I SHOT THE SHERIFF

INTER-SHERIFF 3-1

Oltre che per il ritardo, chiedo scusa per il titolo più banale che poteva uscire dalla penna di un vecchio rocker come me. E non fate i maestrini dicendo che il pezzo è reggae, chè io come tanti altri l’ho scoperto nella versione di Slowhand Clapton.

Comunque, solida e meritata vittoria per i nostri, che segnano tre gol e ne sbagliano una decina di altri, riuscendo nell’impresa di non farmi stare tranquillo nemmeno stavolta.
Inzaghi fa la mossa che avrei fatto domenica prossima contro la Juve, e cioè schierare Dimarco al posto di Bastoni come “braccetto” di sinistra, in modo da sfruttarne la velocità insieme a quella di Perisic a tutta fascia. Il risultato è buono lo stesso, visto che l’italiano ha gamba reattiva e un sinistro che a quelle latitudini non si vedeva da tempo.
Vidal completa la mediana dietro a Brozo e #Baredovesei, e fa la sua porca figura con la ciliegina del gol.
Davanti Lautaro si dimena per 90 minuti senza riuscire a trovare il gol ma muovendosi bene, mentre Dzeko fa la sua miglior partita in maglia nerazzurra, che pure inizia mangiandosi un gol solo davanti al loro portiere, dopo acrobatico suggerimento del Toro.

La girata di sinistro che vale l’1-0 è un trattato plastico di tecnica e equilibrio tra forza e precisione che andrebbe mandato in loop alle scuole calcio di mezzo mondo. Non basta, chè il bosniaco ricama calcio a tutto campo, regala assist ai compagni (vedi Vidal per il secondo gol) e si esibisce in un recupero difensivo da applausi, condito da dribbling di classe in area e ripartenza sul compagno in uscita.
La responsabilità per la seconda e ultima palla sbagliata della partita è solo colpa mia, visto che dico a voce alta “Dzeko sta facendo una partita di un’intelligenza spaventosa” nell’esatto istante in cui toppa un passaggio orizzontale e fa scattare il loro contropiede. Mi perdonerete.

Le note dolenti arrivano da Dumfries, primo a mangiarsi un gol facile-facile e unico a non raggiungere la sufficienza: si riprende giusto nel finale con un paio di giuste imbucate e con l’assist di testa per De Vrij sul gol del 3-1. Per ora è uno splendido quattrocentista coi piedi fucilati. Speriamo che l’autunno lo faccia maturare senza bisogno di metterlo in botti di rovere.

Loro: poca cosa, e senza nemmeno il culo avuto nelle precedenti rocambolesche vittorie. Accettano senza il minimo problema il nostro gioco, rintanandosi e cercando di attivare un contropiede che non è nemmeno velocissimo, e che raramente ci crea problemi.
Handanovic è bravo nel primo tempo a fermare un tiro di sinistro sul suo palo; non altrettanto nella ripresa, quando arriva a fine slancio solo a toccare il pallone calciato su punizione da 30 metri da Thill. Il tiro è bellissimo, ma un gol così entra solo con la fattiva collaborazione del portiere.

Il pareggio poteva giocare brutti scherzi, conoscendo la labile psiche dei nostri, e invece la partita prosegue sulla stessa falsariga, con i ragazzi a ricercare subito il vantaggio e a trovarlo pochi minuti dopo con la già accennata combinazione Dzeko-Vidal. A quel punto sono loro ad accusare la botta, e i nostri trovano il terzo centro con una bella girata di De Vrij, ancora sugli sviluppi di corner, cosa di cui stranamente non ho ancora sentito blaterare. Forse le tante occasioni create – ne ho contate una decina, gol esclusi – hanno tappato sul nascere la bocca ai tanti Luoghi Comuni Maledetti legati alla sterilità della manovra nerazzurra o sull’imprescindibilità dei calci da fermo per sbloccare la partita.

Permalosità a parte, ci rimettiamo in carreggiata nel girone. Niente è ancora fatto, ma toppare mercoledì avrebbe voluto dire salutare la Coppa dopo sole tre partite. The King of Spannometric dice che con due vittorie contro Sheriff e Shakhtar potremmo essere tranquilli anche in caso di sconfitta contro il Real, ma dei miei mi fido ancor meno che degli avversari, quindi testa bassa e pedalare.

LE ALTRE

Non potendo dire che il Milan ha perso #atestaalta, la critica ha legittimamente attinto ai tanti infortunati nella rosa di Pioli, volando alto sull’inconsistenza di Giroud e Ibra e sulla misura della sconfitta, ben più ampia del risicato 1-0 finale, arrivato oltretutto su un’azione più che dubbia del Porto. Al solito, c’è che si spinge oltre, e dall’ottimismo oltrepassa le porte della percezione finendo per sconfinare in un affascinante visione fideistica: per il Milan aver perso tre partite può essere uno stimolo, una spinta. Insomma, meglio così.

La Juve replica le ultime partite fatte di solidità granitica, poche occasioni ed ennesimo 1-0 portato a casa, per la frustrazione dei tanti giochisti e col ghigno beffardo di Allegri. Ribadisco: mi preoccupano assai, e domenica sarebbe proprio i caso di far rifiorire i tanti dubbi che ultimamente hanno convertito in certezze.

Ho invece visto una splendida Atalanta mettere sotto il Manchester United all’Old Trafford per un tempo, e avere ancora un paio di occasioni per fare il terzo gol dopo il pari di Maguire. Poi, come spesso accade in questo mondo crudele, arrivano quelli forti e CR7 vince la partita. Ma la prestazione resta, e la fiducia nel poter passare il turno anche.

E’ COMPLOTTO

Premetto che la mia è una sensazione, non ancora suffragata da evidenze concrete, ma la preferenza attuale riservata all’Inter è a mio parere ancora figlia della “luna di miele” riservata ad Inzaghi in quanto nuovo allenatore. La sconfitta con la Lazio a mio parere era meritevole di maggiori critiche, che invece si sono limitate a bonarie ramanzine sull’importanza di mantenere la concentrazione alta per tutti i 90 minuti.
Pochi sottolineano le tante reti subite e le troppe occasioni non concretizzate: il tutto è coerente con la predilezione per un calcio d’attacco, spensierato e noncurante delle falle difensive, inevitabile lato B di un disco basato su pressing alto e manovre ariose.
E ancora: tutto è accompagnato dalla piacevole inoffensività dell’Inter. Ecco dove arriva il mio sofisticato teorema complottista: ci incitano a continuare così, ci spingono a rimanere inoffensivi, poco pericolosi, comprimari a un banchetto in cui gli ospiti d’onore sono gli altri.

I confronti con l’anno scorso sono volutamente parziali: rispetto a quella di Conte, l’Inter di Inzaghi ha segnato di più e subito di meno. Vero. Non uno però che ricordi la svolta dello scorso campionato, arrivata proprio di questi tempi, dopo la quale la difesa ha chiuso la porta a doppia mandata e Lukaku, Martinez e Hakimi hanno maramaldeggiato nelle aree avversarie.

L’auspicio è che anche l’attuale allenatore trovi il cacciavite giusto per serrare un paio di giunture e dare più equilibrio alla squadra. I punti da recuperare non sono pochi, ma la strada è lunga.
La partita con lo Sheriff potrebbe essere un inizio promettente, a patto di ribadire il concetto già nei prossimi giorni.

“Sempre allegro il Lolli eh?” (cit. dedicata a Brozo)

BILANCIO 2020/2021 pt.2

L’esercizio di oggi consiste nel cercare di capire meglio i numeri dell’ultimo anno finanziario dell’Inter, concluso sul campo con la conquista dello scudetto dopo 11 anni, per la gioia di grandi e piccini, ma anche con una serie di problemi contingenti se non strutturali, di cui ho parlato nel precedente post.

Ora, prima di addentrarmi nel compitino, credo sia giusto fare un paio di precisazioni o, come direbbero quelli bravi, di assumptions.

Primo: i numeri sono quelli attualmente conoscibili, visto che l’assemblea che dovrà approvare il bilancio non si è ancora tenuta;
Secondo: la mia è un’interpretazione, figlia di questi numeri e delle mie competenze in materia, e quindi al netto di eventuali sviste che il mio dottissimo pubblico mi segnalerà: se mi vestissi di bianco e avessi un ego ancor più sviluppato del mio, potrei dire “se sbaglio, mi corriggerete!“.

Facendo un po’ di spoiler, la tesi che voglio portare avanti è che il bilancio 2020/2021 contenga tante poste non ricorrenti, quelle che sempre quelli bravi chiamano one-off.

Sul perché si sia preferito caricare questo bilancio di zavorre in alcuni casi evitabili si gioca il grosso del futuro dell’Inter. Come detto nella prima parte di questo trattatello, spostare tutte le sfighe su un unico anno è quel che si fa quando si decide di vendere la baracca: di solito il compratore dice “sì va beh, fammi vedere come stai in mutande e non col vestito buono. Togli tutti i rischi, le opportunità, le incertezze e vediamo cosa viene fuori“.

Nel caso dell’Inter, è venuto fuori -245 milioni, che non sono proprio bruscolini.

C’è poi l’altra campana, secondo cui Suning non avrebbe interesse a vendere ora, avendo chiuso il prestito con Oaktree ed essendo prossima a rifinanziare i 350 milioni di bond in scadenza con una nuova obbligazione da circa 400 milioni, e di fatto assicurandosi una certa tranquillità finanziaria nel breve termine. A ciò si aggiunga l’enorme opportunità dello stadio nuovo, tutto quel che ne consegue: il mio parere è che Zhang, prima di passare la mano, aspetterà di aver chiuso almeno sulla carta la questione del nuovo San Siro, ma non voglio ripetere quanto già detto nell’altro post.

Ora, basandoci sui numeri conosciuti, cercherò di capire quanto di quel passivo è dovuto a problemi strutturali (ad esempio, il peso degli stipendi, che pure è calato) o quanto a cause contingenti (toccando ferro: l’assenza di ricavi da stadio).

Tante fonti hanno fatto previsioni per la chiusura dell’esercizio 2021/2022 ipotizzando una perdita intorno ai 100 milioni, ancora pesante ma comunque in netto miglioramento. Per una volta mi sono scoperto ottimista, perché buttando giù due numeri mi pare che, a parità di altre condizioni, il passivo potrà essere saldamente a due cifre:

Ecco, a me il disegnino è venuto così

Il gioco è capire, a parità di altre condizioni, e quindi senza calcolare variabili importanti come il calciomercato di gennaio e le compravendite estive fino al 30 giugno, quale potrà essere l’impatto dei maggiori ricavi e dei minori costi rispetto all’anno precedente.

Cerco di andare con ordine:

Ricavi da stadio: come sappiamo, la stagione è partita con una capienza del 50%. Dalla prossima partita si passera al 75% e, se tutto va bene, il prossimo step sarà la piena occupazione. Sono stato prudente rispetto alle stime che parlavano di 60 o anche 70 milioni di euro di mancati ricavi da stadio, ed ho previsto che il prossimo bilancio vedrà San Siro generare i 50 milioni portati a casa nel 2018/2019, l’ultima stagione pre-Covid.

Plusvalenze: qui parliamo delle vendite di Lukaku e di Hakimi. Sappiamo che i loro cartellini sono stati ceduti rispettivamente per 115 e 68 milioni. Quel che non sappiamo sono i termini finanziari di pagamento, e cioè in quante rate e in quanto tempo l’Inter incasserà questi soldi. Altra cosa che non sappiamo nei dettagli è quanto l’Inter avesse ancora da pagare ai vecchi Club dei calciatori in questione, e cioè Manchester Utd e Real Madrid (Hakimi infatti era al Dortmund in prestito). I calcoli li hanno fatti altri, e pare che il netto che l’Inter si porta a casa dalle due vendite sia superiore agli 80 milioni. Se poi consideriamo i costi di competenza dell’esercizio 2021/2022 per i cartellini dei nuovi acquisti estivi – la maggior parte dei quali è arrivata a parametro zero – il guadagno complessivo si assesta sui 70 milioni.

Sponsor maglia: come sappiamo Pirelli non è più lo sponsor principale e, aldilà dell’abitudine, se non affetto, maturata in venticinque anni di presenza sulle nostre maglie, il cambio di sponsor è vantaggioso per l’Inter.
Pirelli negli ultimi anni ha contribuito, tra sponsor principale e logo “Driver” posto sul retro della maglia, a circa 20 milioni annui. La cifra per l’anno 2020/2021 non è ancora nota; anche in questo caso, mi sono basato sul valore della sponsorizzazione dell’ultima stagione pre-Covid (19 milioni).
La nuova combo di sponsorizzazioni (Socios, Lenovo sul retro maglia e l’agenzia di criptovalute Digitalbits come sponsor di manica) porterà ad un totale di 30 milioni, con un delta positivo di 10 milioni rispetto all’anno precedente. Per la cronaca, l’accordo con Zytara/Digitalbits garantirà un totale di 85 milioni di ricavi per l’Inter, ma non è chiara la durata dell’accordo nè la “spalmanza” di questi 85 milioni negli anni. Il link precedente parla di 15 milioni a stagione garantiti da Zytara, ma in ogni caso non li ho considerati nei miei conticini.

Ricordo che questo specchietto vuole esaminare solo i ricavi in aggiunta a quelli già presenti nell’esercizio 2020/2021, motivo per cui non troverete introiti derivanti da diritti TV e merchandising.

Allo stesso modo, sui costi mi sono concentrato sulle spese che nell’esercizio 2021/2022 non dovrebbero esserci più. Vediamo nel dettaglio:

Svalutazione cartellini: non tutte le ciambelle riescono col buco, nemmeno alla premiata ditta Marotta&Ausilio. Joao Mario è stato uno dei peggiori affari portati a termine dall’Inter, e non tanto per le pur mediocri prestazioni del portoghese sul campo. L’acquisto per più di 40 milioni, ed il ricco contratto di 5 anni hanno rappresentato un fardello difficile da sopportare, seppur mitigato dai numerosi prestiti che hanno interessato il lusitano in questi anni. Ragionamento simile per Nainggolan, che pure ha reso più del collega di reparto (ci vuol poco, mi direte, e sono anche d’accordo), ma che è uscito dai radar nerazzurri con l’addio di Spalletti. L’ideale sarebbe stato trovare acquirenti disponibili a pagare il prezzo “giusto” per i due calciatori, in modo da scongiurare la temuta minusvalenza.
Non trovandosi compratori, l’Inter alla fine ha deciso di liberare i giocatori “a gratis”, chiedendo a lorsignori di cercarsi un’altra destinazione. La risultante di questa operazione è che il valore residuo dei loro cartellini viene azzerato, generando una perdita secca in bilancio pari a circa 15 milioni. La speranza è che operazione del genere non ce ne siano, ed è quindi ragionevole calcolare questi come costi non ripetibili.

Riduzione monte ingaggi: tra le gufate che, come ad ogni calciomercato, hanno accompagnato le manovre nerazzurre, non possiamo non ricordare l’accorato appello a “chiudere il mercato con un attivo di 100 milioni“, nonostante lo stesso Zhang ne avesse chiesti “solo” 70. Ma vuoi mettere che bello abbaiare “servono 100 milioni!”. Come visto, a conti fatti avrebbe potuto bastare la sola cessione di Hakimi, a cui si è aggiunto Lukaku nelle modalità che sappiamo.
Dal punto di vista degli ingaggi, l’altro anatema è stato l’assoluto bisogno di ridurre il costo della rosa di almeno il 15% rispetto all’anno precedente. Con grande scorno dei tanti gufi, anche questo è stato fatto, anche se comunicato a bassa voce e con colpi di tosse imbarazzati. Tra stipendi lordi e quote di ammortamento annuali, il risparmio dovrebbe essere intorno ai 31 milioni.

Messi insieme extra ricavi e minori costi, ed opportunamente shakerati, l’effetto dovrebbe portare a un beneficio di 176 milioni. Se il baratro di quest’anno è l’ormai tristemente noto -245,6, l’aritmetica dice che a giugno 2022 i numeri di chiusura potrebbero recitare -69,6 milioni.

Cosa non c’è dentro la tabellina?
Non ci sono i rinnovi contrattuali e gli aumenti di stipendio dei vari Martinez, Brozovic e Barella, che verosimilmente andranno a regime durante la stagione e porteranno ad appesantire nuovamente il costo della rosa.
Non c’è la svalutazione dei crediti con le sponsorizzazioni cinesi, di cui pure avevo parlato nella prima puntata: che sia pulizia contabile, o che siano effettivamente sponsorizzazioni legate all’hospitality di San Siro, un certo effetto positivo dovrebbe esserci in questa stagione, ma non sapendolo quantificare (Antonello parla di una cinquantina di milioni, mica bruscolini) non è stato considerato.
Da buon tifoso scaramantico, non è stato considerato l’impatto derivante dalla eventuale qualificazione alla fase successiva della Champions League, obiettivo sempre fallito negli ultimi anni e che, aldilà dell’importanza sportiva, porterebbe nelle casse dell’Inter una decina di milioni in più dall’UEFA e qualche altro di diritti TV. Il tutto limitando le nostre ambizioni al “solo” raggiungimento degli ottavi di finale.

Infine, visto che tutti si sono affrettati a fare i complimenti all’Inter per il rosso più rosso della storia del calcio, dopo che la Juve pochi giorni prima aveva comunicato il suo passivo di “soli” 209 milioni, è doveroso mettere qualche puntino sulle “i” e comparare i criteri con cui hanno lavorato Inter, Milan e Juve.

Marco Iaria sul Corriere è chiaro in merito: gobbi e cugini hanno sfruttato qualche “jolly” contabile, che ha contribuito a mitigare le perdite dell’esercizio 2020/2021.
E se per il Milan si tratta di pochi milioni, “la Juventus ha beneficiato di un risparmio di 90 milioni derivante da un accordo con la squadra sottoscritto durante il primo lockdown della primavera 2020, che ha consentito di alleggerire il conto economico ma che appesantirà l’esercizio 2021-22 perché gran parte di quei 90 milioni andranno conteggiati“.

Questo a proposito dell’Inter che non paga gli stipendi e son tutti brutti e cattivi e insomma è uno scandalo e alla fine non dovevano darglielo lo Scudetto…

Perché va bene giocare a fare i revisori contabili di ‘sto par de ciufoli e fingersi fini analisti, ma sotto sotto rimango il rancoroso complottista che si incazza come una bestia quando vede la stampa fare figli e figliastri.

BILANCIO 2020/2021 – pt. 1

Cerco di mettere un po’ d’ordine, in primis nella mia testa di tifoso, che però si picca di capirne un po’ di finanza e bilanci, i quali d’altra parte dovrebbero rappresentare una situazione oggettiva e come tale non interpretabile con visioni partigiane, imprescindibili invece quando si parla della propria squadra del cuore.

Insomma, un discreto casino.

-245,6 milioni è un numero che fa sudare freddo, poco da dire.

Ma è la fotografia di un periodo passato, e per la precisione chiuso il 30 giugno 2021. Ed è l’effetto dei rubinetti chiusi in Cina, delle difficoltà finanziarie di Suning e della pandemia.

Il tifoso interista deve preoccuparsi? Non troppo.

Come detto, il mix tra problemi con la politica economica cinese ed emergenza-Covid ha scatenato il massimo dei suoi effetti nella stagione 2020/2021. Gli stadi, incrociando le dita, stanno cominciando a riempirsi, per ora con il tetto del 50%, da dopo la sosta dovrebbe essere il 75%, che per San Siro vuol dire circa 55 mila spettatori: poco meno dei livelli pre-pandemia, quando l’Inter aveva una media da quasi 60 mila persone a partita.

Il bilancio presentato al CdA, che sarà approvato dall’Assemblea tra poche settimane, risente anche di quella che si chiama “pulizia contabile”: sono cioè state fatte delle svalutazioni che hanno riguardato sia giocatori (con l’azzeramento dei cartellini di Joao Mario e Nainggolan) che crediti. E se con le minusvalenze dei calciatori anche il più obnubilato dei tifosi ha ormai una certa familiarità, sui crediti la situazione è più nebulosa, perché se da una parte l’AD Antonello ha parlato di svalutazioni di sponsorizzazioni cinesi dovute all’assenza di hospitality allo Stadio, da altre parti si è ipotizzato che quei crediti fossero pendenti già da qualche anno, e che si sia preferito fare un po’ di “pulizia contabile”, visto che la loro esigibilità aveva destato parecchi dubbi già in fase di due diligence da parte degli inglesi BC Partners, il fondo che era arrivato a valutare il 100% dell’Inter 750 milioni. Di conseguenza, l’azzeramento di questi crediti potrebbe essere visto come una manovra per fare ordine, in attesa di nuovi acquirenti che si troverebbero davanti una situazione più chiara, per quanto con meno “ciccia”.

Il dilemma alla fine è sempre lo stesso: Suning che fa? Va? Resta? butta la palla avanti di un giro?

Difficile dirlo. Marotta e Antonello tranquillizzano dicendo che le operazioni degli ultimi mesi (leggasi prestito di Oaktree e cessione di Hakimi e Lukaku) hanno messo il Club in sicurezza e che la famigerata continuità aziendale è garantita.

D’altra parte, a domanda specifica fatta da Paolo Condò su quanto del prestito di Oaktree (dato a Suning, non all’Inter) sia confluito nelle casse nerazzurre e su quanto ancora potrà entrarne, in caso di bisogno, Marotta ha fatto la supercazzola, lasciando intendere che Zhang ha ben altri problemi e facendo capire che probabilmente quei soldi serviranno ad altro e non all’Inter. Tutto ciò tenendo presente che, in caso di mancata restituzione del prestito, Oaktree potrà rivalersi sulle azioni dell’Inter, quindi alla fine è il Club ad essere interessato alla cosa.

Suning ha quindi bisogno di soldi, questo è indubbio. Quello a cui non credo invece è una cessione a breve, visto che inevitabilmente oggi spunterebbe un prezzo più basso di quanto offerto l’anno scorso – i famosi 750 milioni di BC Partners – cifra peraltro molto vicina a quanto speso fin qui da Zhang negli cinque anni di presidenza. E se già Zhang aveva risposto “no” a quella valutazione, non si capisce perché dovrebbe accettarne oggi una al ribasso.

La recente rielezione di Sala a Sindaco di Milano apre il campo a una accelerazione sulla questione-stadio, che si rivela cruciale, e non solo in questa vicenda.

Da un lato il Comune vuole essere certo di chiudere un accordo con due proprietà che non cambino faccia a lavori in corso, ma che assicurino continuità di gestione dei rispettivi Club per tutta la durata dei lavori.

Dall’altra, Suning sa che anche la sola firma di un protocollo di intesa con le istituzioni per la costruzione del nuovo distretto sportivo farebbe impennare la valutazione nerazzurra e renderne più profittevole la vendita.

Quelli bravi direbbero che è un tema negoziale: riusciranno i nostri eroi a trovare un accordo tra la permanenza a lungo termine chiesta da Sala e quella in stile “macchina in doppia fila” di Suning? Molto, a mio parere, si gioca su questo.

Non sono da escludere ribaltoni dalla Cina: lo stesso Bellinazzo ipotizza che, con la fine della pandemia, la Cina riparta e torni a concedere spazi di manovra alle proprie aziende all’estero, ma il tema è enorme, basta pensare al crack di Evergrande che, tra gli altri, deve 2,6 miliardi (!) a Suning.

Morale: l’urgenza per l’Inter è stata tamponata, e nel prossimo pezzo cercherò di capire come potrebbe chiudersi il bilancio 2021/2022.

La situazione a medio/lungo termine resta invece ingarbugliata, e solo in minima parte dipendente dalla volontà di Suning. Questo, parlando da tifoso, andrebbe sottolineato: qui non c’è una proprietà che fa i capricci, o un Presidente che si impunta e non vuole più spendere. Qui c’è un colosso che, come tutte le aziende cinesi, è soggetto a indicazioni che arrivano direttamente dal Governo e che, come tali, devono essere seguite senza margine di manovra.

Raccontarla per quello che è non migliora la solfa, chè se Pechino non cambia le regole qui rimangono cazzi amari, ma almeno aiuta a sgombrare il campo dai tanti professori da bar del “va beh ma se il cinese non c’ha i soldi può anche tornare a casa sua“.

Giusto per far capire che è un pochino più complicato di così.

Come sta Suning? I numeri di un colosso in difficoltà | Calcio e Finanza
Rappresentazione grafica del concetto “Suning c’ha l’Inter

FAMOUS LAST WORDS

SASSUOLO-INTER 1-2

Essendo l’Inter squadra simpatttica per definizione, le mie sentenze post-Atalanta vengono in buona misura smentite nella partita di sabato sera, con Handanovic e Dzeko sugli scudi e Barella a perdere più palloni in 90′ che negli ultimi due anni.

Chissenefrega, mica voglio aver ragione, a me interessa che vinca l’Inter!

Andando con ordine, la trasferta nella mai troppo amata Sassuolo – che poi in realtà gioca a Reggio Emilia ma va beh,,, – non mi lasciava per nulla tranquillo. C’entra Squinzi e il suo passato di chimico pseudo difensore dei piccoli ma in realtà servo dei grandi, c’entra la sua proverbiale liaison con i colori rossoneri, c’entra la prona devozione alla Torino bianconera, senza dimenticare la retorica stantìa della favola calcistica, il bel giuoco e i bravi ragazzi italiani che negli anni mi ha fatto maledire Parma, Udinese e Chievo.

Il primo tempo del match rinforzava i miei grigi presagi, con i neroverdi a correre come pazzi, Boga nelle vesti di imprendibile Speedy Gonzales e Berardi a segnare per la centordicesima volta contro la squadra di cui è tifoso fin da bambino.

Pensa se gli stavamo sulle balle…

I nostri confermano una tendenza già palesata nelle ultime uscite, e cioè l’incapacità di palleggiare in tranquillità, soprattutto ad inizio azione. Tante volte ho maledetto i passaggi stitici dei nostri difensori che passavano pericolosamente vicino ai piedi avversari, ma nelle giornate di grazia il rischio è stato più volte ripagato. A Reggio Emilia, ancor più che con Atalanta e Shakhtar, i nostri hanno invece fornito una dimostrazione pratica di come non uscire palla al piede da dietro, con Barella a regalare l’azione da cui nasce il rigore – solare – su Boga e De Vrij –tu quoque– a ciabattare un retropassaggio che costringe Handanovic all’uscita disperata, su cui avrebbe potuto chiudersi la partita.

Nelle scorse settimane mi sono lamentato per rigori evidenti non fischiati a nostro favore; allo stesso modo non ho problemi a riconoscere che a maglie invertite mi sarei imbufalito se l’arbitro non avesse espulso un portiere che esce ostacolando l’avversario in quella maniera. Vero: Samir fa di tutto per non toccare Defrel, ma di fatto gli si piazza davanti e pare anche toccarlo in faccia col gomito. In un’epoca di “danno provocato”, “imperizia”, “eccessiva foga”, mi aspettavo il rosso per il nostro portiere e un secondo tempo da incubo.

Ho sentito Caressa e gli altri parlarne perplessi, soprattutto per la mancanza di spiegazioni da parte dell’arbitro. Musica per le mie orecchie, che vorrebbero sentire in vivavoce i colloqui tra arbitro di campo e VAR, all’insegna della massima chiarezza. Marchegiani butta lì una possibile motivazione, e cioè che l’intervento non sia considerato da “rosso”, essendoci Skriniar che sta rientrando e che potrebbe contrastare l’avversario. Caressa prova a fare il maestrino parlando di “cono di luce” e di palla che si sta dirigendo verso la porta e non verso l’esterno e quindi rigettando la tesi. Poi mandano il replay e la si vede la palla che rotola al di fuori dell’area piccola, altro che verso la porta…

Ad ogni modo, arbitri: parlate e spiegate, cazzo.

Invece, incassiamo la gradita botta di culo e, nella ripresa, ribaltiamo il match, non prima di aver reso merito a Handanovic per una parata sullo sgusciantissimo Boga, che spara un sinistro rasoterra sul palo lungo, neutralizzato con parata felina dal nostro portiere. Siamo ancora vivi, e proprio per questo togliamo dal campo un paio di moribondi: Correa e Calhanoglu (lui sì, confermatissimo nella lista dei cattivi) non la beccano mai ed escono dopo 55 minuti di nulla, sostituiti da Vidal e Dzeko. Fuori anche un insipido Bastoni per un Di Marco ancora una volta convincente, commento applicabile anche al cambio di esterno Darmian – Dumfries.

Quattro cambi insieme non li avevo mai visti se non nei Trofei Moretti estivi, ma erano tutti necessari. Poi ci si mette anche un po’ di culo, visto che bastano trenta secondi e un cross nemmeno così bello di Perisic per liberare Dzeko sul secondo palo per il comodo colpo di testa che vale il pari.

Punteggio e inerzia della partita totalmente cambiati, e partono dieci minuti a manetta: è la situazione ideale per Vidal, giocatore che con gli anni pare giocare molto più sull’entusiasmo del momento e non sulla solida regolarità che ne ha contraddistinto la carriera. Ma è un mio parere e, vista l’affidabilità delle mie previsioni, è probabile che ce lo ritroveremo in cabina di regia a giostrare come un moderno Matteoli.

Poco dopo è sempre Dzeko a seguire una palla in profondità di Brozovic, anticipando Chiriches e inserendosi tra lui e il portiere. Consigli, che sui miracoli contro l’Inter ci ha costruito una carriera, stavolta sbaglia i tempi dell’uscita e sbilancia Dzeko a cavallo dell’area, prima di prendere la palla con le mani. Rigore, e meno male che la rusada (spinta per i non meneghini) decisiva è già all’interno dei 16 metri, perché già mi aspettavo la beffa della punizia dal limite spedita in gradinata.

Dal dischetto va Martinez che spiazza il portiere e fa 2-1.

L’ultimo quarto di gara i nostri lo giocano con sapienza, senza rischiare granché e trovando anche il 3-1, giustamente annullato per fuorigioco.

Vittoria complicata e sofferta, con una considerevole dose di buona sorte nell’episodio di fine primo tempo: giocare in dieci la ripresa avrebbe dato tutt’altro gusto al match e aperto un sacrosanto processo alla tenuta mentale dei nostri difensori. Invece, andiamo alla sosta con tre punti in saccoccia, apprestandoci ai soliti rosarioni collettivi nella speranza che le trasvolate oceaniche dei nostri non abbiano conseguenze sul loro stato di salute.

Il ritorno vedrà un trittico di partite mica da ridere, con Lazio in trasferta, Sheriff e poi Juve in casa, tutte in una settimana. Inutile dire che saranno giorni cruciali per i nostri.

LE ALTRE

Continua il mio allarme per la risalita della Juve. Il Derby vinto col Toro è un altro pessimo presagio, visto che il pari sarebbe stato probabilmente la fotografia migliore per quanto fatto vedere dalle due squadre. Invece, il tanto vituperato colpo del singolo, l’azione improvvisa così deprecata perché non arriva dopo lunghi minuti di ruminamenti a tre all’ora, sposta l’equilibrio e porta i tre punti dalle parti di Allegri. Occhio, chè questi arrivano…

Napoli e Milan non hanno nemmeno il fattore novità, visto che continuano non solo a vincere ma a mostrare uno stato di forma difficilmente pronosticabile a inizio stagione. Ho visto i cugini sbarazzarsi dell’Atalanta con facilità, giocando una partita per me bellissima, fatta di continue accelerazioni, tutta in verticale, in culo al possesso e al giro palla manovrato. C’hai Theo Hernandez, Leao, e compagnia? Sfruttali, perdìo! E’ quel che fa Pioli, e Gasperini, per una volta, non ci capisce molto. Vero che le assenze di Gosens e di Pessina non aiutano, ma duole ammettere che la vittoria è meritata.

La certezza è che il Napoli non potrà andare avanti e vincerle tutte. La speranza è che il Milan non sia in grado di mantenere questo idillio di forma ed efficacia a lungo. Sarebbe bellissimo che il ritorno dello splendido quarantenne (auguri al vecchio cuore nerazzurro Zlatan) facesse saltare gli equilibri cesellati con tanto amore dagli artigiani di Milanello Bianco.

E’ COMPLOTTO

Non parlerò qui del bilancio presentato dall’Inter, con la perdita record di 245,6 milioni, se non per segnalare come un numero così abnorme, per quanto riferito ad una situazione già passata, sia sufficiente per soffiare sul fuoco del disfattismo, dell’inevitabile ed imminente cessione da parte di Suning. Del resto, come abbiamo imparato da un anno a questa parte, ogni settimana è quella decisiva per la vendita a BC Partners, Oaktree, PIF, Ciccillo ‘O Meccanico…

Sono invece curioso di sentire come verrà giudicata la vittoria del Milan dal punto di vista del gioco, visto che tutto si può dire dei rossoneri ma non che pratichino un calcio palleggiato e corale. Prevarranno insomma i Talebani Calcistici, secondo cui è ontologicamente necessario fare il Bel GiUoco (whatever that means) per poter vincere, oppure ancora una volta avrà la meglio la retorica di Milanello Bianco, che cosparge di miele tutto quanto arriva da quelle latitudini?

Probabile che Sacchi scriverà l’ennesimo pezzo che va riproponendo da decenni, snocciolando statistiche accomodate a proprio uso e consumo, ma quella ormai è una non-notizia. Per Arrighe, lo sappiamo, tutto ciò che non sia corto-umile-intenso non è nemmeno degno di essere chiamato calcio, e il problema non sarebbe nemmeno lui, che su quel credo ha basato il suo quadriennio magico (chè la sua carriera ha avuto successo per quattro anni, non di più, ricordiamolo). Il problema – l’ho detto altre volte e mi scuso per la ripetizione – è che lo sport italiano l’ha eletto a maestro inconfutabile e genio assoluto di un calcio che, spiace per lui, è in continua evoluzione. Il suo calcio fatto, tra altre nefandezze, di difese altissime, in tempi di VAR sarebbe probabilmente vittima di un paio di gol a partita, visto che già ai tempi di Franchino Baresi e del suo braccio alzato erano tante le volte in cui, al replay, si diceva “ah in effetti il fuorigioco non c’era…“. Ma erano, appunto, altri tempi, inutile rivangare. Utilissimo, invece, sarebbe svecchiare questi canoni e uscire una dannata volta dal manicheismo che vede un solo modo di giocare al calcio, a prescindere dai giocatori a disposizione, e che di risulta condanna all’inferno ogni eretico che lancia a campo aperto il Chiesa, il Lukaku o il Theo Hernandez di turno.

Ma vallo a dire a certa gente…

Entra e ribalta la partita. Poche volte così contento di aver avuto torto

MELIUS ABUNDARE

INTER-BOLOGNA 6-1

La facile citazione dal mio altrimenti migliorabile latinorum mi serve per infiocchettare un’ovvietà degna di Catalano: meglio vincere con tanti gol di scarto che con uno striminzito 1-0.

La considerazione diventa già meno ovvia se arriva dalla mia penna, come noto allergica a qualsiasi retorica di bel giUoco e calcio spettacolo: “se voglio divertirmi vado al circo” per me continua ad essere una massima da sottoscrivere col sangue. Però, dopo le due partite contro Samp e Real, culminate in una ventina di tiri in porta che hanno fruttato un pari e una sconfitta, era importante agire sul morale della truppa, lucidando l’argenteria di casa o, se si preferisce la metafora idraulica, sturando il lavandino e assicurando il giusto afflusso di acqua ed il relativo scarico.

Chiaro che la filosofia del Sciur Ambroeus che sorseggia un grigio-verde di prima mattina gli farà dire “orcodighel l’era mej farne duma dü e tenèss gli alter per duman” (dài che si capisce anche per i diversamente lombardi…), ma da queste parti siamo allergici ai luoghi comuni (maledetti per definizione).

Mi vesto da tènnico per raccontare di un Dumfries che continua ad accumulare prove a suo carico, mostrandosi veloce e potente, bravo a trovare subito Lautaro per l’1-0 e offrire un costante sfogo sulla fascia. Da migliorare quando ripiega sul sinistro per accentrarsi, ma ci sarà tempo e modo.

Sull’altra fascia, Di Marco fa riposare Perisic e dà ragione al Fantallenatore che scrive, piazzando un corner al bacio su cui Skriniar incorna il raddoppio e giocando 90′ di personalità, in attesa di banchi di prova più impegnativi.

Contento per Vecino e per il gol che di fatto chiude la partita già dopo mezz’ora: guardando avanti, è importante che almeno uno tra lui e Vidal siano sempre disponibili per dare alternative al terzo di centrocampo. Tolti gli inamovibili Barella e Brozovic – in gol il primo, insostituibile il secondo – Calhanoglu non offre la continuità necessaria a farne un titolare inamovibile. Stante la cronica fragilità di Sensi e purtroppo la indisponibilità sine die di Eriksen, Inzaghi dovrà utilizzare spesso uno dei due sudamericani come versione discount di Milinkovic-Savic, in modo da assicurare kili e centimetri là dove assist felpati e dribbling ubriacanti non sono disponibili.

La partita di Correa dura troppo poco perché si possa dare un giudizio del suo feeling con il Toro: c’è da sperare che la botta al fianco che lo costringe a uscire si riassorba presto, visto che Dzeko non ha goduto del giorno di ferie concordato col capoufficio. Poco male, perché il bosniaco timbra una doppietta che mi strappa applausi convinti soprattutto per il primo dei due gol: intelligentissimo il velo di Martinez, finalmente opportunista e cattivo il Cigno di Sarajevo nel tirare la puntaccia come il miglior rapace d’area. Poco dopo ricorda a tutti di avere un piedino mica da ridere, e quasi dalla linea di fondo beffa il portiere per il 6-0.

Tutto bene quindi? Quasi.

La mia dose quotidiana di sacramenti prorompe anche in una serata di apparente tranquillità, quando vedo il carneade Theate colpire di testa e battere un incolpevole Handanovic per l’inevitabile Primo Gol in Serie A, che torna a romperci le balle dopo qualche mese di salvifica assenza.

Volendo essere petulanti e rancorosi (specialità della casa!) dedico un pensiero all’arbitro Ayroldi, che chiude il primo tempo con qualche secondo di anticipo e i nostri lanciatissimi sulla trequarti, tanto per non dover rischiare che l’Inter segni magari uno o due secondi dopo la fine del recupero (non sia mai, non è mai successo…). Si rifà dopo il 90′, quando Dumfries viene palesemente cianghettato in area. Siamo a fine partita sul 6-1 ma, amico, se c’è un rigore lo devi fischiare. Eccheccazzo.

LE ALTRE

Decido scientemente di non guardare la partita del male, scelta oltretutto agevolata dalla contemporanea finale degli Europei di volley. Esce fuori l’esaltato nostalgico che è in me, e i miei trascorsi pallavolistici, più che trascurabili, mi portano ad azzardare paragoni tra il sottoscritto e il giovane Michieletto, mancino eppure schiacciatore da posto 4. Va beh, vi risparmio i deliri di onnipotenza, praticamente l’Europeo è merito mio…

Tornando a Juve-Milan, leggo di un Allegri incazzato con se stesso e con gli altri, forse consapevole di essersi cacciato in una pozza marroncina e maleodorante, e non posso che concordare e gongolare. Due punti dopo 4 partite sono proprio pochi, la distanza sulla testa della classifica rimane di 8 punti, in attesa del Napoli: la bella novità è che quella distanza adesso la devono recuperare anche a noi. Non mi fido dei gobbi, e soprattutto non mi fido dei miei, quindi piano col de profundis. Si ripiglieranno, questo è certo; la speranza è che lo facciano quando ormai è troppo tardi.

Se i cugini riescono a ottenere elogi anche quando vengono presi a pallate per 80 minuti su 90, figuriamoci quando escono con un pari da una trasferta a Torino. Anzi, potevano vincerla, la manovra scorre fluida e spettacolare, tant’è che becchi un gol in contropiede dopo 5 minuti, ma vuoi mettere? Erano tutti avanti per vincere, per imporre il loro giUoco…

FOCUS

Da buon bastian contrario, faccio sommessamente presente un aspetto che troppo spesso viene ignorato, figlio della totale assenza di senso critico dei media nazionali, cui ha contribuito il trentennio berlusconiano che tant…. scusate, mi è partito l’embolo, ma insomma ci siamo capiti.

Il tema è Milan Lab, primo esempio in Italia di settore medico sportivo integrato, che nei suoi intenti voleva minimizzare se non annullare ogni tipo di problematica psico-fisica dei giocatori rossoneri, grazie a database personalizzati e analisi di dati biometrici per ogni singolo giocatore. È attivo da ormai vent’anni, è forse stato il primo esempio del genere in Italia, anche se la profilazione dell’atleta e la sua gestione su misura sono ormai uno standard per tutto lo sport professionistico mondiale. Soprattutto, al nostro occhio disattento, numero e tipologia di infortuni dei milanisti negli anni sono sembrati del tutto analoghi a quelli di altre squadre, in alcuni casi addirittura peggio.

Per dire, ieri sera Ibra non era disponibile, visto l’ultimo fastidio al tendine d’Achille che già gli aveva fatto saltare la trasferta di Liverpool. Un altro modo di raccontarla potrebbe portare a dire che Ibra ha giocato mezz’ora negli ultimi 130 giorni, ma mi rendo conto che sarebbe una interpretazione faziosa, mica stiamo parlando di Sensi, per cui si rispolvera il pallottoliere ad ogni nuovo stop.

Ma amen, almeno il nuovo acquisto Giroud sarà stato disponibile. Macchè: lombalgia. E non vorrete mica mettere fretta al neo-arrivato Messias -rossonero fin da bambino- e al giovane Pellegri. Morale, oltre alla pattuglia degli attaccanti, tutta ai box tranne Rebic (e tanta grazia per i rossoneri!), danno forfeit anche Calabria, Krunic e Bakayoko, con Kjaer ad alzare bandiera bianca dopo nemmeno un tempo di gioco.

È quindi strano che situazioni del genere non facciano sorgere spontanee domande che, in altre piazze, periodicamente vengono poste con cipiglio e intransigenza: ma tutti questi infortuni? La preparazione è stata sbagliata? Chi ne è responsabile? Si ha come la sensazione (cit.) di un disallineamento tra allenatore e staff medico? Tutte domande che, a maglie diverse, più e più volte sono state fatte da giornalisti che si ergevano a ortopedici e fisiatri improvvisati. Qui invece va tutto bene, avanti tutta e soprattutto #atestaalta.

È COMPLOTTO

Tornando dalla parte giusta del Naviglio, vi segnalo un paio di chicche che forse vi sono sfuggite. Luca Taidelli sulla Gazza riesce a definire “cinica come un cobra” una squadra (toh, l’Inter!) che fa sei gol in 90 minuti. Chiaro e perfino condivisibile il ragionamento: stavolta è riuscita a concretizzare quasi tutto quel che ha creato, cosa che contro Samp e Real non è riuscita a fare, ma al solito, est modus in rebus (così facciamo il paio con la citazione iniziale): nel gergo calcistico, definire una squadra cinica vuol dire fingere di farle un complimento, intendendo che ha vinto di culo con l’unico tiro in porta della partita. Non esattamente una fedele fotografia del sabato appena trascorso a San Siro.

Spostandoci su temi economici, apprendiamo che anche questa settimana l’Inter è in vendita, anche se non si sa a chi, per quanti soldi e quando sia previsto il closing.

Mo’ me lo segno (cit.)

Per chi si fosse distratto, e pensasse che le difficoltà dell’Inter siano un unicum in tutto il mondo del pallone, vale la pena ricordare che in settimana la Juve ha presentato il consuntivo dell’ultimo bilancio, chiuso a giugno 2021 con un passivo di oltre 200 milioni e debiti per quasi 400, da coprire con un imminente aumento di capitale.

Lo stesso Manchester United ha chiuso l’ultimo esercizio con 100 euro di perdita e circa 500 di debiti. Diciamola meglio: tolto il solito inarrivabile Bayern Monaco – non a caso preso come esempio dal progetto Interspac di Cottarelli – tutti i top club d’Europa hanno i conti che piangono, in particolare debiti finanziari che fanno bruciare cassa.

Niente di cui rallegrarsi, nessun tentativo di “mal comune mezzo gaudio”, anzi: consapevole che la situazione di Suning sia appesantita dai problemi con la madrepatria, ma qui pare che solo l’Inter bruci cassa ad ogni mese ed abbia una bomba sotto il culo pronta a esplodere.

L’importante è dire questo. Per spiegazioni, approfondimenti, confronti con altre realtà, ripassare domani.

Foto di spalle così non si vede quella vomitata di gatto della terza maglia

FASTIDIO

SAMPDORIA-INTER 2-2

Partita difficile da digerire, nonostante le 48 ore fatte passare. E le criticità gastriche non sono dovute solo alle contemporanee vittorie di Roma e Milan; è proprio l’andamento dei nostri 90 minuti a lasciarmi l’amaro in bocca.

Sia chiaro: a questo punto del campionato non sono i due punti lasciati a Genova a preoccuparmi, quanto piuttosto l’incapacità di essere brutti e cattivi quando serve. Il pragmatico catenacciaro che è in me potrà perdonare la giornataccia della squadra che fatica a creare occasioni da gol, che – usando gergo tecnico – gioca demmerda, ma mai gli errori sotto porta che ti fanno venire l’acquolina in bocca, mentre pregusti la pizza che vedi arrivare da lontano passarti di fianco e fermarsi al tavolo dietro di te.

Mentre tratteggio la delicata metafora culinaria, mi passano davanti agli occhi le tre occasioni mariane sciupate dai nostri in meno di cinque minuti a inizio secondo tempo. Tutto ciò è bastato per far seguire alle canoniche Madonne alcune considerazioni ancestrali del tipo “con tutto quel che ci siamo mangiati va bene se non la perdiamo ‘sta partita qua…“. San D’Ambrosio per fortuna mi viene in soccorso, visto che alla mezz’ora salva sulla linea un diagonale velenosissimo a portiere battuto.

Fatemi ora abbandonare l’obiettività che faccio finta di avere quando parlo di Inter e concedetemi qualche riga di sfogo su tre nostri giocatori, che ovviamente sarò pronto a idolatrare alla prossima partita giocata come Cristo comanda.

Handanovic: incolpevole sui due tiri che portano ai gol. Il primo oltretutto subisce la deviazione probabilmente decisiva di Dzeko, ma su quel troiaio che precede la pesciada di Yoshida rimane per la millesima volta in carriera col guinzaglio agganciato al palo e non esce su una palla lenta, stupida, fatta apposta per essere presa in volo, probabilmente subendo anche fallo.

Non riesco nemmeno a finire gli improperi a supporto del “Non esce mai questo…” ed ecco la prossemica che ben conosciamo: posa ieratica, braccia penzolanti, sguardo rassegnato e palla nel sacco. So benissimo che la mia è una critica eccessiva per quel che è (stato) un grande portiere, ma mi tengo lontano dal buonismo integralista che accusa noi critici di disprezzare un portiere che per dieci anni ci ha tenuto a galla. O meglio: non ho problemi a dire che Samir per anni è stato tra i migliori al mondo, ma se la gratitudine fosse l’unico parametro di giudizio, allora Walter Zenga o Julio Cesar dovrebbero giocare una domenica a testa per i prossimi vent’anni.

Morale: posto che il suo sostituto doveva arrivare due anni fa, e poi ancora l’anno scorso, vediamo di fare una ricerca seria e di non farci trovare impreparati alla fine di questa stagione.

Dzeko: già ho scritto circa le mie riserve sul concetto filosofico del centravanti di manovra (“può piacere o non piacere, su questo non discuto” (cit.)). La cosa che tollero ancor meno – e qui ormai dovreste conoscermi a sufficienza da non esserne stupiti – sono i pregiudizi, positivi o negativi che siano. Esattamente come anche il più banale appoggio di piatto di Pirlo al portiere era un lancio illuminante del Maestro, ogni corsa all’indietro del bosniaco è intelligentissima, fatta per aiutare i compagni, a servizio della manovra. Fernando Orsi, che commenta la partita su Sky insieme a Compagnoni (poi ne avrò anche per lui), addirittura vede un velo – ovviamente geniale – del bosniaco che libererebbe Lautaro per il gol del momentaneo 2-1. Se non avete visto la partita: Dzeko si limita a fare – per una volta! – quel che deve fare l’attaccante, e cioè dividersi gli spazi in area col compagno. E quindi, essendo Lautaro sul palo lungo, taglia sul primo. Niente di più. Ma la palla di Barella è precisa di suo, e sarebbe arrivata a destinazione indipendentemente dal lavoro di Dzeko.

Tanti i ripieghi a centrocampo del bosniaco, che sale a cucire la manovra facendo andare in sollucchero gli esteti del bel giUoco. Io da grezzo osservatore finisco presto le dita per contare le volte in cui invece la sua presenza latita là davanti, con il solo Martinez a doversi smazzare tutto il fronte d’attacco.

Quando poi, subìto il pareggio di Augello, Perisic entra in area dalla sinistra, il croato non tira in porta ma preferisce mettere palla lunga sul secondo palo per il tap-in del compagno: troppo poco elegante la scivolata, l’allungo a ruzzolare sull’erba. No: meglio non accelerare nemmeno il passo, e voltarsi verso il compagno chiedendo un passaggio più facile. Vedrai che la prossima volta, Perisic, da quella posizione tira, e magari segna anche.

Sensi: qui si rischia veramente di essere politically incorrect, perché non è né bello né giusto arrabbiarsi con un ragazzo che ha problemi fisici purtroppo sempre più evidenti. Fatta la doverosa premessa, a livello medico e societario è però giunto il momento di fare un discorso chiaro: che cosa può dare un giocatore che da quasi due anni gioca nei ritagli di tempo tra un infortunio e l’altro, e che, da ultimo, rimedia una distrazione del collaterale andando a contendere palla come tutti noi facciamo ad ogni fottutissima partita di calcetto con gli amici? Si parla spesso di profondità di rosa, facendo l’elenco delle figurine ma tralasciando un importante dettaglio: quanto sono affidabili i cosiddetti rincalzi? Detto che uno come Sensi sano per me è titolare fisso nell’Inter e forse anche in Nazionale, cosa me ne faccio di una riserva che, quando chiamato in causa, marca visita otto volte su dieci?

Abbiamo avuto lo stesso problema l’anno scorso con Vecino, Vidal e Sanchez: tre alternative mica da ridere sulla carta, tutti infortunati cronici per più di metà stagione. Hai voglia a raccontare la favola della panchina lunga: ti giri e ti ritrovi con Ranocchia, D’Ambrosio, Gagliardini e due Primavera…

LE ALTRE

Ringraziato il Napoli per la godibilissima partita vinta contro i Gobbi, tocca rendere i giusti meriti al Milan, che non ne avrebbe bisogno viste le lodi sperticate ai ragazzi di Pioli. I cugini vincono facile con la Lazio, ancora lontana dall’essere una squadra, e mostrano un Tonali davvero trasformato rispetto al modesto gregario visto l’anno scorso. Ricordo che sul bresciano pende la benedizione di Totti che di lui disse “dei tanti bravi giovani centrocampisti che abbiamo, per me lui è il migliore“. Che dire? Da interista spero che queste prime partite siano un brillo estemporaneo e che torni a galleggiare senza costrutto tra campo e panchina, ma per quanto fatto vedere fin qui tanto di cappello.

E’ COMPLOTTO

La stampa come detto è lestissima a riattivare la mielosa retorica dei bravi ragazzi rossoneri, facendo passare come un recupero lampo i 4 mesi di Ibrahimovic e tralasciando il fatto che la terapia conservativa inizialmente scelta si fosse dimostrata la strada sbagliata.

La combo MilanLab+Milanello Bianco può questo ed altro (e non sfugga la citazione “Silviesca” nel titolo)

Ma si riesce a fare di più: si torna al gol di Augello, blucerchiato suo malgrado ma ovviamente tifoso del Milan fin da bambino e – probabilmente per quello – ragazzo splendido cresciuto con sani valori. Per i puristi: il titolo della Gazza ha anche l’esclamativo, una sorta di +1 al Fantacalcio per l’assist.

Avevo promesso una nota di demerito per Compagnoni che, come tanti altri telecronisti, ha innegabili qualità, ma che non ho mai particolarmente amato. Noto in lui più che in altri la tendenza alquanto paracula di abusare della locuzione “si ha come la sensazione…“, nella sua variante “l’impressione è che…“. Niente di male, per carità, ma un telecronista dovrebbe raccontare quel che avviene, o al limite dare il suo parere su quanto sta accadendo, non raccontare di sensazioni epidermiche che non danno alcun valore aggiunto alla narrazione, e che oltretutto non di rado – come domenica – vengono sbugiardate dai fatti in tempo zero.

Andiamo nello specifico. Su entrambi i recuperi di primo e secondo tempo, la sua “sensazione” è che l’arbitro possa far giocare oltre quanto inizialmente stabilito. Nel primo tempo toppa in pieno, con Orsato che anzi fischia due secondi prima della fine dell’ultimo minuto. Nella ripresa inizialmente gli dice bene, visto che i sei minuti diventano effettivamente sette, ma il ragazzo non è contento e insiste “si potrebbe arrivare a 7:30, forse anche 8:00“. Niente, al 97:01 arriva il triplice fischio.

Domanda da cacacazzi: ma non sarebbe meglio, se proprio si vuol fare i saputelli, dare il beneficio del dubbio e dire “vediamo se l’arbitro vorrà dare un supplemento di recupero“? Un inguaribile illuminista come me sarebbe più contento: almeno lì poni un dubbio, avanzi una possibilità, non ti fai guidare da non meglio precisate impressioni, inconfutabili proprio perché impalpabili e quindi nemmeno degne di essere catalogate come opinioni.

Bah, potenza dello storytelling…

Chiudo con l’ultimo prurito di giornata provocato, guarda caso, da Arrigo Sacchi, che non perde occasione per tornare in cattedra denigrando lo spettacolo offerto da Napoli e Juventus nell’anticipo di sabato: “mi sembrava una partita degli anni ’70“. Sempre simpatico e per nulla autoreferenziale il nostro quando ci passeggia sui testicoli parlando di gioco offensivo e spettacolare in contrapposizione all’italico vizio della difesa ad oltranza e del guizzo del singolo…

Sono stato sollevato dal vedere realizzata la mia profezia in tempo zero, quando l’ho sentito innalzare lodi al calcio spettacolo del Sassuolo e denigrare Mourinho e la Roma, in quella che invece è stata una partita divertentissima da guardare per un appassionato di calcio (il tifoso probabilmente avrà perso qualche anno di vita…).

Niente di più prevedibile. Mi raccomando, ancora avanti così: i buoni tutti da una parte, i cattivi tutti dall’altra, e tutti a battere le mani al Venerabile Maestro.

BALLIAMO IL TUCU-TUCU

HELLAS VERONA – INTER 1-3

Nella migliore tradizione della cronaca sportiva italiana, commento una partita che non ho visto, ma di cui ho appreso abbastanza per poter esprimere un’opinione.

Nei giorni in cui la Serie A deciderà se quello di Cristiano Ronaldo sia stato un periodo aureo o un fallimento per il calcio italiano, l’Inter completa l’ennesima operazione di mercato improntata al buon senso, ricongiungendo la coppia Inzaghi-Correa e potenziando l’attacco con una seconda punta che sembra perfetta per poter dialogare con entrambi i titolari di reparto.

Dando un occhio alle statistiche del periodo laziale del Tucu, il mio intuito femminile mi fa dire “Va beh, una cosa è chiara: questo non segna mai…”: puntuale il ragazzo entra per il quarto d’ora finale e ne mette due. Poche volte così contento di aver sbagliato il vaticinio. Per me non ce ne sono di problemi, vorrei essere smentito ogni settimana se il risultato è la testa della classifica! Scherzi a parte, attingo a piene mani ai luoghi comuni pensando che una rondine non fa primavera, che il campionato è ancora lungo e la cinquecento la parcheggi dove vuoi: anche Recoba esordì con una doppietta salvifica in quel lontano scampolo di fine estate del 1997, eppure poche altre volte ci ha tolto le castagne dal fuoco nel decennio successivo.

Ma non voglio iniziare una sterile polemica con gli amici groupies del Chino. Concentriamoci su Correa e sulla partita che, andata com’è andata, è andata bene (cit. al minuto 2.00).

Estremizzando ma nemmeno tanto, possiamo dire che l’unica palla toccata da Handanovic nei 90 minuti causa il vantaggio scaligero, visto che dopo dieci anni di appoggi col piattone a due all’ora in verticale, e che tanto ruolo hanno avuto nel mio prematuro incanutimento, il nostro combina il puttanaio dando una pallaccia a Brozovic che non la controlla, lasciando l’incredulo Ilic a tu per tu col portiere: beffardo pallonetto e frittatona servita.

Rimandando ad altri momenti la lectio magistralis contro la costruzione dal basso sempre e per quantunque (altra cit. diretta dagli anni ’90), resta un’ora abbondante da giocare. Non resta che sperare in un disciulamento generale, stante il prevedibile ritorno all’inaffidabilità di Calhanoglu e la serata un po’ così di Dzeko. Del turco era stato detto tutto il bene possibile dopo l’esordio convincente contro il Genoa, nello stupore di molti ma non del sottoscritto: le madonne rivoltegli dai tifosi milanisti non erano mai state dirette al suo talento, quanto alla continuità con cui veniva messo in mostra. Temo che anche noi dovremo abituarci a questi chiaroscuri…

Alla fine ci pensa il Toro a rimetterci in carreggiata, sfruttando alla perfezione un’azione che, in più di quarant’anni di Inter, penso di non aver mai visto: un gol sugli sviluppi di rimessa laterale! Noi, la squadra che butta nel cesso manciate di “fuori nostro” nell’arco di una partita, mandiamo Perisic ad esercitare i suoi tricipiti con una rimessa in piena area, dove Dzeko spizza sapientemente e il Toro incorna facile-facile. Pur vedendolo solo in differita, e con una connessione che il mio prof di greco avrebbe definito scazonte, devo rivedere l’azione un paio di volte per crederci.

Il tutto è così bello che poco dopo la riprovano, ma la girata di Lautaro è fuori di poco.

Dando a Spiaze quel che è di Spiaze, è probabile che lo schema sia farina del suo sacco, e quindi applausi scroscianti per il colpo di genio.

Messo a verbale il solito problema di feeling con gli arbitri italiani (leggo di un gol giustamente annullato e di un possibile rigore su cui si è sorvolato… lo so, riesco a far polemica senza nemmeno aver visto le immagini), si arriva all’ultimo spezzone di partita. Il cambio Toro-Tucu era quanto di più scontato ci fosse, anzi: temevo che Martinez, dato come titolare per tutta la settimana, iniziasse dalla panchina come tante altre volte successo per i convalescenti nerazzurri. Morale, l’argentino subentrante ci mette una decina di minuti per capocciare in porta un cross di Darmian in maniera esemplare, nato a sua volta da apertura “Veroniana” di Vidal. Vero, il Tucu è alto 188 centimetri, ma stacco imperiale e torsione scopadea non erano tra le caratteristiche note a chi scrive. È proprio il caso di dire beata ignoranza!

Più nelle sue corde la sterzata nello stretto e il sinistro preciso che regala il terzo gol e chiude la partita, lasciandoci tranquilli in vetta ad aspettare disgrazie altrui.

SIAMO A POSTO COSI’

Quante volte questa frase ha nascosto ben altri messaggi, riassumibili nel classico “vorrei ma non posso”. Invece, aldilà di qualche inserimento dell’ultimo minuto, magari in attacco, pare che la rosa a disposizione del Mister sarà questa e – sapete che c’è? – non è niente male!

Partiamo con un concetto facile: sostituire Lukaku e Hakimi è un gioco pressoché impossibile. Fatta questa premessa, inserire Dzeko, Correa e Dumfries – peraltro ancora in rodaggio – vuol dire prendere il meglio di quanto potesse offrire il mercato.

Diamo un po’ di numeri: 185 milioni per il cartellino dei due partenti, una quarantina per l’arrivo dei tre succitati. Si parlava della necessità di un saldo positivo di mercato di 70 milioni, siamo dalle parti del doppio. Certo, l’aspetto finanziario (il quando arrivano ed escono i soldi) ha un’importanza fondamentale, e non sappiamo con esattezza quanto Chelsea e PSG abbiano pagato finora. Sappiamo però che Correa per quest’anno peserà solo 5 milioni di prestito oneroso più un probabile altro milione di bonus, e che gli altri 25 saranno pagabili in tre annualità. L’esborso lordo per i tre nuovi stipendi è di 19 milioni, contro i 17,5 dei soli Lukaku e Hakimi.

Non è coi bilanci che si vincono i campionati, su questo siamo tutti d’accordo, ma avendo dovuto sentire tante scimmie urlatrici ripetere che l’Inter ha vinto lo Scudetto perché non ha pagato gli stipendi, è meglio chiarire anche gli aspetti contabili, soprattutto in un momento storico difficile per tutti i Club e per l’Inter in particolare, stante la non facile situazione di Suning.

Del quadretto abbozzato qui sopra fanno ancora parte i due cileni Vidal e Sanchez, accomunati da stipendi decisamente fuori scala (6-7 milioni netti a testa), che è poi il prezzo da pagare quando si ingaggia un calciatore a parametro zero: risparmi sullo stato patrimoniale, paghi sul conto economico.

I due vivono momenti diversi nella loro storia nerazzurra: l’attaccante è alle prese con l’ultimo dei problemi fisici con cui deve convivere da qualche anno e che di fatto pone grossi punti interrogativi sulla sostenibilità di un investimento del genere: ha senso pagare così tanto un bravo giocatore che però garantisce se va bene una ventina di partite all’anno?

Il centrocampista, d’altra parte, ha passato l’intera stagione passata tra panchina e tribuna, non riuscendo ad inserirsi negli schemi di Conte che pur avrebbe dovuto conoscere a menadito, visti i comuni trascorsi bianconeri. Nei due spezzoni di partita giocati in questo inizio di stagione ha invece fatto vedere quel che potrebbe dare da qui in avanti: mezze ore di qualità e intensità, pur profumatamente retribuite.

Mettiamola così: se guardiamo l’undici titolare, questa squadra non è all’altezza di quella di Conte. Lukaku e Hakimi sono stati i principali artefici dello Scudetto, con tutto il rispetto per Martinez, Barella e tutti gli altri.

Se invece allarghiamo il ragionamento e guardiamo alla rosa nel suo complesso, scopriamo -increduli – una profondità che l’anno scorso ci sognavamo. Certo, molto dipende dalla tenuta fisica di Vidal, Vecino, Sanchez e Sensi: tre di loro l’anno scorso praticamente non ci sono mai stati, e del quarto – el Nino Maravilla – fortunatamente c’è stato poco bisogno vista la continuità mostrata dai due attaccanti titolari.

Basterà questa manciata di novelli Enrico Toti a dare consistenza e ricambi all’altezza della squadra titolare?

Un primo banco di prova è stato apparecchiato nei giorni scorsi: il girone di Champions ha due avversarie su tre copincollate dalla stagione scorsa. L’occasione è propizia per capire come cacchio stiamo messi…

GRAZZIE AI TIFFOSI

L’addio di CR7 è un argomento che merita analisi e sragionamenti dedicati. Non ho un’opinione in merito, se non la semplice constatazione che la Juve, aldilà di chi sarà il sostituto, con questo scambio ci perde.

Spero non arrivi Icardi, che darebbe meno talento ma più ordine ad una squadra che ha in Allegri il miglior acquisto del calciomercato.

Aldilà di quello, noto che la specialità italica di salto sul carro viene affiancata dalla speculare disciplina del salto dal carro, e quindi tanti di quelli che – nemmeno a torto – avevano salutato l’arrivo di Cristiano come provvidenziale non solo per la Juve ma per l’intero calcio italiano, adesso lo accompagnano all’uscita senza tante cerimonie e, anzi, dicendo a mezza voce che in fondo a loro lui non era mai piaciuto. E poi dopo tre anni scrive “Grazzie” con due zeta.

Io, al solito, la penso a modo mio: lo strafalcione ortografico lo vedo come prova dell’autenticità del suo messaggio di addio al mondo bianconero. Detta male: l’ha scritto lui, non il suo Social Media Manager.

Aggiungo anche un pizzico di romanticismo, visto che alla fine ha fatto una scelta di cuore, tornando allo United e non al City o al PSG, dove le probabilità di vincere sarebbero state maggiori.

Sul successo della sua campagna italiana, il giudizio a mio parere è positivo per lui e negativo per la Juve. Lui ha vinto due scudetti in tre anni, e la (poca) strada fatta dalla squadra in Champions non è senz’altro attribuibile a lui, che per due anni è stato l’unico a tirare la carretta in Europa e che ha sostanzialmente ciccato solo il doppio confronto col Porto nell’ultima stagione. Oltretutto, pochi di noi (senz’altro non io) pensavano che avrebbe segnato così tanto in Italia, da sempre campionato ultra-tattico e con difese che lasciano poco spazio alle punte. La Serie A vive un periodo storico di magra, ma continua ad essere l’università per gli attaccanti: se segni in Italia, segni in tutti i campionati del mondo.

Certo, il nostro movimento ha individuato nella singola mossa, nel colpo a sorpresa, ancora una volta nella logica dell’ ”uomo forte” la soluzione a un problema che è invece tutto di sistema e che, come tale, necessita di soluzioni generali, condivise da tutti. Solo un campionato più interessante, strutturato e sostenibile può risultare appetibile per i CR7 di domani. Solo così l’Italia può pensare di tornare nel salotto buono del calcio europeo.

Ma sono cose che ci diciamo da trent’anni. Nel frattempo Inghilterra, Germania e Spagna hanno messo la freccia lasciandoci indietro con i nostri stadi vecchi, le nostre conventicole mai risolte, plusvalenze acrobatiche e pagherò carpiati, che buttano la palla avanti di un giro ma non risolvono il problema.

Fine dello scazzo saccente e retorico.

Tifa Inter fin da bambino 😉

RICOMINCIAMO

INTER-GENOA 4-0

La bella sensazione della pagina bianca da riempire. L’aria, ancora estiva eppure fresca, che ti accarezza la faccia e ti fa respirare un vento nuovo.

La prima di Campionato assomiglia alle sirene di Ulisse: bellissima da vedere, tentatrice nelle sue mille possibilità, ma da maneggiare con assoluta cautela. Un po’ come a capodanno, questo è periodo di propositi ambiziosi, comunicati in pompa magna e spesso rinfoderati poco dopo nel taschino fidando nella distrazione degli astanti. Tornare a vergare le mie bagatelle informatiche a strisce neroblù mi provoca sensazioni simili, come una vecchia cicatrice che torna a prudere e che quasi inconsapevolmente ti trovi a massaggiare di continuo.

Via quindi: insieme al pubblico di San Siro anche queste pagine riprendono vita, nella speranza di divertire me stesso in primis – non ho mai fatto mistero della autoreferenzialità di questo blog – e magari qualcun altro.

Il match

La sintesi estrema, anche se poco raffinata, è che gli abbiamo fatto un buciodiculo così.

Inzaghi sceglie Dzeko unica punta più per mancanza di alternative che per reale convinzione, alternando Sensi, Calhanoglu e Perisic a supporto. Se a questo aggiungiamo che lo stesso bosniaco tende a uscire spesso dall’area di rigore per fraseggiare coi compagni, siamo in una di quelle situazioni che personalmente accrescono la mia percentuale di sacramenti, all’insegna del “a questo gioco qui bisogna tirare in porta!” solitamente seguito da un rafforzativo volgare a piacere.

Le cose per fortuna si mettono bene fin dall’inizio, con il turco ex Milan che pennella un cross bello quanto banale – leggasi: forte, teso a rientrare poco oltre il dischetto del rigore – che Skriniar capoccia in rete dopo appena cinque minuti di partita. Strada in discesa e largo alla fantasia lì davanti. Il raddoppio arriva poco dopo con un bel destro dal limite del nuovo numero 20, preceduto e seguito da una manciata di altre occasioni dei nostri.

Piccola nota polemica e rancorosa: devo essermi perso i commenti del tipo “Da caso irrisolto al Milan a campione nell’Inter!

Il Genoa è – almeno in questa prima versione – poca cosa, e nemmeno la coppia Pandev-Kallon crea grossi problemi. Il giovane africano non può non suscitare la mia personale simpatia visto il Paese di provenienza, che per fortuna non viene macchiata dal gol all’esordio che l’avrebbe resa più indigesta.

Tatticamente, Ballardini continua a difendere a tre, o meglio a cinque, nonostante l’area genoana sia poco popolata, visto il continuo entra-ed-esci di Dzeko che non dà punti di riferimento. La cosa non può che farci piacere e agevolare la manovra dei nostri, che arrivano pressoché indisturbati alla trequarti avversaria.

La ripresa vede qualche cambio nei liguri che però non alterano la solfa della partita: ci sono solo una decina di minuti nei quali i nostri sembrano accontentarsi del doppio vantaggio e che solleticano la mia pazienza. Ma è roba minima, chè Inzaghi inizia a sbraitare dalla panchina e i ragazzi rimettono il muso sul libro e vanno avanti con la lezione. I cambi danno linfa a qualche titolare in riserva e portano al gol di Vidal, dopo geniale assist di tacco di Barella. Nel finale, sempre il cileno pennella un bel cross su cui anche Dzeko si iscrive a referto.

Commento tènnico

Bene, bravi, bis.

Ribadita la pochezza dell’avversario e con tutte le attenuanti della prima di Campionato, mi pare di poter dire (cit. Pizzuliana) che la spina è ben inserita e la corrente arriva senza sbalzi. La cosa che mi è piaciuta di più è stata proprio la costanza, il non accontentarsi, il gestire la partita cercando di trovare altri goals. E questo non perché improvvisamente sia diventato amante del bel giuoco. Se sei in vantaggio e tieni palla, vinci la partita. E siccome non siamo ancora – e forse non lo saremo mai – la squadra capace di fare torello per mezz’ora e addormentare la partita, tanto meglio approfittare dei cinque cambi e continuare a schisciare il piede sull’acceleratore.

Finché ce n’hai, stai lì.

Detto questo, mi dichiaro colpevole in anticipo e non mi accoderò ai peana per Edin Dzeko. Gusto personale, niente di specifico contro il calciatore, che è molto bravo e, con le dovute differenze e senza voler essere blasfemo, come tipologia di attaccante può essere accostato a Van Basten: pennellone, forte fisicamente, molto intelligente e sempre pronto a dialogare coi compagni. Detto ciò, l’olandese rimane di due o tre categorie superiori e quindi dimenticate il paragone azzardato. Mi serviva solo per far capire che non lo sto paragonando a Petagna o Pennellone Silenzi.

E’ un gran giocatore, ma segna poco, aldilà della fredda contabilità che gli assegna 200 gol (in più di 500 partite). Nei sei Campionati giocati alla Roma ha avuto una stagione della Madonna in cui ha fatto 29 gol, ma in tre degli altri cinque non è arrivato in doppia cifra.

Certo, grazie a lui in tanti hanno segnato tanti gol perché è molto bravo a far segnare gli altri ma, come dire, il mio gusto personale preferisce un numero 9 bello ignorante, che prima segna e poi pensa a come servire il compagno. Tra lui e Lukaku, anche se avessero la stessa età, non c’è paragone per me. Dico di più: se devo scegliere, tra lui e Icardi, prendo sempre l’argentino.

Però Lukaku non c’è più, Icardi da mo’ che se n’è andato, Dzeko l’Inter lo cercava da anni, e alla fine è arrivato. Viva Dzeko, quindi. Spero che la decina di gol in meno di quelli a cui ci aveva abituato il belga, e prima di lui l’argentino, possano essere distribuiti tra Martinez e gli altri compagni d’attacco, in modo che il risultato finale non cambi.

E’ Complotto

Attenzione perché qui il ragionamento è sottile.

Nei commenti alla partita troverete tanti paragoni tra la prima Inter di Conte e la prima di Inzaghi, fatto inevitabile dovendo riempire pagine di giornale. Prevedibile che gli applausi siano tutti per lo Spiazel One e per la sua manovra più ariosa e meno essenziale rispetto a quella del tecnico salentino.

Dico “prevedibile” non perché il giudizio tecnico sia corretto, ma semplicemente perché così si comporta la stampa con l’Inter: se c’è da lodare qualcuno, è sempre quello meno “organico” al mondo Inter. Il nuovo arrivato, giocatore o Mister, è sempre quello che può portare novità e miglioramenti in un sistema fallato per definizione.

Altre volte ho fatto cenno ad una sorta di luna di miele di cui beneficia il nuovo allenatore dell’Inter, chiunque esso sia, per il solo fatto di arrivare da altre realtà ed essere in un certo senso “immacolato”. Dategli qualche partita e anche Inzaghi diventerà l’allenatore che privilegia il risultato allo spettacolo, che non fa divertire il pubblico, che si aggrappa a Dzeko per vincere le partite.

La mia previsione – faziosa, paranoica e con altre qualità che lascio a voi definire – è che contemporaneamente monterà la corrente revanchista e nostalgica di Conte, all’insegna del “va beh, ma se deve giocare male tanto valeva tenere Conte che almeno il Campionato l’ha vinto“.

Una hit estiva di fine anni ’80 si intitolava “Sit and Wait“. è quel che faremo noi, inflessibili censori di ogni commento inopportuno sui nostri eroi in braghette.

Bentornati! (a loro e a voi)

Bravi, bravi. Certo che la maglia nuova non si può vedere…

APERITIFSPIEL – ALT. VERSION

Fin dall’inizio sapevo che sarebbe finita così…

I ballottaggi strappacuore sul centravanti da inserire sono niente rispetto all’assortimento sconfinato di bidoni, promesse mancate, casi psichiatrici, piedi fucilati e compagnia cantante che in questi 25 anni ha indegnamente indossato la casacca nerazzurra.

Un minimo di condizioni di esistenza.

Cercherò di spiegare di volta in volta se il prescelto si è guadagnato il posto in questa blacklist per mancanza dei requisiti minimi di sussistenza (fuori di metafora: sei scarso!) o perché avrebbe potuto ma non ha fatto, o perché si è macchiato di uno o più comportamenti (sia dentro che fuori dal campo) incompatibili con qualsiasi galateo calcistico degno di tal nome.

Posto che l’obiettivo ultimo di questa seduta di autocoscienza è la damnatio memoriae, non metterò foto di questi figuri, nella vana speranza di potermene scordare il prima possibile. Forza, allora, cominiciamo:

Col numero 1 facendo lo schizzinoso avrei potuto inserire Cinghialone Peruzzi o Sebastien Frey ma, pur avendo lasciato un retrogusto agrodolce nel loro breve trascorso nerazzurro, non sono certo stati cattivi portieri. Quindi saltiamo il portiere e cominciamo dal terzino.

Con il numero 2: Il Divino… Jonathan

Aldilà degli aspetti mitologici associati al personaggio, arrivato come primo di tanti “nuovi Maicon”, Jonathan ha avuto 30 secondi di gloria contornati da stagioni di assoluto anonimato, quando non di induzione alla blasfemia calcistica. Semplicemente non da Inter, non da Serie A. Full stop. Ben vengano le parodie e i meme che fanno SEO e muovono l’algoritmo, ma nulla più di questo.

Con il numero 3: Fabio… Macellari

Come forse sapete, ho un debole per il ruolo, che mi rende assai suscettibile ed esigente in materia. Avrei quindi potuto inserire quasi a caso un qualunque affittuario del numero magico, e sarebbe comunque stato indegno di tanta gloria. Macellari però va oltre, pur pagando colpe non sue (che già di sue, poveretto, ha dovuto scontarne abbastanza…). Succede che ogniqualvolta negli anni ho dovuto sentire la manfrina dei troppi stranieri in squadra e dei pochi italiani in rosa, rispondevo quasi in automatico: “Ricordo che l’ultima volta che abbiamo avuto una difesa di ragazzi italiani avevamo Bruno Cirillo sulla destra, Matteo Ferrari in mezzo e Fabio Macellari sulla sinistra”.

Ovviamente saltiamo il 4, per arrivare a…

Con il numero 5: Francesco… Dell’Anno

Una delusione immensa. L’avevo accolto come il regista illuminato che ci mancava dai tempi di Matteoli, si è trascinato per una stagione ciabattando in campo con la lena di un condannato ai lavori forzati. Primo caso (il secondo è stato Balotelli) di giocatore fischiato da San Siro sulla fiducia già al momento del suo ingresso in campo dalla panchina.

Una nota di colore: nello stesso anno in cui Felice Centofanti firmava i suoi autografi “100fanti“, lui iniziò a firmarsi “Dell’365”. Fine.

Con il numero 6: Roberto… Carlos

Sì, sì… lo so. Sono un senza Dio, è stato il più forte terzino del mondo, tutto quello che volete. L’ho adorato per il primo mese di Inter, ma ora di Ottobre mi aveva già rotto i coglioni. Ritorno su una storia già raccontata in passato. La stagione 95/96 è stata la prima ad introdurre le statistiche applicate al calcio: c’era la curiosa figura di Adriano Bacconi ad introdurci ai rudimenti di medie, mediane, trend, eccetera.

Tutta roba se volgiamo ancora abbastanza spartana, ma sufficiente ad evidenziare un dato preoccupante. Nella speciale classifica dei tiri in porta tentati, a fine stagione in testa c’era Batistuta (ovvio, essendo il classico centravantone-della-Madonna): ecco, il secondo in classifica era Roberto Carlos. Quattro, cinque, sei volte a partita prendeva palla e sparava in porta da 30 metri o più. Le prime volte, sfruttando il piacevole fattore-novità, segnava con una certa frequenza (tre dei suoi 5 gol in campionato arrivano prima del 1° Ottobre, uno degli altri due è un rigore) ma, capito il giochino, i portieri lo aspettavano e neutralizzavano i suoi tentativi sempre più velleitari.

Poi, se mi dite che bisognava tenerlo e farlo crescere per sfruttarne le indubbie doti offensive, col senno di poi posso anche essere d’accordo. Ricordo però, come già fatto altre volte, che al momento della cessione nè Milan nè Juve si fecero avanti per sfruttare l’apparente abbaglio dell’Inter.

La verità, come vedremo per altri numeri di questa lista, è che con i giovani è sempre una lotteria, e ti può capitare di dar via quello che altrove diventa un fenomeno. Ma non rimpiangiamo quella stagione di Roberto Carlos all’Inter come un campionario di magie e finezze.

Chiudo con l’ennesimo Luogo Comune Maledetto: Hodgson gli preferiva Pistone, smentita proprio dal diretto interessato ma talmente “bella” da essere tramandata di anno in anno.

Con il numero 7: Sergio… Conceiçao

Quel che l’immortale Ezio Luzzi una volta chiamò “Cosenzao” è stata una delusione, anche se “nasata” da lontano. Ho sempre pensato che quello visto alla Lazio fosse un positivo effetto collaterale di un centrocampo che poteva schierare, tra gli altri, Veron, Simeone e Nedved. Come a dire che lì in mezzo in tanti avrebbero potuto dire la loro.

Se non altro il ruolo era perfetto per il granitico 4-4-2 di Cuper, ma di dribbling e cross vincenti in due anni ne abbiamo visti pochi. Molte di più le palle perse, spesso seguite da braccia levate al cielo in segno di disappunto, e un’espressione scazzata pure quando segnava.

Con il numero 8: David… Pizarro

Aveva tutto per entrare nelle mie simpatie: regista (udite udite, proprio di ruolo, non uno dei tanti “non è il suo ma può adattarsi), cileno (e dopo Zamorano ero pronto anche ad invaghirmi di un capomastro di Vina del Mar), intelligenza calcistica superiore. Invece, è arrivato un trottolino tabbozzo e dribblomane, che anzichè far partire l’azione velocemente insisteva a dribblarne due o tre prima di perder palla sulla nostra trequarti. Da speranza a destinatario dei miei “dalla via ‘sta palla!” in meno di un girone, è migrato a Roma per vederci vincere scudetti e coppe in sequenza.

Pingue consolazione e magra vendetta verso El Pek.

Con il numero 9: Darko… Pancev

Anche se molti interisti avrebbero inserito qui Icardi, per me “ball don’t lie” come dicono in NBA, e quindi faccio il ragionamento valido per Bobo Vieri: uno che segna più di 100 gol con l’Inter meriterà sempre e solo il mio grazie, indipendentemente da mogli, procuratori, rapporti con la Curva, compagni e allenatore. E’ invece un altro malcapitato nella storia nerazzurra ad aggiudicarsi l’ambita maglia da (would to be) centravanti: Il Cobra, o il Ramarro, a seconda delle preferenze etologiche.

Perfino superfluo ricordare il tanto che ci si aspettava da lui e il poco che ha dato. Rimane il fascino dello zingaraccio maledetto, e indolente, sorriso beffardo da Ligabue dei Balcani, pieno di soldi e già nella storia per la Coppa Campioni conquistata a Bari nel 1991.

Il Signor Carlo capirà e non potrà che convenire.

Con il numero 10: Domenico… Morfeo

Come già sunteggiato per Roberto Carlos, e come poi vedremo per un altro giocatore compreso nella lista, anche per Morfeo possiamo tornare sul concetto di grande talento inespresso.

Per il potenziale che aveva a disposizione, ha reso forse al 50% di quel che avrebbe potuto. Sinistro sapiente, ottima visione di gioco, furbo e cattivo quanto basta, alternava però tutto questo a tante, troppe esibizioni fatte di indolenza, superficialità e supponenza. Le Madonne che ho tirato a lui (ma ancor di più a Cuper che l’aveva messo in campo sul 3-1 per noi) in un lontano Inter-Roma in cui c’era solo da gestire gli ultimi 20 minuti hanno risuonato al primo verde di San Siro per mesi e mesi.

Al min. 5.45 il capolavoro del nostro, vecchio di quasi vent’anni ma ancora impresso a fuoco nella mente di chi scrive. Da lì è entrato con un biglietto di sola entrata nella lista nera.

A tutto ciò associa l’aggravante di essere involontariamente inciampato (come tutto il Milan) in uno scudetto conquistato con più culo che anima, nell’anno di (dis)grazia 1999.

Con il numero 13: Fabio… Cannavaro

Non voglio essere scurrile e screanzato. Mi limito a questo: self explaining.

Con il numero 14: Fredy… Guarin

Emblema dell’Inter di quegli anni: brilli estemporanei alternati a nefandezze perpetue (cit.). Avesse avuto anche solo metà del cervello calcistico di uno a scelta tra Cambiasso, Stankovic o Matthaeus, avremmo avuto in casa un campione. Fisico, tiro, quando in buona anche doti di leadership, ma una incostanza degna della peggior nobildonna capricciosa. Per intenderci, capace di risolvere un Derby da solo e di buttare in vacca una partita con un retropassaggio di questo tipo (min. 3,30). In mezzo, tante buone mezze partite, tanti tiri al terzo anello, fino alla salvifica cessione in Cina. Assolutamente non rimpianto.

Con il numero 15: Fabian… Carini

Il terzo portiere della Juve è vittima innocente di queste righe, ma è parte integrante della sceneggiata messa in piedi dal succitato Cannavaro, con la cortese collaborazione dell’altrettanto summenzionato Moggi e di Paco Casal, traffichino sempre presente quando le acque non sono limpide.

Nulla di personale, ma non poteva non essere inserito nella blacklist.

Con il numero 16: Nicolas… Burdisso

Nutro un’ammirazione notevole per la persona, a partire dai problemi familiari fortunatamente risolti all’inizio della sua parentesi nerazzurra (e anche in quel caso chapeau al Sig. Massimo), per arrivare a coscienza sociale extra-calcistica.

Dentro il campo, è stato un buon difensore, ovviamente criticato più ed oltre dei propri demeriti finché tesserato nerazzurro, e invece celebrato negli anni di Roma, quando il ritornello polemico era “Burdisso a cui l’Inter non riusciva a trovare un posto in squadra, alla Roma invece sta facendo faville“. Nessuno ovviamente si sognava di dire le cose come stavano, e cioè che per essere bravo era bravo, ma che i vari Lucio, Samuel, Materazzi, Cordoba lo erano di più. Fine della storia.

Trova posto in questa lista dei cattivi per un errore troppo grave per passare nel dimenticatoio, e che ricordo distintamente essendo stato commesso in un Inter-Juve di fine Marzo 2008, a soli pochi giorni dalla nascita del rampollo di famiglia. Accomodo il poppante in culla a fianco del divano e non posso nemmeno sacramentare come l’occasione avrebbe richiesto per non turbare la quiete familiare. Non mi è mai andata giù…

Con il numero 17: Zdravko… Kuzmanovic

Centrocampista legnoso, ruvido e macchinoso, comprato in tempi di magrissima economica. Sono gli anni più duri del nostro recente passato, in cui pochi mesi bastarono a veder sparire dalla rosa giocatori come Julio Cesar, Sneijder, Maicon e comparire carneadi quali Ruben Botta, Laxalt e, per l’appunto, il Kuz.

Avere pochi soldi da spendere fa parte dei corsi e ricorsi storici. Spenderli male in quei momenti però è ancor più grave…

Essere calciatori mediocri non è una colpa in sè, mica possono essere tutti fenomeni. Quel che non ho mai tollerato del serbo-svizzero è stato il voler sembrare quel che non era. Se vuoi essere un vero “tuttocampista”, o ti chiami Stankovic, o Yaya Touré, o roba simile… Lui non era un regista, non era un incontrista, non era un incursore. Faceva un po’ di tutto ma non era abbastanza.

Come dice Giacomino Poretti in “Chiedimi se sono felice”… “…insomma fu un po’ tutto, e non fu niente”. (min. 4.55).

Con il numero 19: Bernardo… Corradi

Altro caso di giocatore “poco colpevole” per quanto fugace è stata la sua parentesi nerazzurra, e che però assomma in sé un paio di caratteristiche mal tollerate dal sottoscritto: caso tipico di centravanti che segna poco ma si muove bene per i compagni (davano del “generoso” a Graziani, che però di gol in carriera ne ha fatti quasi 200, questo qua in Serie A non supera gli 80), ma comunque celebratissimo dalla critica, forse perchè ci segna contro in quell’Inter-Chievo del dicembre 2001, quando il mondo si accorge dei “mussi volanti” di Clouseau Delneri; infine, in maglia Lazio e con il maledettissimo Piojo Lopez, si esibì in balletti a ripetizione, poi zittiti da una delle migliori esibizioni di Emre Belozoglu (a.k.a. il Maradona del Bosforo).

Ecco, nella mia deontologia calcistica, il balletto post-gol equivale ad aprire la caccia all’uomo. Intollerabile, peggio di scartarli tutti e segnare di testa a porta vuota dopo essersi inginocchiati sulla linea di porta.

Con il numero 20: Sulley… Muntari

Uno dei calciatori che, nella sua parentesi interista, mi ha fatto incazzare di più. Devo dargli il merito di un paio di gol pesanti (anche se quello con la Juve a momenti lo sbaglia…) ma i due minuti di Catania a inizio 2010 sono sufficienti a farlo inserire nelle primissime posizioni della blacklist. Come tanti altri centrocampisti “non pensanti” (Felipe Melo altro esempio) era un pericolo sempre in agguato, con il fallo inutile o la crisi di nervi a livelli altissimi di esondazione.

Per i precisètti: Sulley ha vestito anche l’11 ed il 77, ma nella prima apparizione in nerazzurro aveva il 20. Oh, poi se non vale posso sempre mettere Recoba!

Con il numero 21: Andrea… Pirlo

Altro caso che per molti di voi equivarrà a bestemmia calcistica, ma chi mi conosce sa quel che penso di lui. E aldilà di questo, qui parliamo di quel che i calciatori hanno fatto nella loro parentesi nerazzurra. E lui, all’Inter ha fatto poco al cazzo.

Torno a quanto detto a proposito del numero 6 e del numero 10 di questo nefasto elenco: a vent’anni è ancor oggi molto difficile capire chi sarà il “crack” e chi invece rimarrà il bel giocatorino ma nulla più di quello. Chi ha un minimo di onestà intellettuale converrà con me che Pirlo ha iniziato ad essere il giocatore che è poi stato solo a partire dal 2001, quando Mazzone (e non Ancelotti!) lo sposta regista anche per lasciare Baggio a pennellare calcio in posizione da “10” classico. Quindi, prima di quell’invenzione, il bresciano era uno dei tanti talentuosi trequartisti, con piedi fatati ma senza il fisico nè tantomeno la velocità per giocare sotto la punta, un fantasista che evidentemente non riusciva a convincere gli allenatori dell’epoca -e cazzo, ne cambiavamo una manciata a stagione in quegli anni- a giocare al posto dei vari Baggio, Recoba and Co.

Sacrilegio? Forse. O forse no.

Ricordo per i soliti amanti dei Luoghi Comuni Maledetti che dalla cessione di Pirlo al Milan l’Inter ricavò comunque 35 miliardi di lire. Niente scambio alla pari con Guglielminpietro, quindi.

Con il numero 22: Adem… Ljajic

Giocatore stilisticamente splendido, talento da vendere. L’anno in cui arriva fa la scelta avventata di scegliere quel popò di numero, facendo storcere il naso a tanti di noi. Arriva oltretutto in coppia con Jovetic, altro diamante di classe ma come lui dotato della solidità e della grinta di un lombrico.

Non ha particolari colpe, lo riconosco, ma che una punta scelga il numero di Milito a così poca distanza dall’addio al Principe è un peccato di ubris che non gli si può perdonare. Vero, il numero l’anno prima l’aveva già scelto Dodo, altro mascariato dalla maledizione della fascia sinistra nerazzurra, ma quello lì almeno era un difensore!

Con il numero 23: Christian…Brocchi

Antipatia allo stato puro, devo essere sincero, già nella trascurabile stagione interista. Ennesimo giocatore medio (non mediocre) che i casi della vita, e l’inevitabile culo che da sempre circonda tutto ciò che è rossonero, hanno fatto assurgere a grande campione in quanto panchinaro del Milan di Ancelotti. Godibilissimo nel ruolo di pupillo della premiata ditta Silvio&Adriano, dopo il fallimento da Mister rossonero (come i colleghi “cuori rossoneri” Pippo e Clarenzio) negli ultimi tempi sta mostrando mirabilie sulla panca del Monza. A chi potesse interessare, il combinato disposto tra proprietà, dirigenza e allenatore ha fatto allontanare chi scrive da ogni simpatia biancorossa (peraltro da sempre alquanto blanda), spingendomi nel contempo a supportare l’arcirivale Como.

Un divertissement e nulla più, ma quando leggi stronzate simili, come fai a resistere…

Con il numero 24: Vratislav… Gresko

So che le cose non accadono per effetto di una sola causa. So che, nella vita così come nel calcio, saltare a facili conclusioni è spesso fuorviante. So che non è giusto ridurre il tutto ad un singolo episodio, ma… è tutta colpa sua.

Passi Moggi, passi l’arbitro De Santis, passi l’Udinese in versione zerbino, ma nulla mi toglie dalla testa che se fossimo andati al riposo sul 2-1 per noi, quel 5 maggio lo scudetto sarebbe stato nostro.

Invece, il minchione pensò bene di fare quel cazzo di retropassaggio di testa, dando il via ad un effetto valanga che ha rovinato tutto. Non metto i link. Fa ancora troppo male…

Non l’avrei perdonato nemmeno fosse stato Ronaldo o Vieri, figuriamoci questo slovacco scaleno che, notizia degli ultimi giorni, nel dopo-partita addirittura si chiedeva come mai tutti fossero così tristi e incazzati, e che insomma a lui di perdere uno scudetto all’ultima giornata era già capitato tre volte. Non mi capacito di come Materazzi, che ha riportato la notizia un questi giorni, non l’abbia terminato seduta stante…

Con il numero 25: Vampeta

La storia la sappiamo tutti, quella del giocatore un po’ Vampiro e un po’ Capeta (Diavolo), da cui l’accattivante soprannome. Il baffetto alla Clark Gable ed una certa metrosexualità hanno contribuito a celebrare la portata di questo “pacco”. Camminava per il campo come il peggiore Andrade dei tempi di Roma anni ’80 (non a caso soprannominato “Er Moviola”), venne presto spedito al PSG dopo che era stato compagno di Ronaldo ad Eindhoven. Del resto il Fenomeno, campione assoluto sul campo, è sempre stato rivedibile nel ruolo di talent scout: oltre a Vampeta, suggerì il terzino sinistro Gilberto

Lapidario il commento di Brunone Pizzul dopo la finale del Mondiale 2002: “E va beh… anche Vampeta è campione del Mondo…”. Sipario.

Con il numero 31: Jérémie… Brechet

Ennesimo tentativo di pescare il jolly per colmare l’annosa lacuna del terzino sinistro. Uno dei pochi casi in cui la parola “fallimento” può essere usata senza tema di smentita. Talmente scarso da risparmiare il giro di gogna mediatica al collega di ruolo e di maglia Alvaro Pereira.

Con il numero 34: Martin… Rivas

Confesso che ho dovuto ricorre alla rete per ricordarmi il nome. Del resto, questa è la sua pagina di Wikipedia. Il trascorso nerazzurro è pressocchè nullo, ma è la prova vivente di quel che potremmo definire l’indotto Recoba. Non solo 10 anni del Chino, con splendidi gol del 3-0 e lunghi mesi di apatia calcistica, ma anche una pletora di compagni di asado e di mate, tutti gentilmente forniti dalla scuderia di Paco Casal. Colpisco quindi il quasi innocente stopper quale monito indiretto alla gestione dell’epoca (per una volta non molto simpatttica).

Con il numero 45: Mario… Balotelli

Eh… Mario, Mario… cosa devo fare con te? Ti ho difeso per tanto, troppo tempo, prima di cedere ai ragionamenti da bar, ma non privi di una certa dose di verità: “il gran culo di quello lì è stato di essere nero, ché se era bianco non se lo cagava nessuno”. Fatte un paio di correzioni sulla consecutio temporum, e sgrezzata da una generosa dose di politically incorrect, l’affermazione non è così campata per aria: la carriera di Mario nostro è stata un’eterna promessa non mantenuta.

Continuo a ritenerlo il talento migliore della sua generazione (e non solo), capace di grandi gol… ma purtroppo solo di quelli, e nemmeno poi così frequenti. Intelligenza calcistica a livelli mediocri, un naturale istinto nell’infilarsi in qualsiasi casino, polemica, atteggiamento sconveniente, un’indolenza forse solo apparente ma che ha l’immediato effetto di indisporre chi ti viene a vedere “ué fioeu! se te gh’et minga voeuja de giuga’ vegni giò mi… per la metà dei danée che te dànn”. Ero lì la sera in cui ha sfanculato un intero stadio, da cui credo sia uscito indenne solo perché ha coinciso con la miglior serata di calcio vista a latitudini interiste da decenni. CI pensò comunque Matrix a rimetterlo in riga, seppur per poco. Potevi essere, non sei stato. Ciao.

Con il numero 54: Hakan… Sukur

Altro mito del Signor Carlo che, come avrete capito, ha gusti calcistici questionabili, e da me invece subito “nasato” come bidone. Ha segnato un golazo in un Derby: la cosa è stata sufficiente a farmi entrar nel cuore gente come Minaudo o Schelotto per cui figuriamoci… Niente a che vedere con bomber degli anni del Galatasaray, quando fece fuori il Milan dalla Coppa. Le ultime vicende politiche e umane hanno contribuito a rendermelo più simpatico, ma per il resto N.C.S. (Non Ci Siamo).

Lascio a voi ogni chiosa sull’elenco di malfattori calcistici appena scorso.

APERITIFSPIEL (GIOCO APERITIVO – pt. 2)

Dopo aver rischiato dissoluzioni coniugali, e messo a serio repentaglio amicizie pluriennali, mi armo di coraggio a due mani e proseguo con lo stillicidio iniziato l’altro giorno.

Oggi mi dedicherò ai numeri dall’11 al 20, prendenomi qualche pausa e quindi “risparmiando” un paio di numeri che utilizzerò più avanti.

Iniziamo da uno dei primi veri campioni visti a San Siro.

Con il numero 11: Kalle… Rummenigge

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Come detto, la prima stella internazionale vista all’opera a San Siro. Come Figo, è arrivato avendo già dato il meglio, ma i primi due anni del suo triennio sono comunque stati sufficienti a farci capire che razza di attaccante fosse. Potentissimo, acrobatico (la bagassa dell’arbitro di Inter-Rangers!), un vero mito per il sottoscritto, forse anche perché il formaggino d’oro Grunland era tra i miei preferiti!.

Inizia oltretutto una felicissima parentesi di acquisti dalla Germania che, escluso forse il solo Hansi Muller (simpatico quanto acciaccato) ha portato all’Inter una serie di campioni che lui stesso aveva “benedetto”, e che tanto ci hanno fatto godere a cavallo tra gli anni 80 e 90.

Con il numero 12: Julio… Cesar

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So che nel post-Toldo è passato ad indossare la 1, ma qui fa gioco schierarlo con l’amata 12, tanto per non scontentare nessuno. Ancora oggi non so decidermi nello scegliere tra lui e Zenga quale più migliormente preferito, ma il brasiliano è stato un portiere fantastico per tutto il periodo di permanenza in nerazzurro.

Completo, bravo tra i pali e nelle uscite, buono come para-rigori, notevole anche coi piedi, qualche iniziale problema sul posizionamento sui calci di punizioni (vero Mancio?) aveva come unica pecca un paio di distrazioni all’anno, compensate però ampiamente da tanti sogni acchiappati. Continuo a preferirlo ad altri grandi portieri del recente passato (Toldone, Pagliuca) o del presente (Handanovic), ma onestà impone di riconoscere l’ovvio: l’Inter, di portieri scarsi, negli ultimi 50 anni non ne ha mai avuti.

Salutiamo Seba Rossi con simpatia.

Con il numero 13: Douglas… Maicon

Ecco, con il Maicone ero partito prevenuto, come del resto con molti brasiliani. Atteggiamento uggeggé-uggeggé-alegria-do-Brasil, scarso acume tattico, attitudine difensiva tendente a zero. E questo dovrebbe togliere il posto a Zanetti? Ha ha ha…

Invece, Maicon si è rivelato il miglior terzino destro della storia di questo sport per tutta la sua parentesi nerazzurra. Che Cafù o Dani Alves vengano ricordati ben più spesso di lui è la prova provata del Negazionismo che serpeggia presso la stampa sportiva italiana. Il fatto che i due “rivali” siano stati sulla cresta dell’onda per più anni rispetto al “nostro” non ne fa ipso facto giocatori migliori. Sarebbe come dire che i Beatles sono durati solo otto anni e quindi i Pooh sono più bravi perché son durati quarant’anni. Andate tutti a quel paese: nessuno ha fatto vedere quel che Maicon ha messo in mostra nei 7 anni di Inter (non 10 partite, 7 anni). Corsa, fisico, cross, gol e, col tempo, giusta presenza in difesa (certo, aiutata da Lucio, Samuel e uno dei centrocampisti ma –hey– il sacrificio è ampiamente compensato dai risultati). Il difetto? Una eccessiva tendenza a ridere, specie dopo un errore marchiano, e la sublimazione di uno dei difetti ancestrali dell’Inter: regalare le rimesse laterali all’avversario.

Ma, come dicono a Rio grande do Sul, inscì avèghen

Con il numero 14: Diego… Simeone

Qui urge premessa metodologica. Come sapete, il nostro gioco ha come unico criterio quello del numero di maglia. Tra tutti i coinquilini della stessa casacca, la preferenza poi va data non necessariamente al calciatore più forte tout court, ma a quello che nella parentesi nerazzurra ha fatto meglio. Ecco perché qui non trovate né Patrick Vieira né Clarence Seedorf, probabilmente giocatori più forti del pur valido Simeone, ma che nei loro trascorsi interisti non hanno lasciato il segno indelebile dell’argentino.

Cholo quindi. Altra tessera di quel mosaico di fine anni ’90 che con una maggior legalità e certezza del diritto ci avrebbe visti campioni d’Italia. I primi mesi sono accidentati, con Simoni stesso che gli dice “Diego, San Siro ti fischia, per qualche giornata ti faccio giocare solo in trasferta”. Poi al primo derby la butta dentro e scoppia l’amore. Piedi forse non raffinatissimi, ma grinta, intelligenza calcistica di primissimo livello, ottima propensione all’inserimento – specie di testa -. Come tanti altri nerazzurri paga lo stigma della stampa, che in questo caso ha ingigantito lo scarso feeling tra lui e Ronaldo. Come ho scritto nel libro (compratelo perdìo!), a chi gliene chiedeva conto, rispose “Brutto clima in spogliatoio? Cambiate i condizionatori, tutto il resto è a posto”. Senza contare che il primo a soccorrerlo dopo l’orrendo infortunio dell’Olimpico è proprio lui.

Con i numeri 15 e 16: Nessuno (chi devo mettere: Cauet e Taribo West?)

Con il numero 17: Francesco… Moriero

Torniamo all’applicazione pedissequa del manuale, adattamento calcistico del mitologico Chitarrella per lo scopone scientifico: non può che esserci “il fruttarolo del Salento” a far brillare la maglia 17 (non certo l’immondo Cannavaro), ancora una volta vendemmia 97/98.

In questa storia c’è una discreta dose di culo, evento più unico che raro a latitudini nerazzurre: Moriero in estate è già del Milan, mentre l’Inter ha acquistato il brasiliano André Cruz. Poi, i due si scambiano le destinazioni, per non meglio appurati magheggi contabili al solo costo di un milione… di lire, nemmeno di euro.

Insomma, arriva un’aletta destra tutta riccioli e fantasia che fin lì ha fatto vedere qualche scampolo di classe tra Lecce e Roma. Invece quella stagione sembra Garrincha: dribbla tutti, sforna assist a garganella, segna gol stupendi, pure in rovesciata. Guadagna la Nazionale (“se hace da vuelta estilo Enzo Francescoli” pure lì) e partecipa a Francia ’98 come titolare fisso. Le stagioni successive sono buone ma non all’altezza di quel lampo accecante. Si guadagna il posto per mancanza di alternative credibili e per il copyright di “Sciuscià” ad imperitura memoria.

Con il numero 18: Hernan… Crespo

Non che oggi sia messo male, ma in quegli anni l’attacco argentino poteva pescare a occhi chiusi e schierare Batistuta, Crespo o Cruz come centravanti, e mi limito a quelli che ai tempi giocavano in Italia. Il mio preferito è stato Batigol, che però ha avuto una parentesi alquanto triste e solitaria all’Inter.

Crespo invece è stato, senza tanti giri di parole, un centravanti della Madonna. Forte, completo, giusto mix di classe e tecnica, persona splendida (è a tutt’oggi uno dei pochissimi casi di ex di Inter e Milan ad essere amato da entrambe le sponde del Naviglio), nei suoi anni nerazzurri ha avuto il pregio ed il talento di farsi vedere sia come riferimento principale dell’attacco, sia come utilissima sponda di campioni quali Vieri e Ibrahimovic. Indimenticabile il suo fiuto per il gol, in particolare per alcuni di testa (questo, o questi, per non parlar di questo). Talmente grande da far emozionare anche un cuore di pietra come me quando festeggia così uno dei tanti gol segnati alla Roma, una delle sue ultime realizzazioni in maglia Inter.

Con il numero 1+8, fuori concorso: Ivan… Zamorano

Piccolo artifizio numerico per inserire uno dei miei giocatori preferiti di tutti i tempi. Il Cileno passa alla storia per la scelta del numero di maglia, barba-trucco per ovviare alla cessione della “9” a Ronaldo. Centravanti di altri tempi, con un cuore e due huevos imparagonabili e capaci di supplire a piedi discreti ma nulla più, Zamorano è stato l’esemplificazione della “boglia di bincere” (come l’avrebbe pronunciata lui nel suo splendido accento andino) e probabilmente il miglior colpitore di della storia del calcio. 178 cm di esplosività che lo rendevano capace di saltare in testa a perticoni più alti di lui di 15-20 cm.

Tra i tanti fotogrammi che restano in mente, l’immortale gol con cui apre le marcature a Parigi nella finale di Coppa Uefa, un paio di gol nel Derby, e la marea di insulti in castigliano stretto vomitati contro l’arbitro Ceccarini in quel putrido fine Aprile del 1998. Non c’è interista che non lo porti nel cuore. Ce l’avesse avuta il Chino metà della grinta di questo qua…

Con il numero 19: Esteban… Cambiasso

Euclide applicato al calcio, il giocatore più intelligente mai visto in maglia nerazzurra. Colpo assoluto -anche con un quid di culo, diciamocelo- di calciomercato, il Cuchu arriva nel 2004 a parametro zero dal Real teoricamente come riserva di Davids. In realtà dopo un paio di partite entra in squadra e non esce per i successivi 10 anni.

Regia, contrasto, inserimenti, gol: capelli a parte, tutto quel che volete. Non aveva i piedi di Veron, non aveva il fisico di Nicolino Berti, ma nessuno è stato pietra angolare del centrocampo interista quanto lui. Come e più di tanti altri compagni di squadra, chi scrive nota come il nostro abbia sempre sommato alle qualità calcistiche una sagacia non comune fuori dal campo, perfetto nel rispondere a domande prevenute dei giornalisti così come a esprimere la sua opinione su fatti extra-calcistici. Esempio plastico di kalokagathìa a strisce nerazzurre,

Se fossi una madre americana e lui fosse mio figlio, direi “è lui il prossimo presidente degli Stati Uniti”.

Con il numero 20: Alvaro… Recoba

Eccezione alle regole del gioco per non vedermi tolto il saluto da quei malati mentali del Sig. Carlo e di Sergio. La mia disistima per il Chino non ha ovviamente nulla a che fare con il piede sinistro che madre natura gli ha dato: non ho visto giocare Corso, ma credo sarebbe stato l’unico nerazzurro a poter rivaleggiare per qualità tecnica con quello di Recoba.

Si aggiudica la maglia per carenza di alternative all’altezza (per quanto, a me Angloma non era dispiaciuto!) e perché rappresenta quel che l’Inter è stata per tanto, troppo tempo: un potenziale incredibile spesso buttato alle ortiche per mancanza di costanza. “Ha le potenzialità ma non si applica”, dicevano i miei professori a mia madre (che già lo sapeva, e anzi li inzigava a mazzularmi ancor di più, ma questa è un’altra storia…), quindi nella ramanzina al Chino c’è anche una dose di autocritica.

Ultima nota per il Sig. Carlo, anche per ricordare degnamente uno dei nostri maestri di vita: se noti ho scelto la foto in cui ha “quei capelli da vecchio mignottone no?!”

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