L’ANGOLO DEL TÈNNICO

Da persona responsabile e al tempo stesso controcorrente, mi freno dall’aggiungere i miei microbi all’inquinamento informatico di neo-virologi ed esperti di sanità pubblica, e continuo a coltivare il mio orticello, del quale, se non proprio esperto, sono quantomeno titolato a parlare.

Quindi, l’argomento di giornata è il possibile cambio di modulo di Conte e tutto ciò che gira intorno a questa novità tattica.

Anzitutto, chi scrive è sempre fautore della necessità di una certa apertura mentale da parte degli allenatori. Ho negli anni sviluppato un’intolleranza istantanea a qualsivoglia frase che contenga le parole “il mio calcio”. Il calcio non è tuo, ciccio, esiste da 150 anni ed esisterà anche dopo di te. Quindi, calma e gesso: qui nessuno inventa un cazzo.

Secondo: posto che a certi livelli tutti hanno ormai le stesse competenze tattiche e teoriche, a far la differenza sono i giocatori e, ancor di più, la capacità dell’allenatore di convincerli a fare quel che chiede.

Quindi, e a costo di sembrare pedante e ripetitivo: non esiste lo schema migliore di tutti gli altri in assoluto. Esiste quel che è meglio usare in un certo tempo e con certi giocatori.

Ora, per dire, la “moda” calcistica sembra aver abbandonato le ammalianti trame da tiki-taka per abbracciare il gegen-pressing di Klopp e il calcio turbo-orobico di Gasperini (pur con pochissimi italiani in campo, ma era l’Inter zeppa di stranieri ad essere una vergogna, loro sono un esempio per il nostro calcio, chiusa parentesi polemica). Che dire? Sono tipologie di gioco che incontrano il mio gusto in misura maggiore della fitta ragnatela di passaggi in orizzontale ma, ripeto, sono gusti personali. Nulla che abbia a che fare con l’efficacia in sé dello stile di gioco adottato.

In altre parole: con Xavi, Iniesta e Busquets anch’io avrei cercato di tener palla per il 70% del tempo. Con dei “cavalloni” che corrono a mille per 90’, anch’io me la giocherei uomo contro uomo a tutto campo.

E qui arriviamo a parlare di Conte. Lui stesso ultimissimamente ha ricordato di aver iniziato la sua carriera con un arrembante 4-2-4, per poi passare ad un altrettanto intenso 3-5-2. Con “la difesa a tre” ha vinto a Torino e pure al Chelsea, dove pure aveva alternato vari moduli. Con lo stresso schema ha preso l’Inter portandola in testa alla classifica ed a battersela punto a punto fino ad oggi con Juve e Lazio.

Però…

Però le idee, specie nel calcio, invecchiano presto. L’usura è addirittura maggiore del pur notevole dispendio psico-fisico richiesto ai giocatori, spesso “svuotati” dopo un paio di stagioni con Conte.

Il calcio italiano è ancora quello più tattico al mondo, quello in cui gli allenatori sono più bravi in assoluto a “giocarti addosso”. Da noi quasi nessuno è supponente al punto da non considerare l’avversario e giocare il proprio calcio in fotocopia a prescindere da chi si trova di fronte. Anche chi “fa il figo” facendo dichiarazioni simili, poi alla fine ha ben presente punti di forza e di debolezza della squadra che deve affrontare.

Quindi? Quindi i nostri avversari per i primi mesi della stagione hanno fatto fatica a contrastare un centrocampo finalmente pensante con Brozovic e Sensi ad alternarsi nella costruzione e Barella o Vecino a iniettare muscoli e pressing utili a servire il prima possibile Lautaro e Lukaku.

Dopo un po’, complici anche gli infortuni, le varianti allo spartito sono emerse in tutta la loro pochezza e agli avversari è stato facile capire che, fermato Brozovic, la nostra manovra faceva fatica a trovare un’alternativa al cazzo-di-giro-palla-tra-i-centrali-di-difesa.

L’avevamo già sperimentato negli ultimi anni con Spalletti: se il medianaccio di turno, quando non la punta che si sacrifica, va a pestare i piedi ad Ajeje Brozo, la luce si spegne e davanti il pallone arriva con una fatica tremenda.

La cosa si è palesata in tutta la sua evidenza già prima di Natale, accompagnata dalla scritta luminosa Piano “B” cercasi con urgenza, (già che ci siamo pure “C”).

Per fortuna, il calendario era dalla nostra parte, con la pausa natalizia e le strenne del mercato di Gennaio a disposizione.

Ora, sappiamo che il primo mese dell’anno è stato buttato nel cesso come in tante delle ultime stagioni, e che lo stesso calciomercato invernale ha visto i rinforzi arrivare in maniera forse inutilmente stitica (torno alla domanda polemica: perché prendere il pezzo pregiato a fine mese con la speranza di risparmiare qualche soldo, se poi l’hai pagato pure più di quanto ti avevano chiesto ad inizio mese?).

Ad ogni modo, cosa fatta capo ha: Eriksen è arrivato ed ora Conte pare avergli fatto terminare il rodaggio. La partita in Bulgaria di settimana scorsa, ben più che la pur importante vittoria e il si spera benaugurante primo gol del danese, ci ha portato in dono una bella mezz’ora giocata con un inedito 4-3-1-2, che pare cucito su misura proprio per il nuovo arrivato, posizionato nell’ideale posizione di trequartista libero di tirare in porta e servire le due punte, senza dover pensare troppo ai movimenti dei compagni di reparto.

Il cambio è salutato con favore dal sottoscritto (sono fin troppo diplomatico: mi piace davvero un bel po’), anche perché lascia impregiudicato il potenziale della coppia di attacco, portando al tempo stesso Skriniar e Godin a poter giocare nel loro ruolo preferito (De Vrij forse leggermente sacrificato, ma comunque in grado di contendere il posto ad entrambi: in sostanza tre titolarissimi per due maglie). Sulle fasce D’Ambrosio e Young parrebbero i migliori a disposizione, con Candreva alternativa spregiudicata (un’ala a giocare da esterno basso, come Cuadrado, come Cancelo, per la gioia di Adani), mentre a centrocampo Barella e Vecino ne giocherebbero tante, lasciando l’ultimo posto disponibile in palio tra Brozovic e Sensi.

In altre parole, il summenzionato “piano B” lo vedrei così:

C’è anche un “piano C”, forse meno di rottura rispetto al 3-5-2, che tuttavia permetterebbe come si dice in gergo di “rovesciare il triangolo di centrocampo” e lasciare Eriksen a ridosso delle punte, con Barella a spalleggiare Brozovic in mediana, avendo Sensi quale validissima alternativa ad entrambi, a seconda del match.

Una roba del genere:

Nulla di definitivo, ancora una volta: semplicemente un’alternativa che possa far salire il numero di frecce al nostro arco, che possa ampliare il repertorio e servire a scardinare partite che non vogliono sbloccarsi, che possa diminuire la nostra prevedibilità.

Che ne dite? Che ne dici Mister? Si può provare…

BENVENUTO MISTER

E finalmente, dopo qualche mese, anche Conte ha capito cosa voglia dire essere l’allenatore dell’Inter.

Non vinci? Sei un incapace, e ancor di più la Società che ti ha scelto.

Vinci? sì ma sfruttando cinicamente gli errori degli avversari e speculando sul contropiede.

Per fortuna, il Mister Agghiaggiande non le manda a dire e, dopo aver risposto per le rime a Zazzaroni ed altri nelle scorse settimane, l’altra sera ha riservato lo stesso trattamento a Fabio&Fabio (Caressa e Capello).

Capello ha testualmente detto che l’Inter gioca con la difesa bassa e sfruttando in contropiede gli uno-contro-uno concessi dalle difese avversarie.

Quando Conte ha replicato stizzito, ecco che i due in studio hanno messo una toppa che era peggio del buco, affrettandosi a dire al Mister “no no, non hai sentito tutto il discorso” e aggiungendo di aver fatto riferimento anche al pressing alto che consentiva all’Inter di recuperare palla vicino all’area avversaria. Balle, questo l’ha detto solo Conte, e a ben vedere è l’esatto contrario di quanto sostenuto da Capello (altro che “sto dicendo le stesse cose che dici tu”).

Per essere ancora più chiari: difendi basso? Non fai pressing nella metacampo avversaria ma aspetti sulla tua trequarti, una volta che hai la palla lanci lungo sul centravanti e speri che la butti dentro.

Fai pressing alto? I tuoi centrocampisti vanno alla caccia del pallone fino alla trequarti avversaria, cercando di costringere gli altri all’errore, in modo da recuperare la bocca a trenta metri dalla porta, non a ottanta. In questo caso, peraltro, si inserisce in maniera coerente la critica avanzata da Bergomi e Costacurta, che hanno chiesto a Conte se potessero esserci margini di miglioramento in un paio di transizioni del Napoli che per poco non hanno causato problemi all’Inter. Ecco, Conte in quello è stato chiaro: pressando alti, il rischio che si corre è quello. Se l’avversario riesce a superare la prima linea, ecco che alle spalle c’è un sacco di campo che resta sguarnito, mettendo a rischio la difesa. È il vecchio concetto della coperta corta, che alla fine è anche abbastanza facile da capire.

Ma no, si continua sul vecchio canovaccio: vinci? sì, ma sei solo un’Inter cinica che sfrutta con pochi lampi le prodezze dei suoi campioni.

Ci si mette ancora una volta il Corriere dello Sport a fare la finta vergine, portando l’ipocrisia a nuovi livelli di sofisticazione.

Un pezzo del genere trasuda tutta la malafede di chi lo scrive. Perchè è noto a tutti che la critica è pressocchè unanime nel condannare chiunque giochi in contropiede e osi ritornare al mittente le proposte di bel giUoco e mille passaggetti a tre all’ora. Ma quando, guarda caso, tali critiche sono rivolte all’Inter sotto forma di falso complimento -oltretutto prendendo una cantonata proprio nel merito tecnico della questione- ecco che ci si meraviglia del perchè ci si debba vergognare di un sistema di gioco che tanto ha fatto vincere al calcio italiano.

In altre parole, Conte non si incazza per l’accusa di essere un contropiedista. Si incazza perchè così dicendo si sceglie di ignorare il modo in cui fa giocare la squdra, limitandosi a vedere una parte del quadro e pigliando una cantonata che non fa onore al passato dell’allenatore Capello.

Furbo Zazzaroni a chiamare i mostri sacri a difendere quella che -ribadisco- è una posa posticcia. Che l’immenso Gianni Mura “parteggi” per un calcio essenziale e senza troppi ghirigori è noto, oltre che da me condiviso. Che proprio lui si presti a dar manforte a questa manovra di dissimulazione mi lascia un po’ così, allo stesso modo della sua critica al VAR ed all’eccessivo uso della tecnologia nel calcio.

Ma lui è Gianni Mura e può dire quel che vuole.

Gli altri pure, anche se hanno una credibilità ed un’onestà intellettuale nemmeno paragonabile.

Ad ogni modo, caro Conte, ora hai finalmente capito di cosa noi interisti ci lamentiamo da anni. Ci dai una mano tu a iniziare a rispondere come si deve?

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DOVE ERAVAMO RIMASTI

INTER-ATALANTA 0-0

Torno a compitare le mie massime sui nostri amatissimi dopo un pareggio che, fuori dal contesto di classifca, mi avrebbe visto smadonnante, e che invece mi corrobora come un piatto di zuppa calda in una notte di fine inverno (so’ poeta, checcevoifa’).

Certo, un Icardi come si deve avrebbe battuto Gollini a metà primo tempo e verosimilmente l’avremmo portata a casa ma, viste le poche partite rimaste da giocare, un occhio va fatalmente a calendario e classifica, che dice +5 sugli inseguitori più prossimi e una partita in meno da giocare.

Non siamo bravi a fare questi giochini di calcolo e precisione, il girone di Champions ne è la conferma temporalmente più vicina. Oltretutto, l’infortunio di Brozovic in questo momento è quanto di peggio potesse capitare, vista la centralità di Ajeje nel progetto di squadra di Spalletti.

Borja Valero ha piedi e testa migliori, ma anagrafe e fisico buoni per non più di mezz’ora di partita (preferibilmente l’ultima, con lui fresco e gli avversari con 60′ di gioco nelle gambe). In questo senso, illluminante ieri il cambio deciso da Spalletti a metà ripresa, quando sacrifica un Gagliardini tornato alle nefandezze perpetue dopo i brilli estemporanei di Genova (cinquemila lire di SIAE al Prof. Fiumi del Liceo Zucchi) e ci permette di ritornare in controllo del match, dopo mezz’ora buona a cavallo dei due tempi in cui i nostri faticano e non poco a contenere Ilicic e il resto dei Gaspe-boys.

Icardi, su cui, se mai l’avrò, occorrerebbe qualche settimana per sunteggiare il recente vissuto, fa benissimo quel che la critica votata al bel giUoco gli chiede da anni: partecipa all’azione lanciando Perisic dopo pochi minuti e favorendo lo splendido lob di Vecino poco dopo, che un ottimo Gollini mette in corner.

E’ beffardo ma forse inevitabile che tanta qualità in fase di raccordo e rifinitura vada a discapito della proverbiale freddezza sotto porta, con Maurito a sbagliare un gol che normalmente segna ad occhi chiusi. Non che la palla sia così facile da “scavare”, ma da lui… questo ed altro.

Ad ogni modo, poco dopo Politano arriva due volte al tiro nella stessa azione e con quello sostanzialmente finisce il nostro primo tempo. L’Atalanta prende coraggio e, pur senza creare grandi occasioni, gestisce la partita per il resto della frazione.

La ripresa sostanzialmente continua sullo stesso canovaccio, con Gagliardini a perdere una palla tanto grave quanto prevedibile -quantomeno da me: inizio a dire “dalla via! non fare cagate!! occhio che arriva l’uomo!!!” ben prima che la realtà confermi i miei timori- e Ilicic a mettere il Papu solo a porta vuota. Per fortuna l’argentino ha le gambette corte, e per questioni di centimetri rimaniamo con la porta inviolata.

La partita continua con il nulla di Perisic mostrato per 90′ e con sprazzi di un Vecino convincente, come quando con l’esterno destro tocca benissimo per l’inserimento del Ninja, troppo debole però per impensierire il portiere avversario.

E’ quasi finita ed è come se entrambi i pugili fossero convinti di averla vinta ai punti. Nessuno può dirsi pienamente soddisfatto ma, come detto in apertura, entrambi rosicchiano un punto al Milan e mantengono il distacco inalterato su Lazio e Napoli.

Anche il Napoli, ebbene sì: proprio in quanto interista nell’intrame guardo con preoccupazione a chi ci sta dietro, ma un occhio ogni tanto a chi sta davanti lo butto….

LE ALTRE

Gli uomini di Ancelotti hanno piano piano consegnato lo scudetto alla Juve, infilando il pareggio casalingo col Genoa come ultimo anello di una stagione che li ha visti sempre più come seconda forza indiscussa. Troppo forti per tutte le altre, troppo deboli per impensierire Allegri & Co.

Cosa mi fa essere allora speranzoso? Il fatto che, proprio perchè ormai chiuso, il Campionato possa essere visto dagli azzurri come un fastidioso appuntamento tra le fatiche di Europa League, e che possa quindi vederli scialacquare qualche altro punticino per strada. All’ultima giornata ci sarà lo scontro diretto in trasferta: l’anno scorso con la Lazio ci ha detto bene…

In realtà, aperti gli occhi dal bel sogno (chè quello è e quello rimane…), tocca azzerare le tafazzate, e vincere almeno le prossime due, contro Frosinone e soprattutto Roma in casa. Di incroci pericolosi ce ne saranno parecchi, per noi ma anche per la canea di squadre alle nostre spalle. Testa sulle spalle e poche cagate: dipende tutto da noi. Facciamo finta che sia un vantaggio…

E’ COMPLOTTO

Sempre in attesa di sviscerare i peggiori istinti della stampa italiana nella vicenda Icardi, faccio solo presente il reiterato ricorso al seguente sillogismo:

Mauro non va d’accordo con Spalletti, nè con Perisic: a giugno inevitabilmente Icardi andrà via.

Spalletti non va d’accordo con Icardi: è ormai al capolinea l’avventura del tecnico all’Inter.

Perisic ha ridotto a zero i suoi rapporti con Icardi: a giugno per lui si apriranno le porte della Premier.

Morale: siccome la convivenza tra questi tre soggetti, per vari motivi e con varie responsabilità, pare essere ormai impossibile, salomonicamente andranno via tutti e tre.

Bello poi sentire Marco Cattaneo eccitarsi mentre dice “e domani l’Atalanta battendo l’Inter potrebbe arrivare a soli due punti dal terzo posto!” evitando anche solo di contemplare l’ipotesi di una vittoria interista, che avrebbe portato i nostri a 7 punti di vantaggio sui quarti, e guardandosi bene dal dire che il pareggio o la vittoria atalantina avrebbero significato problemi per il Milan.

Da parte loro, i rossoneri hanno tutte le ragioni a lamentarsi dell’ennesimo atto di sudditanza arbitrale nei confronti di “quelli là”. Il “mani” di Alex Sandro è beffardamente simile, anche nell’angolo di campo, al fallo fischiato due anni fa a un De Sciglio ancora di rossonero vestito, che decise nel recupero una partita ferma sul pari.

Non ci sono molte alternative alla scontata citazione de La fattoria degli animali: i maiali, cioè i gobbi fuor di metafora, sono più uguali degli altri. Il VAR ha innegabilmente fatto calare il numero di errori e tra le sue poche colpe ha quella di essere arrivata con decenni di ritardo. Detto ciò, la casistica del fallo di mano, è senz’altro quella cui va… messo mano (perdonate il gioco di parole) prossimamente. Personalmente sarei favorevole a criteri rigidi e per nulla interpretabili, che in buona sostanza limitino il più possibile la discrezionalità dell’arbitro.

Al famigerato trofeo BerlusCaloni, che mi vide inopinato vincitore nell’anno aureo 2010, avevamo una regola semplicissima. La tocchi di mano? E’ sempre fallo. Carambola, involontarietà, rimpallo… Frega un cazzo: è fallo.

Quattro moccoli la prima volta, e poi tutti d’accordo: dura lex sed lex.

E’ chiedere troppo?

Chiudo con l’ennesimo parallelo tra gli effetti degli errori arbitrali sulle opposte sponde del Naviglio: di qua, quando lo si prende inder posto, arrivano moniti a non mettere in dubbio la buona fede e, citando i classici, a stare zitti. Al più si ammette l’errore, interpretandolo come una buona occasione di crescita per l’arbitro.

Di là si chiede scusa.

Pallonetto a voragine, l’azione più bella della partita…

SPECCHIO RIFLESSO

MILAN-INTER 2-3

Se già il Derby di andata, giocato in condizioni di morale e classifica assai diverse, era stato presentato come uno scontro tra il bel giUoco dei rossoneri e la cinica fisicità dei nerazzurri, potete ben immaginare -anzi, già lo sapete come me- come la critica abbia introdotto la partita di domenica. Da una parte una grande famiglia, capace di stringersi intorno al proprio allenatore e di valorizzare al meglio gli ultimi acquisti, in grado di far dimenticare la star viziata che ha chiesto e ottenuto di migrare oltremanica. Dall’altra parte, un’accozzaglia di craniolesi in crisi di astinenza da fenotiazine, con un Mister pronto a svuotare l’armadietto e uno spogliatoio pronto più del solito a #guèradebbande.

Fatta la cordiale premessa, il sifulotto torna turgido a intrudersi tra le terga rossonere, sconfitte come all’andata e come in 3 delle ultime 6 sfide (le altre tre sono pareggi di cui uno acchiappato al 97′ e da loro festeggiato manco fosse stato uno Scudetto…).

Se volete l’illuminato punto di vista dello scrivente, mi sono apprustato alla poltrona di casa pronunciando le seguenti parole: “poche volte sono stato così rassegnato all’inizio di un Derby“. Cazzo, datemi torto! Dopo aver visto dal vivo lo scempio di giovedì scorso in Europa League, circondato da un gruppo di toscani che apostrofavano quasiasi giocatore, interista o tedesco, al grido di “sudicio!! vagabondo!!“, chi se l’aspettava un’Inter coi controcazzi a martellare dal primo minuto?

E invece, Vecino pesta giù la partita dell’anno e non a caso apre le marcature dopo 3 minuti. L’azione è bella dall’inizio, con Lautaro bravissimo a fare da sponda sul cross di Perisic, dopodichè… la prende Vecino.

Il Milan non ci capisce molto, e la partita continua con un quasi monologo dei nostri: solo Paquetà e Çalhanoghlu impensieriscono Handanovic, mentre nell’altra area prima Vecino e poi Skriniar di testa si divorano il raddoppio. Vantaggio meritatissimo all’intervallo e paura fottuta che, come già tante altre volte, i nostri pensino “beh il nostro per oggi l’abbiamo fatto“.

Invece no! Anzi, sul corner a inizio ripresa non faccio nemmeno in tempo a sacramentare per lo stucchevole scambio corto dalla lunetta, che il sinistro a giro di Politano arriva bel-bello sulla capoccia di De Vrij: parabola arcuata (cit. Brunone Pizzul) e Donnarumma uccellato. A me ha ricordato il gol di Cruz in un Juve-Inter del 2005, ma qui so di essere malato grave…

Da notare, visto che non lo fa nessuno, l’ottimo “Alessietto” Romagnoli colpevole su entrambi i gol.

Morale, siamo 2-0 con 40′ da giocare. Appena prima del cambio della disperazione, Bakayoko pensa bene di festeggiare l’inevitabile Primo Gol in Serie A contro l’Inter, timbrando di testa il 2-1 con una bella girata che beffa prima Gagliardini e poi Handanovic.

Nemmeno il tempo di cacarci sotto, che Castillejo (ricordiamo: “Samu” per gli amici e Peppe Di Stefano) la combina grossissima, sgambettando Politano che usciva dall’area per preparare la conclusione mancina. L’arbitro rischia i legamenti e cade, ma fischia il rigore sacrosanto. Il Toro non trema e fa 3-1 “sotto la Nord festante” (questa invece arriva dritta dritta da Giorgio Bubba).

Non è ovviamente finita, perchè il gollonzo è in agguato sottoforma di Musacchio, lo stopper del cacchio, che prima segna e poi si guarda intorno incredulo. Smadonno reclamando un fuorigioco di Piatek che in effetti non è fischiabile, ma a mia discolpa credevo che la palla l’avesse presa lui e non D’Ambrosio.

I nostri però tengono, ed è proprio il ceruleo napoletano a immolarsi al 96′ respingendo la botta ignorante dell’ignorantissimo Cutrone, che si trova l’urlo da invasato ricacciato in gola (e mi limito alla gola…).

Gran Derby, vinto in maniera tanto netta quanto insperata. Siamo e restiamo una manica di psicolabili, ma siamo ontologicamente migliori di quelli là.

LE ALTRE

Ora che non conta più nulla, la Juve perde una partita. La vedo come la concessione fintamente bonaria del dittatore di turno. Il popolo se non altro passa una piacevole domenica. Il Napoli batte l’Udinese non senza patemi, mentre la Roma perde a Ferrara facendo un favore a entrambe le milanesi.

E’ COMPLOTTO

Tante piccole perle che ci ricordano quanto, a prescindere dal risultato, ci sia una parte di Milano nella quale il sole splende sempre, ed un’altra condannata a ripararsi dalle intemperie anche quando vince.

Come già detto: loro sono una grande famiglia, noi è CrisiInter.

Esagero? Vediamo:

Lungi da me voler difendere l’essere umano Icardi, poco si può dire delle abilità calcistiche del soggetto.
Siamo alle solite: il fatto che abbia 4 in matematica non dovrebbe autorizzare nessuno a darmi automaticamente anche l’esame di latino. Ma, se la cosa non valeva per il “me” liceale, evidentemente non vale nemmeno quando si parla di Inter.
Non c’è una logica, è così e basta. E’ complotto.
Quindi, tornando alla partita, bravo Martinez a fare da sponda sull’1-0 di Vecino, resistendo alla tentazione di capocciare in porta. Lapidaria la conclusione: Icardi non l’avrebbe passata. L’ho letto sulla Gazza cartacea di ieri, non lo trovo on line, fidatevi.

Se è per questo il Corriere non è da meno, solerte a confermare che nemmeno il derby salverà Spalletti. Grazie, correvamo il rischio di rilassarci un attimo…

Il meglio però arriva da Repubblica, sotto forma di sgub di Marco Mensurati, a sentir lui informato da anonima fonte interna. Ci dice -guarda caso a poche ore dal Derby, tanto per non agitare ulteriormente le acque- che la ricostruzione del caso-Icardi è in realtà assai più vicina alla versione propugnata da Mauro e Wanda: la fascia gli è stata tolta su richiesta di Spalletti dopo che, da Capitano, era insorto contro l’allenatore colpevole di rimproverare i compagni. Insomma, tutto il contrario di quel che l’Inter fa trapelare da settimane. Del resto, perchè accontentarsi della versione ufficiale, se possiamo tirare un po’ di merda nel ventilatore?

Non ci si ferma certo qui: si narra, once more with feeling, dell’immancabile spogliatoio spaccato, con una significativa novità di giornata: ci sono tre “bande”.
Non gruppi, nemmeno fazioni. Proprio “bande”.
Potevano scrivere “gang” o “mandamenti” già che c’erano. Ma non divaghiamo: ci sono i sudamericani (belli i tempi del Triplete in cui gli argentini litigavano coi brasiliani…), ci sono gli slavi (quantomeno non ha scritto”gli zingari”) e ci sono gli italiani.
Eccola qui, la primizia! Dopo anni a passeggiarci sui testicoli sull’Inter vergogna d’Italia per mancanza di autoctoni, eccolo finalmente, lo zoccolo duro di connazionali, panacea di tutti i malanni di stagione e garanzia di virtù e rettitudine in qualsivoglia luogo di lavoro: 7 nostrani in rosa, sufficienti a creare una delle tre bande e viziare ancor di più il già mefitico “clima in spogliatoio”.

Un giorno qualcuno mi spiegherà perchè la redazione sportiva di Repubblica ha questa atavica antipatia per l’Inter: so’ lupacchiotti, si sa, ma per lo meno in contrapposizione al Berlusconismo era lecito aspettarsi non un occhio di riguardo (quello mai), magari solo l’onestà intellettuale.

Gianni Mura è ovviamente oltre l’empireo e poco ha a che fare con i vari Crosetti, Bocca e Vocalelli (sì, quel Vocalelli), ma davvero un astio così non lo vedo nemmeno dalle parti della gazzetta del balengo torinese.

Ce ne faremo una ragione eh? La cosa non mi toglie certo il sonno.

E comunque, apparecchiato il piattino demmerda per i nerazzurri, ecco come, in netta contrapposizione, viene raccontato il pre- e il post-derby rossonero.
Anzitutto, il caro buon Silvio non si trattiene e consiglia da lontano come fare a vincere la stracittadina. Punta tutto su Suso, Berlusca, con lo spagnolo che di contro è unanimemente definito il peggiore in campo.

La chicca, per chi ha fatto del concetto di “gruppo affiatato come una famiglia” un mantra leggerissimamente ridondante negli ultimi trent’anni, è gentimente offerta al momento del cambio di Franck Kessie, con l’ivoriano braccato da tre coraggiosi compagni di squadra, pronti a scongiurare l’eliminazione fisica di Lucas Biglia.

L’unico a uscirne bene, come al solito, è Gattuso, splendido quando dice “potrò anche non capire niente di calcio, ma su concetti come rispetto di regole e gerarchie ci ho costruito una carriera” e ancor più da applausi quando si lascia scappare “mo’ l’importante è che parlino loro, io ci parlo in settimana”, e “meno male che non ho visto tutto il cinema se no mi buttavo pure io nella mischia“. Un grande.

Tutti gli altri sono da oggi le comiche: i due pierini, presi da Leo e Maldini e mandati in favor di telecamere a darsi la mano e giurarsi amore eterno. Ancor di più la stampa, sempre pronta a gridare alla crisi e alle tensioni interne da un lato del Naviglio, ed altrettanto solerte sull’altra riva a minimizzare, contestualizzare e ridurre il tutto a “cose che succedono ma che rientrano subito”.

E poi, se ci pensate bene, probabilmente Kessie era scosso per i buu razzisti ricevuti durante la partita. Insomma, colpa dell’Inter anche qui.

Infine, un pizzico di goduria in più al fischio finale, avendo intravisto in tribuna Pippo Inzaghi ancora stipendiato dal Bologna ma accorso a vedere la squadra del cuore pigliarla ancora una volta inder posto!

Rappresentazione plastica di spogliatoio spaccato: ecco il classico Royal Rumble, il tutti contro tutti degno del peggior Wrestling anni ‘80


YING E YANG (pt.1)

INTER NAPOLI 1-0

NdR: in questo pezzo parlerò solo di calcio giocato, rimandando ad altro momento una necessaria quanto dolorosa analisi su tutto ciò che ha preceduto, accompagnato e seguito la partita contro il Napoli.

L’Inter gioca una delle sue migliori partite della stagione, affrontando un Napoli che la precede in classifica di 8 punti e -ciononostante- tenendole testa per tutti i 90′. Spalletti riparte da quella che al momento è la formazione tipo, col centrocampo tènnico e il tridente Poli-Mauro-Peri. Dietro è il turno di Vrsaljko a star seduto, con D’Ambrosio e Asamoah ai lati della coppia De Vrij-Skriniar.

Il primo tempo dei nostri è buono nell’approccio (traversa su calcio d’inizio di Icardi! Roba che se la tenta CR7 la gente va in visibilio due settimane, ma il nostro è solo un finalizzatore…).
A cotanto primo squillo seguono 45 minuti ben giocati, con personalità e con la giusta miscela di idee (non sempre sulla stessa fascia, non sempre ti-tic ti-toc, non sempre il fiundun a saltare il centrocampo). La produzione offensiva non è pericolosissima nè abbondantissima, ma a fine tempo conto comunque una girata di sinistro di Politano -lodevole nelle intenzioni ma difficile- un colpo di testa di Joao Mario -a chiudere mollemente la migliore azione del tempo- e un’insistita incursione di Icardi che trova un monumentale Koulibaly a sbarrargli la strada, dopo che per due volte ha tentato -senza riuscirci nè col sinistro nè col destro- di assestare il colpo ferale da pochi passi.

Il Napoli per quello c’è, ma perde presto Hamsik per stiramento e non trova mai Insigne, presente ma mai incisivo. Il suo destro a giro è l’unico tiro in porta pericoloso del primo tempo (gli altri due arriveranno a fine partita), ma è anche lo specchio di un Napoli che non risce a giocare come sa: che sia colpa sua o merito all’avversario sta al lettore deciderlo.

La ripresa, come temuto, vede invece Ancelotti apportare i giusti correttivi, più nella testa che nello schieramento degli uomini in campo. I nostri forse pensano di aver risposto bene alla prima domanda, e che quindi l’esaminatore non ti manderà via, e certi del 18 accademico che fa sfangare l’esame si limitano al compitino. Icardi è bravo anche a Santo Stefano a mostrare la nuova versione di sè che tanto fa eccitare la critica: rientri e triangolazioni in effetti non si contano, ed il coinvolgimento nella manovra è senz’altro su livelli mai visti nel lustro precedente. Sul fatto che tutto ‘sto lavoro non gli tolga lucidità sotto porta (come dice Adani) continuo ad avere i miei dubbi, però, per una volta che ne parlano bene, lasciamoli fare…

Di ciò beneficia Brozovic che si trova una bella palla servita dal capitano al limite dell’area, e che finisce però larga in tribuna. L’altro croato in campo, Perisic, fa invece quel che Insigne ha fatto nel primo tempo, l’assente ingiustificato. Dopo un primo tempo convincente e generoso nei ripiegamenti a tutta fascia, la sua ripresa si limita ad un corretto cross rasoterra che Koulibaly (chi altri?) spazza in corner mezzo metro prima del tocco di Icardi. A metà tempo il 44 lascia spazio a Keita.

Il Napoli come detto cresce, e Handanovic ci mette del suo a respingere lo splendido diagonale di Callejon (che con noi segna sempre…), poco prima che si arrivi al fattaccio che gira la partita.

Koulibaly commette un fallo che è da ammonizione, checchè se ne dica: ferma Politano lanciato in contropiede sulla fascia, e a quel punto non c’è bisogno del pugnale tra le scapole per estrarre il cartellino, essendo sufficiente l’interruzione di una azione pericolosa. Il difensore perde palesemente la brocca, indirizzando un insensato applauso all’arbitro che non può far altro che cacciarlo fuori.

Spalletti a quel punto capisce che deve almeno cercare di vincerla, avendo il Napoli perso non solo un giocatore, ma per distacco il migliore in campo. Fuori Joao Mario e dentro il Toro Martinez, dopo che Vecino aveva rilevato un Borja Valero sempre lucido finchè il fiato lo regge (leggasi: non più di un’ora a partita). Tempo due minuti e su corner il Capitano decide di mettersi in proprio, con un bel colpo di testa deviato bene da Meret.

Ci dice però anche culo, perchè allo scoccare del 90′ Skriniar perde una brutta palla in alleggerimento e il Napoli riparte a mille: l’uscita di Handanovic è corretta ma lo capisco anch’io che farà fatica a bloccare quel pallone. I difensori interisti gli danno invece maggior credito, non andando “a rimbalzo” sulla palla che invece rotola pericolosamente in area. Lì Samirone però si supera parando a mano aperta su Insigne, dovendo capitolare sul successivo tap in di Zielinski, che però vede le ginocchia di Asamoah respingere sulla linea di porta e tra le braccia del proprio portiere.

A quel punto entra in campo la brutta canzone degli 883 e sul ribaltamento di fronte Keita caracolla sulla sinistra e tenta una trivela che viene deviata da un difensore. La palla scorre verso l’area e viene fatta scorrere dal velo di Vecino, per arrivare giusta-giusta sul piattone sinistro di Lautaro: botta sul primo palo e gol al 92′!

Il Napoli, mai realmente centrato e in partita, sbrocca definitivamente, con Insigne a battibeccare con Keita e farsi cacciare poco dopo. Il recupero va giustamente lungo, ma i nostri non rischiano più, portando a casa tre punti granitici che ci fanno recuperare tre punti sui secondi in classifica ma soprattutto tengono la Lazio ad altrettanti punti di distanza.

LE ALTRE

Gli Aquilotti infatti battono il Bologna nel Derby tra i fratelli più intollerabili del calcio italiano, mentre il Milan non va oltre il pari col Frosinone, giustamente perplesso per il gol segnato ma annullato dal VAR per presunto fallo in attacco sull’azione che porta Ciano a segnare. Cambia poco per Ringhio, pesantemente in discussione come se fosse colpa sua. Higuain non segna da due mesi, Cutrone è il generoso arruffone che sappiamo, in mezzo non ha Biglia nè Bonaventura… che deve fare?

La battaglia per il quarto posto è sempre più estesa, con Lazio, Sampdoria, Milan e Roma in quattro punti, e la speranza è che si rubino punti a vicenda per i prossimi 5 mesi.

La Juve rischia grosso a Bergamo e agguanta il pari nel quarto d’ora finale grazie al subentrante CR7 . Di fatto accorciamo anche su di loro!


E’ COMPLOTTO

Inevitabile parlare di Nainggolan e di tutto il can-can successo a cavallo di Natale. Il genio arriva sistematicamente in ritardo agli allenamenti e viene punito in maniera esemplare.

Potrei squadernare i vecchi appunti di filosofia del diritto ammorbandovi con dissertazioni sulle finalità della pena, arrivando a citare gli esempi invocati nei Promessi Sposi quale prevenzione generale nella commissione dei reati (della serie “impiccane un paio e vedi che tutti gli altri rigano dritto…“).
Detta meglio (e mi fermo qui):

Secondo una teoria di stampo prettamente utilitaristico, la pena ha la funzione di “prevenzione generale” cioè di distogliere i consociati dal delinquere grazie alla minaccia della sua inflazione.

M. Nunziata “La funzione della pena nella sua appplicazione ed esecuzione. Brevi spunti” Difesa.it

Mi limito a dire che l’arrivo di Marotta pare aver portato una netta discontinuità col passato, con regole chiare e punizioni severe in caso di errore.

Bravo il neo dirigente anche a far passare la cosa come una decisione partita dall’allenatore e non imposta dall’alto: è una finezza, ma per i paranoici come me è bello per una volta vedere Mister e Società dalla stessa parte della barricata. Bello anche sentire Spalletti che conferma la versione di Marotta (vera o falsa che sia) e che non si rifugia dietro un tremebondo “son cose decise dalla Società, chiedete a loro…”.

La stampa poi ci mette del suo, parlando di punizione senza data di scadenza e quindi prolungabile ad libitum (Marotta e Spalletti hanno invece confermato che la punizione era limitata a questa gara, e che quindi il giocatore sarà a disposizione mercoledì a Empoli), di possibile cessione già a Gennaio, riuscendo anche ad entrare in possesso di registrazioni in cui il genio direbbe di voler tornare a Roma.

Marotta è senz’altro un dirigente capace e carismatico, e mi va benissimo che il merito della scelta presa dalla Società vada a lui. Segnalo solo una cosa, che i malati come me avranno già percepito: è l’ennesimo “uomo nuovo” in casa Inter, e come tutti gli altri vivrà un primo periodo di santificazione o giù di lì, per poi essere annacquato nella brodaglia della solita Inter simpatttica. 

Si ricordino a titolo di esempio i tanti allenatori celebrati prima e dopo le loro parentesi nerazzurre e invece “cazziati” nel periodo di residenza interista. Su tutti Rafa Benitez catenacciaro impenitente, diventato per incanto “non certo un contropiedista” (copyright Ilaria) nella parentesi napoletana. Spalletti prosegue nel solco: dopo anni e anni di bel calcio proposto con la Roma, che anzi arrivava ad esserne il limite (“La Roma per vincere ha bisogno di giocare bene, non come l’Inter che sfrutta le sue individualità…”), ora a Milano diventa “prudente” e speculativo, conserva il gollettino di vantaggio e alla fine si fa uccellare dal Pellissier di turno.

Occhio quindi: bene Marotta, ma ben presto la polvere bianconera gli sparirà dal vestito, e lì li aspetto i cantori della disciplina ferrea e del “alla Juve certe cose non succedono“.

Non posso non soffermarmi sulla notizia di Fassone che, da AD del Milan, pare abbia fatto pedinare alcuni giornalisti rei di aver scritto cose cattive sul Milan e di apprendere informazioni confidenziali dall’interno della Società, forse addirittura dello spogliatoio.

Mi limito ad una battuta sulla cosiddetta stampa libera e il cosiddetto libero mercato: dura la vita senza il Geometra e il nostro-Presidente-che-ci segue-sempre eh?

Guarda papà, ho fatto gol!


BRAVI (CIULA)

JUVENTUS-INTER 1-0

Decidete voi se prendere il titolo come bonario complimento o come risentito giudizio a consuntivo.
Per quel che mi riguarda, la seconda che ho detto.

Non c’è altro modo di commentare 90’ nei quali dimostriamo di essere a buon punto a livello di squadra e financo di giUoco, ma nei quali manchiamo di quel cinismo che tante volte ci è stato riconosciuto sotto forma di falso complimento e che tanto ci sarebbe servito.

I piedi fucilati di Gagliardini, la tragicomica carambola tra Icardi e Perisic due minuti dopo, l’insolito balbettìo di Politano nella ripresa, sono peccati troppo pesanti per non essere vendicati alla prima vera occasione dalla Juve.

Spalletti bestemmia i parenti di Vrsaljko fino al terzo grado per richiamarlo sul lancio che fa partire l’azione del gol. Cancelo stoppa e di destro crossa facile sul secondo palo: il croato non riesce a recuperare, Handanovic figuriamoci se esce su un pallone che transita nell’area piccola, Asamoah oppone il suo corpicione insufficiente all’animalanza di Mandzukic e il frittatone è cosa fatta.

E’ un peccato perchè per un’ora buona siamo stati all’altezza della Juve di ieri sera -la quale, si badi bene, non era la miglior Juve della stagione, ma pur sempre una squadra che da sette anni uccide i campionati a cavallo di Natale. 
La formazione iniziale di Spalletti mi lascia perplesso per il contemporaneo inserimento di Vrsaljko e Miranda al posto di D’Ambrosio e De Vrji: sono del parere che i quattro dietro abbiano bisogno più degli altri reparti di giocare insieme ed accumulare automatismi e minuti, e operare due cambi -per quanto frequenti- contro la Juve in trasferta mi è parso alquanto azzardato.

Sarà poi un caso che, dei quattro, i nuovi entranti mi abbiano fatto smadonnare in più di un’occasione (in particolare Miranda mi è sembrato molle e distratto in più frangenti del match), mentre sarà stato il mio pregiudizio negativo a non farmi scaldare nemmeno nella preparazione della bella azione che porta alla ciabattata di Gagliardini a metà primo tempo.

Piccola parentesi rancorosa: Icardi, stretto per tutta la partita nella morsa di Bonucci+Chiellini, mette due volte i compagni soli davanti al portiere. In culo a quelli che “è buono solo a segnare”.

Come dicevo nei commenti post-match, è dai tempi di Cristiano Zanetti che non vedevo un centrocampista tanto impedito quanto il Gaglia nel fondamentale del tiro in porta. La sola cosa buona della sua partita sono stati -purtroppo per lui- i tre o quattro falli subiti, costati un paio di gialli ai bianconeri, il che è sempre una notizia.

Leggo di tanti scandalizzati per il cambio Politano-Borja e mi trovo completamente d’accordo a metà (cit.): se infatti il Gaglia ha almeno l’attenuante di una certa legnosità fisiologica, Politano un tiro così non può sbagliarlo. Dopo la immonda ciabattata l’avrei cambiato all’istante, proprio come sostituzione punitiva. Se però decidi di dargli ancora fiducia, delle due l’una: o lo tieni, e Borja lo fai entrare al posto del succitato Gagliardini, o -se proprio vuoi cavare il Poli- lo fai per inserire Keità o Lautaro.

I quali, in ogni caso, entrano dopo il vantaggio bianconero, quando è chiaro -così come già a Londra- che non c’è alcuna speranza di riacchiappare la partita. Ma mentre a Londra di grosse occasioni non ce n’erano state, a Torino dovevamo essere sul 2-0 e a quel punto sì che Borja avrebbe potuto dare l’effetto camomilla alla partita: nascondi palla e ti fai fare fallo.

Macchè.

In tre trasferte (Londra-Roma-Torino) raccogliamo tanti applausi per la prestazione ma un solo punto.

Martedì arriva LA partita, che segnerà in un modo o nell’altro il resto della stagione. Giocando ancora una volta al giochetto di Febbre a 90° (avresti barattato la vittoria della tua squadretta di scuola per quella dell’Arsenal?) sarò soddisfatto se il magro rendimento in termini di punti fatto vedere nelle ultime settimane sarà compensato dal passaggio del turno in Champions.

In caso contrario, prevedo l’inizio dell’ennesima #crisiInter da cui sarà difficilissimo riprendersi. La classifica è infatti ancora buona, ma come già ricordato il calendario non è dalla nostra e storicamente non siamo bravi a beneficiare dei passi falsi altrui.

Gli altri di solito, quando devono vincere, lo fanno.

LE ALTRE

Il Napoli per esempio non scivola sulla seconda buccia di banana dopo Chievo e regola senza problemi il Frosinone in casa. Consolatorio il modo in cui la Roma, sopra di due gol e due uomini contro il Cagliari, riesca a farsi riprendere sul 2-2.

E’ COMPLOTTO

Incredibilmente non c’è molto da segnalare sul Derby d’Italia: partita tutto sommato tranquilla, pochi e irrilevanti gli errori arbitrali, nessuna polemica post match.

Un mortorio, insomma.

Per fortuna zuccherosi aggiornamenti arrivano dalla parte sbagliata del Naviglio.

Paquetà inizia alla grande accodandosi alla pletora di brasileiri uggeggé prontissimi alla lacrima e alla litanìa del sentimento, dell’amore e della grande famiglia.

I media ci vanno dietro, visto che nessuno, nemmeno per sbaglio, ha segnalato il fatto che la sua ultima partita col Flamengo è stata una sconfitta casalinga.

Forse perchè è già portatore sano del proporre giUoco.

Purtroppo, proprio quando un’altra anima persa per il mondo approda nel porto sicuro della famiglia dell’amore, altri nuclei familiari presenti a Milanello Bianco sono in procinto di separarsi: i fratelli Donnarumma vedranno le proprie strade dividersi, visto che il maggiore, forse in un sussulto di dignità, preferisce andare a sudarsi la pagnotta altrove, anzichè poltrire in panchina per un milione netto all’anno.

Oltre alla tragicomicità della notizia in sè, da notare come la notizia della Gazza faccia addirittura trasparire (ovviamente ex post) una parvenza di ragione nella condotta di Mino Raiola, qui descritto come “deciso a non rinnovare il contratto in scadenza di Gigio per chiara sfiducia sul futuro della gestione cinese”.

Quindi, ricapitolando: il pizzettaro italo-olandese, accusato 18 mesi fa di essere Satana in persona o giù di lì, reo di voler portare Gigio -manco fosse un decerebrato- via dal suo giardino dei sogni solo per vil danaro, addirittura consigliandogli di non sostenere l’esame di maturità che invece il ragazzo voleva fare, adesso viene totalmente riabilitato non già perchè sentisse puzza di bruciato nel progetto complessivo del Milan, bensì perché aveva capito che il cinese era un quacquaracquà.

Il Milan in quanto tale è sempre innocente, al massimo è il dirigente di turno ad essere inaffidabile, come ad esempio “il cantastorie Max Mirabelli” tornando a citare il sommo pezzo vergato dalla Gazza.

Altro esempio? Ibra. Arrivo dato per fatto ormai da due mesi, con tanto di ricostruzioni storiche accomodate (il giocatore non vede l’ora di tornare nella Milano dove tanto bene ha fatto, damnatio memoriae sul triennio nerazzurro dello Svedoslavo, che ovviamente nei due anni milanisti ha unanimemente dato il meglio della sua carriera…), negli ultimi giorni viene messo quantomeno in dubbio. Forse perchè qualcuno ha ricordato che la UEFA è comunque in debito di una certa qual risposta che potrebbe portare a multe o altre misure tali da suggerire una certa cautela in fase di spesa?

No, macchè: siamo alla volpe e l’uva: in realtà è il Milan ad avere qualche ripensamento, visto che con l’arrivo di Zlatanasso il giovane Cutrone-che-tanto-bene-sta-facendo potrebbe non trovare spazio nelle rotazioni di Ringhio Gattuso.

Il lato B di questo disco di musica demenziale racconta di dubbi sull’integrità fisica dello svedese.

Lisergico.

WEST HAM

Vittoria casalinga in rimonta contro il Crystal Palace, altri tre punti per consolidare le splendida mediocrità di centroclassifica.

I’M LATE. AND SO WHAT?

TOTTENHAM-INTER 1-0

Saranno contenti quelli che accusano l’Inter di avere sgraffignato qualche vittoria di troppo. I nostri, aldilà dei pomposi propositi della vigilia, vanno a Londra con il chiaro intento di portare a casa il punto che garantirebbe la qualificazione. E il piano, diciamocelo, era quasi riuscito.

Tirate le orecchie a Spalletti e Ninja per averlo riproposto da titolare e poi tolto dopo 40’, il resto della squadra mi pare solido e sufficiente per poter portare a casa il risultato.

Pare chiaro fin da subito che occasioni per segnare, nonostante la migliorabile fase difensiva londinese, non ce ne saranno molte, ed è per questo che esaurisco il bonus-madonne sull’occasione capitata a Borja Valero pochi minuti dopo il suo ingresso. Lo spagnolo, autore peraltro di una prestazione assolutamente dignitosa, cincischia col pallone tra i piedi senza trovare il decimo di secondo giusto per tirare una “pesciada al balùn” e farlo rotolare perlomeno verso la porta di Lloris.

Ma prima di analizzare la partita da un punto di vista tènnico, tocca davvero tornare sulla scelta di schierare il Ninja dall’inizio, soprattutto vista l’evoluzione della partita. Se l’ha fatto apposta, Pochettino è stato un mago a tenere la partita in equilibrio fino al 70’ per poi inserire i suoi incursori più pericolosi (Son e Eriksen) quando ormai le difese del nostro sistema immunitario erano cariche di acido lattico e obnubilate a livello neurologico. Il delitto perfetto, non c’è che dire.

Non posso però traslare il ragionamento ai nostri. Se hai uno come il Ninja, splendido tuttocampista che però appartiene alla genìa del calciatore prima di tutto fisico, e che senza quello perde il grosso della sua pericolosità, cerca di utilizzarlo al meglio. Mi spiego meglio per i duri di comprendonio (non voi, quindi, che mi avete capito al volo): parti con Borja Valero, fai girare palla, tieni la posizione e i ritmi bassi. Nella ripresa, se e quando necessario, dentro l’animalanza del tabbozzo belga e andiamo a comandare. Tenere in campo Nainggolan senza che possa correre a dovere è una pena da vedere anzitutto per lui: vederlo accennare la corsa e pensare una frazione di secondo dopo “no meglio di no se no mi scasso” mi fa pensare agli ultimi anni di carriera di Michael Owen e non rende giustizia al nostro numero 14.

Fine della polemica interna.

Anche perchè, per il resto, la squadra fa quel che deve fare. Ad esempio, parte da dietro col palleggio manovrato (almeno nelle intenzioni), che è una cosa che di solito mi manda ai pazzi, non avendo i nostri nel controllo di palla e nella visione di giUoco la specialità della casa. Però in quel caso è giusto insistere, visto che il grosso del pressing il Tottenham lo fa sulla nostra trequarti: saltato quello, poi loro sono assai morbidi e pavidi. Giusto quindi cercare di irretirlo e non sparacchiare lungo sull’isolato Icardi.

Dietro, sia Skriniar che De Vrij si comportano bene, sostanzialmente fino alla bella percussione di Sissoko che viene colpevolmente lasciato avanzare, prima di dar palla a Dele Alli che gira a sua volta per l’accorrente Eriksen: due gol in stagione, due gol con noi (contando che quello dell’andata era anche autorete di Miranda. Te possino).

Subìto il fischione è chiaro che non c’è modo di riprenderla, ed è un peccato per un certo numero di motivi.

Anzitutto la sconfitta ci costringe a giocarci il tutto per tutto contro il PSV in casa, con quel clima da ultima spiaggia che tanto volentieri avremmo evitato.

Secondariamente perchè un orecchio dovrà comunque essere sintonizzato dalle parti di Barcellona, tanto per essere sicuri che i catalani facciano le persone serie e non lascino campo aperto agli Spurs.

La terza e ultima paura è un mix delle prime due, che potrebbe paradossalmente portare a un Barcellona che fa anche il suo dovere, ma ai nostri che si perdono in un bicchier d’acqua.

Insomma, che Natale arrivi presto e con lui questa serie di verdetti di Coppa e Campionato, responsabili di insonnie già patite e ancora da gustare nelle settimane a venire.

 

LE ALTRE

Siamo al paradosso per cui la Roma ne becca un paio dal Real Madrid in casa, dopo essersi mangiata l’incredibile nel primo tempo, ma è comunque qualificata, mentre il Napoli batte 3-1 la Stella Rossa ma dovrà faticare come e forse più di noi per portare a casa la qualificazione. La Juve continua la sua serie e batte 1-0 il Valencia in un girone che riserva la gradita sorpresa finale di un Mourinho alle fasi a eliminazione per la quattordicesima volta su altrettanti tentativi, alla faccia di chi gli vuole male.

 

E’ COMPLOTTO

Noto che è bastata una sconfitta (quella di Londra) per dar fiato alle trombe e farci ripiombare negli intramontabili #crisiinter e #casointer.

Colpevoli di giornata Perisic e il papà di Lautaro Martínez. Il primo a rispondere a domanda precisa e ammettere che sì, gli piacerebbe giocare in Premier League ma che è all’Inter che pensa; il secondo a lamentarsi da chiagneffotte di professione del poco spazio riservato al figlio, pentendosi poco dopo e cancellando la sua scurreggia socialmediatica.

Spalletti risponde come deve, lodando entrambi i giocatori e circoscrivendo le loro uscite al rango di bagatelle o poco più, ma è tutto più che sufficiente per l’ennesimo paragone a distanza tra le due sponde del Naviglio. L’Inter, che tra pochi mesi dovrebbe finalmente uscire dal Settlement Agreement (è un’altra delle cose che dicono ogni anno sul ritornello di “stavolta è la volta buona”), sarà costretta a vendere uno dei suoi gioielli; il Milan con l’arrivo di Gazidis e dato per scontato quello di Ibra aggiunge al carrello della spesa Fabregas (un altro che sono 5 anni che deve arrivare in rossonero) e pare non preoccuparsi per nulla della sentenza in arrivo dalla UEFA. Ma non voglio ammorbarvi più di quanto già fatto recentemente.

Proseguo con una chicca già segnalata al volo in settimana tramite Facebook, riprendendo un sondaggio di European Football Benchmark. Nessuna sorpresa nell’apprendere che la Juve è la squadra più tirata in Italia e l’Inter (non il Milan, anche se dato parimerito) la seconda. La novità simpatttica è che i nostri sono primatisti di un’altra classifica: quella della squadra più odiata.

Commento la cosa riprendendo il laconico hashtag vergato sulla mia pagina FB: #ècompotto.

E’ in un certo senso inevitabile, essendo l’Inter sempre stata “altro” rispetto a tutto ciò che caratterizza il calcio italiano. Bene così, insomma. 

Del resto, per continuare con gli slogan, #noinonsiamoquellarobalà.

Passando a cose più scandalose e tristi, sono inqualificabili le scritte apparse sui muri di Firenze prima del match tra Viola e Gobbi. Farmi essere d’accordo con Andrea Agnelli e Nedved è cosa difficilissima, ma quest’accozzaglia di craniolesi ci è riuscita.

Segnalo una chicca marroncina che stranamente nessuno ha fatto notare, e che secondo me invece dà la misura dell’ignoranza endemica di questa gente: il nome di Scirea era stato inizialmente scritto con la H invece che con la C (vedi foto tragicomica).

Siamo ai livelli di “Indipenza Padana” o “Integraliso leghista”.*

 

*scritte realmente esistenti tra Monza e Vedano al Lambro a fine anni ‘90.

 

ALIVE AND KICKING

INTER-BARCELONA 1-1

Va bene. Benissimo. Di più: di lusso.

Pareggiamo una partita che ero incredulo di vedere ferma sullo 0-0 a dieci minuti dalla fine ed ero serenamente rassegnato a perdere dopo il gol di Malcom al minuto 83′.

E invece ci aggrappiamo con due mani alla scialuppa del Titanic e riusciamo a portare a casa un punto d’oro grazie a Icardi.

Con ordine: non rinnego nulla di quanto detto da Spalletti negli ultimi tempi. Il suo lavoro di training autogeno costante merita tutte le mie lodi, purchè si sappia a che gioco stiamo giocando.

Herrera, Trapattoni, Mourinho, negli anni sono stati lodati per le innate capacità motivazionali: i loro calciatori dicevano: “al lunedì ero terrorizzato dall’avversario che dovevo incontrare alla domenica, ora di mercoledì sapevo come fermarlo, all’ingresso in campo ero straconvinto di essere più forte di lui“.

Ecco: la manfrina del “dobbiamo giocare come loro: possesso palla e pressing alto” va benissimo per tenere alto il morale della truppa, ma non è che uno si sveglia alla mattina e pensa “cià, oggi mi sento parecchio Barcellone…“.

Diciamo la verità: il primo tempo di San Siro ha avuto il solo pregio di far rivalutare quello di due settimane fa in Spagna (già non entusiasmante di suo): per il resto assistiamo ad una perfetta macchina da guerra -per quanto con una maglia orrenda-, che si muove costantemente tutta insieme in trenta metri, pronta ad attaccare non appena possibile e altrettanto capace di rimediare i rari passaggi a vuoto nel corso del match.

Impressionante, a mio parere, vedere come le tre-quattro palle conquistate da Icardi a metà campo siano state immediatamente neutralizzate dai catalani nel momento stesso dello “scarico” della nostra punta ai compagni. Giusto il movimento del nostro centravanti -palla indietro e scatto in avanti a prendere il lancio di ritorno- : peccato che ogni volta ce ne fossero due sull’alleggerimento al compagno, e allora ciao còre…

Loro creano parecchio ma sprecano altrettanto, con Suarez a sparare a salve in un paio di circostanze e Handanovic a fare le uova come mai finora in stagione: per distacco il migliore dei nostri.

Per il resto, Vrsaljko ad oggi non dimostra di essere migliore di D’Ambrosio (e la considerazione non vuol tanto essere un complimento per l’italiano -discreto laterale e nulla più- quanto una critica -per quanto costruttiva- al croato vice-campione del mondo). Assai più a suo agio sull’altra fascia Asamoah, che inizia a trovare una giusta intesa con Perisic, altalenante nell’arco dei 90′ ma al tempo stesso pericoloso con diversi cross dalla sinistra. A centrocampo Brozo se la cava benino finchè le gambe lo reggono, ed anche nel quarto d’ora finale è bravo e intelligente a dosare gli sforzi.

Vecino invece vive una serata complicata e legnosa, mai come quella di Nainggolan, in campo solo in virtù del prestigio del match ma assolutamente non in condizioni minime per poter essere presentabile. Non commette disastri, ma uno come lui col freno a mano tirato vuol dire giocare in 10. A saperlo prima, vai di Borja dall’inizio e giòcati il Ninja nei 20′ finali.

Ad ogni modo, il primo tempo finisce a reti bianche e -ripeto- va di lusso.

Il secondo tempo, come all’andata, mostra sprazzi migliori di Inter, posizionati stavolta nell’ultimo quarto di partita invece che nei 15′ iniziali della ripresa. Suarez continua la sua guerra personale contro il mondo, riuscendo a segnare solo dopo un cross con palla già uscita. Lo stringiculo in un certo senso serve, se non altro perchè ci fa capire che non è continuando a farli tirare in porta che possiamo portarla a casa, al netto di un Handanovic che si conferma in serata.

Perisic carbura con l’andar del tempo così come Politano, e il cross del primo libera il secondo a centro area per il colpo di testa che parrebbe a botta sicura: invece fetecchia fuori bersaglio.

Siccome siamo l’Inter, è proprio il neo-entrato più improbabile a farci lo scherzo: quel Malcom strappato alla Roma per 40 milioni (sarebbe meglio dire scippato, ma il Barça agli occhi della stampa europea gode di quell’aurea bontà che dentro ai nostri confini è riservata al Milan, e in quanto tale è ontologicamente incapace di scorrettezze). E’ un po’ la versione UEFA del Primo Gol in Serie A, e infatti il brasiliano si copre la faccia con le mani singhiozzando la propria incredula gioia.

Contingenza a parte, non c’è nemmeno da sacramentare, se non contro De Vrij che si fa anticipare nettamente da Coutinho: il vantaggio è purtroppo più che meritato.

Ma proprio quando penso che l’argine si sia rotto e possa essere imminente la gragnuola di goals, ecco che Candreva e Lautaro, forse perchè entrati da poco, lavorano caparbi sulla destra e piazzano la palla a centro area dove prima Vecino e poi Icardi tentano il tiro in porta. Va male all’uruguagio, benissimo all’argentino che segna con tanto di tunnel ai danni del portiere.

Pareggio che ha dell’inaspettato, per non dire del miracoloso. Ammirevole -e lo dico senza alcun tono dileggiatorio o sminuente- la corsa di Maurito a recuperare palla e portarla in fretta a metacampo per la ripresa del gioco. Non so quelli a San Siro, ma io non ci ho creduto un attimo alla chimera della rimonta. Era però giusto che lui ci credesse, e che provasse a trasmettere la sua voglia a tutti gli altri.

Va bene così, lo ribadisco, anche se paradossalmente la vittoria finale del Tottenham guasta un po’ il clima di impresa.

Ora toccherà andare a Wembley e cercare di portare a casa un altro pari che garantirebbe (se non per aritmetica, almeno per logica) il passaggio del turno.

 

LE ALTRE

In attesa di Juve e Roma, il Napoli fotocopia il nostro risultato riacciuffando il PSG in casa grazie a un rigore. La loro situazione nel girone è migliore come posizione in classifica (primi gli azzurri, secondi i nostri), ma decisamente più fluida nel divenire (lì le 4 squadre sono tutte ancora saldamente in corsa).

Tornando a smandruppare il pallottoliere, ci troviamo nella consolatoria ma scivolosa situazione per cui “dipende tutto da me”. Sapete come la penso a riguardo, però ragioniamo: con un pari a Londra manterremmo il vantaggio contro gli Spurs (a quel punto, anche arrivando a pari punti saremmo in vantaggio negli scontri diretti).

Assai difficile che il PSV possa battere il Barça e quindi avvicinarsi, e anche in quel caso avremmo l’ultima partita in casa contro di loro per poterli tenere a distanza.

Fatti questi calculielli della minchia, buttiamo via tutto. Se vogliamo far finta di essere una squadra seria tocca presentarsi tripallici in casa Tottenham e uscirne imbattuti.

E’ COMPLOTTO

Premetto, anzi ribadisco, la mia antipatia per qualsivoglia spinta autonomista, sia essa padana, nordirlandese, sarda o catalana.

Potete quindi capire il mio massimo godimento alla richiesta di Borja Valero alla conferenza stampa pre-partita, quando ha richiesto ai giornalisti a seguito del Barça domande in castigliano, non in catalano.

 

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Per il resto il pomeriggio calcistico ha riscaldato il mio cuoricione di nostalgico nerazzurro, con un Bobone Vieri splendido (ancorchè appesantito) puntero vincente nella sfida tra vecchie glorie di Inter e Barcelona.

Oggi poco complotto, in compenso due foto.

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Che poi, vedere Piqué che si lamenta è sempre un gran godimento… Lui e le sue maniche lunghe anche a Ferragosto!

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Luci a San Siro (siam belli, lo sappiamo…)

CIAPA SU E PURTA A CA’

BARCELONA-INTER 2-0

Che devi fare? Che devi dire?

Niente più di quanto aulicamente espresso nel titolo.

Il Barcelona è più forte dell’Inter, con o senza Messi: questa l’amara verità.

Partendo dall’assunto, il candidato spieghi come si è svolta la partita e come l’Inter avrebbe potuto far meglio.

Proviamoci: Spalletti recupera i due croati (credo ci sia stata un po’ di sana pretattica o forse solo cautela) e conferma Borja dietro a Icardi. Rispetto al Derby, D’Ambro-Miranda-Candreva al posto di Vrsaljko-De Vrij-Politano.

Onestamente mi aspetto un assedio o giù di lì, invece -anche in un primo tempo senz’altro timido e balbettante- un paio di volte buttiamo fuori la capoccia. Bello il cross rasoterra di Perisic con Icardi a anticipare portiere e difensore ma a spedire alto sulla traversa, intelligente l’assist di testa di Vecino a liberare ancora Mauro che non se la sente di calciare di sinistro e si perde tentando la sterzata sul destro, episodico ma comunque pericoloso il destro a scaldabagno di Vecino da fuori area che finisce alto di poco.

Oltre a queste tre occasioni -che, ripeto, non mi aspettavo di vedere- lunghi quarti d’ora di soliloquio in lingua catalana.

E’ probabile -nel mio caso è certo- che uno faccia più attenzione a come giochino gli altri quando affrontano la tua squadra del cuore, perchè onestamente il loro possesso ieri sera mi è sembrato molto più efficace e molto meno gni-gni-gni di tante altre volte.

Mi scopro in fiero e antitetico disaccordo con Sconcerti, e la cosa mi conforta.

Partita tra eunuchi un par de palle (tanto per rimanere in tema).

Il Barcelona rimane uno squadrone anche senza i tre nanetti Xavi-Iniesta-Messi. Questo Arthur, che nella mia ignoranza non conoscevo, pare una sintesi dei primi due, e in 90 minuti avrà sbagliato forse un passaggio. Rakitic è quello del Mondiale, e Busquets l’intollerabile passista (stavolta non simulatore) che regola il traffico lì in mezzo. C’è poco da fare, con quelli la palla la vedi poco.

Se mi si passa l’azzardo, è stata l’Inter a patire l’assenza del Ninja più di quanto loro abbiano sentito la mancanza di Messi. Questo non perchè -ovviamente- Nainggolan sia più forte di Leo, ma proprio perchè la “lezione tattica”del Barça è talmente nota a tutta la rosa da poter avere successo -almeno contro questa Inter- anche senza il suo giocatore migliore. Sulla nostra sponda siamo qualche passo indietro e, visti i tentennamenti di pressing, gioco e personalità, un animale come il Ninja sarebbe stato senz’altro di aiuto.

Per lunghi tratti della partita si è visto come il pressing di quelli là portasse la palla tra i loro piedi quasi magneticamente, con i nostri incapaci di fare altro che non fosse “la butto lontana e vediamo“. A ulteriore conferma di ciò, il primo quarto d’ora della ripresa, quando riusciamo a tenere meglio la palla e giocare con un minimo di manovra.

Beneficiamo di un Politano assai più pimpante di Candreva (a mio parere tra i più in difficoltà, certo non aiutato da D’Ambrosio: sembrava facessero a gara a chi si nascondeva di più); se non altro l’ex Sassuolo, mancino, schierato sulla destra ha più campo per giocare e quindi più alternative al “candelone operaio” in fascia per il compagno di turno.

E difatti una delle poche azioni pericolose della ripresa arriva proprio dal sinistro di Politano. Il cross a rientrare è velenoso assai, con Ter Stegen a smanacciare sventando la minaccia, stante Perisic pronto al tap-in vincente.

Con l’andar del tempo escono anche lo stesso Perisic e Borja, rimpiazzati da Keita e Lautaro. Entrambi avranno da lì al 90′ la loro occasione, con il primo a tentare un difficile -e infatti innocuo- colpo di testa, stante Piqué a sovrastarlo fisicamente, e col secondo  a sparare alto il tiro dopo bella transizione che avrebbe meritato uno sviluppo più intelligente (nella circostanza: dai ‘sta palla a Keita sulla sinistra, fallo entrare in area e cross in mezzo per vedere l’effetto che fa).

Tuttavia, l’azione migliore dei nostri capita proprio sul sinistro solitamente educato di Politano: bello lo sviluppo sulla sinistra, cross basso per Icardi che saggiamente arretra, tacco dell’argentino a liberare l’italiano sulla lunetta dell’area di rigore con visuale libera e tiro finale che però centra in pieno l’omino delle bibite.

Volo alto sulle tante occasioni del Barça, che manda in gol Rafinha alla mezz’ora su imbeccata di Suarez e Jordi Alba nel finale dopo bella combinazione corale: potevano farne altri, e Handanovic fa un paio di miracoli. Suarez timbra una traversa dopo assist di mano di Rakitic non visto e Brozo fa il salvataggio migliore della serata sdraiandosi dietro la barriera per neutralizzare la furbacchiata della punizia tirata rasoterra.

Che son più forti l’ho già detto. Tra due settimane Messi ancora non ci sarà. San Siro invece sì e -magari- anche il Ninja: possiamo fare meglio.

Basterà per fare punti?

LE ALTRE

Per noi le notizie migliori della serata arrivano dall’Olanda, con il PSV a rimontare il vantaggio del Tottenham e timbrare il 2-2 finale a pochi minuti dal 90′. Questo vuol dire Inter 6 punti, e loro con 1 punto a testa. Posto che dobbiamo fare la corsa per il secondo posto e non sul Barcelona, il margine è ancora buono. La vera partita da vincere -ragionando a tavolino- è quella col PSV in casa, che però sarà l’ultima del girone e -come tale- pericolosissima a livello mentale.

Vero che i nostri paiono cresciuti sotto questo aspetto, ma continuo a non fidarmi.

Il turno per le italiane è comunque positivo, stanti le vittorie di Roma (prevedibile in casa) e Juve (bravi purtroppo a espugnare l’Old Trafford) e il pari del Napoli a Parigi che vanifica nel recupero quella che sarebbe stata una vittoria meritata.

 

E’ COMPLOTTO

Non c’è molto, lo ammetto. Le critiche post-partita ci sono state come è giusto che sia, ma onestà impone di riconoscere che sono state quasi tutte obiettive, costruttive e contemperate dalla crescita della squadra nell’ultimo periodo.

Certo, poi c’è sempre chi vuol fare il professorino de ‘stoca. Ma se erano riusciti a parlare di “fallimento” nel 2002-2003 (secondi in Campionato e semifinalisti in Champions), hanno gioco facile a definire “disastro” quello di ieri.

Torniamo ad affacciarci a certi palchi dopo anni di partite del giovedì (che siano amichevoli infrasettimanali o trasferte in qualche bucodelculo europeo), e un minimo di scotto lo paghiamo.

Ecco, se devo togliermi qualche sassolino, non mi è piaciuto tutto il clima da gita scolastica dei nostri al Camp Nou: foto a garganella manco fossimo degli esordienti totali…. Oh! noi qui otto anni fa abbiamo scritto la storia, ricacciandogli in bocca le cagate della remuntada e roba assortita,

Ho capito che ai tempi molti dei nostri giocavano ancora nelle giovanili, ma qualcuno di quei tempi viaggia ancora al seguito della squadra: un minimo di personalità in più l’avrei voluta vedere.

Mi è piaciuto per esempio Spalletti nel dopo-gara, quasi incazzarsi per i complimenti all’insegna del “beh dài…bravini…“. E’ giusto che metta su la faccia brutta, che pretenda di più dai nostri, che faccia passare il messaggio che nessuno è andato lì in gita premio. Siamo in Champions e ce la dobbiamo giocare con tutti. E-che-cazzo.

Ad ogni modo, avanti tutta e testa alla Lazio lunedì sera: questi sono giustamente avvelenati per come è finita la stagione scorsa.

Tenere a mente e agire di conseguenza.

bar int 2018 2019

Ah ragazzi mi son dimenticato… Occhio che questo non gioca più con noi!

VOGLIO MORIRE ADESSO (CIT.)

INTER-MILAN 1-0

Immaginate di leggere queste quattro righe in un perdurante stato di semicoscienza, ma con parametri vitali ancora incoraggianti (evidentemente gli auspici del titolo tardano a fare effetto!).

Ebbene, mi vedreste con il sorriso ebete dei giorni belli, con i cugini giustamente battuti e gustosamente puniti all’ultimo minuto, con papera di Donnarumma, con sentenza di Icardi, con Spalletti spumeggiante e incazzoso in conferenza stampa.

Tutto molto bello, avrebbe detto il buon Bruno.

I nostri devono rinunciare presto a Nainggolan, che riesce nell’incredibile esercizio di commettere fallo per evitare di subirlo, riuscendo nel contempo a infortunarsi e a dover abbandonare il campo dieci minuti dopo.

Dentro Borja Valero, meno gamba, più cabeza.

Per il resto, Vrsaljko e non D’Ambrosio, Vecino e non Gagliardini, Politano e non Candreva: Inter in campo con un solo italiano (who gives a fuckin’ fuck!?) e -o ma, scegliete voi la congiunzione- a menare le danze per la quasi totalità dei 90′ giocati.

Il primo tempo vede, in ordine sparso, un gol annullato a Icardi per capocciata malandrina di Vecino a spizzare lo spiovente, un palo di De Vrij sugli sviluppi di un corner, un bel colpo di testa di Perisic deviato dal loro purté, un tiro-cross di Vrsaljko su cui Icardi in allungo arriva un decimo in ritardo, un assist al bacio di Borja sempre per Icardi contrato da Romagnoli e un sinistro di Vecino che spara alle stelle un rigore in movimento dopo sapiente assist rasoterra di Perisic.

A tutto ciò il Milan, col proverbiale culo che li accompagna da lustri, trova anche la zampata di Musacchio sul (primo?) corner battuto da Suso: per fortuna, anche in questo caso la bandierina sale senza nemmeno bisogno del VAR.

Visto che l’Inter è quella muscolare e il Milan quello del bel giUoco, i cugini picchiano come fabbri ferrai. Ajeje e Beavis a fine primo tempo hanno le cosce martoriate dalle “vecchiette” degli avversari e, in altro contesto, sarebbero probabilmente sostituiti nell’intervallo.

Lucianino invece, avendo come detto già dovuto rinunciare al Ninja, dice “m’importa sega” e lascia in campo entrambi incerottati; si ricomincia.

Meno occasioni rispetto al primo tempo, con Politano a sparacchiare largo un destro al volo, e Vecino a cercare Icardi anzichè provare il sinistro sul palo lungo. Oltre a ciò continua la serata complicata di Asamoah, che se da un lato annulla Suso, dall’altro si esclude dalle sovrapposizioni con Perisic e dalle combinazioni centrali con Brozo e Vecino.

Ma soprattutto, perdiamo più di un paio di palloni velenosi in ripartenza, dando a quelli là l’occasione di pescare il jolly sotto forma di uno-tiro-uno-gol.

Se non altro, la Dea Eupalla stasera non ci volta le spalle e lascia i cugini a inciapmare nelle primule, con Higuain lasciato solo al suo destino (lui, quello che aiuta la squadra, quello che partecipa alla manovra…) e anche Cutrone a galleggiare inoffensivo sulla fascia.

Meno male, perchè l’insopportabile ragazzino è tanto simpatico quanto pericoloso, degna radice quadrata di Pippo Inzaghi: cintura marrone (non ancora nera) di palla strumpallazza e rischio di gollonzo a livelli altissimi.

E’ vero, come dice Marchegiani, che negli ultimi minuti entrambe le squadre paiono accontentarsi del pareggio, ma Gattuso risveglia le mie speranze con l’ultimo cambio. Non solo esce Calabria, diligente a limitare Perisic per buona parte del match, ma al suo posto entra la sentenza Abate, ‘Gnazio per gli amici.

Apprendo di aver fatto la stessa battuta di Scarpini (adesso entra Milito e segniamo), ma non stiamo a quisquiliare su diritti di primigenitura.

Dopo nemmeno due minuti dal suo ingresso Candreva rovescia e fa proseguire Vecino in posizione di ala destra. Romagnoli gli si mette davanti ma più per senso del dovere che altro, e il cross a voragine esce come un arcobaleno dal destro dell’uruguagio.

Siamo al meta humour: Donnarumma fa capire a tutti cosa vuol dire “non capirci un cazzo”, roba che nemmeno Handanovic nelle uscite peggiori,  si fa la finta da solo uscendo ma non troppo, per poi rientrare ma non del tutto.

Icardi, quello che sta fermo e viene colpito dalla palla, quello che non fa i movimenti giusti, quello indegno di portare la fascia di Capitano, scherza bellamente il connazionale Musacchio facendo la mossa del biscione scivolandogli dietro le spalle e inchiappettandolo a porta vuota.

Da far vedere in loop nelle scuole calcio, altro che balle…

Il tutto -ovviamente- sotto lo sguardo rassicurante di Abate, entrato giusto in tempo.

La goduria pare senza limiti, ma c’è di meglio.

LE ALTRE

La Juve perde i primi due punti del suo campionato dopo il pari casalingo contro il Genoa. Magra soddisfazione, visto che la distanza dagli altri rimane considerevole, ma quanto meno non è più siderale.

Il Napoli non si fa sorprendere e regola l’Udinese per 3-0, portandosi a -4 dai gobbi. Altrettanto fa la Lazio, che nel finale passa a Parma. Tutto il contrario della Roma, sconfitta in casa dalla Spal e tornata a perdere punti con un’altra piccola.

I cugini, chettelodicoaffà, stazionano saldamente nella colonna di destra, pur avendo ancora una partita da recuperare.

E’ COMPLOTTO

Inizio con il ribadire il mio personalissimo voto per Esteban Matìas “Cuchu” Cambiasso a ruolo di capo del mondo.

Ogni volta che parla dice verità inconfutabili. Ieri sera mi ha fatto alzare in piedi sulla poltrona ed applaudire mentre gli altri lo guardavano quasi increduli.

Il Milan ha capito di essere inferiore; anche a livello di storia societaria, i nerazzurri sono più avanti“.

E gli altri, quasi scandalizzati: ma tu pensi che il Milan si senta inferiore?

Oh cicci, sono i numeri a parlare, e mica da quest’anno. Poche balle (questo lo dico io, ma lo pensa anche il Cuchu, che però è troppo nobile di spirito per scadere nel triviale).

Avendo capito che giocarsela alla pari sarebbe stato un suicidio, i Ringhio boys hanno ripiegato sul caro e vecchio catenaccio, sperando di portare a casa il punticino.

Ma tutto ciò non si applica all’ex Club più titolato al mondo (a dire minchiate…): loro, dài che ormai l’avete capito, #propongonogiuoco.

Oltre alla vomitevole e già richiamata litanìa dell’Inter cinica e fisica contrapposta al Milan di squisiti orchestrali, e sbugiardata con 90′ minuti di comportamenti concludenti, raggiungo il successivo livello di estasi con la prima domanda fatta da Alciato a Spalletti, e soprattutto con la seconda risposta di Spalletti al pinocchietto di turno.

“Ha vinto la squadra che ci ha provato di più?”

Ha vinto la squadra che se l’è meritato, che ha giocato meglio… Se eri di quelli che diceva che giocava meglio i’ Milan… ora va detta in un’altra maniera“.

Ripeto qui quanto detto nel lontano Novembre 2012 dopo la prima vittoria allo Juventus Stadium, allorquando Marotta parlò di un’Inter “spensierata” volendo in realtà dire “spregiudicata”.

La polemica, allora di Stramaccioni, ieri di Spalletti, è forzata, e lo riconosco. Arrivo addirittura ad ammettere che il biondino di Sky per una volta non volesse nemmeno sminuire la vittoria dei nostri, ma sono talmente tante le volte in cui si è subìto mediaticamente senza controbattere, che ho esultato quasi come al gol di Maurito.

Mi dispiace unire al mazzo dei luogocomunisti anche Luigi Garlando, eroe letterario del rampollo di famiglia grazie all’interminabile collana “Gol“, ma anche un pezzo come questo fa capire quanto fallace e tentatrice sia la strada che obnubila le sinapsi e fa gracchiare insieme agli altri in un coro stonato e calante.

Posto che a me, del giocar bene, interessa il giusto (per millemila motivi che ormai dovreste conoscere), la partita di ieri ha fatto capire che il Milan, tolti Biglia, Suso, il turco e Higuain, di piedi buoni non ne ha, punto e basta. Dipende dall’estro dello spagnolo come e più di quanto i nostri dipendono da Icardi, ma lì -Cristo solo sa perchè- non si può dire. Ieri è bastato che Asamoah facesse il mediano di fascia sul succitato Suso perchè Higuain girasse come un bimbo sperso ai giardinetti, con Bonaventura incapace perfino di simulare falli subìti e Biglia bravo solo a randellare chiunque passasse dalle sue parti. Taccio per umana decenza sulla difesa.

I nostri avevano un centrocampo con Vecino (vedi il cross e taci), Brozo, Borja dopo Ninja, con Politano, Perisic e Icardi. Dietro Skriniar e De Vrij sono la coppia più bella del mondo (e manco mi dispiace per gli altri). Però ci basiamo sugli spunti dei singoli, però siamo cinici, però la manovra è asfittica.

La verità è che vi rode il culo.

E io godo.

Quasi così.

 

CRIBIO

Solo un aggiornamento sulla squadra di giUovani italiani coi capelli corti, senza barba nè tatuaggi.

Quell’erotomane, pluricondannato, disastro politico-mediatico italiano del neo Presidente, insieme al fido Geometra, ha preso la squadra brillantemente issata in cima alla classifica del proprio girone a punteggio pieno, e nelle prime cinque partite ha conquistato la bellezza di due punti (leggasi: 2 pari e 3 sconfitte).

Gustosissimo il 3-0 rimediato a Vicenza con due gol di tal Giacomelli (un gol per ogni dozzina di tatuaggi, impresentabile splendido tamarro barbuto!) e un terzo segnato dall’extracomunitario Rachid Arma.

La sconfitta interna di ieri col Teramo, sotto gli occhi, tra gli altri, anche di Fabio Capello, pare essere costata la panchina al Mister brianzolo, prontamente sostituito da un fedelissimo di casa Milan, quel Brocchi che pure a eleganza non è il massimo della vita.

E adesso come la mettiamo?

Calcio: Serie A; Inter Milan-AC Milan

Purtroppo non ne ho trovata una con Abate…