CAZZO, GIA’ DIECI ANNI…

Ai tanti che oggi se lo fossero persi, di seguito il succo di quel che abbiamo detto oggi su Facebook.

Sono già passati dieci anni: a tratti sembrano trenta, altre volte invece sembrano due settimane…

Prima di abbandonarci ai ricordi inebrianti, un minimo di obiettività. Cerchiamo di capire quanto cazzo fosse forte quella squadra, quanto sia stato importante non quell’anno, ma quel ciclo dell’Inter.

Un ciclo durato 5 anni e iniziato come tutti sappiamo. È verosimile che senza Calciopoli l’Inter avrebbe fatto più fatica a costruire quello squadrone, Ibra e Vieira non sarebbero arrivati. Però Julio Cesar, Zanetti, Cuchu, Samuel e Cruz c’erano già. Maicon, Grosso e Crespo sarebbero arrivati comunque. E soprattutto, senza voler riaprire ferite che agli juventini fanno ancora male: il redde rationem di quell’associazione a delinquere che era la Juve è arrivata in ritardo. Io come tanti altri interisti ho sempre visto lo scudetto 2006, il 14°, come un segnale da parte del sistema calcio, un modo per dire “ah scusate, non avevamo capito un cazzo, ora vediamo di rimediare”. Poi in realtà hanno continuato a non capire un cazzo, visto non molto è cambiato, però…

Come sa chi ha letto il libro, il mio rancore l’ho espresso riscrivendo una manciata di campionati al netto delle famigerate sviste arbitrali. Tutti noi, non rancorosi complottisti, semplicemente tifosi dotati di occhi e intelletto, sappiamo che l’Inter avrebbe potuto e dovuto vincere almeno due campionati prima di quello 2005/2006 (parlo del 97/98 e del 01/02, io ci metto anche il 02/03).

Ad ogni modo, si vede che doveva andare così, inutile rimuginarci sopra.

Torniamo a bombazza: Quelle 5 stagioni sono finalmente state la rappresentazione di quel che ho sempre voluto dalla mia squadra: un piano strategico, una coerenza anno dopo anno, che mantenesse inalterati i punti di forza e andasse a migliorare gli aspetti ancora traballanti.

E quindi ecco arrivare Chivu, ecco crescere Ibra a livelli mai visti fin lì (chè nasino alla Juve faceva 10 gol all’anno…), ecco anche la sostituzione agrodolce in panchina. Sbagliata nei modi, sbagliatissima, ma tremendamente efficace.

Il Mancio inizia ad andarsene dopo la sua crisi mestruale post-Liverpool di marzo 2008: da lì inizia un imbarazzante tira e molla che per poco non ci costa uno scudetto, tra il gatto nero di Figo e il sarto di Appiano.

Vedo l’ultima partita di quella stagione (Parma Inter, due gol di Ibra sotto la pioggia) in una maniera solo apparentemente folle. Siamo in cinque: io, mio fratello, il Signor Carlo, Gio e il neonato Pancho.

I tre uomini presto inginocchiati per terra davanti alla tele, la mamma premurosa che si occupa del piccolo ed ha la provvidenziale idea di fare capolino in salotto col pupo in braccio a metà ripresa e chiedere “Come va?”

Ibra nello stesso istante arma il destro e tira lo scaldabagno da fuori area: gol e delirio collettivo. Bandiere che escono dalle tasche e che fin lì erano state scaramanticamente nascoste e noi tre che torniamo i dodicenni che in fondo siamo da sempre.

La donna di casa contempla la regressione pre-adolescenziale che le si para davanti agli occhi, lascia calare il livello dei decibel e sussurra “va beh, io torno di là, così magari il bimbo dorme un po’”.

La risposta all’unisono “Ferma lì! Tu adesso non ti muovi per la prossima mezz’ora!”.

So che i veri tifosi capiranno. Ma non solo loro, anche i campioni ragionano così. Non ci credete?

Facciamo un salto di due anni circa e da Monza ci trasferiamo in un lussuoso appartamento milanese in cui due giovani uomini argentini stanno assistendo -abbastanza interessati- a Roma-Samp:

La Sampdoria attacca e attacca. La bambina, malgrado il volume della telecronaca a palla e il nostro tifo da ultras, si addormenta placida in braccio al papà, e allora la mamma mormora: “Diego, la bambina dorme. Dammela, la metto a letto…”.

Serissimo, Diego Milito, il padre più sollecito e amorevole che ci sia, un uomo serio e intelligente, un cattolico praticante, stringe al petto la figlioletta dicendo: “Neanche per sogno, Sofi. Appena l’ho presa in braccio la partita è cambiata. La pupa sta qui, in braccio al papà”.

J. Zanetti, Giocare da Uomo, Strade Blu Mondadori, 2013

Non serve che vi dica com’è finita quella partita.

Chiaro quindi: io non ho mai avuto dubbi sulla mia stabilità mentale, figuriamoci dopo aver letto che anche il Principe Milito la pensa come me.

Finita la parte aneddotica, il passaggio dal Mancio a Mourinho fa continuare la crescita, che per carità, passa anche da qualche scelta toppata: Amantino Mancini e Trivela Quaresma sono lì a dimostrarlo, ma perfino questi errori andrebbero visti sotto la giusta luce.

Ai tanti che si riempiono la bocca col “Mourinho grande motivatore e comunicatore” e basta, farei vedere in ginocchio sui ceci la varietà di moduli utilizzati da José in due anni. L’uomo con l’ego più smisurato che c’è arriva convinto di usare il 4-3-3, con i due succitati ai lati di Ibra. Quando capisce che non è cosa, si adegua e cambia. Coi giocatori che ho come posso farli giocare? Rombo di centrocampo e due punte. Ah! Come giocava il Mancio! E ‘sti cazzi? Vinco il campionato in carrozza, pure senza dover giocare l’ultima di campionato.

Certo, serve un altro passaggio per arrivare alla perfezione. Ed ecco l’estate del 2009, il colpo da maestro Ibra/Eto’o più una paccata di milioni, Milito e Motta, Cavallo pazzo Lucio e Sneijder giusto in tempo per le 4 pere nel Derby, fino alla conclusione trionfale che tutti conosciamo, vecchia giusto di 10 anni.

Ecco: in tutte le celebrazioni che, grazie a Dio, stanno facendo, io al solito faccio la parte del rancoroso petulante. Occhio, quell’Inter non è “solo” la notte leggendaria di Madrid, quello è un “cazzo” di ciclo di quattro anni, che avrà una bonus track nella stagione successiva.

Ma, esattamente come per il bel giuoco o per il regista, ciclo è un’altra di quelle parole che per la stampa italiana non è applicabile all’universo interista. Noi siamo sempre quelli estemporanei, da una botta e via, ma questo ormai ve l’ho “imparato”!

Quindi: viva l’Inter viva il Triplete, viva quelle stagioni.

Ora, ognuno di noi immagino ricordi dove si trovava in quel Maggio 2010, io sempre in prima fila divanata nel salotto di casa, col rampollo semicosciente (aveva 2 anni, gridava quando gridavo io ma non ricorda nulla…). Per la finale di Champions mi ero scientemente dotato della compagnia di un amico infermiere di cardiochirurgia, all’insegna del “una cazzo di tracheotomia con la penna BIC me la saprà fare!”. La Giò rigorosamente fuori, computer e balcone, che a Maggio va ancora bene. Il problema, povera, è che si è fatta tutta la stagione così.

Ognuno poi si costruisce i ricordi secondo i propri comodi, o forse inconsciamente si va di memoria selettiva.

Ricordo la rabbia quasi maggiore alla gioia dopo la vittoria in Coppa Italia, con quell’orrenda caccia all’uomo che è stata Roma Inter, ennesima dimostrazione del fatto che l’Inter fosse sola contro tutti. Tutta la stampa a tifare Roma. Totti, Perrotta, Mexes, Taddei, Burdisso tutti da cacciare nel giro di mezz’ora, tutti liberi di menare come fabbri ferrai sotto gli occhi bonari di Rizzoli.

Lo Scudetto aveva portato con sé lo stesso sapore, forse perché lo stesso Siena era una sorta di succursale giallorossa, con Curci e Rosi in campo, Sella come vice di Malesani e lo stesso presidente che si chiamava Mezzaroma.

Ho rivisto una sintesi della partita l’altro giorno, fingendo di inciamparci per caso, e i miei ricordi al solito funzionano alla grande, quando si parla di Inter.

Compagnoni a fine partita fa passare meno di 10 secondi prima di aggiungere “L’Inter ha avuto la meglio su un avversario fortissimo: la Roma di Claudio Ranieri!

La notte di Madrid invece, aldilà dell’emozione inevitabile, è passata relativamente liscia -se mi passate il termine-. Come tanti altri interisti, vivevo una strana sensazione di ottimismo, proprio io che ho temuto di uscire contro i coreani al Mondiale per Club del Dicembre 2010.

Si è completato quel parallelo che avevo iniziato a intravedere già nella fase a gironi: la nostra Champions 2010 come l’Italia del Mundial 1982. Un girone complicato, che sfanghiamo non senza fatica.

Subito un ostacolo mica da ridere: il Chelsea per l’Inter, l’Argentina per l’Italia. E in entrambi i casi, con le partite forse migliori di tutto il torneo. Tanti ricordano comprensibilmente la tripletta di Rossi contro il Brasile o la doppia sfida con il Barcellona, ma personalmente il controllo totale del gioco che ho visto a Stamford Bridge non l’ho più visto: 4 volte l’uomo davanti al portiere in meno di un’ora di gioco. Segna Eto’o e partita incartata, loro inebetiti davanti al nostro dominio.

Brasile e Barcellona sono i picchi spettacolari dei due tornei, con Polonia e Spartak Mosca tappe intermedie prima della finale contro i tedeschi, in entrambi i casi quasi una formalità prima di alzare la Coppa.

Forse è la distanza temporale a farmi fare questi romantici paragoni tra tornei diversi, forse sto solo invecchiando… Spero solo di non dover aspettare così tanto prima di rivedere qualcosa di simile!

Ora sono curioso di sapere dove eravate voi dieci anni fa, dove e con chi avete visto le “finali” di quell’anno, come avete vissuto tutto il Lustro d’Oro. Un paio di impavidi si sono già confessati, tra generatori che finiscono la benzina spegnendo la TV e blasfemie pronunciate di fronte all’alta diplomazia internazionale.

APERITIFSPIEL (GIOCO APERITIVO – pt. 3)

I numeri superiori al 20 sono apparentemente di minor fascino ed importanza, se non fosse che molti degli eroi della storia recente dell’Inter hanno indossato casacche con cifre poco consone al calcio ortodosso. Una delle tante metamorfosi del calcio del terzo millennio, di cui -nostalgici o meno- non si può che prendere atto.

E quindi, saltando il numero 21 che non annovera grandi nomi (la scelta di cuore andrebbe a premiare il terzo portiere Orlandoni, persona splendida e autore di un gesto solo all’apparenza formale di cedere il numero di maglia al giocatore che segue, vedi al min 3.30, senza piangere se riuscite), spariamo subito i fuochi d’artificio con il successivo in ordine di apparizione.

Con il numero 22: Diego… Milito

undefined

Un giocatore di classe, talento, intelligenza siderali, che solo i distratti o i prevenuti (o le due cose insieme) possono considerare una meteora nel calcio degli anni 2000. Perfino banale ricordare che tutti i gol delle tre “finali” del Triplete sono stati segnati da lui, mi concentro invece su un aspetto da molti non considerato: è uno dei giocatori a cui ho visto commettere meno errori “concettuali”, Certo, ha sbagliato tiri, gol facili, persino rigori, ma l’idea che aveva in testa era sempre quella giusta. Quante volte abbiamo visto giocatori tirare nonostante ci fosse il compagno smarcato, o avanzare per schiantarsi contro tre difensori invece di tirare da fuori?

Ecco, il Principe l’ho sempre visto lucidissimo, spietato, essenziale in qualsiasi sua azione: devo dribblare? Lo faccio. Devo tirare? Ecco la minella. C’è il compagno libero da servire? Pronti con l’assist. Ogni giorno mi ricavo un minuto di indignazione per la mancata assegnazione del Pallone d’Oro 2010, ed altri due per il mancato inserimento nella shortlist finale, prova palese di complotto istituzionale.

Poi, ragionando col cuore e quindi spogliandomi di quell’imparzialità che faccio fatica a mantenere per più di un minuto, in Milito ho sempre visto un uomo, una persona seria, senza fronzoli (“zero tatuaggi e trenta gol“, per citare una delle mie primissime sbrodole), umile ma cazzutissimo. Insomma, un Campione. E non si ammettono repliche.

Con il numero 23: Marco… Materazzi

undefined

Vince a mani basse la “gara” di colleghi di numero di maglia; è un giocatore troppo sopra le righe per non causare reazioni manichee. O lo ami o lo odi (calcisticamente, s’intende…). Ecco, per me Matrix nel biennio 2005-2007 è stato il difensore più forte in circolazione. Sì, molto più di “sorrisofisso” Cannavaro e del bravo ma fragile (e a mio parere sopravvalutato) Nesta.

Materazzi è stato un giocatore impulsivo, fumantino, poco calcolatore, tutte caratteristiche pericolose, specie per un difensore. Eppure, per tanti dei 10 anni passati in nerazzurro ha saputo far sfruttare il suo fisico, il suo sinistro e la sua personalità per chiudere tanti pericoli e segnare una gragnuola di gol. Ha avuto anche lui il suo quarto d’ora di madonne da parte del sottoscritto nell’Inter-Siena del 2008, quando ha voluto tirare a tutti i costi il rigore che ci avrebbe dato lo scudetto senza dover aspettare la pioggia di Parma. Ricordo El Jardinero Cruz convinto di tirare e Matrix che piglia il pallone e va sul dischetto, con Maicon che spiega all’argentino “lo fa per la sua mamma”. Allucinante…

Chiudo con un ricordo positivo: Italia-Rep. Ceca del Mondiale 2006. In fabbrica col Direttore di stabilimento avevamo detto “non pigliamoci per il culo: chi non è di turno in reparto e può staccare viene in mensa a guardare la partita, e poi recupera a fine giornata”. Io ero lì da poche settimane. Quando Matrix entra al posto di Nesta esce il tifoso che è in me “Vai Marco che entri e segni di testa”. Sguardi perplessi quando non ostili dalla massa di colleghi bianco-rossoneri. Parte il corner di Totti e ribadisco “Vai che adesso la mette”. Tre secondi dopo ce li ho tutti addosso: “Cazzo sei un grande!”. No, è che lo conosco: e ‘ste cose, Matrix, le fa.

Liquidato il successivo numero 24, passiamo oltre.

Con il numero 25: Walter… Samuel

undefined

L’uomo dagli occhi di ghiaccio, il Muro, Mister “stecca sulla caviglia al secondo minuto“. In un certo senso, l’esatto opposto di Materazzi: strade opposte per arrivare però agli stessi livelli di eccellenza. Samuel aggiunge ai tanti trofei vinti due legamenti lasciati sul campo ed una professionalità che ha visto pochi pari, non solo in maglia nerazzurra. Vincente anche in Patria col Boca, in Italia con la Roma e, nel crepuscolo della carriera, perfino in Svizzera con il Basilea, per un totale di 10 campionati vinti (per tacer di coppe varie…)

Anche qui aneddoto personale, vecchio giusto di un anno: A Londra per trasferta lavorativa in giornata, finiamo il nostro appuntamento ben prima del volo di ritorno e ne approfittiamo per una passeggiata in zona Westminster. Sono con una collega, totalmente digiuna di calcio. Camminiamo e mentre lei parla scorgo quelli che negli anni ’50 sarebbero stati definiti “Angeles con la cara sucia“: tre ceffi splendidamente argentini nei lineamenti e nel portamento (eufemismo per dire: tre tamarri). I miei occhi si specchiano nell’azzurro di uno dei tre e mi scappa tutto d’un fiato “Cazzo-Walter-Grande-Scusa-Ti-Rompo-Solo-Due-Secondi-Facciamo-Una-Foto-Insieme!”. Lui acconsente, incredibilmente docile e disponibile. Io emozionato smadonno col cellulare e la mia collega dice “Dai ve la faccio io”: Io lo abbraccio e lei gli fa “Su dai però, un bel sorriso!”. A foto fatta mi dice “Mario, ma non mi presenti il tuo amico?” “Lo parli un po’ d’italiano?” E io da dietro “No, Elena, no, basta, questo mi mena!”. E niente, ho passato le due ore successive a istruirla su chi fosse “il mio amico”. “Ah cacchio, è uno famoso!”. Eh sì…

Con il numero 26: Christian…Chivu

undefined

Una intera carriera di sofferenza e spirito di adattamento. Un terzino sinistro per tutti, tranne che per il diretto interessato. Più volte dirà di aver bonariamente “maledetto” i fortissimi centrali difensivi con cui ha giocato: se non fossero stati a livelli così alti, in mezzo ci avrebbe giocato lui. Invece il suo sinistro, educatissimo, faceva comodo in fascia, dove però servivano anche corsa e resistenza fisica, tutte doti che il povero “Cristal” Chivu o Swarovski non ha mai ricevuto da madre natura.

Forse non un campione assoluto all’altezza dei compagni di reparto dell’Inter del Triplete, ma uno che lì in mezzo ha recitato la sua parte con pieno merito. Il caschetto è una sorta di premio alla carriera, crudele sublimazione di una carriera alle prese tra fratture, lussazioni e altri divertimenti in serie.

Non manca il lato umano, in quella che probabilmente è l’unico caso di pazzia calcistica della sua carriera. il fallo è insensato, cattivo e stupido. Questa è la reazione nel dopo partita. Un campione – di più: un uomo – si vede anche quando sbaglia.

Non me ne vorrà Goran Pandev, ma da Chivu facciamo un balzo in avanti fino all’inevitabile…

Con il numero 32: Bobo… Vieri

undefined

Il centravanti italiano più forte che abbia mai visto giocare (quindi non comprendo Gigi Riva né Bonimba). Personaggio controverso, a metà tra il cazzaro svogliato e il mulo da soma che si allena quanto e più degli altri, Bobone per chi scrive è stato un appiglio in anni di magre calcistiche e non solo. Un vero peccato che i suoi cento e passa gol non abbiano portato a tituli, anche se per un paio di campionati le spiegazioni ci sarebbero anche…

Un sinistro potente, implacabile di testa, àncora di salvataggio per tutte quelle partite in cui la spari lunga in avanti e che ci pensi lui, in culo ai quattromila tocchetti e al “giuoco che deve partire da dietro”. La tenuta fisica è sempre stata il suo tallone d’Achille, non ricordo una stagione nella quale non abbia saltato una decina di partite per infortunio. Per quel motivo si è perso gli Europei del 2000 ed i Mondiali 2006.

Alla prima in nerazzurro sono a San Siro col signor padre e ci stropicciamo gli occhi a vicenda a vederlo segnare i primi tre gol interisti.

Bobone, sempre e comunque Bobone. Nonostante la brutta parentesi rossonera (altro che “il Milan dagli scambi con l’Inter ci guadagna sempre”), nonostante gli scazzi con la Curva dei quali poco mi cale. Non è stata senz’altro colpa sua se quella Inter non ha vinto quel che avrebbe potuto, e dovuto.

Non ce ne sono altri, di numeri leggendari. Ci sono giocatori che avrebbero meritato di esserci, da Berti a Matthaeus, da Baggio a Spillo Altobelli, ma il giochino è spietato.

Il giochino ha anche un rovescio della medaglia, e cioè l’elenco dei cattivi. Vedremo prossimamente quali sono stati i calciatori, sempre presi per numero di maglia, più ricordati nei turpiloqui della sera di chi scrive.

– Continua

APERITIFSPIEL (GIOCO APERITIVO – pt. 2)

Dopo aver rischiato dissoluzioni coniugali, e messo a serio repentaglio amicizie pluriennali, mi armo di coraggio a due mani e proseguo con lo stillicidio iniziato l’altro giorno.

Oggi mi dedicherò ai numeri dall’11 al 20, prendenomi qualche pausa e quindi “risparmiando” un paio di numeri che utilizzerò più avanti.

Iniziamo da uno dei primi veri campioni visti a San Siro.

Con il numero 11: Kalle… Rummenigge

undefined

Come detto, la prima stella internazionale vista all’opera a San Siro. Come Figo, è arrivato avendo già dato il meglio, ma i primi due anni del suo triennio sono comunque stati sufficienti a farci capire che razza di attaccante fosse. Potentissimo, acrobatico (la bagassa dell’arbitro di Inter-Rangers!), un vero mito per il sottoscritto, forse anche perché il formaggino d’oro Grunland era tra i miei preferiti!.

Inizia oltretutto una felicissima parentesi di acquisti dalla Germania che, escluso forse il solo Hansi Muller (simpatico quanto acciaccato) ha portato all’Inter una serie di campioni che lui stesso aveva “benedetto”, e che tanto ci hanno fatto godere a cavallo tra gli anni 80 e 90.

Con il numero 12: Julio… Cesar

undefined

So che nel post-Toldo è passato ad indossare la 1, ma qui fa gioco schierarlo con l’amata 12, tanto per non scontentare nessuno. Ancora oggi non so decidermi nello scegliere tra lui e Zenga quale più migliormente preferito, ma il brasiliano è stato un portiere fantastico per tutto il periodo di permanenza in nerazzurro.

Completo, bravo tra i pali e nelle uscite, buono come para-rigori, notevole anche coi piedi, qualche iniziale problema sul posizionamento sui calci di punizioni (vero Mancio?) aveva come unica pecca un paio di distrazioni all’anno, compensate però ampiamente da tanti sogni acchiappati. Continuo a preferirlo ad altri grandi portieri del recente passato (Toldone, Pagliuca) o del presente (Handanovic), ma onestà impone di riconoscere l’ovvio: l’Inter, di portieri scarsi, negli ultimi 50 anni non ne ha mai avuti.

Salutiamo Seba Rossi con simpatia.

Con il numero 13: Douglas… Maicon

Ecco, con il Maicone ero partito prevenuto, come del resto con molti brasiliani. Atteggiamento uggeggé-uggeggé-alegria-do-Brasil, scarso acume tattico, attitudine difensiva tendente a zero. E questo dovrebbe togliere il posto a Zanetti? Ha ha ha…

Invece, Maicon si è rivelato il miglior terzino destro della storia di questo sport per tutta la sua parentesi nerazzurra. Che Cafù o Dani Alves vengano ricordati ben più spesso di lui è la prova provata del Negazionismo che serpeggia presso la stampa sportiva italiana. Il fatto che i due “rivali” siano stati sulla cresta dell’onda per più anni rispetto al “nostro” non ne fa ipso facto giocatori migliori. Sarebbe come dire che i Beatles sono durati solo otto anni e quindi i Pooh sono più bravi perché son durati quarant’anni. Andate tutti a quel paese: nessuno ha fatto vedere quel che Maicon ha messo in mostra nei 7 anni di Inter (non 10 partite, 7 anni). Corsa, fisico, cross, gol e, col tempo, giusta presenza in difesa (certo, aiutata da Lucio, Samuel e uno dei centrocampisti ma –hey– il sacrificio è ampiamente compensato dai risultati). Il difetto? Una eccessiva tendenza a ridere, specie dopo un errore marchiano, e la sublimazione di uno dei difetti ancestrali dell’Inter: regalare le rimesse laterali all’avversario.

Ma, come dicono a Rio grande do Sul, inscì avèghen

Con il numero 14: Diego… Simeone

Qui urge premessa metodologica. Come sapete, il nostro gioco ha come unico criterio quello del numero di maglia. Tra tutti i coinquilini della stessa casacca, la preferenza poi va data non necessariamente al calciatore più forte tout court, ma a quello che nella parentesi nerazzurra ha fatto meglio. Ecco perché qui non trovate né Patrick Vieira né Clarence Seedorf, probabilmente giocatori più forti del pur valido Simeone, ma che nei loro trascorsi interisti non hanno lasciato il segno indelebile dell’argentino.

Cholo quindi. Altra tessera di quel mosaico di fine anni ’90 che con una maggior legalità e certezza del diritto ci avrebbe visti campioni d’Italia. I primi mesi sono accidentati, con Simoni stesso che gli dice “Diego, San Siro ti fischia, per qualche giornata ti faccio giocare solo in trasferta”. Poi al primo derby la butta dentro e scoppia l’amore. Piedi forse non raffinatissimi, ma grinta, intelligenza calcistica di primissimo livello, ottima propensione all’inserimento – specie di testa -. Come tanti altri nerazzurri paga lo stigma della stampa, che in questo caso ha ingigantito lo scarso feeling tra lui e Ronaldo. Come ho scritto nel libro (compratelo perdìo!), a chi gliene chiedeva conto, rispose “Brutto clima in spogliatoio? Cambiate i condizionatori, tutto il resto è a posto”. Senza contare che il primo a soccorrerlo dopo l’orrendo infortunio dell’Olimpico è proprio lui.

Con i numeri 15 e 16: Nessuno (chi devo mettere: Cauet e Taribo West?)

Con il numero 17: Francesco… Moriero

Torniamo all’applicazione pedissequa del manuale, adattamento calcistico del mitologico Chitarrella per lo scopone scientifico: non può che esserci “il fruttarolo del Salento” a far brillare la maglia 17 (non certo l’immondo Cannavaro), ancora una volta vendemmia 97/98.

In questa storia c’è una discreta dose di culo, evento più unico che raro a latitudini nerazzurre: Moriero in estate è già del Milan, mentre l’Inter ha acquistato il brasiliano André Cruz. Poi, i due si scambiano le destinazioni, per non meglio appurati magheggi contabili al solo costo di un milione… di lire, nemmeno di euro.

Insomma, arriva un’aletta destra tutta riccioli e fantasia che fin lì ha fatto vedere qualche scampolo di classe tra Lecce e Roma. Invece quella stagione sembra Garrincha: dribbla tutti, sforna assist a garganella, segna gol stupendi, pure in rovesciata. Guadagna la Nazionale (“se hace da vuelta estilo Enzo Francescoli” pure lì) e partecipa a Francia ’98 come titolare fisso. Le stagioni successive sono buone ma non all’altezza di quel lampo accecante. Si guadagna il posto per mancanza di alternative credibili e per il copyright di “Sciuscià” ad imperitura memoria.

Con il numero 18: Hernan… Crespo

Non che oggi sia messo male, ma in quegli anni l’attacco argentino poteva pescare a occhi chiusi e schierare Batistuta, Crespo o Cruz come centravanti, e mi limito a quelli che ai tempi giocavano in Italia. Il mio preferito è stato Batigol, che però ha avuto una parentesi alquanto triste e solitaria all’Inter.

Crespo invece è stato, senza tanti giri di parole, un centravanti della Madonna. Forte, completo, giusto mix di classe e tecnica, persona splendida (è a tutt’oggi uno dei pochissimi casi di ex di Inter e Milan ad essere amato da entrambe le sponde del Naviglio), nei suoi anni nerazzurri ha avuto il pregio ed il talento di farsi vedere sia come riferimento principale dell’attacco, sia come utilissima sponda di campioni quali Vieri e Ibrahimovic. Indimenticabile il suo fiuto per il gol, in particolare per alcuni di testa (questo, o questi, per non parlar di questo). Talmente grande da far emozionare anche un cuore di pietra come me quando festeggia così uno dei tanti gol segnati alla Roma, una delle sue ultime realizzazioni in maglia Inter.

Con il numero 1+8, fuori concorso: Ivan… Zamorano

Piccolo artifizio numerico per inserire uno dei miei giocatori preferiti di tutti i tempi. Il Cileno passa alla storia per la scelta del numero di maglia, barba-trucco per ovviare alla cessione della “9” a Ronaldo. Centravanti di altri tempi, con un cuore e due huevos imparagonabili e capaci di supplire a piedi discreti ma nulla più, Zamorano è stato l’esemplificazione della “boglia di bincere” (come l’avrebbe pronunciata lui nel suo splendido accento andino) e probabilmente il miglior colpitore di della storia del calcio. 178 cm di esplosività che lo rendevano capace di saltare in testa a perticoni più alti di lui di 15-20 cm.

Tra i tanti fotogrammi che restano in mente, l’immortale gol con cui apre le marcature a Parigi nella finale di Coppa Uefa, un paio di gol nel Derby, e la marea di insulti in castigliano stretto vomitati contro l’arbitro Ceccarini in quel putrido fine Aprile del 1998. Non c’è interista che non lo porti nel cuore. Ce l’avesse avuta il Chino metà della grinta di questo qua…

Con il numero 19: Esteban… Cambiasso

Euclide applicato al calcio, il giocatore più intelligente mai visto in maglia nerazzurra. Colpo assoluto -anche con un quid di culo, diciamocelo- di calciomercato, il Cuchu arriva nel 2004 a parametro zero dal Real teoricamente come riserva di Davids. In realtà dopo un paio di partite entra in squadra e non esce per i successivi 10 anni.

Regia, contrasto, inserimenti, gol: capelli a parte, tutto quel che volete. Non aveva i piedi di Veron, non aveva il fisico di Nicolino Berti, ma nessuno è stato pietra angolare del centrocampo interista quanto lui. Come e più di tanti altri compagni di squadra, chi scrive nota come il nostro abbia sempre sommato alle qualità calcistiche una sagacia non comune fuori dal campo, perfetto nel rispondere a domande prevenute dei giornalisti così come a esprimere la sua opinione su fatti extra-calcistici. Esempio plastico di kalokagathìa a strisce nerazzurre,

Se fossi una madre americana e lui fosse mio figlio, direi “è lui il prossimo presidente degli Stati Uniti”.

Con il numero 20: Alvaro… Recoba

Eccezione alle regole del gioco per non vedermi tolto il saluto da quei malati mentali del Sig. Carlo e di Sergio. La mia disistima per il Chino non ha ovviamente nulla a che fare con il piede sinistro che madre natura gli ha dato: non ho visto giocare Corso, ma credo sarebbe stato l’unico nerazzurro a poter rivaleggiare per qualità tecnica con quello di Recoba.

Si aggiudica la maglia per carenza di alternative all’altezza (per quanto, a me Angloma non era dispiaciuto!) e perché rappresenta quel che l’Inter è stata per tanto, troppo tempo: un potenziale incredibile spesso buttato alle ortiche per mancanza di costanza. “Ha le potenzialità ma non si applica”, dicevano i miei professori a mia madre (che già lo sapeva, e anzi li inzigava a mazzularmi ancor di più, ma questa è un’altra storia…), quindi nella ramanzina al Chino c’è anche una dose di autocritica.

Ultima nota per il Sig. Carlo, anche per ricordare degnamente uno dei nostri maestri di vita: se noti ho scelto la foto in cui ha “quei capelli da vecchio mignottone no?!”

Continua

APERITIFSPIEL (GIOCO APERITIVO)

In questi giorni di bonaccia calcistica e con la testa comprensibilmente dedicata a questioni più gravi – non oso dire più importanti – la rete si sbizzarrisce nel preparare polpette o altre feste del riciclo assortite, proponendo classifiche ed elenchi tassonomici di partite, calciatori, gol ed emozioni sportive in genere.

Per non essere da meno, sfodero tutto il mio malessere nerazzurro nel compitare il mio personalissimo elenco, guidato dal riferimento numerico più insindacabile che ci sia: il numero di maglia.

Attenzione, non parlo di ruolo in campo, no. Proprio di numero sulla maglietta. E siccome il calcio ormai da qualche decennio ha smesso di avere una corrispondenza ontologica tra numero e ruolo, ecco che troverete centrocampisti con un numero solitamente riservato a difensori e viceversa. Tanto per fare un esempio, l’amatissimo (da me) attaccante Mimmo Kallon, alias il Leone della Sierra, giocava col 2 a Reggio Calabria e col 3 all’Inter.

Come vedrete, lo stratagemma vien buono per aggirare alcune scelte altrimenti dilanianti, su tutte quella del portiere.

Di seguito troverete i primi 10 numeri di maglia, arriverò ad una trentina di numeri di maglia, non necessariamente consecutivi (ma spiegherò il perché strada facendo).

Liberi di commentare e dissentire purché con buona creanza (ma anche no, chissefrega!)

Immaginate ora lo speaker ufficiale dello stadio annunciare nell’ordine:

Con il numero 1: Walter… Zenga

undefined

L’uomo ragno, il primo portiere di cui abbia veri ricordi (Bordon lo ricordo solo vagamente), campione e interista vero, portiere di altissimo livello e personalità strabordante.

Come tanti di quella generazione, ha vinto meno di quanto meritasse. Come tanti (tutti?) gli interisti, dimenticato appena possibile. Tre volte miglior portiere del mondo, un punto di riferimento unico per un decennio, ricordato invece per l’unico errore di un Mondiale altrimenti perfetto e per la migliorabile percentuale sui rigori parati (in effetti suo unico punto debole). Insieme a Zoff e Buffon sul podio dei migliori portieri italiani all time, non necessariamente terzo.

Con il numero 2: Beppe… Bergomi (coro: Sì Fabio!)

undefined

Amato da giocatore, apprezzato da commentatore. Non ha avuto la classe né la personalità per diventare un vero e proprio idolo del sottoscritto, ma è stato un esempio di fedeltà e professionalità per un ventennio. Persona perbene, cosa che all’Inter è una simpatica costante (sì, ne faccio una questione di superiorità ontologica, non rompete i coglioni), è riuscito a passare dal campo al microfono mantenendo le stesse caratteristiche. Criticato da molti interisti per non essere sufficientemente fazioso nelle sue cronache, rappresenta invece quel che chiedo a qualsiasi commentatore: competenza ed onestà intellettuale. Che non significa per forza imparzialità: lui stesso si dichiara interista e non di rado gli scappa un “noi” quando parla dell’Inter, ma ciò non gli impedisce di criticare quando serve. Leggermente troppo assertivo verso il collega di telecronaca (certo Fabio).

Con il numero 3: Andreas… Brehme

undefined

The one and only. Ribadisco il mio parere solo all’apparenza azzardato: il miglior terzino sinistro che abbia mai visto giocare.

Ellamadonna! Più forte di Paolo Maldini? A fare il terzino sinistro sì. Paolino è stato un giocatore più forte perché più versatile e con una carriera che parla da sola, qui parlo proprio di ruolo specifico.

Più affidabile di Roberto Carlos, ala sinistra che ha potuto far quel che ha voluto in dieci anni di Real proprio perché a nessuno interessava il fatto che non tornasse mai a coprire. Meno esplosivo il Bremer (come lo chiamava il Trap), senz’altro, ma il tedesco era realmente ambidestro ed aveva una capacità non solo di cross ma anche di lancio che ne faceva un vero e proprio “regista laterale” (copyright azzeccatissimo di Aldo Serena).

Con il numero 4: Javier… Zanetti

undefined

Il Capitano, di più, il fratello calcistico della nostra generazione: maggiore talento, ma personalità simile all’altro capitano di questa lista (lo Zio), Zanna è stato da me celebrato nel giorno del suo addio con parole che, a distanza di anni, non hanno perso nemmeno una virgola del loro valore intrinseco. La sua storia all’Inter sembra davvero quella di un romanzo sportivo con tanto di lieto fine, ed il fatto che invece sia tutto vero la rende ancora più bella. In vent’anni ha ricoperto una mezza dozzina di ruoli, con il suo 6,5 in pagella come costante. Un supereroe con cosce da extraterrestre ma la faccia da bravo ragazzo, pettinatissimo.

Con il numero 5: Dejan… Stankovic

undefined

È uno dei diversi casi in cui il numero di maglia non corrisponde alla posizione in campo. Il Drago è stato centrocampista totale, raro caso in cui l’eclettismo non andava a scapito della qualità. Detta meglio: sapeva fare benissimo tante cose.

Nelle mie statistiche mentali (e quindi difficilmente suffragate da dati oggettivi), rimarrà sempre il tiratore più sfigato del West, con un numero inenarrabile di pali, traverse, stinchi di portiere a privarlo di numeri ancor più scintillanti della cinquantina di gol fatta in Italia. Quantità, qualità e grinta in servizio permanente effettivo.

Con il numero 6: Stefan… De Vrij

undefined

Non aveva grandissimi rivali “di numero”, giusto Roberto Carlos che però già ho detto non essere nei miei preferiti. L’olandese è invece un luminare della difesa, intelligente nel chiudere e bravo nel far ripartire. Non disdegna qualche capocciata in gol, specie nel Derby, che non guasta.

In un’epoca in cui i difensori devono impostare e gli attaccanti rientrare, mi piace avere un difensore che fa molto bene il suo, e che solo in un secondo momento sa essere utile nel costruire l’azione, offrendo un’alternativa alla atavica mancanza di fosforo della mediana nerazzurra (“a questa squadra manca un Pirlo” ma andateaccagare!). De Vrij vince il mio personale ballottaggio con Lucio, eroe del Triplete ma troppo “cavallo pazzo” per i miei gusti, senza voler infierire con le orrende sottomaglie con cui giocava.

Con il numero 7: Luis… Figo

undefined

Nonostante sia arrivato in nerazzurro già ultra-trentenne, ha fatto vedere sprazzi di classe e talento come pochi. La prima stagione con Mancini – con cui pure non mancarono gli screzi – fu una lectio magistralis di dribbling, assist e qualche sapiente punizia (epica quella del definitivo 4-3 in Supercoppa contro la Roma, dopo essere stati sotto 0-3).

A tutto il talento assommava un basso profilo fuori dal campo, ed una statura morale che nemmeno la manfrina del gatto nero di Appiano ha potuto scalfire. Sta ancora aspettando la restituzione dei 5 mila euro di multa per aver denunciato la presenza di Moggi nello spogliatoio degli arbitri durante un Inter-Juve. Quella simpatia umana di Pavel Nedved gli ruppe il perone arrivando a far arrabbiare perfino il Signor Massimo; fatalmente al suo ritorno l’autonomia in campo era ridotta. Resta un campionissimo che, per una volta, ha visto la propria luce messa in ombra da quel popò di Inter nella quale ha giocato.

Con il numero 8: Zlatan… Ibrahimovic

undefined

Il giocatore più imprevedibile e divertente che abbia mai visto in nerazzurro. Ronie è stato il più forte, ma il campionario di colpi di Ibra non l’ho visto in nessuno. Gli dobbiamo tutti lo scudetto 2007/2008 in quella Parma inzuppata dalla quale ci ha trascinati fuori da campione qual è sempre stato. Caratteraccio, megalomane, egocentrico, poco incline a fare gruppo: tutto quel che volete. Ma come diceva Maurizio Mosca, citando a sua volta il ben più autorevole Italo Allodi: “comincia a prenderlo!”.

Mio papà era allo stadio in quell’Inter-Lazio in cui segnò esultando da par suo in risposta ai fischi che gli erano arrivati proprio dal primo anello verde, su cui da sempre si accomodano le terga mie e dei miei familiari. Ricordo ancora il Signor Padre tornare a casa raggiante e dirmi tutto tronfio: “Visto? Ero io che lo fischiavo, gli ho fatto segnare io il gol!” “Sì ma ti ha mandato affanculo…” “E che me frega, l’importante è che l’ha messa dentro!”.

Machiavellico, in effetti.

Con in numero 9: Samuel… Eto’o

undefined

Inevitabile che alcuni numeri di maglia (tipo questo, tipo il prossimo…) portino a scelte strappacuore e da sudori freddi. Però mi son messo da solo in questo divertente casino, quindi ne pago il prezzo fino in fondo.

Eto’o quindi: l’unico calciatore al mondo ad aver vinto due volte di seguito il Triplete e con due squadre diverse! Due stagioni in nerazzurro, nemmeno tantissime, ma sufficienti a far capire quanto un fuoriclasse possa mettersi al servizio della squadra se c’è da vincere tutto (il riferimento è al primo anno, e basta con la stronzata del “giocava terzino”, giocava esterno in un 4-2-3-1) e tornare invece centravanti coi controcazzi nel secondo anno, quando in stagione i suoi numeri parlano chiaro: 37 gol in tutte le competizioni giocate dall’Inter. Senza avere un fisico eccezionale, è stato un esempio di tecnica, leadership ed intelligenza calcistica che raramente si è vista su un campo di calcio, ancor meno in nerazzurro.

Con il numero 10: Ronaldo… quello vero

undefined

Stratagemma furbetto che mi consente di inserire il brasiliano senza sacrificare l’amato Eto’o, ma che al contempo mi impedisce di inserire Baggio in quello che è nato come puro divertissement e si sta invece trasformando in un sanguinolento deicidio.

Detto ciò, il Fenomeno non può non esserci, essendo semplicemente il giocatore più forte che abbia mai visto giocare nell’Inter. Il primo anno (giocato proprio con la 10) è stato ai limiti dell’inconcepibile per quanto era forte, veloce, letale. Quel grand’uomo di Gigi Simoni ci impiegò poco a capire che “come lui nessuno mai“, e lo disse senza peli sulla lingua al resto dello spogliatoio, formato da esseri senzienti prima che da calciatori, e quindi perfettamente consapevoli che uno così era un lusso che solo loro potevano permettersi.

Uno spartiacque generazionale. Mettendola in musica, Ronaldo è stato come Lucio Battisti nella musica italiana: prima di lui c’erano Claudio Villa, Celentano, Rita Pavone, quando andava bene i cantautori. Dopo di lui è arrivato il rock, il progressive e tanto altro. Ronie ci ha portato nel calcio del 2000, è stato il primo a farci vedere qualità in velocità, forza e controllo. Il tutto facendolo sembrare, se non facile, quantomeno spassoso e divertente. Resta il rammarico di un telaio troppo fragile per contenere quell’esplosività e del modo in cui la storia è finita, ma la magia che ha fatto vedere a tutti noi rimane insuperata.

Devo le mie scuse nell’ordine a:

2- Ivan Ramiro Cordoba

10- Roberto Baggio e Lothar Matthaeus

Continua

L’ANGOLO DEL TÈNNICO

Da persona responsabile e al tempo stesso controcorrente, mi freno dall’aggiungere i miei microbi all’inquinamento informatico di neo-virologi ed esperti di sanità pubblica, e continuo a coltivare il mio orticello, del quale, se non proprio esperto, sono quantomeno titolato a parlare.

Quindi, l’argomento di giornata è il possibile cambio di modulo di Conte e tutto ciò che gira intorno a questa novità tattica.

Anzitutto, chi scrive è sempre fautore della necessità di una certa apertura mentale da parte degli allenatori. Ho negli anni sviluppato un’intolleranza istantanea a qualsivoglia frase che contenga le parole “il mio calcio”. Il calcio non è tuo, ciccio, esiste da 150 anni ed esisterà anche dopo di te. Quindi, calma e gesso: qui nessuno inventa un cazzo.

Secondo: posto che a certi livelli tutti hanno ormai le stesse competenze tattiche e teoriche, a far la differenza sono i giocatori e, ancor di più, la capacità dell’allenatore di convincerli a fare quel che chiede.

Quindi, e a costo di sembrare pedante e ripetitivo: non esiste lo schema migliore di tutti gli altri in assoluto. Esiste quel che è meglio usare in un certo tempo e con certi giocatori.

Ora, per dire, la “moda” calcistica sembra aver abbandonato le ammalianti trame da tiki-taka per abbracciare il gegen-pressing di Klopp e il calcio turbo-orobico di Gasperini (pur con pochissimi italiani in campo, ma era l’Inter zeppa di stranieri ad essere una vergogna, loro sono un esempio per il nostro calcio, chiusa parentesi polemica). Che dire? Sono tipologie di gioco che incontrano il mio gusto in misura maggiore della fitta ragnatela di passaggi in orizzontale ma, ripeto, sono gusti personali. Nulla che abbia a che fare con l’efficacia in sé dello stile di gioco adottato.

In altre parole: con Xavi, Iniesta e Busquets anch’io avrei cercato di tener palla per il 70% del tempo. Con dei “cavalloni” che corrono a mille per 90’, anch’io me la giocherei uomo contro uomo a tutto campo.

E qui arriviamo a parlare di Conte. Lui stesso ultimissimamente ha ricordato di aver iniziato la sua carriera con un arrembante 4-2-4, per poi passare ad un altrettanto intenso 3-5-2. Con “la difesa a tre” ha vinto a Torino e pure al Chelsea, dove pure aveva alternato vari moduli. Con lo stresso schema ha preso l’Inter portandola in testa alla classifica ed a battersela punto a punto fino ad oggi con Juve e Lazio.

Però…

Però le idee, specie nel calcio, invecchiano presto. L’usura è addirittura maggiore del pur notevole dispendio psico-fisico richiesto ai giocatori, spesso “svuotati” dopo un paio di stagioni con Conte.

Il calcio italiano è ancora quello più tattico al mondo, quello in cui gli allenatori sono più bravi in assoluto a “giocarti addosso”. Da noi quasi nessuno è supponente al punto da non considerare l’avversario e giocare il proprio calcio in fotocopia a prescindere da chi si trova di fronte. Anche chi “fa il figo” facendo dichiarazioni simili, poi alla fine ha ben presente punti di forza e di debolezza della squadra che deve affrontare.

Quindi? Quindi i nostri avversari per i primi mesi della stagione hanno fatto fatica a contrastare un centrocampo finalmente pensante con Brozovic e Sensi ad alternarsi nella costruzione e Barella o Vecino a iniettare muscoli e pressing utili a servire il prima possibile Lautaro e Lukaku.

Dopo un po’, complici anche gli infortuni, le varianti allo spartito sono emerse in tutta la loro pochezza e agli avversari è stato facile capire che, fermato Brozovic, la nostra manovra faceva fatica a trovare un’alternativa al cazzo-di-giro-palla-tra-i-centrali-di-difesa.

L’avevamo già sperimentato negli ultimi anni con Spalletti: se il medianaccio di turno, quando non la punta che si sacrifica, va a pestare i piedi ad Ajeje Brozo, la luce si spegne e davanti il pallone arriva con una fatica tremenda.

La cosa si è palesata in tutta la sua evidenza già prima di Natale, accompagnata dalla scritta luminosa Piano “B” cercasi con urgenza, (già che ci siamo pure “C”).

Per fortuna, il calendario era dalla nostra parte, con la pausa natalizia e le strenne del mercato di Gennaio a disposizione.

Ora, sappiamo che il primo mese dell’anno è stato buttato nel cesso come in tante delle ultime stagioni, e che lo stesso calciomercato invernale ha visto i rinforzi arrivare in maniera forse inutilmente stitica (torno alla domanda polemica: perché prendere il pezzo pregiato a fine mese con la speranza di risparmiare qualche soldo, se poi l’hai pagato pure più di quanto ti avevano chiesto ad inizio mese?).

Ad ogni modo, cosa fatta capo ha: Eriksen è arrivato ed ora Conte pare avergli fatto terminare il rodaggio. La partita in Bulgaria di settimana scorsa, ben più che la pur importante vittoria e il si spera benaugurante primo gol del danese, ci ha portato in dono una bella mezz’ora giocata con un inedito 4-3-1-2, che pare cucito su misura proprio per il nuovo arrivato, posizionato nell’ideale posizione di trequartista libero di tirare in porta e servire le due punte, senza dover pensare troppo ai movimenti dei compagni di reparto.

Il cambio è salutato con favore dal sottoscritto (sono fin troppo diplomatico: mi piace davvero un bel po’), anche perché lascia impregiudicato il potenziale della coppia di attacco, portando al tempo stesso Skriniar e Godin a poter giocare nel loro ruolo preferito (De Vrij forse leggermente sacrificato, ma comunque in grado di contendere il posto ad entrambi: in sostanza tre titolarissimi per due maglie). Sulle fasce D’Ambrosio e Young parrebbero i migliori a disposizione, con Candreva alternativa spregiudicata (un’ala a giocare da esterno basso, come Cuadrado, come Cancelo, per la gioia di Adani), mentre a centrocampo Barella e Vecino ne giocherebbero tante, lasciando l’ultimo posto disponibile in palio tra Brozovic e Sensi.

In altre parole, il summenzionato “piano B” lo vedrei così:

C’è anche un “piano C”, forse meno di rottura rispetto al 3-5-2, che tuttavia permetterebbe come si dice in gergo di “rovesciare il triangolo di centrocampo” e lasciare Eriksen a ridosso delle punte, con Barella a spalleggiare Brozovic in mediana, avendo Sensi quale validissima alternativa ad entrambi, a seconda del match.

Una roba del genere:

Nulla di definitivo, ancora una volta: semplicemente un’alternativa che possa far salire il numero di frecce al nostro arco, che possa ampliare il repertorio e servire a scardinare partite che non vogliono sbloccarsi, che possa diminuire la nostra prevedibilità.

Che ne dite? Che ne dici Mister? Si può provare…

PIU’ BELLO COSI’?

…Boh, non lo so. Da buon trapattoniano, preferirò sempre un 2-0 ad un 4-2. Aggiungiamoci anche che, per quanto allenate, le mie valvole cardiache hanno subìto un duro colpo nei novanta minuti di domenica sera.

Però… vedere quelli là prima sfotterci anche simpaticamente (cit. per i soli soci del circolo culturale di Piazza Aspromonte), poi tirare fuori tutto il loro livore di donna che dopo anni riconquista il proprio uomo conteso alla rivale, e infine vederli sprofondare dove meritano sotto i colpi dei nostri, è senz’altro un bel modo di concludere il weekend.

Facciamo ordine: formazione sbagliata nel primo tempo. No, Conte non c’entra. C’entriamo io e mio figlio, e sinceramente mi stupisco della leggerezza di entrambi, solitamente così attenti alle scaramanzie domestiche. Io allungato sul divano, il rampollo poltronizzato in pole position. Inizia il match e -cazzo- quelli là giocan bene. È palese la loro dipendenza da Ibra, giocatore immenso (si sapeva) ed anche saggio (questo si sapeva meno) nel capitalizzare i suoi punti di forza a vantaggio della scarsa mobilità data dai 38 anni suonati.

La cosa -interessante da un punto di vista sociologico e comportamentale- è come anche altri compagni trovino giovamento dalla sola presenza dello svedese in campo. Sembrano veramente bambini sperduti a cui serve il cuggino gruosso per farsi coraggio e giocar bene.

Merito di Zlatanasso o colpa del nostro invornimento, il primo tempo del Milan è nettamente il migliore delle ultime stagioni, palese rimprovero all’atteggiamento nerazzurro.

E dire che, per una volta, ai nostri avevo dato fiducia: la sconfitta della Juve e la vittoria della Lazio sembravano fatte apposte per spingere i nostri all’ “oggi o si vince o si vince“, e sappiamo bene come tante altre volte una situazione simile si sia tramutata nella classica tafazzata sotto forma di sconfitta in casa con l’Udinese di turno o pareggio insipido con l’ultima in classifica. Ecco: uno dei meriti di Conte è stato quello di farmi uscire questi pensieracci dalla testa, al punto da fregarmene perfino delle scaramanzie da divano.

In altre parole: chi scrive pensava: stasera li massacriamo!

Ecco, ben ti sta! mi sono detto da solo nell’intervallo, dopo aver visto Ibra segnare di fatto due gol da solo (con Padelli ben più determinante di Rebic) e i nostri non capirci il resto di un cazzo per buona parte del tempo. Certo, avremmo potuto confermare le litanìe di squadra cinica e bla bla bla con l’unica bella azione dei primo tempo: Lukaku scatta sulla destra e lascia indietro Alessietto Romagnoli, la mette in mezzo dove Vecino spara un rigore in movimento tra le braccia di Donnarumma.

Stomachevole il bordocampista rossonero che subito dopo frignava allertando gli spettatori che “Gigio non ce la fa! Gigio si è fatto male!” e apostrofando Romagnoli nell’intervista a fine tempo “Ale“, manco fosse suo fratello. Potere della grande famiglia rossonera

Con le squadre negli spogliatoi, espletiamo le funzioni alimentari in men che non si dica e cambiamo formazione in salotto: io in poltrona presidenziale col rampollo di casa ai distinti divanati a mugugnare a mezza voce “qui bisogna fare subito il 2-1 e poi vediamo“.

Detto fatto: nemmeno il tempo per maledire il solito tiro del cacchio di Candreva che Brozo pensa bene di piazzare un sinistro al volo che esaudisce il desiderio di Jimmy Wikipetula (uno dei mille modi in cui chiamo mio figlio: sto già mettendo da parte i soldi per lo psicologo). Il tappo della bottiglia è saltato, e tempo due minuti Vecino la prende ancora, capitalizzando al meglio l’imbucata di Godin e l’assistenza di Sanchez. Lunghi secondi di suspence per il giusto controllo del VAR (il cileno da una prima immagine a me sembrava in drammatico fuorigioco), e quando l’arbitro fischia, Sky allunga il dramma per qualche altro secondo, indugiando su un primissimo piano del sorriso di Lukaku che poteva sembrare tanto sincero nella gioia quanto amaro nella beffa per un ipotetico annullamento. Una finezza tecnica degna di mamma RAI.

Si riparte dal 2-2 e, contrariamente a quel che pensavo, passa del tempo prima del nostro vantaggio. Loro sono appassiti in concomitanza con Ibra, ma noi abbiamo impiegato più di quanto lecito per incartare la partita e portarla a casa.

Ci pensa il miglior difensore della Serie A, Stefan De Vrij (arrivato a parametro zero, lo ricordo per quelli che “l’Inter non azzecca un acquisto dai tempi di Ronaldo“) con quella che Pellegatti ai tempi chiamava torsione scopadea. Gol della Madonna con il buon Alessietto a guardare. Ibra dà un ultimo segnale di esistenza tentando di brutalizzare il pur robusto Skriniar e colpendo un palo de capoccia (ma sarebbe stato fallo in attacco), Barella si mangia il 4-2 arrivando esausto dopo 60 metri lanciati, e quando tutti implorano Vecino di tener palla e guadagnare l’angolo, il Charrùa pesca invece Moses che a sua volta la mette in mezzo per Lukaku che timbra il cartellino in coda ad una partita di grande sacrificio.

La goduria è massima, e prosegue in una ragionata rassegna del pre e post Derby alla quale non posso sottrarmi.

PRIMA

Se ben ricordate l’anno scorso la Gazza nel presentare il Derby si era esibita in una supercazzola che riusciva a lodare l’Inter per un valore della rosa maggiore di quello dei cugini, e al contempo salutare con entusiasmo il maggior monte ingaggi dei milanisti rispetto ai colleghi bauscia. Stavolta qualcuno dà numeri e commenti più ragionati (siamo i più forti, la nostra rosa vale di più e conseguentemente “costa” di più). Siccome però occorre comunque trovare qualcosa in cui il Milan sia superiore all’Inter, ecco gli emuli del Geometra Galliani: se consideriamo la media punti da Gennaio ad oggi (facciamo l’altro ieri va…) il Milan ha una media punti più alta di quella dell’Inter.

DOPO

Del -19 prima della partita, fatalmente diventati -22 al 90′, tutti zitti o quasi. Resta fondamentale ricordare di un primo tempo in cui i 19 punti in più sembravano a favore del Milan, e ripetere che con Ibra la media punti è raddoppiata.

Quando però era all’Inter, pur con l’Inter che vinceva a mani basse, si parlava di Ibradipendenza.

Interessante poi leggere come la gloriosa rimonta sia partita da un “tiro sbagliato” di Brozovic. Giudizio tecnico nientemeno che Mario Sconcerti, forse noto per le gragnuole di gol da trenta metri nei tornei di redazione negli anni ’70 ed endemicamente incapace di fare un complimento all’Inter che sia netto, perentorio. No: ci vuole sempre il “però” il ridimensionare, il non eccedere in facili entusiasmi. È pur sempre quello che riuscì a definire mediocri o giù di lì l’ultimo scudetto di Mancini e i due di Mourinho perché conquistati con meno punti rispetto ai 97 dell’anno di grazia 2006/2007.

Del resto il giochino, da me anticipato ma assai prevedibile, è ormai chiaro: l’Inter va male? Che ci vuoi fare? È fatta così. L’Inter vince? Quanto conta Conte (cit.)

Infine, il pensiero della buonanotte che ci fa sentire tutti persone migliori: sempre consolatorio, anche quando non ce ne sarebbe motivo, ricordare che il mondo è un brutto posto unicamente per colpa di Mauro Icardi, che spaccava gli spogliatoi. La battuta è perfino banale: facile far danni in quello dell’Inter, “spaccato” per definizione.

Anche un innocuo commento di Perisic all’amico Brozovic, capitano nel Derby complice l’infortunio di Handanovic, diventa un buon gancio per ricordare che lui e l’altro non si sono mai amati.

Grazie, rischiavamo di dimenticarcene.

Risultato immagini per inter milan lukaku

TEMPI DA VALUTARE

Un po’ di robe che avevo “nasato” e puntualmente si sono verificate:

Ashley Young a sinistra è come tutti gli esterni destri a sinistra. Bravo, diligente, dotato di intelligenza calcistica, sistematicamente sbilanciato sul piede forte e quindi sull’interno del campo. Ho smesso di contare le volte in cui, nel mercoledì di coppa e nella domenica di Udine, è arrivato sul fondo per poi rientrare sul destro e metterla in mezzo. Ribadisco: è forte, intelligente, fisicamente a posto, abituato a grandi palcoscenici. Tutto quello che volete. Ma è l’ennesimo adattato a sinistra.

Come constatato dal rampollo di famiglia, che lo pensava mancino “Ah, ma allora a sinistra non abbiamo risolto niente”. Esatto, Pancho.

Guardando indietro al mercoledì di coppa, abbiamo visto il signor Doveri proseguire nella colata di simpatia degli arbitri verso i colori nerazzurri. Pronti via e blocca un contropiede clamoroso – Iachini diventa una belva contro i suoi per quanto sono stati polli – facendo ripetere una rimessa laterale da battere circa 73 cm più indietro. Dopo il gol di Candreva, pur non avendo ravvisato nulla, attende fiducioso che dal VAR qualcuno gli dica qualcosa e possa così annullare il vantaggio nerazzurro. Nice try, sarà per la prossima…

Guardando in casa nostra, continuano i misteri da infortunio. Almeno in questo l’Inter è stata pioniera, decidendo già a inizio anni 2000 di non rivelare mai le effettive entità degli infortuni e soprattutto i tempi di recupero previsti.

Legittima l’esigenza di tutelare la confidenzialità di questi dati e la privacy del calciatore. L’effetto collaterale è lasciare che la stampa scriva quello che vuole, e che i tifosi facciano supposizioni basandosi sul nulla.

Prendiamo Brozovic, azzoppato nella trasferta di Lecce. Tutti subito si sono eccitati prevedendo scenari apocalittici (“salta anche la Juve???“), per passare poi all’eccesso opposto (“dovrebbe rientrare già col Cagliari o al più tardi in coppa con la Fiorentina”).

Portando il tutto agli ultimi giorni, abbiamo potuto ammirare lo stesso Brozo con Sensi uno accanto all’altro… ma in tribuna e non in campo, con Eriksen ad appoggiare il trolley dell’aereo in panchina e giocare una mezz’oretta per pura emergenza ed un’altra dimenticabile ora ieri a Udine.

Apprendiamo altresì che Gagliardini ne avrà per un mese, che in compenso Asamoah è ancora vivo e che Borja Valero non è al meglio. Da buon ultimo, Handanovic si scassa il mignolo e rimane seduto a Udine. Ci sarà nel Derby? Ecco l’ineffabile risposta del sito ufficiale. Ecco l’inevitabile gufata della stampa.

Cambiando sponda del Naviglio, lo storytelling da romanzo rosa del Milan addiviene a più miti consigli, e quindi passiamo da Robocop/Pistolero Piatek cercato dal Tottenham per sostituire Kane (se non è blasfemìa, poco ci manca) alla maledizione del numero 9 che colpisce ancora e lo spedisce dritto-dritto all’Herta. Andiamo a Berlino Fabio! (cit.)

Nulla in confronto al ventilato scambio Paquetà-Bernardeschi, lisergica conferma del clima connivente tra le due diversamente strisciate. Quindi, per capire, la stessa Juve che ha snobbato uno scambio con Rakitic più 10 milioni, sarebbe stata interessata a scambiare il talentuoso ex-Viola con quel pacco di Paquetà. Il tutto con Gadzidis del Milan a dire “no grazie” (“perchè non c’ho una lira”, aggiungio io) Se lo dite voi…

Nulla di drammatico per i valori glicemici rossoneri: c’è pur sempre l’esordio del piccolo Maldini a dare un altro giro di giostra al can-can della grande famiglia rossonera. Di mio ci aggiungo l’ennesima botta di culo dei cugini, che senza Ibra rischiano seriamente di perdere in casa col Verona: pareggio di Çalhanoglu su autorete, due pali del Verona, rigore assai dubbio non concesso agli scaligeri, gli ultimi 25 minuti giocati in 11 contro 10… Poi, al solito, al 92′ il palo lo pigliano loro e sembra quasi che quelli sfigati siano stati i rossoneri.

Inevitabile per la stampa soffermarsi sull’importanza capitale di un 38enne (per quanto forte) nella squadra, ma il contorno è costituito da abbondanti giri di parole aleatori e come tali poco confutabili, all’insegna del “l’impressione è…” “si ha come la sensazione che…” “lo spirito è tutt’altro rispetto a un mese fa…”.

Le speranze ed i timori sono tutti rivolti a domenica sera, quando verosimilmente Zlatanasso tornerà al centro dell’attacco rossonero. I cugini navigano in brutte acque, e non lo scopriamo certo oggi, eppure hanno la capacità di farmi una paura del diavolo (no pun intended) ogniqualvolta ci giochiamo contro. Siamo pur sempre quelli che sono riusciti a far segnare a Comandini l’unica doppietta della sua carriera in Serie A e a far sembrare Serginho un terzino sinistro. Se svesto i panni da antimilanista atavico, debbo riconoscere che Théo Hernandez e Leao, per quanto acerbi e tatticamente migliorabili, sono due talenti puri e come tali temibilissimi, soprattutto per una difesa come la nostra che non ha nella velocità la miglior arma a disposizione e che dovrà fare a meno di Bastoni.

Insomma, inizierà il clima pre-derby con nottate a fissare il soffitto e paure -si spera immotivate- anche per l’ultimo dei panchinari rossoneri.

Risultato immagini per lukaku"

PRIMO QUADRIMESTRE

In leggero anticipo rispetto a quelli scolastici -ai miei tempi la scadenza era a fine gennaio, ora non so…- arriva la fine del primo quadrimestre calcistico.

Analizziamo criticamente (cit. ma la potete cogliere solo se allo Zucchi eravate nella sezione B negli anni 80/90):

I NOSTRI

Sono stati bravi se non bravissimi. Come già detto ultimamente, girare a oltre 45 punti (speravo 48, sono 46 e vista l’Atalanta di sabato va già bene così) è un risultato che va aldilà di ogni più rosea aspettativa.

Non rinnego quanto scritto solo pochi giorni fa, e cioè che questo popò di punti è stato conquistato con Sensi e Barella a meno di mezzo servizio, ma a questo aggiungo un altro pezzo di riflessione, che è poi un confronto con chi ci sta vicino.

Da una parte la Lazio, che ha il grandissimo merito di aver vinto le ultime 10 partite di campionato e che, come dire, più di così non può fare. Tanti i punti conquistati con tenacia e un po’ di culo nei minuti finali, e la sensazione che tutto le stia girando (troppo?) bene. Niente più di una civile gufata.

Dall’altra parte, è vero che la Juve ha solo due punti più di noi, ma il “delta” tra il potenziale e quanto fatto vedere è assai ampio. In altri termini: finora ha avuto ragione Chiellini quando ad inizio anno diceva “La Juve di Sarri la vedremo dal 2020“. È questo che mi preoccupa maggiormente: quando anche i vari Rabiot, Ramsey e Douglas Costa avranno terminato i rispettivi rodaggi, quando la difesa avrà digerito l’ingresso di De Ligt senza concedere troppo, ecco che -tecnicamente parlando- saranno cazzi. Là davanti bastano due tra CR7, Dybala e Higuain per assicurare gol e vittorie in quantità, ma lo spazio per crescere in casa bianconera è senz’altro maggiore se paragonato a quello in casa laziale e in casa Inter.

Torna quindi di prepotenza l’argomento mercato. Della mia triade auspicata, il borsino mi vede in vantaggio su uno solo dei nomi (Eriksen pare, se non vicino, quantomeno più fattibile rispetto a Vidal). Young e Giroud sembrano ancor più imminenti per quanto a me non graditissimi.

Commento tecnico: boh…

Resta l’assoluta necessità di allargare la rosa, come fatto presente da Conte che, furbo e lamentino quanto basta, non si è lasciato scappare l’occasione di far vedere a tutti quanto l’Atalanta abbia costretto i nostri a ripiegare nel secondo tempo stante la carenza di alternative credibili.

Onestamente, e per una volta aldilà della ancestrale antipatia, non capisco l’interesse per Kessie del Milan: un suo arrivo in uno scambio alla pari con Politano sarebbe ininfluente da un punto di vista qualitativo (non compri un titolare, solo un’alternativa a Vecino e/o Gagliardini); qualora invece dovesse arrivare proprio in virtù della partenza di uno dei due centrocampisti appena citati, da ininfluente lo scambio sarebbe peggiorativo: Kessie è a mio parere nettamente inferiore a Vecino, mentre pur essendo più mobile e potente di Gagliardini, è assai meno evoluto tatticamente e di difficile gestione a livello caratteriale.

Al di là di tutto, darebbe un segnale di tirare i remi in barca, sulla falsariga di Darmian al posto di Marcos Alonso.

VAR

Ne scrivo volutamente dopo il primo episodio stagionale che ci ha visti increduli beneficiari di errore. È ormai opinione comune che quello di Lautaro fosse fallo da rigore, e tutte le supercazzole sulla spinta di Zapata siano irrilevanti. Per i più curiosi e pruriginosi analisti (quorum ego, chè mi fingo osservatore distaccato ma ho passato ore a zappare su siti di moviolisti e televisioni locali per sentire tutto il sentibile), il colombiano spinge un compagno -Toloi- che a sua volta tampona il nostro, che una volta a terra cianghetta l’avversario con la mano.

Per una volta mi freno e faccio solo cenno al fallo inesistente fischiato allo stesso Martinez lanciato a rete solo contro il diretto avversario (ancora Toloi), che cadendo all’indietro colpisce il pallone con la mano, ricevendo in regalo da Rocchi una punizione a favore tanto salvifica quanto inesistente. Comprensibile che la portata mediatica di questo errore sia nulla e sparisca rispetto all’altro episodio. Figuriamoci se poi chi ne avrebbe beneficiato è l’Inter…

Due cose da aggiungere a commento, entrambe votate alla chiarezza, tanto per non trovaraci come i protagonisti di Amici di Maria de Filippi e l’ineffabile Chicco Sfondrini che, nelle prime edizioni del programma, ad ogni settimana annunciava novità di regolamento ignote fino a quel punto.

La prima cosa: auspico che al più presto l’arbitro, finito il confronto con il VAR, spieghi a tutti e a chiare lettere cosa è stato giudicato. Il mio sogno è che l’audio dei colloqui sia udibile tanto allo stadio quanto in TV, o quantomeno a un addetto per squadra (facciamoli lavorare questi team manager…).

Abbiamo passato un giorno e mezzo a elucubrare su cosa il VAR avesse visto e giudicato, e cioè se avesse valutato solo la corretta uscita di Handanovic non ravvisandovi nulla di irregolare, ma perdendosi il fulcro del problema e cioè il fallo di Martinez, oppure se avesse effettivamente visto la mano galeotta del Toro ma anche la precedente spinta di Zapata che sostanzialmente andava ad annullare l’eventuale rigore per l’Atalanta.

Mi è persino toccato di dar ragione a Mauro Suma, ci rendiamo conto? (andate al min. 7.30, così non vi faccio perdere troppo tempo)

Oggi Rizzoli ci dice che il VAR ha sbagliato e che quindi -se ben capisco- si sono limitati a rivedere l’uscita del portiere. Male, molto male: che cacchio ci state a fare lì?

Ma ipotizziamo per un momento, come puro esecizio di stile, di trovarci nell’altra ipotesi. A quel punto il VAR fin dove può spingersi? Deve fermarsi al fallo di Martinez o deve giudicare anche che cosa lo causa, e cioè la spinta di Zapata? E se deve giudicarla, è considerata punibile la spinta di un giocatore ai danni di un suo compagno, se l’effetto ultimo è quello di danneggiare un avversario?

L’ambito di applicazione del VAR, teoricamente molto chiaro e limitato, è invece spesso tema di discussioni. Molto più del “il VAR ha sbagliato“, le polemiche ora sono sul “perchè non è nemmeno andato a rivederlo?“.

Il mio sogno di illuminista ci porta alla seconda cosa e tutto sommato al prossimo step che mi aspetto: che ad ogni squadra venga dato un paio di “jolly” da giocarsi in partita, in modo che casi simili, se anche valutati con un silent check, debbano comunque essere rivisti dall’arbitro tramite on field revue.

Il mio sogno è corredato da un’importante precisazione, tanto per non fare di questo strumento un mezzo opportunistico quando non ostruzionistico. Non dovrebbe cioè bastare dire “oh, vai a vedere perchè sul calcio d’angolo c’è rigore per noi“, ma -per stare all’esempio di queste righe- “guarda che qualcuno sgambetta Toloi mentre sta per tirare“.

Aldilà della canea di catastrofisti, restauratori e amanti della zona grigia che vorrebbero un ritorno ai bei tempi andati di arbitro che interpreta le regole secondo la propria sensibilità, il VAR ha cambiato, in meglio e spero per sempre, il gioco del calcio. Siamo chiaramente ancora a metà del guado, e sono proprio gli errori a far capire quali siano le zone che restano ancora scoperte. In altre parole: per rimediare alle falle del regolamento non ci vuole meno VAR ma più VAR! Più chiarezza nelle regole, più diritti alle squadre, intesi sia come possibilità di chiederne l’utilizzo motu proprio, sia come legittima pretesa di sapere in diretta e in modo chiaro che cosa è stato valutato e deciso.

Gli arbitri, aldilà di ogni implicazione di buona o malafede, sono sempre stati gelosissimi del loro potere. Aldilà della bella faccia messa su negli ultimi anni, sono stati gli ultimi a volere un ausilio che ne limitasse il potere discrezionale in campo. Ancora oggi, sono l’unica componente del calcio a non parlare mai se non in casi sporadici e sempre a posteriori, per spiegare il perchè proprio quando la portata della decisione è tale da non poter tacere.

Nel football americano, così come nel Rugby, gli arbitri sono microfonati e si sente tutto quello che dicono.

È utopia?

Il fallo di Lautaro su Toloi.

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO

I nostri stanno andando benone, direi aldilà di ogni più rosea aspettativa. Indipendentemente da come andrà con l’Atalanta sabato sera, 45 punti in un girone danno una proiezione di 90 a fine anno, quota alla quale di norma si vincono scudetti.

È vero che già in anni passati a quest’epoca eravamo in vetta alla classifica, ma onestà impone di dire che il “come” faccia una certa differenza. Dalla pioggia di pur gustosissimmi 1-0 (vendemmia Mancini 2015/2016), all’insostsenibile velocità del primo Spalletti -poi infatti schiantatosi nel solito Gennaio marroncino- arriviamo a Conte, che ha portato la truppa in vetta spremendo il massimo da tanti dei suoi (Lu-La in primis) ma anche dovendo fare a meno dei due pezzi forti del centrocampo. Tre mesi senza Sensinho, due senza Barella, con l’aggravante di dover abusare dei piedi non raffinatissimi di Gagliardini e della limitata tenuta atletica di Borja Valero.

Eppure, si diceva, siamo lì.

Tutto ciò considerato, ed aggiugendo che da Febbraio i nostri avranno anche l’impegno di Europa League che tante energie ciuccia ad ogni squadra, non intervenire con due o tre innesti di valore sarebbe deleterio.

I tre ruoli sono noti: esterno sinistro, centrocampista, punta da panchina. In ordine di importanza, per me i tre nomi sono: Marcos Alonso, Eriksen, Llorente, e spiego il perchè:

Marcos Alonso Risposta semplice e solo apparentemente banale: perchè è un terzino sinistro. Non è “un laterale che può adattarsi anche a…” non è “un jolly difensivo che può venir buono anche per…“. No. È uno che fa quello di mestiere, che lo fa bene, che Conte ha già avuto e che, ultimo dato non trascurabile, batte bene le punizioni col mancino.

Ineluttabile assioma nerazzurro degli ultimi lustri, quel ruolo è il nostro punto debole anche quest’anno, vista l’inaffidabilità fisica di Asamoah e la stiracchiata sufficienza (ma nulla più) di Biraghi. Mi auguro a riguardo che il giovane Di Marco, sistematicamente ignorato dal Mister finora, venga quantomeno tenuto fuori dal mercato finantochè non sarà arrivato il rinforzo, chè se adesso viene un coccolone all’uomo dai parastinchi discutibili, tocca dirottare D’Ambrosio o -peggio- Candreva.

Le alternative allo spagnolo non mi convincono: Darmian è uno che fa benino un po’ di cose, ma arriverebbe come un D’Ambrosio-bis. Per carità, giocatori preziosi per ogni allenatore, ma qui stiamo parlando di un titolare da inserire, non di un rincalzo buono come alternativa. Serve insomma più classe.

Ashley Young (di nome ma non di fatto, visto che ha 34 anni) è il classico adattato. Se sei terzino sinistro e sei destro di piede, o ti chiami Paolo Maldini o abbiamo un problema. In questo lo Zio Bergomi mi ha preceduto nel commento che avrei fatto se solo qualcuno me l’avesse chiesto.

Eriksen Qui ammetto di ragionare -anche- da tifoso, perchè per alcuni versi Vidal sarebbe un acquisto più pronto e funzionale al gioco di Conte, ma andrebbe ad intasare la già troppo nutrita colonia di ex-juventini, dando ulteriore fiato alle trombe dell’ “adesso sì che l’Inter è cambiata, non è più una squadra di matti, meno male che sono arrivati gli juventini“.

Ciò detto, Eriksen ha cinque anni in meno di Vidal e soprattutto sembra poter dare qualcosa a questo sport per un lasso di tempo maggiore rispetto al cileno.

Detto che nel ruolo il mio sogno bagnato resta il laziale Milinkovic-Savic, per il quale ci sarebbe da sborsare una cifra vertiginosa, la ventina di milioni di cui si parla in queste settimane io la farei viaggiare spedita in direzione Tottenham e non Barcellona.

Llorente La punta dovrebbe sostanzialmente essere un cambio per Lukaku, quindi lo spagnolo dagli occhi di ghiaccio sarebbe perfetto. Anche lui è già stato agli ordini di Conte, il che dovrebbe facilitarne l’ambientamento. Facendo attualmente panchina a Napoli, non credo avrebbe problemi a farla a Milano. Lo preferisco all’altro nome che circola in questi giorni, e cioè Giroud, per più di un motivo.

Anzitutto, Giroud è il classico attaccante di manovra, che gioca al servizio della squadra, ma che storicamente segna poco: non è un caso che sia diventato campione del mondo con la Francia senza aver segnato nemmeno un gol a Russia 2018. Immaginando l’impiego di questo tipo di punta nelle classiche partitacce che non si sbloccano, preferirei giocarmi il jolly buttando in campo lo spagnolo, pressocchè imbattibile nel gioco aereo ed opportunista quanto basta per piazzare il piedone al momento giusto.

Inoltre, se già è difficile che il Chelsea ceda su Marcos Alonso, è ancor meno probabile che accetti di far partire due suoi giocatori (anche Giroud gioca lì) che, oltretutto, andrebbero a far comodo a Conte, beneficiario di una cospicua buonauscita dopo la parentesi alla corte di Abramovich e senz’altro non molto ben visto da quelle parti. In altre parole: l’ultima cosa che il Chelsea vorrà è fare un favore al Mister che si è appena intascato una decina di milioni di indennizzo.

CHE NE SAR­À DI NOI

Conscio della mia fissazione con il ruolo di terzino sinistro, a mio parere il peso specifico dell’Inter dipenderà dal titolare in quella posizione a fine mercato di riparazione.

Arriva Marcos Alonso? Possiamo giocarcela per lo Scudetto. Arriva Darmian? Ci accomodiamo per il secondo/terzo posto.

È semplicistico, ma la penso così. Avere lo spagnolo tra i titolari fa crescere il valore complessivo della squadra più di avere il Vidal di turno (che giocherebbe al posto di uno tra Brozo, Sensi o Barella).

Voglio dire: a metacampo ne esce uno bravo, ne entra uno bravo, che sia Vidal o Eriksen.

A sinistra, ne esce uno medio (se non mediocre) e ne entra uno bravo.La differenza sta tutta lì.

IZ BACK

Ho smargheritato tanto, cercando di capire se augurarmi il ritorno di Ibra al Milan oppure no, e mi scopro sorprendentemente ad esserne contento.

Non mi rimangio quel che ho detto e scritto: i peana del figliol prodigo che torna là dove si era trovato così bene sono già iniziati, con tanto di dirette dall’aeroporto e endoscopie su come saluta i compagni. Gol come visto, ancora niente (anche se contro la Rhodense ha fatto i numeri!).

Zlatan però farà bene alla Serie A e anche al Milan. Già nella mezzoretta giocata contro la Samp ha fatto vedere di essere il migliore dei rossoneri pur giocando praticamente da fermo. A questi livelli, e con questo livello di concorrenza interna, gli basterà qualche allenamento per elevarsi dalla mediocrità diffusa. Arrivo a dire che, in ottica stadio, a noi conviene che il Milan faccia schifo ma non troppo. Mi diverto come un riccio a vedere la classifica e trovarli saldamente nella colonna di destra, ma pensare ad una partnership con una squadra di centroclassifica per costruire lo stadio del futuro non è il massimo della vita: e visto che i problemi del Milan non finiranno certo con questa stagione, occorre ricordare l’epilogo dell’altro stadio europeo che era stato inizialmente costruito da due squadre della stessa città: l’Allianz Arena di Monaco.

Per carità, non mi farebbe schifo far pagare metà del nuovo stadio al Milan per poi vederli migrare altrove (al Brianteo?), ma è una favola troppo bella perchè possa diventare realtà.

Tornando a Ibra, mi scopro un romanticone dal cuore d’oro: se già non l’avevo fischiato al Derby 2010-2011 quando atterrò Materzazzi con una mossa da arti marziali, a maggior ragione lo accolgo col sorriso adesso: la maniera che ha di ghignare dopo aver fatto la sparata da gradasso me l’ha sempre reso simpatico a pelle, pur essendo probabilmente il più abile mercenario e trasformista del calcio moderno.

Quindi, nonostante tutto, bentornato Zlatanasso!

OTTOBRATA RANCOROSA

PUNTO TENNICO

Il momento che speravo di vedere il più tardi possibile, si è invece palesato nell’ultima settimana giocata: pur facendo due figure più che dignitose, l’Inter esce dagli incroci con Barcelona e Juventus con zero punti.

Hai voglia a smargheritare con i pronostici della vigilia chiedendoti “ma se dovessi vincerne solo una, quale preferiresti?”.

Siamo quindi alla pausa nazionali con una classifica che continua ad essere di tutto rispetto ma con morale e giunture un po’ cigolanti.

Se pensiamo alla partita con la Juve, è parsa diretta la correlazione tra uscita di Sensi e fine del gioco: troppo importante il piccoletto nel centrocampo nerazzurro. Non solo lo trovi ovunque a far la cosa giusta, ha anche il piacevole effetto collaterale di sgravare Brozovic di un po’ di lavoro. Sono in due a smazzarsi la costruzione della manovra, chè ormai tutti hanno capito che con uno schermo sul croato blocchi il grosso del traffico e riduci il possesso palla al ti-tic ti-toc tra i centrali di difesa.

Lunga vita agli adduttori di Sensi, quindi, che se non altro si risparmia la convocazione in Nazionale -che in compenso ci ha già omaggiati di una caviglia di Sanchez ed un dito di D’Ambrosio- ma che verosimilmente non vedremo alla ripresa del Campionato. Il calendario mette in programma la trasferta di Sassuolo, già indigesta ai nostri per definizione, e ancor più scomoda del solito vista la recente scomparsa del patron Squinzi.

Quale miglior occasione per i suoi giocatori di ricordare il loro presidente di note simpatie rossonere“. Già me la sento la canea mediatica…

Ecco: giocarsi quella trasferta senza (tra gli altri) il piccolo-grande ex sarà ancora più complicato, e sarà il primo vero banco di prova per gli uomini di Conte. Come ben sappiamo, già altre volte negli ultimi anni l’Inter aveva infilato una bella serie di vittorie, (Pioli e Spalletti arrivarono a sette), ma ai primi tentennamenti il castello di carte era crollato facendoci ricominiciare ogni volta dalle fondamenta o quasi.

Di più: ad ogni filotto di risultati nel passato si era puntualmente alzata la gufata massima “quel che è evidente è che l’Inter di (…inserire nome del Mister di turno) non ha più le amnesie di una volta e non ci saranno più blocchi mentali e montagne russe”.

E’ quel che dicono anche adesso e, se fossi un osservatore esterno, potrei anche essere d’accordo. Conosco però troppo bene le strisce nerazzurre per dormire sonni tranquilli, e vedo quindi nella ripresa post-Nazionali un ciclo di paratite solo apparentemente morbido.

Il tour emiliano (Sassuolo, Parma, Bologna), con incursioni sul Garda (Brescia, Verona) pare fatto apposta per fare filotto pieno e mantenersi ai piani altissimi della classifica. Vuole però anche dire zero margine di errore e tutto da perdere: basta un pari e torniamo alla solita Inter che butta tutto alle ortiche. Senza contare che in questo bel giretto autunnale c’è anche -se non soprattutto- il doppio incrocio col Borussia per giocarci le poche chances rimaste in Champions.

Andonio e il Gatto Pancrazio che si porta in testa non avranno bisogno di suggerimenti, ma quel che direi io ai ragazzi è “calma: non abbiamo fatto un cazzo. Anzi… testa bassa e pedalare“.

PUNTO COMPLOTTO

Ci sono alcune cose che non cambiano mai, ed altre invece che sono nuove ma che vanno nella stessa direzione. Cerco di spiegarmi partendo dalle certezze granitiche.

Zlatan Ibrahimovic ha giocato due stagioni con la Juve, tre con l’Inter e due col Milan. Questo vuol dire che, volendolo proprio tirare per la giacchetta, il Club italiano in cui è stato per più tempo è stata l’Inter.

Ciononostante, il suo triennio nerazzurro è costantemente lasciato in disparte, quando non ignorato in toto, ogniqualvolta i giornali parlano di lui. Foto di archivio in maglia gobba o rossonera, dichiarazioni relative al calcio italiano sempre rivolte alle altre due strisciate, condite da amarcord all’insegna di “quanto stava bene Ibra alla Juve e al Milan”.

L’ultima conferma in questo senso si è avuta nell’intervista rilasciata a margine dell’inaugurazione della statua a lui dedicata a Rosengard, in Svezia. Queste le sue parole:

Se posso venire in Italia non vedo il problema, faccio meglio di quanto facciano quelli che ci sono ora. Secondo me la Juventus sta facendo grandi cose, è il simbolo del calcio italiano per la squadra e i calciatori che hanno. Anche l’Inter sta facendo grandi cose con un grande allenatore, stanno spingendo molto. Le altre squadre stanno provando qualcosa ma non sono ancora a livello della Juve e più staccata c’è l’Inter secondo me. Mi dispiace tanto per il Milan, per me deve essere un top club per risultati e per investimenti, con i migliori giocatori del mondo. Ma al momento non è così.

Il grassetto l’ho aggiunto io di bellezza. Questo invece il modo in cui sono state riassunte sui giornali italiani:

Onore alla Juve, carezze malinconiche all’amatissimo Milan. Fine delle trasmissioni. Chi l’avrebbe mai detto? Del resto, la damnatio memoriae del periodo nerazzurro non è certo una novità: tra i millemila esempi, ecco come veniva descritto Zlatanasso in estate dall’ineffabile redazione sportiva di Repubblica:

Passiamo invece alle novità: la stampa plaude agli acquisti nerazzurri e riconosce il valore di alcuni di loro: nello specifico parliamo di Lautaro, Sensi, Barella e Bastoni.

Bene, direte voi, vedi che fanno complimenti anche all’Inter? Vedi che sei paranoico? Sì, certo, aspettate un attimo.

Di Sensi si riesce a dire testualmente che il suo rendimento altissimo per l’Inter è un limite. Non basta: altrove si parla dell’ottima accoppiata Sensi-Barella, aggiungendo prontamente che però mancano le alternative.

Ancor più interessante la disamina sul giovane difensore Bastoni: tutti entusiasti per l’esordio del ragazzo a Genova contro la Samp, ma altrettanto pronti a spegnere facili entusiasmi: occhio che col ragazzino che vien su bene, potrebbe anche partire Skriniar!

Concetto simile per il Toro Martinez: bravo, bene, tutto quel che volete… Certo che adesso la clausola è da ritoccare, c’è pur sempre il Barcellona che lo corteggia.

Concludendo: la novità è che si parla bene di molti giocatori interisti (a mio parere è un modo indiretto per fare i complimenti a Conte, ma ammetto che il mio è un processo alle intenzioni). La conferma è che il mercato è quella cosa che per ogni altra squadra rappresenta un’opportunità, e per l’Inter sempre e solo una minaccia.

PUNTO ORGOGLIONE

E’ di qualche giorno fa la notizia che l’Uefa ha premiato l’Inter quale miglior settor giovanile europeo. Mi piace anche in questo caso riportare il testo ufficiale perchè dice molto, soprattutto a chi vuol sentire:

“La Commissione Esecutiva della Uefa ha scelto di premiare FC Internazionale Milano per la categoria ‘Miglior Club Professionista’. Questo premio viene assegnato alle società che, oltre alla propria attività professionistica, si impegnano in un’agenda ricca di specifiche iniziative sociali a dimostrazione dell’impegno del club per le comunità locali e l’attività di base. La Commissione Esecutiva ha ritenuto che l’Inter meritasse di vincere questo premio.”

Questo in risposta ai tanti Arrighi Sacchi che hanno sempre sputato veleno su un Settore capace nell’ultima quindicina di anni di vincere campionati in quantità, di far esordire tanti giocatori nella massima Serie, e soprattutto di accompagnarne la crescita sportiva a quella umana, culturale e professionale (anche qui, tra i tanti esempi, prendo quello del giovane Natalino).

Tanto per essere chiari, e tornando alla motivazione: quelle poche righe dovrebbero tappar la bocca e far arrossire tanto i critici del “cosa conta vincere il Campionato Allievi, è più importante preparare questi ragazzi allo sport e alla vita in generale” quanto i cinici del “Bella la manfrina di Inter Campus e Inter Academy, ma l’Inter è una squadra di calcio e di tanti ragazzi non ce n’è uno che poi arriva ad alti livelli”.

Come contrappunto di puro dispetto ricordo ai più distratti che i nostri cugini, quelli che propongono giUoco (cit.), sono attualmente nella Serie B del Campionato Primavera.

Come si dice in questi casi: me so’ sfogato.