I SHOT THE SHERIFF

INTER-SHERIFF 3-1

Oltre che per il ritardo, chiedo scusa per il titolo più banale che poteva uscire dalla penna di un vecchio rocker come me. E non fate i maestrini dicendo che il pezzo è reggae, chè io come tanti altri l’ho scoperto nella versione di Slowhand Clapton.

Comunque, solida e meritata vittoria per i nostri, che segnano tre gol e ne sbagliano una decina di altri, riuscendo nell’impresa di non farmi stare tranquillo nemmeno stavolta.
Inzaghi fa la mossa che avrei fatto domenica prossima contro la Juve, e cioè schierare Dimarco al posto di Bastoni come “braccetto” di sinistra, in modo da sfruttarne la velocità insieme a quella di Perisic a tutta fascia. Il risultato è buono lo stesso, visto che l’italiano ha gamba reattiva e un sinistro che a quelle latitudini non si vedeva da tempo.
Vidal completa la mediana dietro a Brozo e #Baredovesei, e fa la sua porca figura con la ciliegina del gol.
Davanti Lautaro si dimena per 90 minuti senza riuscire a trovare il gol ma muovendosi bene, mentre Dzeko fa la sua miglior partita in maglia nerazzurra, che pure inizia mangiandosi un gol solo davanti al loro portiere, dopo acrobatico suggerimento del Toro.

La girata di sinistro che vale l’1-0 è un trattato plastico di tecnica e equilibrio tra forza e precisione che andrebbe mandato in loop alle scuole calcio di mezzo mondo. Non basta, chè il bosniaco ricama calcio a tutto campo, regala assist ai compagni (vedi Vidal per il secondo gol) e si esibisce in un recupero difensivo da applausi, condito da dribbling di classe in area e ripartenza sul compagno in uscita.
La responsabilità per la seconda e ultima palla sbagliata della partita è solo colpa mia, visto che dico a voce alta “Dzeko sta facendo una partita di un’intelligenza spaventosa” nell’esatto istante in cui toppa un passaggio orizzontale e fa scattare il loro contropiede. Mi perdonerete.

Le note dolenti arrivano da Dumfries, primo a mangiarsi un gol facile-facile e unico a non raggiungere la sufficienza: si riprende giusto nel finale con un paio di giuste imbucate e con l’assist di testa per De Vrij sul gol del 3-1. Per ora è uno splendido quattrocentista coi piedi fucilati. Speriamo che l’autunno lo faccia maturare senza bisogno di metterlo in botti di rovere.

Loro: poca cosa, e senza nemmeno il culo avuto nelle precedenti rocambolesche vittorie. Accettano senza il minimo problema il nostro gioco, rintanandosi e cercando di attivare un contropiede che non è nemmeno velocissimo, e che raramente ci crea problemi.
Handanovic è bravo nel primo tempo a fermare un tiro di sinistro sul suo palo; non altrettanto nella ripresa, quando arriva a fine slancio solo a toccare il pallone calciato su punizione da 30 metri da Thill. Il tiro è bellissimo, ma un gol così entra solo con la fattiva collaborazione del portiere.

Il pareggio poteva giocare brutti scherzi, conoscendo la labile psiche dei nostri, e invece la partita prosegue sulla stessa falsariga, con i ragazzi a ricercare subito il vantaggio e a trovarlo pochi minuti dopo con la già accennata combinazione Dzeko-Vidal. A quel punto sono loro ad accusare la botta, e i nostri trovano il terzo centro con una bella girata di De Vrij, ancora sugli sviluppi di corner, cosa di cui stranamente non ho ancora sentito blaterare. Forse le tante occasioni create – ne ho contate una decina, gol esclusi – hanno tappato sul nascere la bocca ai tanti Luoghi Comuni Maledetti legati alla sterilità della manovra nerazzurra o sull’imprescindibilità dei calci da fermo per sbloccare la partita.

Permalosità a parte, ci rimettiamo in carreggiata nel girone. Niente è ancora fatto, ma toppare mercoledì avrebbe voluto dire salutare la Coppa dopo sole tre partite. The King of Spannometric dice che con due vittorie contro Sheriff e Shakhtar potremmo essere tranquilli anche in caso di sconfitta contro il Real, ma dei miei mi fido ancor meno che degli avversari, quindi testa bassa e pedalare.

LE ALTRE

Non potendo dire che il Milan ha perso #atestaalta, la critica ha legittimamente attinto ai tanti infortunati nella rosa di Pioli, volando alto sull’inconsistenza di Giroud e Ibra e sulla misura della sconfitta, ben più ampia del risicato 1-0 finale, arrivato oltretutto su un’azione più che dubbia del Porto. Al solito, c’è che si spinge oltre, e dall’ottimismo oltrepassa le porte della percezione finendo per sconfinare in un affascinante visione fideistica: per il Milan aver perso tre partite può essere uno stimolo, una spinta. Insomma, meglio così.

La Juve replica le ultime partite fatte di solidità granitica, poche occasioni ed ennesimo 1-0 portato a casa, per la frustrazione dei tanti giochisti e col ghigno beffardo di Allegri. Ribadisco: mi preoccupano assai, e domenica sarebbe proprio i caso di far rifiorire i tanti dubbi che ultimamente hanno convertito in certezze.

Ho invece visto una splendida Atalanta mettere sotto il Manchester United all’Old Trafford per un tempo, e avere ancora un paio di occasioni per fare il terzo gol dopo il pari di Maguire. Poi, come spesso accade in questo mondo crudele, arrivano quelli forti e CR7 vince la partita. Ma la prestazione resta, e la fiducia nel poter passare il turno anche.

E’ COMPLOTTO

Premetto che la mia è una sensazione, non ancora suffragata da evidenze concrete, ma la preferenza attuale riservata all’Inter è a mio parere ancora figlia della “luna di miele” riservata ad Inzaghi in quanto nuovo allenatore. La sconfitta con la Lazio a mio parere era meritevole di maggiori critiche, che invece si sono limitate a bonarie ramanzine sull’importanza di mantenere la concentrazione alta per tutti i 90 minuti.
Pochi sottolineano le tante reti subite e le troppe occasioni non concretizzate: il tutto è coerente con la predilezione per un calcio d’attacco, spensierato e noncurante delle falle difensive, inevitabile lato B di un disco basato su pressing alto e manovre ariose.
E ancora: tutto è accompagnato dalla piacevole inoffensività dell’Inter. Ecco dove arriva il mio sofisticato teorema complottista: ci incitano a continuare così, ci spingono a rimanere inoffensivi, poco pericolosi, comprimari a un banchetto in cui gli ospiti d’onore sono gli altri.

I confronti con l’anno scorso sono volutamente parziali: rispetto a quella di Conte, l’Inter di Inzaghi ha segnato di più e subito di meno. Vero. Non uno però che ricordi la svolta dello scorso campionato, arrivata proprio di questi tempi, dopo la quale la difesa ha chiuso la porta a doppia mandata e Lukaku, Martinez e Hakimi hanno maramaldeggiato nelle aree avversarie.

L’auspicio è che anche l’attuale allenatore trovi il cacciavite giusto per serrare un paio di giunture e dare più equilibrio alla squadra. I punti da recuperare non sono pochi, ma la strada è lunga.
La partita con lo Sheriff potrebbe essere un inizio promettente, a patto di ribadire il concetto già nei prossimi giorni.

“Sempre allegro il Lolli eh?” (cit. dedicata a Brozo)

FAMOUS LAST WORDS

SASSUOLO-INTER 1-2

Essendo l’Inter squadra simpatttica per definizione, le mie sentenze post-Atalanta vengono in buona misura smentite nella partita di sabato sera, con Handanovic e Dzeko sugli scudi e Barella a perdere più palloni in 90′ che negli ultimi due anni.

Chissenefrega, mica voglio aver ragione, a me interessa che vinca l’Inter!

Andando con ordine, la trasferta nella mai troppo amata Sassuolo – che poi in realtà gioca a Reggio Emilia ma va beh,,, – non mi lasciava per nulla tranquillo. C’entra Squinzi e il suo passato di chimico pseudo difensore dei piccoli ma in realtà servo dei grandi, c’entra la sua proverbiale liaison con i colori rossoneri, c’entra la prona devozione alla Torino bianconera, senza dimenticare la retorica stantìa della favola calcistica, il bel giuoco e i bravi ragazzi italiani che negli anni mi ha fatto maledire Parma, Udinese e Chievo.

Il primo tempo del match rinforzava i miei grigi presagi, con i neroverdi a correre come pazzi, Boga nelle vesti di imprendibile Speedy Gonzales e Berardi a segnare per la centordicesima volta contro la squadra di cui è tifoso fin da bambino.

Pensa se gli stavamo sulle balle…

I nostri confermano una tendenza già palesata nelle ultime uscite, e cioè l’incapacità di palleggiare in tranquillità, soprattutto ad inizio azione. Tante volte ho maledetto i passaggi stitici dei nostri difensori che passavano pericolosamente vicino ai piedi avversari, ma nelle giornate di grazia il rischio è stato più volte ripagato. A Reggio Emilia, ancor più che con Atalanta e Shakhtar, i nostri hanno invece fornito una dimostrazione pratica di come non uscire palla al piede da dietro, con Barella a regalare l’azione da cui nasce il rigore – solare – su Boga e De Vrij –tu quoque– a ciabattare un retropassaggio che costringe Handanovic all’uscita disperata, su cui avrebbe potuto chiudersi la partita.

Nelle scorse settimane mi sono lamentato per rigori evidenti non fischiati a nostro favore; allo stesso modo non ho problemi a riconoscere che a maglie invertite mi sarei imbufalito se l’arbitro non avesse espulso un portiere che esce ostacolando l’avversario in quella maniera. Vero: Samir fa di tutto per non toccare Defrel, ma di fatto gli si piazza davanti e pare anche toccarlo in faccia col gomito. In un’epoca di “danno provocato”, “imperizia”, “eccessiva foga”, mi aspettavo il rosso per il nostro portiere e un secondo tempo da incubo.

Ho sentito Caressa e gli altri parlarne perplessi, soprattutto per la mancanza di spiegazioni da parte dell’arbitro. Musica per le mie orecchie, che vorrebbero sentire in vivavoce i colloqui tra arbitro di campo e VAR, all’insegna della massima chiarezza. Marchegiani butta lì una possibile motivazione, e cioè che l’intervento non sia considerato da “rosso”, essendoci Skriniar che sta rientrando e che potrebbe contrastare l’avversario. Caressa prova a fare il maestrino parlando di “cono di luce” e di palla che si sta dirigendo verso la porta e non verso l’esterno e quindi rigettando la tesi. Poi mandano il replay e la si vede la palla che rotola al di fuori dell’area piccola, altro che verso la porta…

Ad ogni modo, arbitri: parlate e spiegate, cazzo.

Invece, incassiamo la gradita botta di culo e, nella ripresa, ribaltiamo il match, non prima di aver reso merito a Handanovic per una parata sullo sgusciantissimo Boga, che spara un sinistro rasoterra sul palo lungo, neutralizzato con parata felina dal nostro portiere. Siamo ancora vivi, e proprio per questo togliamo dal campo un paio di moribondi: Correa e Calhanoglu (lui sì, confermatissimo nella lista dei cattivi) non la beccano mai ed escono dopo 55 minuti di nulla, sostituiti da Vidal e Dzeko. Fuori anche un insipido Bastoni per un Di Marco ancora una volta convincente, commento applicabile anche al cambio di esterno Darmian – Dumfries.

Quattro cambi insieme non li avevo mai visti se non nei Trofei Moretti estivi, ma erano tutti necessari. Poi ci si mette anche un po’ di culo, visto che bastano trenta secondi e un cross nemmeno così bello di Perisic per liberare Dzeko sul secondo palo per il comodo colpo di testa che vale il pari.

Punteggio e inerzia della partita totalmente cambiati, e partono dieci minuti a manetta: è la situazione ideale per Vidal, giocatore che con gli anni pare giocare molto più sull’entusiasmo del momento e non sulla solida regolarità che ne ha contraddistinto la carriera. Ma è un mio parere e, vista l’affidabilità delle mie previsioni, è probabile che ce lo ritroveremo in cabina di regia a giostrare come un moderno Matteoli.

Poco dopo è sempre Dzeko a seguire una palla in profondità di Brozovic, anticipando Chiriches e inserendosi tra lui e il portiere. Consigli, che sui miracoli contro l’Inter ci ha costruito una carriera, stavolta sbaglia i tempi dell’uscita e sbilancia Dzeko a cavallo dell’area, prima di prendere la palla con le mani. Rigore, e meno male che la rusada (spinta per i non meneghini) decisiva è già all’interno dei 16 metri, perché già mi aspettavo la beffa della punizia dal limite spedita in gradinata.

Dal dischetto va Martinez che spiazza il portiere e fa 2-1.

L’ultimo quarto di gara i nostri lo giocano con sapienza, senza rischiare granché e trovando anche il 3-1, giustamente annullato per fuorigioco.

Vittoria complicata e sofferta, con una considerevole dose di buona sorte nell’episodio di fine primo tempo: giocare in dieci la ripresa avrebbe dato tutt’altro gusto al match e aperto un sacrosanto processo alla tenuta mentale dei nostri difensori. Invece, andiamo alla sosta con tre punti in saccoccia, apprestandoci ai soliti rosarioni collettivi nella speranza che le trasvolate oceaniche dei nostri non abbiano conseguenze sul loro stato di salute.

Il ritorno vedrà un trittico di partite mica da ridere, con Lazio in trasferta, Sheriff e poi Juve in casa, tutte in una settimana. Inutile dire che saranno giorni cruciali per i nostri.

LE ALTRE

Continua il mio allarme per la risalita della Juve. Il Derby vinto col Toro è un altro pessimo presagio, visto che il pari sarebbe stato probabilmente la fotografia migliore per quanto fatto vedere dalle due squadre. Invece, il tanto vituperato colpo del singolo, l’azione improvvisa così deprecata perché non arriva dopo lunghi minuti di ruminamenti a tre all’ora, sposta l’equilibrio e porta i tre punti dalle parti di Allegri. Occhio, chè questi arrivano…

Napoli e Milan non hanno nemmeno il fattore novità, visto che continuano non solo a vincere ma a mostrare uno stato di forma difficilmente pronosticabile a inizio stagione. Ho visto i cugini sbarazzarsi dell’Atalanta con facilità, giocando una partita per me bellissima, fatta di continue accelerazioni, tutta in verticale, in culo al possesso e al giro palla manovrato. C’hai Theo Hernandez, Leao, e compagnia? Sfruttali, perdìo! E’ quel che fa Pioli, e Gasperini, per una volta, non ci capisce molto. Vero che le assenze di Gosens e di Pessina non aiutano, ma duole ammettere che la vittoria è meritata.

La certezza è che il Napoli non potrà andare avanti e vincerle tutte. La speranza è che il Milan non sia in grado di mantenere questo idillio di forma ed efficacia a lungo. Sarebbe bellissimo che il ritorno dello splendido quarantenne (auguri al vecchio cuore nerazzurro Zlatan) facesse saltare gli equilibri cesellati con tanto amore dagli artigiani di Milanello Bianco.

E’ COMPLOTTO

Non parlerò qui del bilancio presentato dall’Inter, con la perdita record di 245,6 milioni, se non per segnalare come un numero così abnorme, per quanto riferito ad una situazione già passata, sia sufficiente per soffiare sul fuoco del disfattismo, dell’inevitabile ed imminente cessione da parte di Suning. Del resto, come abbiamo imparato da un anno a questa parte, ogni settimana è quella decisiva per la vendita a BC Partners, Oaktree, PIF, Ciccillo ‘O Meccanico…

Sono invece curioso di sentire come verrà giudicata la vittoria del Milan dal punto di vista del gioco, visto che tutto si può dire dei rossoneri ma non che pratichino un calcio palleggiato e corale. Prevarranno insomma i Talebani Calcistici, secondo cui è ontologicamente necessario fare il Bel GiUoco (whatever that means) per poter vincere, oppure ancora una volta avrà la meglio la retorica di Milanello Bianco, che cosparge di miele tutto quanto arriva da quelle latitudini?

Probabile che Sacchi scriverà l’ennesimo pezzo che va riproponendo da decenni, snocciolando statistiche accomodate a proprio uso e consumo, ma quella ormai è una non-notizia. Per Arrighe, lo sappiamo, tutto ciò che non sia corto-umile-intenso non è nemmeno degno di essere chiamato calcio, e il problema non sarebbe nemmeno lui, che su quel credo ha basato il suo quadriennio magico (chè la sua carriera ha avuto successo per quattro anni, non di più, ricordiamolo). Il problema – l’ho detto altre volte e mi scuso per la ripetizione – è che lo sport italiano l’ha eletto a maestro inconfutabile e genio assoluto di un calcio che, spiace per lui, è in continua evoluzione. Il suo calcio fatto, tra altre nefandezze, di difese altissime, in tempi di VAR sarebbe probabilmente vittima di un paio di gol a partita, visto che già ai tempi di Franchino Baresi e del suo braccio alzato erano tante le volte in cui, al replay, si diceva “ah in effetti il fuorigioco non c’era…“. Ma erano, appunto, altri tempi, inutile rivangare. Utilissimo, invece, sarebbe svecchiare questi canoni e uscire una dannata volta dal manicheismo che vede un solo modo di giocare al calcio, a prescindere dai giocatori a disposizione, e che di risulta condanna all’inferno ogni eretico che lancia a campo aperto il Chiesa, il Lukaku o il Theo Hernandez di turno.

Ma vallo a dire a certa gente…

Entra e ribalta la partita. Poche volte così contento di aver avuto torto

NATA VOTA

SHAKHTAR-INTER 0-0

Per la terza volta in dodici mesi, i brasiliani di Ucraina ci costringono ad un insipido e pericoloso pareggio a reti bianche, riaprendo scenari apocalittici in ottica Champions.

La contemporanea vittoria dello Sheriff neintemeno che al Santiago Bernabeu complica ulteriormente le cose, con tutte e quattro le squadre ancora in corsa per la qualificazione.

Mai stati bravi noi nel trarre il meglio da incastri complicati e aperti a tante soluzioni diverse: di solito la Legge di Murphy ci guarda benevola, quasi rassegnata come a dirci “ragazzi, ma sempre da voi devo venire?“. La speranza è che questa sia l’eccezione che conferma la regola.

De Zerbi non ha tardato ad imprimere il suo gioco a quelle latitudini, e quindi assistiamo ad un palleggio insistito che, sebbene non crei chissà cosa -ah che banalità tirare in porta…- d’altra parte ci tiene per lunghi quarti d’ora a correre a vuoto, sprecando energie che fatalmente vengono meno sotto porta.

Una brutta partita in cui il solo Skriniar brilla per costanza ed efficacia: è lui a salvare un gol già fatto in uno dei rari casi in cui il petting calcistico dello Shakhtar arriva alla penetrazione (so’ poeta, checcevoifa’?); sempre lui a fermare i tentativi di incursione dei vari brasiliani in rosa. Per il resto, tutti vivacchiano sul 5,5, con minime variazioni verso l’alto – Sanchez per una volta ha reso preziosa la sua mezzora da trottolino amoroso – e verso il basso – Dzeko e Martinez si mangiano un gol a testa che mi costa decine di punti Paradiso.

Ciononostante, creiamo cinque palle gol nitidissime, salvo mangiarcele da sole (vedi supra), spararle sulla traversa (Barella a voragine come il miglior Stankovic) o trovare il vecchio portiere in serata di grazia (nel finale prima su tir’aggir’ di Correa e sul corner successivo su capocciata di De Vrij). Non poco, ma nemmeno abbastanza: il pari è giusto e, cosa più importante, fa pensare.

La sensazione è stata quella di una squadra per la prima volta stanca e non reattiva: gli stessi Barella e Brozovic hanno girano ben al sotto dei loro standard, con il croato a conoscere l’onta della prima sostituzione stagionale, lui che da tutti, Inzaghi compreso, viene definito come l’architrave irrinunciabile del nostro centrocampo.

La ricetta del dottore è semplice: tocca battere due volte gli Sceriffi sperando in altrettanti pareggi tra ucraini e Real, per poi trovare almeno una vittoria nelle ultime due gare. Il bonus-rodaggio e i jolly da giocare ce li siamo già fumati. Vincere tre delle prossime quattro insomma, dopo aver raccolto un punto nelle prime due. Hai detto niente…

Champions a parte, e senza voler infierire gratuitamente su Dzeko, faccio solo presente una cosa. Il bosniaco non è stato “opaco per la prima volta in stagione” come ho sentito dire a commento della prestazione. Ha giocato più o meno come le altre volte, solo che fino a martedì aveva accompagnato i tanti errori sotto porta e in impostazioni al gol salvifico (vedi Atalanta, vedi Bologna…), mentre in Ucraina si è limitato alla prima parte del copione.

La speranza è che il ritorno di Correa possa garantire un effettivo turn over tra i tre (chè anche Lautaro deve rifiatare) che riesca a migliorare la lucidità in zona gol. Vero che siamo il primo attacco del Campionato, ma – non so a voi – a me restano molto più in mente i gol sbagliati di quelli fatti.

Sabato andiamo a Sassuolo, trasferta che negli anni ci ha visti uscire con le pive nel sacco o dopo averli seppelliti di gol. Poi ci sarà la sosta, motivo in più per non fare cazzate e rimettersi in carreggiata, anche perché le altre stanno bene, come la stessa Champions ha dimostrato.

LE ALTRE

La partita migliore delle quattro italiane l’ha fatta l’unica che ha perso: il Milan nella prima mezz’ora ha dominato contro l’Atletico di Simeone. Rimasta in dieci per una doppia ammonizione di Kessié, che nella circostanza ha dimostrato di avere l’intelligenza calcistica di un Muntari qualunque (altro che “arbitro brutto e cattivo“…), gli spagnoli hanno continuato a cincischiare, creando un paio di occasioni con Suarez ma poco altro.

La traversa di Leao – splendida rovesciata – avrebbe portato il parziale sul 2-0 e lì credo che sarebbe finita.

Paradossalmente l’Atletico, pur avendo l’uomo in più, è stato bravo a tenere aperta la partita, e alla fine il pari è arrivato con una bella azione chiusa da Griezmann.

Da interista, ho goduto parecchio nel vederli perdere al 96′ per un rigore che più dubbio non si può. Non posso definirlo inesistente, perché la palla in effetti finisce sul braccio del difensore: il problema è che appena prima è l’attaccante a fare altrettanto. Ripeto: godibile spettacolo per un tifoso come me, avvelenato dal proverbiale e collaudato affair tra i cugini e il dischetto. Detto questo, la sconfitta arriva come la peggiore delle beffe.

Mi aspettavo il titolo “A testa altissimissimissima” ma si vede che non ci stava su una riga sola, e quindi si è ripiegato su un per nulla partigiano “Milan Scippato“.

L’Atalanta ha fatto la sua partita, confermandosi squadra solida e capace di portare a casa il risultato anche senza andare a mille all’ora per 90 minuti.

Purtroppo brava la Juve, anche se gli esteti del bel giuoco saranno inorriditi per le due linee a protezione del vantaggio di Chiesa. Fossi juventino (che Dio me ne scampi), sarei contentissimo della prestazione ancor prima che del risultato. Occhio, chè questi stanno tornando, e lo stesso Bonucci, nemmeno troppo tra le righe, riconosce che gli ultimi due anni sono stati un po’ buttati nel cesso.

Lasciamo la Cèmpions per qualche settimana e testa sotto col Campionato: qui i rivali stanno viaggiando a velocità folli, tocca non farli scappare via.

Lo Spiazel One sembra dire “questo lo segnavo anch’io”. Confermo. Anche oggi. Anche in mocassini.

DUE A DUE? NO, TRE A TRE

INTER-ATALANTA 2-2

Come finisce una partita che avresti potuto vincere ma che hai rischiato di perdere? Esatto, in un banale ma pirotecnico pareggio.

Il derby cromatico è finora la partita più bella giocata in Serie A quest’anno, dettaglio trascurabile per il tifoso parte in causa, ma che almeno offre uno spettacolo godibile agli osservatori non interessati.

Io, bilioso appartenente alla vecchia scuola, in casi del genere tendo sempre a guardare gli errori che hanno causato la girandola di gol prima di unirmi alle lodi del calcio champagne mostrato dalle due squadre. La premessa ci porta alla spiegazione del titolo.

Dalla partita di sabato ci portiamo a casa tre problemi, tutti già noti, e tre speranze per il prosieguo della stagione. Cominciamo con il libro nero dei cattivi.

Handanovic: tre o quattro parate con lo sguardo laser, un paio di parate della Madonna con le mani, ma anche un gol e mezzo sulla coscienza. Il mezzo si riferisce al 3-2 fortunatamente annullato, mentre il vantaggio bergamasco di Toloi beneficia della fattiva collaborazione del nostro. Il tiro di Malinosvkyi è senz’altro forte, ma tutt’altro che angolato; il movimento delle mani del nostro portiere vorrebbe respingere la palla lateralmente, ma l’effetto è drammaticamente diverso. Palletta centrale succulenta su cui arriva il terzino avversario per il comodo tap-in.

Non giudico tecnicamente la difficoltà dell’intervento, non ne ho le competenze. Quello che so è che da tempo io mi cago sotto ad ogni tiro che arriva in porta: spero che i compagni di squadra siano più coraggiosi di me, perché la prima qualità che deve avere un portiere è quella di trasmettere tranquillità e fiducia alla sua difesa.

Non c’è soluzione a breve, tocca (sos)tenerlo per i prossimi mesi, ma al contempo non ritardare ulteriormente l’avvicendamento a fine stagione che negli ultimi anni è passato dall’essere possibile a opportuno, fino a diventare ora necessario.

Calhanoglu: il turco sta facendo quel che sempre ha fatto in carriera, il talento purissimo ma scostante. Ha infiammato il popolo interista con un esordio da campione, mostrando un piedino mica da ridere. Col mese di settembre è invece entrato in letargo, dando sporadici segni di vita. Ora, ripeto: nulla che un buon osservatore non potesse aspettarsi, ma non per questo dobbiamo attendere sine die il ritorno della primavera nella valle dei castori.

I cugini milanisti si sono tolti un bel peso a sbolognarcelo, seppur a costo zero: la Gazza però si dimostra nell’occasione ancor più partigiana dei tifosi rossoneri, visto che, a commento del sacrosanto 5 in pagella, chiosa: “Un quarto d’ora d’illusione: sembrava il Calhanoglu milanista, poi scompare“.

Carinerie della stampa a parte, urge un cambio, che pare ci sarà già stasera in Champions: tenere in campo uno che gioca a tre all’ora ma è bravo a battere le punizioni mi pare uno spreco. Eriksen non è mai stato il mio preferito ma avrebbe garantito una maggior solidità, il che – poverino – è tutto dire… Che sia Vecino, che sia Vidal, il cambio si impone, così magari il ragazzo capisce che deve disciularsi.

Dzeko: qui sapete che ho un po’ il dente avvelenato. L’ho preso al Fantacalcio proprio pensando a quella cazzo di inerzia mediatica positiva di cui ho parlato nell’ultimo pezzo e che si è puntualmente riproposta dopo la partita contro l’Atalanta. 7 in pagella unicamente per aver segnato a porta vuota da due metri. Che, per carità, va benissimo e tanta grazia che almeno quella palla l’abbia messa dentro. Ho smesso di incazzarmi per i gol che si mangia (uno dopo tre minuti, nemmeno facilissimo, uno a tre secondi dalla fine, di testa da solo, una roba da non credere…). Sapevamo di aver preso il Cigno, quello che ha i piedi ricamati, quello che fa giUocare bene la squadra. Bene: 16 palloni persi durante la partita. Stop a inseguire, passaggi stitici che castrano tante possibili ripartenze. La stessa azione che porta all’iniziale vantaggio di Lautaro nasce da un rimpallo tra lui e un avversario che di culo fa arrivare la palla a Darmian e da lui a Barella per il cross, altro che intelligente apertura per il compagno.

L’ho lodato dopo Firenze per il gol bello, cazzuto e decisivo, ma sabato le palle (non solo quelle in campo) sono tornate a strisciare per terra. Excuse my french.

Quindi siamo tutti nella merda?

Non esattamente. Siccome pareggio è stato, ho pensato a tre cose buone da portarci via dal pari di sabato.

Di Marco: inizio proprio da quel che sembrerebbe il principale indiziato, avendo sbagliato un rigore che nessun altro ha avuto il fegato di tirare. Inciso rancoroso: si è mai visto un centravanti che non tira i rigori? Non un analfabeta dei fondamentali come Pippo Inzaghi, uno che giUoca bene, che ha i piedi da centrocampista, che ha l’esperienza internazionale. Chiudo la polemica contro il Cigno di Sarajevo.

Dicevo di Di Marco: bravo il Mister a metterlo dentro al posto di Bastoni, guadagnando in inserimenti e presidio della fascia mancina. Cross, tiri, pressing nella loro trequarti: ottima partita. Non so se sia già in grado di prendere possesso della fascia e panchinare definitivamente Perisic, ma è bravo e va fatto giocare spesso.

Lungi da me fare lo sproloquio del ragazzo cresciuto nelle giovanili, a cui come forse saprete sono allergico, ma l’attaccamento alla maglia e la serietà del calciatore si è vista anche nel presentarsi ai microfoni dopo aver spedito sulla traversa il possibile 3-2. Bravo.

Barella: la prestazione sontuosa sta diventando quasi una non-notizia. In condizioni di forma strepitose, dopo un Europeo giocato comprensibilmente non al massimo. Ce lo godiamo tra sgroppate da quattrocentista e assist al bacio (cinque in altrettante partite di campionato, scusate se è poco), il prossimo capitano è già oggi un tassello imprescindibile del centrocampo di Inzaghi. In tanti parlano dell’insostituibilità di Brozovic, e concordo se guardiamo alla penuria di possibili sostituti in rosa, ma come calciatore, Barella oggi è più forte.

Dopo il rinnovo di Martinez, il suo è il prossimo nome da cerchiare in rosso in agenda, seguito a ruota da Skriniar e dallo stesso Brozovic. Sempre per non scadere nel mieloso qualunquismo, non li dilungherò sulla comprovata fede nerazzurra del ragazzo di Sardegna.

Difesa: un apparente controsenso, visto che in sei partite giocate finora l’Inter ha subito ben 7 reti. Il ragionamento parte dall’anno scorso, quando la squadra di Conte aveva avuto un inizio sbarazzino, tutto votato all’attacco, per poi darsi una regolata e chiudere con la miglior difesa (oltre che col secondo attacco, ma questo fa più fatica dirlo…). il mio è quindi un auspicio: che non solo Handanovic ma tutta la fase difensiva serri le giunture dei serramenti e chiuda la porta a doppia mandata, in modo da soffrire un po’ meno.

Dei tre centrali di difesa, mi pare che solo Skriniar abbia iniziato da par suo, per quanto anche lui contro l’Atalanta ne abbia combinata qualcuna. De Vrij incredibilmente ha sbagliato un paio di mezzi tempi, mentre Bastoni alterna ancora grandi giocate ad attimi di distrazione. Niente di drammatico, stanno carburando ed è fisiologico un periodo di rodaggio.

Si conoscono e sanno di poter fare di più: che lo dimostrino a breve e ci divertiremo anche quest’anno.

LE ALTRE

Il Napoli continua il suo percorso netto, fatto di sole vittorie. Chapeau a Spalletti e ai suoi, che gli vuoi dire? Lucianino anche con noi era partito alla grande, per poi smarrirsi e ritrovarsi nel girone di ritorno. Vedremo cosa farà all’ombra del Vesuvio, ricordando che a Gennaio Koulibaly e Osihmen partiranno per la Coppa d’Africa.

Lo riconosco: gliela sto gufando.

La Juve vince. Male, ma vince. La cosa mi dispiace ma non mi sorprende. Piuttosto, sarà interessante capire come faranno fronte alla doppia assenza di Dybala e Morata, che salteranno almeno un paio di partite. Le alternative, dopo l’addio di CR7, non sono infinite.

Il Milan continua il periodo aureo e batte lo Spezia in maniera simile a quanto fatto in casa col Venezia, e cioè soffrendo forse più del dovuto e sbrigando la pratica nel finale. Tutto ciò però perde di qualsiasi rilevanza, visto che abbiamo assistito al primo gol di Daniel Maldini. Ho volutamente girato al largo da trasmissioni sportive e siti internet per non compromettere la mia salute glicemica, che ha comunque vacillato nell’unica rapida incursione sul sito Gazzetta nella serata di domenica. Cinque pezzi che parlavano del gol, della dinastia, dello sguardo di papà Paolo… Insomma questa roba qui:

Ah, dimenticavo: c’era anche il paragone tra l’esultanza del giovane virgulto e quella di cotanto padre:

Tutto giusto per carità, e Paolo Maldini è probabilmente il milanista che stimo di più al mondo. Ecco quel che può fare la stampa quando può dare libero sfogo alle proprie pulsioni.

Non che la Gazza cartacea sia stata da meno, ma non tanto per il prevedibile titolone dedicato al ragazzo, rossonero fin da bambino (per una volta che lo è davvero…). Lì il tocco da fuoriclasse l’hanno riservato ai nostri amatissimi: l’Inter torna pazza. Al solito: si poteva decidere di dare risalto allo spettacolo offerto dalle due squadre, siccome quelli bravi dicono di andare oltre al risultato, di guardare il giUoco, alle emozioni regalate alla gente. Oppure si poteva stare sul sicuro e puntare sul rimpianto e le occasioni sprecate dall’Inter (chè ovviamente nel frattempo “Gasp si gode Malinovskyi“).

Indovinate per cosa hanno optato…

MELIUS ABUNDARE

INTER-BOLOGNA 6-1

La facile citazione dal mio altrimenti migliorabile latinorum mi serve per infiocchettare un’ovvietà degna di Catalano: meglio vincere con tanti gol di scarto che con uno striminzito 1-0.

La considerazione diventa già meno ovvia se arriva dalla mia penna, come noto allergica a qualsiasi retorica di bel giUoco e calcio spettacolo: “se voglio divertirmi vado al circo” per me continua ad essere una massima da sottoscrivere col sangue. Però, dopo le due partite contro Samp e Real, culminate in una ventina di tiri in porta che hanno fruttato un pari e una sconfitta, era importante agire sul morale della truppa, lucidando l’argenteria di casa o, se si preferisce la metafora idraulica, sturando il lavandino e assicurando il giusto afflusso di acqua ed il relativo scarico.

Chiaro che la filosofia del Sciur Ambroeus che sorseggia un grigio-verde di prima mattina gli farà dire “orcodighel l’era mej farne duma dü e tenèss gli alter per duman” (dài che si capisce anche per i diversamente lombardi…), ma da queste parti siamo allergici ai luoghi comuni (maledetti per definizione).

Mi vesto da tènnico per raccontare di un Dumfries che continua ad accumulare prove a suo carico, mostrandosi veloce e potente, bravo a trovare subito Lautaro per l’1-0 e offrire un costante sfogo sulla fascia. Da migliorare quando ripiega sul sinistro per accentrarsi, ma ci sarà tempo e modo.

Sull’altra fascia, Di Marco fa riposare Perisic e dà ragione al Fantallenatore che scrive, piazzando un corner al bacio su cui Skriniar incorna il raddoppio e giocando 90′ di personalità, in attesa di banchi di prova più impegnativi.

Contento per Vecino e per il gol che di fatto chiude la partita già dopo mezz’ora: guardando avanti, è importante che almeno uno tra lui e Vidal siano sempre disponibili per dare alternative al terzo di centrocampo. Tolti gli inamovibili Barella e Brozovic – in gol il primo, insostituibile il secondo – Calhanoglu non offre la continuità necessaria a farne un titolare inamovibile. Stante la cronica fragilità di Sensi e purtroppo la indisponibilità sine die di Eriksen, Inzaghi dovrà utilizzare spesso uno dei due sudamericani come versione discount di Milinkovic-Savic, in modo da assicurare kili e centimetri là dove assist felpati e dribbling ubriacanti non sono disponibili.

La partita di Correa dura troppo poco perché si possa dare un giudizio del suo feeling con il Toro: c’è da sperare che la botta al fianco che lo costringe a uscire si riassorba presto, visto che Dzeko non ha goduto del giorno di ferie concordato col capoufficio. Poco male, perché il bosniaco timbra una doppietta che mi strappa applausi convinti soprattutto per il primo dei due gol: intelligentissimo il velo di Martinez, finalmente opportunista e cattivo il Cigno di Sarajevo nel tirare la puntaccia come il miglior rapace d’area. Poco dopo ricorda a tutti di avere un piedino mica da ridere, e quasi dalla linea di fondo beffa il portiere per il 6-0.

Tutto bene quindi? Quasi.

La mia dose quotidiana di sacramenti prorompe anche in una serata di apparente tranquillità, quando vedo il carneade Theate colpire di testa e battere un incolpevole Handanovic per l’inevitabile Primo Gol in Serie A, che torna a romperci le balle dopo qualche mese di salvifica assenza.

Volendo essere petulanti e rancorosi (specialità della casa!) dedico un pensiero all’arbitro Ayroldi, che chiude il primo tempo con qualche secondo di anticipo e i nostri lanciatissimi sulla trequarti, tanto per non dover rischiare che l’Inter segni magari uno o due secondi dopo la fine del recupero (non sia mai, non è mai successo…). Si rifà dopo il 90′, quando Dumfries viene palesemente cianghettato in area. Siamo a fine partita sul 6-1 ma, amico, se c’è un rigore lo devi fischiare. Eccheccazzo.

LE ALTRE

Decido scientemente di non guardare la partita del male, scelta oltretutto agevolata dalla contemporanea finale degli Europei di volley. Esce fuori l’esaltato nostalgico che è in me, e i miei trascorsi pallavolistici, più che trascurabili, mi portano ad azzardare paragoni tra il sottoscritto e il giovane Michieletto, mancino eppure schiacciatore da posto 4. Va beh, vi risparmio i deliri di onnipotenza, praticamente l’Europeo è merito mio…

Tornando a Juve-Milan, leggo di un Allegri incazzato con se stesso e con gli altri, forse consapevole di essersi cacciato in una pozza marroncina e maleodorante, e non posso che concordare e gongolare. Due punti dopo 4 partite sono proprio pochi, la distanza sulla testa della classifica rimane di 8 punti, in attesa del Napoli: la bella novità è che quella distanza adesso la devono recuperare anche a noi. Non mi fido dei gobbi, e soprattutto non mi fido dei miei, quindi piano col de profundis. Si ripiglieranno, questo è certo; la speranza è che lo facciano quando ormai è troppo tardi.

Se i cugini riescono a ottenere elogi anche quando vengono presi a pallate per 80 minuti su 90, figuriamoci quando escono con un pari da una trasferta a Torino. Anzi, potevano vincerla, la manovra scorre fluida e spettacolare, tant’è che becchi un gol in contropiede dopo 5 minuti, ma vuoi mettere? Erano tutti avanti per vincere, per imporre il loro giUoco…

FOCUS

Da buon bastian contrario, faccio sommessamente presente un aspetto che troppo spesso viene ignorato, figlio della totale assenza di senso critico dei media nazionali, cui ha contribuito il trentennio berlusconiano che tant…. scusate, mi è partito l’embolo, ma insomma ci siamo capiti.

Il tema è Milan Lab, primo esempio in Italia di settore medico sportivo integrato, che nei suoi intenti voleva minimizzare se non annullare ogni tipo di problematica psico-fisica dei giocatori rossoneri, grazie a database personalizzati e analisi di dati biometrici per ogni singolo giocatore. È attivo da ormai vent’anni, è forse stato il primo esempio del genere in Italia, anche se la profilazione dell’atleta e la sua gestione su misura sono ormai uno standard per tutto lo sport professionistico mondiale. Soprattutto, al nostro occhio disattento, numero e tipologia di infortuni dei milanisti negli anni sono sembrati del tutto analoghi a quelli di altre squadre, in alcuni casi addirittura peggio.

Per dire, ieri sera Ibra non era disponibile, visto l’ultimo fastidio al tendine d’Achille che già gli aveva fatto saltare la trasferta di Liverpool. Un altro modo di raccontarla potrebbe portare a dire che Ibra ha giocato mezz’ora negli ultimi 130 giorni, ma mi rendo conto che sarebbe una interpretazione faziosa, mica stiamo parlando di Sensi, per cui si rispolvera il pallottoliere ad ogni nuovo stop.

Ma amen, almeno il nuovo acquisto Giroud sarà stato disponibile. Macchè: lombalgia. E non vorrete mica mettere fretta al neo-arrivato Messias -rossonero fin da bambino- e al giovane Pellegri. Morale, oltre alla pattuglia degli attaccanti, tutta ai box tranne Rebic (e tanta grazia per i rossoneri!), danno forfeit anche Calabria, Krunic e Bakayoko, con Kjaer ad alzare bandiera bianca dopo nemmeno un tempo di gioco.

È quindi strano che situazioni del genere non facciano sorgere spontanee domande che, in altre piazze, periodicamente vengono poste con cipiglio e intransigenza: ma tutti questi infortuni? La preparazione è stata sbagliata? Chi ne è responsabile? Si ha come la sensazione (cit.) di un disallineamento tra allenatore e staff medico? Tutte domande che, a maglie diverse, più e più volte sono state fatte da giornalisti che si ergevano a ortopedici e fisiatri improvvisati. Qui invece va tutto bene, avanti tutta e soprattutto #atestaalta.

È COMPLOTTO

Tornando dalla parte giusta del Naviglio, vi segnalo un paio di chicche che forse vi sono sfuggite. Luca Taidelli sulla Gazza riesce a definire “cinica come un cobra” una squadra (toh, l’Inter!) che fa sei gol in 90 minuti. Chiaro e perfino condivisibile il ragionamento: stavolta è riuscita a concretizzare quasi tutto quel che ha creato, cosa che contro Samp e Real non è riuscita a fare, ma al solito, est modus in rebus (così facciamo il paio con la citazione iniziale): nel gergo calcistico, definire una squadra cinica vuol dire fingere di farle un complimento, intendendo che ha vinto di culo con l’unico tiro in porta della partita. Non esattamente una fedele fotografia del sabato appena trascorso a San Siro.

Spostandoci su temi economici, apprendiamo che anche questa settimana l’Inter è in vendita, anche se non si sa a chi, per quanti soldi e quando sia previsto il closing.

Mo’ me lo segno (cit.)

Per chi si fosse distratto, e pensasse che le difficoltà dell’Inter siano un unicum in tutto il mondo del pallone, vale la pena ricordare che in settimana la Juve ha presentato il consuntivo dell’ultimo bilancio, chiuso a giugno 2021 con un passivo di oltre 200 milioni e debiti per quasi 400, da coprire con un imminente aumento di capitale.

Lo stesso Manchester United ha chiuso l’ultimo esercizio con 100 euro di perdita e circa 500 di debiti. Diciamola meglio: tolto il solito inarrivabile Bayern Monaco – non a caso preso come esempio dal progetto Interspac di Cottarelli – tutti i top club d’Europa hanno i conti che piangono, in particolare debiti finanziari che fanno bruciare cassa.

Niente di cui rallegrarsi, nessun tentativo di “mal comune mezzo gaudio”, anzi: consapevole che la situazione di Suning sia appesantita dai problemi con la madrepatria, ma qui pare che solo l’Inter bruci cassa ad ogni mese ed abbia una bomba sotto il culo pronta a esplodere.

L’importante è dire questo. Per spiegazioni, approfondimenti, confronti con altre realtà, ripassare domani.

Foto di spalle così non si vede quella vomitata di gatto della terza maglia

A TESTA ALTA

INTER-REAL MADRID 0-1

Per i pochi che non ci arrivassero di loro, il titolo ha una corposa dose di sarcasmo, chè certe definizioni a me, come dicono a Roma, me rimbalzano. Sai chemmefrega di perdere così (cosa alla quale sono invece interessatissimi i nostri cugini).

Perdiamo una partita che meritavamo di pareggiare ma non di vincere, visto che la mezza dozzina di palle gol non sfruttate è colpa nostra ben più che merito di Courtois, che deve superarsi solo sul colpo di testa di Dzeko nel secondo tempo. Le altre parate, almeno tra di noi diciamocelo, sono di ordinaria amministrazione: spettacolari perchè l’occasione era ghiotta, ma i nostri sembravano avere il goniometro e mirare al centro della porta. Non a caso l’urlaccio più forte l’ho tirato sul destro di Brozovic che, lemme lemme, è finito a fil di palo a portiere battuto.

La mia analisi della partita non è diversa da quella che si legge sui giornali: buona Inter nel primo tempo, decisamente migliore di un Real lento e compassato, musica diversa nella ripresa. I cambi sorridono a Ancelotti (non Carletto, nemmeno Carlo, mannaggia a tutti i giornalisti che continuano a chiamarlo manco fosse loro cugino): lui fa entrare due giovanotti che guarda caso confezioneranno il sifulotto finale (Camavinga e Rodrygo), noi cambiamo gli esterni senza grossi effetti, se non quello di liberare il velocissimo Vinicius che solo un monumentale Skriniar riesce a fermare appena prima che le sue serpentine diventino fatali.

Dumfries dimostra di avere la velocità di Hakimi, che non è poco, ma di dover lavorare ancora tanto quanto a tattica e intelligenza calcistica. E Hakimi stesso, calcisticamente parlando, è un cavallone, non un filosofo della fascia come Brehme, quindi addavenì baffone… Darmian al momento è da preferire per l’affidabilità che anche ieri sera ha dimostrato. Niente picchi verso l’alto, ma nemmeno svarioni difensivi.

Mi sono piaciuti molto sia Barella che Brozovic, che assommano alle qualità tecniche anche una costanza di rendimento che invece manca totalmente a Calhanoglu, impalpabile anche ieri sera: secondo me è rimasto in campo unicamente nella speranza di una punizione dal limite che la difesa del Real si è guardata bene dal concedere.

Correa -che di suo ha combinato poco o nulla – è entrato ancora al posto di Martinez e non di un Dzeko che, aldilà del paio di occasioni avute, è parso in versione spaventapasseri piantato sulla loro trequarti, senza nemmeno il lodatissimo lavoro di cucitura col centrocampo che tanti applausi gli ha portato (non da me, come sapete). Era da togliere lui? Secondo me sì, giusto per vedere l’effetto che fa, anche perché questo c’ha 35 anni, se basiamo la nostra stagione sul fatto che lui giochi sempre 90 minuti abbiamo un problema.

Ad ogni modo: la Champions è dura e lo sappiamo. La situazione è la stessa degli ultimi tre anni: la qualificazione ce la giochiamo contro le altre due, ma ieri sera un punto avrebbe fatto comodo proprio per la classifica, oltre che per il morale. Aver perso contro un Real comunque rimaneggiato (non c’erano Bale, Marcelo e Kross, Hazard è rimasto seduto 90 minuti) fa male pensando al ritorno al Bernabeu, dove portar via punti sarà ancora più difficile.

Per una volta, insomma, sono più pessimista dei media che parlano di rammarico e dell’inevitabile beffa per la sconfitta finale. Per me non aver sfruttato le occasioni avute (come già a Genova domenica scorsa) è peccato mortale, e più ancora del monumentale Lukaku (facile da rimpiangere) ieri sera mi sarei accontentato del cinico ed essenziale Icardi. Per rispetto delle semidivinità, non arrivo a tirare in ballo la visione celestiale che è apparsa sugli schermi di Amazon nel prepartita, con Milito in compagnia di Julio Cesar e Seedorf a commentare le gesta terrene dei nostri eroi in braghette.

A TESTA ALTISSIMA

Ecco, se allarghiamo il discorso ai cugini un po’ di cose non mi tornano. Stante la contemporaneità non ho visto la partita, se non in forma di sintesi e di commenti post-gara. Se però asciughiamo i commenti dalla saliva dei soliti lecca…piedi, vedo numericamente un dominio del Liverpool interrotto dagli ultimi minuti del primo tempo in cui il Milan riesce a sorprendere i Reds e ribaltare il risultato. Per carità: alla fine abbiamo perso entrambi, quindi ha anche poco senso stare a filosofeggiare sul “come” ma, ancora una volta, la tendenza di certi media a metter tutto insieme parlando di Doppia Beffa, quando non di Orgoglio Milan – Beffa Inter mi fa girare le balle.

Se si vuole fare un’analisi aldilà del risultato (che resta ahimè la cosa più importante) l’esercizio è semplice: l’Inter meritava il pari, al Milan è già andata bene così.

Ma poi chi glielo dice a Theo, Franck, Piolisonfaiar e tutti gli altri?

Infine: applausi a scena aperta a Simone Inzaghi e più probabilmente al suo addetto stampa, vista la varietà di locuzioni usate per non incorrere nel mitologico Spiaze: da Zè ramarico siamo passati a il dispiazere rimane. Chapeau, anzi: Sapò.

Lui era fisso che scrutava nella notte (cit.)

FASTIDIO

SAMPDORIA-INTER 2-2

Partita difficile da digerire, nonostante le 48 ore fatte passare. E le criticità gastriche non sono dovute solo alle contemporanee vittorie di Roma e Milan; è proprio l’andamento dei nostri 90 minuti a lasciarmi l’amaro in bocca.

Sia chiaro: a questo punto del campionato non sono i due punti lasciati a Genova a preoccuparmi, quanto piuttosto l’incapacità di essere brutti e cattivi quando serve. Il pragmatico catenacciaro che è in me potrà perdonare la giornataccia della squadra che fatica a creare occasioni da gol, che – usando gergo tecnico – gioca demmerda, ma mai gli errori sotto porta che ti fanno venire l’acquolina in bocca, mentre pregusti la pizza che vedi arrivare da lontano passarti di fianco e fermarsi al tavolo dietro di te.

Mentre tratteggio la delicata metafora culinaria, mi passano davanti agli occhi le tre occasioni mariane sciupate dai nostri in meno di cinque minuti a inizio secondo tempo. Tutto ciò è bastato per far seguire alle canoniche Madonne alcune considerazioni ancestrali del tipo “con tutto quel che ci siamo mangiati va bene se non la perdiamo ‘sta partita qua…“. San D’Ambrosio per fortuna mi viene in soccorso, visto che alla mezz’ora salva sulla linea un diagonale velenosissimo a portiere battuto.

Fatemi ora abbandonare l’obiettività che faccio finta di avere quando parlo di Inter e concedetemi qualche riga di sfogo su tre nostri giocatori, che ovviamente sarò pronto a idolatrare alla prossima partita giocata come Cristo comanda.

Handanovic: incolpevole sui due tiri che portano ai gol. Il primo oltretutto subisce la deviazione probabilmente decisiva di Dzeko, ma su quel troiaio che precede la pesciada di Yoshida rimane per la millesima volta in carriera col guinzaglio agganciato al palo e non esce su una palla lenta, stupida, fatta apposta per essere presa in volo, probabilmente subendo anche fallo.

Non riesco nemmeno a finire gli improperi a supporto del “Non esce mai questo…” ed ecco la prossemica che ben conosciamo: posa ieratica, braccia penzolanti, sguardo rassegnato e palla nel sacco. So benissimo che la mia è una critica eccessiva per quel che è (stato) un grande portiere, ma mi tengo lontano dal buonismo integralista che accusa noi critici di disprezzare un portiere che per dieci anni ci ha tenuto a galla. O meglio: non ho problemi a dire che Samir per anni è stato tra i migliori al mondo, ma se la gratitudine fosse l’unico parametro di giudizio, allora Walter Zenga o Julio Cesar dovrebbero giocare una domenica a testa per i prossimi vent’anni.

Morale: posto che il suo sostituto doveva arrivare due anni fa, e poi ancora l’anno scorso, vediamo di fare una ricerca seria e di non farci trovare impreparati alla fine di questa stagione.

Dzeko: già ho scritto circa le mie riserve sul concetto filosofico del centravanti di manovra (“può piacere o non piacere, su questo non discuto” (cit.)). La cosa che tollero ancor meno – e qui ormai dovreste conoscermi a sufficienza da non esserne stupiti – sono i pregiudizi, positivi o negativi che siano. Esattamente come anche il più banale appoggio di piatto di Pirlo al portiere era un lancio illuminante del Maestro, ogni corsa all’indietro del bosniaco è intelligentissima, fatta per aiutare i compagni, a servizio della manovra. Fernando Orsi, che commenta la partita su Sky insieme a Compagnoni (poi ne avrò anche per lui), addirittura vede un velo – ovviamente geniale – del bosniaco che libererebbe Lautaro per il gol del momentaneo 2-1. Se non avete visto la partita: Dzeko si limita a fare – per una volta! – quel che deve fare l’attaccante, e cioè dividersi gli spazi in area col compagno. E quindi, essendo Lautaro sul palo lungo, taglia sul primo. Niente di più. Ma la palla di Barella è precisa di suo, e sarebbe arrivata a destinazione indipendentemente dal lavoro di Dzeko.

Tanti i ripieghi a centrocampo del bosniaco, che sale a cucire la manovra facendo andare in sollucchero gli esteti del bel giUoco. Io da grezzo osservatore finisco presto le dita per contare le volte in cui invece la sua presenza latita là davanti, con il solo Martinez a doversi smazzare tutto il fronte d’attacco.

Quando poi, subìto il pareggio di Augello, Perisic entra in area dalla sinistra, il croato non tira in porta ma preferisce mettere palla lunga sul secondo palo per il tap-in del compagno: troppo poco elegante la scivolata, l’allungo a ruzzolare sull’erba. No: meglio non accelerare nemmeno il passo, e voltarsi verso il compagno chiedendo un passaggio più facile. Vedrai che la prossima volta, Perisic, da quella posizione tira, e magari segna anche.

Sensi: qui si rischia veramente di essere politically incorrect, perché non è né bello né giusto arrabbiarsi con un ragazzo che ha problemi fisici purtroppo sempre più evidenti. Fatta la doverosa premessa, a livello medico e societario è però giunto il momento di fare un discorso chiaro: che cosa può dare un giocatore che da quasi due anni gioca nei ritagli di tempo tra un infortunio e l’altro, e che, da ultimo, rimedia una distrazione del collaterale andando a contendere palla come tutti noi facciamo ad ogni fottutissima partita di calcetto con gli amici? Si parla spesso di profondità di rosa, facendo l’elenco delle figurine ma tralasciando un importante dettaglio: quanto sono affidabili i cosiddetti rincalzi? Detto che uno come Sensi sano per me è titolare fisso nell’Inter e forse anche in Nazionale, cosa me ne faccio di una riserva che, quando chiamato in causa, marca visita otto volte su dieci?

Abbiamo avuto lo stesso problema l’anno scorso con Vecino, Vidal e Sanchez: tre alternative mica da ridere sulla carta, tutti infortunati cronici per più di metà stagione. Hai voglia a raccontare la favola della panchina lunga: ti giri e ti ritrovi con Ranocchia, D’Ambrosio, Gagliardini e due Primavera…

LE ALTRE

Ringraziato il Napoli per la godibilissima partita vinta contro i Gobbi, tocca rendere i giusti meriti al Milan, che non ne avrebbe bisogno viste le lodi sperticate ai ragazzi di Pioli. I cugini vincono facile con la Lazio, ancora lontana dall’essere una squadra, e mostrano un Tonali davvero trasformato rispetto al modesto gregario visto l’anno scorso. Ricordo che sul bresciano pende la benedizione di Totti che di lui disse “dei tanti bravi giovani centrocampisti che abbiamo, per me lui è il migliore“. Che dire? Da interista spero che queste prime partite siano un brillo estemporaneo e che torni a galleggiare senza costrutto tra campo e panchina, ma per quanto fatto vedere fin qui tanto di cappello.

E’ COMPLOTTO

La stampa come detto è lestissima a riattivare la mielosa retorica dei bravi ragazzi rossoneri, facendo passare come un recupero lampo i 4 mesi di Ibrahimovic e tralasciando il fatto che la terapia conservativa inizialmente scelta si fosse dimostrata la strada sbagliata.

La combo MilanLab+Milanello Bianco può questo ed altro (e non sfugga la citazione “Silviesca” nel titolo)

Ma si riesce a fare di più: si torna al gol di Augello, blucerchiato suo malgrado ma ovviamente tifoso del Milan fin da bambino e – probabilmente per quello – ragazzo splendido cresciuto con sani valori. Per i puristi: il titolo della Gazza ha anche l’esclamativo, una sorta di +1 al Fantacalcio per l’assist.

Avevo promesso una nota di demerito per Compagnoni che, come tanti altri telecronisti, ha innegabili qualità, ma che non ho mai particolarmente amato. Noto in lui più che in altri la tendenza alquanto paracula di abusare della locuzione “si ha come la sensazione…“, nella sua variante “l’impressione è che…“. Niente di male, per carità, ma un telecronista dovrebbe raccontare quel che avviene, o al limite dare il suo parere su quanto sta accadendo, non raccontare di sensazioni epidermiche che non danno alcun valore aggiunto alla narrazione, e che oltretutto non di rado – come domenica – vengono sbugiardate dai fatti in tempo zero.

Andiamo nello specifico. Su entrambi i recuperi di primo e secondo tempo, la sua “sensazione” è che l’arbitro possa far giocare oltre quanto inizialmente stabilito. Nel primo tempo toppa in pieno, con Orsato che anzi fischia due secondi prima della fine dell’ultimo minuto. Nella ripresa inizialmente gli dice bene, visto che i sei minuti diventano effettivamente sette, ma il ragazzo non è contento e insiste “si potrebbe arrivare a 7:30, forse anche 8:00“. Niente, al 97:01 arriva il triplice fischio.

Domanda da cacacazzi: ma non sarebbe meglio, se proprio si vuol fare i saputelli, dare il beneficio del dubbio e dire “vediamo se l’arbitro vorrà dare un supplemento di recupero“? Un inguaribile illuminista come me sarebbe più contento: almeno lì poni un dubbio, avanzi una possibilità, non ti fai guidare da non meglio precisate impressioni, inconfutabili proprio perché impalpabili e quindi nemmeno degne di essere catalogate come opinioni.

Bah, potenza dello storytelling…

Chiudo con l’ultimo prurito di giornata provocato, guarda caso, da Arrigo Sacchi, che non perde occasione per tornare in cattedra denigrando lo spettacolo offerto da Napoli e Juventus nell’anticipo di sabato: “mi sembrava una partita degli anni ’70“. Sempre simpatico e per nulla autoreferenziale il nostro quando ci passeggia sui testicoli parlando di gioco offensivo e spettacolare in contrapposizione all’italico vizio della difesa ad oltranza e del guizzo del singolo…

Sono stato sollevato dal vedere realizzata la mia profezia in tempo zero, quando l’ho sentito innalzare lodi al calcio spettacolo del Sassuolo e denigrare Mourinho e la Roma, in quella che invece è stata una partita divertentissima da guardare per un appassionato di calcio (il tifoso probabilmente avrà perso qualche anno di vita…).

Niente di più prevedibile. Mi raccomando, ancora avanti così: i buoni tutti da una parte, i cattivi tutti dall’altra, e tutti a battere le mani al Venerabile Maestro.

RICOMINCIAMO

INTER-GENOA 4-0

La bella sensazione della pagina bianca da riempire. L’aria, ancora estiva eppure fresca, che ti accarezza la faccia e ti fa respirare un vento nuovo.

La prima di Campionato assomiglia alle sirene di Ulisse: bellissima da vedere, tentatrice nelle sue mille possibilità, ma da maneggiare con assoluta cautela. Un po’ come a capodanno, questo è periodo di propositi ambiziosi, comunicati in pompa magna e spesso rinfoderati poco dopo nel taschino fidando nella distrazione degli astanti. Tornare a vergare le mie bagatelle informatiche a strisce neroblù mi provoca sensazioni simili, come una vecchia cicatrice che torna a prudere e che quasi inconsapevolmente ti trovi a massaggiare di continuo.

Via quindi: insieme al pubblico di San Siro anche queste pagine riprendono vita, nella speranza di divertire me stesso in primis – non ho mai fatto mistero della autoreferenzialità di questo blog – e magari qualcun altro.

Il match

La sintesi estrema, anche se poco raffinata, è che gli abbiamo fatto un buciodiculo così.

Inzaghi sceglie Dzeko unica punta più per mancanza di alternative che per reale convinzione, alternando Sensi, Calhanoglu e Perisic a supporto. Se a questo aggiungiamo che lo stesso bosniaco tende a uscire spesso dall’area di rigore per fraseggiare coi compagni, siamo in una di quelle situazioni che personalmente accrescono la mia percentuale di sacramenti, all’insegna del “a questo gioco qui bisogna tirare in porta!” solitamente seguito da un rafforzativo volgare a piacere.

Le cose per fortuna si mettono bene fin dall’inizio, con il turco ex Milan che pennella un cross bello quanto banale – leggasi: forte, teso a rientrare poco oltre il dischetto del rigore – che Skriniar capoccia in rete dopo appena cinque minuti di partita. Strada in discesa e largo alla fantasia lì davanti. Il raddoppio arriva poco dopo con un bel destro dal limite del nuovo numero 20, preceduto e seguito da una manciata di altre occasioni dei nostri.

Piccola nota polemica e rancorosa: devo essermi perso i commenti del tipo “Da caso irrisolto al Milan a campione nell’Inter!

Il Genoa è – almeno in questa prima versione – poca cosa, e nemmeno la coppia Pandev-Kallon crea grossi problemi. Il giovane africano non può non suscitare la mia personale simpatia visto il Paese di provenienza, che per fortuna non viene macchiata dal gol all’esordio che l’avrebbe resa più indigesta.

Tatticamente, Ballardini continua a difendere a tre, o meglio a cinque, nonostante l’area genoana sia poco popolata, visto il continuo entra-ed-esci di Dzeko che non dà punti di riferimento. La cosa non può che farci piacere e agevolare la manovra dei nostri, che arrivano pressoché indisturbati alla trequarti avversaria.

La ripresa vede qualche cambio nei liguri che però non alterano la solfa della partita: ci sono solo una decina di minuti nei quali i nostri sembrano accontentarsi del doppio vantaggio e che solleticano la mia pazienza. Ma è roba minima, chè Inzaghi inizia a sbraitare dalla panchina e i ragazzi rimettono il muso sul libro e vanno avanti con la lezione. I cambi danno linfa a qualche titolare in riserva e portano al gol di Vidal, dopo geniale assist di tacco di Barella. Nel finale, sempre il cileno pennella un bel cross su cui anche Dzeko si iscrive a referto.

Commento tènnico

Bene, bravi, bis.

Ribadita la pochezza dell’avversario e con tutte le attenuanti della prima di Campionato, mi pare di poter dire (cit. Pizzuliana) che la spina è ben inserita e la corrente arriva senza sbalzi. La cosa che mi è piaciuta di più è stata proprio la costanza, il non accontentarsi, il gestire la partita cercando di trovare altri goals. E questo non perché improvvisamente sia diventato amante del bel giuoco. Se sei in vantaggio e tieni palla, vinci la partita. E siccome non siamo ancora – e forse non lo saremo mai – la squadra capace di fare torello per mezz’ora e addormentare la partita, tanto meglio approfittare dei cinque cambi e continuare a schisciare il piede sull’acceleratore.

Finché ce n’hai, stai lì.

Detto questo, mi dichiaro colpevole in anticipo e non mi accoderò ai peana per Edin Dzeko. Gusto personale, niente di specifico contro il calciatore, che è molto bravo e, con le dovute differenze e senza voler essere blasfemo, come tipologia di attaccante può essere accostato a Van Basten: pennellone, forte fisicamente, molto intelligente e sempre pronto a dialogare coi compagni. Detto ciò, l’olandese rimane di due o tre categorie superiori e quindi dimenticate il paragone azzardato. Mi serviva solo per far capire che non lo sto paragonando a Petagna o Pennellone Silenzi.

E’ un gran giocatore, ma segna poco, aldilà della fredda contabilità che gli assegna 200 gol (in più di 500 partite). Nei sei Campionati giocati alla Roma ha avuto una stagione della Madonna in cui ha fatto 29 gol, ma in tre degli altri cinque non è arrivato in doppia cifra.

Certo, grazie a lui in tanti hanno segnato tanti gol perché è molto bravo a far segnare gli altri ma, come dire, il mio gusto personale preferisce un numero 9 bello ignorante, che prima segna e poi pensa a come servire il compagno. Tra lui e Lukaku, anche se avessero la stessa età, non c’è paragone per me. Dico di più: se devo scegliere, tra lui e Icardi, prendo sempre l’argentino.

Però Lukaku non c’è più, Icardi da mo’ che se n’è andato, Dzeko l’Inter lo cercava da anni, e alla fine è arrivato. Viva Dzeko, quindi. Spero che la decina di gol in meno di quelli a cui ci aveva abituato il belga, e prima di lui l’argentino, possano essere distribuiti tra Martinez e gli altri compagni d’attacco, in modo che il risultato finale non cambi.

E’ Complotto

Attenzione perché qui il ragionamento è sottile.

Nei commenti alla partita troverete tanti paragoni tra la prima Inter di Conte e la prima di Inzaghi, fatto inevitabile dovendo riempire pagine di giornale. Prevedibile che gli applausi siano tutti per lo Spiazel One e per la sua manovra più ariosa e meno essenziale rispetto a quella del tecnico salentino.

Dico “prevedibile” non perché il giudizio tecnico sia corretto, ma semplicemente perché così si comporta la stampa con l’Inter: se c’è da lodare qualcuno, è sempre quello meno “organico” al mondo Inter. Il nuovo arrivato, giocatore o Mister, è sempre quello che può portare novità e miglioramenti in un sistema fallato per definizione.

Altre volte ho fatto cenno ad una sorta di luna di miele di cui beneficia il nuovo allenatore dell’Inter, chiunque esso sia, per il solo fatto di arrivare da altre realtà ed essere in un certo senso “immacolato”. Dategli qualche partita e anche Inzaghi diventerà l’allenatore che privilegia il risultato allo spettacolo, che non fa divertire il pubblico, che si aggrappa a Dzeko per vincere le partite.

La mia previsione – faziosa, paranoica e con altre qualità che lascio a voi definire – è che contemporaneamente monterà la corrente revanchista e nostalgica di Conte, all’insegna del “va beh, ma se deve giocare male tanto valeva tenere Conte che almeno il Campionato l’ha vinto“.

Una hit estiva di fine anni ’80 si intitolava “Sit and Wait“. è quel che faremo noi, inflessibili censori di ogni commento inopportuno sui nostri eroi in braghette.

Bentornati! (a loro e a voi)

Bravi, bravi. Certo che la maglia nuova non si può vedere…

L’ANGOLO DEL TÈNNICO

Da persona responsabile e al tempo stesso controcorrente, mi freno dall’aggiungere i miei microbi all’inquinamento informatico di neo-virologi ed esperti di sanità pubblica, e continuo a coltivare il mio orticello, del quale, se non proprio esperto, sono quantomeno titolato a parlare.

Quindi, l’argomento di giornata è il possibile cambio di modulo di Conte e tutto ciò che gira intorno a questa novità tattica.

Anzitutto, chi scrive è sempre fautore della necessità di una certa apertura mentale da parte degli allenatori. Ho negli anni sviluppato un’intolleranza istantanea a qualsivoglia frase che contenga le parole “il mio calcio”. Il calcio non è tuo, ciccio, esiste da 150 anni ed esisterà anche dopo di te. Quindi, calma e gesso: qui nessuno inventa un cazzo.

Secondo: posto che a certi livelli tutti hanno ormai le stesse competenze tattiche e teoriche, a far la differenza sono i giocatori e, ancor di più, la capacità dell’allenatore di convincerli a fare quel che chiede.

Quindi, e a costo di sembrare pedante e ripetitivo: non esiste lo schema migliore di tutti gli altri in assoluto. Esiste quel che è meglio usare in un certo tempo e con certi giocatori.

Ora, per dire, la “moda” calcistica sembra aver abbandonato le ammalianti trame da tiki-taka per abbracciare il gegen-pressing di Klopp e il calcio turbo-orobico di Gasperini (pur con pochissimi italiani in campo, ma era l’Inter zeppa di stranieri ad essere una vergogna, loro sono un esempio per il nostro calcio, chiusa parentesi polemica). Che dire? Sono tipologie di gioco che incontrano il mio gusto in misura maggiore della fitta ragnatela di passaggi in orizzontale ma, ripeto, sono gusti personali. Nulla che abbia a che fare con l’efficacia in sé dello stile di gioco adottato.

In altre parole: con Xavi, Iniesta e Busquets anch’io avrei cercato di tener palla per il 70% del tempo. Con dei “cavalloni” che corrono a mille per 90’, anch’io me la giocherei uomo contro uomo a tutto campo.

E qui arriviamo a parlare di Conte. Lui stesso ultimissimamente ha ricordato di aver iniziato la sua carriera con un arrembante 4-2-4, per poi passare ad un altrettanto intenso 3-5-2. Con “la difesa a tre” ha vinto a Torino e pure al Chelsea, dove pure aveva alternato vari moduli. Con lo stresso schema ha preso l’Inter portandola in testa alla classifica ed a battersela punto a punto fino ad oggi con Juve e Lazio.

Però…

Però le idee, specie nel calcio, invecchiano presto. L’usura è addirittura maggiore del pur notevole dispendio psico-fisico richiesto ai giocatori, spesso “svuotati” dopo un paio di stagioni con Conte.

Il calcio italiano è ancora quello più tattico al mondo, quello in cui gli allenatori sono più bravi in assoluto a “giocarti addosso”. Da noi quasi nessuno è supponente al punto da non considerare l’avversario e giocare il proprio calcio in fotocopia a prescindere da chi si trova di fronte. Anche chi “fa il figo” facendo dichiarazioni simili, poi alla fine ha ben presente punti di forza e di debolezza della squadra che deve affrontare.

Quindi? Quindi i nostri avversari per i primi mesi della stagione hanno fatto fatica a contrastare un centrocampo finalmente pensante con Brozovic e Sensi ad alternarsi nella costruzione e Barella o Vecino a iniettare muscoli e pressing utili a servire il prima possibile Lautaro e Lukaku.

Dopo un po’, complici anche gli infortuni, le varianti allo spartito sono emerse in tutta la loro pochezza e agli avversari è stato facile capire che, fermato Brozovic, la nostra manovra faceva fatica a trovare un’alternativa al cazzo-di-giro-palla-tra-i-centrali-di-difesa.

L’avevamo già sperimentato negli ultimi anni con Spalletti: se il medianaccio di turno, quando non la punta che si sacrifica, va a pestare i piedi ad Ajeje Brozo, la luce si spegne e davanti il pallone arriva con una fatica tremenda.

La cosa si è palesata in tutta la sua evidenza già prima di Natale, accompagnata dalla scritta luminosa Piano “B” cercasi con urgenza, (già che ci siamo pure “C”).

Per fortuna, il calendario era dalla nostra parte, con la pausa natalizia e le strenne del mercato di Gennaio a disposizione.

Ora, sappiamo che il primo mese dell’anno è stato buttato nel cesso come in tante delle ultime stagioni, e che lo stesso calciomercato invernale ha visto i rinforzi arrivare in maniera forse inutilmente stitica (torno alla domanda polemica: perché prendere il pezzo pregiato a fine mese con la speranza di risparmiare qualche soldo, se poi l’hai pagato pure più di quanto ti avevano chiesto ad inizio mese?).

Ad ogni modo, cosa fatta capo ha: Eriksen è arrivato ed ora Conte pare avergli fatto terminare il rodaggio. La partita in Bulgaria di settimana scorsa, ben più che la pur importante vittoria e il si spera benaugurante primo gol del danese, ci ha portato in dono una bella mezz’ora giocata con un inedito 4-3-1-2, che pare cucito su misura proprio per il nuovo arrivato, posizionato nell’ideale posizione di trequartista libero di tirare in porta e servire le due punte, senza dover pensare troppo ai movimenti dei compagni di reparto.

Il cambio è salutato con favore dal sottoscritto (sono fin troppo diplomatico: mi piace davvero un bel po’), anche perché lascia impregiudicato il potenziale della coppia di attacco, portando al tempo stesso Skriniar e Godin a poter giocare nel loro ruolo preferito (De Vrij forse leggermente sacrificato, ma comunque in grado di contendere il posto ad entrambi: in sostanza tre titolarissimi per due maglie). Sulle fasce D’Ambrosio e Young parrebbero i migliori a disposizione, con Candreva alternativa spregiudicata (un’ala a giocare da esterno basso, come Cuadrado, come Cancelo, per la gioia di Adani), mentre a centrocampo Barella e Vecino ne giocherebbero tante, lasciando l’ultimo posto disponibile in palio tra Brozovic e Sensi.

In altre parole, il summenzionato “piano B” lo vedrei così:

C’è anche un “piano C”, forse meno di rottura rispetto al 3-5-2, che tuttavia permetterebbe come si dice in gergo di “rovesciare il triangolo di centrocampo” e lasciare Eriksen a ridosso delle punte, con Barella a spalleggiare Brozovic in mediana, avendo Sensi quale validissima alternativa ad entrambi, a seconda del match.

Una roba del genere:

Nulla di definitivo, ancora una volta: semplicemente un’alternativa che possa far salire il numero di frecce al nostro arco, che possa ampliare il repertorio e servire a scardinare partite che non vogliono sbloccarsi, che possa diminuire la nostra prevedibilità.

Che ne dite? Che ne dici Mister? Si può provare…

BENVENUTO MISTER

E finalmente, dopo qualche mese, anche Conte ha capito cosa voglia dire essere l’allenatore dell’Inter.

Non vinci? Sei un incapace, e ancor di più la Società che ti ha scelto.

Vinci? sì ma sfruttando cinicamente gli errori degli avversari e speculando sul contropiede.

Per fortuna, il Mister Agghiaggiande non le manda a dire e, dopo aver risposto per le rime a Zazzaroni ed altri nelle scorse settimane, l’altra sera ha riservato lo stesso trattamento a Fabio&Fabio (Caressa e Capello).

Capello ha testualmente detto che l’Inter gioca con la difesa bassa e sfruttando in contropiede gli uno-contro-uno concessi dalle difese avversarie.

Quando Conte ha replicato stizzito, ecco che i due in studio hanno messo una toppa che era peggio del buco, affrettandosi a dire al Mister “no no, non hai sentito tutto il discorso” e aggiungendo di aver fatto riferimento anche al pressing alto che consentiva all’Inter di recuperare palla vicino all’area avversaria. Balle, questo l’ha detto solo Conte, e a ben vedere è l’esatto contrario di quanto sostenuto da Capello (altro che “sto dicendo le stesse cose che dici tu”).

Per essere ancora più chiari: difendi basso? Non fai pressing nella metacampo avversaria ma aspetti sulla tua trequarti, una volta che hai la palla lanci lungo sul centravanti e speri che la butti dentro.

Fai pressing alto? I tuoi centrocampisti vanno alla caccia del pallone fino alla trequarti avversaria, cercando di costringere gli altri all’errore, in modo da recuperare la bocca a trenta metri dalla porta, non a ottanta. In questo caso, peraltro, si inserisce in maniera coerente la critica avanzata da Bergomi e Costacurta, che hanno chiesto a Conte se potessero esserci margini di miglioramento in un paio di transizioni del Napoli che per poco non hanno causato problemi all’Inter. Ecco, Conte in quello è stato chiaro: pressando alti, il rischio che si corre è quello. Se l’avversario riesce a superare la prima linea, ecco che alle spalle c’è un sacco di campo che resta sguarnito, mettendo a rischio la difesa. È il vecchio concetto della coperta corta, che alla fine è anche abbastanza facile da capire.

Ma no, si continua sul vecchio canovaccio: vinci? sì, ma sei solo un’Inter cinica che sfrutta con pochi lampi le prodezze dei suoi campioni.

Ci si mette ancora una volta il Corriere dello Sport a fare la finta vergine, portando l’ipocrisia a nuovi livelli di sofisticazione.

Un pezzo del genere trasuda tutta la malafede di chi lo scrive. Perchè è noto a tutti che la critica è pressocchè unanime nel condannare chiunque giochi in contropiede e osi ritornare al mittente le proposte di bel giUoco e mille passaggetti a tre all’ora. Ma quando, guarda caso, tali critiche sono rivolte all’Inter sotto forma di falso complimento -oltretutto prendendo una cantonata proprio nel merito tecnico della questione- ecco che ci si meraviglia del perchè ci si debba vergognare di un sistema di gioco che tanto ha fatto vincere al calcio italiano.

In altre parole, Conte non si incazza per l’accusa di essere un contropiedista. Si incazza perchè così dicendo si sceglie di ignorare il modo in cui fa giocare la squdra, limitandosi a vedere una parte del quadro e pigliando una cantonata che non fa onore al passato dell’allenatore Capello.

Furbo Zazzaroni a chiamare i mostri sacri a difendere quella che -ribadisco- è una posa posticcia. Che l’immenso Gianni Mura “parteggi” per un calcio essenziale e senza troppi ghirigori è noto, oltre che da me condiviso. Che proprio lui si presti a dar manforte a questa manovra di dissimulazione mi lascia un po’ così, allo stesso modo della sua critica al VAR ed all’eccessivo uso della tecnologia nel calcio.

Ma lui è Gianni Mura e può dire quel che vuole.

Gli altri pure, anche se hanno una credibilità ed un’onestà intellettuale nemmeno paragonabile.

Ad ogni modo, caro Conte, ora hai finalmente capito di cosa noi interisti ci lamentiamo da anni. Ci dai una mano tu a iniziare a rispondere come si deve?

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