ALLA FINE C’È SEMPRE SOTTO IL MILAN

Uno normale di mente dedicherebbe una ventina di righe a commentare la recente pronuncia dell’UEFA che, quantomeno al momento, esclude il Manchester City dalle coppe europee per i prossimi due anni. Volendo fare il raffinato, accompagnerebbe il link della Gazza a quello più tecnico del sempre valido Marco Bellinazzo.

Io, fazioso, tendenzioso, rancoroso ed altri aggettivi in rima a scelta, decido invece di allargare l’inquadratura e fare un ardito -ma neanche tanto- parallelismo.

Ma andiamo con ordine. Tanti se non tutti sono comprensibilmente soddisfatti della sanzione inflitta al City: non tanto per antipatia calcistica -mica siamo tutti tifosi dello United- quanto perché con questo gesto la UEFA pare dimostrare per una buona volta che il Financial Fair Play non colpisce solo i “figli di nessuno”, bensì anche quelli che fino a poco tempo fa erano unanimemente considerati intoccabili mammasantissima.

La domanda che tanti di noi si sono fatti leggendo la notizia è stata: “E il PSG invece?” La risposta pare stare in un diverso atteggiamento dei soggetti inquirenti nel caso dei francesi, oltre ad una difesa basata su elementi di pura natura procedurale. Questo, più una sorta di buona condotta da parte del Club di Parigi negli ultimi esercizi contabili, avrebbe portato la squadra di Neymar e Mbappé a sfangarla, quantomeno per il momento: nello specifico, la percentuale dei ricavi derivanti da società riconducibili al fondo proprietario del PSG sono scesi grazie ad accordi siglati con aziende esterne alla proprietà, quali Nike e Accor, ma sono in tanti a pensare che i francesi siano “i prossimi della lista”.

Il punto a mio parere non sufficientemente sottolineato, tanto nel caso del CIty quanto in quello del PSG, è quello che tecnicamente è definito “fair value” di una sponsorizzazione: nel caso dei Citizens, la UEFA pare aver dimostrato che i ricavi ottenuti da alcune sponsorizzazioni del City fossero eccessivi rispetto ad un valore “normale”. Non solo: buona parte degli introiti derivanti dalla sponsorizzazione di Etihad in realtà paiono essere conferimenti in conto capitale del padrone (della squadra e della compagnia aerea), come tali in palese violazione dei principi cardine del FPF, secondo i quali la proprietà può finanziare il Club solo entro certi limiti, dal momento che il Club stesso deve potersi sostenere da solo.

Ecco: se fossi una persona normale il pezzo sarebbe completo così (cit.)

Invece, viviamo in un Paese che da anni celebra una realtà di provincia (il Sassuolo) nata unicamente come emanazione di un imprenditore (il compianto Commendator Squinzi) che ha perpetuato proprio quel mecenatismo che il FPF si proponeva di debellare.

Ecco il complottista che arriva al punto: Moratti era un annoiato miliardario che buttava i soldi dalla finestra per la sua Inter. Scandalo! Indegno! Immorale e antistorico.

Squinzi ha per anni piazzato lo sponsor della sua Mapei sulle maglie neroverdi versando al Sassuolo cifre degne di ben altri colori e palcoscenici, ma tutti ne hanno sistematicamente lodato lo spirito imprenditoriale e l’amore per la squadra, oltre alle sempre applaudite simpatie rossonere. Se ci pensate, la manfrina non è molto lontana da quella per cui oggi il City viene punito, e la mia sensazione da profano è che il Sassuolo non sia finito sotto la lente di osservazione dell’UEFA unicamente per non essere mai arrivato a disputare le Coppe Europee.

Ma se parliamo di Sassuolo, non possiamo non parlare di Milan.

Come sappiamo, anche i cugini sono alquanto impelagati con sanzioni UEFA, tetti di spesa e vincoli di mercato. Detta in termini prosaici: non c’è una lira da spendere, soprattutto dopo l’ingaggio di Ibra.

Potrà essere dura da accettare, ma non mi pare difficile da capire.

Eh, ditelo alla solita stampa italiana. Gli ultimi giorni sono stati costellati di notizie, che sarebbe più corretto chiamare speranze se non utopie, che tratteggiavano colpi mirabolanti e strategie espansionistiche per il club di Milanello Bianco, come se i meravigliosi anno ’90 fossero ancora tra noi.

Pronti? Via!

Il mio caffè del mattino di mercoledì scorso mi è quasi andato di traverso leggendo queste zuccherose righe dedicate a Boban e Maldini:

Tutto il pezzo era una contrapposizione manichea tra Gazidis il cattivone ed i due ex campioni che vogliono tanto bene al Milan e si fanno in quattro per portare avanti trattative all’altezza della nomea rossonera. Il fatto che, per l’appunto, non ci sia un soldo da spendere a leggere la Gazza è secondario, anzi, testuale:

“il duo Boban Maldini è stato stoppato su molte cose. Da Modric in poi, molte iniziative sono finite sotto la scure di Gazidis, direttamente autorizzato dal fondo Elliott”.

Fino alla speranza finale: il possibile ritorno in rossonero di Allegri che, Gazza dixit “vuole allenare in Serie A ma con un grande progetto“, definizione che ipso facto dovrebbe escludere il Milan dall’orizzonte.

Macché. I nostri arrivano anche a vette inesplorate, e con questo chiudiamo il cerchio. Il City rischia due anni senza Europa? Se il TAS confermerà, è presumibile una diaspora dalla sponda azzurra di Manchester verso altri lidi di giocatori e managers, Guardiola compreso.

La Juve parrebbe farci un pensierino: vero? Falso? Boh, quantomeno plausibile.

Ma perché limitarsi alla Juve? Ecco l’azzardo, buttato lì per vedere l’effetto che fa.

E comunque si lancia il sasso e si nasconde la mano: “Nonostante le tante difficoltà, in Inghilterra puntano anche sul Milan“.

Oh lo dicono gli inglesi eh, mica noi: però intanto…

A Milano dicono: se la va, la g’ha i gamb…

CONTRASTI E STRATEGIE

CONTRASTI

Uno dei rischi del reiterare nel tempo la stessa tesi è quello di ritrovarti a scrivere sempre lo stesso pezzo. Lì per lì ti pare di non aver niente di nuovo da dire, eppure la produzione di prove ed evidenze in quantità ti conforta e porta mattoni alla tua “casetta dei complotti”.

Quindi, sunteggiando al massimo, la domanda retorica potrebbe essere così posta: Com’è che il Milan non c’ha manco gli occhi per piangere, non sa se e come arriverà a domattina, eppure tratta Sensi, Schick, Ceballos, Torreira, Mancini, Veretout e Mario Rui, provando anche lo sgambetto all’Inter per Barella?

E com’è che l’Inter, che pure a Maggio è uscita dal Settlement Agreement –finalmente qualcuno pare accorgersene!– continua ad avere l’assoluta necessità di fare plusvalenze (20 , 30, 40 milioni!), cosa che invece per tutti gli altri è solo un’opportunità da cogliere if and when?

La risposta, nemmeno troppo fantasiosa ma terribilmente reale, è che #ècomplotto.

Il fascino di dipingere un’Inter in difficoltà, a navigare a vista in mezzo al mare in tempesta è evidentemente irresistibile, con i nostri pennivendoli incapaci di cambiare spartito nonostante il mood della serata suggerisca di cambiare repertorio. Quel che su una sponda del Naviglio è un rischio, un pericolo, un ostacolo cui fare attenzione, sulla riva “giusta” e zuccherosa è invece un’opportunità, un sogno, un progetto. L’ho già scritto, lo so, non rompete. C’ho ragione e lo sapete anche voi.

Negli anni cupi delle nozze coi fichi secchi abbiamo salutato ad ogni finestra di calciomercato le partenze di Icardi, Perisic e compagnia, prontamente rinfoderate dagli scrivani di corte e rimandate alla fermata successiva. Nessuno, dico nessuno, ha mai fatto un’analisi complessiva del periodo di vigilanza-UEFA cui l’Inter ha dovuto sottostare e del come sia riuscita ad uscirne economicamente indenne o quasi.

E’ innegabile che i risultati sportivi degli ultimi 5 anni nereazzurri siano stati al di sotto della storia del Club. Gli ultimi due anni, con la qualificazione in Champions raggiunta all’ultimo, hanno risollevato una media davvero bassa visti i 110 anni di storia nerazzurra.

Ciò detto, vediamo anche di capire a fondo il periodo che l’Inter si sta mettendo alle spalle. Il termine di paragone in Italia non può che essere la Roma, unica altra squadra ad aver dovuto accedere al Settlement Agreement per risolvere i propri problemi di bilancio.

Senz’altro lo scouting giallorossi (Sabatini in primis) ha permesso ai lupacchiotti di scovare negli anni carneadi o giocatori dimenticati, facendoli diventare (o tornare ad essere) ottimi giocatori: Alisson, Rudiger, Manolas, Strootman, Lamela, Kolarov, El Shaarawi.

Il tifoso romanista obietterà che poi nulla è stato fatto per tenere in rosa il talento fatto crescere, e non potrei essere più d’accordo. Uno dei passaggi più significartivi dell’addio di De Rossi è stato proprio il riferimento al “livello successivo” cui ci si avvicinava sempre ma a cui non si arrivava mai, viste le periodiche necessità di vendere per far cassa:

Piccolo dispiacere negli anni è che tante volte, anche con la passata stagione, ho avuto la sensazione che la squadra ha fatto un passo indietro sul più bello“.

Daniele De Rossi, 14 maggio 2019

L’Inter, se mi si passa il paragone, di talento in questi anni ne ha generato meno. Si è trovata un centravanti come Icardi quasi senza farlo apposta, ha fatto crescere bene i due croati e ha pescato il jolly con Skriniar due anni fa. Contrariamente alla Roma, è però riuscita a tenerli in rosa, riuscendo a chiudere i vari bilanci entro i limiti prefissati dall’UEFA e sbugiardando le cassandre che preconizzavano de profundis a mezzo stampa, per la epidermica goduria di chi scrive.

In sostanza: voto 8 al ragioniere, voto 5 al direttore sportivo.

Ho sempre pensato che, soprattutto in periodi di ristrettezze economiche, più ancora che vendere bene, fosse essenziale comprare benissimo. Il che vuol dire non fare operazioni inutili, e non comprar bidoni.

Grazialcazzo, direte voi. Eppure non è così immediato come concetto.

E’ peculiare il fatto che ogni stagione di calciomercato parta all’insegna di “tre-quattro innesti, non di più” e finisca puntualmente con una dozzina di operazioni il cui valore aggiunto, quando c’è, è assai modesto. A chi giova tutto ciò? Siamo davvero (come Inter, come calcio italiano) nelle mani dei procuratori in maniera così sfacciata? Della serie: ho già 3 mediani ma devo un favore al Raoila di turno e quindi mi prendo anche il quarto?

Spero di no, ma non trovo altre spiegazioni tecniche per tanti acquisti visti arrivare negli ultimi anni.

STRATEGIE

Non che il mercato che sta iniziando abbia prodromi così diversi. Sulla fascia destra ad esempio, abbiamo in rosa D’Ambrosio, Candreva e Politano: tre giocatori con caratteristiche diverse, siamo d’accordo, ma che calpestano le stesse zolle di campo, e con un allenatore che pare essere convinto del suo 3-5-2 e che quindi ha bisogno di un solo giocatore che faccia su e giù per tutta la corsia.

Possiamo discutere su chi dei tre sia il più indicato a fare questo mestiere (nessuno?), ma non mi è chiara la strategia che porta a comprare il quarto giocatore di fascia destra, con gli altri tre ancora saldamente ai loro posti. Ammetto la mia ignoranza, e la prossima volta che sentirò il nome di Valentino Lazaro sarà la seconda. Spero sia fortissimo, ma qual è il senso di prenderlo quando ne hai già tre in rosa che -chi più, chi meno- giocano nello stesso ruolo?

Probabilmente non sarei mai diventato un bravo direttore sportivo, perchè vedo che nessuno in Serie A ragiona come ragionerei io: com’è messa la rosa? Dove sono i punti deboli? Partiamo da quelli, rinforziamo la catena partendo dagli anelli più molli, e da lì risaliamo.

Invece vedo ragionamenti diversi, per non dire opposti. Restando in tema Inter, si parla di rivoluzionare in toto o quasi l’attacco. via Icardi, Perisic e Nainggolan sul mercato in attesa di offerte, cercando in cambio Dzeko, Lukaku e Barella. Tutti acquisti difficili perchè all’Inter, da sempre, nessuno concede sconti nè fa favori (ma questo necessiterebbe di un approfondimento a parte).

In compenso, ci teniamo stretti Gagliardini, Candreva, Borja Valero…

Non capisco. Ma non è una novità.

Current mood

GRAZIE THOHIR

EIn settimana è arrivata l’ufficialità della cessione delle quote da parte di Thohir a favore del fondo di Hong Kong LionRock. Prontissime le vedove del Morattismo* a denigrare il “cicciobello filippino” (copyright da dividere al 50% tra Evelina Christillin e il Pres della Sampdoria Ferrero), reo secondo loro di non aver mai pensato all’Inter in senso sportivo bensì solo in termini di business-ROI-IRR-Capital Gain e compagnia cantante.

*Morattismo: è del tutto ovvio che Moratti Massimo non abbia mai goduto di stampa amica, anzi. E’ noto a tutti gli addetti ai lavori ma anche ai semplici lettori che le dichiarazioni del Presidente Simpatttico, ”rese con la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras”, erano la perfetta insalata di rinforzo per qualsiasi paginata da completare, quando non il piatto principale allorquando si voleva scatenare un “Caso” o una delle mille “CrisiInter”.
Qui parlo del diverso concetto di Morattismo, e cioè del modo tipico del Signor Massimo di gestire l’Inter, che per vent’anni si è prestata alle critiche della stampa -in buona parte anche concettualmente corrette- scandalizzata per la facilità con cui il Presidente spendeva miliardi o milioni (a seconda del conio) di soldi suoi, dovendo rendere conto solo a se stesso.
Lo schema era noto: Moratti spende tanto, non vince niente. Silenzio totale sul perchè (Calciopoli? Non ci risulta), vagonate di letame sull’Inter. #nonvincetemai e compagnia cantante.
E la nostalgia del Morattismo? Eccola: lui vende a Thohir, che trova un Club in pesante dissesto finanziario, aggravato dalle nuove norme sul FPF. Deve quindi agire da ragiunatt e non da appassionato di sport. Eccolo, il peccato mortale: e noi adesso con cosa giochiamo? Ci hanno tolto il jolly con cui lavorare… ‘Sto qua fa il suo mestiere, spende quanto può (cioè poco) si arrabatta, non esterna cinque volte a settimana, quando lo fa lo fa tramite i suoi canali… è finita la pacchia, è finito il Morattismo.

Tocca per l’ennesima volta precisare la mia opinione o, meno modestamente, dire la verità.

Caro Daniele Dallera del Corriere della Sera, iniziare un articolo con una frase come “Nessun interista rimpiangerà Erick Thohir” vuol dire fare di una tua opinione un fatto oggettivo, oltretutto un falso storico. Vuol dire -soprattutto e purtroppo, visto che in teoria scrivi su un quotidiano autorevole e non sulla Gazzetta del Balengo- andare dietro ai Luoghi Comuni Maledetti mettendo a bagno il cervello.

Prendo atto che quel che era il quotidiano della borghesia pensante di questo Paese, preferisce andar dietro agli abbaiatori di semi-professione rinunciando in partenza ad un ragionamento nemmeno tanto complicato, e che è questo:

Thohir arriva, e tra le prime cose che fa, riorganizza la sede di Milano dove, narra la leggenda, siano state lasciate a casa 70 persone. Cambia direttore sportivo, dovendo pagare una buonuscita a Marco Branca, unico DS in Italia ad avere un contratto a tempo indeterminato. Insomma, in termini aziendali fa lo sporco lavoro di portare la ditta familiare a impresa organizzata. Il tutto non potendo spendere quanto sarebbe necessario, e questo a prescindere dalla sua volontà di farlo.

Lo scrivo più semplice, caro Dallera: Thohir ha fatto letteralmente tutto il possibile per rendere l’Inter più forte. Non tanto sportivamente, ma a livello societario.

Dico “tutto il possibile” proprio intendendo tutto ciò che le regole del tempo permettevano. Da sfigati cronici quali siamo, sempre in ritardo con gli appuntamenti cruciali e sempre puntualissimi quando c’è da centrare lo spigolo del letto col mignolino, siamo stati tra i primi ad accedere al Settlement Agreement, mancando di pochi mesi la possibilità di usufruire del successivo e decisamente più morbido Voluntary Agreement.

Ma evidentemente dirlo pareva brutto e rovinava il finale, vero Dallera?

Thohir non ha mai detto “Farò grande l’Inter”, anzi: citando Churchill ha promesso lacrime e sangue, ponendosi l’obiettivo di sistemare i conti e raggiungere la zona Champions entro 5 anni, cosa riuscita grazie alla vittoria all’ultima giornata in casa Lazio.

Ultima domanda, caro Dallera: secondo lei Zhang sarebbe stato interessato a rilevare le quote di un’Inter costretta, per mille motivi, a regalare i cartellini di Sneijder, Julio Cesar e Maicon? Glielo dico io: no, manco per il cazzo. Invece l’ ha fatto, cacciando un certo numero di milioni e consentendo all’indonesiano di intascare una faraonica plusvalenza (le cifre parlano di un totale di 150 milioni di guadagno). Questa è una colpa? No, questo si chiama lavorare bene.

Thohir, come ho già detto, è stato il dottore che ti prescrive la medicina cattiva ma che ti fa guarire. Lì per lì lo maledici –chè nemmeno io mi divertivo a vedere Kuzmanovic e Taider a metà campo- ma una volta guarito capisci che è stato bravo.

Non è difficile come ragionamento, ma presuppone onestà intellettuale e voglia di analizzare i fatti, tutte cose estremamente rare, ancor più se si tratta di Inter.

YING E YANG (pt. 2)

Qui in invece cerchiamo di fare le persone serie e per quanto possibile obiettive.

Tre gli argomenti su cui dovrete sorbire le mie paturnie: gli insulti razzisti a Koulibaly, gli incidenti a margine della partita, il combinato disposto dei primi due punti sulla stampa.

SIAMO TUTTI KK26

Il semplice fatto che, nel 2018, degli esseri umani insultino un altro essere umano per il colore della pelle lo trovo semplicemente rivoltante.

Da interista poi, la cosa mi fa ancor più orrore: se è vero che siamo “fratelli del mondo” e fieri di esserlo, (e ancora una volta in culo al “ci vuole un blocco di italiani”), è altrettanto vero che la nostra tifoseria più accesa ha molti tratti comuni con le altre mandrie di esagitati, per le quali l’insulto è tanto più efficace quanto più bieco ed efferato.

Non è certo la prima volta che i nostri prodi si macchiano di simili nefandezze, in particolare contro i napoletani.

E’ del tutto ovvio che le gesta sportive del soggetto insultato siano del tutto irrilevanti ai fini della gravità del gesto (il “neCro” in questione può essere Pelé o Aristoteles, la cosa non cambia di una virgola), e bene ha fatto il sindaco Sala a dire la sua a riguardo.

Non dubito che la stessa Inter a breve farà sentire la sua voce.

Capisco e condivido alla lettera anche le parole di Ancelotti, che chiede -ancora una volta!- maggior chiarezza e minor discrezionalità arbitrale in tema di sospensione della partita. E’ vero che prevedere una sospensione automatica alla prima avvisaglia di ululati razzisti e magari la altrettanto automatica sconfitta a tavolino dopo un certo numero (certo, fisso e predeterminato) di sospensioni potrebbe essere un rischio, lasciando le Società alla mercè di una banda di ominidi capaci di ricattare il proprio Club (della serie: “o mi dai i biglietti gratis o faccio un casino e ti faccio perdere le partite“).
Alla fin della fiera, però, bisogna guardare al bersaglio grosso, che è la definitiva cesura di qualsiasi connivenza o anche solo benevolenza tra le Società e i gruppi di tifoseria organizzata. E questo secondo me è il vero motivo per cui, fino a oggi, niente è stato fatto. Tutta la Serie A, forse con la sola eccezione della Lazio di Lotito, ha la propria zona grigia nella quale si interfaccia con le Curve e chiude un occhio su determinate azioni: non serve arrivare alla vergogna degli striscioni su Superga, basta anche molto meno.

A mio parere, se vogliamo portare a casa qualcosa dallo scempio di ieri sera, che almeno la Serie A sia per una volta capace di fare squadra, spalleggiandosi l’un l’altra e ponendo un punto fermo su questa questione.

R.I.P.

Se non riesco a vedere alcun nesso logico tra una partita di calcio e dei cori razzisti, il fatto che per una partita, o a una partita, si possa morire, è semplicemente inconcepibile. La dinamica degli incidenti, le responsabilità e anche la fede calcistica di vittima e carnefici sono in questo senso totalmente irrilevanti. Da quel che sappiamo la persona deceduta non era nuova a episodi di violenza legati al mondo del calcio, e pare che il suo decesso sia conseguenza di un agguato a cui avrebbe partecipato (in che ruolo ancora non è chiaro). Non era, insomma, il classico povero Cristo che passava di lì per caso ma -ripeto- non cambia il senso del mio ragionamento.

Anche qui ritengo doveroso un passo avanti dei Club: che una volta per tutte si facciano i nomi (notissimi a tutti) dei facinorosi che popolano le curve di tutta Italia e favoriscano l’inizio del processo di disgregazione di quell’omertoso connubio “Curva-Club” che tanto male fa al nostro calcio.

Parlo con una certa preparazione sull’argomento: conosco tanti ragazzi che frequentano varie curve (non solo la Nord interista) e sono loro i primi a sapere che c’è una certa differenza tra essere un tifoso accanito e un delinquente.

Anche in questo caso, mi ha fatto impressione leggere che siano stati i tifosi napoletani i primi ad accorgersi dell’accaduto, arrivando poi i compagni di tifo a portarlo all’ospedale. Voglio vedere un barlume di speranza in questo: esiste allora una misura, un limite (l’uomo incosciente a terra, in questo caso) oltre il quale perfino persone come queste dicono “fermi tutti, c’è uno che sta male”?

Lo spero, se non altro per cercare di rendere un poco più comprensibile una tragedia che continua ad essere senza senso.

I GRANDI CLASSICI E L’INCROLLABILE COERENZA

Dopo, e solo dopo, faccio però presente come l’insieme dei primi due punti sia stata via via utilizzata da tutti i media per spiegare anche l’evento sportivo.

E se in pochi possono obiettare al fatto che l’espulsione abbia segnato la partita, è curioso notare come da più parti arrivino critiche all’arbitro perchè ha applicato il regolamento anzichè utilizzare il famigerato “buon senso”.

My two cents: la regola (scritta o non scritta) per cui l’applauso ironico all’arbitro equivalga a subitanea espulsione è a mio parere una cagata pazzesca, simbolo principe dell’arroganza, della permalosità e della protervia della classe arbitrale. Io sono io e voi non siete un cazzo.

Poi fa niente se c’è chi te ce manna, chi ti piglia a testate bestemmiandoti i parenti. Lì si può sempre far finta di non sentire, ma non azzardarti a pigliarmi per il culo davanti a tutti!

Se però siamo nel campo di “dura lex sed lex” non capisco perchè Mazzoleni avrebbe dovuto risparmiare l’espulsione al napoletano mentre in tanti altri casi la decisione era stata salutata come indiscutibile e ineccepibile.

La regola non piace? Nemmeno a me. Togliamola allora, ma non creiamo l’ennesima zona di incertezza, non lasciamo ancora una volta il pallino alla sensibilità dell’arbitro.


… CHE IO GLI HO VOLUTO PIU’ BENE CHE A TE

…Uguale… 

…concludeva la citazione.

Sorvolo sui trascurabili risultati della Nazionale, che da tempo ha smesso di solleticare le mie attenzioni. Registro per puro amor proprio l’ingresso con gol decisivo di Politano, ma nulla più di questo.

Rivolgo invece la mia attenzione alla stampa italiana, sicuro di trovare materiale organico in quantità.

Nella stessa giornata infatti, la Gazza riesce per l’ennesima volta ad equiparare i diversi destini di Inter e Milan. Anzi, a ben vedere stavolta riesce nel triplo carpiato.

Secondo la Rosea il Milan, ascoltato ieri a Nyon dalla UEFA e in attesa di vedersi comminare una multa (vedremo quanto salata), sta preparando un mercato di gennaio coi controcazzi: Ibra, Sensi, Paredes, magari anche Pato, oltre a un paio di difensori e al già acquisito Paquetà (35 bombolons).

Il tutto, ripeto, per una squadra che attende di sapere dalla Svizzera di che morte deve morire, e che però viene descritta quasi minacciosa nei confronti dell’autorità sportiva europea, della serie “sì va beh dammi ‘sta multa ma non rompere i coglioni” (vedasi riquadrino intimidatorio cerchiato di rosso):

Inked Gazza homepage 21 nov 2018

Un’offerta che non si può rifiutare

Sull’altra sponda del Naviglio, manco a dirlo, #benemanonbenissimo.

Pare imminente l’arrivo di Marotta -su cui ancora non mi sono pronunciato perchè ancora sto cercando di capire come la penso, vedete un po’ come sono messo…- e con lui l’accesso a tanti tavoli per i quali finora non avevamo l’invito, visto il sempre migliorabile appeal della nostra società in ambito PR.

La cosa porta vantaggi che sono teoricamente indubbi ma tutti da dimostrare. Peccato però che le speranze, quando a strisce nerazzurre, debbano sempre essere calmierate, chè mica si può illudere i tifosi: quella nerazzurra è e deve rimanere una valle di lacrime.

Ecco quindi immancabile l’ennesimo ritornello dei conti da far tornare, del Fair Play Finanziario che incombe, dei 40 milioni di plusvalenze da generare anche nel prossimo Giugno.

Ecco l’ennesima litanìa datata 21 Novembre, fonte Corriere dello Sport, forse irritato dal presunto interesse di Marotta per il laziale Milinkovic-Savic.

Il serbo piace ma costa. Lotito è storicamente una bottega cara. Ecco quindi che potrebbe servire un sacrificio:

E allora non si potrebbe più escludere che uno tra i vari Icardi, Skriniar, Brozovic, De Vrij e Perisic, ovvero i gioielli nerazzurri, anche per i rispettivi valori a bilancio, venga sacrificato.

Il gufaggio è sistematico ormai da quasi quattro anni, da quando Thohir sottoscrisse con scarsissimo margine di manovra quell’accordo che -per quanto vituperato da tutti- ha permesso all’Inter di essere ancora in piedi e di poter poggiare su basi solidissime.

La solita quota-sfiga associata ai nostri colori è tale per cui il cicciobello con gli occhi a mandorla (immortale cit. ovina) non ebbe neppure la possibilità di provare la più morbida opzione Voluntary Agreement, entrato in vigore pochi mesi dopo l’accordo siglato tra Inter e UEFA.

Di fatto l’Inter ha dovuto (e saputo!) sottostare al diktat UEFA passando per anni di purgatorio, che nondimeno le hanno permesso di mantenere in squadra i pochi giocatori validi acquisiti o già in rosa nel periodo (Icardi, Handanovic, Perisic, Brozovic), rimpinguandoli con operazioni intelligenti e mirate (Miranda, Skriniar, De Vrij, Politano).

Ciononostante, ogni finestra di mercato, estiva o invernale che sia, è costellata da pletore di uccelli rapaci notturni della famiglia degli strigidi (in italiano corrente “gufi”) che preconizzano addii forzati o sacrifici umani sull’altare del break-even.

Vedremo quel che succederà: è anche possibile che, a furia di gufare, o forse solo per fisiologiche necessità di rinnovo della rosa, qualcuno effettivamente venga ceduto dietro presentazione di una soddisfacente offerta economica. A quel punto mi aspetto una canea di mani alzate al grido di “ve l’avevamo detto!” sulla scorta delle bombe di calciomercato di Maurizio Mosca: basta dire che tutti vanno e tutti restano, qualcosa lo azzeccherai di sicuro.

E poi mica è vietato venderne uno forte per prenderne un altro altrettanto forte e magari più giovane. Del resto, e per rimanere a Marotta, la Juve ha negli anni rinunciato a Pogba, Tevez, Vidal, Pirlo, Bonucci (per poi riprenderlo), ma in quei casi tutto era parte di un piano ben preciso, operazioni lodate da tutti in maniera compatta e diligente.

Qui, al solito, siamo al si salvi chi può.

Ecco: sarà interessante capire quanto impiegherà Marotta a passare dall’infallibile stratega di mercato ad “azzeccagarbugli succube della proprietà cinese che non lascia fare il suo mestiere a chi è italiano e conosce il mercato come le sue tasche”.

Mettiamoci comodi, lo spettacolo sta per iniziare! (come se fosse mai finito…)

IT’S SUMMERTIME

…ed essendo interista, the livin’ ain’t easy!

Dopo settimane di assedio mediatico con pletore di pennivendoli pronti a rivelare le cifre dell’affitto della villa sul Vomero già bloccata da Wanda Nara per il marito, ci facciamo del male da soli decidendo di fare esplodere tutto l’ego del nostro (ex) allenatore, del resto non nuovo a sceneggiate simili.

IL MISTER MESTRUATO E QUELLO APPENA ARRIVATO

Non sprecherò la vostra preziosa attenzione inoltrandomi in una contorta analisi che possa farci capire di chi sia la colpa. Dico solo che non doveva finire così, e che se il Mancio è un primadonna abituato da sempre a fare come gli pare (prima in campo, poi in panca), dall’altra parte Fozza Inda non può permettersi di dirgli “tu stai buono lì e allena e basta” senza che la frase abbia un seguito del tipo “…che a tutto il resto ci pensa Peppino che ho appena comprato ed è notoriamente in miglior Dirigente del calcio mondiale”.

Non essendoci per l’appunto Peppini alle viste, la situazione è rapidamente precipitata e ci siamo ritrovati con una squadra quasi già fatta ed un allenatore nuovo di zecca totalmente a digiuno di calcio italiano e relative dinamiche.

Tanto per non fare l’imparziale commentatore che non sono, non ho problemi a dire che parto prevenuto con De Boer, essenzialmente per tre motivi:

  • Arriva come detto a due settimane dall’inizio del campionato e, per quanto possa essere bravo, avrà sempre l’alibi del “sono arrivato a cose fatte, non è la squadra che avrei costruito io”. Giustificazioni più che logiche, sia chiaro, ma qui siamo in ritardo pluriennale nella tabella di marcia “tornare al calcio che conta e quindi in Cempions chè i soldi veri si fanno lì” ed un cambio del genere in panca mi sa tanto di antipasto dell’ennesimo anno di transizione e interessanti progetti per il futuro;
  • E’ olandese e a me, tranne rarissime eccezioni (Wesley vendemmia 2009-2010), gli olandesi nel calcio mi son sempre stati sui maroni. Splendido calcio che sostanzialmente non ha mai vinto un cazzo, quel complesso di superiorità che nemmeno noi inglesi (che almeno questo sport l’abbiamo inventato), Ajax-Cruijff-Van Basten come one best way per risolvere ogni problema del mondo. Cordialmente: mandateaccagare!
  • Per ora ce lo vendono come olandese-non-oltranzista che mi pare un po’ una contraddizione in termini ma che sarò molto più che felice di abbracciare come verità inappellabile. Io temo che sia l’ennesima rincorsa all’allenatore “che fa giocare bene la propria squadra” (ditemi un solo allenaotre che dica “io voglio che la mia squadra giochi alla cazzimperio”) e che ciclicamente torna a schiantarsi contro la nostra secolare storia di squadra tosta, efficace e da corsa. Orrico, Benitez, Gasperini… devo andare avanti?

 Poiché –come ammesso poco prima- si parla di pregiudizi, sono tanto onesto nel dichiararli ex ante quanto disposto a fare mea culpa una volta sbugiardato dai fatti.

Ma per ora a Franchino De Boer un vaffanculo di benvenuto non glielo leva nessuno.

L’ILLUMINATA DIRIGENZA

Fatto l’educato preambolo in punta di penna sul neo-arrivato Mister, mi tocca soffermarmi sull’illuminata dirigenza che si è fin qui distinta per tre mosse non immediatamente comprensibili:

  • Firmo-l’ammazzo-e-torno: la trattativa tra Thohir e Fozzainda in effetti è stato un inno al pragmatismo e alla velocità (splendido, stridente e stranamente ignorato il confronto impietoso con la speculare trattativa dei cugini, che dopo 18 mesi hanno finalmente “già” firmato il preliminare). Altrettanto veloce però è stato il rientro in patria di tutti i cinesi firmatari, con conseguente e comprensibile perplessità da parte di tutti i tesserati che –mi immagino- avranno pensato “si va beh ma adesso qui chi comanda? A chi chiedo? A chi rispondo?”. Di fatto,il Presidente in carica, socio attuale di minoranza e assai vicino al passaggio totale di quote, continua ad essere il Managing Director senza avere le competenze calcistiche per poterlo fare. Grave errore, sia di immagine (arrivi e, se vai via subito, devi dire “ecco la persona che in nome e per conto di Suning gestirà la squadra in questi mesi”) che di concetto (di Thohir al contrario di molti ho una buona opinione, ma credo che anche l’orso Nerello che campeggia nell’immagine di copertina ne sappia più di lui di calcio…);
  • Conseguenza del punto precedente, non si è preso l’Italo Allodi della situazione

(nota: sono stato 5 minuti di orologio a cercare un nome più recente da usare, per non dovermi riferire in termini positivi a delinquenti e gentaglia quali Moggi, Galliani, Marotta etc. La tristezza è che non mi è venuto in mente nessuno. Ora asciugo le lacrime e mi rimetto a scrivere).

 Sniff Sniff…

  •  Conseguenza del punto precedente: si è deciso –spero solo per il momento- di affidare di fatto la campagna acquisti ad un potente procuratore del calcio mondiale (Kia Jooracomecazzosichiama) con tutti gli enormi rischi del caso.

L’ultimo rischio del caso è legato al probabile arrivo di Joao Mario, che verosimilmente prelude ad una contestuale cessione di Brozovic. Chi ci guadagna di certo in tutta questa storia è proprio il procuratore, che lucra la sua bella commissione sul trasferimento. Faccio notare che il procuratore è lo stesso che non è riuscito a convincere lo Sporting a cedere il ragazzo al Suning venti giorni fa, cosa che a livello di FPF avrebbe fatto molto comodo all’Inter. Insomma, ci sono pochi dubbi ma cerchiamo di fugare anche quelli: questo tizio fa i suoi interessi, non quelli dell’Inter. Va da sé che sia rischioso mettersi nelle mani di professionisti di questo settore. Ero stato contentissimo dell’addio di Balotelli nel 2010, non tanto per le qualità del giocatore, quanto perché avere un procuratore come il suo (Raiola, ma in questo caso loro due, come del resto Doyen e Mendes sono la stessa cosa) vuol dire passare ogni finestra di mercato con il rischio (per non dire certezza) di dover o aumentare l’ingaggio, o allungare il contratto o vedere il tuo campione che fa le valigie.

 Per dirne una: ragionando da tifoso “de testa” e non “de panza” arrivo a comprendere la manfrina di Wanda e Maurito dell’ultimo mese, specie se –come sembra- in sede di ultimo rinnovo qualcuno della dirigenza si era fatto scappare la mezza promessa di un ulteriore aumento di stipendio non appena le condizioni l’avessero permesso.

Dimentichiamoci degli Zanetti del caso, che dicono al proprio Presidente “firmo in bianco, metta lei cifra e durata”: quelli sono l’eccezione alla regola. Qui parliamo di professionisti legati al soldo, e non è nemmeno un reato essere così.

La coppia argentina ha agito come avrebbe fatto la quasi totalità dei professionisti: valutando le offerte.

Il Napoli è arrivato a offrire 6 mln all’anno? Con questa offerta Icardi si presenterà da Fozzainda dicendo più o meno “l’ultima volta gli ho detto di no, arrivi almeno a 5 all’anno o richiamo il mio amico Aurelio e dopo Capodanno vado da lui?”.

E Fozzainda dirà va bene. Niente di trascendentale, Icardi ha annusato che il vento cambiava e ci si è fiondato, tanto più che l’impressione avuta da tutti è che la logica di Suning sia più aggressiva di quella di Thohir.

O meglio: Thohir si è dovuto legare le mani con l’accordo firmato con la UEFA (deficit masimo di -30 a Giugno 2016 –rispettato in culo a tutti i gufi- e break even a giugno 2017, ancora una volta raggiungibile solo con l’ingresso in Champions). L’impressione è che Suning, completata l’acquisizione del restante 30% ancora indonesiano, andrà dalla UEFA e tenterà una rinegoziazione cercando di strappare un altro anno di tempo per raggiungere il pareggio di bilancio, presentando un Business Plan con fuochi pirotecnici e ricavi in crescita quasi verticale.

Che poi quelli ci caschino è tutto un altro discorso…

LA SQUADRA

 Quella paradossalmente c’è o quasi. Al netto del possibile avvicendamento Joao Mario/Brozovic, l’undici di partenza appare migliorato a centrocampo con Banega e in attacco con Candreva, resta solido nella triade portiere+centrali, scommette su due nuovi terzini (Erkin+Ansaldi) che difficilmente potranno far peggio dei predecessori e mantiene i pochi quasi-campioni in rosa (Icardi-Perisic, Kondogbia sulla fiducia).

Che poi sia 4-2-3-1 o 4-3-3 in questo momento cambia poco, chè i probabili problemi di ambientamento del nuovo mister non dipenderanno certo dal modulo utilizzato.

Da parte mia aggiungo solo la perplessità circa l’addio di Brozovic per Joao Mario. Il portoghese l’ho visto giocare troppo poco per farmene un’idea precisa: posso dire che il ruolo non è molto diverso da quello di Ajeje (il classico centrocampista un po’ interno di qualità, ma non regista –e quando mai…-, un po’ punta esterna, senz’altro più classe che muscoli). Di qui la mia domanda (non retorica): è il caso di mollare una buona promessa, parzialmente già mantenuta, come Brozo e spendere 40 bomboloni per questo qua? Non è che ci mettiamo un altro anno e mezzo per dire “è bravo, in un altro centrocampo potrebbe andare benissimo…” mentre con Brozo questo rodaggio l’abbiamo già fatto?

Ho già detto chi sia il solo a guadagnarci da questa operazione di mercato, e onestà impone di dire che pure restando così non navigheremmo in acque tranquille (Brozo si è di recente legato a Doyen).

 Ad ogni modo, e auto-gufando un pochino: se gli anni scorsi l’obiettivo zona Champions passava necessariamente dal mezzo miracolo di mettere alle nostre spalle tre su quattro tra Viola, Milan, Napoli e Roma, quest’anno vedo la nostra rosa rafforzata e Roma e Napoli (ad oggi) indebolite. Di Viola e Milan non parlo per carità cristiana.

Sarà sufficiente per essere la prima avversaria della Juve, così come tutta la stampa ci dipinge? (sempre carini a non mettere pressione, vero?)

 LA MAGLIA

inter-maglia-16-17

Partiamo dall’unico dato certo: quella dell’anno scorso era meglio.

Detto questo, davanti non è male, dietro tra nome, numero e secondo sponsor giallo sembriamo un po’ quelli fermi in autostrada col giubbotto catarifrangente. Ora, io di moda e stile non ci capisco niente, ma era così difficile sostituire il giallo stabilo boss con quel colore simil dorato dello stemma che c’è sul petto?

Misteri della fede…

La seconda non ha grosse pretese di stupire il mondo e infatti come seconda maglia è perfetta.

maglia inter bianca 16-17

La terza (se è vera -nutro ancora la speranza di una bufala) è una vomitata di gatto che presenta inquietanti similitudini con una delle peggiori maglie dell’Inter straight from the 90s . Provare per credere:

 terza-maglia-Inter

1995-1996-3

E’ COMPLOTTO

Facendomi un autogol da solo, invito tutti a iniziare a leggere ilmalpensante.com

Qui e qui due pezzi che andrebbero mandati a memoria e che spiegano perfettamente quanto i media possano giocare a favore o contro una squadra.

Una volta letti non resta molto da aggiungere, se non che la telenovela di Icardi è stata davvero seguita con un tifo che francamente non ricordo per altre operazioni di mercato, quasi come se il Napoli dovesse a tutti i costi sostituire Higuain solo e soltanto con il Capitano interista.

Che poi De Laurentiis, che lamenta una carenza di deontologia professionale nella Juve, (ti piace vincere facile…) tratti per settimane con un giocatore tesserato da un’altra squadra, con la squadra in questione che dichiara a più riprese l’assoluta incedibilità del tesserato stesso, è ovviamente un’anomalia che solo io e pochi altri abbiamo notato…

 L’ultima di una infinita (vi assicuro, infinita) serie di piccoli dispetti e critiche gratuite all’Inter l’ho vista sulla Gazzetta di oggi, a margine della presentazione di Banega.

A parte la simpatia con cui lo definiscono inequivocabilmente trequartista, col giocatore che di contro dice di aver giocato in tanti ruoli a centrocampo e di non saper indicare la sua posizione preferita, tal Matteo Brega fa un boxettino in cui elenca gli altri trequartisti argentini della storia nerazzurra: Alvarez, Solari (???), Maschio e Veron. A parte i commenti sui singoli, e tralasciata la bislacca conoscenza calcistica che porta a considerare Solari un trequartista, ecco la sapiente pennellata di simpatia nel giudizio complessivo sui fantasisti argentini all’Inter:

la maggior parte dei quali a dire il vero non ha lasciato grandi ricordi.

 Poi vai a leggere e, a parte quel mezzo campione di Alvarez, gli altri tre han vinto insieme una decina di trofei tra scudetti, coppe Italia e supercoppa Italiana.

Però “non hanno lasciato grandi ricordi“.

Che poi, Matteo Brega carissimo, se proprio vogliamo giocare ai rimandi, un centrocampista argentino che arriva e sceglie la maglia numero 19 deve far scattare immediato il paragone con il Cuchu Cambiasso: ma quello si vede che non aveva lasciato brutti ricordi a sufficienza, vero?

DA JAKARTA A NANCHINO, PASSANDO PER VIA BIGLI

ASSAGGIA

E così, dopo quasi tre anni, l’indonesiano Thohir cede il suo 70% ai cinesi del Suning Group.

Tutto ciò nonostante le svariate smentite del Presidente e del suo staff. Il che, epidermicamente, è ciò che mi dispiace di più, visto che -per una volta- le Cassandre mediatiche erano ben informate preconizzando l’evento ormai da mesi.

Non mi è piaciuto il modo in cui Thohir ha smentito fino all’ultimo un passaggio di maggioranza, toccando più volte i tasti del “progetto quinquennale” che invece ora saranno altri a portare avanti.

Detto ciò, e lasciando al paragrafetto successivo il passaggio dalle papille gustative all’apparato digerente di questa succulenta polpetta, i conti per Er Filippino, o se preferite per il Cicciobello con gli occhi a mandorla, sono presto fatti.

Rimarrà ancora presidente, quantomeno per la prossima stagione, alla fine della quale i contratti di molti managers interisti scadranno, dopodichè verrà verosimilmente liquidato lasciando l’Inter in mani totalmente cinesi.

Per il mondo nerazzurro, rimasto orfano di “Papà” Moratti già tre anni fa, non fa molta differenza che il padrone del vapore sia indonesiano o cinese, anzi: il gruppo di Nanchino, per dirla con un tecnicismo, ci ha più soldi di Thohir, quindi in prospettiva potrebbe spendere di più (UEFA permettendo).

Non subito però, visto che il pareggio di bilancio tra 12 mesi è un impegno che pare non prorogabile, nè aggirabile con artifizi contabili di triangolazioni intercontinentali all’insegna del “lo pago in Cina ma lo giro in prestito a Milano“.

Quindi che cacchio ce ne facciamo del miliardario cinese se non ci può comprare Maradò?

Calma: i vantaggi ci sono, magari non immediati, ma ci sono.

Thohir era arrivato nel momento in cui la spending review faticosamente accettata e messa in pratica da Moratti stava per finire (sul come sia stata fatta, mi limito qui a citare il Direttore di Fantozzi nella celebre cena). Thohir arrivò con la promessa di aumentare i ricavi, in modo da poter avere moneta sonante da potersi giocare sul mercato.

E per quello i ricavi li ha anche aumentati, passando dai 167 del 2013 agli oltre 180 del 2016. Non abbastanza però, complice l’assenza dall’Europa che conta -e per l’anno appena concluso pure da quella che conta meno.

Il ragazzo del resto aveva sempre parlato chiaro -a volerlo ascoltare-: in assenza di una strategia collettiva per vendere meglio il prodotto Serie A nel mondo, ed avere così maggiori introiti televisivi, l’aumento dei ricavi passava necessariamente per l’approdo in Champions League. Cosa che non siamo nemmeno andati vicini dal far succedere, nemmeno quest’anno (siamo sinceri…).

Piccolo inciso: reduce da un gradevolissimo weekend lungo a Barcellona, ho passato una istruttiva e divertente mattinata al Camp Nou sollazzandomi tra museo, campo, tribune, coppe, spogliatoi e sala stampa. Ora: è vero che, in questi anni, “vendere” un prodotto come il Barça è leggermente più facile che farlo con l’Inter o col Milan. Ammetto pure di non essere mai stato a San Siro per visitarlo nei giorni non di partita, però la differenza è stata di alcune ere geologiche. Difficile quindi mettere in pratica le pur affascinanti teorie sull’internazionalizzazione del brand e compagnia cantante con una squadra che perde col Sassuolo (due volte) e pareggia col Carpi in casa.

Morale: la pur esistente forza trainante del gruppo di Thohir in Indonesia (Paese di 250 milioni di abitanti, non proprio il Bhutan) non ha avuto il successo sperato. In questo Suning è un colosso non paragonabile, oltretutto nato in quella Cina a cui tutti guardano ormai come prima potenza economica mondiale.

Insomma il potenziale c’è. La capacità di far leva sul passato glorioso e di vendere fumo (questo attualmente è quel che si può fare visti i risultati) pure.

Vedremo quanto in fretta riusciremo a crescere, magari anche attraverso un nuovo accordo con la UEFA alla fine della prossima stagione.

DIGERISCI

Sì ma te Mario come la vedi?

Siccome la domanda non me la fa nessuno, me la faccio da solo.

Sto invecchiando, perchè la prima cosa a cui ho pensato dopo l’ufficialità è stata: povero Thohir, non riesce a concludere quel che aveva in mente…

Sto invecchiando pure male, perchè credo di essere stato tra i pochissimi interisti a cui non è nemmeno venuto in mente di pensare a Moratti e alla fine della sua “carriera” da azionista (maggioranza o minoranza che fosse) dell’Inter. Approfondirò anche questo argomento nella parte dedicata alla defecatio, non a caso associata alle reazioni mediatiche alla vicenda.

Ripensando ai due anni e mezzo di gestione indonesiana, l’aspetto sportivo lascia chiaramente a desiderare. Col senno del poi, credo che il primo -pur comprensibile- errore sia stato andare avanti con Mazzarri, onesto mestierante ma lontano dall’idea di allenatore/manager che hanno gli stranieri. Il primo anno di Mancini d’altronde è trascorso tra periodi di assestamento e la pressochè sistematica distruzione delle precedenti sessioni di calciomercato, sicchè il Mancio ha compiutamente iniziato a lavorare solo dall’estate scorsa.

Pur non avendo ancora fatto le pagelline del campionato appena finito, posso svelare il prevedibilissmo finale, e cioè che Ciuffolo & co. escono maluccio dall’anno scolastico: a voi decidere per la bocciatura a Giugno o i tre esami a Settembre. La solfa cambia poco.

Ci sono però anche aspetti positivi in questi anni: per metterla sul ridere, non abbiamo più un Direttore Artistico, nè un Direttore Generale con contratto a tempo indeterminato. In termini meno carnascialeschi, con Thohir è arrivata un’organizzazione aziendale al posto di un Club Vacanze dove probabilmente era bellissimo lavorare, ma dal quale sono state lasciate a casa una settantina di persone senza particolari scossoni.

Non credo infatti che i cattivi risultati di questi anni siano da imputare alle scrivanie della sede lasciate vuote.

Ma Thohir non ha fatto solo questo: ha dato una direzione, pur non riuscendo a perseguirla in pieno. Ha fatto capire a cosa bisogna puntare per poter (tornare ad) essere un top Club, ora che il mecenatismo non può più essere una risorsa.

E sono i numeri a dimostrare ciò: di tutte le cifre e le valutazioni di cui si è letto in questi giorni, scelgo quella di Marco Bellinazzo non tanto perchè è quella che più conforta la mia tesi, ma perchè fatta da uno che ne capisce e che, pur tifoso napoletano dichiarato, ha sempre fatto della competenza e dell’imparzialità il suo cavallo di battaglia.

Ebbene, il ragazzo scrive testualmente che

“In pratica, rispetto all’acquisto di tre anni fa, la valutazione del club è raddoppiata. Thohir prese il 70% del club per 250 milioni (75 più i debiti per 180 milioni) con una valutazione complessiva del 100% delle quote intorno ai 350 milioni. Il tycoon indonesiano in altri termini è stato molto più bravo a comprare e a vendere che a gestire l’Inter”.

Parto da qui per fare due domande retoriche:

La gestione precedente sarebbe stata in grado di fare altrettanto? Risposta: no, e proprio perchè consapevole di ciò Moratti si era guardato in giro per trovare qualcuno che potesse farlo.

E senza questi due anni di medicina amara e cura ricostituente, il gigante cinese avrebbe sborsato tutti quei soldi? Risposta: no. Ammesso che a qualche sceicco possa anche interessare buttar via i soldi, questi signori hanno invece un business plan molto chiaro: vogliono entrare in Europa e vendere i loro prodotti ad un altro mezzo miliardo di potenziali clienti. Per far questo, una (gloriosa) squadra di calcio può essere un ottimo veicolo. Se però non si è sicuri che l’investimento possa creare valore, semplicemente non viene fatto.

Morale, Thohir è stato il dottore cattivo, che a furia di punture e sciroppi ci ha rimesso in piedi. Il suo è stato un ruolo ingrato, la cui importanza verrà sperabilmente riconosciuta col tempo.

Di questo credo che tutti gli interisti dotati di un minimo di cervello dovrebbero ringraziarlo: se poi è riuscito a vendere meglio (molto meglio) di quanto ha comprato, meglio per lui.

Moratti, tanto per non far nomi, non è mai stato un asso a vendere, e anche stavolta l’ha dimostrato.

 

ESPELLI

Che poi Moratti e ancor più la sua gestione sia adesso rimpianta dalle stesse penne che ai tempi lo criticatavano entro e oltre i giusti limiti (“è troppo tifoso, è troppo buono, gestisce l’Inter come una famiglia, sbaglia ad essere così passionale“) fa parte del gioco, dell’assenza di coerenza e vergogna con cui i nostri scrivani convivono ormai serenamente.

Sapete come la penso: la stampa rimpiange -adesso- Moratti perchè non ha più il punching ball preferito, su cui poter scrivere di tutto senza paura di rappresaglie.

Thohir tra le altre cose è uomo di comunicazione, ed ha iniziato subito a dire quel che voleva, quando voleva e soprattutto a chi voleva, con educazione sì ma senza la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras (cit.).

Imperdonabile.

Sconcerti, tanto per non far nomi, Thohir non lo può vedere perchè non gli ha mai concesso un’intervista. Per questo ne certifica il fallimento, ignorando volutamente le parti positive della sua gestione.

A ulteriore conferma del non irresistibile timore riverenziale esercitato dall’Inter sui media, curioso che, in un mondo dove il 99,99% degli intervistati racconta una propria verità, spesso non coincidente con la “verità-vera”, lo stesso Sconcerti (“mai una verità“) così come la Gazzetta imputino a Thohir la colpa di non aver vuotato il sacco.

Fin troppo facile registrare la calma piatta sulle balle raccontate sull’altra sponda del Naviglio da un anno abbonante a questa parte sulla cessione del Milan a Mr B. o chi per lui per fantastiglioni di miliardi…

Ma l’Inter non sarebbe l’Inter se non fosse capace di farsi male da sola: eccolo, allora, il succitato ex Direttore Artistico, rimproverare Thohir di non aver capito la peculiarità dell’ambiente-Inter e parlare di occasione persa. Tempismo perfetto, non c’è che dire…

Ancor meglio fa Paolillo, indimenticato “confermatore” di Mancini sotto la pioggia di Parma nel 2008 (“resta all’80%”) e severo maestro pronto a bollare con un bel “4” la gestione Thohir.

Mettendo insieme tutto, riesco anche a togliermi una soddisfazione da cacacazzi rancoroso e provinciale: il Milan, valutato da Silvio 1 miliardo (debiti esclusi) senza che nessuno dicesse niente per oltre un anno, è ora oggetto di trattative per un valore complessivo di circa 700 milioni, una cifra come visto molto simile a quella che riguarda l’affare Inter-Suning.

Visto che citare una fonte può non essere sufficiente, KPMG ha recentemente valutato l’Inter con un equity value (cioè debiti escusi) di 400 milioni che, sommati all’esposizione bancaria dei nerazzurri, fa arrivare l’enterprise value (e cioè il valore lordo) oltre i già citati 700 milioni.

Ecco, in un Paese in cui la più grande cazzata ripetuta 100 volte (da qualcuno) diventa verità, avere delle valutazioni esterne che danno alle due squadre di Milano un valore sostanzialmente analogo è una piccola ma piacevole rivincita.

Per resto, si vedrà…

suning inter

DOTTORE, E’ GRAVE?

LAZIO – INTER 2-0

“La situazione è grave ma non seria” (E. Flaiano)

Non ci sarebbe altro da dire, visto che queste parole fotografano alla perfezione l’inedia, la superficialità e l’insostenibile leggerezza dei nostri ragazzacci.

Come un padre ormai avvezzo al figlio lazzarone, mi sono bastati i primi secondi per riconoscere all’istante una delle fin troppo note serate all’insegna della “Voeuja de laurà saltum ados (che mi me sposti)“: è vero che il terzo posto era ormai una chimera, e che dovremo impegnarci davvero tanto per perdere il quarto, ma vivaddio, c’è una partita che va giocata a mille all’ora, perchè sei pagato per farlo e perchè vesti la maglia dell’Inter.

Chè poi, se tanto mi dà tanto, nemmeno la Lazio ha molto altro da chiedere a questo campionato, ma ciò non le ha impedito di fare la propria partita di pura decenza.

Il primo gol vede Klose infilarci l’ennesimo sifulotto della sua carriera laziale (sembra Evair ai tempi dell’Atalanta di Mondonico, una cambiale…), complice una dormita di sette interisti contro il succitato Crucco e Lulic: i due aquilotti triangolano manco fossero circondati da belle statuine e il pallonetto beffardo punisce un incolpevole Handanovic.

Come con l’Udinese, son passati solo pochi minuti e di tempi per recuperare ce ne sarebbe, ad averne voglia.

Assistiamo invece ad un lento e sterile ruminare calcio, con l’assoluto divieto di qualsiasi accelerazione, passaggio in verticale, tocco di prima o altro arnese atto a offendere.

Jovetic, che sostanzialmente si gioca le residue possiblità di conferma in queste ultime partite, è l’emblema dell’aria fritta: come e più che nell’ultima esibizione, culminata da doppia botta di deretano ed altrettanti goals, sciorina il campionario di frizzi-lazzi, passi doppi e colpi di tacco che esplodono tutta la loro pericolosità prorompendo in uno squassante e forte pèto (cit.).

Icardi, altrettanto inoffensivo, usa quantomeno l’understatement e non tocca palla per un’ora buona. Facciamo prima a dire che l’unico a salvarsi è Kondogbia, bravo a agire da cavallone di razza, sradicare palloni e ripartire in progressione, stante la morìa di compagni cui cedere la boccia.

Inutile e ridondante la ripresa, con l’ulteriore raccapriccio di vedere un paio di svarioni perfino di Miranda, oltre che una palla persa a metacampo da Palacio che porta alla fuga di Keita e successivo rigore di Murillo.

Candreva imita il collega Klose e ci purga per la cinquantasettesima volta in carriera.

Abbiamo insomma assistito a come crearci problemi esistenziali anche in una partita che da dire aveva ben poco.

Complimenti, vepossino.

LE ALTRE

Per fortuna l’insipienza non è prerogativa esclusiva dei nostri, stante una Fiorentina bloccata sul pari e un Milan ai limiti dell’imbarazzante per come riesce alla fine a sfangare un pari in casa col Frosinone.

#rigoreperilmilan rimane un solido trend topic anche per questo campionato e, mentre gli indottrinati scrivani rossoneri imprecano contro la sorte per i tre gol presi con soli quattro tiri in porta dei ciociari, da buon antimilanista faccio presente ai cugini che, per segnarne altrettanti, hanno avuto bisogno di due rigori (uno sbagliato, l’altro assai generoso) e di un paperone del portiere avversario.

Poi questi, col solito culo, al 95′ rischiavano addirittura di vincerla, ma la traversa ha avuto un sussulto di dignità e ha stoppato il destro a voragine di Balotelli.

Napoli e Roma imitano la Juve vincendo e scavando un ulteriore fossato alle loro spalle.

E’ COMPLOTTO

Mariolone Sconcerti è, come tanti altri, un pervicace sfruculiatore delle cose di casa nostra, con in più quel tono di apparente distacco e bonario disinteresse che invece a parer mio nasconde un’intolleranza all’Inter, soprattutto alla sua nuova gestione.

Ora, non è un segreto che l’esercizio 2015-2016 dovrebbe chiudersi sostanzialmente avendo rispettato i dettami del FPF (il passivo sarà intorno ai -50, ma considerando le sole spese imputabili al FPF siamo sui -30). Questo in barba a tutti i gufi che, spesso senza sapere di cosa parlavano, vaticinavano un finale a carte bollate per la gagliarda compagine nerazzurra.

E’ sintomatico il fatto che Sconcerti si ostini a dichiarare di “non capire” Thohir, rimproverandogli il fatto di non aver mai accettato un contraddittorio con lui (lesa maestà!) e sottolineando stranìto l’operazione di factoring realizzata con la vendita di futuri incassi da stadio in cambio di liquidità immediata.

E’ un’operazione piuttosto comune, già utilizzata in passato anche da Juve e Roma per non parlar del Milan (vedi le ultime righe di questo interessante articolo sul bilancio appena chiuso dai Meravigliuosi): però no, per Sconcerti è tutto un “attenzione… l’Inter sta vendendo incassi non ancora realizzati…“, come se l’epilogo inevitabile fossero i libri in tribunale.

Ma il nostro fa di più, e dipinge l’Inter come “club tranquillo“, rimpiangendo i bei tempi andati di continua e simpatttica esternazione morattiana.

Da una frase come “Forse Erick Thohir non capisce il modo di vedere le cose che abbiamo qui e questa difficoltà a capire gli italiani sembra filtrare anche nella politica societaria” trasuda tutto il fastidio di non poter disporre dell’Inter come meglio si crede, come a dire “quel cicciobello con gli occhi a mandorla non sa che qui noi siamo abituati a poter scrivere di tutto sull’Inter, e loro zitti, sotto”.

No, caro Sconcerti. La Società è tranquilla, ha un suo piano di cinque anni, ha giustamente caricato di costi lo scorso esercizio non essendo in Europa e non avendo la UEFA a sbirciare il bilancio, e si presenta ora col vestito buono. Che non sarà un lussuosissimmo smoking ma che è un bel blazer blu:con una camiciola bianca fa fine, non impegna e la tua porca figura la porti a casa.

Si arriva poi all’inevitabile falso ideologico quando il nostro aggiunge: “E’ un club molto distaccato e tranquillo specie sui temi che noi vediamo come dei piccoli drammi come la possibile sanzione per il FPF e l’impossibilità ad investire“, paventando gli inesistenti scenari apocalittici cui si è accennato poche righe fa.

Il ragazzo deve poi soffrire di qualche deficit cognitivo, visto che, nonostante tutto quanto appena citato, afferma che l’Inter “non arrivava tra le prime quattro da tempo, ha rivalutato alcuni giocatori e ha gettato le basi per il futuro, cosa che al Milan non accade“.

Eppure, dopo sole 24 ore, ecco il nostro  disseminare le proprie perle di saggezza di fronte a Caressa, Vialli & Co. dicendo che vede il Milan messo meglio dell’Inter, perchè l’Inter ha già venduto ma ciononostante si sta avvitando su se stessa, mentre il Milan ha deciso di girar pagina, si tratta solo di capire chi mette i soldi.

La coerenza e la logica mi paiono simili a quelle di Paul Ashworth di Febbre a 90° quando dice “tanto varrebbe essere sotto di 8 reti“(min. 3.30 di questo video da imparare a memoria con la mano sul cuore “…Jeeesus Paul you need medical help! You got some kinda disease that turns people into miserable bastards!“): sostanzialmente meglio dover ancora cominciare che essere a metà dell’opera.

Inevitabile contorno di cloaca al succitato piattino di sterco fumante i continui richiami di Vialli a “non si può gestire una squadra da 6000 km di distanza” o di Mauro e Caressa all’assenza di “uno zoccolo duro di italiani che insegni agli altri cos’è l’Inter“.

Meno male che, almeno in questo caso, il Mancio li ha rimessi al loro posto rispondendo -un po’ più elegantemente di me- che l’importante è la personalità, e che del passaporto  se ne fotte.

WEST HAM

Altra convincente vittoria per 3-0 in casa del West Brom. Decisiva o quasi sarà l’ultima partita, ancora con quel Man Utd che al momento ci precede di 1 punto. Teoricamente, se gli Hammers vincessero le loro tre partite e il City perdesse con l’Arsenal, il quarto posto sarebbe ancora possibile.

Vediamo se i miei eroi inglesi hanno la stessa solidità petalosa degli amati nerazzurri…

laz int 2015 2016

Ooh! lo vedete il cesso là in fondo? Ecco, andate un po’ accagare!

BENJI C’E’. HOLLY QUANDO ARRIVA?

ATALANTA-INTER 1-1

Chissà, forse era per toglierci subito dalla bocca quel sapore dolceamaro della sconfitta casalinga col Sassuolo condita però da una prestazione convincente.

Forse era per farci aprire gli occhi sul nostro stato attuale, sia fisico che tecnico.

O magari era per mostrare a tutti quanti il nostro genio strategico nel far partire titolare un giocatore che (sarà la volta buona?) pare avere il biglietto aereo in mano.

Fatto sta che, tocca dirlo, questo 1-1 è purtroppo un punto guadagnato per quanto visto. I bergamaschi, reduci da 4 sconfitte consecutive, risorgono contro i nostri, teoricamente agguerritissimi ma in realtà tremebondi.

Già ci va di culo che il Papu Gomez non la metta (anche se ci farà vedere i sorci verdi per tutta la partita); già dobbiamo ringraziare il fato per non aver assistito al Primo Gol in Serie A di Monachello, cresciuto nelle nostre giovanili, oppure per non aver dovuto sorbirci l’esultanza del “talento di ritorno” Diamanti.

Il Club Gautieri insomma distribuisce altre member cards (Dramé pareva Roberto Carlos, diobono), ma rimaniamo a galla grazie soprattutto a un paio di parate incommensurabili di Handanovic.

Tutti giustamente si soffermano sulla parata “illegale” su Cigarini, ma anche quella su colpo di testa ravvicinato ha dell’incredibile: sembra quasi partire in ritardo e invece, in una frazione di secondo, ecco spuntare la manona a deviare in corner.

Fossi stato in lui, dopo il miracolo alla Benji Price mi sarei girato e sarei uscito dal campo borbottando:

“Io sono a posto per tre mesi, ci vediamo dopo Pasqua, arrangiatevi”.

La difesa si regge indubitabilmente su di lui, come tutte le statistiche ci fanno vedere; Miranda nelle ultime giornate sta assumendo sempre più il ruolo di balia di Murillo, molto impreciso anche in quest’ultima uscita, aldilà della sfortunata deviazione in gol.

Gira che ti rigira, il problema principale dei nostri è sempre quello: il cervello. Si può sopperire a tanti difetti (tecnici, fisici, di personalità…) se si hanno sinapsi ben funzionanti, che ti suggeriscono la scelta giusta da fare. Poi guardi ed hai -appunto- Murillo e Guarin che fanno a gara a perdere palloni, e pensi: la vincium pù la guèra…

Chi mi conosce sa cosa penso di Guarin, e quindi non lo ripeterò. Mi chiedo però quale sia la ragione per farlo giocare, dal momento che il ragazzo non va “messo in vetrina” per solleticare gli appetiti di qualche eventuale compratore. Qui il fesso che ci casca l’abbiamo già trovato, ed è disposto a riempre di soldi tanto l’Inter quanto il giocatore. A che pro sottoporci a questo ennesimo esempio di ignoranza calcistica, oltretutto col rischio di un infortunio che avrebbe vanificato la trattativa?

A questo punto vien solo da sperare che non abbiano visto la partita, altrimenti il rischio che cambino idea è più che fondato…

Faccio un minimo di cronaca: loro come detto scendono sulle nostre fasce come e quando vogliono, e da lì mettono in mezzo palloni velenosi: su uno di questi Murillo prova la scivolata a spazzare in corner, ma la boccia finisce alle spalle di Handanovic.

Vero che alle spalle di Murillo c’è Gomez in fuorigioco kilometrico ma, a voler essere onesti, il nostro difensore non lo vede proprio: difficile sostenere che sia intervenuto sul pallone proprio per evitare il facile tap-in dell’atalantino… Rizzoli infatti non ci pensa nemmeno (figuriamoci) e siamo sotto 1-0.

Per quello ci dice anche culo, perchè nell’unica occasione costruita con un minimo di logica Jovetic scambia bene con Icardi, che si allarga sulla destra e mette in mezzo: Ljajic non ci arriverebbe mai, essendo preceduto da due difensori e dal portiere, ma tal Toloi entra di prepotenza e pareggia gli autogol.

Da sottolineare in tutto ciò la sola cosa buona fatta da Jojo nella giornata, cioè correre da Icardi ad abbracciarlo, tanto per ricacciare in bocca a tanti le presunte antipatie tra i due.

Ma nessuno l’ha fatto notare, e l’ho visto solo io che sono malato…

Sia come sia, il colpo di culo non ci desta, anzi ci fa vivacchiare sulla sensazione di pericolo scampato.

Nel corso del match, contrappuntato come detto dalle paratissime del nostro numero 1 (non dimentico quella su Monachello dopo esemplare assist di Cigarini a fine primo tempo), il Mancio comincia a buttar dentro attaccanti di varia forma, finendo con Perisic e Biabiany sulle fasce, Icardi e Jovetic (poi Palacio) davanti e Ljajic rifinitore. La paura è che finisca come nelle altre occasioni in cui abbiamo affastellato punte e mezze punte in attesa della prosaica botta di culo.

Stavolta invece non succede nulla, il che non è esattamente una bella notizia.

MASTER OF 5-5-5

E’ vero che, almeno, non ce l’hanno picchiata inder posto, ma avere in campo 5 attaccanti per 20 minuti o più e produrre la miseria di due cross sbagliati e un tiro in curva è preoccupante.

La mia analisi, oltrechè sui già menzionati neuroni, si concentra sulla nostra metacampo.

In quanto reparto povero di fosforo così come di piedi buoni, dovrebbe teoricamente sopperire con furia agonistica, forza fisica e pressing spietato in dosi industriali.

Macchè.

Siccome gli assenti hanno sempre ragione, mi viene quasi (ho detto quasi) da rimpiangere Felipe Melo e la sua ignoranza, che quantomeno però crea difficoltà al palleggio avversario.

Qui invece si è sparsa la voce, e non era nemmeno ‘sto gran segreto: l’Inter a centrocampo è scarsa, se li pressi non ci capiscono un cazzo; se giochi di prima non ti prendono mai.

Detto fatto: ha cominciato la Lazio, hanno proseguito Empoli e Sassuolo, ha concluso (per ora) l’Atalanta.

Ora, posto che nessuno obbliga a giocare con tre registi come la Fiorentina, devi però avere un piano alternativo. E qui casca l’asino. La mia impressione è che il giochino abbia retto egregiamente finchè la gamba sosteneva i nostri medianacci. Ora invece li vedo parecchio scarichi e, non potendo contare sulla tecnica individuale nè sulla sagacia tattica, emergono tutte le falle di un reparto di muscolari (eufemismo rispetto alla più prosaica definizione di grand-gross-e-ciula).

Sentire il Mancio dire che dovrà metterli tutti a fare un po’ di muretto per migliorare le tecnica individuale è un’affermazione tanto condivisibile quanto preoccupante, visto che staremmo parlando di gente che gioca in Serie A.

Il giorno in cui Guarin farà ciaociao con la manina sarà sempre troppo tardi, ma anche lì: cedere lui per prendere Soriano vuol dire migliorare in modo solo incrementale. Vuol dire cioè prendere uno che fa -meglio- la stessa cosa: corre, si inserisce, segna. Copre poco, imposta nulla.

Ecco, io sarò prevedibile e poco fantasioso, ma farei una scala di priorità. Di gente che corre e ramazza ne abbiamo. Non abbiamo uno che pensa e distribuisce palloni. Quindi, anzichè Soriano -che è bravo e mi piace, su questo non discuto (cit.)- busserei più modestamente all’Atalanta per Cigarini, o volendo pensare in grande alla Lazio per Biglia.

Quindi prenderemo Soriano.

O, ancor meglio, traccheggeremo fino al 30 Gennaio per poi dire “siamo a posto così”.

LE ALTRE

La Juve inaugura il nuovo stadio Friuli segnando quattro gol in mezz’ora, senza però che le amnesie udinesi destino sospetti come altre volte. Prevedibile e anche banale dire che i cattivi son tornati. Il Napoli regge, regolando il Sassuolo che pure aveva iniziato bene, tornando ad avere un Consigli in versione “normale” e non campionissimo.

Inevitabbbile…

La Roma invece non va oltre il pari in casa col Verona nonostante quel cambio di panchina che di solito dà una immediata scossa nervosa.

Il Milan batte meritatamente una Fiorentina che fa capire a tutti (o quasi) i talebani del Bel GiUoco quanto sia pericoloso non avere alternative al proprio modo di stare in campo.

E’ COMPLOTTO

Sono rancoroso e con memoria elefantiaca -quantomeno sul calcio, chè sul resto non ricordo cos’ho mangiato ieri sera…-. Faccio quindi sommessamente notare che l’Inter, nelle prime 20 giornate, è stata in testa (da sola o in compagnia) per ben 13 turni: più, molto più di tutti gli altri.

Detto che siamo una mandria di dementi e che dobbiamo migliorare in tutti i reparti, è giusto quel che Mancini faceva notare nella conferenza pre-Atalanta: se una squadra sta in testa per tutto quel tempo non è più un caso: siamo lì e ce la giochiamo.

Lo dico perchè chiaramente siamo già al de profundis dei nerazzurri, con i media a fare a cazzotti per salire sul carro di “Napoli e Juve che hanno evidentemente una marcia in più“, fedifraghi come il peggior bagnino riminese nel buttare nel dimenticatoio la tanto celebrata Fiorentina, presa ad esempio fino a poche ore fa e ora sbolognata con un “eh ma giocano sempre nella stessa maniera, non hanno un piano B, che delusione“.

Sintomatico poi che la bella e meritata vittoria rossonera con i Viola faccia indurire gli apparati riproduttivi di serve evidentemente in crisi di astinenza, quando arrivano a chiedere a Mihajlovic se il Milan possa lottare con l’Inter per il terzo posto.

Addirittura in anticipo la Gazza, sempre solerte nell’accomunare le vicende delle milanesi allorquando una va benino (noi) e l’altra maluccio (loro).

Ecco il titolo di mercoledì sui dolori delle milanesi, felicemente appaiate dalla Rosea nonostante la decina di punti di distacco in classifica e la media spettatori agli antipodi:

gazza 13 genn 2016

Il titolone ad abbaiare le peggio cagate; poi nell’articolo, la precisazione: “L’Inter tutto sommato si difende, va bene in classifica e al botteghino. Il Milan no.” Quindi è un pezzo basato sul niente, però intanto facciamolo…

 

WEST HAM

Brutta sconfitta in trasferta a Newcastle: la striscia di risultati utili consecutivi si ferma a 8 (record di Premier eguagliato). Ce ne faremo una ragione.

 

ata int 2015 2016

“Ogni pallone…Benji lo segue…con attenzione”

TROPPO BRUTTI PER ESSERE VERI (SI DICE COSI’?)

INTER-FIORENTINA 1-4

Come ultimamente accade quando incrociamo la Fiore, becchiamo una gragnuola di goals e ritorniamo a casa con le pive nel sacco.

La gara ricorda, nel punteggio come nell’andamento, il nefasto 1-4 casalingo contro il Cagliari di Zeman, nell’unica scintillante prestazione stagionale del Boemo (contro di noi, e con chi sennò?).

Parto alla lontana. A seconda delle inclinazioni politiche o delle semplici simpatie, si è soliti dire che l’Italia è stata liberata dal nazifascismo per l’opera degli Alleati o dei partigiani (“…la seconda che hai detto!“).

La nostra prestazione è per fortuna assai meno importante dell’avventato paragone, ma allo stesso modo può essere addebitata agli scempi commessi dalla nostra difesa (portiere su tutti) o alla cervellotica formazione messa giù dal Mancio.

Handanovic, tra i tanti torti della serata, ha quello di farmi essere d’accordo con Massimo Mauro, secondo cui Samir è tra i 10 portieri più forti al mondo, ma ogni tanto fa di queste cappelle. Dopo 4 minuti lo stop a inseguire è degno del mio piede destro (e io sono talmente mancino da autodefinirmi  “ambisinistro“): il frittatone su Kalinic è inevitabile.

Un tifoso bonario potrebbe fors’anche arrivare a sospendergli la pena, visto che a momenti para anche questo di rigore. Ma “quando cinque minuti dopo (cit Paolorossiana) il nostro fa una non-parata sul tiro di Ilicic, limitandosi a guardare la palla strumpallazza che entra in porta su tap-in del satanasso Kalinic, ecco, a quel punto nessuno gli risparmia la sacrosanta razione di sacramenti. Che difatti arrivano anche dal divano di casa, complice l’assenza del rampollo che mi permette il turpiloquio dei bei tempi che furono.

Al nostro numero 1 mancava solo il grande classico del repertorio, che di solito le grandi star concedono nei bis di fine serata ma che per l’occasione viene anticipato fin verso il 30′ del primo tempo. Guinzaglio ben ancorato al palo di porta e divieto assoluto di uscire: ecco i presupposti ideali per la minchiata di Miranda, che non trova di meglio che affossare l’avversario lanciatissimo a rete, lasciando la partita seduta stante dopo inevitabile rosso diretto.

Da qui in poi, paradossalmente, la squadra dà il meglio di sè, brava com’è a non sbragare totalmente, e mettendosi a fare la formichina che cerca di rimediare una situazione disperata.

La Viola ha sostanzialmente pietà di noi, anche se mi piace vederla come lo Scarpini di turno e pensare che sia stato il nostro pressing ragionato a non farli tirare in porta per quasi tutta la ripresa. Morale, noi pianpianpianpianino riusciamo anche a fare un gol (bravo Icardi su bel cross di Telles), ma i toscani ci fanno capire che non è tempo di miracoli timbrando il quarto sigillo poco dopo e mandandoci definitvamente a casa.

Fatto il riassunto della sintesi del bigino, resta da scotennare il Mancio e capire cosa ci sia sotto la messa in piega brizzolata.

Difesa a tre con Santon centrale???

Perisic esterno a tutta fascia???

Se insistere sulla bontà della sua scelta nel dopo gara è una precisa strategia comunicativa, lo appoggio in pieno (mai dire a quelli là che si è sbagliato), ma detto tra noi, la cagata l’ha fatta. Se c’era un aspetto su cui tutti concordavamo era la solidità difensiva della nostra linea a 4, opportunamente coperta da Melo-Guarin-Kondogbia a centrocampo.

Cosa ca…cchio vuol dire cambiar modulo e far giocare la gente fuori posizione?

Ripeto a chi ha l’insana pazienza di seguirmi che non ho un modulo preferito in assoluto; solo non sopporto di vedere lo schema che ha la meglio sui giocatori.

Prima vengono gli uomini sul campo, poi i disegnini alla lavagna e le pippe mentali.

In fase di commento, non posso che ripetere quanto già detto settimana scorsa: il valore di questa squadra lo vedremo alle prime sfighe. Speravo arrivassero un po’ più avanti, mentre son già qui a bussare, e anche con una certa insistenza.

Le prossime due si chiamano Samp a Genova e Juve in casa. Le risposte non tarderanno ad arrivare.

Tremate!

LE ALTRE

Caso più unico che raro, perdono “entrambe e tre” le squadre strisciate. Se la caduta bianconera comincia a non fare più notizia (perfino prevedibile il successo del Napoli), ho salutato con piacere la sconfitta del Milan a Marassi contro il Genoa, annotando l’esplusione del “nuovo-Nesta-ma-coi-piedi-di-Zidane” che è ovviamente eccessiva, e che servirà per far crescere un ragazzo che in fondo ha solo vent’anni e tutto il diritto di sbagliare (Copyright Riccardo Gentile SkyCalcio).

Pur nella dolorosa sconfitta, rimaniamo in testa al gruppone, nonostante i successi delle romane e del succitato Napoli. Splendido e arcigno il Toro, che finisce in 9 ma riesce a battere il Palermo, salendo a due soli punti dalla vetta.

E’ COMPLOTTO

Gufi e lecchini l’avevano presa da lontano, passeggiandoci sui testicoli con la manfrina delle troppe partite vinte 1-0 e sulla ormai endemica mancanza di giUoco da parte dei nostri. Niente di nuovo e niente di male, se anche scomodi precedenti si esponevano per complimentarsi col Mancio e addirittura il Vate(r) di Fusignano era meno saccente del solito nel giudicare le prime uscite dei nostri.

Epperò c’è la scala Viscidi.

nomen omen...

nomen omen…

Ne ho sentito parlare la prima volta un anno fa sulle sempre interessanti pagine di Undici, ma è curiosamente rimasta fino a oggi nel cassetto della stampa mainstream (inglesismo per non usare l’endiadi “serva e prona“).

La statistica ha un certo peso in questo sport, la si può ritenere utile oppure una masturbazione mentale da pseudo analisti del calcio. E’ però singolare che il principale quotidiano sportivo abbia cacciato fuori questo coniglio dal cilindro proprio questa settimana, con un’Inter ancora a punteggio pieno ed una Juve in zona retrocessione.

Ma non ci fermiamo qui.

L’ultima volta che ho visto Quelli che il Calcio credo che fosse ancora condotto da Fazio. Mi è stato però segnalato un simpaticissssssimo parere personale di tal Attilio Romita, ex volto del TG1 che pare essersi espressamente augurato una sconfitta dei nostri.

Non so se il soggetto sia di palesata fede non-interista, ma potrà senz’altro motivare il suo auspicio (peraltro puntualmente avveratosi, gufo maledetto!) nel nome dell’alternanza e per il solo interesse di tener vivo il Campionato.

Strana sorte quella della nostra Serie A, la cui salute sta a cuore della gente solo quando in testa non c’è la Juve… avete mai sentito qualcuno augurarsi un cambio di vertice negli ultimi quattro anni?

Nemmeno io, ma si vede che ero distratto…

WEST HAM

Attingo nuovamente alle pagine di Undici per segnalare l’interesse per lo splendido inizio dei Martelli anche ad di fuori dei soliti circuiti underground.

In realtà in weekend ci ha regalato un soffertissimo pareggio interno col Norwich (2-2 raggiunto in pieno recupero), ma scintilliamo nella nostra bellezza working class al terzo posto in virtù delle trasferte corsare delle scorse settimane.

They fly so high…

... Se non lo sai tu...

… Se non lo sai tu…