IN CRISI A UN PUNTO DALLA VETTA

È forse il caso di iniziare a mettere ordine in questa strana stagione calcistica. Del resto, si avvicina il periodo di chiusura di bilancio.

Il punto di partenza, noto a tutti, è che siamo a un punto dalla testa della classifica (bene) ma già fuori dall’Europa (male, perdìo). La vittoria con lo Spezia in casa era quanto di più ovvio ci si potesse aspettare ma, trattandosi di Inter, non si è mai sicuri di niente.

Iniziando da una rapida analisi della rosa a disposizione, noto una sensibile differenza tra la apparente abbondanza di alternative e l’effettiva scarsità di reali alternative.

Da una rosa formale di 26 giocatori (compresi 4 portieri), notiamo come Ranocchia, Kolarov, Vecino, Nainggolan, Sensi, Eriksen e Pinamonti siano stati usati poco o nulla, per vari motivi. E se per i due difensori il mancato utilizzo è dovuto all’abbondanza di soluzioni migliori, per i centrocampisti e per l’unica punta il discorso è diverso.

La mediana, checché se ne dica, sta spremendo Barella e Brozovic come due limoni, con Gagliardini più di Vidal a completare il reparto. L’aggravante è che il bergamasco non sta sfigurando, se paragonato alla pochezza e alle scempiaggini messe insieme dal cileno finora.

Davanti, l’unica alternativa Lukaku e Martinez è Sanchez, con le ormai croniche criticità di tenuta fisica. Se – come leggo – a gennaio si vuole fare a meno anche del ragazzo Pinamonti (comunque al momento ai box pure lui), urge tornare al pennellone di riserva, che sia Giroud, Milik, Llorente o altri a scelta.

Non che a centrocampo la situazione sia migliore: con Eriksen siamo alla consensuale, spero che il matrimonio sia stato fatto in separazione dei beni, dopo Natale un caro saluto e buona fortuna. Sensi inizia solo adesso a deambulare, e pure al 40% della forma fa capire quanto possa essere utile a questa squadra.

Capito Piccinini? Inutile che fai il simpatico chiedendo “ah ma quindi alla fine tutta l’Inter gira intorno al recupero di Sensi?” Sono mesi che ci passeggiate sui testicoli con la mancanza del giocatore che salta l’uomo e crea superiorità numerica… Eccolo, fatelo star bene e poi vediamo.

Vecino è fuori dai radar da più di un anno, e non so quanto l’infortunio sia l’unica causa, visto che il rapporto con Conte pare non essere mai sbocciato. Per quel che mi riguarda, lo vorrei in campo al posto di Gagliardini, anche solo per riconoscenza di quei 4 o 5 gol fatti tra Derby e Champions, e soprattutto perché molto più forte, ma così non è. Stesso discorso per il Ninja, che da noi manco ci voleva tornare e che ha fatto dire a Conte “l’avete visto anche voi in che condizioni è…”. Ausilio deve lavorare di fantasia come il miglior piazzista da mercato rionale quando dice “si sta impegnando tantissimo in allenamento”, ma la verità è che cercheranno di rimandarlo a Cagliari per meno dei 10 milioni che non hanno ottenuto in agosto.

Quindi, ipotizzando che la Befana ci porti via tre o quattro giocatori, formalmente membri della rosa ma, come detto, di fatto mai utilizzati pienamente, si apre la fase del rimpiazzo.

Ho ormai smesso di illudermi di poter avere un terzino sinistro davvero forte – mi accontento di Ashley Young o di Darmian, con Perisic per i quarti d’ora disperati – così come vedo arduo arrivare al centravantone che possa far rifiatare Lukaku; a mio parere il mercato di gennaio deve avere un solo obiettivo: il Papu Gomez.

Non solo perché è forte (ma forte davvero), ma anche perché conosce la Serie A meglio di casa sua, può -lui sì- fare il trequarti dietro LuLa, ha intelligenza e dinamismo ad altissimi livelli nonostante l’età.

Sportivamente mi dispiace della frattura apparentemente insanabile con l’Atalanta. Detto ciò, da tifoso mi darebbe un certo gusto vederlo approdare da noi e, chissà, firmare il gol vittoria al ritorno in faccia a Gasperini.

Ancor più dell’argentino, spero che tutte le manovre del mercato -in uscita così come in entrata- vengano fatte in fretta, e non agli ultimi giorni di mercato. So che i soldi non sono i miei, ma storicamente non siamo bravi a giocare col tempo per far calare il prezzo. Per replicare la manfrina di 12 mesi fa con Eriksen, con i nostri a pensare “ok vogliono 20 milioni, aspettiamo gli ultimi giorni di mercato e vedrai che scendono” e poi dargliene comunque 20, tanto vale spendere ventimilalire in più subito ma dare al Mister la squadra completa il prima possibile.

Pìe intenzioni, credo. Se il mercato di inverno è storicamente difficile e avaro di colpi di qualità, a maggior ragione a ‘sto giro ci sarà ancor più penuria di soldi, e le occasioni saranno poche.

La squadra è stanca e gioca male, aldilà di schemi, moduli e disegnini sulla lavagna. Da anti-esteta del bel giUoco, mi porto a casa e mi tengo strette le vittorie messe in saccoccia dopo prestazioni ai limiti della decenza (vedi Spezia) o dopo tentativi di suicidio calcistico (vedi Napoli).

La ferita di Champions brucia e tanto, soprattutto vista la reale pochezza del nostro girone, Real Madrid compreso. Ma non possiamo incolpare nessun altro se non i nostri amatissimi eroi in braghette, comandante in primis. Ormai anche lui dovrebbe aver capito che, alle nostre latitudini, i colpi di sfiga sono assai più frequenti di quelli di culo.

A chi interessasse, avrei volentieri barattato l’1-0 contro il Napoli con una vittoria contro lo Shakhtar in Champions. Il mercato dei desideri però non è aperto. Tocca tenere la testa bassa sul Campionato e vedere quanta strada si riesce a fare.

LE ALTRE

Alla fin della fiera, credo che sarà ancora una volta la Juve la squadra da battere. Contrariamente al Milan che, pur in testa con merito, sta rendendo forse oltre i suoi limiti, i Gobbi iniziano solo adesso a carburare ed hanno un potenziale inespresso assai preoccupante: Dybala, tanto per fare un nome, non l’abbiamo ancora visto, Kulusevski e Chiesa poco di più.

Le altre mi paiono altalenanti: possono fare grandi partite ma difficilmente potranno rientrare in corsa per il titolo.

È COMPLOTTO

Come ogni maledetta domenica, chiudo la serata pascendomi della sagacia calcistica del Club di Caressa & Co. Tutti a celebrare il gol-lampo di Leao dopo 6 secondi, e tutti altrettanto attenti a ricordare alla perfezione il precedente record di Paolino Poggi. Lo Zio Bergomi tenta timidamente di ricordare il gol di Matteoli in Inter-Cesena segnato dopo 10’’ e non uno che se lo ricordasse: “Ah sì?” “Non ricordavo…

Certo, vuoi mettere il fascino di Paolino Poggi contro quello assai più trascurabile dell’Inter dei Record di Trapattoni?

Dài Mario, sei sempre il solito… Certo, come no. Passano due minuti e tutti i presenti constatano che, vista la velocità dell’azione, il record di Leao sarà difficilissimo da battere: giusto tirando in porta dal calcio d’inizio si potrebbe fare…

A Caressa non sembra vero e prende la palla al balzo “Una volta Totti ci provò, proprio al fischio d’inizio!

Lì nemmeno Bergomi ha avuto la prontezza di ricordare la traversa colpita da Icardi in Inter Napoli di due anni fa (mica 20…)

Ennesima conferma dello scarso appeal mediatico nerazzurro, e se leggete lo psicopatico che scrive, non vi serve nemmeno il Pistocchi di turno per convincervi.

BENVENUTO MISTER

E finalmente, dopo qualche mese, anche Conte ha capito cosa voglia dire essere l’allenatore dell’Inter.

Non vinci? Sei un incapace, e ancor di più la Società che ti ha scelto.

Vinci? sì ma sfruttando cinicamente gli errori degli avversari e speculando sul contropiede.

Per fortuna, il Mister Agghiaggiande non le manda a dire e, dopo aver risposto per le rime a Zazzaroni ed altri nelle scorse settimane, l’altra sera ha riservato lo stesso trattamento a Fabio&Fabio (Caressa e Capello).

Capello ha testualmente detto che l’Inter gioca con la difesa bassa e sfruttando in contropiede gli uno-contro-uno concessi dalle difese avversarie.

Quando Conte ha replicato stizzito, ecco che i due in studio hanno messo una toppa che era peggio del buco, affrettandosi a dire al Mister “no no, non hai sentito tutto il discorso” e aggiungendo di aver fatto riferimento anche al pressing alto che consentiva all’Inter di recuperare palla vicino all’area avversaria. Balle, questo l’ha detto solo Conte, e a ben vedere è l’esatto contrario di quanto sostenuto da Capello (altro che “sto dicendo le stesse cose che dici tu”).

Per essere ancora più chiari: difendi basso? Non fai pressing nella metacampo avversaria ma aspetti sulla tua trequarti, una volta che hai la palla lanci lungo sul centravanti e speri che la butti dentro.

Fai pressing alto? I tuoi centrocampisti vanno alla caccia del pallone fino alla trequarti avversaria, cercando di costringere gli altri all’errore, in modo da recuperare la bocca a trenta metri dalla porta, non a ottanta. In questo caso, peraltro, si inserisce in maniera coerente la critica avanzata da Bergomi e Costacurta, che hanno chiesto a Conte se potessero esserci margini di miglioramento in un paio di transizioni del Napoli che per poco non hanno causato problemi all’Inter. Ecco, Conte in quello è stato chiaro: pressando alti, il rischio che si corre è quello. Se l’avversario riesce a superare la prima linea, ecco che alle spalle c’è un sacco di campo che resta sguarnito, mettendo a rischio la difesa. È il vecchio concetto della coperta corta, che alla fine è anche abbastanza facile da capire.

Ma no, si continua sul vecchio canovaccio: vinci? sì, ma sei solo un’Inter cinica che sfrutta con pochi lampi le prodezze dei suoi campioni.

Ci si mette ancora una volta il Corriere dello Sport a fare la finta vergine, portando l’ipocrisia a nuovi livelli di sofisticazione.

Un pezzo del genere trasuda tutta la malafede di chi lo scrive. Perchè è noto a tutti che la critica è pressocchè unanime nel condannare chiunque giochi in contropiede e osi ritornare al mittente le proposte di bel giUoco e mille passaggetti a tre all’ora. Ma quando, guarda caso, tali critiche sono rivolte all’Inter sotto forma di falso complimento -oltretutto prendendo una cantonata proprio nel merito tecnico della questione- ecco che ci si meraviglia del perchè ci si debba vergognare di un sistema di gioco che tanto ha fatto vincere al calcio italiano.

In altre parole, Conte non si incazza per l’accusa di essere un contropiedista. Si incazza perchè così dicendo si sceglie di ignorare il modo in cui fa giocare la squdra, limitandosi a vedere una parte del quadro e pigliando una cantonata che non fa onore al passato dell’allenatore Capello.

Furbo Zazzaroni a chiamare i mostri sacri a difendere quella che -ribadisco- è una posa posticcia. Che l’immenso Gianni Mura “parteggi” per un calcio essenziale e senza troppi ghirigori è noto, oltre che da me condiviso. Che proprio lui si presti a dar manforte a questa manovra di dissimulazione mi lascia un po’ così, allo stesso modo della sua critica al VAR ed all’eccessivo uso della tecnologia nel calcio.

Ma lui è Gianni Mura e può dire quel che vuole.

Gli altri pure, anche se hanno una credibilità ed un’onestà intellettuale nemmeno paragonabile.

Ad ogni modo, caro Conte, ora hai finalmente capito di cosa noi interisti ci lamentiamo da anni. Ci dai una mano tu a iniziare a rispondere come si deve?

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DOVE ERAVAMO RIMASTI

INTER-ATALANTA 0-0

Torno a compitare le mie massime sui nostri amatissimi dopo un pareggio che, fuori dal contesto di classifca, mi avrebbe visto smadonnante, e che invece mi corrobora come un piatto di zuppa calda in una notte di fine inverno (so’ poeta, checcevoifa’).

Certo, un Icardi come si deve avrebbe battuto Gollini a metà primo tempo e verosimilmente l’avremmo portata a casa ma, viste le poche partite rimaste da giocare, un occhio va fatalmente a calendario e classifica, che dice +5 sugli inseguitori più prossimi e una partita in meno da giocare.

Non siamo bravi a fare questi giochini di calcolo e precisione, il girone di Champions ne è la conferma temporalmente più vicina. Oltretutto, l’infortunio di Brozovic in questo momento è quanto di peggio potesse capitare, vista la centralità di Ajeje nel progetto di squadra di Spalletti.

Borja Valero ha piedi e testa migliori, ma anagrafe e fisico buoni per non più di mezz’ora di partita (preferibilmente l’ultima, con lui fresco e gli avversari con 60′ di gioco nelle gambe). In questo senso, illluminante ieri il cambio deciso da Spalletti a metà ripresa, quando sacrifica un Gagliardini tornato alle nefandezze perpetue dopo i brilli estemporanei di Genova (cinquemila lire di SIAE al Prof. Fiumi del Liceo Zucchi) e ci permette di ritornare in controllo del match, dopo mezz’ora buona a cavallo dei due tempi in cui i nostri faticano e non poco a contenere Ilicic e il resto dei Gaspe-boys.

Icardi, su cui, se mai l’avrò, occorrerebbe qualche settimana per sunteggiare il recente vissuto, fa benissimo quel che la critica votata al bel giUoco gli chiede da anni: partecipa all’azione lanciando Perisic dopo pochi minuti e favorendo lo splendido lob di Vecino poco dopo, che un ottimo Gollini mette in corner.

E’ beffardo ma forse inevitabile che tanta qualità in fase di raccordo e rifinitura vada a discapito della proverbiale freddezza sotto porta, con Maurito a sbagliare un gol che normalmente segna ad occhi chiusi. Non che la palla sia così facile da “scavare”, ma da lui… questo ed altro.

Ad ogni modo, poco dopo Politano arriva due volte al tiro nella stessa azione e con quello sostanzialmente finisce il nostro primo tempo. L’Atalanta prende coraggio e, pur senza creare grandi occasioni, gestisce la partita per il resto della frazione.

La ripresa sostanzialmente continua sullo stesso canovaccio, con Gagliardini a perdere una palla tanto grave quanto prevedibile -quantomeno da me: inizio a dire “dalla via! non fare cagate!! occhio che arriva l’uomo!!!” ben prima che la realtà confermi i miei timori- e Ilicic a mettere il Papu solo a porta vuota. Per fortuna l’argentino ha le gambette corte, e per questioni di centimetri rimaniamo con la porta inviolata.

La partita continua con il nulla di Perisic mostrato per 90′ e con sprazzi di un Vecino convincente, come quando con l’esterno destro tocca benissimo per l’inserimento del Ninja, troppo debole però per impensierire il portiere avversario.

E’ quasi finita ed è come se entrambi i pugili fossero convinti di averla vinta ai punti. Nessuno può dirsi pienamente soddisfatto ma, come detto in apertura, entrambi rosicchiano un punto al Milan e mantengono il distacco inalterato su Lazio e Napoli.

Anche il Napoli, ebbene sì: proprio in quanto interista nell’intrame guardo con preoccupazione a chi ci sta dietro, ma un occhio ogni tanto a chi sta davanti lo butto….

LE ALTRE

Gli uomini di Ancelotti hanno piano piano consegnato lo scudetto alla Juve, infilando il pareggio casalingo col Genoa come ultimo anello di una stagione che li ha visti sempre più come seconda forza indiscussa. Troppo forti per tutte le altre, troppo deboli per impensierire Allegri & Co.

Cosa mi fa essere allora speranzoso? Il fatto che, proprio perchè ormai chiuso, il Campionato possa essere visto dagli azzurri come un fastidioso appuntamento tra le fatiche di Europa League, e che possa quindi vederli scialacquare qualche altro punticino per strada. All’ultima giornata ci sarà lo scontro diretto in trasferta: l’anno scorso con la Lazio ci ha detto bene…

In realtà, aperti gli occhi dal bel sogno (chè quello è e quello rimane…), tocca azzerare le tafazzate, e vincere almeno le prossime due, contro Frosinone e soprattutto Roma in casa. Di incroci pericolosi ce ne saranno parecchi, per noi ma anche per la canea di squadre alle nostre spalle. Testa sulle spalle e poche cagate: dipende tutto da noi. Facciamo finta che sia un vantaggio…

E’ COMPLOTTO

Sempre in attesa di sviscerare i peggiori istinti della stampa italiana nella vicenda Icardi, faccio solo presente il reiterato ricorso al seguente sillogismo:

Mauro non va d’accordo con Spalletti, nè con Perisic: a giugno inevitabilmente Icardi andrà via.

Spalletti non va d’accordo con Icardi: è ormai al capolinea l’avventura del tecnico all’Inter.

Perisic ha ridotto a zero i suoi rapporti con Icardi: a giugno per lui si apriranno le porte della Premier.

Morale: siccome la convivenza tra questi tre soggetti, per vari motivi e con varie responsabilità, pare essere ormai impossibile, salomonicamente andranno via tutti e tre.

Bello poi sentire Marco Cattaneo eccitarsi mentre dice “e domani l’Atalanta battendo l’Inter potrebbe arrivare a soli due punti dal terzo posto!” evitando anche solo di contemplare l’ipotesi di una vittoria interista, che avrebbe portato i nostri a 7 punti di vantaggio sui quarti, e guardandosi bene dal dire che il pareggio o la vittoria atalantina avrebbero significato problemi per il Milan.

Da parte loro, i rossoneri hanno tutte le ragioni a lamentarsi dell’ennesimo atto di sudditanza arbitrale nei confronti di “quelli là”. Il “mani” di Alex Sandro è beffardamente simile, anche nell’angolo di campo, al fallo fischiato due anni fa a un De Sciglio ancora di rossonero vestito, che decise nel recupero una partita ferma sul pari.

Non ci sono molte alternative alla scontata citazione de La fattoria degli animali: i maiali, cioè i gobbi fuor di metafora, sono più uguali degli altri. Il VAR ha innegabilmente fatto calare il numero di errori e tra le sue poche colpe ha quella di essere arrivata con decenni di ritardo. Detto ciò, la casistica del fallo di mano, è senz’altro quella cui va… messo mano (perdonate il gioco di parole) prossimamente. Personalmente sarei favorevole a criteri rigidi e per nulla interpretabili, che in buona sostanza limitino il più possibile la discrezionalità dell’arbitro.

Al famigerato trofeo BerlusCaloni, che mi vide inopinato vincitore nell’anno aureo 2010, avevamo una regola semplicissima. La tocchi di mano? E’ sempre fallo. Carambola, involontarietà, rimpallo… Frega un cazzo: è fallo.

Quattro moccoli la prima volta, e poi tutti d’accordo: dura lex sed lex.

E’ chiedere troppo?

Chiudo con l’ennesimo parallelo tra gli effetti degli errori arbitrali sulle opposte sponde del Naviglio: di qua, quando lo si prende inder posto, arrivano moniti a non mettere in dubbio la buona fede e, citando i classici, a stare zitti. Al più si ammette l’errore, interpretandolo come una buona occasione di crescita per l’arbitro.

Di là si chiede scusa.

Pallonetto a voragine, l’azione più bella della partita…

SPECCHIO RIFLESSO

MILAN-INTER 2-3

Se già il Derby di andata, giocato in condizioni di morale e classifica assai diverse, era stato presentato come uno scontro tra il bel giUoco dei rossoneri e la cinica fisicità dei nerazzurri, potete ben immaginare -anzi, già lo sapete come me- come la critica abbia introdotto la partita di domenica. Da una parte una grande famiglia, capace di stringersi intorno al proprio allenatore e di valorizzare al meglio gli ultimi acquisti, in grado di far dimenticare la star viziata che ha chiesto e ottenuto di migrare oltremanica. Dall’altra parte, un’accozzaglia di craniolesi in crisi di astinenza da fenotiazine, con un Mister pronto a svuotare l’armadietto e uno spogliatoio pronto più del solito a #guèradebbande.

Fatta la cordiale premessa, il sifulotto torna turgido a intrudersi tra le terga rossonere, sconfitte come all’andata e come in 3 delle ultime 6 sfide (le altre tre sono pareggi di cui uno acchiappato al 97′ e da loro festeggiato manco fosse stato uno Scudetto…).

Se volete l’illuminato punto di vista dello scrivente, mi sono apprustato alla poltrona di casa pronunciando le seguenti parole: “poche volte sono stato così rassegnato all’inizio di un Derby“. Cazzo, datemi torto! Dopo aver visto dal vivo lo scempio di giovedì scorso in Europa League, circondato da un gruppo di toscani che apostrofavano quasiasi giocatore, interista o tedesco, al grido di “sudicio!! vagabondo!!“, chi se l’aspettava un’Inter coi controcazzi a martellare dal primo minuto?

E invece, Vecino pesta giù la partita dell’anno e non a caso apre le marcature dopo 3 minuti. L’azione è bella dall’inizio, con Lautaro bravissimo a fare da sponda sul cross di Perisic, dopodichè… la prende Vecino.

Il Milan non ci capisce molto, e la partita continua con un quasi monologo dei nostri: solo Paquetà e Çalhanoghlu impensieriscono Handanovic, mentre nell’altra area prima Vecino e poi Skriniar di testa si divorano il raddoppio. Vantaggio meritatissimo all’intervallo e paura fottuta che, come già tante altre volte, i nostri pensino “beh il nostro per oggi l’abbiamo fatto“.

Invece no! Anzi, sul corner a inizio ripresa non faccio nemmeno in tempo a sacramentare per lo stucchevole scambio corto dalla lunetta, che il sinistro a giro di Politano arriva bel-bello sulla capoccia di De Vrij: parabola arcuata (cit. Brunone Pizzul) e Donnarumma uccellato. A me ha ricordato il gol di Cruz in un Juve-Inter del 2005, ma qui so di essere malato grave…

Da notare, visto che non lo fa nessuno, l’ottimo “Alessietto” Romagnoli colpevole su entrambi i gol.

Morale, siamo 2-0 con 40′ da giocare. Appena prima del cambio della disperazione, Bakayoko pensa bene di festeggiare l’inevitabile Primo Gol in Serie A contro l’Inter, timbrando di testa il 2-1 con una bella girata che beffa prima Gagliardini e poi Handanovic.

Nemmeno il tempo di cacarci sotto, che Castillejo (ricordiamo: “Samu” per gli amici e Peppe Di Stefano) la combina grossissima, sgambettando Politano che usciva dall’area per preparare la conclusione mancina. L’arbitro rischia i legamenti e cade, ma fischia il rigore sacrosanto. Il Toro non trema e fa 3-1 “sotto la Nord festante” (questa invece arriva dritta dritta da Giorgio Bubba).

Non è ovviamente finita, perchè il gollonzo è in agguato sottoforma di Musacchio, lo stopper del cacchio, che prima segna e poi si guarda intorno incredulo. Smadonno reclamando un fuorigioco di Piatek che in effetti non è fischiabile, ma a mia discolpa credevo che la palla l’avesse presa lui e non D’Ambrosio.

I nostri però tengono, ed è proprio il ceruleo napoletano a immolarsi al 96′ respingendo la botta ignorante dell’ignorantissimo Cutrone, che si trova l’urlo da invasato ricacciato in gola (e mi limito alla gola…).

Gran Derby, vinto in maniera tanto netta quanto insperata. Siamo e restiamo una manica di psicolabili, ma siamo ontologicamente migliori di quelli là.

LE ALTRE

Ora che non conta più nulla, la Juve perde una partita. La vedo come la concessione fintamente bonaria del dittatore di turno. Il popolo se non altro passa una piacevole domenica. Il Napoli batte l’Udinese non senza patemi, mentre la Roma perde a Ferrara facendo un favore a entrambe le milanesi.

E’ COMPLOTTO

Tante piccole perle che ci ricordano quanto, a prescindere dal risultato, ci sia una parte di Milano nella quale il sole splende sempre, ed un’altra condannata a ripararsi dalle intemperie anche quando vince.

Come già detto: loro sono una grande famiglia, noi è CrisiInter.

Esagero? Vediamo:

Lungi da me voler difendere l’essere umano Icardi, poco si può dire delle abilità calcistiche del soggetto.
Siamo alle solite: il fatto che abbia 4 in matematica non dovrebbe autorizzare nessuno a darmi automaticamente anche l’esame di latino. Ma, se la cosa non valeva per il “me” liceale, evidentemente non vale nemmeno quando si parla di Inter.
Non c’è una logica, è così e basta. E’ complotto.
Quindi, tornando alla partita, bravo Martinez a fare da sponda sull’1-0 di Vecino, resistendo alla tentazione di capocciare in porta. Lapidaria la conclusione: Icardi non l’avrebbe passata. L’ho letto sulla Gazza cartacea di ieri, non lo trovo on line, fidatevi.

Se è per questo il Corriere non è da meno, solerte a confermare che nemmeno il derby salverà Spalletti. Grazie, correvamo il rischio di rilassarci un attimo…

Il meglio però arriva da Repubblica, sotto forma di sgub di Marco Mensurati, a sentir lui informato da anonima fonte interna. Ci dice -guarda caso a poche ore dal Derby, tanto per non agitare ulteriormente le acque- che la ricostruzione del caso-Icardi è in realtà assai più vicina alla versione propugnata da Mauro e Wanda: la fascia gli è stata tolta su richiesta di Spalletti dopo che, da Capitano, era insorto contro l’allenatore colpevole di rimproverare i compagni. Insomma, tutto il contrario di quel che l’Inter fa trapelare da settimane. Del resto, perchè accontentarsi della versione ufficiale, se possiamo tirare un po’ di merda nel ventilatore?

Non ci si ferma certo qui: si narra, once more with feeling, dell’immancabile spogliatoio spaccato, con una significativa novità di giornata: ci sono tre “bande”.
Non gruppi, nemmeno fazioni. Proprio “bande”.
Potevano scrivere “gang” o “mandamenti” già che c’erano. Ma non divaghiamo: ci sono i sudamericani (belli i tempi del Triplete in cui gli argentini litigavano coi brasiliani…), ci sono gli slavi (quantomeno non ha scritto”gli zingari”) e ci sono gli italiani.
Eccola qui, la primizia! Dopo anni a passeggiarci sui testicoli sull’Inter vergogna d’Italia per mancanza di autoctoni, eccolo finalmente, lo zoccolo duro di connazionali, panacea di tutti i malanni di stagione e garanzia di virtù e rettitudine in qualsivoglia luogo di lavoro: 7 nostrani in rosa, sufficienti a creare una delle tre bande e viziare ancor di più il già mefitico “clima in spogliatoio”.

Un giorno qualcuno mi spiegherà perchè la redazione sportiva di Repubblica ha questa atavica antipatia per l’Inter: so’ lupacchiotti, si sa, ma per lo meno in contrapposizione al Berlusconismo era lecito aspettarsi non un occhio di riguardo (quello mai), magari solo l’onestà intellettuale.

Gianni Mura è ovviamente oltre l’empireo e poco ha a che fare con i vari Crosetti, Bocca e Vocalelli (sì, quel Vocalelli), ma davvero un astio così non lo vedo nemmeno dalle parti della gazzetta del balengo torinese.

Ce ne faremo una ragione eh? La cosa non mi toglie certo il sonno.

E comunque, apparecchiato il piattino demmerda per i nerazzurri, ecco come, in netta contrapposizione, viene raccontato il pre- e il post-derby rossonero.
Anzitutto, il caro buon Silvio non si trattiene e consiglia da lontano come fare a vincere la stracittadina. Punta tutto su Suso, Berlusca, con lo spagnolo che di contro è unanimemente definito il peggiore in campo.

La chicca, per chi ha fatto del concetto di “gruppo affiatato come una famiglia” un mantra leggerissimamente ridondante negli ultimi trent’anni, è gentimente offerta al momento del cambio di Franck Kessie, con l’ivoriano braccato da tre coraggiosi compagni di squadra, pronti a scongiurare l’eliminazione fisica di Lucas Biglia.

L’unico a uscirne bene, come al solito, è Gattuso, splendido quando dice “potrò anche non capire niente di calcio, ma su concetti come rispetto di regole e gerarchie ci ho costruito una carriera” e ancor più da applausi quando si lascia scappare “mo’ l’importante è che parlino loro, io ci parlo in settimana”, e “meno male che non ho visto tutto il cinema se no mi buttavo pure io nella mischia“. Un grande.

Tutti gli altri sono da oggi le comiche: i due pierini, presi da Leo e Maldini e mandati in favor di telecamere a darsi la mano e giurarsi amore eterno. Ancor di più la stampa, sempre pronta a gridare alla crisi e alle tensioni interne da un lato del Naviglio, ed altrettanto solerte sull’altra riva a minimizzare, contestualizzare e ridurre il tutto a “cose che succedono ma che rientrano subito”.

E poi, se ci pensate bene, probabilmente Kessie era scosso per i buu razzisti ricevuti durante la partita. Insomma, colpa dell’Inter anche qui.

Infine, un pizzico di goduria in più al fischio finale, avendo intravisto in tribuna Pippo Inzaghi ancora stipendiato dal Bologna ma accorso a vedere la squadra del cuore pigliarla ancora una volta inder posto!

Rappresentazione plastica di spogliatoio spaccato: ecco il classico Royal Rumble, il tutti contro tutti degno del peggior Wrestling anni ‘80


PREPARATI AL PEGGIO, SPERA NEL MEGLIO

INTER-SPAL 2-0

Partiamo dalle buone notizie, così facciamo presto. L’Inter vince una partita tutt’altro che facile, porta al gol Politano e Gagliardini e gioca un’ultima mezzora di decorosa decenza. Martinez l’unico a farsi il mazzo per tutti i 90′, con un gol tanto bello e di garra quanto giustamente annullato per controllo malandrino di braccio.

Fine.

Ora inizia il cahier de doléance, per il quale dovrò ricorrere al poco elegante elenco puntato:

Primo: il match fino al gol è stato di una pena infinita. Dozzine di errori tecnici da terza categoria (Gagliardini dimostra quanto strano sia questo sport, sbagliando appoggi in serie per 70 minuti e poi segnando un bel gol che lo consegna ad un ultimo tratto di gara da dominatore del centrocampo), poche e confuse idee in fase di costruzione, con Brozovic assente già prima di essere sostituito e Asamoah a creare casino -nemmeno organizzato- sulla sinistra.
Certo non ha aiutato la morìa di indisponibili e di non rischiabili in vista del Derby, ma se c’era bisogno di capire quanto l’Inter dipenda da tre o quattro giocatori, domenica ne abbiamo avuto l’ennesima conferma.

Secondo: Spalletti, ahimé, dal bailamme di queste settimane, mi pare non uscire benissimo: la gestione della rosa e le poche alternative ai tanti indisponibili non sono problemi facilissimi da risolvere, ma l’impressione è quella di un uomo che non abbia il pieno controllo dello spogliatoio.
Ho trovato interessante, pur senza condividerla in pieno, la considerazione fatta da Capello qualche giorno fa, e secondo la quale era l’allenatore e non la Società a dover intervenire per normalizzare una situazione che riguarda rapporti tra i giocatori. Diciamo che, tra il faso todo mi e il continuare a ripetere “so una sega chiedete agli altri” probabilmente ci sono alcune vie di mezzo.
Che il ragazzo sia permalosetto e caratteriale è noto, ed ancora una volta mi chiedo cosa diavolo aspettiamo a rapire il Cuchu Cambiasso e tenerlo sequestrato alla Pinetina per il prossimo trentennio con pieni poteri. Magistrale, in ordine di apparizione, la risposta data alla domanda di Caressa “ma dimmi “Gusciu”, nell’Inter dei tuoi tempi una roba come quella di Icardi sarebbe mai successa?“. Cintura nera di paraculaggine e applausi a scena aperta.

Terzo: C’è un soggetto della Società di cui ancora non ho parlato e il cui silenzio è letteralmente assordante. Il Capitano, quello vero, quello che probabilmente più di tutti poteva toccare le corde giuste in questa vicenda da neurodeliri. Ecco, Zanetti in tutto questo dove cacchio è? Cosa cacchio sta facendo? Argentino, ex compagno di squadra, collega di “capitananza”, quale migliore sponda poteva trovare il Club per interloquire off records con Maurito? Eppure, tutto tace e tutti tacciono. Qualche “si dovrebbe“, qualche “sarebbe opportuno“. Siamo tutti concordi nel dire che i grandi ex giocatori fanno il bene delle Società perchè portano il know-how del calciatore, sentono gli umori dello spogliatoio, hanno -per usare il terribile gergo aziendale- le soft skills necessarie a far parlare universi lontani quali il giocatore tabbozzo e il dirigente azzimato. Detto ciò: se non è questo il caso di scuola in cui far vedere il tuo valore aggiunto, quale cacchio è, di grazia?
Ogni giorno passato senza una soluzione scava un fossato sempre più profondo tra Club, giocatore, squadra e tifosi: ognuno si costruisce la “sua” verità che sarà sempre più difficile sostituire a quella “ufficiale” a cui attenersi. Come già ho detto nei miei ultimi sproloqui, non ci sono innocenti in questo troiaio, se non i tifosi che siano pensanti e non assatanati integralisti, alla caccia di sangue e lotte intestine.

Quarto e ultimo: Infine, in un intingolo che dà un sapore squisitamente interista ai prossimi giorni, ci troviamo a giocarci buona parte della stagione con la rosa ridotta all’osso, con il FPF che sarà pure al tramonto ma che fa vedere quanto male faccia dover lasciare fuori dalla lista UEFA alcuni giocatori, e soprattutto con infortuni che al me complottista sembrano assai strani.
Il fatto che in quattro giorni i “nemici giurati” di Icardi chiedano il cambio che pare essere precauzionale può essere letto in tanti modi. Dal “vuoi fare la fighetta? Adesso lo facciamo anche noi e vediamo quel che succede” al “ci chiamiamo fuori dai due match clou in modo da forzare il fu-Capitano a farsi un esame di coscienza e rispondersi “ok, hanno bisogno di me, rientro“.
Se siamo nel primo caso, facciamo davvero a chi si martella le balle con la clava più grossa, non riuscendo a scorgere alcun vantaggio da un comportamento simile. Se invece ricadiamo nel secondo esempio, direi che il tentativo -che sia considerato lodevole o vagamente mafioso- è in ogni caso miserevolmente fallito.

E’ COMPLOTTO

Esattamente come il Professor Fiumi del Liceo Ginnasio B. Zucchi all’inizo dell’anno disse “ragazzi quest’anno non voglio dare esami a settembre, non fatemi dare esami a settembre” e poi immancabilmente ne rimandò un paio (non io! ma solo perchè non era un mio professore…), anche io a ‘sto giro non volevo aggiornare il quaderno dei cattivi, lamentandomi di questo o quel giornalista.

Però Lorenso Minotti merita una valida eccezione, anzi, ezzesione, come direbbe il simpaticissimo nella sua impeccabile dizione. Curioso anzitutto che, come già in Inter-Bologna, il nostro sia uno dei commentatori allorquando l’avversaria è una squadra emiliana

Voce fuori campo: Sì Mario, sì… qui sommi al tuo complottismo l’innata malfidenza nella generalmente riconosciuta simpatia tipica della terra dei turtelèn.
Risposta: Vero, e allora?

Come spiegare altrimenti la continua critica a qualsiasi cosa che riguardi il nerazzurro del nostro amatissimo? Un paio di esempi: Compagnoni ci informa dell’assenza di Icardi allo stadio, scelta che secondo me è stata opportuna. Nel giorno dei festeggiamenti per il 111° anno dell’Inter, con lo stadio ancora una volta gremito da più di 60 mila persone, posso solo immaginare i decibel di fischi che sarebbero stati riservati alla coppia argentina ad ogni inquadratura. A quel punto non cambia niente: stai a casa ed evita un inutile bagno di folla e di sangue.

Ecco invece il commento del saputello primo della classe, a match nemmeno iniziato: “e qui già non cominciamo bene“.

Prosegue, il nostro, nello squadernare statistiche da cui sistematicamente la SPAL pare essere il Real Madrid di turno e i nostri la Campania Putelolana.

Il tocco di classe lo riserva in occasione dell’ammonizione data a tal Valoti: ” eh, Mattia qui è entrato sull’uomo e ha fatto fallo“. Mattia? Ma chi è, tuo fratello?

Per la mia salubrità mentale dovrei prendere esempio dal Signor Padre e iniziare a guardare le partite senza commento tecnico, ma siamo all’effetto gattino spiaccicato in strada: ti fa schifo, ma non ce la fai a non guardarlo.

La cosa migliore della partita del Gaglia…

DALL’ORSATO ALL’ABISSO

FIORENTINA-INTER 3-3

Le cose da dire sono tante, e non solo perchè ultimamente ho poco tempo per scrivere.

La squadra ha palesemente cambiato fisionomia e atteggiamento, (di)pendendo palesemente dalle accelerazioni e dall’intensità dei vari Perisic, Nainggolan e Brozovic. Non voglio soffermarmi sulla casualità o meno del risveglio di alcuni di loro. Voglio invece indagare due aspetti della partita.

Il primo è l’ennesima conferma di quella che nacque come sensazione ormai un lustro fa e che oggi è una realtà oggettiva: il nostro portiere ha un serio problema con le uscite. Aldilà di una certa imprevedibilità nell’azione che porta al vantaggio gigliato (in realtà assai lineare nel suo sviluppo, ma dopo appena 20 secondi dal fischio d’inizio e con un fastidioso vento contrario), un lancio come quello di Ceccherini pare fatto apposta per la prima corsetta del portiere che arriva al limite dell’area, aspetta il pallone e fa ripartire i compagni.

Oeh! Come no… Guardo lo schermo pensando tra me “quand’è che il nostro portiere compare nell’inquadratura?”, e quando in effetti appare lo vedo tentennare come il più pavido degli indecisi, rappresentazione plastica del “vado o non vado?” che suggerisce risposte poco educate al suo quesito esistenziale.

Al solito un po’ di culo mai, visto che la deviazione di Simeone Jr sul tocco di Chiesa sarebbe finita in fallo laterale, trovando invece lo stinco di De Vrij per il più beffardo degli autogol.

Ora: anche prescindendo dalla questione “fascia di capitano”, una papera così davvero non si può guardare, non è la prima e nemmeno la seconda. Ormai è un dato di fatto: il nostro portiere gioca con un guinzaglio legato al palo. Se non altro abbiamo tutta la partita per rimediare. E per quello rimediamo anche in fretta, con Vecino bravo a mettere in porta di destro al volo sugli sviluppi di un calcio d’angolo, pareggiando i conti dopo 5 minuti.

Sul come poi la partita si dipana nei successivi 97 (sì, in totale si è giocato per 102′) è quasi superfluo dilungarsi. La Viola per la prima mezz’ora è velocissima ed alquanto velenosa, con i nostri bravi a sfruttare le rare incursioni in avanti col bel gol di Politano e non altrettanti cinici ad approfittare di un paio di contropiede nel finale di primo tempo.

La ripresa vede il rigore di Perisic che ci porta sul 3-1, la ripetuta ignavia dei nostri ad andare a cercare il gol che chiuderebbe definitivamente i conti, stante anche una Fiorentina che accusa il colpo, e un quarto d’ora finale all’insegna del caghiamoci sotto.

La punizia di Muriel è tanto precisa quanto aiutata dal vento e forse è quello, oltre all’assenza di ulteriori insulti dopo il gol subito in apertura, a non farmi accanire sul nostro portiere, beffato sul suo palo con un tiro da 30 metri.

Eccoci così al maxi-recupero (quando cazzo arriveremo al tempo effettivo?) e all’ultima azione, nella quale io e mio figlio, assolutamente partigiani ma non per questo cecati, già in diretta gridiamo “fallo!” sul contrasto Chiesa-D’Ambrosio. Macchè. A quel punto vedere l’arbitro fischiare il rigore è la cosa più ovvia che mi aspettassi.

Già dai primi replay però l’intervento del nostro pare assolutamente legittimo, tuttavia percepisco, nel mio complottismo cronico, la ricerca spasmodica di Abisso di un appiglio che gli faccia tenere il punto, senza dover essere smentito per la terza volta in un’ora.

L’appiglio non lo trova, ma il nostro si trasforma nel mago di Segrate, in versione svulazzante, e riesce comunque ad aggrapparsi alla propria, scellerata decisione: è rigore. Handanovic ormai non ne para più da anni e il pareggiotto è cosa fatta.

E’ COMPLOTTO

La cosa che mi è piaciuta di meno, meno ancora dell’ennesima “svista arbitrale”, è il modo in cui l’Inter ha gestito la cosa.

Assordante il silenzio di tutta la dirigenza nerazzurra a fine partita (Marotta, Zanetti, Ausilio, Gardini, tutti zitti puttana eva!), il solo Spalletti mandato a fare la guerra da solo riuscendo a passare dalla parte del torto pur avendo ragione. Vero che l’Inter non è tutelata da nessuno, vero che tutti i giornalisti ed opinionisti hanno una squadra del cuore (Caressa core de ‘sta città ha poco da fare il permaloso, anche se sul caso specifico ha ragione, e non sapete quanto mi girino a dargliela), ma qualcuno ha evidentemente passato a Spalletti l’informazione sbagliata. Il Mister arriva e accusa tutti di aver messo in dubbio l’errore arbitrale, sfidandoli a riprendere la registrazione, che alla fine viene mostrata a pietosa chiusura dell’episodio.
Come passare da coglioni pur avendo tutte le ragioni del mondo.

Che poi debba essere Marotta, migliore amico degli arbitri fino a sei mesi fa, a combattere battaglie che in casa Inter sono ancestrali, fa parte dello scenario tragicomico di cui sopra, con il nostro che arriva a dichiarazioni di questo tipo:

Abbiamo subito un danno notevole, sarebbe stato diverso se fosse arrivato dopo 5 minuti e non a fine partita.

E ancora:

Davanti a una situazione del genere, dove si confonde l’oggettività con la soggettività, rimango basito e deluso per come viene usato questo strumento, però non me la sento di condannare l’arbitro.

No caro Marotta. Non devi dire che l’errore è grave perchè arriva a fine partita, perchè non c’entra un cazzo. E’ un errore grave punto e basta.
E non me ne frega un altro cazzo che non stia a te condannare l’arbitro.
Tu ti fermi un attimo prima di essere querelato, ma gli riversi addosso tutti gli insulti che il tuo ruolo ti permette.
Tu, nell’occasione, fai riferimento a questo come al picco di altri errori arbitrali già subiti quest’anno (vedi Parma e Sassuolo di inizio stagione).
Tu ricacci in bocca a tutti certe dietrologie compensatorie con la partita di andata, quella dei famosi polpastrelli, dicendo chiaro e tondo che il VAR ha dimostrato chiaramente che là il rigore c’era e qui invece no.
Tu, insomma, fai quello che non è mai stato fatto da queste parti, e che tu non hai nemmeno avuto bisogno di fare negli ultimi 8 anni, visto il tuo datore di lavoro.

Se poi davvero Marotta a fine partita è andato negli spogliatoi a chiedere spiegazioni all’arbitro, male: quello è un refuso juventino di cui avremmo fatto volentieri a meno. Però, ribadisco: se così è stato fatto, e se davvero ha ricevuto da uno degli arbitri l’ammissione dell’errore, allora a maggior ragione ti presenti davanti alle telecamere all’insegna del “lo dicono anche loro di aver sbagliato! Chiediamo il 3-0 a tavolino, un elicottero e la Kamchatka!“.

Invece, il solito palliativo inutile: due o tre giornate di sosta per l’arbitro, che verosimilmente quest’anno non arbitrerà più i nostri. Sai che ci frega…

Il peggio però, a livello giornalistico, non lo raggiunge nemmeno Zazzaroni con il suo già richiamato paragone tra i rigori di andata e ritorno, bensì il noto tifoso viola Sconcertante che si presta a tutti gli insulti possibili ed immaginabili.

Che da tifoso fiorentino difenda la sua squadra ci sta, lamentandosi dell’insistenza con cui il VAR è intervenuto (correttamente) a correggere decisioni sbagliate prese o non prese dall’arbitro (mi riferisco al rigore del 3-1, in effetti sfuggito a tutti ma effettivamente esistente e al netto fallo di Muriel su D’Ambrosio che porta all’annullamento del gol di Biraghi, inizialmente concesso). Tutto ciò fa parte del gioco.

Il nostro perà va oltre, arrivando -bontà sua- a riconoscere che
“L’Inter è storicamente poco protetta, sin dal rigore di Ronaldo.” Avrei da ribattere già qui, chè lo scudetto del ’64 allo spareggio col Bologna e il 9-1 con la Juve del ’61 sono segni evidenti dello scarso appeal nerazzurro presso il potere calcistico italiano, pure in periodi di gloria e vittorie.

Limitando l’analisi all’ultimo ventennio come suggerito dal nostro, è curioso constatare come in molte delle decisioni arbitrali “storiche” l’Inter sia sempre stata vittima. Cito a caso e con la certezza di non essere esaustivo:

Ad ogni modo, fatta questa premessa, il nostro si inerpica su uno sragionamento che ha davvero tanti punti da cui essere attaccato.

Una frase del genere meriterebbe paginate di piccate puntializzazioni e repliche puntute:

Gli interisti sono gli ultimi che possono parlare di complotti, visto lo scudetto assegnato a tavolino. E fu regalato da Rossi, tifoso interista. Serve aggiungere altro? Nei 10 anni di Moggi e Giraudo alla Juve, l’Inter ha preso 113 punti di distacco, arrivando due volte seconda. Però ne è stato fatto un continuo complotto.

Da buon complottista mi sento chiamato in causa. Cercherò di essere sintetico limitandomi a due punti:

Il primo: i due campionati cui si riferisce Sconcerti sono il 1997/1998 (quello “di Ronaldo”) ed il 2002/2003 (quello -si badi bene- successivo al 5 Maggio). E’ purtroppo e infatti noto che la disgraziata stagione 2001/2002 ci vide terminare terzi, superati all’ultima giornata anche dalla Roma. E’ altresì opinione diffusa che tutti e tre i campionati, con un regime arbitrale non alterato, sarebbero verosimilmente stati vinti dall’Inter di Moratti, che avrebbe così potuto vedere ripagati i suoi sforzi ben prima del quinquennio d’oro 2006-2011.
E tre Scudetti in 10 anni, caro Sconcerti, non sarebbero certo stati una media da buttar via.

Il secondo, ancor più sintomatico: che senso ha dire che l’Inter (o qualsiasi altra squadra estranea al cerchio magico bianconero) in quelle dieci stagioni ha accumulato cento e più punti di distacco? Quel periodo calcistico è stato oggetto di analisi, processi e sentenze della Magistratura sportiva e ordinaria, e mi piace riportare qui un passaggio della sentenza di Appello del tribunale di Napoli, che allarga il fetore nauseabondo (cit.) ben oltre ai due scudetti revocati alla Juventus:

Appare indubbio che sia emerso un sistema ben collaudato, peraltro già operante dagli anni 1999-2000, fra soggetti che sulla falsariga di «rapporti amichevoli» (…) ponevano in essere condotte finalizzate a falsare la reale potenzialità di alcune squadre di calcio.

Ora: in un contesto simile e così acclarato, che senso ha fare i conti sui punti di differenza tra una squadra e l’altra? Sarebbe come voler dimostrare che Ben Johnson era più forte di Carl Lewis, perchè nel lontano ’88 a Seul l’ha battuto (da dopato) nei 100 metri.

In altre parole, se mi metto in piedi sulla sedia anch’io sono più alto di Lebron James!

Anche i gestacci ci fanno…

(MI) RIMBALZA

Nota: sono in ritardo, quindi non rompete i maroni… parlo adesso di Parma Inter, probabilmente nei prossimi giorni delle ultime spassosissime vicende di casa Inter. Non sono io ad avere poco tempo, sono loro che fan succedere troppe cose.
E’ Complotto!

PARMA-INTER 0-1

Vero che, come dice Daniele Silvestri, più in basso di così c’è solo da scavare, ma in queto caso ci accontentiamo di essere scesi “solo” fino a piano terra e rimbalziamo in su prima di esserci inoltrati nelle cantine.

Partita dignitosa, che nella ripresa meritiamo di vincere, ma che ci fa passare 90′ tutt’altro che tranquilli. Segnali di vita da Perisic e Nainngolan, ancora encefalogramma vicino al piatto per Icardi, che riesce tuttavia ad entrare nell’azione del gol con un movimento corretto ad allargarsi che permette a Martinez l’incursione centrale e la sabongia sul primo palo.

Poco più di questo da raccontare, con un Joao Mario prevedibilmente insipido quale esterno destro di attacco e un Brozovic ormai consolidato nel ruolo di regista trottolino.

L’ingresso di Martinez per l’ultimo quarto d’ora per una volta dà i risultati sperati, forse anche perchè responsabilizza ulteriormente i tre compagni di attacco. Il Ninja riceve palla e accelera come dovrebbe fare sempre, Perisic si inserisce sulla sinistra dando un’ulteriore opzione al belga, che invece premia il neo-entrato, facendo sembrare il tutto tanto tanto semplice.
L’ultimo mese di Inter è invece lì a dimostrare che di semplice, dalle nostre parti, non c’è una beata mazza di niente.

La bagassa di Gervinho ci va vedere i sorci verdi più volte nel primo tempo, con il culmine plasticamente rappresentato dalla traversa colpita dopo uno dei mille scatti supersonici cui nessun bipede della Serie A sa porre rimedio. Per il resto temo anche i giardinieri al Tardini, tanto è negativa la nostra tradizione da quelle parti. Guardo con malfidenza l’ex-ex-ex-ex Siligardi, in cuor mio già pronto a leggere paginate a celebrare l’ennesimo cuore ingrato che dopo aver fatto tutte le giovanili ammazza il genitore calcistico senza alcun rimorso. Nè meglio mi mento quando a metà ripresa lascia il campo a favore di un’altro ex, Biabiany.

Se non altro a ‘sto giro non gioca Di Marco che tanto male ci fece all’andata.

In settimana abbiamo assistito all’ennesima puntata dell’infortunato recuperato fino al mercoledì, in forse il giovedì, poi fuori dai convocati al venerdì, clamorosamente nella lista ma malinconicamente in tribuna al sabato. Ogni riferimento a Keita Balde è puramente voluto.

A parte questo, vinciamo, teniamo saldo il terzo posto e sfatiamo un campaccio tradizionalmente infame. Può bastare.

LE ALTRE

Vincono tutte tranne il Napoli, fermato a Firenze sullo 0-0. Sul come, poi, stai a guarda’ er capello. Bene più o meno allo stesso modo Juve e Roma; benino comunque la Lazio, che regola di misura l’Empoli in casa su rigore. Nulla in confronto alla squadra dei Meravigliuosi, inspiegabilmente solo quarti e non direttamente nell’Olimpo degli dèi, stando a quanto favoleggia tutta la stampa.

I Ringhio Boys battono 3-0 il Cagliari in una partita che, a non averla vista, sembrerebbe la classica passeggiata. Gli amabili cuginastri rispolverano il caro e vecchio culo, riuscendo a fare tre gol su un’autogol tragicomico, un cross sbagliato che diventa buono solo per l’insipienza del terzino avversario, ed un minuetto in piena area di rigore con il portiere a godersi l’ora d’aria prima del rientro all’isolamento psichiatrico cui dovrebbe essere destinato quale premio partita.

Tra il secondo e il terzo gol, traverse, miracoli di Donnarumma e Madonne in serie da parte di chi scrive, intervallate dal mantra ormai vecchio di trent’anni #vacheculostomilan.

Meno male che in panca c’è Gattuso a rendermeli (solo un po’) meno odiosi… Ma è una cosa che riguarda me e pochi altri, visto che -al solito- i rossoneri di amici ne hanno sempre tantissimi.

E’ COMPLOTTO

La Gazza torna per l’occasione a presentarci come positivi dati che, al tifoso rossonero, dovrebbero suonare come un campanello di allarme.

Titolare entusiasti “Una super-valutazione” può far pensare a una bella notizia, ma in soldoni vuol dire che hanno pagato Paquetà e Piatek decine di milioni in più rispetto al loro supposto valore attuale.

Per un Club sotto osservazione dell’UEFA, non esattamente una cosa per cui essere felici. Chissà, magari i due continueranno a far bene come nelle prime apparizioni, ed il loro valore crescerà: intanto, non si può dire che il Milan abbia “comprato bene”. Andateglielo a dire, però…

Al solito, per controbilanciare, il Corriere dello Sport dà una rappresentazione scritta della vecchia battuta di Arthur Bloch, il “papà” della Legge di Murphy:

La lunghezza di un minuto dipende dal lato della porta del bagno da cui ti trovi.

Mi accingo alla spiegazione empirica della tesi. Come abbiamo imparato negli anni di assenza dalla Champions, l’approdo alla competizione europea più importante garantisce alla squadra un introito minimo di una quarantina di milioni.

Curioso come, ragionando in termini di rischi e non di opportunità, il gruzzolo che l’Inter perderebbe non entrando in Champions lieviti magicamente a 60 bomboloni.

In una settimana di cose da dire su una squadra in difficoltà ce ne sono tante: più che altro, per 7 giorni occorre offrire prove quotidiane a supporto della tesi “CrisiInter” e dell’epilogo, apparentemente inevitabile, del #moriremotutti.

Scegliendo anche qui la nobile forma d’arte dell’ordine ad minchiam, apprendiamo nella sola giornata di venerdì che Mourinho è a Milano e quindi pronto a incontrare Marotta, ma poi forse no, il portoghese è in città per questioni personali e comunque è l’Inter a non volerlo perchè Marotta e Zhang andrebbero dritti su Conte.

Non solo: a Giugno Ausilio e Gardini potrebbero lasciare, dando pieni poteri a Marotta.

Apprendiamo poi che Icardi non è mai andato d’accordo con i croati, pardon, con il manipolo dell’est (vero Franco Ordine?). D’altra parte Perisic non se la passa meglio, avendo addirittura shockato i compagni per il suo atteggiamento delle ultime settimane. Insomma, il classico #bruttoclimainspogliatoio.

E se la mia ignavia nel voler cercare recidive negli scarsi risultati nerazzurri a Gennaio è stata premiata, con altri a fare il loro mestiere e confermare la mia impressione, alcuni hanno fatto di meglio, facendo uscire proprio questa settimana un’interessante analisi sui soldi spesi dall’Inter negli ultimi 7 anni per i soli ruoli di terzini (destri e sinistri). So che dovrei chiedere delle royalties, denunciando la cosa da anni (soprattutto per la vera e propria maledizione dei terzini sinistri, che di fatto dura quasi da un trentennio. Vi ricordo che sono tra i pochi che non si strappò i capelli all’addio di Roberto Carlos).

Per chiudere c’è poi chi la gufa in maniera “Sconcertante” nella malcelata speranza di poter gridare allo scandalo qualora l’Inter non centrasse l’obiettivo Champios League, e chi invece esagera in senso opposto: non so cosa l’Inter abbia fatto a Cravero, ma ogni volta che ne parla percepisco un’acredine che l’ex granata non riserva nemmeno agli “amatissimi” cugini bianconeri. Bontà sua. Qui arriva a parlare addirittura di “fallimento” anche qualora l’Inter arrivasse quarta anzichè terza a fine stagione.

Vogliamo fare una summa del tutto: ecco Panorama venirci in aiuto. Riporto testualmente:

Crisi Inter: è tutti contro tutti.

WEST HAM

Pareggio insipido nel derby del Sud Est londinese in casa del Crystal Palace. 1-1 e galleggiamento nelle salmastre acque del centroclassifica garantito.

SOLO PER CONFERMA

Pervicace e ormai non più degna di essere menzionata la tendenza di -quasi- tutto il mondo sportivo a voler equiparare le situazioni di Inter e Milan, in ottica FPF ma non solo.

Capocordata stavolta non è il memorabile Geometra Calboni, bensì il fido Alciato, che a Sky Sport 24 del 7 Gennaio pre cena, dipinge Milan e Inter come ugualmente impantanate da lacci e lacciuoli burocratico / amministrativi.

Il fatto che l’Inter rispetto al Milan abbia 8 punti in più in classifica, abbia già disputato il girone di Champions con quarantina di milioni di ricavi annessi, abbia una rosa decisamente migliore di quella rossonera e, soprattutto, sia all’ultima curva di un gran premio durato 6 anni e mille curve, era ovviamente inopportuno farlo presente.

Il fatto che il Milan non sappia ancora di che morte deve morire – espressione che solitamente odio ma che qui pare calzante- è ovviamente un dettaglio su cui non è il caso di indugiare.

Del resto i cugini sono stati sbandierati come a un passo dai vari Ibra, Fabregas e Muriel, tutti puntualmente rimasti alla base o migrati su altri lidi. E’ arrivato Paquetà per 35 milioni + altri 10 di bonus nel caso in cui fosse buono: cosa possibile, essendo stato trovato da Leonardo che scovò Kakà e Pato ai tempi, ma in ogni caso investimento assai pesante, ancor di più a Gennaio, ancor di più con l’UEFA che ti conta anche le sigarette che fumi.

Le poche cose sensate a riguardo le ho sentite da Bellinazzo e Condò: il primo ha spiegato come in realtà l’UEFA abbia comminato al Milan una “non sanzione“, limitandosi al momento a dire che nel 2021 il bilancio dovrà essere in pari, senza fissare parametri intermedi nel triennio (come invece fatto con l’Inter che ogni estate “doveva vendere Icardi”), ma non avendo di contro ancora esaminato la stagione 2017/2018, quella dei 150 milioni di acquisti estivi sostanzialmente buttati nel cesso (solo un punto in più rispetto alla stagione precedente, Europa League raggiunta, poi tolta e poi ridata in sede giudiziale, a scanso di equivoci buttata nel cesso sul campo nella fase a gironi).

Condò è invece tornato sulle pur condivisibili parole di Zvonimir Boban, ora in FIFA, che auspicava un minor rigore, o se preferite un maggior raggio d’azione, per le Società economicamente in difficoltà ma disposte ad investire per far crescere le proprie squadre.

Zorro è inciampato anche lui nel fallace più che facile parallelismo tra le due milanesi e Condò, tra il serio e il faceto, ha chiosato dicendo “Boban parla adesso che è coinvolto il Milan, ma nessuno faceva questi discorsi quando Inter e Roma hanno dovuto fare le nozze coi fichi secchi per un lustro e più”.
Considerazioni da tifosotto dozzinale quale sono, e forse per questo assolutamente condivisibili!

Oltre ai vari Alciato di turno, non poteva certo mancare Fabrizio Bocca di Repubblica a provare a mettere insieme diavolo e acqua santa (a voi capire chi è chi tra Inter e Milan, ma questa è facile).

Bocca di rosa, oltre che di Same but Different, è però fine conoscitore anche di Luoghi Comuni Maledetti: eccolo quindi indugiare nel solito giochetto delle età, attribuendo 32 anni al non ancora nerazzurro Godin (ne compirà in effetti 33 solo il 16 Febbraio) ma portandosi avanti e dandone già 26 a Icardi, che gli anni li compie il 19 Febbraio, ma che col simpatttico fuso orario ad orologeria probabilmente li ha già compiuti a sua insaputa.

Che Godin stia tranquillo, in ogni caso: se davvero dovesse arrivare in estate, verrà automaticamente promosso sul campo ad “ormai trentaquattrenne”.

Coriandoli di sterco sull’Inter? C’è!
Caramelle sul Milan? C’è!
Mischiare merda e cioccolato? C’è!
Dati anagrafici ad muzzum? C’è!

YING E YANG (pt. 2)

Qui in invece cerchiamo di fare le persone serie e per quanto possibile obiettive.

Tre gli argomenti su cui dovrete sorbire le mie paturnie: gli insulti razzisti a Koulibaly, gli incidenti a margine della partita, il combinato disposto dei primi due punti sulla stampa.

SIAMO TUTTI KK26

Il semplice fatto che, nel 2018, degli esseri umani insultino un altro essere umano per il colore della pelle lo trovo semplicemente rivoltante.

Da interista poi, la cosa mi fa ancor più orrore: se è vero che siamo “fratelli del mondo” e fieri di esserlo, (e ancora una volta in culo al “ci vuole un blocco di italiani”), è altrettanto vero che la nostra tifoseria più accesa ha molti tratti comuni con le altre mandrie di esagitati, per le quali l’insulto è tanto più efficace quanto più bieco ed efferato.

Non è certo la prima volta che i nostri prodi si macchiano di simili nefandezze, in particolare contro i napoletani.

E’ del tutto ovvio che le gesta sportive del soggetto insultato siano del tutto irrilevanti ai fini della gravità del gesto (il “neCro” in questione può essere Pelé o Aristoteles, la cosa non cambia di una virgola), e bene ha fatto il sindaco Sala a dire la sua a riguardo.

Non dubito che la stessa Inter a breve farà sentire la sua voce.

Capisco e condivido alla lettera anche le parole di Ancelotti, che chiede -ancora una volta!- maggior chiarezza e minor discrezionalità arbitrale in tema di sospensione della partita. E’ vero che prevedere una sospensione automatica alla prima avvisaglia di ululati razzisti e magari la altrettanto automatica sconfitta a tavolino dopo un certo numero (certo, fisso e predeterminato) di sospensioni potrebbe essere un rischio, lasciando le Società alla mercè di una banda di ominidi capaci di ricattare il proprio Club (della serie: “o mi dai i biglietti gratis o faccio un casino e ti faccio perdere le partite“).
Alla fin della fiera, però, bisogna guardare al bersaglio grosso, che è la definitiva cesura di qualsiasi connivenza o anche solo benevolenza tra le Società e i gruppi di tifoseria organizzata. E questo secondo me è il vero motivo per cui, fino a oggi, niente è stato fatto. Tutta la Serie A, forse con la sola eccezione della Lazio di Lotito, ha la propria zona grigia nella quale si interfaccia con le Curve e chiude un occhio su determinate azioni: non serve arrivare alla vergogna degli striscioni su Superga, basta anche molto meno.

A mio parere, se vogliamo portare a casa qualcosa dallo scempio di ieri sera, che almeno la Serie A sia per una volta capace di fare squadra, spalleggiandosi l’un l’altra e ponendo un punto fermo su questa questione.

R.I.P.

Se non riesco a vedere alcun nesso logico tra una partita di calcio e dei cori razzisti, il fatto che per una partita, o a una partita, si possa morire, è semplicemente inconcepibile. La dinamica degli incidenti, le responsabilità e anche la fede calcistica di vittima e carnefici sono in questo senso totalmente irrilevanti. Da quel che sappiamo la persona deceduta non era nuova a episodi di violenza legati al mondo del calcio, e pare che il suo decesso sia conseguenza di un agguato a cui avrebbe partecipato (in che ruolo ancora non è chiaro). Non era, insomma, il classico povero Cristo che passava di lì per caso ma -ripeto- non cambia il senso del mio ragionamento.

Anche qui ritengo doveroso un passo avanti dei Club: che una volta per tutte si facciano i nomi (notissimi a tutti) dei facinorosi che popolano le curve di tutta Italia e favoriscano l’inizio del processo di disgregazione di quell’omertoso connubio “Curva-Club” che tanto male fa al nostro calcio.

Parlo con una certa preparazione sull’argomento: conosco tanti ragazzi che frequentano varie curve (non solo la Nord interista) e sono loro i primi a sapere che c’è una certa differenza tra essere un tifoso accanito e un delinquente.

Anche in questo caso, mi ha fatto impressione leggere che siano stati i tifosi napoletani i primi ad accorgersi dell’accaduto, arrivando poi i compagni di tifo a portarlo all’ospedale. Voglio vedere un barlume di speranza in questo: esiste allora una misura, un limite (l’uomo incosciente a terra, in questo caso) oltre il quale perfino persone come queste dicono “fermi tutti, c’è uno che sta male”?

Lo spero, se non altro per cercare di rendere un poco più comprensibile una tragedia che continua ad essere senza senso.

I GRANDI CLASSICI E L’INCROLLABILE COERENZA

Dopo, e solo dopo, faccio però presente come l’insieme dei primi due punti sia stata via via utilizzata da tutti i media per spiegare anche l’evento sportivo.

E se in pochi possono obiettare al fatto che l’espulsione abbia segnato la partita, è curioso notare come da più parti arrivino critiche all’arbitro perchè ha applicato il regolamento anzichè utilizzare il famigerato “buon senso”.

My two cents: la regola (scritta o non scritta) per cui l’applauso ironico all’arbitro equivalga a subitanea espulsione è a mio parere una cagata pazzesca, simbolo principe dell’arroganza, della permalosità e della protervia della classe arbitrale. Io sono io e voi non siete un cazzo.

Poi fa niente se c’è chi te ce manna, chi ti piglia a testate bestemmiandoti i parenti. Lì si può sempre far finta di non sentire, ma non azzardarti a pigliarmi per il culo davanti a tutti!

Se però siamo nel campo di “dura lex sed lex” non capisco perchè Mazzoleni avrebbe dovuto risparmiare l’espulsione al napoletano mentre in tanti altri casi la decisione era stata salutata come indiscutibile e ineccepibile.

La regola non piace? Nemmeno a me. Togliamola allora, ma non creiamo l’ennesima zona di incertezza, non lasciamo ancora una volta il pallino alla sensibilità dell’arbitro.


L’ERBA CATTIVA NON MUORE MAI

INTER-PSV 1-1

Andiamo a casa, o peggio, nell’Europa dei poveri, come è giusto che sia.

Inutile recriminare su quello che fanno gli altri, assai più opportuno leccarsi le ferite e constatare che, come da titolo, certi difetti sono davvero difficili da eliminare.

Ancor più della maglia a strisce verticali nerazzurre, il tratto distintivo di questa squadra è da sempre quello di sbagliare le rimesse laterali e -ben più grave- le partite decisive, quelle senza margine di errore, quelle in cui (porcoildemonio) “dipende tutto da te”.

Era infatti assai improbabile che il Tottenham potesse sbancare il Camp Nou e, in sostanza, il Barça ha fatto quel che doveva. Non si può fargli una colpa se in una partita per loro totalmente inutile fanno riposare un po’ di titolari: in ogni caso segnano dopo pochi minuti e apparecchiano la serata come meglio non potrebbero.

Noi invece il gol lo becchiamo, pure da polli, e pure dal solo giocatore che -a sentire i sedicenti esperti- aveva già esperienza e dimestichezza con i palcoscenici internazionali, vista la pluriennale esperienza in bianconero. Oh! Come no… dribbling della minchia sulla trequarti, palla persa e sifulotto che si accomoda tra le nostre terga.

Il nostro equilibrio, psichico prima ancora che tattico, va a farsi benedire: come se mancasse una manciata di minuti e non quasi tutta la partita, i nostri sparacchiano palloni in avanti alla cazzo, azzardano dribbling e giocate in verticale (Asamoah ancora capofila) che sono la totale antitesi di un approccio alla partita che pure era stato convincente. Ottimo il cross di Icardi che trovava Perisic sul secondo palo: colpo di testa e manata del portiere aiutata dal legno della porta. Insidioso il cross basso dalla sinistra, pochi minuti dopo e sempre sullo 0-0, su cui D’Ambrosio in avviamento colpiva fuori di poco.

Le premesse insomma c’erano tutte. Buon inizio, ottime notizie in arrivo dalla Spagna. Però Tafazzi è in agguato e colpisce.

Tocca fare un rimando al cosiddetto “giorno che non esiste”: al 44′ del primo tempo di “quel” Lazio-Inter, vendemmia 2002, i nostri stavano sopra 2-1 ed in sostanziale controllo del match. Il terzino sinistro di allora (talmente inviso a chi scrive da non volerlo nemmeno nominare) pensò bene di combinare la minchiata del secolo servendo il pari che avrebbe portato alla nostra sconfitta. Ho sempre pensato che, andando al riposo in vantaggio, quel Campionato l’avremmo vinto, a prescindere dal come si fosse arrivati a quell’ultima giornata.

Singolare che ieri sera, in una partita per alcuni versi ancor più importante di quella, sia stato ancora il terzino sinistro a farsi rubare palla e condannarci all’antinferno.
Torno ad un concetto già espresso più volte: quando le tue forze -fisiche ma soprattutto mentali- sono al lumicino, il margine di errore è minimo e, di contro, lo sbaglio rischia seriamente di far saltare le residue energie e gli equilibri così precariamente assemblati.

Detto, fatto. Oltretutto Asamoah è recidivo, visto che da analoga posizione (min. 2.00 di questo nostalgico filmetto) ci fece il graditissimo regalo di perder palla nell’Inter-Juve gestione De Boer, vinta proprio grazie a quell’errore ed alla conseguente capocciata di Perisic.

Torniamo all’oggi. L’intervallo di Inter-PSV arriva come una dose di psicofarmaco, almeno nelle speranze di chi scrive. Che Spalletti faccia capire a questi qua che tempo e modo di riprenderla c’è. Forse…

E le occasioni per quello arrivano, soprattutto con l’andar del tempo: Borja trova benissimo Icardi in area, che spara di sinistro sul palo lungo trovando il mezzo miracolo del portiere. Poco dopo i due si scambiano il favore, con Icardi a servire di testa lo spagnolo per quel che sembra un facile rigore in movimento: la girata è però “masticata” e la palla finisce docile in mani olandesi.

Poco dopo ancora Icardi protegge palla al limite e la scarica per quel che vorrebbe essere il destro a giro di Brozovic, ma che si tramuta in un’arma impropria lanciata all’omino delle bibite.

Politano, anche ieri tra i migliori, mette alla mezz’ora una bella ma difficile palla sul secondo palo, sulla quale il festeggiatore seriale, spregevole frequentatore di stadi iberici, si arrampica riuscendo a capocciarla in porta. Non irreprensibile il loro portiere nella circostanza ma chissefrega, l’1-1 è cosa fatta.

Mancano venti minuti nei quali -è ovvio a tutti tranne che agli 11 in campo- c’è da continuare a spingere per trovare il 2-1. I nostri invece hanno un altro black-out, dopo quello successivo al gol del PSV: si rendono infatti conto che sic stantibus rebus sarebbero qualificati e di fatto traccheggiano senza affondare il colpo.

Ancora una volta, la cosa che fa più incazzare non è tanto questa (anche se già così…) quanto il fatto che l’inevitabile pareggio del Tottenham all’85’ ha l’effetto pavloviano di far riversare i nostri nell’area avversaria, facendo spiovere cross e passaggi come in un disordinato temporale estivo. Ecco Icardi avere un’altra bella occasione (fermato bene dai difensori), ecco Martinez librarsi nell’area piccola per quel che pare essere il cabezazo vincente e si tramuta invece in uno squassante e forte peto (cit.)

Ancora una volta finiamo con un pugno di mosche in mano, a rimuginare sulla sfiga e sul fatto che fino a 5 minuti dal 90′ eravamo qualificati. Tutto vero per carità… Il Barcellona poteva far giocare Messi Suarez e compagnia, darne 4 agli inglesi e tutti contenti.

E’ però abbastanza miope e puerile (vero Scarpini?) attaccarsi a questo o ad altri episodi. E’ un po’ come lasciare tutti i regali di Natale al 24 pomeriggio e poi lamentarsi perchè non riesci a far tutto. Andateaccagare e usate Amazon!

Come vaticinato, temo l’onda lunga di questa eliminazione, che davvero ci fa ripiombare a un anno e mezzo fa. Bravo deve essere Spalletti, e bravissimo Marotta, a far capire alla squadra che -è vero- son delle teste di cazzo, ma che questo girone di Champions ha consentito all’Inter di voltare pagina. La società ha comunque incassato tra tutto una quarantina di milioni che verranno utilissimi in sede di mercato, e l’imperativo categorico dev’essere quello di non disperdere nulla di quanto ottenuto.

Per il resto, ripeto, dell’Europa League poco mi importa. Quand’anche riuscissimo ad andare avanti (usque tandem?), avrei preferito uscire contro il Real Madrid agli ottavi in Champions piuttosto che col Chelsea di turno un giro dopo nella coppetta di consolazione.

SFIGHE, MERITI E COLPE

Molto sinteticamente: Icardi e Politano bravissimi, con un particolare quanto effimero godimento per le critiche preventive rivolte al nostro Capitano, puntualmente rispedite nei deretani dei rispettivi mittenti. Ma su questo vi ammorberò infra.

Politano, e in misura minore la coppia di difensori centrali, sono al momento con Icardi i nostri punti di forza. Brozovic ieri sera non mi è piaciuto, ma è un’altra risorsa fondamentale per quest’Inter.

L’altra metà della squadra galleggia nel mare placido del “senza infamia e senza lode”, o rientra nella categoria “sfighe” o “colpe”. Nel primo gruppo iscrivo gli infortunati Ninja e Vecino, che tanto comodo avrebbero fatto nelle ultime gare. La scelta di escludere Gagliardini e Joao Mario dalla lista di Champions è facile da criticare adesso, ma a mio parere era il minore dei mali.

Le colpe della partita a mio parere vanno distribuite tra Asamoah (spiace ma l’errore è lampante e purtroppo decisivo), Perisic per il perdurante stato di catatonìa e -solo dopo- Spalletti.

Non ho particolari critiche tecniche da rivolgere al Mister sulla formazione schierata e i cambi fatti ieri sera (forse Politano l’avrei tenuto dentro, ma era cotto, mancavano 10 minuti e non è per quello che abbiamo mancato la qualificazione), nemmeno per quel Candreva ripescato un po’ a sorpresa e che invece nel primo tempo ha creato problemi al PSV alternandosi con Politano e D’Ambrosio sulla destra. Un Perisic più pronto, ad esempio, avrebbe potuto sfruttare il bellissimo cross a metà primo tempo che invece è sfilato lungo stante il ritardo del croato.

Volendo trovare il pelo nell’uovo nella gestione tattica di Spalletti, mi ha incuriosito il fatto che Vrsaljko sia subentrato al “Poli” schieradosi a sinistra (lui destro naturale) lasciando il più eclettico D’Ambrosio sulla destra. Ma è una roba che ha sistemato dopo 5 minuti invertendo i due terzini.

Le critiche piuttosto si concentrano sulla parte “motivazionale” e di preparazione alla partita. Non riuscire a reagire dopo l’errore di Asamoah (per quanto importante) vuol dire che la squadra è fragile, e che le energie mentali -come detto- erano al minimo. Aldilà dell’agitare le braccia urlando “Calma! Calma!“, il Mister non è riuscito a convincere i nostri che l’impresa fosse comunque fattibile. E questo, per che è il capitano della baracca da un anno e mezzo, è grave.

L’ostruzionismo degli olandesi ha fatto il resto, con un Van Bommel ancor più intollerabile del solito a istruire perfettamente i suoi all’ammuina e all’infortunio sistematico: il famoso calcio totale orange… Il minchione oltretutto continua a recriminare sulla mancata espulsione di Handanovic nella partita di andata, dando prova di ignoranza calcistica oltre che di innata simpatia.
I nostri hanno solo sperato nella tenuta del Barcellona, anzichè cercare di risolvere la questione in proprio. Il che la dice lunga sulla loro autostima.

NO TAFAZZI PLEASE

Detto questo, che a nessun essere senziente venga in mente di dar seguito alle tante puzzette informatiche che cianciano di allenatore da cambiare e cagate simili. Assodato il fatto che Repubblica, e Andrea Sorrentino in particolare, hanno qualcosa di personale contro l’Inter e contro Spalletti (probabilmente i lupacchiotti de sinistra ancora non gli perdonano l’eccidio di Totti), mi aspetto che Marotta nelle prime uscite da nuovo AD si dichiari entusiasta di lavorare con Spalletti, indipendentemente dal fatto che lo sia o meno. La fiducia tra Società a Mister mai come in questo momento è da ribadire e dare assolutamente per scontata.

La testa va messa al Campionato per un paio di mesi, cercando di difendere quanto conquistato e recuperare sul Napoli, il che vuol dire vincere lo scontro diretto di Santo Stefano. Quella è la -nuova- partita della vita, che passa però da un paio di fermate intermedie (Udinese e Chievo) nelle quali è doveroso farsi trovare lucidi e cattivi.

E’ COMPLOTTO

Avrei da scrivere per settimane, chè gli ultimi giorni sono stati di una simpatia ancora maggiore del solito nei confronti dell’Inter. Tocca per forza saltare di palo in frasca.

I giorni e le ore precedenti al match sono state all’insegna della polemica e del gufaggio preventivo. L’endoscopia cui è stato sottoposto Icardi, tra compleanno della moglie e blitz a Madrid meriterebbe una lenzuolata all’uopo.

Mi limito a segnalare il taglio basso dell’edizione cartacea della Gazza di lunedì, nella quale si ripete l’effetto-scoop già magistralmente notato anni fa dal prode Stefano Massaron quando si volle spacciare come notizia sensazionale la paparazzata di Wesley Sneijder che fumava una sigaretta fuori da un locale. I soliti olandesi cannaioli…

Immagini sgranate anche in questo caso, con tanto di “tondini” a incorniciare i visi e arditi parallelismi sullo sguardo di Zanetti -per una volta alquanto accigliato e rivolto in basso- e l’umore della Società per la trasferta del proprio Capitano ad una partita cui hanno assistito cani e porci di stanza in Italia e Spagna. Vedere per credere:

Ma ovviamente è solo uno il calciatore che avrebbe fatto bene a non esserci.

Oltretutto la Gazza è recidiva anche nell’edizione odierna: non potendo pubblicare le articolesse sicuramente già pronte, con cui accusare Icardi di scarso impegno, di non aver nemmeno fatto gol (visto che si limita a fare solo quello…) e avendo invece dovuto riconoscere che è stato il migliore in campo, non solo per la rete segnata ma per gli assist non capitalizzati dai compagni, non potendosi dedicare a questo -dicevo- ecco che il prode Andrea Di Caro trova comunque il modo di tornare al blitz di Madrid, chiedendosi retoricamente:


Già, Icardi: al di là del gol segnato e della prestazione, ci chiediamo ancora se sia stato opportuno che il capitano della squadra sia andato a Madrid a vedere il Superclasico River-Boca come un tifoso argentino qualsiasi, sobbarcandosi un viaggio notturno a meno di 48 ore dalla gara più importante dell’Inter. È questo l’esempio da dare ai compagni? Si prepara così una partita di vitale importanza? Il problema non è quanto quel viaggio abbia inciso: è una questione di immagine, regole, comportamenti.

Per chiarire: ne vorrei undici di tabbozzi tatuati come lui, che in campo e in allenamento si fanno un culo quadro e che poi senza vergogna sperperano milioni di euro per fare regali alle mogli. E per fortuna non sono l’unico a pensarla così. Voi tenetevi i finti bravi ragazzi, semplicemente più furbi o più protetti dai media, e accomodatevi cordialmente al furgoncino diretto in discarica.

Icardi è un modello di vita e di stile? Assolutamente no, ed è altrettanto lontano dal prototipo di calciatore che mi piace (Ince, Simeone, Cambiasso, Zamorano, Milito… in questo sono un romantico). Però segna con regolarità impressionante e, non dovendone fare il mio idolo da adolescente, mi va benissimo così.

L’altro giochino cui si sono dedicati i vari scribacchini di corte è stato  il festival del “tanto è facile”: una partita di Champions, ultima e decisiva, per quanto contro l’avversario meno forte del girone, è comunque roba da stringiculo. Oltretutto il PSV è sì meno forte di Tottenham e Barça, ma non è ad ogni modo paragonabile ad uno Young Boys, un Viktoria Plzen e nemmeno ad una Stella Rossa. Ma fa niente: siamo al festival del “non vedo perchè l’Inter non dovrebbe vincere“. Di più, qualcuno si dichiarava “sbalordito se l’Inter non vincesse“. Grazie della fiducia, davvero.

Dopo aver visto “il perchè l’Inter non ha vinto”, il giornalista sconcertante asfalta di marrone anche quanto fatto di buono fin qui, riuscendo a contraddirsi da solo quando scrive:

Nell’Inter la conferma di un limite di gioco apparso chiaro sia col Barcellona che con il Tottenham. Fino all’imprevedibile pareggio col Psv.

Caro Sconcerti, delle due l’una. O l’Inter a Wembley e in Spagna non ha poi fatto così male, e allora era lecito aspettarsi di più col PSV, oppure l’Inter già con Tottenham e Barcellona aveva mostrato limiti di gioco, ma allora il pareggio col PSV non può essere considerato imprevedibile. Ci fai o ci sei?

Questo pezzo della Gazza segna invece una nuova vetta dell’arcobazia giornalettistica: ecco fuse insieme gemme di Same but Different (mezza Juve è a Madrid ma va bene perchè hanno un giorno in più di riposo) e balle inventate di sana pianta:

la delusione per una partita senza tiri che ha portato l’Inter a meno 14 punti dai bianconeri dopo appena quindici giornate di campionato, confermando che il gap tecnico tra le due squadre è ancora decisamente rilevante per provare a insidiare il dominio Juve in Italia”.

La “partita senza tiri” poteva essere 2-0 all’ora di gioco se Gagliardini e Politano (ah.. i nostri ragazzi italiani) avessero avuto piedi e neuroni ben allacciati al resto del corpo. Nessuno poi ha chiesto all’Inter quest’anno di insidiare il dominio Juve in Italia: non si capisce perchè, a sobbarcarsi questo dovere morale, dovrebbe essere la squadra che ha acciuffato il quarto posto negli ultimi minuti dell’ultima partita della stagione scorsa, e non Napoli e Roma che stabilmente da un lustro stazionano tra il secondo e il terzo posto. Ma va beh…

C’è poi tra le critiche post-match un ultimo e assolutamente trascurabile aspetto, che rientra nella solfa del “non è vero però ci sta bene quindi lo scrivo lo stesso“. Come probabilmente sapete, non tollero chi piange (in generale) e ancor meno chi lo fa per una partita di calcio. Le eccezioni concesse sono pochissime. Ora, titolare un pezzo “Icardi in lacrime” per poi leggere nel pezzo stesso che a piangere non è stato lui, semmai -forse- la moglie, non ha di certo contribuito a migliorare la mia giornata nè la reputazione dei giornalisti sportivi ai miei occhi. But nobody says anything…

Infine, ho notato da più fonti una rigida separazione nei commenti alle eliminazioni di Inter e Napoli, accomunate da gironi assai difficili e dalle rispettive sorti legate all’ultimo match.
E’ chiaro a tutti che il compito più agevole ce l’avesse l’Inter, e nessuno qui sta recriminando sulle giuste e copiose critiche arrivate ai nostri.

Però un minimo di onestà intellettuale ci vuole: il Napoli, già con Sarri, figuriamoci con “Carletto”, è nelle grazie di tutti per il bel giUoco, e ci mancherebbe. Sono una gran bella squadra da ormai tre-quattro anni, mica come l’Inter che “non migliora mai” e che è endemicamente incapace di “avere un giUoco”.
Non è allora logico aspettarsi più da Ancelotti & Co.che dalla solita Inter pazza e balbettante? Perchè bisogna accusare l’Inter di aver subìto lezioni di calcio a Londra e Barcellona e tacere pietosamente sui primi 70′ di Liverpool, nei quali i Reds avrebbero potuto dilagare? Perchè, come summa di tutto ciò, Sky titola rispettivamente e incoerentemente “Disfatta Inter” ed “EuroNapoli” il passaggio delle due squadre in Europa League?

La risposta nel titoletto di questa allegra seziuncella.

Aveva sbagliato già nella foto iniziale… che cacchio ci fa nella fila dei perticoni in piedi?