RIECCOLI

Urca… stavolta quello là chi lo tiene!

Lo so che lo state pensando. In effetti quanto successo nel weekend è benzina sufficiente a farmi borbottare per settimane, ma non posso dire di essere meravigliato di quanto successo.

Arrivo tardi, quando tanti hanno già detto molto, e spesso in maniera tanto estrema quanto corretta. Da parte mia aggiungo che la cosa non è nuova, che da sempre la Lega Calcio, lungi dall’essere portatrice di interessi della Serie A nel suo insieme, è in realtà prona agli interessi di pochi, (pochissimi, praticamente uno solo) anche quando questi vanno a scapito di quelli di molti.

La sola cosa che voglio rimarcare è questa: il rinvio di Juve-Inter da giocarsi domenica sera a porte chiuse è stato solo marginalmente spiegato con motivazioni relative alla situazione sanitaria. In realtà l’obiettivo principale -e arrivo a dire legittimo- della Juventus era non perdere un incasso plurimilionario. Sapendo che non sarebbe stato possibile far disputare il match a porte aperte, vista la situazione generale del Paese, ha fatto leva sul casino generale per procrastinare un incontro che avrebbe dovuto giocare in un momento di forma assai migliorabile: Sarri mai così in discussione, oltretutto autore di una gaffe involontaria ma gustosissima (“in Italia quei due episodi sarebbero stati due rigori per noi“), giocatori alquanto annebbiati, CR7 che mica può risolvere sempre da solo ogni partita, addirittura inediti “casi” in spogliatoio, come la più mestruata delle Inter degli ultimi anni.

Agnelli già nei giorni precedenti ha fatto di tutto per buttare la palla in avanti, avendo come unico obiettivo quello di non giocare. Non potendo motivarla così, ecco bella pronta la scusa ufficiale: non sarebbe stato bello per il calcio italiano trasmettere la partita più importante del campionato senza pubblico.

Tutto vero: la Serie A avrebbe offerto una versione migliore di sé con uno stadio pieno e festante.

Però, non potendo essere così per cause di forza maggiore, la sola risposta possibile da parte della Lega in un Paese civile avrebbe dovuto essere:

Mi spiace ragazzi, non è bello ma è il minore dei mali: si gioca domenica sera a porte chiuse“.

Del resto, e non occorrerebbe nemmeno doverlo ricordare, l’obiettivo principale della Lega è quello di garantire il regolare svolgimento delle partite e, conseguenza diretta, avere un campionato avvincente e attrattivo per tutti gli spettatori in Italia e all’estero.

Come reagisce l’Inter? Nemmeno malissimo, visto il pedigree dei soggetti coinvolti (Marotta e Conte erano a libro paga di quelli là fino a non molto tempo fa, che cacchio vuoi che ne sappiano di trovarsi dalla parte sbagliata della storia?).

Marotta in particolare definisce irricevibile e quasi provocatoria la proposta bianconera di giocare lunedì sera a porte aperte, ma solo con pubblico piemontese. Parla apertamente di Campionato falsato (come non citare Elio ed il suo capolavoro). Per una volta mi ha ricordato una delle poche uscite da applausi di Paolillo (mi pare fosse lui, purtroppo non trovo il link), vecchio dirigente nerazzurro di epoca morattiana:

Se non ricordo male c’era stata una richiesta da parte juventina di cambiare il campo per un turno di Coppa Italia (doveva giocarsi a Milano, chiesero di giocarla a Torino) e, quando comprensibilmente l’Inter aveva rifiutato, si erano inventati una soluzione del tipo “beh facciamo un sorteggio per stabilire dove si gioca”. A quel punto Paolillo -o chi per lui- aveva fatto un paragone azzeccato: È come se ti occupassero casa quando sei fuori, e al ritorno ti dicessero “tiriamo a sorte per vedere chi può rimanere”.

Battute a parte, fa bene Marotta a respingere qualsiasi ipotesi che possa rimediare a tale pasticcio, anche se proprio in queste ore sembra aprire all’ipotesi di un recupero da giocarsi lunedì prossimo a porte aperte.

Il mio sogno è banale e già auspicato da altre menti elette dell’interismo borbottante: schierare la Primavera contro quelli là, che si giochi domani, tra una settimana, tra due mesi. Che vincessero l’ennesimo scudetto da mani zozze, e chissenefrega.

Guarda caso, perfino in una situazione fuori da qualsiasi prevedibilità si è trovata la maniera di avvantaggiare qualcuno a scapito di tutti gli altri, in particolare di qualcun altro. Ma, al solito, a farlo presente passi per il solito rancoroso complottista. Ribadisco che anche 15 anni fa (non 150) ci dicevano così, e poi abbiamo visto quel che è successo.

Ma queste ultime giornate non ci hanno regalato solo le polemiche qui succintamente richiamate.

CR7 ad esempio ha colto al volo il rinvio della partita per precipitarsi al capezzale dei suoi ex compagni del Real ed assistere alla vittoria nel Clasico contro il Barcellona.

Devo essermi perso lo stracciamento di vesti della stampa che sindacava sulla professionalità del giocatore, che si reca a Madrid per una partita non appena saputo del rinvio della sua ed a pochi giorni dal ritorno di Coppa Italia col Milan.

Sì, il rimuginatore con memoria elefantiaca si riferisce al Superclasico River-Boca giocato a Madrid l’anno scorso e ad Icardi presente -insieme ad un’altra decina di giocatori di Serie A, CR7 compreso!– in tribuna a pochi giorni dal match contro il PSV, finito in pareggio nonostante un suo gol e valso la “retrocessione” dalla Champions all’Europa League.

Al solito: Maurito e signora insultati quali i peggiori terroristi, colpevoli a priori della possibile eliminazione dell’Inter dalla Champions (ce l’avete gufata voi, maledetti, chè lui aveva pure segnato!) silenzio assoluto per gli altri colleghi presenti al Bernabeu.

CR7 invece ha lasciato tanti amici che corre a salutare non appena ne ha la possibilità, e con cui magari un domani potrebbe anche riunirsi. Ah che bello l’amore…

Quasi meglio dell’aria frizzantina che si respira a Milanello Bianco.

Zorro Boban al solito non si tiene e spara dritto nei denti quel che pensa: difficile digerire certi affronti per uno come lui. Al solito: si può parteggiare per lui o per Gazidis se si è tifosi, non se si è giornalisti. Eppure, ancora una volta, il caso pare fatto apposta per l’ennesima suddivisione manichea. Da una parte i rimasugli della squadra dell’amore (Boban, Maldini, Ibra-che-vuole-solo-il-Milan), dall’altra i cattivoni che non rispettano il sarcofago di quel che fu una grande squadra (Gadizis il freddo contabile, Raiola lo stupratore di sogni).

In mezzo, la scomoda verità, che però nessuno sembra voler ricordare: che il Milan è messo male, ma male davvero, come Inter e Roma non sono mai state. Ha per ora accettato (senza in realtà poter far molto per evitarlo) un anno fuori dalle coppe, nella speranza di un piano di rientro più morbido, ma ancora non alle viste. Se nerazzurri e giallorossi hanno stretto i denti all’interno di un percorso tanto tortuoso quanto se non altro definito, i rossoneri continuano a tenere la testa sotto la sabbia, sperando in un indulto -forse formati al divino insegnamento del loro ex Presidente- o in una riforma pro domo loro del Fair Play Finanziario. Quello stesso complesso di regole salutato come unica medicina possibile per i Club spendaccioni a inizio anni ’10, è invece adesso -non senza ragioni- additata come il male assoluto. Guarda caso, proprio adesso che la sua mannaia dovrebbe abbattersi sulle verdi vallate (ma con conti rosso sangue) di Via Aldo Rossi.

Ribadisco: che sia il tifoso medio a bestemmiare contro la UEFA ci sta. Che la stampa faccia il coro, arrivando ad accusare velatamente Gazidis ed Elliott di avere il braccino corto, ci sta un pochino meno.

Ma saremmo bugiardi a dirci sorpresi…

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TEMPI DA VALUTARE

Un po’ di robe che avevo “nasato” e puntualmente si sono verificate:

Ashley Young a sinistra è come tutti gli esterni destri a sinistra. Bravo, diligente, dotato di intelligenza calcistica, sistematicamente sbilanciato sul piede forte e quindi sull’interno del campo. Ho smesso di contare le volte in cui, nel mercoledì di coppa e nella domenica di Udine, è arrivato sul fondo per poi rientrare sul destro e metterla in mezzo. Ribadisco: è forte, intelligente, fisicamente a posto, abituato a grandi palcoscenici. Tutto quello che volete. Ma è l’ennesimo adattato a sinistra.

Come constatato dal rampollo di famiglia, che lo pensava mancino “Ah, ma allora a sinistra non abbiamo risolto niente”. Esatto, Pancho.

Guardando indietro al mercoledì di coppa, abbiamo visto il signor Doveri proseguire nella colata di simpatia degli arbitri verso i colori nerazzurri. Pronti via e blocca un contropiede clamoroso – Iachini diventa una belva contro i suoi per quanto sono stati polli – facendo ripetere una rimessa laterale da battere circa 73 cm più indietro. Dopo il gol di Candreva, pur non avendo ravvisato nulla, attende fiducioso che dal VAR qualcuno gli dica qualcosa e possa così annullare il vantaggio nerazzurro. Nice try, sarà per la prossima…

Guardando in casa nostra, continuano i misteri da infortunio. Almeno in questo l’Inter è stata pioniera, decidendo già a inizio anni 2000 di non rivelare mai le effettive entità degli infortuni e soprattutto i tempi di recupero previsti.

Legittima l’esigenza di tutelare la confidenzialità di questi dati e la privacy del calciatore. L’effetto collaterale è lasciare che la stampa scriva quello che vuole, e che i tifosi facciano supposizioni basandosi sul nulla.

Prendiamo Brozovic, azzoppato nella trasferta di Lecce. Tutti subito si sono eccitati prevedendo scenari apocalittici (“salta anche la Juve???“), per passare poi all’eccesso opposto (“dovrebbe rientrare già col Cagliari o al più tardi in coppa con la Fiorentina”).

Portando il tutto agli ultimi giorni, abbiamo potuto ammirare lo stesso Brozo con Sensi uno accanto all’altro… ma in tribuna e non in campo, con Eriksen ad appoggiare il trolley dell’aereo in panchina e giocare una mezz’oretta per pura emergenza ed un’altra dimenticabile ora ieri a Udine.

Apprendiamo altresì che Gagliardini ne avrà per un mese, che in compenso Asamoah è ancora vivo e che Borja Valero non è al meglio. Da buon ultimo, Handanovic si scassa il mignolo e rimane seduto a Udine. Ci sarà nel Derby? Ecco l’ineffabile risposta del sito ufficiale. Ecco l’inevitabile gufata della stampa.

Cambiando sponda del Naviglio, lo storytelling da romanzo rosa del Milan addiviene a più miti consigli, e quindi passiamo da Robocop/Pistolero Piatek cercato dal Tottenham per sostituire Kane (se non è blasfemìa, poco ci manca) alla maledizione del numero 9 che colpisce ancora e lo spedisce dritto-dritto all’Herta. Andiamo a Berlino Fabio! (cit.)

Nulla in confronto al ventilato scambio Paquetà-Bernardeschi, lisergica conferma del clima connivente tra le due diversamente strisciate. Quindi, per capire, la stessa Juve che ha snobbato uno scambio con Rakitic più 10 milioni, sarebbe stata interessata a scambiare il talentuoso ex-Viola con quel pacco di Paquetà. Il tutto con Gadzidis del Milan a dire “no grazie” (“perchè non c’ho una lira”, aggiungio io) Se lo dite voi…

Nulla di drammatico per i valori glicemici rossoneri: c’è pur sempre l’esordio del piccolo Maldini a dare un altro giro di giostra al can-can della grande famiglia rossonera. Di mio ci aggiungo l’ennesima botta di culo dei cugini, che senza Ibra rischiano seriamente di perdere in casa col Verona: pareggio di Çalhanoglu su autorete, due pali del Verona, rigore assai dubbio non concesso agli scaligeri, gli ultimi 25 minuti giocati in 11 contro 10… Poi, al solito, al 92′ il palo lo pigliano loro e sembra quasi che quelli sfigati siano stati i rossoneri.

Inevitabile per la stampa soffermarsi sull’importanza capitale di un 38enne (per quanto forte) nella squadra, ma il contorno è costituito da abbondanti giri di parole aleatori e come tali poco confutabili, all’insegna del “l’impressione è…” “si ha come la sensazione che…” “lo spirito è tutt’altro rispetto a un mese fa…”.

Le speranze ed i timori sono tutti rivolti a domenica sera, quando verosimilmente Zlatanasso tornerà al centro dell’attacco rossonero. I cugini navigano in brutte acque, e non lo scopriamo certo oggi, eppure hanno la capacità di farmi una paura del diavolo (no pun intended) ogniqualvolta ci giochiamo contro. Siamo pur sempre quelli che sono riusciti a far segnare a Comandini l’unica doppietta della sua carriera in Serie A e a far sembrare Serginho un terzino sinistro. Se svesto i panni da antimilanista atavico, debbo riconoscere che Théo Hernandez e Leao, per quanto acerbi e tatticamente migliorabili, sono due talenti puri e come tali temibilissimi, soprattutto per una difesa come la nostra che non ha nella velocità la miglior arma a disposizione e che dovrà fare a meno di Bastoni.

Insomma, inizierà il clima pre-derby con nottate a fissare il soffitto e paure -si spera immotivate- anche per l’ultimo dei panchinari rossoneri.

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DACCI OGGI IL NOSTRO DISGUSTO QUOTIDIANO

Poco da aggiungere rispetto all’aggiornamento di settimana scorsa, se non un paio di cose “esogene”.

Internamente, continua (e anzi, spero finisca) il mese dell’invornito, con la terza partita sbloccata e poi buttata via a un quarto d’ora dalla fine. Forse un filo di intensità in più rispetto a Lecce, un paio di occasioni nette ma non concretizzate da Sensi e Lukaku, ma in generale un numero di giri che rimane troppo basso.

La novità di giornata, che -poi vedremo- novità non è, arriva appunto da fuori. Torniamo cioè ad essere snobbati da arbitri ed istituzioni, ovviamente stando al passo coi tempi. Faccio finta di credere che sia finito il tempo in cui ti fischiano dal nulla un rigore che non c’è o te ne negano uno palese, ma restano tanti altri modi per farti capire che in un’ideale scala di considerazione presso la classe arbitrale tu, interista, sei saldamente in zona retrocessione.

Provo quasi pena per Conte, geneticamente impossibilitato a capacitarsi di un simile trattamento. Personalmente, provo sempre una sorta di piacere perverso nel vedere il nuovo Mister di turno scontrarsi con la realtà che, a queste latitudini, viviamo con rancorosa rassegnazione da anni. Vedi i Ranieri, gli Spalletti, i Conte strabuzzare gli occhi e sacramentare increduli e per lo meno ti consoli: “ah, allora tutto quello che (ci) succede non è normale…”.

Nello specifico, l’arbitraggio di Manganiello non è macchiato dall’errore che falsa il risultato in maniera palese: io avrei dato il rigore su Young e avrei anche qualcosa da dire sul contatto Joao Pedro-Godin che precede il loro pari, ma devo confessare che la spintarella di Martinez sul gol è veramente al limite.

Il punto è un altro, e sta nel metro di giudizio e la strafottenza dell’arbitro. Segna El Toro, Manganiello convalida facendo ampi segni di aver visto e aver valutato la spinta come veniale, ciononostante attende l’ok del VAR (che, a quanto capisco, non potrebbe intervenire per una valutazione soggettiva dell’arbitro di campo, ma va beh…). Arrivata la benedizione dalle alte sfere, si riparte 1-0 per noi e, da lì in avanti, in buona sostanza smette di fischiare ogni tipo di fallo sui nostri.

Al 93′, e quindi dopo un’oretta di andazzo del genere, Martinez e in subordine gli altri ovviamente sbagliano a protestare in quella maniera, e Lautaro in particolare la combina grossa rischiando di rimanere seduto per più di una partita, ma siamo alle solite: il bambino petulante ti tampina per un’ora e alla fine tu salti per aria e becchi la nota.

La cosa che, al solito, mi fa inalberare ancor più della condotta arbitrale è il giudizio dei Crosetti di turno, tutti bravi a condannare la reazione esagitata dei nerazzurri, atteggiandosi a maestrini petulanti quando non a tifosi da Bar Sport. La Stampa a Torino per anni l’hanno chiamata La Bugiarda, ed evidentemente i soprannomi vanno meritati e mantenuti:

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Il tutto nella stessa giornata in cui la Juve perde (e male) a Napoli, facendo vedere per l’ennesima volta i limiti del progetto Sarriano, per una volta nemmeno coperti dalle prodezze del singolo.

Anche qui, rapido ripasso di complottismo: CR7 segna per la millesima partita di fila e, con Dybala e Higuain, sta tenendo la Juve in testa alla classifica nonostante una manovra che di armonia e spettacolo ancora poco fa vedere. Eppure, nessuno che osi cedere ai tanto comodi Luoghi Comuni Maledetti. Del resto stiamo pur sempre parlando di Juve, di Sarri, di CR7, mica di Inter e del centravanti di turno: si vede che la frase “sfrutta i colpi del campione per supplire alle carenze di giUoco” non viene bene detta con accento torinese…

CALCIOMINCHIATA – LE ULTIME DAI CAMPI

Oggi, dopo settimane nelle quali “questo è il giorno giusto per Eriksen”, il danese dovrebbe ufficialmente diventare un giocatore dell’Inter. Gran colpo, non c’è che dire, prendi a 20 milioni un giocatore che ne vale serenamente il quadruplo. Però…

Però, puttanaeva: sei partito facendo il figo e offrendo 10 milioni, e come uno stillicidio sei passato a 13, 15, 17 per poi capitolare agli inamovibili 20 chiesti dal Tottenham (anzi, pure qualcosina in più).

Per tanto così, e sapendo che Levy è un osso durissimo, non era meglio accettare subito i 20 milioni e portarselo a casa due settimane fa? Capace che tra Lecce e Cagliari un paio di punti in più li avremmo fatti… E in ogni caso avrebbe già un paio di settimane di allenamenti in gruppo.

Va beh, meglio tardi che mai.

Per il resto, noto con piacere che Young, comprato come esterno sinistro, ha debuttato (a destra) e messo un ottimo assist per Martinez (sempre di destro). Attendo di vederlo sull’altra fascia per capire se, arrivato sul fondo, sarà altrettanto bravo col mancino o se farà il rinterzo effettato con sbiliguda veniale per rientrare sul destro e crossare.

Le ultimissimissime dicono di un Vecino che potrebbe restare, anche se più per mancanza di offerte all’altezza che per reale convincimento. Se così fosse ne sarei felicissimo: a parte il debito di un paio di gol passati alla storia, il Charrùa è superiore a tutti gli eventuali rimpiazzi di cui si è parlato in queste settimane.

Segnalo che la punta di scorta diventa ancora più urgente dopo la pazziata di Martinez: continuo a preferire Llorente a Giroud, ma uno dei due è necessario che arrivi il prima possibile. Ricordo che tre delle prossime quattro saranno con Milan, Lazio e Juve.

CARI FOTTUTISSIMI CUGINI

Rieccoli, i MeravigliUosi, e devo dire che (non) mi erano mancati.

Nell’ordine: dopo due considerevoli botte di culo con Udinese e Brescia, tutta la stampa è allineata nel ricordare le “quattro vittorie consecutive, se consideriamo anche la Coppa Italia“.

Non solo. Formati al divino insegnamento del Geometra Galliani, se consideriamo la media punti da Gennaio in avanti, il passo è addirittura “da scudetto“. La stessa Coppa Italia, da sempre terzo obiettivo stagionale per chi ha le coppe Europee, per i rossoneri (digiuni anche quest’anno da gite infrasettimanali) può valere 25 milioni di ricavi.

Che Piatek, Suso e Paquetà dal GreNoLi del 2020 siano passati ad essere tre pacchi che non si riesce a piazzare a nessuno è una verità scomodissima da ammettere; meglio dire che sono “il tesoro del Milan“. Il succo è lo stesso ma fa tutto un altro effetto.

Il “Giova” direbbe “intanto c’ho un capitale immobilizzato e gli interessi...”

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Come dico spesso, sapendo di ripetermi: c’è una parte di Milano in cui splende sempre il sole.

Lascio alla fine quella che ritengo la cosa più insopportabile.

Il Milan, come sappiamo, è una grande famiglia, ma non solo. La strategia comunicativa rossonera prevede che tutti i personaggi di successo, le squadre più vincenti di un determinato periodo, i campioni presenti o passati, siano comunque assimilabili al Milan: il ragazzo tifa Milan fin da bambino, la tal squadra gioca proprio come giocava il Milan di Sacchi/Capello/Ancelotti, il tal campione ricorda gli anni del Milan come i migliori della sua vita.

Siamo tutti amici, ci vogliamo bene (cit.)

Ora: cerco di dirla bene sapendo che sto camminando sulle uova.

Una cosa del genere per me è da vomito:

Con questa roba qui il Milan ci dice: la morte di Kobe è una tragedia per tutti, ma per noi un po’ di più perchè tifava Milan, quindi era più amico mio che tuo. Manca solo il gnégnégné alla fine.

Non mi aspettavo niente di diverso da loro, solertissimi a postare l’inevitabile -e giusto, per carità- messaggio di cordoglio per la scomparsa di un tale campione.

La manfrina del lutto al braccio e del minuto di silenzio l’hanno proposta ieri, ed ero stato contento di sapere che in un primo momento la Lega Calcio avesse negato l’autorizzazione, come a dire: il calcio non c’entra una mazza. Kobe sarà doverosamente ricordato nel prossimo turno di campionato di basket, che era il suo sport.

E invece, grazie al combinato disposto tra potenza mediatica da tardo impero e scrivani di corte compiacenti, stasera assisteremo a questo atto di prepotenza emozionale.

Non che a Milanello Bianco siano nuovi a colate glicemiche del genere.

Nell’ottobre del 2011, con il povero Simoncelli appena scomparso, prepararono in fretta e furia la maglia per l’occasione, da esibire oltretutto in tutt’atro contesto, e cioè mentre Gattuso parlava dei suoi problemi all’occhio di quella stagione (peraltro curati tardi e male dal mirabolante MilanLab):

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Chi mi sta vicino mi dice che quando fra cent’anni dovesse capitare la stessa cosa a un grande personaggio di dichiarate simpatie nerazzurre, anche l’Inter farà così.

Non credo, proprio perchè lo stile è qualcosa che hai dentro.

Se così dovesse essere, non avrei problemi a dichiarare il mio disgusto.

Dopodichè, l’ultima cosa che voglio fare è tirare il povero Kobe per la giacchetta. Che la terra sia lieve a lui, alla figlia e a tutti gli altri.

OH CHE STRANO: È GENNAIO!

Ragazzi, eccoci di nuovo nello spendido Gennaio che tante gioie ha dato ai nostri avversari e tante Madonne ha cavato dalle nostre bocche.

Nelle riflessioni pre-natalizie avevo apparecchiato la tavola disponendo da un lato le preoccupazioni, riassumibili nel concetto “stiamo andando troppo forte per durare”, dall’altro le speranze per il girone di ritorno, sintetizzabili nella combo “non abbiamo avuto Sensi nè Barella per mesi + c’è comunque un mercato di riparazione per puntellare la rosa”.

Inevitabile, trattandosi di Inter, che a questo ipotetico simposio si sia presentato il primo commensale e non il secondo.

Nell’ordine: pareggiamo due partite di fila, palesando una notevole carenza di intensità e convinzione; recuperiamo i pezzi (i succitati Sensi e Barella) ma a scapito di altri (Gagliardini, Vecino, D’Ambrosio, il lungodegente Asamoah e – ultima pessima novità – Brozovic); il mercato ci regala tante speranze (Eriksen), qualche puntello (Young), le inevitabili scommesse (Moses) e i soliti puttanai (Spinazzola).

Tutto ciò basta per dar fiato al plotone di esecuzione.

Inutile procedere con ordine, ci son tutti: Crosetti, Sconcerti, Criscitiello, Sabatini, D’Amico, Longhi, Mauro, addirittura Maifredi. Tutti pronti a dire che Conte si lamenta a sproposito, che fa correre troppo i suoi, che dovrebbe cambiare modulo, che il clima in Società non è buono.

Cedo solo per un attimo all’autocelebrazione: ricordate quando dicevo che tutti gli allenatori dell’Inter vivevano un iniziale periodo di grazia, per poi essere massacrati alle prime difficoltà? Ecco servita la conferma, testuale: “Inter, luna di miele già finita?“.

Sintomatico poi come gli errori di Giacomelli, su cui tornerò tra un attimo, vengano liquidati nell’incipit di quello stesso pezzo con la classica frase da professore sapientino “se l’Inter non è riuscita a battere il Lecce non ci si può appellare solo alle amnesie del direttore di gara”, soprattutto se paragonata all’orchestra di scimmie urlatrici post Inter-Atalanta. Gli stessi primati si fanno invece taciturni come da tradizione nipponica se si prendono in considerazione altri episodi della stessa partita, non a caso già spariti dalla rete (Lautaro lanciato a rete è fermato per inesistente fallo in attacco su Toloi, che cade da solo correndo all’indietro e colpisce pure la palla con la mano).

L’Arbitro del “Voi dell’Inter dovete stare zitti” annulla un gol a Lukaku più per fallo di confusione che per reale spinta su un difensore, ma palesa il suo feeling migliorabile con i nostri quando inventa un rigore per il Lecce per un inesistente fallo di mano di Sensi, che provvidenzialmente il VAR corregge. In barba al “nel dubbio fai giocare, poi eventualmente vediamo”.

Ma, oltre alla decisione in sè, è la sua postura che fa sorgere dubbi: ‘sto qua sta cadendo per terra ed ha un uomo davanti, eppure fischia sicuro il fallo da rigore. Una presunzione di colpevolezza che nemmeno il più giustizialista dei PM forcaioli…

Vedere per credere:

Esaurito il cahier de doléance, torniamo alla pars construens: come se ne esce?

Dice un vecchio e folkloristico proverbio che quando ce l’hai nel c… è meglio non agitarsi: faresti il gioco del nemico.

Ecco, in termini forse meno prosaici, è quel che occorre fare: calma e idee chiare.

La mia lista della spesa se fossi il Signor Inter:

  1. Portare a casa Eriksen prima possibile. Aldilà di tutti i parolai, è evidente che serva qualcuno che possa risolvere la partita con la giocata singola. Vedere Juve-Parma domenica sera è stata purtroppo una istruttiva lezione in tal senso. Per citare le velocità richiamate dall’allenatore, non possiamo correre a 200 all’ora per nove mesi. Occorre qualche sporadico piano B.
  2. Aspettare a dar via Vecino, e non solo per l’attaccamento di tutti noi tifosi per #laprende. Disbiasce che con Conte non sia scattato il feeling (anche qui, paginate di romanzo marrone a supporto della tesi), ma se una sua partenza mi vedeva contrario con tutti i colleghi di reparto sani, figuriamoci con Gagliardini e sopratutto Brozo ai box.
  3. In generale, chiudere tutte le operazioni di mercato il prima possibile (Moses pare che sia in odore di visite mediche, e sono proprio curioso di capire se è sano o no; Giroud, se deve arrivare, che arrivi subito): concordo con il Mister quando dice che Gennaio per un allenatore è un mese balordo perchè deve tenere a bada tremila voci e spifferi.

Ci aspetta un Febbraio con i controcoglioni: Milan, Lazio e Juve in venti giorni o giù di lì, con i nostri avversari in forma migliore, vento in poppa e ritrovata armonia in spogliatoio.

Niente di nuovo, lo sappiamo: se qualcosa può andar male, lo farà. Conte vive il primo vero banco di prova da quando le sue terga poggiano sulla nostra panchina.

A lui e alla Società il compito di spegnere e riaccendere la macchina in tempo zero. Se ciò deve passare da cambi tattici, cazziatoni in spogliatoio o sedute di relax motivazionale lo sceglieranno loro.

Il tempo è poco, gli altri corrono. Vediamo di tornare a farlo anche noi.

PRIMO QUADRIMESTRE

In leggero anticipo rispetto a quelli scolastici -ai miei tempi la scadenza era a fine gennaio, ora non so…- arriva la fine del primo quadrimestre calcistico.

Analizziamo criticamente (cit. ma la potete cogliere solo se allo Zucchi eravate nella sezione B negli anni 80/90):

I NOSTRI

Sono stati bravi se non bravissimi. Come già detto ultimamente, girare a oltre 45 punti (speravo 48, sono 46 e vista l’Atalanta di sabato va già bene così) è un risultato che va aldilà di ogni più rosea aspettativa.

Non rinnego quanto scritto solo pochi giorni fa, e cioè che questo popò di punti è stato conquistato con Sensi e Barella a meno di mezzo servizio, ma a questo aggiungo un altro pezzo di riflessione, che è poi un confronto con chi ci sta vicino.

Da una parte la Lazio, che ha il grandissimo merito di aver vinto le ultime 10 partite di campionato e che, come dire, più di così non può fare. Tanti i punti conquistati con tenacia e un po’ di culo nei minuti finali, e la sensazione che tutto le stia girando (troppo?) bene. Niente più di una civile gufata.

Dall’altra parte, è vero che la Juve ha solo due punti più di noi, ma il “delta” tra il potenziale e quanto fatto vedere è assai ampio. In altri termini: finora ha avuto ragione Chiellini quando ad inizio anno diceva “La Juve di Sarri la vedremo dal 2020“. È questo che mi preoccupa maggiormente: quando anche i vari Rabiot, Ramsey e Douglas Costa avranno terminato i rispettivi rodaggi, quando la difesa avrà digerito l’ingresso di De Ligt senza concedere troppo, ecco che -tecnicamente parlando- saranno cazzi. Là davanti bastano due tra CR7, Dybala e Higuain per assicurare gol e vittorie in quantità, ma lo spazio per crescere in casa bianconera è senz’altro maggiore se paragonato a quello in casa laziale e in casa Inter.

Torna quindi di prepotenza l’argomento mercato. Della mia triade auspicata, il borsino mi vede in vantaggio su uno solo dei nomi (Eriksen pare, se non vicino, quantomeno più fattibile rispetto a Vidal). Young e Giroud sembrano ancor più imminenti per quanto a me non graditissimi.

Commento tecnico: boh…

Resta l’assoluta necessità di allargare la rosa, come fatto presente da Conte che, furbo e lamentino quanto basta, non si è lasciato scappare l’occasione di far vedere a tutti quanto l’Atalanta abbia costretto i nostri a ripiegare nel secondo tempo stante la carenza di alternative credibili.

Onestamente, e per una volta aldilà della ancestrale antipatia, non capisco l’interesse per Kessie del Milan: un suo arrivo in uno scambio alla pari con Politano sarebbe ininfluente da un punto di vista qualitativo (non compri un titolare, solo un’alternativa a Vecino e/o Gagliardini); qualora invece dovesse arrivare proprio in virtù della partenza di uno dei due centrocampisti appena citati, da ininfluente lo scambio sarebbe peggiorativo: Kessie è a mio parere nettamente inferiore a Vecino, mentre pur essendo più mobile e potente di Gagliardini, è assai meno evoluto tatticamente e di difficile gestione a livello caratteriale.

Al di là di tutto, darebbe un segnale di tirare i remi in barca, sulla falsariga di Darmian al posto di Marcos Alonso.

VAR

Ne scrivo volutamente dopo il primo episodio stagionale che ci ha visti increduli beneficiari di errore. È ormai opinione comune che quello di Lautaro fosse fallo da rigore, e tutte le supercazzole sulla spinta di Zapata siano irrilevanti. Per i più curiosi e pruriginosi analisti (quorum ego, chè mi fingo osservatore distaccato ma ho passato ore a zappare su siti di moviolisti e televisioni locali per sentire tutto il sentibile), il colombiano spinge un compagno -Toloi- che a sua volta tampona il nostro, che una volta a terra cianghetta l’avversario con la mano.

Per una volta mi freno e faccio solo cenno al fallo inesistente fischiato allo stesso Martinez lanciato a rete solo contro il diretto avversario (ancora Toloi), che cadendo all’indietro colpisce il pallone con la mano, ricevendo in regalo da Rocchi una punizione a favore tanto salvifica quanto inesistente. Comprensibile che la portata mediatica di questo errore sia nulla e sparisca rispetto all’altro episodio. Figuriamoci se poi chi ne avrebbe beneficiato è l’Inter…

Due cose da aggiungere a commento, entrambe votate alla chiarezza, tanto per non trovaraci come i protagonisti di Amici di Maria de Filippi e l’ineffabile Chicco Sfondrini che, nelle prime edizioni del programma, ad ogni settimana annunciava novità di regolamento ignote fino a quel punto.

La prima cosa: auspico che al più presto l’arbitro, finito il confronto con il VAR, spieghi a tutti e a chiare lettere cosa è stato giudicato. Il mio sogno è che l’audio dei colloqui sia udibile tanto allo stadio quanto in TV, o quantomeno a un addetto per squadra (facciamoli lavorare questi team manager…).

Abbiamo passato un giorno e mezzo a elucubrare su cosa il VAR avesse visto e giudicato, e cioè se avesse valutato solo la corretta uscita di Handanovic non ravvisandovi nulla di irregolare, ma perdendosi il fulcro del problema e cioè il fallo di Martinez, oppure se avesse effettivamente visto la mano galeotta del Toro ma anche la precedente spinta di Zapata che sostanzialmente andava ad annullare l’eventuale rigore per l’Atalanta.

Mi è persino toccato di dar ragione a Mauro Suma, ci rendiamo conto? (andate al min. 7.30, così non vi faccio perdere troppo tempo)

Oggi Rizzoli ci dice che il VAR ha sbagliato e che quindi -se ben capisco- si sono limitati a rivedere l’uscita del portiere. Male, molto male: che cacchio ci state a fare lì?

Ma ipotizziamo per un momento, come puro esecizio di stile, di trovarci nell’altra ipotesi. A quel punto il VAR fin dove può spingersi? Deve fermarsi al fallo di Martinez o deve giudicare anche che cosa lo causa, e cioè la spinta di Zapata? E se deve giudicarla, è considerata punibile la spinta di un giocatore ai danni di un suo compagno, se l’effetto ultimo è quello di danneggiare un avversario?

L’ambito di applicazione del VAR, teoricamente molto chiaro e limitato, è invece spesso tema di discussioni. Molto più del “il VAR ha sbagliato“, le polemiche ora sono sul “perchè non è nemmeno andato a rivederlo?“.

Il mio sogno di illuminista ci porta alla seconda cosa e tutto sommato al prossimo step che mi aspetto: che ad ogni squadra venga dato un paio di “jolly” da giocarsi in partita, in modo che casi simili, se anche valutati con un silent check, debbano comunque essere rivisti dall’arbitro tramite on field revue.

Il mio sogno è corredato da un’importante precisazione, tanto per non fare di questo strumento un mezzo opportunistico quando non ostruzionistico. Non dovrebbe cioè bastare dire “oh, vai a vedere perchè sul calcio d’angolo c’è rigore per noi“, ma -per stare all’esempio di queste righe- “guarda che qualcuno sgambetta Toloi mentre sta per tirare“.

Aldilà della canea di catastrofisti, restauratori e amanti della zona grigia che vorrebbero un ritorno ai bei tempi andati di arbitro che interpreta le regole secondo la propria sensibilità, il VAR ha cambiato, in meglio e spero per sempre, il gioco del calcio. Siamo chiaramente ancora a metà del guado, e sono proprio gli errori a far capire quali siano le zone che restano ancora scoperte. In altre parole: per rimediare alle falle del regolamento non ci vuole meno VAR ma più VAR! Più chiarezza nelle regole, più diritti alle squadre, intesi sia come possibilità di chiederne l’utilizzo motu proprio, sia come legittima pretesa di sapere in diretta e in modo chiaro che cosa è stato valutato e deciso.

Gli arbitri, aldilà di ogni implicazione di buona o malafede, sono sempre stati gelosissimi del loro potere. Aldilà della bella faccia messa su negli ultimi anni, sono stati gli ultimi a volere un ausilio che ne limitasse il potere discrezionale in campo. Ancora oggi, sono l’unica componente del calcio a non parlare mai se non in casi sporadici e sempre a posteriori, per spiegare il perchè proprio quando la portata della decisione è tale da non poter tacere.

Nel football americano, così come nel Rugby, gli arbitri sono microfonati e si sente tutto quello che dicono.

È utopia?

Il fallo di Lautaro su Toloi.

DOVE ERAVAMO RIMASTI

INTER-ATALANTA 0-0

Torno a compitare le mie massime sui nostri amatissimi dopo un pareggio che, fuori dal contesto di classifca, mi avrebbe visto smadonnante, e che invece mi corrobora come un piatto di zuppa calda in una notte di fine inverno (so’ poeta, checcevoifa’).

Certo, un Icardi come si deve avrebbe battuto Gollini a metà primo tempo e verosimilmente l’avremmo portata a casa ma, viste le poche partite rimaste da giocare, un occhio va fatalmente a calendario e classifica, che dice +5 sugli inseguitori più prossimi e una partita in meno da giocare.

Non siamo bravi a fare questi giochini di calcolo e precisione, il girone di Champions ne è la conferma temporalmente più vicina. Oltretutto, l’infortunio di Brozovic in questo momento è quanto di peggio potesse capitare, vista la centralità di Ajeje nel progetto di squadra di Spalletti.

Borja Valero ha piedi e testa migliori, ma anagrafe e fisico buoni per non più di mezz’ora di partita (preferibilmente l’ultima, con lui fresco e gli avversari con 60′ di gioco nelle gambe). In questo senso, illluminante ieri il cambio deciso da Spalletti a metà ripresa, quando sacrifica un Gagliardini tornato alle nefandezze perpetue dopo i brilli estemporanei di Genova (cinquemila lire di SIAE al Prof. Fiumi del Liceo Zucchi) e ci permette di ritornare in controllo del match, dopo mezz’ora buona a cavallo dei due tempi in cui i nostri faticano e non poco a contenere Ilicic e il resto dei Gaspe-boys.

Icardi, su cui, se mai l’avrò, occorrerebbe qualche settimana per sunteggiare il recente vissuto, fa benissimo quel che la critica votata al bel giUoco gli chiede da anni: partecipa all’azione lanciando Perisic dopo pochi minuti e favorendo lo splendido lob di Vecino poco dopo, che un ottimo Gollini mette in corner.

E’ beffardo ma forse inevitabile che tanta qualità in fase di raccordo e rifinitura vada a discapito della proverbiale freddezza sotto porta, con Maurito a sbagliare un gol che normalmente segna ad occhi chiusi. Non che la palla sia così facile da “scavare”, ma da lui… questo ed altro.

Ad ogni modo, poco dopo Politano arriva due volte al tiro nella stessa azione e con quello sostanzialmente finisce il nostro primo tempo. L’Atalanta prende coraggio e, pur senza creare grandi occasioni, gestisce la partita per il resto della frazione.

La ripresa sostanzialmente continua sullo stesso canovaccio, con Gagliardini a perdere una palla tanto grave quanto prevedibile -quantomeno da me: inizio a dire “dalla via! non fare cagate!! occhio che arriva l’uomo!!!” ben prima che la realtà confermi i miei timori- e Ilicic a mettere il Papu solo a porta vuota. Per fortuna l’argentino ha le gambette corte, e per questioni di centimetri rimaniamo con la porta inviolata.

La partita continua con il nulla di Perisic mostrato per 90′ e con sprazzi di un Vecino convincente, come quando con l’esterno destro tocca benissimo per l’inserimento del Ninja, troppo debole però per impensierire il portiere avversario.

E’ quasi finita ed è come se entrambi i pugili fossero convinti di averla vinta ai punti. Nessuno può dirsi pienamente soddisfatto ma, come detto in apertura, entrambi rosicchiano un punto al Milan e mantengono il distacco inalterato su Lazio e Napoli.

Anche il Napoli, ebbene sì: proprio in quanto interista nell’intrame guardo con preoccupazione a chi ci sta dietro, ma un occhio ogni tanto a chi sta davanti lo butto….

LE ALTRE

Gli uomini di Ancelotti hanno piano piano consegnato lo scudetto alla Juve, infilando il pareggio casalingo col Genoa come ultimo anello di una stagione che li ha visti sempre più come seconda forza indiscussa. Troppo forti per tutte le altre, troppo deboli per impensierire Allegri & Co.

Cosa mi fa essere allora speranzoso? Il fatto che, proprio perchè ormai chiuso, il Campionato possa essere visto dagli azzurri come un fastidioso appuntamento tra le fatiche di Europa League, e che possa quindi vederli scialacquare qualche altro punticino per strada. All’ultima giornata ci sarà lo scontro diretto in trasferta: l’anno scorso con la Lazio ci ha detto bene…

In realtà, aperti gli occhi dal bel sogno (chè quello è e quello rimane…), tocca azzerare le tafazzate, e vincere almeno le prossime due, contro Frosinone e soprattutto Roma in casa. Di incroci pericolosi ce ne saranno parecchi, per noi ma anche per la canea di squadre alle nostre spalle. Testa sulle spalle e poche cagate: dipende tutto da noi. Facciamo finta che sia un vantaggio…

E’ COMPLOTTO

Sempre in attesa di sviscerare i peggiori istinti della stampa italiana nella vicenda Icardi, faccio solo presente il reiterato ricorso al seguente sillogismo:

Mauro non va d’accordo con Spalletti, nè con Perisic: a giugno inevitabilmente Icardi andrà via.

Spalletti non va d’accordo con Icardi: è ormai al capolinea l’avventura del tecnico all’Inter.

Perisic ha ridotto a zero i suoi rapporti con Icardi: a giugno per lui si apriranno le porte della Premier.

Morale: siccome la convivenza tra questi tre soggetti, per vari motivi e con varie responsabilità, pare essere ormai impossibile, salomonicamente andranno via tutti e tre.

Bello poi sentire Marco Cattaneo eccitarsi mentre dice “e domani l’Atalanta battendo l’Inter potrebbe arrivare a soli due punti dal terzo posto!” evitando anche solo di contemplare l’ipotesi di una vittoria interista, che avrebbe portato i nostri a 7 punti di vantaggio sui quarti, e guardandosi bene dal dire che il pareggio o la vittoria atalantina avrebbero significato problemi per il Milan.

Da parte loro, i rossoneri hanno tutte le ragioni a lamentarsi dell’ennesimo atto di sudditanza arbitrale nei confronti di “quelli là”. Il “mani” di Alex Sandro è beffardamente simile, anche nell’angolo di campo, al fallo fischiato due anni fa a un De Sciglio ancora di rossonero vestito, che decise nel recupero una partita ferma sul pari.

Non ci sono molte alternative alla scontata citazione de La fattoria degli animali: i maiali, cioè i gobbi fuor di metafora, sono più uguali degli altri. Il VAR ha innegabilmente fatto calare il numero di errori e tra le sue poche colpe ha quella di essere arrivata con decenni di ritardo. Detto ciò, la casistica del fallo di mano, è senz’altro quella cui va… messo mano (perdonate il gioco di parole) prossimamente. Personalmente sarei favorevole a criteri rigidi e per nulla interpretabili, che in buona sostanza limitino il più possibile la discrezionalità dell’arbitro.

Al famigerato trofeo BerlusCaloni, che mi vide inopinato vincitore nell’anno aureo 2010, avevamo una regola semplicissima. La tocchi di mano? E’ sempre fallo. Carambola, involontarietà, rimpallo… Frega un cazzo: è fallo.

Quattro moccoli la prima volta, e poi tutti d’accordo: dura lex sed lex.

E’ chiedere troppo?

Chiudo con l’ennesimo parallelo tra gli effetti degli errori arbitrali sulle opposte sponde del Naviglio: di qua, quando lo si prende inder posto, arrivano moniti a non mettere in dubbio la buona fede e, citando i classici, a stare zitti. Al più si ammette l’errore, interpretandolo come una buona occasione di crescita per l’arbitro.

Di là si chiede scusa.

Pallonetto a voragine, l’azione più bella della partita…

MALEDETTI (CIT.)

CAGLIARI-INTER 2-1

(cit.) il link devo metterlo qui, nel titolo non me lo prende. Mi scuserà il correttore di bozze…

Ecco l’Inter esprimere il massimo del suo potenziale autodistruttivo.

Dopo essersi fatta esplodere il caso Icardi tra le mani (con responsabilità varie, come vedremo infra), l’equipaggio della zattera di Cast Away approda nelle perigliose acque cagliaritane, uscendone con le ossa a pezzi.

Il fatto che la piccola di turno, in crisi di gioco e risultati, contro i nostri metta in mostra la miglior prestazione stagionale è oramai una non-notizia e, per una volta, che questo non suoni come una sorta di recriminazione: son proprio i nostri che giocano alle belle statuine e permettono a qualsiasi squadra dotata di gamba e grinta di surclassarla.

Non c’è infatti altra risposta che questa, alla pur legittima domanda “ma com’è possibile che quelli dell’Inter non la becchino mai?“. Il Cagliari gioca una partita mariana, soprattutto un primo tempo in cui i nostri non ci capiscono un beneamato cazzo, riuscendo di puro talento, culo e cinismo a trovare il pari con Lautaro dopo e prima dei gol cagliaritani.

Brozovic e Vecino fanno a gara a chi è più lento e svogliato, Perisic pare tornato quello di due mesi fa, se pure Skriniar toppa la partita siamo a posto…

Poi, ovvio, al solito nessuno ci vuole bene. La granitica presa di posizione della Società dopo il rigore di Firenze al 97′ porta Cigarini ad essere graziato di un secondo giallo meritatissimo dopo nemmeno un quarto d’ora di partita, oltre che ad un fallo serenamente inventato che costa l’ammonizione a Skriniar e il non irrilevante accessorio dell’1-0 del Cagliari sulla punizia conseguente.

Tutto secondo copione.

Ma se sugli arbitri sappiamo di non poter incidere minimamente, quantomeno sulla voglia di giocare a calcio -che poi sarebbe anche il vostro mestiere, benedetti fijoli…- Spalletti & Co. dovrebbero poter fare qualcosina.

Invece Barella pare Matthaeus strafatto di nandrolone, Pavoletti il Gigi Riva del 2020 e i nostri una mandria di inetti come nelle peggiori occasioni.

Si salvano solo Martinez e Nainngolan, che quantomeno ci provano, corrono e costruiscono dal nulla il gol del pari. Ovvio che la prima reazione allo scempio visto sia “beh, vedi a giocare senza Icardi?“.

Difficile però che l’ex Capitano potesse far meglio del Toro nella circostanza. Il delfino argentino ha tre palle gol in 90′ minuti: la prima la butta dentro di testa sul primo palo come il miglior Gigino di Biagio (vero Signor Carlo?), la seconda la spedisce sul palo girandosi in un fazzoletto, la terza -ancora de capoccia– la piazza fuori di pochi cm. Vero: sbaglia a non premiare l’unico inserimento di Vecino in area nei 90′, ma non è certo il nostro numero 10 ad avere sulla coscienza la sconfitta.

Nella ripresa in realtà riusciamo nell’apparente controsenso di far cagare, ma di produrre un certo numero di occasioni. Oltre a quelle di Martinez citate supra, Politano entra bene palla al piede in area ma non angola a sufficienza il tiro, mentre Borja Valero dopo una bella azione corale pensa bene di sparare alto un destro a giro che pareva facile-facile da piazzare sul secondo palo.

Spiace dover fare la gara degli stronzi, ma i due croati -sugli scudi nelle prime uscite senza Icardi- hanno dormito sonni tranquilli e profondi per 90′. Questo a ulteriore e non richiesta conferma del fatto che di innocenti e immacolati lì dentro non ce n’è.

MO’ V’O’ BBUCO ‘STO PALLONE!

Siamo quindi al redde rationem.

Ho già detto da che parte sto, da quella dell’Inter, che continua ad essere più importante di tutto e di tutti.

Proprio per questo, ritengo che non ci sia nessuno esente da colpe in questa storiaccia. Non Icardi, non Wanda, non Spalletti, non Marotta, non Perisic.

Tutti hanno sbagliato qualcosa, Mauro più di tutti. Marotta per ora meno di tutti, a meno di un piano diabolico di distruzione dall’interno in pieno Lippi-style che -se reale- non tarderà a dar traccia di sè.

Per il resto concordo con Bergomi e fin qui nulla di strano; già più scomoda la posizione di dover additare Fabio Capello a maitre à penser dell’interismo moderno; ai confini del lisergico dover ascoltare parole sagge ed esperte da Ando’ Cassan’. Sic transit gloria mundi…

Come si sistema ‘sto casino?

A mio parere in maniera molto utilitaristica e machiavellica: questo stallo non giova a nessuno. Anche volendo sorvolare sul bene supremo (l’Inter, of course), Icardi ha tutto da perdere nel continuare la manfrina del malato immaginario e permaloso.

Vuoi riprenderti la fascia? Non te la ridaranno mai, ma anche a volerci credere, non è senz’altro stando nella tua torre d’avorio che la Società e compagni faranno un passo verso di te.

Te ne vuoi andare? Occhio: chi ti compra, citando il Sassaroli, “deve per forza prendersi tutto il blocco“. E se la cameriera tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme (cit.), non è compresa nel pacchetto, i post e la moglie/agente bombastica invece sì, e non me lo vedo il Real di turno (ma nemmeno la Juve) fare spallucce e dire “ma sì, che ce frega, va bene lo stesso“.

La Società stessa, se non risolve ‘sto troiaio, si trova il valore della propria stella polverizzato. Se già l’estate scorsa nessuno si era fatto vivo per pagare i 110 milioni di clausola, figuriamoci se ci pensano adesso.

Anzi: è più che plausibile uno scenario inverso, del tipo: “cara Inter, ti risolvo un problema: Icardi me lo prendo io” ma a quel punto sono gli altri a fare il prezzo, mica tu.

Vuoi tener duro? O 110 milioni o il ragazzo rimane qui fino a scadenza? Benissimo: ma o risolvi la situazione o ti tieni la serpe in seno pagandolo senza che nemmeno giochi.

La favola della squadra che senza il capitano reietto gioca e vince è durata quanto solitamente dura l’effetto cambio-allenatore: una scossa di nervi e orgoglio efficace nel breve periodo ma costoso in termini di tenuta mentale, e di questo Cagliari è la conferma empirica.

Che qualcuno si sia dato da fare proprio in concomitanza del caso-Icardi va ad ulteriore detrimento della sua professionalità (la sola cosa in cui do ragione a Maurito è la critica a chi gioca bene per voler andar via dall’Inter, sì Perisic, stiamo parlando di te…). Per il resto, di squadre in cui non tutti vanno d’accordo è pieno il mondo, ma come ben sappiamo è solo alla Pinetina che risuona da decenni il refrain #bruttoclimainspogliatoio #spogliatoiospaccato #squadradivisainclan #civuoleilbloccodiitaliani.

LE ALTRE

Anche quest’anno la Juve vince il Campionato tre mesi prima, e la sola consolazione è che davvero non ce la fanno a vincere pulito (vedi esplusione di Meret). Come ben sappiamo, per il Triplete anche quest’anno sarà per l’anno prossimo, ma è davvero un grattare il fondo del barile per consolarci.

I cugini, dopo non so nemmeno quanto tempo, ci passano in classifica. A questo siamo arrivati: a farci superare da una squadra con una rosa da sesto-settimo posto, che le proverbiali ondate di culo e allineamento planetario fanno rendere costantemente al 110%. Il Sassuolo del milanistissimo Squinzi non ha nemmeno bisogno di scansarsi, tanto contro il cul ragion non vale: ecco l’autogol di Lirola e tre punti di platino, che il bravo Ringhio ha se non altro il merito di intascare senza esaltarsi, al contrario di tutta la stampa che si pasce del sorpasso come se fosse l’unica cosa importante.

La Lazio vince il Derby e, con una partita da recuperare, apparecchia la volata finale con quattro squadre a litigarsi i due posti rimanenti sul treno Champions. Un treno, diobono, su cui eravamo seduti stravaccati e con la palpebra calante fino a due mesi fa, e dal quale rischiamo di scendere a calci.

Ma i nostri non temano: nel caso, di calci in culo e ceffoni in fazza, ce ne saranno altrettanti ad attenderli sul binario.

Chiudiamo come abbiamo iniziato:

DALL’ORSATO ALL’ABISSO

FIORENTINA-INTER 3-3

Le cose da dire sono tante, e non solo perchè ultimamente ho poco tempo per scrivere.

La squadra ha palesemente cambiato fisionomia e atteggiamento, (di)pendendo palesemente dalle accelerazioni e dall’intensità dei vari Perisic, Nainggolan e Brozovic. Non voglio soffermarmi sulla casualità o meno del risveglio di alcuni di loro. Voglio invece indagare due aspetti della partita.

Il primo è l’ennesima conferma di quella che nacque come sensazione ormai un lustro fa e che oggi è una realtà oggettiva: il nostro portiere ha un serio problema con le uscite. Aldilà di una certa imprevedibilità nell’azione che porta al vantaggio gigliato (in realtà assai lineare nel suo sviluppo, ma dopo appena 20 secondi dal fischio d’inizio e con un fastidioso vento contrario), un lancio come quello di Ceccherini pare fatto apposta per la prima corsetta del portiere che arriva al limite dell’area, aspetta il pallone e fa ripartire i compagni.

Oeh! Come no… Guardo lo schermo pensando tra me “quand’è che il nostro portiere compare nell’inquadratura?”, e quando in effetti appare lo vedo tentennare come il più pavido degli indecisi, rappresentazione plastica del “vado o non vado?” che suggerisce risposte poco educate al suo quesito esistenziale.

Al solito un po’ di culo mai, visto che la deviazione di Simeone Jr sul tocco di Chiesa sarebbe finita in fallo laterale, trovando invece lo stinco di De Vrij per il più beffardo degli autogol.

Ora: anche prescindendo dalla questione “fascia di capitano”, una papera così davvero non si può guardare, non è la prima e nemmeno la seconda. Ormai è un dato di fatto: il nostro portiere gioca con un guinzaglio legato al palo. Se non altro abbiamo tutta la partita per rimediare. E per quello rimediamo anche in fretta, con Vecino bravo a mettere in porta di destro al volo sugli sviluppi di un calcio d’angolo, pareggiando i conti dopo 5 minuti.

Sul come poi la partita si dipana nei successivi 97 (sì, in totale si è giocato per 102′) è quasi superfluo dilungarsi. La Viola per la prima mezz’ora è velocissima ed alquanto velenosa, con i nostri bravi a sfruttare le rare incursioni in avanti col bel gol di Politano e non altrettanti cinici ad approfittare di un paio di contropiede nel finale di primo tempo.

La ripresa vede il rigore di Perisic che ci porta sul 3-1, la ripetuta ignavia dei nostri ad andare a cercare il gol che chiuderebbe definitivamente i conti, stante anche una Fiorentina che accusa il colpo, e un quarto d’ora finale all’insegna del caghiamoci sotto.

La punizia di Muriel è tanto precisa quanto aiutata dal vento e forse è quello, oltre all’assenza di ulteriori insulti dopo il gol subito in apertura, a non farmi accanire sul nostro portiere, beffato sul suo palo con un tiro da 30 metri.

Eccoci così al maxi-recupero (quando cazzo arriveremo al tempo effettivo?) e all’ultima azione, nella quale io e mio figlio, assolutamente partigiani ma non per questo cecati, già in diretta gridiamo “fallo!” sul contrasto Chiesa-D’Ambrosio. Macchè. A quel punto vedere l’arbitro fischiare il rigore è la cosa più ovvia che mi aspettassi.

Già dai primi replay però l’intervento del nostro pare assolutamente legittimo, tuttavia percepisco, nel mio complottismo cronico, la ricerca spasmodica di Abisso di un appiglio che gli faccia tenere il punto, senza dover essere smentito per la terza volta in un’ora.

L’appiglio non lo trova, ma il nostro si trasforma nel mago di Segrate, in versione svulazzante, e riesce comunque ad aggrapparsi alla propria, scellerata decisione: è rigore. Handanovic ormai non ne para più da anni e il pareggiotto è cosa fatta.

E’ COMPLOTTO

La cosa che mi è piaciuta di meno, meno ancora dell’ennesima “svista arbitrale”, è il modo in cui l’Inter ha gestito la cosa.

Assordante il silenzio di tutta la dirigenza nerazzurra a fine partita (Marotta, Zanetti, Ausilio, Gardini, tutti zitti puttana eva!), il solo Spalletti mandato a fare la guerra da solo riuscendo a passare dalla parte del torto pur avendo ragione. Vero che l’Inter non è tutelata da nessuno, vero che tutti i giornalisti ed opinionisti hanno una squadra del cuore (Caressa core de ‘sta città ha poco da fare il permaloso, anche se sul caso specifico ha ragione, e non sapete quanto mi girino a dargliela), ma qualcuno ha evidentemente passato a Spalletti l’informazione sbagliata. Il Mister arriva e accusa tutti di aver messo in dubbio l’errore arbitrale, sfidandoli a riprendere la registrazione, che alla fine viene mostrata a pietosa chiusura dell’episodio.
Come passare da coglioni pur avendo tutte le ragioni del mondo.

Che poi debba essere Marotta, migliore amico degli arbitri fino a sei mesi fa, a combattere battaglie che in casa Inter sono ancestrali, fa parte dello scenario tragicomico di cui sopra, con il nostro che arriva a dichiarazioni di questo tipo:

Abbiamo subito un danno notevole, sarebbe stato diverso se fosse arrivato dopo 5 minuti e non a fine partita.

E ancora:

Davanti a una situazione del genere, dove si confonde l’oggettività con la soggettività, rimango basito e deluso per come viene usato questo strumento, però non me la sento di condannare l’arbitro.

No caro Marotta. Non devi dire che l’errore è grave perchè arriva a fine partita, perchè non c’entra un cazzo. E’ un errore grave punto e basta.
E non me ne frega un altro cazzo che non stia a te condannare l’arbitro.
Tu ti fermi un attimo prima di essere querelato, ma gli riversi addosso tutti gli insulti che il tuo ruolo ti permette.
Tu, nell’occasione, fai riferimento a questo come al picco di altri errori arbitrali già subiti quest’anno (vedi Parma e Sassuolo di inizio stagione).
Tu ricacci in bocca a tutti certe dietrologie compensatorie con la partita di andata, quella dei famosi polpastrelli, dicendo chiaro e tondo che il VAR ha dimostrato chiaramente che là il rigore c’era e qui invece no.
Tu, insomma, fai quello che non è mai stato fatto da queste parti, e che tu non hai nemmeno avuto bisogno di fare negli ultimi 8 anni, visto il tuo datore di lavoro.

Se poi davvero Marotta a fine partita è andato negli spogliatoi a chiedere spiegazioni all’arbitro, male: quello è un refuso juventino di cui avremmo fatto volentieri a meno. Però, ribadisco: se così è stato fatto, e se davvero ha ricevuto da uno degli arbitri l’ammissione dell’errore, allora a maggior ragione ti presenti davanti alle telecamere all’insegna del “lo dicono anche loro di aver sbagliato! Chiediamo il 3-0 a tavolino, un elicottero e la Kamchatka!“.

Invece, il solito palliativo inutile: due o tre giornate di sosta per l’arbitro, che verosimilmente quest’anno non arbitrerà più i nostri. Sai che ci frega…

Il peggio però, a livello giornalistico, non lo raggiunge nemmeno Zazzaroni con il suo già richiamato paragone tra i rigori di andata e ritorno, bensì il noto tifoso viola Sconcertante che si presta a tutti gli insulti possibili ed immaginabili.

Che da tifoso fiorentino difenda la sua squadra ci sta, lamentandosi dell’insistenza con cui il VAR è intervenuto (correttamente) a correggere decisioni sbagliate prese o non prese dall’arbitro (mi riferisco al rigore del 3-1, in effetti sfuggito a tutti ma effettivamente esistente e al netto fallo di Muriel su D’Ambrosio che porta all’annullamento del gol di Biraghi, inizialmente concesso). Tutto ciò fa parte del gioco.

Il nostro perà va oltre, arrivando -bontà sua- a riconoscere che
“L’Inter è storicamente poco protetta, sin dal rigore di Ronaldo.” Avrei da ribattere già qui, chè lo scudetto del ’64 allo spareggio col Bologna e il 9-1 con la Juve del ’61 sono segni evidenti dello scarso appeal nerazzurro presso il potere calcistico italiano, pure in periodi di gloria e vittorie.

Limitando l’analisi all’ultimo ventennio come suggerito dal nostro, è curioso constatare come in molte delle decisioni arbitrali “storiche” l’Inter sia sempre stata vittima. Cito a caso e con la certezza di non essere esaustivo:

Ad ogni modo, fatta questa premessa, il nostro si inerpica su uno sragionamento che ha davvero tanti punti da cui essere attaccato.

Una frase del genere meriterebbe paginate di piccate puntializzazioni e repliche puntute:

Gli interisti sono gli ultimi che possono parlare di complotti, visto lo scudetto assegnato a tavolino. E fu regalato da Rossi, tifoso interista. Serve aggiungere altro? Nei 10 anni di Moggi e Giraudo alla Juve, l’Inter ha preso 113 punti di distacco, arrivando due volte seconda. Però ne è stato fatto un continuo complotto.

Da buon complottista mi sento chiamato in causa. Cercherò di essere sintetico limitandomi a due punti:

Il primo: i due campionati cui si riferisce Sconcerti sono il 1997/1998 (quello “di Ronaldo”) ed il 2002/2003 (quello -si badi bene- successivo al 5 Maggio). E’ purtroppo e infatti noto che la disgraziata stagione 2001/2002 ci vide terminare terzi, superati all’ultima giornata anche dalla Roma. E’ altresì opinione diffusa che tutti e tre i campionati, con un regime arbitrale non alterato, sarebbero verosimilmente stati vinti dall’Inter di Moratti, che avrebbe così potuto vedere ripagati i suoi sforzi ben prima del quinquennio d’oro 2006-2011.
E tre Scudetti in 10 anni, caro Sconcerti, non sarebbero certo stati una media da buttar via.

Il secondo, ancor più sintomatico: che senso ha dire che l’Inter (o qualsiasi altra squadra estranea al cerchio magico bianconero) in quelle dieci stagioni ha accumulato cento e più punti di distacco? Quel periodo calcistico è stato oggetto di analisi, processi e sentenze della Magistratura sportiva e ordinaria, e mi piace riportare qui un passaggio della sentenza di Appello del tribunale di Napoli, che allarga il fetore nauseabondo (cit.) ben oltre ai due scudetti revocati alla Juventus:

Appare indubbio che sia emerso un sistema ben collaudato, peraltro già operante dagli anni 1999-2000, fra soggetti che sulla falsariga di «rapporti amichevoli» (…) ponevano in essere condotte finalizzate a falsare la reale potenzialità di alcune squadre di calcio.

Ora: in un contesto simile e così acclarato, che senso ha fare i conti sui punti di differenza tra una squadra e l’altra? Sarebbe come voler dimostrare che Ben Johnson era più forte di Carl Lewis, perchè nel lontano ’88 a Seul l’ha battuto (da dopato) nei 100 metri.

In altre parole, se mi metto in piedi sulla sedia anch’io sono più alto di Lebron James!

Anche i gestacci ci fanno…

LOTTA DURA SENZA PAURA

ROMA-INTER 2-2

Partitao meravigliao, con tante occasioni da una parte e dall’altra, che entrambe potevano vincere e su cui entrambe (ho detto entrambe) possono recriminare.

Spalletti se la gioca col centrocampo pensante: Brozo-Borja-Joao è quanto di più tecnico la nostra mediana possa offrire, e per larghi tratti del match beneficiamo delle loro geometrie.
Ho paura a dirlo, ma il giro palla da dietro pare funzionare, con Brozo ad abbassarsi tra Skriniar e De Vrij, gli esterni a proporsi per lo scarico laterale e uno dei due mediani a mettersi in verticale a centrocampo. Non sarà mai il tipo di gioco che preferisco (pura questione estetica) ma ammetto che anche il piede ruvido di Handanovic sembra trovarsi a suo agio. Così -almeno nelle intenzioni- si evitano i rinvii alla cazzimperio in avanti e si avanza in maniera più ragionata.

D’Ambrosio ancora una volta non fa rimpiangere Vrsaljko, “già disponibile e recuperato” e infatti seduto per 90′ (diobono, almeno state zitti o dite che è convalescente…): di più, il 33 dagli occhi blu mette più cross nel primo tempo che nell’ultimo trimestre, portando prima Perisic a capocciare mollemente a centro porta e poi Keità a segnare l’uno a zero su deviazione al volo di ignorantissimo stinco.

Taccio volutamente su quanto accaduto un minuto prima nella nostra area, rimandando ad apposita seziuncella.

I nostri proseguono sul canovaccio fin lì imbastito e si arriva a fine primo tempo con un palo e una paratissima di Handanovic a compensare i già citati assist dalla destra sfruttati con alterna fortuna dai nostri.

La ripresa vede subito il pari romanista, con un sinistro improvviso di Under: corretta l’analisi dello Zio nel dopogara (e forse anche di Adani in diretta). Asamoah infati non sa se uscire a contrastarlo o seguire Santon che si sovrappone, mantenendosi nella fatale terra di mezzo. Il sinistro del turco è forte e preciso, e Handanovic rimane incenerito.

Su questo il povero Samirone pagherà sempre un minimo di dazio: a mio parere il tiro era imparabile, davvero. Ma tu, caro portiere, almeno devi far finta di buttarti, devi fare la scena, anche solo per non sentirti dire “questo fa le belle statuine”.
Handanovic ormai lo conosciamo bene, è un gran portiere e nessuno lo discute; è però un freddo calcolatore e, così come non farà mai la parata plateale a beneficio dei fotografi, ha una sorta di istinto nel battezzare i tiri sui quali comunque non può arrivare. Non è la prima volta che resta immobile senza nemmeno provare la parata; poi vai a rivederla ed in effetti noti che nemmeno con l’aquilone ci sarebbe arrivato. Certo è che il tifoso obnubilato (eccomi!) vorrebbe vederlo almeno provarci.

Fine dell’approfondimento psico-attitudinale sul nostro portiere.

Contrariamente ad altre volte, il gol preso non mi demoralizza più di tanto, essendo la partita una rappresentazione plastica del concetto “vediamo chi picchia più forte”. Sarà quello, sarà che Icardi è un centravanti della Madonna, sarà che la difesa giallorossa su corner è un’allegra brigata in gita, ma a metà ripresa i nostri sono ancora avanti: corner bello teso di Brozovic a centro area, cabezazo di Icardi a timbrare l’ottavo in campionato e il nuovo vantaggio interista.

Chiaro che a quel punto uno ci spera, anche perchè la Roma, per quanto autrice di una bella partita, non sta facendo sfracelli dalle nostre parti.
Come spesso accade in questi casi, però, ci mettiamo del nostro: ecco che Brozovic di istinto allarga il gomito in area per quello che è un fallo di mani tanto palese quanto ingenuo.
Kolarov fa faccia brutta (cioè la solita) con Under accomodandosi in posizione dal dischetto e la sabongia, per quanto intuita da Handanovic -che stavolta si tuffa-, vale il 2-2 finale.

Come già detto a parenti e amici, dissento dalla chiusa finale di Sapientino Trevisani, secondo cui il pari non serve a nessuno. L’Inter a mio parere aveva come imperativo categorico quello di non perdere; la Roma non aveva altro risultato che non fossero i tre punti per accorciare le distanze.

Checchè se ne dica, i nostri sono là dove devono e vogliono essere: terzi, e per ora ancora più vicini al secondo che al quarto posto. Nessuno gli chiede di vincere il Campionato: a quel punto, arrivare secondi, terzi o quarti fa poca differenza.
Per capirci: il girone de fero di Champions non è figlio del nostro quarto posto in Campionato, ma dell’assenza dall’Europa che conta negli ultimi anni, che ci ha fatto precipitare nel ranking UEFA. Per evitare un analogo sorteggio la prossima estate, tocca battere il PSV assai più di quanto conti arrivare secondi o terzi.

 

TI AMO CAMPIONATO PERCHE’ NON SEI FALSATO

Siamo finalmente a parlare di arbitraggio e di VAR. Qui cercherò di parlare da appassionato di calcio e non da tifoso, nei cui panni tornerò subito dopo questa breve sbrodola bipartisan. Credo sappiate che del VAR penso tutto il bene possibile: è uno strumento che deve tendere alla minimizzazione degli errori, e quanto più può servire al risultato, tanto più va usato.

Fosse per me, quindi, altro che “chiaro ed evidente errore”: usatelo anche per invertire una semplice rimessa laterale, se non è stata assegnata correttamente.

Ma anche con atteggiamenti meno oltranzisti del mio, è francamente inspiegabile il fatto che Rocchi non abbia voluto o non sia stato richiamato a rivedere il contatto D’Ambrosio-Zaniolo. Oltretutto è l’arbitro stesso ad essere impallato da altri giocatori e a non essere nella posizione ideale per valutare bene quel che accade. E invece niente: il tutto con la beffa di essere nominato arbitro dell’anno nelle premiazioni del Galà di ieri sera.

Perchè tutto ciò? il complottista risponde: perchè gli arbitri, checchè ne dicano, il VAR non lo vogliono. Non vogliono perdere quella preziosissima zona grigia in cui poter interpretare, usare il buon senso e la sensibilità tanto care ad alcuni (guarda caso vestiti di quei colori…) e tanto rassicuranti per l’intero mondo arbitrale.

Con questo non voglio assolutamente dire che Rocchi abbia sbagliato per favorire l’Inter – la storia è talmente zeppa di episodi univoci e coincidenti che nemmeno il Romanista arriverebbe a tanto. Ha però un suo Ego da difendere, ed evidentemente l’uomo è talmente piccolo da non poter tollerare la minima interferenza nel proprio operato, ancor di più se l’addetto al VAR è un collega con 10 anni di esperienza in meno.

Il secondo episodio che poi porta al rigore causato da Brozovic è -come dire- troppo evidente per essere ignorato, e quindi in quel caso il nostro accetta il consiglio e va a vederlo, modificando -correttamente- la sua decisione.

Arriviamo a fine partita e all’altro episodio, frettolosamente derubricato da tutti come “spallata” o semplice “contatto di gioco”. Contrariamente all’Orsato di Juve Inter edizione 2017-2018, che continuò per larghi tratti della partita a non fischiare interventi bianconeri sui nostri per far vedere che non veniva condizionato dagli errori commessi, qui Rocchi non ci pensa nemmeno lontanamente a fischiare il contatto Manolas-Icardi, che avrebbe verosimilmente causato una guerra civile nella Capitale ma che fallo era e che come tale andava sanzionato.

Che sia chiaro: in questo caso il VAR poco poteva fare, è proprio Rocchi Horror Picture Show ad essere il colpevole.

Which brings me to the next point…

 

E’ COMPLOTTO

Spalletti non fa bene, fa benissimo a tornare da Caressa & Co. e ficcargli bene in testa (fosse stato per me sarei andato un po’ più in giù…) che gli episodi vanno mostrati tutti, e che i rigori non dati erano due, uno per parte.

Come detto, Sky ha dato il giusto spazio a Totti che, attingendo alla proverbiale ars oratoria, ha espresso le sue rimostranze sull’arbitraggio, contrappuntandolo da chicche da gran signore, del tipo “Guarda che tra poco arriva SpallettiAh beh allora me ne vado“. Quando poi Lucianino da Certaldo è arrivato, la discussione è andata su altri binari e non c’è stato modo di commentare gli episodi contestati.

Quel che torno a sottolineare per la millesima volta è che non dev’essere l’allenatore a fare questo tipo di battaglie, mediatiche ed istituzionali. La Roma non ha fatto parlare Di Francesco, ma ha chiamato quel che reputa essere la voce della società (aho’).

Ausilio, Zanetti, Gardini: dove cazzo eravate? A fare i selfie con Fiorello?

Caro Marotta, spero tu abbia preso atto della condizione in cui siamo e del modo in cui l’Inter viene gestita (internamente) e trattata (esternamente). Se già non ti è chiaro, t’el disi mi: arrivi in una Società diametralmente opposta a quella da cui provieni. Ne siamo orgogliosi e spero che non tarderai a capirne il perchè.

In mezzo al mare di differenze a nostro favore, c’è però questo importante tassello: non c’è nessuno che di mestiere porta avanti gli interessi dell’Inter nelle sedi opportune. Questo è un ruolo che storicamente all’Inter è toccato al Mister di turno, lasciato solo contro tutti a litigare facendo unicamente ricorso alle proprie capacità.

Non va bene: provvedere al più presto.

Singolare, ad esempio, la fretta e la perentorietà con cui Nicchi, Presidente dell’AIA, abbia definito “inconcepibile” l’errore commesso a danno della Roma. Parole assolutamente condivisibili in sè. Peccato per l’assoluto silenzio sull’altro intervento a fine partita. Peccato soprattutto che lo stesso Nicchi, dopo l’altrettanto clamoroso mani di Di Marco in Parma-Inter, invitasse tutti alla calma ricordando che gli errori ci saranno sempre e che bisogna lasciare gli arbitri tranquilli.

Queste le parole testuali usate dal nostro a Settembre nella circostanza:


Usare di più la Var? C’è un protocollo chiaro, e non è cambiato nulla dallo scorso anno: se gli arbitri lo seguono, è ok, se sbagliano non seguendolo è un errore. Il Var ha indicazioni chiare su come essere utilizzato, e purtroppo non cancella tutti gli errori…”.


E ancora:


In Inter-Parma Manganiello e la videoassistenza hanno commesso due errori non andando a rivedere come da protocollo, avrebbero dovuto far uso del supporto video: sul tocco di mano di Dimarco in area e su un fallo di Gagliardini che purtroppo l’arbitro non aveva visto: poteva essere sazionato col giallo o col rosso, ma la Var doveva chiamarlo”.

Tacendo per umana pietà sul fatto che poi Di Marco segnò l’eurogol con la complicità di un compagno in fuorigioco attivo. Trovate le differenze.


LE ALTRE

La Juve sbanca anche Firenze arrivando al match di venerdì contro i nostri già a 40 punti in classifica. Il Napoli riesce a battere l’Atalanta a Bergamo nel finale, mantenendo il -8 dai gobbi e guadagnando altri due punti sui nostri.

Dietro ne approfitta il Milan, che batte in rimonta il Parma grazie a un rigore assegnato col VAR (sarei incoerente se dicessi che non doveva essere dato, ma al solito i cugini riescono ad avere culo anche nella ri-analisi degli episodi in area, visto che di quel fallo di mano non si era accorto nessuno). Fatti i complimenti a Gattuso che con mezza squadra in infermeria riesce a far punti schierando Abate difensore centrale, e ribaditi gli insulti a Cutrone che è davvero scarso e arruffone, ma che segna con preoccupante continuità, arriviamo alle favolette della sera.

Il Milan è infatti a 4 punti dall’Inter, che venerdì andrà a Torino in casa dei cattivi. Il calendario proporrà poi la sfida col Napoli a Santo Stefano, mentre i cugini vanno incontro ad una fase di calendario all’apparenza più agevole. Ecco quindi solleticati gli appetiti delle televisioni locali, che approntano tabelle speranzose e preconizzanti al grido (vecchio ormai di qualche stagione)  “Dài Milan che prendi l’Inter“.

A ciò si aggiunge Cicciobello Marocchi, simpaticissimo nel comunicarci che a suo parere l’Inter non passerà il girone di Champions.
Bontà sua.

WEST HAM

Bella vittoria 3-0 in trasferta contro un derelitto Newcastle che ci lascia a galleggiare in acque ancora tranquille.

VI DO ALCUNI AVISI  (cit.)

La “V” in meno è voluta, essendo la frase da pronunciare con il tono lamentoso e cantilenante di ogni prete che si rispetti prima della benedizione finale.

Il primo è che quel paracarro di Icardi ha vinto il premio per il gol più bello della scorsa stagione (questo, per la cronaca, anche se lui avrebbe votato per questo, ed io per quest’altro).

Non solo: l’inguardabile centravanti che fa solo gol ma non partecipa al giUoco come GUeko è stato votato come Miglior Calciatore della Serie A per la scorsa stagione. Il voto, guarda caso, non è frutto dei giudizi della stampa, bensì degli addetti ai lavori (giocatori e allenatori, che per definizione un pochino di più di calcio dovrebbero capirne…).

Il secondo “aviso” è un’ammenda ad una imperdonabile mancanza nel mio ultimo pezzo sulla trasfera di Londra.

A commentare la partita, da bordo campo, c’era il mio giocatore preferito all time: Paul Emerson Ince, il Governatore, accolto così dai cinquemila interisti al seguito.


BRAVI RAGAZZI

INTER-CAGLIARI 2-0

Bene, senza molto altro da aggiungere. Bene.

Bisognava vincere, non soffrire, possibilmente non subire gol e preservare un po’ di minutaggio in vista del mercoledì di Champions.

La to-do-list è completata al 100%. I ragazzi, per una volta, han fatto i bravi.

La furmazia iniziale in verità mi provoca qualche brivido alla schiena: il Cagliari non è ‘sta gran squadra, ma partire con Dalbert, Borja, Gaglia e senza Brozo, Beavis e Icardi mi lascia un po’ sulla spine.

Sono invece curioso di vedere finalmente il Toro Martinez dopo l’infortunio che, di fatto, l’ha tenuto ancora nascosto in campionato.

Ed è proprio il succitato argentino a incornare alla perfezione un buon cross di Dalbert: palla in buca dopo nemmeno un quarto d’ora di partita.

Sit back and relax dicono sugli aerei, ed è quel che cerco di fare. In cielo mi viene benissimo. Sulla poltrona di casa davanti all’Inter un po’ meno…

Ruminiamo calcio di discreta fattura, mancando il gol del raddoppio in un paio di casi. Bellissima l’azione che porta Candreva a ciccare il pallone a centro area: per chi non l’avesse vista, basta immaginare il primo gol di Icardi nel Derby dell’anno scorso concluso con la sua tripletta. La sola differenza è che là Candreva aveva messo il cross -perfetto-, qui invece si trova al posto giusto ma manca il pallone.

Dietro soffriamo il giusto, per non dire nulla. Le mie sole perplessità derivano ancora una volta da Gagliardini, che pure in una serata tranquilla mostra le proprie lacune di tecnica individuale e tempismo negli interventi.

La ripresa procede sulla falsariga del primo tempo: il Cagliari non rinuncia a giocare, ed il possesso palla è di tutto rispetto. Tuttavia i pericoli per i nostri iniziano solo con l’ingresso di Joao Pedro a metà ripresa.

Lo stringiculo vero capita verso la mezz’ora, allorquando un corner degli ospiti viene scaraventato in porta da Dessena. Handanovic si era guardato bene dall’uscire e il capitano dei sardi dall’area piccola aveva colpito a botta sicura, col nostro portiere a respingere il pallone già ben oltre alla linea.

Il VAR per fortuna metteva le cose a posto, visto che il braccio di Dessena andava proprio a colpire la palla, terminata in porta unicamente per quella manata malandrina.

Il genio, ricevuta l’inevitabile giallo per fallo di mano, faceva addirittura il fenomeno protestando la sua innocenza (???) e andando a tanto così dall’essere cacciato dal campo.

La strizza presa forse desta i nostri. Splendida la combinazione che porta Dalbert a recuperare palla e servire Politano sulla fascia. Da lì sapiente tocco in orizzontale per il Ninja che con l’esterno fa scorrere ancora meglio liberando Candreva solo davanti al portiere: il nostro però prende la mira e gli spara contro, condannandosi alle Madonne del primo anello arancio e all’inevitabile sostituzione che arriva poco dopo.

Complici anche i cambi (dentro i due croati per Candreva e Gagliardini), i nostri continuano col ritmo barzotto e la pericolosità delle giocate.

Il raddoppio arriva sugli sviluppi di un corner battuto da Borja: Politano sbaglia il primo stop, ma la palla gli rimane lì e non ci pensa due volte a caricare il sinistro e tirare.

Pochi l’hanno visto, ma la conclusione subisce una leggera deviazione di un difensore che rende la traiettoria ancora più velenosa per Cragno: la palla bacia il palo lontano ed entra in rete.

Partita finita e tutti contenti. Mercoledì c’è il PSV in Olanda e domenica la SPAL a Ferrara. Due gare da non fallire per poi lavorare al meglio durante la sosta e preparare il trittico Derby-Barça-Lazio come si deve.

 

LE ALTRE

Vincono Juve e Roma, il che vuol dire tre punti recuperati su Lazio e Napoli. Vincono però anche Milan e Fiorentina, il che vuol dire terzo posto appaiati ai Viola e al Sassuolo, “stranamente” inesistente contro i rossoneri (vero Squinzi?).

Onestamente imbarazzante la superiorità dei gobbi contro quella che si pensava essere la squadra che più di tutte avrebbe potuto metterla in difficoltà. E invece… Mezz’ora scarsa di sofferenza, gol di Mertens subìto, e poi via in scioltezza o quasi.

Chiaro che non potranno vincerle tutte, ma la sensazione che si giocherà per il secondo posto si fa più concreta di settimana in settimana .

 

E’ COMPLOTTO

Qui vi devo chiedere un atto di fede o, se preferite, la condivisione di parte della mia sindrome di accerchiamento.

Parlo di Sassuolo-Milan, partita agilmente vinta dai cugini che rifilano quattro pere alla stessa squadra in grado, coltello tra i denti, di batterci all’esordio di Campionato, epperò in questa sede banda di bravi ragazzi pronti a fare gli onori di casa.

Ora, lasciando perdere la nostra insipienza e la -prima ma non ultima- giornataccia arbitrale di quel dì, fa specie vedere come, ancora una volta, la banda-Squinzi si riduca a tappetino casa allorquando arrivano gli ospiti importanti.

Non trovo la foto in rete, ma vi giuro che su Sky l’ho visto: il Presidente del Sassuolo inquadrato nel suo box presidenziale, con tanto di pargoletto al fianco agghindato con agghiacciante maglietta rossonera. Nemmeno la decenza di far finta, aldilà delle dichiarazioni di facciata

Poi guardi i primi due gol del Milan: un coast to coast di Kessie manco fosse George Weah, che si fa 80 metri di campo senza che a un avversario venga nemmeno il dubbio di andare a contrastarlo.

Suso a inizio ripresa fa un bel tiro di sinistro: forte ma non fortissimo, e che soprattutto centralissimo, altro che “amazing goal“…

2-0 e tutti comodi, riesce perfino a segnare Castillejo, ovviamente già diventato “Samu” per tutti (è pur sempre compagno di squadra di “Jack” e “Gigio”), e poi ancora Suso con botta di culo sotto forma di deviazione.

Morale: la litanìa del #connoituttifenomeni, se necessario, ha avuto nuova conferma della propria validità.

 

WEST HAM

Alla grande, battiamo 3-1 il Man Utd mettendo -purtroppo- in grossa crisi Mourinho. Tutti contenti: noi per essere tornati a battere una grande di Premier, gli altri per poter insultare José senza tema di smentita (quantomeno immediata) e pronti a schierarsi dalla parte di Pogba nella diatriba mancuriana di stretta attualità.

int cag 2018 2019