APERITIFSPIEL – ALT. VERSION

Fin dall’inizio sapevo che sarebbe finita così…

I ballottaggi strappacuore sul centravanti da inserire sono niente rispetto all’assortimento sconfinato di bidoni, promesse mancate, casi psichiatrici, piedi fucilati e compagnia cantante che in questi 25 anni ha indegnamente indossato la casacca nerazzurra.

Un minimo di condizioni di esistenza.

Cercherò di spiegare di volta in volta se il prescelto si è guadagnato il posto in questa blacklist per mancanza dei requisiti minimi di sussistenza (fuori di metafora: sei scarso!) o perché avrebbe potuto ma non ha fatto, o perché si è macchiato di uno o più comportamenti (sia dentro che fuori dal campo) incompatibili con qualsiasi galateo calcistico degno di tal nome.

Posto che l’obiettivo ultimo di questa seduta di autocoscienza è la damnatio memoriae, non metterò foto di questi figuri, nella vana speranza di potermene scordare il prima possibile. Forza, allora, cominiciamo:

Col numero 1 facendo lo schizzinoso avrei potuto inserire Cinghialone Peruzzi o Sebastien Frey ma, pur avendo lasciato un retrogusto agrodolce nel loro breve trascorso nerazzurro, non sono certo stati cattivi portieri. Quindi saltiamo il portiere e cominciamo dal terzino.

Con il numero 2: Il Divino… Jonathan

Aldilà degli aspetti mitologici associati al personaggio, arrivato come primo di tanti “nuovi Maicon”, Jonathan ha avuto 30 secondi di gloria contornati da stagioni di assoluto anonimato, quando non di induzione alla blasfemia calcistica. Semplicemente non da Inter, non da Serie A. Full stop. Ben vengano le parodie e i meme che fanno SEO e muovono l’algoritmo, ma nulla più di questo.

Con il numero 3: Fabio… Macellari

Come forse sapete, ho un debole per il ruolo, che mi rende assai suscettibile ed esigente in materia. Avrei quindi potuto inserire quasi a caso un qualunque affittuario del numero magico, e sarebbe comunque stato indegno di tanta gloria. Macellari però va oltre, pur pagando colpe non sue (che già di sue, poveretto, ha dovuto scontarne abbastanza…). Succede che ogniqualvolta negli anni ho dovuto sentire la manfrina dei troppi stranieri in squadra e dei pochi italiani in rosa, rispondevo quasi in automatico: “Ricordo che l’ultima volta che abbiamo avuto una difesa di ragazzi italiani avevamo Bruno Cirillo sulla destra, Matteo Ferrari in mezzo e Fabio Macellari sulla sinistra”.

Ovviamente saltiamo il 4, per arrivare a…

Con il numero 5: Francesco… Dell’Anno

Una delusione immensa. L’avevo accolto come il regista illuminato che ci mancava dai tempi di Matteoli, si è trascinato per una stagione ciabattando in campo con la lena di un condannato ai lavori forzati. Primo caso (il secondo è stato Balotelli) di giocatore fischiato da San Siro sulla fiducia già al momento del suo ingresso in campo dalla panchina.

Una nota di colore: nello stesso anno in cui Felice Centofanti firmava i suoi autografi “100fanti“, lui iniziò a firmarsi “Dell’365”. Fine.

Con il numero 6: Roberto… Carlos

Sì, sì… lo so. Sono un senza Dio, è stato il più forte terzino del mondo, tutto quello che volete. L’ho adorato per il primo mese di Inter, ma ora di Ottobre mi aveva già rotto i coglioni. Ritorno su una storia già raccontata in passato. La stagione 95/96 è stata la prima ad introdurre le statistiche applicate al calcio: c’era la curiosa figura di Adriano Bacconi ad introdurci ai rudimenti di medie, mediane, trend, eccetera.

Tutta roba se volgiamo ancora abbastanza spartana, ma sufficiente ad evidenziare un dato preoccupante. Nella speciale classifica dei tiri in porta tentati, a fine stagione in testa c’era Batistuta (ovvio, essendo il classico centravantone-della-Madonna): ecco, il secondo in classifica era Roberto Carlos. Quattro, cinque, sei volte a partita prendeva palla e sparava in porta da 30 metri o più. Le prime volte, sfruttando il piacevole fattore-novità, segnava con una certa frequenza (tre dei suoi 5 gol in campionato arrivano prima del 1° Ottobre, uno degli altri due è un rigore) ma, capito il giochino, i portieri lo aspettavano e neutralizzavano i suoi tentativi sempre più velleitari.

Poi, se mi dite che bisognava tenerlo e farlo crescere per sfruttarne le indubbie doti offensive, col senno di poi posso anche essere d’accordo. Ricordo però, come già fatto altre volte, che al momento della cessione nè Milan nè Juve si fecero avanti per sfruttare l’apparente abbaglio dell’Inter.

La verità, come vedremo per altri numeri di questa lista, è che con i giovani è sempre una lotteria, e ti può capitare di dar via quello che altrove diventa un fenomeno. Ma non rimpiangiamo quella stagione di Roberto Carlos all’Inter come un campionario di magie e finezze.

Chiudo con l’ennesimo Luogo Comune Maledetto: Hodgson gli preferiva Pistone, smentita proprio dal diretto interessato ma talmente “bella” da essere tramandata di anno in anno.

Con il numero 7: Sergio… Conceiçao

Quel che l’immortale Ezio Luzzi una volta chiamò “Cosenzao” è stata una delusione, anche se “nasata” da lontano. Ho sempre pensato che quello visto alla Lazio fosse un positivo effetto collaterale di un centrocampo che poteva schierare, tra gli altri, Veron, Simeone e Nedved. Come a dire che lì in mezzo in tanti avrebbero potuto dire la loro.

Se non altro il ruolo era perfetto per il granitico 4-4-2 di Cuper, ma di dribbling e cross vincenti in due anni ne abbiamo visti pochi. Molte di più le palle perse, spesso seguite da braccia levate al cielo in segno di disappunto, e un’espressione scazzata pure quando segnava.

Con il numero 8: David… Pizarro

Aveva tutto per entrare nelle mie simpatie: regista (udite udite, proprio di ruolo, non uno dei tanti “non è il suo ma può adattarsi), cileno (e dopo Zamorano ero pronto anche ad invaghirmi di un capomastro di Vina del Mar), intelligenza calcistica superiore. Invece, è arrivato un trottolino tabbozzo e dribblomane, che anzichè far partire l’azione velocemente insisteva a dribblarne due o tre prima di perder palla sulla nostra trequarti. Da speranza a destinatario dei miei “dalla via ‘sta palla!” in meno di un girone, è migrato a Roma per vederci vincere scudetti e coppe in sequenza.

Pingue consolazione e magra vendetta verso El Pek.

Con il numero 9: Darko… Pancev

Anche se molti interisti avrebbero inserito qui Icardi, per me “ball don’t lie” come dicono in NBA, e quindi faccio il ragionamento valido per Bobo Vieri: uno che segna più di 100 gol con l’Inter meriterà sempre e solo il mio grazie, indipendentemente da mogli, procuratori, rapporti con la Curva, compagni e allenatore. E’ invece un altro malcapitato nella storia nerazzurra ad aggiudicarsi l’ambita maglia da (would to be) centravanti: Il Cobra, o il Ramarro, a seconda delle preferenze etologiche.

Perfino superfluo ricordare il tanto che ci si aspettava da lui e il poco che ha dato. Rimane il fascino dello zingaraccio maledetto, e indolente, sorriso beffardo da Ligabue dei Balcani, pieno di soldi e già nella storia per la Coppa Campioni conquistata a Bari nel 1991.

Il Signor Carlo capirà e non potrà che convenire.

Con il numero 10: Domenico… Morfeo

Come già sunteggiato per Roberto Carlos, e come poi vedremo per un altro giocatore compreso nella lista, anche per Morfeo possiamo tornare sul concetto di grande talento inespresso.

Per il potenziale che aveva a disposizione, ha reso forse al 50% di quel che avrebbe potuto. Sinistro sapiente, ottima visione di gioco, furbo e cattivo quanto basta, alternava però tutto questo a tante, troppe esibizioni fatte di indolenza, superficialità e supponenza. Le Madonne che ho tirato a lui (ma ancor di più a Cuper che l’aveva messo in campo sul 3-1 per noi) in un lontano Inter-Roma in cui c’era solo da gestire gli ultimi 20 minuti hanno risuonato al primo verde di San Siro per mesi e mesi.

Al min. 5.45 il capolavoro del nostro, vecchio di quasi vent’anni ma ancora impresso a fuoco nella mente di chi scrive. Da lì è entrato con un biglietto di sola entrata nella lista nera.

A tutto ciò associa l’aggravante di essere involontariamente inciampato (come tutto il Milan) in uno scudetto conquistato con più culo che anima, nell’anno di (dis)grazia 1999.

Con il numero 13: Fabio… Cannavaro

Non voglio essere scurrile e screanzato. Mi limito a questo: self explaining.

Con il numero 14: Fredy… Guarin

Emblema dell’Inter di quegli anni: brilli estemporanei alternati a nefandezze perpetue (cit.). Avesse avuto anche solo metà del cervello calcistico di uno a scelta tra Cambiasso, Stankovic o Matthaeus, avremmo avuto in casa un campione. Fisico, tiro, quando in buona anche doti di leadership, ma una incostanza degna della peggior nobildonna capricciosa. Per intenderci, capace di risolvere un Derby da solo e di buttare in vacca una partita con un retropassaggio di questo tipo (min. 3,30). In mezzo, tante buone mezze partite, tanti tiri al terzo anello, fino alla salvifica cessione in Cina. Assolutamente non rimpianto.

Con il numero 15: Fabian… Carini

Il terzo portiere della Juve è vittima innocente di queste righe, ma è parte integrante della sceneggiata messa in piedi dal succitato Cannavaro, con la cortese collaborazione dell’altrettanto summenzionato Moggi e di Paco Casal, traffichino sempre presente quando le acque non sono limpide.

Nulla di personale, ma non poteva non essere inserito nella blacklist.

Con il numero 16: Nicolas… Burdisso

Nutro un’ammirazione notevole per la persona, a partire dai problemi familiari fortunatamente risolti all’inizio della sua parentesi nerazzurra (e anche in quel caso chapeau al Sig. Massimo), per arrivare a coscienza sociale extra-calcistica.

Dentro il campo, è stato un buon difensore, ovviamente criticato più ed oltre dei propri demeriti finché tesserato nerazzurro, e invece celebrato negli anni di Roma, quando il ritornello polemico era “Burdisso a cui l’Inter non riusciva a trovare un posto in squadra, alla Roma invece sta facendo faville“. Nessuno ovviamente si sognava di dire le cose come stavano, e cioè che per essere bravo era bravo, ma che i vari Lucio, Samuel, Materazzi, Cordoba lo erano di più. Fine della storia.

Trova posto in questa lista dei cattivi per un errore troppo grave per passare nel dimenticatoio, e che ricordo distintamente essendo stato commesso in un Inter-Juve di fine Marzo 2008, a soli pochi giorni dalla nascita del rampollo di famiglia. Accomodo il poppante in culla a fianco del divano e non posso nemmeno sacramentare come l’occasione avrebbe richiesto per non turbare la quiete familiare. Non mi è mai andata giù…

Con il numero 17: Zdravko… Kuzmanovic

Centrocampista legnoso, ruvido e macchinoso, comprato in tempi di magrissima economica. Sono gli anni più duri del nostro recente passato, in cui pochi mesi bastarono a veder sparire dalla rosa giocatori come Julio Cesar, Sneijder, Maicon e comparire carneadi quali Ruben Botta, Laxalt e, per l’appunto, il Kuz.

Avere pochi soldi da spendere fa parte dei corsi e ricorsi storici. Spenderli male in quei momenti però è ancor più grave…

Essere calciatori mediocri non è una colpa in sè, mica possono essere tutti fenomeni. Quel che non ho mai tollerato del serbo-svizzero è stato il voler sembrare quel che non era. Se vuoi essere un vero “tuttocampista”, o ti chiami Stankovic, o Yaya Touré, o roba simile… Lui non era un regista, non era un incontrista, non era un incursore. Faceva un po’ di tutto ma non era abbastanza.

Come dice Giacomino Poretti in “Chiedimi se sono felice”… “…insomma fu un po’ tutto, e non fu niente”. (min. 4.55).

Con il numero 19: Bernardo… Corradi

Altro caso di giocatore “poco colpevole” per quanto fugace è stata la sua parentesi nerazzurra, e che però assomma in sé un paio di caratteristiche mal tollerate dal sottoscritto: caso tipico di centravanti che segna poco ma si muove bene per i compagni (davano del “generoso” a Graziani, che però di gol in carriera ne ha fatti quasi 200, questo qua in Serie A non supera gli 80), ma comunque celebratissimo dalla critica, forse perchè ci segna contro in quell’Inter-Chievo del dicembre 2001, quando il mondo si accorge dei “mussi volanti” di Clouseau Delneri; infine, in maglia Lazio e con il maledettissimo Piojo Lopez, si esibì in balletti a ripetizione, poi zittiti da una delle migliori esibizioni di Emre Belozoglu (a.k.a. il Maradona del Bosforo).

Ecco, nella mia deontologia calcistica, il balletto post-gol equivale ad aprire la caccia all’uomo. Intollerabile, peggio di scartarli tutti e segnare di testa a porta vuota dopo essersi inginocchiati sulla linea di porta.

Con il numero 20: Sulley… Muntari

Uno dei calciatori che, nella sua parentesi interista, mi ha fatto incazzare di più. Devo dargli il merito di un paio di gol pesanti (anche se quello con la Juve a momenti lo sbaglia…) ma i due minuti di Catania a inizio 2010 sono sufficienti a farlo inserire nelle primissime posizioni della blacklist. Come tanti altri centrocampisti “non pensanti” (Felipe Melo altro esempio) era un pericolo sempre in agguato, con il fallo inutile o la crisi di nervi a livelli altissimi di esondazione.

Per i precisètti: Sulley ha vestito anche l’11 ed il 77, ma nella prima apparizione in nerazzurro aveva il 20. Oh, poi se non vale posso sempre mettere Recoba!

Con il numero 21: Andrea… Pirlo

Altro caso che per molti di voi equivarrà a bestemmia calcistica, ma chi mi conosce sa quel che penso di lui. E aldilà di questo, qui parliamo di quel che i calciatori hanno fatto nella loro parentesi nerazzurra. E lui, all’Inter ha fatto poco al cazzo.

Torno a quanto detto a proposito del numero 6 e del numero 10 di questo nefasto elenco: a vent’anni è ancor oggi molto difficile capire chi sarà il “crack” e chi invece rimarrà il bel giocatorino ma nulla più di quello. Chi ha un minimo di onestà intellettuale converrà con me che Pirlo ha iniziato ad essere il giocatore che è poi stato solo a partire dal 2001, quando Mazzone (e non Ancelotti!) lo sposta regista anche per lasciare Baggio a pennellare calcio in posizione da “10” classico. Quindi, prima di quell’invenzione, il bresciano era uno dei tanti talentuosi trequartisti, con piedi fatati ma senza il fisico nè tantomeno la velocità per giocare sotto la punta, un fantasista che evidentemente non riusciva a convincere gli allenatori dell’epoca -e cazzo, ne cambiavamo una manciata a stagione in quegli anni- a giocare al posto dei vari Baggio, Recoba and Co.

Sacrilegio? Forse. O forse no.

Ricordo per i soliti amanti dei Luoghi Comuni Maledetti che dalla cessione di Pirlo al Milan l’Inter ricavò comunque 35 miliardi di lire. Niente scambio alla pari con Guglielminpietro, quindi.

Con il numero 22: Adem… Ljajic

Giocatore stilisticamente splendido, talento da vendere. L’anno in cui arriva fa la scelta avventata di scegliere quel popò di numero, facendo storcere il naso a tanti di noi. Arriva oltretutto in coppia con Jovetic, altro diamante di classe ma come lui dotato della solidità e della grinta di un lombrico.

Non ha particolari colpe, lo riconosco, ma che una punta scelga il numero di Milito a così poca distanza dall’addio al Principe è un peccato di ubris che non gli si può perdonare. Vero, il numero l’anno prima l’aveva già scelto Dodo, altro mascariato dalla maledizione della fascia sinistra nerazzurra, ma quello lì almeno era un difensore!

Con il numero 23: Christian…Brocchi

Antipatia allo stato puro, devo essere sincero, già nella trascurabile stagione interista. Ennesimo giocatore medio (non mediocre) che i casi della vita, e l’inevitabile culo che da sempre circonda tutto ciò che è rossonero, hanno fatto assurgere a grande campione in quanto panchinaro del Milan di Ancelotti. Godibilissimo nel ruolo di pupillo della premiata ditta Silvio&Adriano, dopo il fallimento da Mister rossonero (come i colleghi “cuori rossoneri” Pippo e Clarenzio) negli ultimi tempi sta mostrando mirabilie sulla panca del Monza. A chi potesse interessare, il combinato disposto tra proprietà, dirigenza e allenatore ha fatto allontanare chi scrive da ogni simpatia biancorossa (peraltro da sempre alquanto blanda), spingendomi nel contempo a supportare l’arcirivale Como.

Un divertissement e nulla più, ma quando leggi stronzate simili, come fai a resistere…

Con il numero 24: Vratislav… Gresko

So che le cose non accadono per effetto di una sola causa. So che, nella vita così come nel calcio, saltare a facili conclusioni è spesso fuorviante. So che non è giusto ridurre il tutto ad un singolo episodio, ma… è tutta colpa sua.

Passi Moggi, passi l’arbitro De Santis, passi l’Udinese in versione zerbino, ma nulla mi toglie dalla testa che se fossimo andati al riposo sul 2-1 per noi, quel 5 maggio lo scudetto sarebbe stato nostro.

Invece, il minchione pensò bene di fare quel cazzo di retropassaggio di testa, dando il via ad un effetto valanga che ha rovinato tutto. Non metto i link. Fa ancora troppo male…

Non l’avrei perdonato nemmeno fosse stato Ronaldo o Vieri, figuriamoci questo slovacco scaleno che, notizia degli ultimi giorni, nel dopo-partita addirittura si chiedeva come mai tutti fossero così tristi e incazzati, e che insomma a lui di perdere uno scudetto all’ultima giornata era già capitato tre volte. Non mi capacito di come Materazzi, che ha riportato la notizia un questi giorni, non l’abbia terminato seduta stante…

Con il numero 25: Vampeta

La storia la sappiamo tutti, quella del giocatore un po’ Vampiro e un po’ Capeta (Diavolo), da cui l’accattivante soprannome. Il baffetto alla Clark Gable ed una certa metrosexualità hanno contribuito a celebrare la portata di questo “pacco”. Camminava per il campo come il peggiore Andrade dei tempi di Roma anni ’80 (non a caso soprannominato “Er Moviola”), venne presto spedito al PSG dopo che era stato compagno di Ronaldo ad Eindhoven. Del resto il Fenomeno, campione assoluto sul campo, è sempre stato rivedibile nel ruolo di talent scout: oltre a Vampeta, suggerì il terzino sinistro Gilberto

Lapidario il commento di Brunone Pizzul dopo la finale del Mondiale 2002: “E va beh… anche Vampeta è campione del Mondo…”. Sipario.

Con il numero 31: Jérémie… Brechet

Ennesimo tentativo di pescare il jolly per colmare l’annosa lacuna del terzino sinistro. Uno dei pochi casi in cui la parola “fallimento” può essere usata senza tema di smentita. Talmente scarso da risparmiare il giro di gogna mediatica al collega di ruolo e di maglia Alvaro Pereira.

Con il numero 34: Martin… Rivas

Confesso che ho dovuto ricorre alla rete per ricordarmi il nome. Del resto, questa è la sua pagina di Wikipedia. Il trascorso nerazzurro è pressocchè nullo, ma è la prova vivente di quel che potremmo definire l’indotto Recoba. Non solo 10 anni del Chino, con splendidi gol del 3-0 e lunghi mesi di apatia calcistica, ma anche una pletora di compagni di asado e di mate, tutti gentilmente forniti dalla scuderia di Paco Casal. Colpisco quindi il quasi innocente stopper quale monito indiretto alla gestione dell’epoca (per una volta non molto simpatttica).

Con il numero 45: Mario… Balotelli

Eh… Mario, Mario… cosa devo fare con te? Ti ho difeso per tanto, troppo tempo, prima di cedere ai ragionamenti da bar, ma non privi di una certa dose di verità: “il gran culo di quello lì è stato di essere nero, ché se era bianco non se lo cagava nessuno”. Fatte un paio di correzioni sulla consecutio temporum, e sgrezzata da una generosa dose di politically incorrect, l’affermazione non è così campata per aria: la carriera di Mario nostro è stata un’eterna promessa non mantenuta.

Continuo a ritenerlo il talento migliore della sua generazione (e non solo), capace di grandi gol… ma purtroppo solo di quelli, e nemmeno poi così frequenti. Intelligenza calcistica a livelli mediocri, un naturale istinto nell’infilarsi in qualsiasi casino, polemica, atteggiamento sconveniente, un’indolenza forse solo apparente ma che ha l’immediato effetto di indisporre chi ti viene a vedere “ué fioeu! se te gh’et minga voeuja de giuga’ vegni giò mi… per la metà dei danée che te dànn”. Ero lì la sera in cui ha sfanculato un intero stadio, da cui credo sia uscito indenne solo perché ha coinciso con la miglior serata di calcio vista a latitudini interiste da decenni. CI pensò comunque Matrix a rimetterlo in riga, seppur per poco. Potevi essere, non sei stato. Ciao.

Con il numero 54: Hakan… Sukur

Altro mito del Signor Carlo che, come avrete capito, ha gusti calcistici questionabili, e da me invece subito “nasato” come bidone. Ha segnato un golazo in un Derby: la cosa è stata sufficiente a farmi entrar nel cuore gente come Minaudo o Schelotto per cui figuriamoci… Niente a che vedere con bomber degli anni del Galatasaray, quando fece fuori il Milan dalla Coppa. Le ultime vicende politiche e umane hanno contribuito a rendermelo più simpatico, ma per il resto N.C.S. (Non Ci Siamo).

Lascio a voi ogni chiosa sull’elenco di malfattori calcistici appena scorso.

SISIFO INVORNITO

NAPOLI-INTER 4-1

Allora, sfoggiamo le quattro nozioni da Liceo Classico rimaste impigliate tra i pochi neuroni a disposizione e spieghiamo succintamente di cosa stiamo parlando.

Sisifo è uno dei tanti uomini della mitologia greca che, per vari motivi, viene cazziato dagli Dèi -vedremo poi perchè- e condannato a soffrire in eterno, un po’ sulla scorta di quanto avviene nei gironi infernali di Dante, tanto per fare paragoni sempliciotti ma come dicono i latini- famo a capisse.

Ora, nel caso di specie Sisifo è condannato a spingere una roccia dalla base alla cima di un monte, con la piccola aggravante di dover ripetere l’esercizio ogniqualvolta la roccia raggiunge il cucuzzolo della montagna visto che il masso, capriccioso, non trova di meglio da fare che rotolare nuovamente alle pendici del monte.

In termini post-ellenici, e citando Enzino Jannacci, lo si definirebbe “un laurà de ciula” e in pochi potrebbero dargli torto.

Ecco, il laurà de ciula è proprio la definizione plastica dei 90′ minuti giocati dai nostri in quel di Napoli domenica sera.

Con un’ulteriore aggravante: Sisifo infatti, per lo meno si era meritato la giusta punizione per essersi macchiato del peggiore dei peccati possibili nel mondo greco: quello di considerarsi pari -se non superiore- agli Dèi. E’ un affronto inaccettabile per Zeus e compagnia, simile ma ancor più grave del concetto di superbia, e difatti arrivati perfino ai giorni nostri con il termine originale di Ubris.

Se fossi più bravo con formattazioni e robe varie lo scriverei coi caratteri greci, o almeno metterei la dieresi sulla U. Insomma farei di tutto per non sentirlo pronunciare come fanno i meridionali (per una volta fatemi essere il leghista d’antan che non sono mai stato): i professori del liceo nati sotto Roma lo pronunciavano orrendamente iubris (anzi iubbbris, con un paio di B in omaggio), e il mio pur migliorabile accento ellenico trasecolava in raccapriccio.

Del resto, come i nordici suscitano al più una risata compassionevole quando cercano di imitare gli accenti del Sud, così sarà assai arduo trovare un napoletano, siciliano, pugliese o calabrese capace di pronuciare correttamente il più comune insulto lombardo “vadarvial…”. Ecco, quell’ultima “U” -qui omessa per eleganza- è foneticamente conosciuta come “U francese o lombarda” e si prounucia esattamente come la prima lettera della nuova parolina che abbiamo imparato.

Comunque, basta razzismi fonetici e torniamo ai nostri amatissimi craniolesi. Per lo meno, si diceva, quello là si credeva simile agli Dèi da quanto era figo, e per questo veniva punito. I nostri sembrano un’accozzaglia di invorniti stonati di grappa e in tenuta da spiaggia.

Ma diosanto! Avete buttato nel cesso ogni singolo punto di vantaggio nell’ultimo trimestre, riducendovi a dover conquistare tre punti in due partite. Il giorno prima di giocare, questi punti da tre diventano due, grazie al pari della Roma a Sassuolo. Cionondimeno, i nerazzurri scendono in campo contro un Napoli che nulla ha da chiedere al campionato (al contrario di noi) e che invece ci piglia a ceffoni senza nemmeno doversi impegnare più di tanto per un’ora e mezza.

Magari i nostri si fossero sentiti superiori agli Dèi! Almeno li avremmo visti andare tutti in attacco volendo spaccare il mondo, anche a costo di venire puniti in contropiede.

Macchè: la corsetta indolente di Miranda sui gol degli avversari è la miglior esemplificazione della non voglia di giocare dei nostri.

Non si salva nessuno, nè in campo, nè in panchina, nè in tribuna. Arriverei a salvare Handanovic (uno che piglia 4 pere il nostro uomo migliore…) e questo dice tutto.

Come confidato ad amici e parenti, se solo fossi un po’ meno tifoso sogghingnerei alla vista di questa tragicommedia commentando “vi sta bene!“.

Ma per fortuna o purtroppo lo sono, diceva Gaber, e quindi non ho il distacco necessario per prenderla con filosofia. Sono invece tra il preccupato, il rassegnato e l’incazzato.

Preoccupato perchè, scusate la banalità, si rischia di non arrivare nemmeno quarti dopo aver passato il 90% del campionato in terza posizione.

Rassegnato, perchè siamo la squadra tifata da Murphy, quello della legge: se c’è un modo per mandare tutto in vacca, state sicuri che l’Inter lo troverà.

Incazzato, perchè oltre al danno qui si rischia la beffa: non è tanto l’Atalanta in Champions a darmi fastidio (anzi: applausi a scena aperta), quanto il fatto che un nostro inciampo sul rettilineo finale andrebbe a tutto vantaggio di “quelli là”, che hanno una squadra non di una ma di due categorie inferiori in termini di rosa, talento e qualità, e che invece -vuoi per tenacia, vuoi per culo- è lì a un punto da noi, pronta ad approfittare dei nostri consueti psicodrammi.

La recente storia nerazzurra individua nel Lazio-Inter dell’anno scorso l’eccezione alla regola secondo cui i nostri, la partita decisiva, la sbagliano.

Solo quest’anno ne abbiamo giocate tre, fallendole tutte. PSV in Champions, Lazio in Coppa Italia, Eintracht in Europa League. Tre partite giocate in ciabatte, esattamente come visto domenica al San Paolo, segno evidente dell’assoluta mancanza di personalità da parte del gruppo nel suo complesso.

Da lunedì saremo pieni di liste di proscrizione, progetti triennali, conferenze stampa di presentazione con sorrisi a 32 denti e tifavo questa squadra fin da bambino, e tutti ci divertiremo nel dare voti e giudizi.

Ma del domani, oggi, me ne fotto. Oggi conta solo l’Empoli, che va battuto senza se e senza ma. Spero che i tanti che popoleranno le tribune di S.Siro siano capaci di dimenticare tutto per 90′ e tifare come pazzi, per poi sfogare tutto il loro livore arretrato al fischio finale.

Faccio solo una considerazione riguardo al futuro: io posso anche essere d’accordo con i tanti che dicono che “all’Inter servono solo due o tre ritocchi e poi è a posto“, ma torniamo sempre a parlare di zona grigia.

Mi spiego. Oggi, nell’Inter, di giocatori scarsi ipso facto non ce ne sono. Per fortuna non abbiamo più i Kuzmanovic, i Belfodil, i Montoya e i Dodò degli anni scorsi. Altrettanto, però, di campioni non ce n’è. Ce n’era uno che era campione a suo modo, e cioè Icardi, nel senso che segnava tanto quanto un campione. Per il resto abbiamo diversi buoni giocatori e qualcuno in alcune giornate buonissimo. Ma campioni, zero.

Ecco: se i tre “ritocchi” dovessero essere tre campioni (a caso: Godin, uno tra Modric e Rakitic e una punta di uguale spessore, della quale però al momento fatico ad individuare le sembianze) è possibile che il carisma dei succitati possa contagiare positivamente la succitata zona grigia. Ma se dobbiamo andare avanti per innovazioni incrementali, con Bergwjin per Perisic, Dzeko per Icardi, Danilo per D’Ambrosio… non credo che ne caveremo molto.

Ad ogni modo, ci sarà tempo per capirne di più, ora sotto con l’Empoli, con margini di errore tendenti a zero e propensione al turpiloquio tendente a infinito.

Anche l’orsetto non ne può più…

ICARDI SI ICARDI NO

L’imputato si alzi. A suo carico, leggo dal suo fascicolo, vedo:

  • Cattivi rapporti con parte dello spogliatoio. Solo i croati? Davvero? Quant’è grande la inevitabile zona grigia, che esclude i suddetti slavi ed altrettanto gli amici-amici? La possibilità di permanenza in nerazzurro dell’Icardi è a mio parere direttamente proporzionale all’ampiezza della succitata zona grigia;
  • Relazione con l’allenatore che pare compromessa, colpe e meriti di entrambi;
  • Scarsa o nulla collaborazione con la Società che, da Febbraio in poi, ha invano chiesto low profile e silenzio mediatico, a cui l’imputato ha risposto come visto in questi giorni;
  • Uno stato di forma sotto i livelli minimi di decenza, senz’altro complici i due mesi da scioperato, e la conseguente penuria di gol in stagione. Solo 10 finora, e non dimentichiamo che anche prima della querelle-fascia di capitano, il nostro era in astinenza da gol da qualche partita.

Certo, l’imputato ha anche le sue belle esimenti, oltre a qualche attenuante ed una fedina fin qui immacolata:

  • 100 e passa gol in 6 stagioni non è roba da poco, e tutti sono concordi nel ritenere questo 2019 come una sfortunata contingenza e non come un declino del giocatore (peraltro appena 26enne);

Forse con Marotta a bordo già da Luglio la questione avrebbe potuto risolversi in maniera più rapida e meno mediatica? Chi lo sa. Qui senz’altro non si è visto arrivare il bubbone… Cara Inter, ascolta uno ossessionato dai media: se la moglie-agente del tuo giocatore migliore ti informa che da Settembre sarà in TV tutte le domeniche a parlar di calcio, la cosa in qualche modo la devi tamponare.

  • Aldilà delle esternazioni del suo agente, che mi limito a definire inopportune, la ricerca della massimizzazione dei profitti da parte di qualsiasi professionista è un imperativo cui nessuno sfugge. Fa quindi parte del gioco tutta la tiritera legata al rinnovo del contratto ed all’aumento dello stipendio. Che la questione sia stata gestita male nell’insieme è pacifco, ma in questo caso è la Società a mio parere ad avere le maggiori responsabilità.

Raiola o Mendes non avranno labbra carnose e un metro di tette da mostrare a favor di camera (per quanto Raiola…), ma si sono mai visti ospiti fissi in una trasmissione che parla di calcio? Mai.

Solo una mente semplice o obnubilata può pensare di uscire indenne da 9 mesi di domande incrociate all’insegna “allora rinnova?” “perchè non ha ancora firmato?” “ma ci sono problemi?“.

In questo, torno a dire, Wanda fa il suo mestiere e difende gli interessi di famiglia, alternando polemiche, lacrime e scollature a seconda della convenienza. Non è il massimo in termini del già citato senso dell’opportunità o di understatement ma, hey, mica siamo a Buckingham Palace… Tu però, cara Società, cos’hai fatto davvero per evitarlo? E dopo che non l’hai evitato, cos’hai fatto per minimizzare entità e durata del danno.

Prima cagata che mi viene in mente: ti dò 100 lire in più di aumento ma basta ospitate in TV non concordate con il Club.

Odio concordare con Caressa, ma capita anche questo: domenica sera l’ho sentito auspicare una gestione più o meno dittatoriale dei diritti di immagine dei calciatori da parte delle società e questo, a un imperialista come me, suona come musica celestiale. Che tu sia Icardi o Piraccini, sei un calciatore dell’Inter e mi rappresenti anche quando sei sulla tazza del cesso. Ergo: dalle tue terga non esce nemmeno un peto se non l’hai prima concordato con me.

So’ poeta, checcevoifà

SI VA BEH MA ALLORA, ANDARE O RESTARE?

Sono un vecchio romantico, quindi alla fin della fiera vorrei che Icardi rimanesse. Fortunatamente ho superato la fase in cui il centravanti della mia squadra dev’essere il mio modello di vita (per quello restano i terzini biondi e tedeschi e i mediani pelati e argentini). Il mio ragionamento è assai più utilitaristico e poggia su due motivazioni discretamente nerborute:

Se Icardi lo dai via adesso, lo svendi. Troverai senz’altro soggetti interessati, ma scordati i 110 bomboloni della clausola. Verosimilmente lo puoi cedere per 70, forse 80 milioni.

Che, per carità, son gran soldi e, vista l’endemica necessità di plusvalenze, sistemerebbero i numeri del bilancio dell’anno. Però di fatto incassi la metà di quel che sarebbe stato il suo valore dopo una stagione all’altezza dell’Icardi che conosciamo.

Ragioniamo coi se e coi ma, per una volta: immaginiamo un Icardi con i “soliti” 25 gol in Campionato, cui sommare la buona figura fatta in Champions (6 partite e 4 gol, di cui 2 a Tottenham e Barça). Se ricordate, uno dei leit motiv di questo inverno, con acque ancora placide, era “aumentiamo la clausola! Anzi no: togliamola del tutto chè anche ad aumentarla comunque è come appiccicargli sopra il cartellino del prezzo, e il PSG di turno arriva e te lo porta via“.

Invece siamo al “diamolo via al primo che ci casca e se lo piglia”, come fosse un Balotelli qualsiasi; peggio; come nell’intramontabile scena di Amici Miei, tutti consapevoli che “chi si prende Donatella, deve per forza prendersi tutto il blocco”. E la cosa, in termini di valutazione del giocatore, non fa il bene del venditore.

Ma siccome ci piace ragionare coi se e coi ma, ammettiamo pure che l’Atletico di turno sia disposto a pagare la cifra in questione: 75 cucuzze e ciao-ciao Icardi (dall’esempio ho volutamente lasciato fuori l’ipotesi Juve, che complicherebbe ancor di più il dilemma). A quel punto, col portafoglio bello pieno, devi andare a trovare e successivamente comprare uno che faccia lo stesso mestiere, magari con un procuratore più tranquillo.

E qui casca l’asino: dove lo trovi?

Dybala? Non scherziamo. A parte che è una seconda punta, e poi fa a gara col nostro a chi ha fatto la stagione peggiore…

Dzeko? E dovrei portarmi in casa un 34enne che, per quanto elegante e che fa giocar bene la squadra, segna meno della metà di Icardi?

Lukaku? Forte, senz’altro lo strapaghi -ammesso che il Man Utd voglia venderlo- sia in termini di cartellino che di ingaggio, e poi non sai in che modo può ambientarsi in Italia.

Zapata? Sta facendo la stagione della vita, ma se andiamo su di lui gettiamo la maschera e dichiariamo che vogliamo vivacchiare e basta.

Quindi come la si risolve?

Il film che mi sono fatto -non ci vuole un genio per capirlo- è che vedo impossibile la contemporanea permanenza sua e di Spalletti. E, posto che nessuno dei due al momento gode del massimo della mia considerazione, mi tengo l’argentino e sacrifico il toscano.

Spalletti sente da mesi aria malsana intorno a sè, con la Società ancora una volta incapace di far quadrato intorno al proprio Mister e a lasciare passare spifferi e voci senza che nessuno senta il dovere di smentire.

Non è nemmeno escluso che Lucianino, capita l’antifona, abbia detto “beh se me ne devo andare allora mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa”: nessuno ha capito e probabilmente non sapremo mai la esatta genesi di tutto il putanoire legato alla fascia. Chi dice che il fastidio sia partito dallo spogliatoio, chi dal Mister, chi da Marotta.

Quel che è certo è che subito dopo Parma-Inter, vinta con gol di Martinez su bel movimento di Icardi, Spalletti ha abbaiato contro tutti senza nemmeno essere interrogato sull’argomento dicendo “è ora dibbbasta con ‘sta manfrina del contratto, ora la devono chiudere!” mostrando insofferenza tanto verso il giocatore quanto verso la dirigenza.

Ora: facciamo l’ultimo ricorso ai se e ai ma, e ipotizziamo che effettivamente Spalletti venga giubilato a fine stagione. Il nuovo Mister (agghiacciante o meno) arriverà in una situazione per lui nuova, e potrebbe tranquillamente dire “io non so cosa sia successo e non me ne frega niente: io so che qui c’è un numero 9 che la butta dentro come un cecchino e questo io me lo tengo!”.

Se invece è proprio la Società a voler far fuori Icardi, allora vedremo il nuovo allenatore districarsi tra frasi fatte del tipo “ho accettato perchè l’Inter ha una storia e un progetto, che va aldilà dei singoli giocatori”.

So di essere incoerente con quel che blatero di solito: sono di norma uno strenuo difensore del Mister di turno, perchè come sapete vedo nella scelta di quel tassello l’architrave della strategia societaria.

Faccio però molta fatica a preferire un addio di Icardi affinchè possa rimanere Spalletti, per un semplice motivo: la Società dà l’idea di essersi rotta le balle di entrambi. Tenere Spalletti vuol dire che non si è riusciti a prendere Conte (che piaccia o no), quindi per Spalletti vuol dire vivere una stagione da “sopportato”. Al primo pareggio stupido in casa parte la canea, matematico.

Posto che al momento l’epilogo più probabile è l’addio di entrambi (esemplificazione plastica del bambino e dell’acqua sporca buttati via, e proprio per quello paragone assai applicabile a latitudini interiste), almeno fatemi sperare di poter conservare una garanzia di gol per la prossima stagione.

PREPARATI AL PEGGIO, SPERA NEL MEGLIO

INTER-SPAL 2-0

Partiamo dalle buone notizie, così facciamo presto. L’Inter vince una partita tutt’altro che facile, porta al gol Politano e Gagliardini e gioca un’ultima mezzora di decorosa decenza. Martinez l’unico a farsi il mazzo per tutti i 90′, con un gol tanto bello e di garra quanto giustamente annullato per controllo malandrino di braccio.

Fine.

Ora inizia il cahier de doléance, per il quale dovrò ricorrere al poco elegante elenco puntato:

Primo: il match fino al gol è stato di una pena infinita. Dozzine di errori tecnici da terza categoria (Gagliardini dimostra quanto strano sia questo sport, sbagliando appoggi in serie per 70 minuti e poi segnando un bel gol che lo consegna ad un ultimo tratto di gara da dominatore del centrocampo), poche e confuse idee in fase di costruzione, con Brozovic assente già prima di essere sostituito e Asamoah a creare casino -nemmeno organizzato- sulla sinistra.
Certo non ha aiutato la morìa di indisponibili e di non rischiabili in vista del Derby, ma se c’era bisogno di capire quanto l’Inter dipenda da tre o quattro giocatori, domenica ne abbiamo avuto l’ennesima conferma.

Secondo: Spalletti, ahimé, dal bailamme di queste settimane, mi pare non uscire benissimo: la gestione della rosa e le poche alternative ai tanti indisponibili non sono problemi facilissimi da risolvere, ma l’impressione è quella di un uomo che non abbia il pieno controllo dello spogliatoio.
Ho trovato interessante, pur senza condividerla in pieno, la considerazione fatta da Capello qualche giorno fa, e secondo la quale era l’allenatore e non la Società a dover intervenire per normalizzare una situazione che riguarda rapporti tra i giocatori. Diciamo che, tra il faso todo mi e il continuare a ripetere “so una sega chiedete agli altri” probabilmente ci sono alcune vie di mezzo.
Che il ragazzo sia permalosetto e caratteriale è noto, ed ancora una volta mi chiedo cosa diavolo aspettiamo a rapire il Cuchu Cambiasso e tenerlo sequestrato alla Pinetina per il prossimo trentennio con pieni poteri. Magistrale, in ordine di apparizione, la risposta data alla domanda di Caressa “ma dimmi “Gusciu”, nell’Inter dei tuoi tempi una roba come quella di Icardi sarebbe mai successa?“. Cintura nera di paraculaggine e applausi a scena aperta.

Terzo: C’è un soggetto della Società di cui ancora non ho parlato e il cui silenzio è letteralmente assordante. Il Capitano, quello vero, quello che probabilmente più di tutti poteva toccare le corde giuste in questa vicenda da neurodeliri. Ecco, Zanetti in tutto questo dove cacchio è? Cosa cacchio sta facendo? Argentino, ex compagno di squadra, collega di “capitananza”, quale migliore sponda poteva trovare il Club per interloquire off records con Maurito? Eppure, tutto tace e tutti tacciono. Qualche “si dovrebbe“, qualche “sarebbe opportuno“. Siamo tutti concordi nel dire che i grandi ex giocatori fanno il bene delle Società perchè portano il know-how del calciatore, sentono gli umori dello spogliatoio, hanno -per usare il terribile gergo aziendale- le soft skills necessarie a far parlare universi lontani quali il giocatore tabbozzo e il dirigente azzimato. Detto ciò: se non è questo il caso di scuola in cui far vedere il tuo valore aggiunto, quale cacchio è, di grazia?
Ogni giorno passato senza una soluzione scava un fossato sempre più profondo tra Club, giocatore, squadra e tifosi: ognuno si costruisce la “sua” verità che sarà sempre più difficile sostituire a quella “ufficiale” a cui attenersi. Come già ho detto nei miei ultimi sproloqui, non ci sono innocenti in questo troiaio, se non i tifosi che siano pensanti e non assatanati integralisti, alla caccia di sangue e lotte intestine.

Quarto e ultimo: Infine, in un intingolo che dà un sapore squisitamente interista ai prossimi giorni, ci troviamo a giocarci buona parte della stagione con la rosa ridotta all’osso, con il FPF che sarà pure al tramonto ma che fa vedere quanto male faccia dover lasciare fuori dalla lista UEFA alcuni giocatori, e soprattutto con infortuni che al me complottista sembrano assai strani.
Il fatto che in quattro giorni i “nemici giurati” di Icardi chiedano il cambio che pare essere precauzionale può essere letto in tanti modi. Dal “vuoi fare la fighetta? Adesso lo facciamo anche noi e vediamo quel che succede” al “ci chiamiamo fuori dai due match clou in modo da forzare il fu-Capitano a farsi un esame di coscienza e rispondersi “ok, hanno bisogno di me, rientro“.
Se siamo nel primo caso, facciamo davvero a chi si martella le balle con la clava più grossa, non riuscendo a scorgere alcun vantaggio da un comportamento simile. Se invece ricadiamo nel secondo esempio, direi che il tentativo -che sia considerato lodevole o vagamente mafioso- è in ogni caso miserevolmente fallito.

E’ COMPLOTTO

Esattamente come il Professor Fiumi del Liceo Ginnasio B. Zucchi all’inizo dell’anno disse “ragazzi quest’anno non voglio dare esami a settembre, non fatemi dare esami a settembre” e poi immancabilmente ne rimandò un paio (non io! ma solo perchè non era un mio professore…), anche io a ‘sto giro non volevo aggiornare il quaderno dei cattivi, lamentandomi di questo o quel giornalista.

Però Lorenso Minotti merita una valida eccezione, anzi, ezzesione, come direbbe il simpaticissimo nella sua impeccabile dizione. Curioso anzitutto che, come già in Inter-Bologna, il nostro sia uno dei commentatori allorquando l’avversaria è una squadra emiliana

Voce fuori campo: Sì Mario, sì… qui sommi al tuo complottismo l’innata malfidenza nella generalmente riconosciuta simpatia tipica della terra dei turtelèn.
Risposta: Vero, e allora?

Come spiegare altrimenti la continua critica a qualsiasi cosa che riguardi il nerazzurro del nostro amatissimo? Un paio di esempi: Compagnoni ci informa dell’assenza di Icardi allo stadio, scelta che secondo me è stata opportuna. Nel giorno dei festeggiamenti per il 111° anno dell’Inter, con lo stadio ancora una volta gremito da più di 60 mila persone, posso solo immaginare i decibel di fischi che sarebbero stati riservati alla coppia argentina ad ogni inquadratura. A quel punto non cambia niente: stai a casa ed evita un inutile bagno di folla e di sangue.

Ecco invece il commento del saputello primo della classe, a match nemmeno iniziato: “e qui già non cominciamo bene“.

Prosegue, il nostro, nello squadernare statistiche da cui sistematicamente la SPAL pare essere il Real Madrid di turno e i nostri la Campania Putelolana.

Il tocco di classe lo riserva in occasione dell’ammonizione data a tal Valoti: ” eh, Mattia qui è entrato sull’uomo e ha fatto fallo“. Mattia? Ma chi è, tuo fratello?

Per la mia salubrità mentale dovrei prendere esempio dal Signor Padre e iniziare a guardare le partite senza commento tecnico, ma siamo all’effetto gattino spiaccicato in strada: ti fa schifo, ma non ce la fai a non guardarlo.

La cosa migliore della partita del Gaglia…

MALEDETTI (CIT.)

CAGLIARI-INTER 2-1

(cit.) il link devo metterlo qui, nel titolo non me lo prende. Mi scuserà il correttore di bozze…

Ecco l’Inter esprimere il massimo del suo potenziale autodistruttivo.

Dopo essersi fatta esplodere il caso Icardi tra le mani (con responsabilità varie, come vedremo infra), l’equipaggio della zattera di Cast Away approda nelle perigliose acque cagliaritane, uscendone con le ossa a pezzi.

Il fatto che la piccola di turno, in crisi di gioco e risultati, contro i nostri metta in mostra la miglior prestazione stagionale è oramai una non-notizia e, per una volta, che questo non suoni come una sorta di recriminazione: son proprio i nostri che giocano alle belle statuine e permettono a qualsiasi squadra dotata di gamba e grinta di surclassarla.

Non c’è infatti altra risposta che questa, alla pur legittima domanda “ma com’è possibile che quelli dell’Inter non la becchino mai?“. Il Cagliari gioca una partita mariana, soprattutto un primo tempo in cui i nostri non ci capiscono un beneamato cazzo, riuscendo di puro talento, culo e cinismo a trovare il pari con Lautaro dopo e prima dei gol cagliaritani.

Brozovic e Vecino fanno a gara a chi è più lento e svogliato, Perisic pare tornato quello di due mesi fa, se pure Skriniar toppa la partita siamo a posto…

Poi, ovvio, al solito nessuno ci vuole bene. La granitica presa di posizione della Società dopo il rigore di Firenze al 97′ porta Cigarini ad essere graziato di un secondo giallo meritatissimo dopo nemmeno un quarto d’ora di partita, oltre che ad un fallo serenamente inventato che costa l’ammonizione a Skriniar e il non irrilevante accessorio dell’1-0 del Cagliari sulla punizia conseguente.

Tutto secondo copione.

Ma se sugli arbitri sappiamo di non poter incidere minimamente, quantomeno sulla voglia di giocare a calcio -che poi sarebbe anche il vostro mestiere, benedetti fijoli…- Spalletti & Co. dovrebbero poter fare qualcosina.

Invece Barella pare Matthaeus strafatto di nandrolone, Pavoletti il Gigi Riva del 2020 e i nostri una mandria di inetti come nelle peggiori occasioni.

Si salvano solo Martinez e Nainngolan, che quantomeno ci provano, corrono e costruiscono dal nulla il gol del pari. Ovvio che la prima reazione allo scempio visto sia “beh, vedi a giocare senza Icardi?“.

Difficile però che l’ex Capitano potesse far meglio del Toro nella circostanza. Il delfino argentino ha tre palle gol in 90′ minuti: la prima la butta dentro di testa sul primo palo come il miglior Gigino di Biagio (vero Signor Carlo?), la seconda la spedisce sul palo girandosi in un fazzoletto, la terza -ancora de capoccia– la piazza fuori di pochi cm. Vero: sbaglia a non premiare l’unico inserimento di Vecino in area nei 90′, ma non è certo il nostro numero 10 ad avere sulla coscienza la sconfitta.

Nella ripresa in realtà riusciamo nell’apparente controsenso di far cagare, ma di produrre un certo numero di occasioni. Oltre a quelle di Martinez citate supra, Politano entra bene palla al piede in area ma non angola a sufficienza il tiro, mentre Borja Valero dopo una bella azione corale pensa bene di sparare alto un destro a giro che pareva facile-facile da piazzare sul secondo palo.

Spiace dover fare la gara degli stronzi, ma i due croati -sugli scudi nelle prime uscite senza Icardi- hanno dormito sonni tranquilli e profondi per 90′. Questo a ulteriore e non richiesta conferma del fatto che di innocenti e immacolati lì dentro non ce n’è.

MO’ V’O’ BBUCO ‘STO PALLONE!

Siamo quindi al redde rationem.

Ho già detto da che parte sto, da quella dell’Inter, che continua ad essere più importante di tutto e di tutti.

Proprio per questo, ritengo che non ci sia nessuno esente da colpe in questa storiaccia. Non Icardi, non Wanda, non Spalletti, non Marotta, non Perisic.

Tutti hanno sbagliato qualcosa, Mauro più di tutti. Marotta per ora meno di tutti, a meno di un piano diabolico di distruzione dall’interno in pieno Lippi-style che -se reale- non tarderà a dar traccia di sè.

Per il resto concordo con Bergomi e fin qui nulla di strano; già più scomoda la posizione di dover additare Fabio Capello a maitre à penser dell’interismo moderno; ai confini del lisergico dover ascoltare parole sagge ed esperte da Ando’ Cassan’. Sic transit gloria mundi…

Come si sistema ‘sto casino?

A mio parere in maniera molto utilitaristica e machiavellica: questo stallo non giova a nessuno. Anche volendo sorvolare sul bene supremo (l’Inter, of course), Icardi ha tutto da perdere nel continuare la manfrina del malato immaginario e permaloso.

Vuoi riprenderti la fascia? Non te la ridaranno mai, ma anche a volerci credere, non è senz’altro stando nella tua torre d’avorio che la Società e compagni faranno un passo verso di te.

Te ne vuoi andare? Occhio: chi ti compra, citando il Sassaroli, “deve per forza prendersi tutto il blocco“. E se la cameriera tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme (cit.), non è compresa nel pacchetto, i post e la moglie/agente bombastica invece sì, e non me lo vedo il Real di turno (ma nemmeno la Juve) fare spallucce e dire “ma sì, che ce frega, va bene lo stesso“.

La Società stessa, se non risolve ‘sto troiaio, si trova il valore della propria stella polverizzato. Se già l’estate scorsa nessuno si era fatto vivo per pagare i 110 milioni di clausola, figuriamoci se ci pensano adesso.

Anzi: è più che plausibile uno scenario inverso, del tipo: “cara Inter, ti risolvo un problema: Icardi me lo prendo io” ma a quel punto sono gli altri a fare il prezzo, mica tu.

Vuoi tener duro? O 110 milioni o il ragazzo rimane qui fino a scadenza? Benissimo: ma o risolvi la situazione o ti tieni la serpe in seno pagandolo senza che nemmeno giochi.

La favola della squadra che senza il capitano reietto gioca e vince è durata quanto solitamente dura l’effetto cambio-allenatore: una scossa di nervi e orgoglio efficace nel breve periodo ma costoso in termini di tenuta mentale, e di questo Cagliari è la conferma empirica.

Che qualcuno si sia dato da fare proprio in concomitanza del caso-Icardi va ad ulteriore detrimento della sua professionalità (la sola cosa in cui do ragione a Maurito è la critica a chi gioca bene per voler andar via dall’Inter, sì Perisic, stiamo parlando di te…). Per il resto, di squadre in cui non tutti vanno d’accordo è pieno il mondo, ma come ben sappiamo è solo alla Pinetina che risuona da decenni il refrain #bruttoclimainspogliatoio #spogliatoiospaccato #squadradivisainclan #civuoleilbloccodiitaliani.

LE ALTRE

Anche quest’anno la Juve vince il Campionato tre mesi prima, e la sola consolazione è che davvero non ce la fanno a vincere pulito (vedi esplusione di Meret). Come ben sappiamo, per il Triplete anche quest’anno sarà per l’anno prossimo, ma è davvero un grattare il fondo del barile per consolarci.

I cugini, dopo non so nemmeno quanto tempo, ci passano in classifica. A questo siamo arrivati: a farci superare da una squadra con una rosa da sesto-settimo posto, che le proverbiali ondate di culo e allineamento planetario fanno rendere costantemente al 110%. Il Sassuolo del milanistissimo Squinzi non ha nemmeno bisogno di scansarsi, tanto contro il cul ragion non vale: ecco l’autogol di Lirola e tre punti di platino, che il bravo Ringhio ha se non altro il merito di intascare senza esaltarsi, al contrario di tutta la stampa che si pasce del sorpasso come se fosse l’unica cosa importante.

La Lazio vince il Derby e, con una partita da recuperare, apparecchia la volata finale con quattro squadre a litigarsi i due posti rimanenti sul treno Champions. Un treno, diobono, su cui eravamo seduti stravaccati e con la palpebra calante fino a due mesi fa, e dal quale rischiamo di scendere a calci.

Ma i nostri non temano: nel caso, di calci in culo e ceffoni in fazza, ce ne saranno altrettanti ad attenderli sul binario.

Chiudiamo come abbiamo iniziato:

DALL’ORSATO ALL’ABISSO

FIORENTINA-INTER 3-3

Le cose da dire sono tante, e non solo perchè ultimamente ho poco tempo per scrivere.

La squadra ha palesemente cambiato fisionomia e atteggiamento, (di)pendendo palesemente dalle accelerazioni e dall’intensità dei vari Perisic, Nainggolan e Brozovic. Non voglio soffermarmi sulla casualità o meno del risveglio di alcuni di loro. Voglio invece indagare due aspetti della partita.

Il primo è l’ennesima conferma di quella che nacque come sensazione ormai un lustro fa e che oggi è una realtà oggettiva: il nostro portiere ha un serio problema con le uscite. Aldilà di una certa imprevedibilità nell’azione che porta al vantaggio gigliato (in realtà assai lineare nel suo sviluppo, ma dopo appena 20 secondi dal fischio d’inizio e con un fastidioso vento contrario), un lancio come quello di Ceccherini pare fatto apposta per la prima corsetta del portiere che arriva al limite dell’area, aspetta il pallone e fa ripartire i compagni.

Oeh! Come no… Guardo lo schermo pensando tra me “quand’è che il nostro portiere compare nell’inquadratura?”, e quando in effetti appare lo vedo tentennare come il più pavido degli indecisi, rappresentazione plastica del “vado o non vado?” che suggerisce risposte poco educate al suo quesito esistenziale.

Al solito un po’ di culo mai, visto che la deviazione di Simeone Jr sul tocco di Chiesa sarebbe finita in fallo laterale, trovando invece lo stinco di De Vrij per il più beffardo degli autogol.

Ora: anche prescindendo dalla questione “fascia di capitano”, una papera così davvero non si può guardare, non è la prima e nemmeno la seconda. Ormai è un dato di fatto: il nostro portiere gioca con un guinzaglio legato al palo. Se non altro abbiamo tutta la partita per rimediare. E per quello rimediamo anche in fretta, con Vecino bravo a mettere in porta di destro al volo sugli sviluppi di un calcio d’angolo, pareggiando i conti dopo 5 minuti.

Sul come poi la partita si dipana nei successivi 97 (sì, in totale si è giocato per 102′) è quasi superfluo dilungarsi. La Viola per la prima mezz’ora è velocissima ed alquanto velenosa, con i nostri bravi a sfruttare le rare incursioni in avanti col bel gol di Politano e non altrettanti cinici ad approfittare di un paio di contropiede nel finale di primo tempo.

La ripresa vede il rigore di Perisic che ci porta sul 3-1, la ripetuta ignavia dei nostri ad andare a cercare il gol che chiuderebbe definitivamente i conti, stante anche una Fiorentina che accusa il colpo, e un quarto d’ora finale all’insegna del caghiamoci sotto.

La punizia di Muriel è tanto precisa quanto aiutata dal vento e forse è quello, oltre all’assenza di ulteriori insulti dopo il gol subito in apertura, a non farmi accanire sul nostro portiere, beffato sul suo palo con un tiro da 30 metri.

Eccoci così al maxi-recupero (quando cazzo arriveremo al tempo effettivo?) e all’ultima azione, nella quale io e mio figlio, assolutamente partigiani ma non per questo cecati, già in diretta gridiamo “fallo!” sul contrasto Chiesa-D’Ambrosio. Macchè. A quel punto vedere l’arbitro fischiare il rigore è la cosa più ovvia che mi aspettassi.

Già dai primi replay però l’intervento del nostro pare assolutamente legittimo, tuttavia percepisco, nel mio complottismo cronico, la ricerca spasmodica di Abisso di un appiglio che gli faccia tenere il punto, senza dover essere smentito per la terza volta in un’ora.

L’appiglio non lo trova, ma il nostro si trasforma nel mago di Segrate, in versione svulazzante, e riesce comunque ad aggrapparsi alla propria, scellerata decisione: è rigore. Handanovic ormai non ne para più da anni e il pareggiotto è cosa fatta.

E’ COMPLOTTO

La cosa che mi è piaciuta di meno, meno ancora dell’ennesima “svista arbitrale”, è il modo in cui l’Inter ha gestito la cosa.

Assordante il silenzio di tutta la dirigenza nerazzurra a fine partita (Marotta, Zanetti, Ausilio, Gardini, tutti zitti puttana eva!), il solo Spalletti mandato a fare la guerra da solo riuscendo a passare dalla parte del torto pur avendo ragione. Vero che l’Inter non è tutelata da nessuno, vero che tutti i giornalisti ed opinionisti hanno una squadra del cuore (Caressa core de ‘sta città ha poco da fare il permaloso, anche se sul caso specifico ha ragione, e non sapete quanto mi girino a dargliela), ma qualcuno ha evidentemente passato a Spalletti l’informazione sbagliata. Il Mister arriva e accusa tutti di aver messo in dubbio l’errore arbitrale, sfidandoli a riprendere la registrazione, che alla fine viene mostrata a pietosa chiusura dell’episodio.
Come passare da coglioni pur avendo tutte le ragioni del mondo.

Che poi debba essere Marotta, migliore amico degli arbitri fino a sei mesi fa, a combattere battaglie che in casa Inter sono ancestrali, fa parte dello scenario tragicomico di cui sopra, con il nostro che arriva a dichiarazioni di questo tipo:

Abbiamo subito un danno notevole, sarebbe stato diverso se fosse arrivato dopo 5 minuti e non a fine partita.

E ancora:

Davanti a una situazione del genere, dove si confonde l’oggettività con la soggettività, rimango basito e deluso per come viene usato questo strumento, però non me la sento di condannare l’arbitro.

No caro Marotta. Non devi dire che l’errore è grave perchè arriva a fine partita, perchè non c’entra un cazzo. E’ un errore grave punto e basta.
E non me ne frega un altro cazzo che non stia a te condannare l’arbitro.
Tu ti fermi un attimo prima di essere querelato, ma gli riversi addosso tutti gli insulti che il tuo ruolo ti permette.
Tu, nell’occasione, fai riferimento a questo come al picco di altri errori arbitrali già subiti quest’anno (vedi Parma e Sassuolo di inizio stagione).
Tu ricacci in bocca a tutti certe dietrologie compensatorie con la partita di andata, quella dei famosi polpastrelli, dicendo chiaro e tondo che il VAR ha dimostrato chiaramente che là il rigore c’era e qui invece no.
Tu, insomma, fai quello che non è mai stato fatto da queste parti, e che tu non hai nemmeno avuto bisogno di fare negli ultimi 8 anni, visto il tuo datore di lavoro.

Se poi davvero Marotta a fine partita è andato negli spogliatoi a chiedere spiegazioni all’arbitro, male: quello è un refuso juventino di cui avremmo fatto volentieri a meno. Però, ribadisco: se così è stato fatto, e se davvero ha ricevuto da uno degli arbitri l’ammissione dell’errore, allora a maggior ragione ti presenti davanti alle telecamere all’insegna del “lo dicono anche loro di aver sbagliato! Chiediamo il 3-0 a tavolino, un elicottero e la Kamchatka!“.

Invece, il solito palliativo inutile: due o tre giornate di sosta per l’arbitro, che verosimilmente quest’anno non arbitrerà più i nostri. Sai che ci frega…

Il peggio però, a livello giornalistico, non lo raggiunge nemmeno Zazzaroni con il suo già richiamato paragone tra i rigori di andata e ritorno, bensì il noto tifoso viola Sconcertante che si presta a tutti gli insulti possibili ed immaginabili.

Che da tifoso fiorentino difenda la sua squadra ci sta, lamentandosi dell’insistenza con cui il VAR è intervenuto (correttamente) a correggere decisioni sbagliate prese o non prese dall’arbitro (mi riferisco al rigore del 3-1, in effetti sfuggito a tutti ma effettivamente esistente e al netto fallo di Muriel su D’Ambrosio che porta all’annullamento del gol di Biraghi, inizialmente concesso). Tutto ciò fa parte del gioco.

Il nostro perà va oltre, arrivando -bontà sua- a riconoscere che
“L’Inter è storicamente poco protetta, sin dal rigore di Ronaldo.” Avrei da ribattere già qui, chè lo scudetto del ’64 allo spareggio col Bologna e il 9-1 con la Juve del ’61 sono segni evidenti dello scarso appeal nerazzurro presso il potere calcistico italiano, pure in periodi di gloria e vittorie.

Limitando l’analisi all’ultimo ventennio come suggerito dal nostro, è curioso constatare come in molte delle decisioni arbitrali “storiche” l’Inter sia sempre stata vittima. Cito a caso e con la certezza di non essere esaustivo:

Ad ogni modo, fatta questa premessa, il nostro si inerpica su uno sragionamento che ha davvero tanti punti da cui essere attaccato.

Una frase del genere meriterebbe paginate di piccate puntializzazioni e repliche puntute:

Gli interisti sono gli ultimi che possono parlare di complotti, visto lo scudetto assegnato a tavolino. E fu regalato da Rossi, tifoso interista. Serve aggiungere altro? Nei 10 anni di Moggi e Giraudo alla Juve, l’Inter ha preso 113 punti di distacco, arrivando due volte seconda. Però ne è stato fatto un continuo complotto.

Da buon complottista mi sento chiamato in causa. Cercherò di essere sintetico limitandomi a due punti:

Il primo: i due campionati cui si riferisce Sconcerti sono il 1997/1998 (quello “di Ronaldo”) ed il 2002/2003 (quello -si badi bene- successivo al 5 Maggio). E’ purtroppo e infatti noto che la disgraziata stagione 2001/2002 ci vide terminare terzi, superati all’ultima giornata anche dalla Roma. E’ altresì opinione diffusa che tutti e tre i campionati, con un regime arbitrale non alterato, sarebbero verosimilmente stati vinti dall’Inter di Moratti, che avrebbe così potuto vedere ripagati i suoi sforzi ben prima del quinquennio d’oro 2006-2011.
E tre Scudetti in 10 anni, caro Sconcerti, non sarebbero certo stati una media da buttar via.

Il secondo, ancor più sintomatico: che senso ha dire che l’Inter (o qualsiasi altra squadra estranea al cerchio magico bianconero) in quelle dieci stagioni ha accumulato cento e più punti di distacco? Quel periodo calcistico è stato oggetto di analisi, processi e sentenze della Magistratura sportiva e ordinaria, e mi piace riportare qui un passaggio della sentenza di Appello del tribunale di Napoli, che allarga il fetore nauseabondo (cit.) ben oltre ai due scudetti revocati alla Juventus:

Appare indubbio che sia emerso un sistema ben collaudato, peraltro già operante dagli anni 1999-2000, fra soggetti che sulla falsariga di «rapporti amichevoli» (…) ponevano in essere condotte finalizzate a falsare la reale potenzialità di alcune squadre di calcio.

Ora: in un contesto simile e così acclarato, che senso ha fare i conti sui punti di differenza tra una squadra e l’altra? Sarebbe come voler dimostrare che Ben Johnson era più forte di Carl Lewis, perchè nel lontano ’88 a Seul l’ha battuto (da dopato) nei 100 metri.

In altre parole, se mi metto in piedi sulla sedia anch’io sono più alto di Lebron James!

Anche i gestacci ci fanno…

DAL MORATTISMO AL MAROTTISMO E RITORNO

Quintessenze di Interismo tafazziano nelle ultime ore e alla vigilia di una a questo punto trascurabile trasferta europea.

Inutile riassumere i fatti, ormai noti anche a mammiferi privi di pollice opponibile.

Vado dritto sul come la penso.

Penso che sono anni che abbaiamo alla luna alla ricerca della società forte, che non cede ai ricatti del singolo e che tutela invece il Club contro tutto e tutti, e che -gradito o meno- è arrivato uno che fa questo di mestiere.

La pura analisi dei fatti mi fa quindi essere d’accordo con la scelta della Società. Della Società, non di Marotta. Lo so anch’io che se non ci fosse stato lui probabilmente l’Inter si sarebbe comportata in maniera diversa, ma Marotta non “è” l’Inter, è un suo manager che lavora in nome, per conto e sperabilmente per il bene dell’Inter.

Rileggendo a ritroso le dichiarazioni di Spalletti dopo Parma si capisce qualche cosa di più: ero stato inizialmente sorpreso dall’apparente autogol del Mister, che “esortava” i direttori a chiudere la questione aperta con Icardi. Mi era sembrata una mossa paracula del tipo “avete cominciato ‘sto casino, adesso risolvetelo voi, io ‘un centro nulla ma il ragazzo così ‘un mi ci si diverte“.

A questo poi segue l’ennesima esternazione evitabile di Wanda, che arriva sostanzialmente a denigrare i compagni del marito, incapaci di servirgli palloni decenti, ed ecc’allà, la goccia che fa traboccare il vaso. Forse già sabato Spalletti chiedendo “l’intervento” dei direttori, pensava a una “chiusura” non in senso di soluzione del problema, ma di taglio netto al passato e conseguente novus ordo saeclorum. Chi lo sa.

Fatto sta che dopo il Ninja e Perisic, anche Icardi fa la conoscenza dell’occhio che uccide. Comprensibile che l’argentino la prenda male, abbandonando il ritiro a fine seduta e non aggregandosi alla squadra in partenza.

Bene farà l’Inter se deciderà di soprassedere e non multarlo per l’assenza, in effetti non interpretabile come “non giustificata”.

Ancor meglio farà Icardi a riflettere sul come si sia arrivati a questa situazione. Lui continua ad essere un patrimonio della Società, e non mi schiero con tutti i verginelli che oggi sbraitano su concetti quali essere degni o meno di portare la fascia di capitano.

Icardi è e rimane un professionista esemplare, ma gli ultimi mesi hanno palesato una situazione che si è fatta sempre meno sostenibile soprattutto all’interno dello spogliatoio.

Che il tuo procuratore (che sia anche tua moglie è irrilevante) accetti di essere ospite settimanalmente in un programma che a livello neuronale se la batte col Processo del Lunedì e l’Appello del Martedì dello scorso millennio dovrebbe già dire tutto.
Non è opportuno, per non dir di peggio.

Se vi state chiedendo se la mia mente sia a tal punto disturbata da vedere in Tiki Taka, e quindi Mediaset, un co-responsabile di tutto il puttanaio in questione, vi rispondo dicendovi che la domanda coglie nel segno. Ma questo è un mio problema.

E’ altrettanto verosimile che, con Marotta già in sella in estate, la Società avrebbe esercitato una moral suasion presso il proprio tesserato per far cambiare idea a Wanda. Non essendo avvenuto nulla di tutto ciò, una volta che la collaborazione inizia, non è che quella vada lì a parlar del tempo. Quella fa il suo mestiere.

E mi fermo qui perchè so’ signore.

Ad ogni modo il frittatone è servito, e tutti hanno da perderci.
Se l’obiettivo di Wanda era spuntare un rinnovo con cospicuo aumento di stipendio, direi che ha fallito su tutta la linea.
Se voleva solleticare l’appetito di un Top Club Europeo a pagare la clausola di 110 milioni a Luglio, malino anche qui.
Icardi rischia di dover rimanere altri due anni all’Inter alle condizioni decise dal Club. Che, beninteso, potrà anche decidere di estendere la durata del contratto e di aumentare l’ingaggio, ma sulla base di rapporti di forza completamente diversi rispetto a una settimana fa.

Chissà che questo “rischio” (mi rendo conto dell’assurdità di concepire come rischio il giocare a calcio in una delle squadre più importanti d’Italia a 5 milioni di euro annui) non faccia addivenire a più miti consigli la coppia. La vedo dura, onestamente, perchè la cosa presupporrebbe umiltà e intelligenza, che non mi paiono abbondare a quelle latitudini…

Siamo quindi al crucifige? No, non esattamente. Non riesco a schierarmi 100% pro e 100% contro, nemmeno in questo caso.
Un po’ perchè Icardi continua a essere un centravanti della Madonna.
Un po’ perchè plaudere alla Società vuol dire anche fare il coro a quelli che battono le mani a Marotta, non all’Inter.
Un po’ perchè alla fine resto un complottista, e alcuni scenari da fantaspionaggio calcistico, con Marotta che arriva per scassare tutto e poi fuggire a missione compiuta come Lippi nel 2000 sono troppo vicini per non essere colti dalla mia mente malata.

Pensiamoci: valore del giocatore polverizzato, Paratici che conferma l’interesse della Juve di 12 mesi fa, Marotta che a Giugno “si libera di un calciatore scontento”. Madama ringrazia e noi bestemmiamo. Non ditemi che un esito del genere vi coglierebbe di sorpresa…

Certo, sentire che proprio chi per 18 anni ha gestito la baracca in maniera simpatttica senta l’esigenza di rilasciare dichiarazioni con-la-consueta-disponibilità-sotto-gli-uffici-della-Saras, è la degna conclusione della faccenda.

Cioè: siamo al Signor Massimo che si rammarica del fatto che le cose non siano state gestite con discrezione e siano state date in pasto alla stampa.

Siamo al meta-humour.

Azz… agge fatt’ ‘na strunzata…

L’INCUBO, IL SOGNO E LA FOTTUTISSIMA REALTA’

INTER-BOLOGNA 0-1

Dividiamola in tre, la mappazza, perchè così è pesante da digerire (cit.).

L’incubo è quello che, a occhi apertissimi, abbiamo dovuto vivere nei 90’ di non-gioco contro il Bologna, che poi altro non sono se non l’ideale proseguimento del nulla cosmico già mostrato nel trittico Sassuolo-Torino-Lazio.

Icardi ha un attacco cardiaco che gli impedisce di comprendere il clamoroso errore di Poli, che lo serve solissimo davanti al portiere dopo un minuto di gioco. Solo una grave paralisi dei suoi organi vitali può spiegare quel che combina nei tre secondi successivi.

Esattamente come successo dopo il tiro fuori di Martinez a Torino, i nostri fanno di tutto per sembrare quelli che dicono “beh il mio per oggi l’ho fatto, possiamo andare a casa”.

Conoscendo i miei polli, avevo appreso con un mix di goduria e timore l’avvicendamento sulla panchina del Bulègna: Superpippo aveva esaurito la dose di deretano che l’ha accompagnato per l’intera carriera, ma al suo posto era arrivato il temibilissimo Sinisone, che forse non a caso aveva usmato puzza di figuraccia in casa Inter.

Loro fanno la loro onesta partita, trovando (dopo Izzo, dopo Immobile…) un gol casuale quanto meritato. Male De Vrij nell’occasione, con Handanovic forse colpevole di non avere riflessi da centometrista, ma che su una capocciata così bislacca può davvero fare poco.

Come col Toro, ci sarebbe un’ora di partita a disposizione per rimediare al troiaio combinato, se solo i nostri si togliessero la cispa dagli occhi e le pedùle dai piedi.

Macchè.

L’unico schema è il giro palla da dietro, probabilmente nella speranza di addormentare gli avversari. Palle in avanti non ne arrivano se non per gentili omaggi dei rossoblù, che la nostra buona creanza ci fa guardar bene dall’accettare.

In un contesto simile, è chiaro che gente che già di suo non ha un buon feeling con San Siro venga fischiata ancor prima di ricevere palla. Candreva, Nainggolan, Perisic, lo stesso Icardi, si beccano vagonate di fischi fin dal quarto d’ora del primo tempo. Fatta la tara al quoziente di intelligenza del tifoso medio (e anche medio-basso, chè i geni mica ce li facciamo mancare con tanto di striscioni alla rovescia), non mi sento nemmeno di biasimarlo più di tanto. E’ vero che il tifoso illuminato dovrebbe essere capace di sostenere la squadra fino al 90’ e semmai di subissarla di fischi a fine partita, ma come dice la canzonetta I’m only human after all, don’t put the blame on me.

La ripresa si differenzia dal primo tempo solo per l’ingresso di Martinez che, come col Toro, come con la Lazio in Coppa Italia, si mangia un gol che il mio cane (passato a miglior vita un decennio fa) anche oggi non avrebbe avuto problemi a insaccare.

In tutto questo tragicomico psicodramma, la cosa più allucinante è stata la totale mancanza di spunto, di cambio di passo, al limite di casino organizzato. Niente di tutto ciò: è dovuto entrare il povero Ranocchia gli ultimi 10 minuti a fare il centravanti alla Vierchowod per vedere se non altro un po’ di cuore (culo mai, per definizione, chè la girata al volo di sinistro meritava se non altro per l’impegno).

Come detto correttamente da più parti oggi:

Il problema non è quando metti Ranocchia centravanti; il problema è quando Ranocchia centravanti è il migliore dei tuoi…

Passiamo al sogno. Niente di che in realtà: mica possiamo svegliarci domani con Cambiasso Stankovic e Milito con 10 anni di meno…

Il sogno è semplicemente un segno di discontinuità rispetto al passato. Posto che in otto anni abbiamo cambiato 11 allenatori, non sarebbe bello che la Società riunisse giocatori e Mister per un bel discorsetto?

Potrei arrivare ad invaghirmi di Marotta se avesse i coglioni per dire ai giocatori, con intonazione degna del Duca Conte Piermatteo Barambani:

Cari inferiori (cit.), questo signore qui (indicando Spalletti) è l’allenatore di questa squadra e sarà qui fino a Maggio e poi per tutto l’anno venturo. Lui. Voi avete quattro mesi di tempo per convincerci che meritate la maglia che state indegnamente indossando.


E poi quella che sarebbe la parte migliore:

E se a qualcuno venisse in mente di giocar contro il Mister, o di giocare a convincerci che non siete degni della maglia, ricordatevi che io sono Marotta e ho ottimi contatti con le squadre di tutta Europa. Non ci metto un cazzo a farvi terra bruciata intorno: se volete cercare un’altra squadra, probabile che in Cina qualcuno lo troviate. Accomodatevi pure.

Muuuahahahah!!!!…..

Aldilà dei sogni, e tornando alla fottutissima realtà, vorrei che dalla Società arrivasse un segnale chiaro. Non perchè stimi particolarmente Spalletti, ma perchè esonerando lui si darebbe l’ennesimo alibi a una mandria di smidollati che terrebbero botta per un quadrimestre col nuovo venuto, prima di tornare a dare segni di invornimento.

Per una volta, eccheccazzo, che si pigliassero le loro responsabilità anzichè scaricarle sul Mister di turno.

Eh sì, perchè lasciando stare sogni o incubi e parlando da svegli (più o meno, insomma…) siamo all’ennesimo inverno del nostro scontento. Non so se c’entri il richiamino di preparazione atletica, non so se siano finiti gli psicofarmaci, ma è incredibile vedere la ciclicità di questi andamenti.

Non ho nè il tempo nè la voglia di un’analisi tassonomica e non nozionistica degli ultimi cinque o sei anni, ma non mi sorprenderebbe vedere una certa familiarità con crisi di gioco e risultati a cavallo tra i due gironi (a memoria ricordo il periodo dell’anno scorso e quello susseguente al primato in classifica con Mancini, figlio di tanti 1-0 cinici e speculativi).

Come se non bastasse, la prossima è a Parma, campaccio per definizione per i nostri, che in quasi trent’anni di scontri al Tardini hanno vinto solo 4 volte (ne ricordavo tre, mi mancava il 2-0 corsaro con gol di Rolando, non Ronaldo, e Guarin).

LE ALTRE

Riusciamo nell’impresa di sfruttare il calendario a noi favorevole non già per accumulare vantaggio sugli inseguitori, bensì per minimizzare le perdite. Milan e Roma difatti pareggiano il loro scontro diretto, mentre la Lazio, che pur stasera ha vinto a Frosinone, settimana scorsa non era riuscita ad evitare la sconfitta contro i Gobbi.

Siamo alle solite: se ad Agosto mi avessero catapultato ad oggi, leggendo la classifica sarei più che soddisfatto, ma solo noi siamo capaci di complicarci la vita in questo modo e, vi assicuro, non c’è alcun masochistico compiacimento nella mia affermazione, porca di quella puttana!

E’ COMPLOTTO

Dovrei probabilmente aggiungere una nuova categoria, “Gli onesti del giorno dopo”. E’ ai limiti del vomitevole il modo in cui Sky ha cercato di smarcarsi dalla fake news di Conte che passeggiava in centro reduce dall’incontro con Marotta. Come ho già detto, bene ha fatto Spalletti a incazzarsi con la stampa, e meglio ancora ha fatto nella conferenza stampa del pre-partita, quando ha formalmente ribadito il concetto, buttando lì anche un discreto siluro alla Società, della serie:  se siete così ingenui da averlo fatto siete davvero dei dilettanti.

Ebbene, ieri sera ho sentito prima Barzaghi e poi Caressa in maniera ancor più sguaiata definire poco professionali (eufemismo) i colleghi che avevano montato quella notizia.

Grazie al cazzo, signori miei: se ne avete la voglia, le palle o semplicemente l’onestà sufficiente, ‘sta cosa ditela 5 minuti dopo che la notizia vi arriva, non a quattro giorni di distanza, quando la tanfa della fialetta puzzolente ha già impestato l’aria nella stanza.

WEST HAM

Qui facciamo una bella figura, bloccando 1-1 in casa il Liverpool capolista.

L’han fatta tutti, la faccio anch’io la battutaccia: Hanno scritto i nomi in cinese per non farsi riconoscere!

PUNTUALISSIMI

TORINO-INTER 1-0

Come ogni anno, arriva l’inverno e con lui il simpatttico masochismo nerazzurro, sempre pronto a tafazzare quanto di buono fatto fin qui e rimettere tutto (e tutti) in discussione.

Infatti lo schieramento “a specchio” contro allenatori che praticano il 3-5-2 da lustri -e che già aveva portato ai quattro fischioni presi a Bergamo- viene amabilmente riproposto contro il Toro di Mazzarri, al quale non sembra vero di poter gestire la partita sostanzialmente uomo contro uomo, con i suoi ad avere in corpo il doppio della benza e i nostri “mangiati” in ogni angolo del campo dai diretti avversari.

l’Inter prosegue nel nulla o quasi fatto vedere contro il Sassuolo, con l’aggravante di non aver imparato una mazza di niente dagli errori precedenti.

Spalletti, in altre parole, la combina grossa. Per dirne una: Miranda centrale di sinistra si trova a dover dialogare con Joao Mario e Dalbert su un binario nel quale i tre manca poco si diano del lei da quanto poco sono affiatati. Il terzino sinistro fa sincera pietà per tutta la partita, se si escludono un paio di salvataggi da difensore puro nell’ultimo quarto d’ora di gara. E’ in ottima compagnia, sia chiaro. I due Joao saranno non a caso tra i sostituiti, allorquando Spalletti pensa di cambiare sistema osando, almeno nelle intenzioni, una squadra più coraggiosa.

Macchè.

Male tutti, come già col Sassuolo. Stavolta anche Handanovic ci mette del suo, tornando al tentativo di “parata di sguardo” quando contempla il beffardo pallonetto di Izzo metterci 5 secondi buoni prima di morire a fil di palo nella nostra porta.

L’inizio dei nostri, con Icardi e Martinez a comporre un inedita coppia d’attacco dall’inizio, non è nemmeno male, se è vero che Lautaro arriva a concludere fuori di poco una bella azione da lui stesso iniziata.

Peccato che, in buona sostanza, i nostri si fermino lì. Maurito non becca palla per tutta la partita, Vecino fa a gara con Joao Mario a chi ne perde di più, Brozo predica malinconico nel deserto. Si capisce che lo 0-0 è un risultato segnato, a meno di giocare sugli errori degli avversari o su qualche episodio. Detto fatto. Prendiamo gol alla mezz’ora del primo tempo ma è come essere già al 90′: non c’è reazione, calma piatta, una beata minchia di nulla.

Come diceva il mio vecchio vicino di tribuna:

“Non c’è ali, non c’è schemi, non c’è un cazzo!”.

Ineluttabile assioma cartesiano.

Entrano prima Nainggolan e poi Politano, adeguandosi in tempo zero alla ruminanza dei compagni, con il romano che si fa addirittura espellere dopo aver cercato un fallo (che non c’è) anzichè superare l’avversario che aveva nelle gambe un’ora di partita in più.

Il Toro vince avendo fatto il minimo indispensabile eppure avendolo pienamente meritato.
Il che, se ci pensate, va ancor più a demerito dei nostri.

CRISIINTER

Eccola di nuovo tra noi, la CrisiInter. In tre partite di Campionato abbiamo segnato un gol (quattro nelle ultime sette) nelle ultime due abbiamo portato a casa un punto. Rimaniamo terzi con un margine ancora discreto (+5) solo perchè il turno di campionato mette Roma, Milan e Lazio contro avversarie di valore uguale se non superiore (Atalanta, Napoli e Juve), permettendoci di minimizzare le conseguenze della sconfitta almeno a livello di classifica.

Per il resto invece parte il circo: Spalletti è in bilico, Perisic ha chiesto di andarsene, Icardi non segna da 5 partite, Candreva e altri chiedono la cessione, Marotta deve intervenire con giocatori e proprietà a riportare calma e chiarezza. Ce n’è per tutti.

Al solito, la cosa che manca di più alla squadra è ordine e chiarezza, in campo così come fuori. C’è anche poco da aggiungere, tanta è l’evidenza dell’assunto. Non so quanto Marotta sia abituato a dover fronteggiare situazioni simili, in cui bastone e carota devono essere dosati con perizia da piccolo chimico: ad ogni modo è la sola strada da perseguire, e spero che il nuovo dirigente sia davvero in gamba e se la cavi senza tutto lo spessore della Vecchia Signora a guardargli le spalle.
Non sprecherò KB di rete e preziosi secondi della vostra attenzione per ribadire che non sono a favore di cambi di panchina, nè adesso nè a Giugno, a meno che la cosa non faccia parte di un effettivo cambio di strategia a livello societario.

In altre parole, Spalletti per ieri lo stramaledico, dopodichè forza ragazzo chè giovedì arriva la Lazio e la Coppa Italia la voglio vincere.

Potrei ammorbarvi con interminabili sedute di autocoscienza sulla gestione dei nostri giocatori e sull’atteggiamento sempre un po’ scazzatiello di molti componenti della squadra, ma mi fermo qui, muto rimprovero all’invornimento collettivo dei nerazzurri.

Niente E’ COMPLOTTO, qualsiasi sterco mediatico stavolta è pienamente meritato.

Maledetti…

Sapessi noi, Mister…


LETARGO

INTER-SASSUOLO 0-0

La digestione lenta fa stazionare cotechini e panettoni negli stomaci nerazzurri, provocando 90′ di insipida lentezza e sonnolenza che solo un grande Handanovic non fa tracimanre in una sanguinolenta sconfitta.

Apatìa come non se ne vedeva da anni a San Siro, e nemmeno ravvivata dalle migliaia di bambini ad assiepare i primi anelli blu e verde. Scorrendo i giocatori di movimento, faccio fatica ad individuare uno solo dei nostri che abbia fatto una partita discreta, nemmeno buona.

I miei occhi hanno addirittura dovuto assistere ad errori in impostazione e alleggerimento di Skriniar e De Vrij, e spero che ciò testimoni l’eccezionalità dell’evento.

Poche le nostre occasioni da gol, essenzialmente i due colpi di testa -uno per tempo- di Vecino e Martinez, più che compensati da diverse scorribande emiliane dalle parti di Handanovic che, soprattutto nella ripresa e soprattuttissimo nel finale, chiude la porta in faccia a Boateng & Co.

Il pessimismo di chi scrive era tale che non mi sono nemmeno permesso di pensare “dài che l’abbiamo sculata come contro il Napoli, e adesso andiamo di là e segniamo nel recupero”. Anzi: great minds think alike, perchè a posteriori apprendo di averla pensata esattamente come lo Zio Bergomi, risentendo il mio rimuginare lungo 90′ all’insegna “qui se va bene non la perdiamo“.

C’è poco da fare: questi black out di applicazione e concentrazione sono il vero marchio di fabbrica dei nostri colori, purtroppo più di qualsiasi altra caratteristica. Sarò spettatore interessato, ma davvero non mi viene in mente nessun altra squadra che sia così volubile ed imprevedibile, capace a distanza di pochi giorni di vittorie convincenti (Napoli ad esempio, e nonostante tutto l’orribile contorno di quella partita) e rappresentazioni plastiche di inedia (vedi l’ultimissima esibizione).

A cosa possiamo attaccarci, senza essere volgari?

A un paio di constatazioni, più che consolazioni vere e proprie.

Ad esempio, al fatto che Perisic, Nainggolan e Vrsaljko hanno fatto un primo quadrimestre che, fosse stato il secondo, sarebbe stato da bocciatura a giugno: aldilà dei colpi sporadici sono tutti (Ninja in primis) ampiamente sotto i rispettivi livelli di rendimento.

Non solo, ma la pervicacia con cui Spalletti continua ad insistere su Icardi punta unica con due larghi ai suoi lati di fatto esclude dalle rotazioni Martinez, che sarebbe senz’altro opportuno vedere in campo con maggior continuità, anche solo per saggiarne il reale valore.

Qui, abbeverandomi alle fonti del sapere illuminato, registro che tanto lo Zio quanto il Cuchu sostanzialmente danno ragione al Mister, segnalando come il centrocampo a tre serva per garantire quella solidità difensiva che senz’altro è nei fatti. Intuitivamente, per inserire il Toro occorrerebbe rinunciare ad un uomo in mediana, e la cosa garantirebbe minor filtro in mediana.

Vero, ma qui continuiamo a segnare col contagocce, e il Cassandro che scrive segnala che le pratiche onanistiche dei tanti soloni che plaudono alla nuova versione di Icardi vanno di pari passo ad una anomala sterilità del nostro centravanti. Per una volta mi appoggio ai solertissimi statistici di staceppa che ci ricordano dei tre mesi passati dall’ultimo gol su azione in Campionato e dei “soli” 9 gol segnati nel girone di andata contro i 14 dell’anno scorso.

Posto che anche Perisic è indietro sulla sua tabella di marcia (3 gol invece dei 5-6 che di solito realizza entro Natale) e che il Ninja ne ha fatti solo 2, il problema del goal c’è e eccome. Sono contento dei 12 diversi marcatori nella rosa ma, onestamente parlando, non è da Gagliardini che mi aspetto i 5-6 centri a stagione. Un buon reparto di centrocampo deve poter garantire tra i 15 e i 20 gol a stagione (Brozo-Ninja-Vecino, parlo soprattutto di voi), e dal pacchetto di punte e ali a disposizione dobbiamo poter ricavarne almeno 40-45.

Mi pare che siamo lontani da queste fanfaronate statistiche, il che mi porta quantomeno a porre il dubbio circa un cambio di sistema. Affiancare Martinez ad Icardi, dando per scontata una compatibilità “ambientale” in realtà tutta da dimostrare, vorrebbe dire rinunciare ad un paio dei satelliti di Icardi, diciamo senz’altro Perisic e probabilmente uno tra Politano e Ninja.

Vorrebbe dire (anche se non soprattutto) dare una bella spolverata alla barbetta di Candreva, l’unico in grado di garantire corsa e sostanza su quella fascia.

Facendo i disegnini, una roba del genere:

I quattro dietro sceglieteli voi

La mia non è una proposta. Piuttosto, una rappresentazione plastica di quel che vorrebbe dire giocare stabilmente con le due punte. A voi pesare le due opzioni sui piatti della bilancia e propendere di conseguenza.

LE ALTRE

Il pareggio ci fa perdere due punti nei confronti Roma e Milan, vittoriose contro Torino e Genoa, mentre lo scontro vinto dal Napoli contro la Lazio ci fa almeno consolare per il punticino guadagnato sugli Aquilotti.

In questo momento siamo saldamente terzi, che può essere un ragionevole obiettivo per quest’anno. Il quarto dista sei punti, e a ‘sto giro è il Milan, ma le altre sono tutte lì in un paio di punti e quindi ad ogni giornata ci saranno cambiamenti nella lotta al quarto posto.

I nostri devono ripigliarsi in fretta: la prossima fermata è Torino a casa Mazzarri. Vietato dormire, stante anche un Milan-Napoli che ci vedrà spettatori interessatissimi.

E’ COMPLOTTO

Torno a fare il professorino petulante che non sono mai stato (soprattutto professorino…) per segnalare un interessante contributo di Marco Bellinazzo su Goal.com che, ad essere intellettualmente onesti, dovrebbe ricacciare in bocca a tanti il Luogo Comune Maledetto per cui l’Inter per l’ennesima estate avrà bisogno di vendere uno dei suoi gioielli per far quadrare i conti.

Riporto testualmente:

L’Inter ha anche raggiunto l’obiettivo di chiudere il bilancio al 30 giugno 2018 in pareggio realizzando plusvalenze per 45 milioni soprattutto grazie alla cessione di giovani promesse della primavera. Entro la fine dell’esercizio in corso al 30 giugno 2019 l’Inter non ha un obbligo discendente dal settlement di raggiungere il pareggio di bilancio e quindi non è costretto a fare determinate plusvalenze.

Tuttavia la dirigenza si è imposta di perseguire anche quest’anno uno stretto equilibrio tra ricavi e costi per cominciare al meglio la prima stagione completamente libera dalle sanzioni Uefa. Dal 2018, in effetti, il regolamento Uefa dovrebbe prevedere una ulteriore restrizione sulle perdite ammissibili nel triennio: dopo la fase in cui erano ammessi 45 milioni e quella in cui si faceva riferimento a una soglia di tolleranza di 30 milioni triennali, ora dovrebbe scattare un monitoraggio più severo con l’obbligo per i club di chiudere i conti triennali a 0, salvo un deficit di 5 milioni ritenuto comunque perdonabile (su questa novità sarebbe peraltro auspicabile un chiarimento ulteriore della Uefa).

E ancora:


Alla fine è probabile che ci sarà un rosso da colmare ricorrendo alle cessioni. Ma potrebbero bastare anche una ventina di milioni. Questo dovrebbe permettere all’ad Beppe Marotta di potersi muovere con una certa agilità sul mercato, senza più le ipoteche del “passato”.

Quindi, quando sentiamo le solite manfrine su Icardi che va a Madrid e Skriniar in Inghilterra, mandiamo pure serenamente a quel paese l’autore della minchiata.

Su Perisic il discorso è diverso: le voci che si rincorrono in questi giorni sono a mio parere di tenore diverso: come detto il giocatore ha un rendimento scadente, è alle soglie dei 30 anni e non pare vogliosissimo di rimanere a Milano. E’ chiaro che non è sul mercato sic et simpliciter, ma un’offerta congrua potrebbe risolvere in un colpo solo e abbondantemente il residuo problema plusvalenze. Dall’altra parte, una scelta siffata, mi spingo a dire anche a Gennaio, potrebbe aprire le porte al disegnino a due punte di cui sopra.

Se questa fosse la strategia alla base, onestamente mi parrebbe comprensibile. Di fatto rinunci a un’ala che non ha più molti margini di miglioramento (eufemismo) per immettere una punta 21enne di altissimo potenziale: se si vuole cambiare il modo di giocare, la scelta ha senso.

Se invece si vuole dar via Perisic per andare a prendere il Martial di turno, a sensazione non sono d’accordo. Cambieresti “ruolo su ruolo” con tutte le incognite di un giovane che non è un fenomeno di costanza e che arriva a metà stagione in un campionato nuovo: no grazie, a posto così.

WEST HAM

Anche qui sono in down, lasciami in down (cit.), becchiamo due pere in casa del Bournemouth e ristagniamo a metà classifica.

Risorge Carroll, intermezzo tra l’ultimo infortunio e il prossimo. In compenso sia Astronautovic che il Chicharito vogliono andarsene e rischiamo di tenerceli svogliati come solo le punte sanno essere.

Viva l’ottimismo.

Bravi. Non avevo dubbi.