartellino in coda ad una partita di grande sacrificio.

La goduria è massima, e prosegue in una ragionata rassegna del pre e post Derby alla quale non posso sottrarmi.

PRIMA

Se ben ricordate l’anno scorso la Gazza nel presentare il Derby si era esibita in una supercazzola che riusciva a lodare l’Inter per un valore della rosa maggiore di quello dei cugini, e al contempo salutare con entusiasmo il maggior monte ingaggi dei milanisti rispetto ai colleghi bauscia. Stavolta qualcuno dà numeri e commenti più ragionati (siamo i più forti, la nostra rosa vale di più e conseguentemente “costa” di più). Siccome però occorre comunque trovare qualcosa in cui il Milan sia superiore all’Inter, ecco gli emuli del Geometra Galliani: se consideriamo la media punti da Gennaio ad oggi (facciamo l’altro ieri va…) il Milan ha una media punti più alta di quella dell’Inter.

DOPO

Del -19 prima della partita, fatalmente diventati -22 al 90′, tutti zitti o quasi. Resta fondamentale ricordare di un primo tempo in cui i 19 punti in più sembravano a favore del Milan, e ripetere che con Ibra la media punti è raddoppiata.

Quando però era all’Inter, pur con l’Inter che vinceva a mani basse, si parlava di Ibradipendenza.

Interessante poi leggere come la gloriosa rimonta sia partita da un “tiro sbagliato” di Brozovic. Giudizio tecnico nientemeno che Mario Sconcerti, forse noto per le gragnuole di gol da trenta metri nei tornei di redazione negli anni ’70 ed endemicamente incapace di fare un complimento all’Inter che sia netto, perentorio. No: ci vuole sempre il “però” il ridimensionare, il non eccedere in facili entusiasmi. È pur sempre quello che riuscì a definire mediocri o giù di lì l’ultimo scudetto di Mancini e i due di Mourinho perché conquistati con meno punti rispetto ai 97 dell’anno di grazia 2006/2007.

Del resto il giochino, da me anticipato ma assai prevedibile, è ormai chiaro: l’Inter va male? Che ci vuoi fare? È fatta così. L’Inter vince? Quanto conta Conte (cit.)

Infine, il pensiero della buonanotte che ci fa sentire tutti persone migliori: sempre consolatorio, anche quando non ce ne sarebbe motivo, ricordare che il mondo è un brutto posto unicamente per colpa di Mauro Icardi, che spaccava gli spogliatoi. La battuta è perfino banale: facile far danni in quello dell’Inter, “spaccato” per definizione.

Anche un innocuo commento di Perisic all’amico Brozovic, capitano nel Derby complice l’infortunio di Handanovic, diventa un buon gancio per ricordare che lui e l’altro non si sono mai amati.

Grazie, rischiavamo di dimenticarcene.

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TEMPI DA VALUTARE

Un po’ di robe che avevo “nasato” e puntualmente si sono verificate:

Ashley Young a sinistra è come tutti gli esterni destri a sinistra. Bravo, diligente, dotato di intelligenza calcistica, sistematicamente sbilanciato sul piede forte e quindi sull’interno del campo. Ho smesso di contare le volte in cui, nel mercoledì di coppa e nella domenica di Udine, è arrivato sul fondo per poi rientrare sul destro e metterla in mezzo. Ribadisco: è forte, intelligente, fisicamente a posto, abituato a grandi palcoscenici. Tutto quello che volete. Ma è l’ennesimo adattato a sinistra.

Come constatato dal rampollo di famiglia, che lo pensava mancino “Ah, ma allora a sinistra non abbiamo risolto niente”. Esatto, Pancho.

Guardando indietro al mercoledì di coppa, abbiamo visto il signor Doveri proseguire nella colata di simpatia degli arbitri verso i colori nerazzurri. Pronti via e blocca un contropiede clamoroso – Iachini diventa una belva contro i suoi per quanto sono stati polli – facendo ripetere una rimessa laterale da battere circa 73 cm più indietro. Dopo il gol di Candreva, pur non avendo ravvisato nulla, attende fiducioso che dal VAR qualcuno gli dica qualcosa e possa così annullare il vantaggio nerazzurro. Nice try, sarà per la prossima…

Guardando in casa nostra, continuano i misteri da infortunio. Almeno in questo l’Inter è stata pioniera, decidendo già a inizio anni 2000 di non rivelare mai le effettive entità degli infortuni e soprattutto i tempi di recupero previsti.

Legittima l’esigenza di tutelare la confidenzialità di questi dati e la privacy del calciatore. L’effetto collaterale è lasciare che la stampa scriva quello che vuole, e che i tifosi facciano supposizioni basandosi sul nulla.

Prendiamo Brozovic, azzoppato nella trasferta di Lecce. Tutti subito si sono eccitati prevedendo scenari apocalittici (“salta anche la Juve???“), per passare poi all’eccesso opposto (“dovrebbe rientrare già col Cagliari o al più tardi in coppa con la Fiorentina”).

Portando il tutto agli ultimi giorni, abbiamo potuto ammirare lo stesso Brozo con Sensi uno accanto all’altro… ma in tribuna e non in campo, con Eriksen ad appoggiare il trolley dell’aereo in panchina e giocare una mezz’oretta per pura emergenza ed un’altra dimenticabile ora ieri a Udine.

Apprendiamo altresì che Gagliardini ne avrà per un mese, che in compenso Asamoah è ancora vivo e che Borja Valero non è al meglio. Da buon ultimo, Handanovic si scassa il mignolo e rimane seduto a Udine. Ci sarà nel Derby? Ecco l’ineffabile risposta del sito ufficiale. Ecco l’inevitabile gufata della stampa.

Cambiando sponda del Naviglio, lo storytelling da romanzo rosa del Milan addiviene a più miti consigli, e quindi passiamo da Robocop/Pistolero Piatek cercato dal Tottenham per sostituire Kane (se non è blasfemìa, poco ci manca) alla maledizione del numero 9 che colpisce ancora e lo spedisce dritto-dritto all’Herta. Andiamo a Berlino Fabio! (cit.)

Nulla in confronto al ventilato scambio Paquetà-Bernardeschi, lisergica conferma del clima connivente tra le due diversamente strisciate. Quindi, per capire, la stessa Juve che ha snobbato uno scambio con Rakitic più 10 milioni, sarebbe stata interessata a scambiare il talentuoso ex-Viola con quel pacco di Paquetà. Il tutto con Gadzidis del Milan a dire “no grazie” (“perchè non c’ho una lira”, aggiungio io) Se lo dite voi…

Nulla di drammatico per i valori glicemici rossoneri: c’è pur sempre l’esordio del piccolo Maldini a dare un altro giro di giostra al can-can della grande famiglia rossonera. Di mio ci aggiungo l’ennesima botta di culo dei cugini, che senza Ibra rischiano seriamente di perdere in casa col Verona: pareggio di Çalhanoglu su autorete, due pali del Verona, rigore assai dubbio non concesso agli scaligeri, gli ultimi 25 minuti giocati in 11 contro 10… Poi, al solito, al 92′ il palo lo pigliano loro e sembra quasi che quelli sfigati siano stati i rossoneri.

Inevitabile per la stampa soffermarsi sull’importanza capitale di un 38enne (per quanto forte) nella squadra, ma il contorno è costituito da abbondanti giri di parole aleatori e come tali poco confutabili, all’insegna del “l’impressione è…” “si ha come la sensazione che…” “lo spirito è tutt’altro rispetto a un mese fa…”.

Le speranze ed i timori sono tutti rivolti a domenica sera, quando verosimilmente Zlatanasso tornerà al centro dell’attacco rossonero. I cugini navigano in brutte acque, e non lo scopriamo certo oggi, eppure hanno la capacità di farmi una paura del diavolo (no pun intended) ogniqualvolta ci giochiamo contro. Siamo pur sempre quelli che sono riusciti a far segnare a Comandini l’unica doppietta della sua carriera in Serie A e a far sembrare Serginho un terzino sinistro. Se svesto i panni da antimilanista atavico, debbo riconoscere che Théo Hernandez e Leao, per quanto acerbi e tatticamente migliorabili, sono due talenti puri e come tali temibilissimi, soprattutto per una difesa come la nostra che non ha nella velocità la miglior arma a disposizione e che dovrà fare a meno di Bastoni.

Insomma, inizierà il clima pre-derby con nottate a fissare il soffitto e paure -si spera immotivate- anche per l’ultimo dei panchinari rossoneri.

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DACCI OGGI IL NOSTRO DISGUSTO QUOTIDIANO

Poco da aggiungere rispetto all’aggiornamento di settimana scorsa, se non un paio di cose “esogene”.

Internamente, continua (e anzi, spero finisca) il mese dell’invornito, con la terza partita sbloccata e poi buttata via a un quarto d’ora dalla fine. Forse un filo di intensità in più rispetto a Lecce, un paio di occasioni nette ma non concretizzate da Sensi e Lukaku, ma in generale un numero di giri che rimane troppo basso.

La novità di giornata, che -poi vedremo- novità non è, arriva appunto da fuori. Torniamo cioè ad essere snobbati da arbitri ed istituzioni, ovviamente stando al passo coi tempi. Faccio finta di credere che sia finito il tempo in cui ti fischiano dal nulla un rigore che non c’è o te ne negano uno palese, ma restano tanti altri modi per farti capire che in un’ideale scala di considerazione presso la classe arbitrale tu, interista, sei saldamente in zona retrocessione.

Provo quasi pena per Conte, geneticamente impossibilitato a capacitarsi di un simile trattamento. Personalmente, provo sempre una sorta di piacere perverso nel vedere il nuovo Mister di turno scontrarsi con la realtà che, a queste latitudini, viviamo con rancorosa rassegnazione da anni. Vedi i Ranieri, gli Spalletti, i Conte strabuzzare gli occhi e sacramentare increduli e per lo meno ti consoli: “ah, allora tutto quello che (ci) succede non è normale…”.

Nello specifico, l’arbitraggio di Manganiello non è macchiato dall’errore che falsa il risultato in maniera palese: io avrei dato il rigore su Young e avrei anche qualcosa da dire sul contatto Joao Pedro-Godin che precede il loro pari, ma devo confessare che la spintarella di Martinez sul gol è veramente al limite.

Il punto è un altro, e sta nel metro di giudizio e la strafottenza dell’arbitro. Segna El Toro, Manganiello convalida facendo ampi segni di aver visto e aver valutato la spinta come veniale, ciononostante attende l’ok del VAR (che, a quanto capisco, non potrebbe intervenire per una valutazione soggettiva dell’arbitro di campo, ma va beh…). Arrivata la benedizione dalle alte sfere, si riparte 1-0 per noi e, da lì in avanti, in buona sostanza smette di fischiare ogni tipo di fallo sui nostri.

Al 93′, e quindi dopo un’oretta di andazzo del genere, Martinez e in subordine gli altri ovviamente sbagliano a protestare in quella maniera, e Lautaro in particolare la combina grossa rischiando di rimanere seduto per più di una partita, ma siamo alle solite: il bambino petulante ti tampina per un’ora e alla fine tu salti per aria e becchi la nota.

La cosa che, al solito, mi fa inalberare ancor più della condotta arbitrale è il giudizio dei Crosetti di turno, tutti bravi a condannare la reazione esagitata dei nerazzurri, atteggiandosi a maestrini petulanti quando non a tifosi da Bar Sport. La Stampa a Torino per anni l’hanno chiamata La Bugiarda, ed evidentemente i soprannomi vanno meritati e mantenuti:

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Il tutto nella stessa giornata in cui la Juve perde (e male) a Napoli, facendo vedere per l’ennesima volta i limiti del progetto Sarriano, per una volta nemmeno coperti dalle prodezze del singolo.

Anche qui, rapido ripasso di complottismo: CR7 segna per la millesima partita di fila e, con Dybala e Higuain, sta tenendo la Juve in testa alla classifica nonostante una manovra che di armonia e spettacolo ancora poco fa vedere. Eppure, nessuno che osi cedere ai tanto comodi Luoghi Comuni Maledetti. Del resto stiamo pur sempre parlando di Juve, di Sarri, di CR7, mica di Inter e del centravanti di turno: si vede che la frase “sfrutta i colpi del campione per supplire alle carenze di giUoco” non viene bene detta con accento torinese…

CALCIOMINCHIATA – LE ULTIME DAI CAMPI

Oggi, dopo settimane nelle quali “questo è il giorno giusto per Eriksen”, il danese dovrebbe ufficialmente diventare un giocatore dell’Inter. Gran colpo, non c’è che dire, prendi a 20 milioni un giocatore che ne vale serenamente il quadruplo. Però…

Però, puttanaeva: sei partito facendo il figo e offrendo 10 milioni, e come uno stillicidio sei passato a 13, 15, 17 per poi capitolare agli inamovibili 20 chiesti dal Tottenham (anzi, pure qualcosina in più).

Per tanto così, e sapendo che Levy è un osso durissimo, non era meglio accettare subito i 20 milioni e portarselo a casa due settimane fa? Capace che tra Lecce e Cagliari un paio di punti in più li avremmo fatti… E in ogni caso avrebbe già un paio di settimane di allenamenti in gruppo.

Va beh, meglio tardi che mai.

Per il resto, noto con piacere che Young, comprato come esterno sinistro, ha debuttato (a destra) e messo un ottimo assist per Martinez (sempre di destro). Attendo di vederlo sull’altra fascia per capire se, arrivato sul fondo, sarà altrettanto bravo col mancino o se farà il rinterzo effettato con sbiliguda veniale per rientrare sul destro e crossare.

Le ultimissimissime dicono di un Vecino che potrebbe restare, anche se più per mancanza di offerte all’altezza che per reale convincimento. Se così fosse ne sarei felicissimo: a parte il debito di un paio di gol passati alla storia, il Charrùa è superiore a tutti gli eventuali rimpiazzi di cui si è parlato in queste settimane.

Segnalo che la punta di scorta diventa ancora più urgente dopo la pazziata di Martinez: continuo a preferire Llorente a Giroud, ma uno dei due è necessario che arrivi il prima possibile. Ricordo che tre delle prossime quattro saranno con Milan, Lazio e Juve.

CARI FOTTUTISSIMI CUGINI

Rieccoli, i MeravigliUosi, e devo dire che (non) mi erano mancati.

Nell’ordine: dopo due considerevoli botte di culo con Udinese e Brescia, tutta la stampa è allineata nel ricordare le “quattro vittorie consecutive, se consideriamo anche la Coppa Italia“.

Non solo. Formati al divino insegnamento del Geometra Galliani, se consideriamo la media punti da Gennaio in avanti, il passo è addirittura “da scudetto“. La stessa Coppa Italia, da sempre terzo obiettivo stagionale per chi ha le coppe Europee, per i rossoneri (digiuni anche quest’anno da gite infrasettimanali) può valere 25 milioni di ricavi.

Che Piatek, Suso e Paquetà dal GreNoLi del 2020 siano passati ad essere tre pacchi che non si riesce a piazzare a nessuno è una verità scomodissima da ammettere; meglio dire che sono “il tesoro del Milan“. Il succo è lo stesso ma fa tutto un altro effetto.

Il “Giova” direbbe “intanto c’ho un capitale immobilizzato e gli interessi...”

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Come dico spesso, sapendo di ripetermi: c’è una parte di Milano in cui splende sempre il sole.

Lascio alla fine quella che ritengo la cosa più insopportabile.

Il Milan, come sappiamo, è una grande famiglia, ma non solo. La strategia comunicativa rossonera prevede che tutti i personaggi di successo, le squadre più vincenti di un determinato periodo, i campioni presenti o passati, siano comunque assimilabili al Milan: il ragazzo tifa Milan fin da bambino, la tal squadra gioca proprio come giocava il Milan di Sacchi/Capello/Ancelotti, il tal campione ricorda gli anni del Milan come i migliori della sua vita.

Siamo tutti amici, ci vogliamo bene (cit.)

Ora: cerco di dirla bene sapendo che sto camminando sulle uova.

Una cosa del genere per me è da vomito:

Con questa roba qui il Milan ci dice: la morte di Kobe è una tragedia per tutti, ma per noi un po’ di più perchè tifava Milan, quindi era più amico mio che tuo. Manca solo il gnégnégné alla fine.

Non mi aspettavo niente di diverso da loro, solertissimi a postare l’inevitabile -e giusto, per carità- messaggio di cordoglio per la scomparsa di un tale campione.

La manfrina del lutto al braccio e del minuto di silenzio l’hanno proposta ieri, ed ero stato contento di sapere che in un primo momento la Lega Calcio avesse negato l’autorizzazione, come a dire: il calcio non c’entra una mazza. Kobe sarà doverosamente ricordato nel prossimo turno di campionato di basket, che era il suo sport.

E invece, grazie al combinato disposto tra potenza mediatica da tardo impero e scrivani di corte compiacenti, stasera assisteremo a questo atto di prepotenza emozionale.

Non che a Milanello Bianco siano nuovi a colate glicemiche del genere.

Nell’ottobre del 2011, con il povero Simoncelli appena scomparso, prepararono in fretta e furia la maglia per l’occasione, da esibire oltretutto in tutt’atro contesto, e cioè mentre Gattuso parlava dei suoi problemi all’occhio di quella stagione (peraltro curati tardi e male dal mirabolante MilanLab):

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Chi mi sta vicino mi dice che quando fra cent’anni dovesse capitare la stessa cosa a un grande personaggio di dichiarate simpatie nerazzurre, anche l’Inter farà così.

Non credo, proprio perchè lo stile è qualcosa che hai dentro.

Se così dovesse essere, non avrei problemi a dichiarare il mio disgusto.

Dopodichè, l’ultima cosa che voglio fare è tirare il povero Kobe per la giacchetta. Che la terra sia lieve a lui, alla figlia e a tutti gli altri.

OTTOBRATA RANCOROSA

PUNTO TENNICO

Il momento che speravo di vedere il più tardi possibile, si è invece palesato nell’ultima settimana giocata: pur facendo due figure più che dignitose, l’Inter esce dagli incroci con Barcelona e Juventus con zero punti.

Hai voglia a smargheritare con i pronostici della vigilia chiedendoti “ma se dovessi vincerne solo una, quale preferiresti?”.

Siamo quindi alla pausa nazionali con una classifica che continua ad essere di tutto rispetto ma con morale e giunture un po’ cigolanti.

Se pensiamo alla partita con la Juve, è parsa diretta la correlazione tra uscita di Sensi e fine del gioco: troppo importante il piccoletto nel centrocampo nerazzurro. Non solo lo trovi ovunque a far la cosa giusta, ha anche il piacevole effetto collaterale di sgravare Brozovic di un po’ di lavoro. Sono in due a smazzarsi la costruzione della manovra, chè ormai tutti hanno capito che con uno schermo sul croato blocchi il grosso del traffico e riduci il possesso palla al ti-tic ti-toc tra i centrali di difesa.

Lunga vita agli adduttori di Sensi, quindi, che se non altro si risparmia la convocazione in Nazionale -che in compenso ci ha già omaggiati di una caviglia di Sanchez ed un dito di D’Ambrosio- ma che verosimilmente non vedremo alla ripresa del Campionato. Il calendario mette in programma la trasferta di Sassuolo, già indigesta ai nostri per definizione, e ancor più scomoda del solito vista la recente scomparsa del patron Squinzi.

Quale miglior occasione per i suoi giocatori di ricordare il loro presidente di note simpatie rossonere“. Già me la sento la canea mediatica…

Ecco: giocarsi quella trasferta senza (tra gli altri) il piccolo-grande ex sarà ancora più complicato, e sarà il primo vero banco di prova per gli uomini di Conte. Come ben sappiamo, già altre volte negli ultimi anni l’Inter aveva infilato una bella serie di vittorie, (Pioli e Spalletti arrivarono a sette), ma ai primi tentennamenti il castello di carte era crollato facendoci ricominiciare ogni volta dalle fondamenta o quasi.

Di più: ad ogni filotto di risultati nel passato si era puntualmente alzata la gufata massima “quel che è evidente è che l’Inter di (…inserire nome del Mister di turno) non ha più le amnesie di una volta e non ci saranno più blocchi mentali e montagne russe”.

E’ quel che dicono anche adesso e, se fossi un osservatore esterno, potrei anche essere d’accordo. Conosco però troppo bene le strisce nerazzurre per dormire sonni tranquilli, e vedo quindi nella ripresa post-Nazionali un ciclo di paratite solo apparentemente morbido.

Il tour emiliano (Sassuolo, Parma, Bologna), con incursioni sul Garda (Brescia, Verona) pare fatto apposta per fare filotto pieno e mantenersi ai piani altissimi della classifica. Vuole però anche dire zero margine di errore e tutto da perdere: basta un pari e torniamo alla solita Inter che butta tutto alle ortiche. Senza contare che in questo bel giretto autunnale c’è anche -se non soprattutto- il doppio incrocio col Borussia per giocarci le poche chances rimaste in Champions.

Andonio e il Gatto Pancrazio che si porta in testa non avranno bisogno di suggerimenti, ma quel che direi io ai ragazzi è “calma: non abbiamo fatto un cazzo. Anzi… testa bassa e pedalare“.

PUNTO COMPLOTTO

Ci sono alcune cose che non cambiano mai, ed altre invece che sono nuove ma che vanno nella stessa direzione. Cerco di spiegarmi partendo dalle certezze granitiche.

Zlatan Ibrahimovic ha giocato due stagioni con la Juve, tre con l’Inter e due col Milan. Questo vuol dire che, volendolo proprio tirare per la giacchetta, il Club italiano in cui è stato per più tempo è stata l’Inter.

Ciononostante, il suo triennio nerazzurro è costantemente lasciato in disparte, quando non ignorato in toto, ogniqualvolta i giornali parlano di lui. Foto di archivio in maglia gobba o rossonera, dichiarazioni relative al calcio italiano sempre rivolte alle altre due strisciate, condite da amarcord all’insegna di “quanto stava bene Ibra alla Juve e al Milan”.

L’ultima conferma in questo senso si è avuta nell’intervista rilasciata a margine dell’inaugurazione della statua a lui dedicata a Rosengard, in Svezia. Queste le sue parole:

Se posso venire in Italia non vedo il problema, faccio meglio di quanto facciano quelli che ci sono ora. Secondo me la Juventus sta facendo grandi cose, è il simbolo del calcio italiano per la squadra e i calciatori che hanno. Anche l’Inter sta facendo grandi cose con un grande allenatore, stanno spingendo molto. Le altre squadre stanno provando qualcosa ma non sono ancora a livello della Juve e più staccata c’è l’Inter secondo me. Mi dispiace tanto per il Milan, per me deve essere un top club per risultati e per investimenti, con i migliori giocatori del mondo. Ma al momento non è così.

Il grassetto l’ho aggiunto io di bellezza. Questo invece il modo in cui sono state riassunte sui giornali italiani:

Onore alla Juve, carezze malinconiche all’amatissimo Milan. Fine delle trasmissioni. Chi l’avrebbe mai detto? Del resto, la damnatio memoriae del periodo nerazzurro non è certo una novità: tra i millemila esempi, ecco come veniva descritto Zlatanasso in estate dall’ineffabile redazione sportiva di Repubblica:

Passiamo invece alle novità: la stampa plaude agli acquisti nerazzurri e riconosce il valore di alcuni di loro: nello specifico parliamo di Lautaro, Sensi, Barella e Bastoni.

Bene, direte voi, vedi che fanno complimenti anche all’Inter? Vedi che sei paranoico? Sì, certo, aspettate un attimo.

Di Sensi si riesce a dire testualmente che il suo rendimento altissimo per l’Inter è un limite. Non basta: altrove si parla dell’ottima accoppiata Sensi-Barella, aggiungendo prontamente che però mancano le alternative.

Ancor più interessante la disamina sul giovane difensore Bastoni: tutti entusiasti per l’esordio del ragazzo a Genova contro la Samp, ma altrettanto pronti a spegnere facili entusiasmi: occhio che col ragazzino che vien su bene, potrebbe anche partire Skriniar!

Concetto simile per il Toro Martinez: bravo, bene, tutto quel che volete… Certo che adesso la clausola è da ritoccare, c’è pur sempre il Barcellona che lo corteggia.

Concludendo: la novità è che si parla bene di molti giocatori interisti (a mio parere è un modo indiretto per fare i complimenti a Conte, ma ammetto che il mio è un processo alle intenzioni). La conferma è che il mercato è quella cosa che per ogni altra squadra rappresenta un’opportunità, e per l’Inter sempre e solo una minaccia.

PUNTO ORGOGLIONE

E’ di qualche giorno fa la notizia che l’Uefa ha premiato l’Inter quale miglior settor giovanile europeo. Mi piace anche in questo caso riportare il testo ufficiale perchè dice molto, soprattutto a chi vuol sentire:

“La Commissione Esecutiva della Uefa ha scelto di premiare FC Internazionale Milano per la categoria ‘Miglior Club Professionista’. Questo premio viene assegnato alle società che, oltre alla propria attività professionistica, si impegnano in un’agenda ricca di specifiche iniziative sociali a dimostrazione dell’impegno del club per le comunità locali e l’attività di base. La Commissione Esecutiva ha ritenuto che l’Inter meritasse di vincere questo premio.”

Questo in risposta ai tanti Arrighi Sacchi che hanno sempre sputato veleno su un Settore capace nell’ultima quindicina di anni di vincere campionati in quantità, di far esordire tanti giocatori nella massima Serie, e soprattutto di accompagnarne la crescita sportiva a quella umana, culturale e professionale (anche qui, tra i tanti esempi, prendo quello del giovane Natalino).

Tanto per essere chiari, e tornando alla motivazione: quelle poche righe dovrebbero tappar la bocca e far arrossire tanto i critici del “cosa conta vincere il Campionato Allievi, è più importante preparare questi ragazzi allo sport e alla vita in generale” quanto i cinici del “Bella la manfrina di Inter Campus e Inter Academy, ma l’Inter è una squadra di calcio e di tanti ragazzi non ce n’è uno che poi arriva ad alti livelli”.

Come contrappunto di puro dispetto ricordo ai più distratti che i nostri cugini, quelli che propongono giUoco (cit.), sono attualmente nella Serie B del Campionato Primavera.

Come si dice in questi casi: me so’ sfogato.

CONTRASTI E STRATEGIE

CONTRASTI

Uno dei rischi del reiterare nel tempo la stessa tesi è quello di ritrovarti a scrivere sempre lo stesso pezzo. Lì per lì ti pare di non aver niente di nuovo da dire, eppure la produzione di prove ed evidenze in quantità ti conforta e porta mattoni alla tua “casetta dei complotti”.

Quindi, sunteggiando al massimo, la domanda retorica potrebbe essere così posta: Com’è che il Milan non c’ha manco gli occhi per piangere, non sa se e come arriverà a domattina, eppure tratta Sensi, Schick, Ceballos, Torreira, Mancini, Veretout e Mario Rui, provando anche lo sgambetto all’Inter per Barella?

E com’è che l’Inter, che pure a Maggio è uscita dal Settlement Agreement –finalmente qualcuno pare accorgersene!– continua ad avere l’assoluta necessità di fare plusvalenze (20 , 30, 40 milioni!), cosa che invece per tutti gli altri è solo un’opportunità da cogliere if and when?

La risposta, nemmeno troppo fantasiosa ma terribilmente reale, è che #ècomplotto.

Il fascino di dipingere un’Inter in difficoltà, a navigare a vista in mezzo al mare in tempesta è evidentemente irresistibile, con i nostri pennivendoli incapaci di cambiare spartito nonostante il mood della serata suggerisca di cambiare repertorio. Quel che su una sponda del Naviglio è un rischio, un pericolo, un ostacolo cui fare attenzione, sulla riva “giusta” e zuccherosa è invece un’opportunità, un sogno, un progetto. L’ho già scritto, lo so, non rompete. C’ho ragione e lo sapete anche voi.

Negli anni cupi delle nozze coi fichi secchi abbiamo salutato ad ogni finestra di calciomercato le partenze di Icardi, Perisic e compagnia, prontamente rinfoderate dagli scrivani di corte e rimandate alla fermata successiva. Nessuno, dico nessuno, ha mai fatto un’analisi complessiva del periodo di vigilanza-UEFA cui l’Inter ha dovuto sottostare e del come sia riuscita ad uscirne economicamente indenne o quasi.

E’ innegabile che i risultati sportivi degli ultimi 5 anni nereazzurri siano stati al di sotto della storia del Club. Gli ultimi due anni, con la qualificazione in Champions raggiunta all’ultimo, hanno risollevato una media davvero bassa visti i 110 anni di storia nerazzurra.

Ciò detto, vediamo anche di capire a fondo il periodo che l’Inter si sta mettendo alle spalle. Il termine di paragone in Italia non può che essere la Roma, unica altra squadra ad aver dovuto accedere al Settlement Agreement per risolvere i propri problemi di bilancio.

Senz’altro lo scouting giallorossi (Sabatini in primis) ha permesso ai lupacchiotti di scovare negli anni carneadi o giocatori dimenticati, facendoli diventare (o tornare ad essere) ottimi giocatori: Alisson, Rudiger, Manolas, Strootman, Lamela, Kolarov, El Shaarawi.

Il tifoso romanista obietterà che poi nulla è stato fatto per tenere in rosa il talento fatto crescere, e non potrei essere più d’accordo. Uno dei passaggi più significartivi dell’addio di De Rossi è stato proprio il riferimento al “livello successivo” cui ci si avvicinava sempre ma a cui non si arrivava mai, viste le periodiche necessità di vendere per far cassa:

Piccolo dispiacere negli anni è che tante volte, anche con la passata stagione, ho avuto la sensazione che la squadra ha fatto un passo indietro sul più bello“.

Daniele De Rossi, 14 maggio 2019

L’Inter, se mi si passa il paragone, di talento in questi anni ne ha generato meno. Si è trovata un centravanti come Icardi quasi senza farlo apposta, ha fatto crescere bene i due croati e ha pescato il jolly con Skriniar due anni fa. Contrariamente alla Roma, è però riuscita a tenerli in rosa, riuscendo a chiudere i vari bilanci entro i limiti prefissati dall’UEFA e sbugiardando le cassandre che preconizzavano de profundis a mezzo stampa, per la epidermica goduria di chi scrive.

In sostanza: voto 8 al ragioniere, voto 5 al direttore sportivo.

Ho sempre pensato che, soprattutto in periodi di ristrettezze economiche, più ancora che vendere bene, fosse essenziale comprare benissimo. Il che vuol dire non fare operazioni inutili, e non comprar bidoni.

Grazialcazzo, direte voi. Eppure non è così immediato come concetto.

E’ peculiare il fatto che ogni stagione di calciomercato parta all’insegna di “tre-quattro innesti, non di più” e finisca puntualmente con una dozzina di operazioni il cui valore aggiunto, quando c’è, è assai modesto. A chi giova tutto ciò? Siamo davvero (come Inter, come calcio italiano) nelle mani dei procuratori in maniera così sfacciata? Della serie: ho già 3 mediani ma devo un favore al Raoila di turno e quindi mi prendo anche il quarto?

Spero di no, ma non trovo altre spiegazioni tecniche per tanti acquisti visti arrivare negli ultimi anni.

STRATEGIE

Non che il mercato che sta iniziando abbia prodromi così diversi. Sulla fascia destra ad esempio, abbiamo in rosa D’Ambrosio, Candreva e Politano: tre giocatori con caratteristiche diverse, siamo d’accordo, ma che calpestano le stesse zolle di campo, e con un allenatore che pare essere convinto del suo 3-5-2 e che quindi ha bisogno di un solo giocatore che faccia su e giù per tutta la corsia.

Possiamo discutere su chi dei tre sia il più indicato a fare questo mestiere (nessuno?), ma non mi è chiara la strategia che porta a comprare il quarto giocatore di fascia destra, con gli altri tre ancora saldamente ai loro posti. Ammetto la mia ignoranza, e la prossima volta che sentirò il nome di Valentino Lazaro sarà la seconda. Spero sia fortissimo, ma qual è il senso di prenderlo quando ne hai già tre in rosa che -chi più, chi meno- giocano nello stesso ruolo?

Probabilmente non sarei mai diventato un bravo direttore sportivo, perchè vedo che nessuno in Serie A ragiona come ragionerei io: com’è messa la rosa? Dove sono i punti deboli? Partiamo da quelli, rinforziamo la catena partendo dagli anelli più molli, e da lì risaliamo.

Invece vedo ragionamenti diversi, per non dire opposti. Restando in tema Inter, si parla di rivoluzionare in toto o quasi l’attacco. via Icardi, Perisic e Nainggolan sul mercato in attesa di offerte, cercando in cambio Dzeko, Lukaku e Barella. Tutti acquisti difficili perchè all’Inter, da sempre, nessuno concede sconti nè fa favori (ma questo necessiterebbe di un approfondimento a parte).

In compenso, ci teniamo stretti Gagliardini, Candreva, Borja Valero…

Non capisco. Ma non è una novità.

Current mood

SISIFO INVORNITO

NAPOLI-INTER 4-1

Allora, sfoggiamo le quattro nozioni da Liceo Classico rimaste impigliate tra i pochi neuroni a disposizione e spieghiamo succintamente di cosa stiamo parlando.

Sisifo è uno dei tanti uomini della mitologia greca che, per vari motivi, viene cazziato dagli Dèi -vedremo poi perchè- e condannato a soffrire in eterno, un po’ sulla scorta di quanto avviene nei gironi infernali di Dante, tanto per fare paragoni sempliciotti ma come dicono i latini- famo a capisse.

Ora, nel caso di specie Sisifo è condannato a spingere una roccia dalla base alla cima di un monte, con la piccola aggravante di dover ripetere l’esercizio ogniqualvolta la roccia raggiunge il cucuzzolo della montagna visto che il masso, capriccioso, non trova di meglio da fare che rotolare nuovamente alle pendici del monte.

In termini post-ellenici, e citando Enzino Jannacci, lo si definirebbe “un laurà de ciula” e in pochi potrebbero dargli torto.

Ecco, il laurà de ciula è proprio la definizione plastica dei 90′ minuti giocati dai nostri in quel di Napoli domenica sera.

Con un’ulteriore aggravante: Sisifo infatti, per lo meno si era meritato la giusta punizione per essersi macchiato del peggiore dei peccati possibili nel mondo greco: quello di considerarsi pari -se non superiore- agli Dèi. E’ un affronto inaccettabile per Zeus e compagnia, simile ma ancor più grave del concetto di superbia, e difatti arrivati perfino ai giorni nostri con il termine originale di Ubris.

Se fossi più bravo con formattazioni e robe varie lo scriverei coi caratteri greci, o almeno metterei la dieresi sulla U. Insomma farei di tutto per non sentirlo pronunciare come fanno i meridionali (per una volta fatemi essere il leghista d’antan che non sono mai stato): i professori del liceo nati sotto Roma lo pronunciavano orrendamente iubris (anzi iubbbris, con un paio di B in omaggio), e il mio pur migliorabile accento ellenico trasecolava in raccapriccio.

Del resto, come i nordici suscitano al più una risata compassionevole quando cercano di imitare gli accenti del Sud, così sarà assai arduo trovare un napoletano, siciliano, pugliese o calabrese capace di pronuciare correttamente il più comune insulto lombardo “vadarvial…”. Ecco, quell’ultima “U” -qui omessa per eleganza- è foneticamente conosciuta come “U francese o lombarda” e si prounucia esattamente come la prima lettera della nuova parolina che abbiamo imparato.

Comunque, basta razzismi fonetici e torniamo ai nostri amatissimi craniolesi. Per lo meno, si diceva, quello là si credeva simile agli Dèi da quanto era figo, e per questo veniva punito. I nostri sembrano un’accozzaglia di invorniti stonati di grappa e in tenuta da spiaggia.

Ma diosanto! Avete buttato nel cesso ogni singolo punto di vantaggio nell’ultimo trimestre, riducendovi a dover conquistare tre punti in due partite. Il giorno prima di giocare, questi punti da tre diventano due, grazie al pari della Roma a Sassuolo. Cionondimeno, i nerazzurri scendono in campo contro un Napoli che nulla ha da chiedere al campionato (al contrario di noi) e che invece ci piglia a ceffoni senza nemmeno doversi impegnare più di tanto per un’ora e mezza.

Magari i nostri si fossero sentiti superiori agli Dèi! Almeno li avremmo visti andare tutti in attacco volendo spaccare il mondo, anche a costo di venire puniti in contropiede.

Macchè: la corsetta indolente di Miranda sui gol degli avversari è la miglior esemplificazione della non voglia di giocare dei nostri.

Non si salva nessuno, nè in campo, nè in panchina, nè in tribuna. Arriverei a salvare Handanovic (uno che piglia 4 pere il nostro uomo migliore…) e questo dice tutto.

Come confidato ad amici e parenti, se solo fossi un po’ meno tifoso sogghingnerei alla vista di questa tragicommedia commentando “vi sta bene!“.

Ma per fortuna o purtroppo lo sono, diceva Gaber, e quindi non ho il distacco necessario per prenderla con filosofia. Sono invece tra il preccupato, il rassegnato e l’incazzato.

Preoccupato perchè, scusate la banalità, si rischia di non arrivare nemmeno quarti dopo aver passato il 90% del campionato in terza posizione.

Rassegnato, perchè siamo la squadra tifata da Murphy, quello della legge: se c’è un modo per mandare tutto in vacca, state sicuri che l’Inter lo troverà.

Incazzato, perchè oltre al danno qui si rischia la beffa: non è tanto l’Atalanta in Champions a darmi fastidio (anzi: applausi a scena aperta), quanto il fatto che un nostro inciampo sul rettilineo finale andrebbe a tutto vantaggio di “quelli là”, che hanno una squadra non di una ma di due categorie inferiori in termini di rosa, talento e qualità, e che invece -vuoi per tenacia, vuoi per culo- è lì a un punto da noi, pronta ad approfittare dei nostri consueti psicodrammi.

La recente storia nerazzurra individua nel Lazio-Inter dell’anno scorso l’eccezione alla regola secondo cui i nostri, la partita decisiva, la sbagliano.

Solo quest’anno ne abbiamo giocate tre, fallendole tutte. PSV in Champions, Lazio in Coppa Italia, Eintracht in Europa League. Tre partite giocate in ciabatte, esattamente come visto domenica al San Paolo, segno evidente dell’assoluta mancanza di personalità da parte del gruppo nel suo complesso.

Da lunedì saremo pieni di liste di proscrizione, progetti triennali, conferenze stampa di presentazione con sorrisi a 32 denti e tifavo questa squadra fin da bambino, e tutti ci divertiremo nel dare voti e giudizi.

Ma del domani, oggi, me ne fotto. Oggi conta solo l’Empoli, che va battuto senza se e senza ma. Spero che i tanti che popoleranno le tribune di S.Siro siano capaci di dimenticare tutto per 90′ e tifare come pazzi, per poi sfogare tutto il loro livore arretrato al fischio finale.

Faccio solo una considerazione riguardo al futuro: io posso anche essere d’accordo con i tanti che dicono che “all’Inter servono solo due o tre ritocchi e poi è a posto“, ma torniamo sempre a parlare di zona grigia.

Mi spiego. Oggi, nell’Inter, di giocatori scarsi ipso facto non ce ne sono. Per fortuna non abbiamo più i Kuzmanovic, i Belfodil, i Montoya e i Dodò degli anni scorsi. Altrettanto, però, di campioni non ce n’è. Ce n’era uno che era campione a suo modo, e cioè Icardi, nel senso che segnava tanto quanto un campione. Per il resto abbiamo diversi buoni giocatori e qualcuno in alcune giornate buonissimo. Ma campioni, zero.

Ecco: se i tre “ritocchi” dovessero essere tre campioni (a caso: Godin, uno tra Modric e Rakitic e una punta di uguale spessore, della quale però al momento fatico ad individuare le sembianze) è possibile che il carisma dei succitati possa contagiare positivamente la succitata zona grigia. Ma se dobbiamo andare avanti per innovazioni incrementali, con Bergwjin per Perisic, Dzeko per Icardi, Danilo per D’Ambrosio… non credo che ne caveremo molto.

Ad ogni modo, ci sarà tempo per capirne di più, ora sotto con l’Empoli, con margini di errore tendenti a zero e propensione al turpiloquio tendente a infinito.

Anche l’orsetto non ne può più…

ADAGIO MA NON TROPPO

FROSINONE-INTER 1-3

Altri tre punti, un’altra partita archiviata. Finchè va avanti, bene così.

L’Inter arriva in terra ciociara e fa vedere una confortante solidità per più di un’ora, diventata già al lunedì mattina “un buon primo tempo seguito da una preoccupante ripresa“. La verità è che i nostri, pur ricevendo da Perisic e Icardi due tra le peggiori esibizioni stagionali, approcciano bene la gara ed approfittano del pressing avversario non esattamente asfissiante per partire dal basso e portare tanta gente a concludere. Paradigmatica in tal senso l’azione del vantaggio, con la matassa che si dipana ordinata da Handanovic ai difensori, fino ad arrivare a D’Ambrosio bravo a scendere sulla fascia e ancor più a pennellare er crosse. In area sono in quattro dei nostri: la prende quello più tabbozzo, ma il Ninja lavora bene di torsione scopadea (cit. Pellegatti) e fa 1-0.

La cosa confortante è che i nostri non si fermano. Ripeto: di fronte non abbiamo esattamente il Barcelona, nè il nostro vantaggio li smuove dall’atteggiamento attendista visto nel primo quarto d’ora. Fatto sta che i nostri pestano il loro blues sul solito Do/Fa/Do Sol/Fa/Do e Skriniar viene affossato in area. Rigore solare che Icardi cede “spintaneamente” a Perisic, il quale realizza di sinistro spiazzando Sportiello. Vero che Beavis è ambidestro, ma ne avevo visti solo due prima di lui tirare i rigori indifferentemente coi due piedi. Andy Brehme e Paolo Maldini (anche se Paolino quello col sinistro l’aveva sbagliato…). Ad ogni modo, 2-0 e tutti quasi felici. “Quasi” perchè, nonostante il doppio vantaggio, ci sarebbe spazio per il triplone, con Politano a mangiarselo dopo bella incursione centrale e per mancanza di cazzimma in un altro paio di occasioni.

Poco male. Si riparte come si era finito, con i nostri ancora in controllo del match fino a un paio di minuti prima del gol che riapre per un po’ la partita. Skriniar & Co. hanno tre o quattro volte l’opportunità di liberare l’area, al limite anche con la proditoria pesciada in fallo laterale, e invece cincischiano consentendo al Frosinone un pressing quasi involontario, che porta Cassata (nomen omen) a concludere da fuori e Handanovic a toccare ma non a respingere.

Seguono 10 minuti di chiavicanza, più per nostro smarrimento che per reale pericolosità dei gialli di casa: Ciano sfiora il gol della vita su punizia, ma per il resto si viviacchia. Entra Keita per dare il cambio a un Perisic già segnalato sotto i livelli minimi di decenza, e si presenta con un siluro che voleva essere un cross teso per Icardi, che a momenti rimane decapitato nell’urto con la palla. Fuor di metafora, aggiungiamo pure che un centravanti in stato di forma appena migliore avrebbe comunque fatto gol.

L’ex Capitano si fa per così dire perdonare nei minuti finali, quando sfrutta bene l’animalanza di Vecino, con cui triangola sapientemente al limite dell’area e sul filo del fuorigioco per il 3-1.

L’ultima parola agli uruguagi (cit.).

LE ALTRE

La Juve ha l’innato potere di fare incazzare sempre tutti, e decide quindi quasi scientemente di perdere a Ferrara, suscitando le perplessità e le critiche sempre assai urbane di Sinisone Mihajlovic. Probabilmente la giustificazione della formazione da asilo Mariuccia era “per preparare al meglio il ritorno con l’Ajax”.

Cito Luca Bottura quando parlava di “battuta Ikea”: chiudetevela da soli, fa comunque ridere.

Il Milan rischia seriamente di arrivare quarto avendo battuto la Lazio e beneficiando dell’inatteso pareggio dell’Atalanta. La lontananza del malefico duo Silvio/Geometra ha forse affievolito il mio odio calcistico nei loro confronti, ma seguo sempre con disprezzo le loro gesta, soprattutto quando cercano di nascondere o minimizzare malefatte e colpi di genio che ad altre latitudini avrebbero campeggiato per settimane sulla stampa nazionale.

E’ COMPLOTTO

Nulla di particolarmente nuovo o trascendentale da segnalare, se non la convinta e pervicace insistenza nel dipingere l’Inter come il posto da cui tutto vogliono o debbano andarsene. Tra le poche certezze della vita, insomma, rimane l’immortale #CrisiInter.

Spalletti rischia di rimanere anche la prossima stagione unicamente perchè esonerarlo costa troppo. Nulla che abbia a che fare con un’analisi dei suoi risultati (buoni o scadenti che siano).

Conte in realtà potrebbe “beffare” l’Inter ed accordarsi con la Roma, iscrivendosi all’affollatissimo club di quelli che “l’Inter l’avrebbe anche preso, è stato proprio lui a dire di no”.

Icardi e Perisic, chettelodicoaffà, dovranno comunque essere venduti per far fronte ai già ricordati malumori di spogliatoio e per rispettare i paletti del FPF che continua ad aleggiare sull’orizzonte nerazzurro pur in conclusione di Settlement Agreement. Il che è corretto da un punto di vista normativo: l’Inter a Giugno chiuderà il periodo di “sorveglianza”, ma dovrà continuare a rispettare -come ogni altra squadra affiliata alla UEFA- i parametri prescritti.

La questione, al solito, è quella del Same but Different. Non si capisce infatti perchè, ad esempio, le stesse cautele -ripeto: sacrosante- non siano mai prese in considerazione quando si blatera di fantamercato di altre squadre, con numeri di bilancio decisamente peggiori di quelli nerazzurri.

Ma sarei un ingenuo a stupirmene.

“Ma amici mai, per chi si ama come noi, non è possibile…”