IL PALLONE E’ QUELLO GIALLO

FIORENTINA-INTER 4-1

 Minchia che mazzata.

Ennesimo miracolo di Juan Jesus e compagnia, e il Lazzaro vestito di viola ringrazia.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: la Fiorentina ha fatto una partita splendida, ed il passivo è addirittura avaro per i viola, che non dilagano (ulteriormente) solo per colpa di un Handanovic che si conferma grandissimo. Detto ciò, la sconfitta mi ricorda il 4-0 rimediato con la Roma l’anno scorso, così come l’1-3 di inizio stagione a San Siro dalla banda di Zeman. Splendide serate di calcio (per gli altri, s’intende), che però rimangono gemme isolate nella stagione in corso. Arriverei a sperare che così non fosse per la Viola, che da sempre gode delle mie simpatie, ma la precipua caratteristica dei nerazzurri (propongo la laurea ad honorem in anestesia e –soprattutto- rianimazione) non deve passare inosservata.

Il copione pareva già scritto, coi nostri reduci addirittura da due vittorie in pochi giorni e i toscani che nel 2013 non avevano ancora battuto un colpo: quale occasione migliore per  sparigliare tutto e gettare i nostri nell’ennesimo psicodramma della stagione?

Sulla partita poco da dire: presi a pallate per 90’ e ubriacati dal loro possesso palla, per una volta non fine a se stesso ma terribilmente efficace. Se anche quel nano maledetto di Pizarro velocizza l’azione non c’è più religione. Come detto, ne han fatte 4 e potevano serenamente essere il doppio.

Strama spiega il cappotto con una squadra stanca e provata dal doppio impegno, troppo brutta per essere vera. Severa l’autocritica di chi ammette di aver sottovalutato il rischio di schierare sostanzialmente gli stessi uomini a pochi giorni di distanza.

Sarà. Fosse così, ci sarebbe da essere poco preoccupati: un bel turn over giovedì in Romania e tutti caricati a pallettoni per il Derby di domenica sera. Temo però che la spiegazione del Mister sia parziale. L’effettiva stanchezza dei nostri si installa su una squadra discreta ma nulla più, in piena trasformazione, e priva di due totem (Milito e Samuel) capaci di nascondere le magagne dei rispettivi reparti. Se questa è la base, è poco utile lamentarsi della staticità di Cassano (che se non altro qualche buona palla la dà, segnando oltretutto un gol bello quanto inutile) o della scarsa efficacia di Palacio, costretto a fare il Milito senza esserlo.

Siamo “poco” e non da oggi. I problemi cronici possono essere nascosti, arginati, ma non ignorati. Esattamente come l’anno scorso, la corsa al terzo posto resta aperta solo per la bassa velocità di crociera tenuta dai nostri rivali: che l’Inter possa, in via ipotetica, essere la terza forza espressa dalla Serie A italiana sarebbe davvero un brutto spot per il nostro Campionato.

Non che le altre siano meno colpevoli, anzi: come organico, Fiorentina e Milan sono superiori a noi (tocca dirlo), ma si trovano a navigare nelle nostre stesse acque. La Lazio continua ad essere quella a mio parere più meritevole, proprio perché ha espresso tutto (e forse anche di più) il proprio potenziale, riuscendo recentemente a fare anche a meno di Klose, rimpiazzato con successo da Floccari.

Tornando a noi, spero che la storia abbia insegnato al Signor Massimo che non è cambiando l’allenatore che si risolve la questione. La pietanza in oggetto, come diceva Bombolo, pensatore incompreso del ‘900 e troppo spesso dimenticato, “sempre merda rimane” con o senza parmigiano. Puoi chiamare anche i tre cazzari di Masterchef ma non ne caverai mai fuori niente di succulento. Ammesso e non concesso che i recenti acquisti siano buoni (troppo scarsi gli altri per giudicare le prove di Kuz e Kovacic), occorre andare avanti su quella strada, avendo piena contezza delle caratteristiche della squadra (tecniche, fisiche, cerebrali e anagrafiche) e identificando di conseguenza le priorità negli acquisti. A dirlo pare facile, ma ci sono 2 o 3 anni di mercato pronti a smentirmi.

 

LE ALTRE

Vedere la Juve in affanno fa sadicamente sempre piacere, ma aumenta a dismisura il rammarico per quel che avrebbe potuto essere e non è stato. A ciò si aggiunga l’incapacità del Napoli di approfittare degli ormai non infrequenti scivoloni gobbi. Essendo solito rimuginare sul passato, non posso non chiedermi cosa sarebbe successo all’Inter del post-Triplete con una gestione attenta e oculata degli acquisti e delle cessioni. Resto convinto (lasciatemi almeno questa illusione, che tanto è gratis…) che il Campionato vinto dal Milan e quello di quest’anno avrebbero potuto essere nostri, potendo contare su un vero ricambio per Milito ed Eto’o , un regista degno di tale nome ed un progetto di lungo termine come quello che –mi auguro, nonostante tutto- si è iniziato con Stramaccioni. Invece, pochi cazzi, stiamo tornando a far ridere tutta Italia.

Il Derby arriva nel momento peggiore, con le squadre su piani diametralmente opposti, nel pieno del weekend elettorale (e Dio solo sa quanto la cosa mi faccia paura) e con Balotelli pompatissimo da tutto il mondo a castigare quei cattivoni incompetenti che se lo sono lasciati sfuggire per quattro soldi (28 milioni, non 22 come detto nei giorni scorsi. 28). Il problema è che solo noi siamo capaci di resuscitare i morti, e questa è una delle poche qualità che gli altri non riescono proprio a copiarci. Onestamente non vedo come l’inerzia possa volgere a nostro favore. Il Milan è tutt’altro che imbattibile, lodato e incensato oltre ogni decenza dalla solita stampa che fa passare rigori in serie e autogol come una dimostrazione di forza impressionante. Però vincono, il che non è un dettaglio, e negli ultimi mesi hanno la miglior media punti del Campionato, così come solertemente riportato dagli scrivani del Geometra Fester.

 

E’ COMPLOTTO

Noto, senza molto stupore in realtà, che la cagata della Cantera rossonera sopravvive imperterrita nelle pagine dei nostri giornali, senza che nessuno osi chiedere in che cosa consista questa epocale svolta nel settore giovanile milanista, oltre al banale riferimento all’esempio di Ajax e Barcellona (a proposito, quella catalana si chiama Masia, almeno i riferimenti prendeteli giusti…). Singolare poi che la squadra dell’Amore faccia riferimento ai giovani attualmente in rosa intendendoli già come “prodotti del nostro settore giovanile”. Definizione che mi pare essere applicabile al solo De Sciglio, stante la sgradita –ma ahiloro effettiva- formazione nerazzurra (e ancor prima Lumezzanese) di Super Mario e la ingombrante presenza del Grifone rossoblù sulla cresta del faraone El Shaarawy. Dettagli, in ogni caso, sui quali non vale la pena soffermarsi.

Oltre al riferimento rossonero, torno a segnalare la nauseabonda importanza data al luogo di nascita dei calciatori componenti una certa squadra di calcio: sentire Albertini decantare il suo Milan perché” 10 o 15 elementi della rosa erano di Milano” è totalmente senza senso, oltreché un falso storico.

Io guardo alla mia splendida Inter 2006-2010, nella quale (a volte) di italiani ce n’era uno solo, ma che aveva un insuperabile attaccamento alla maglia e ai valori dell’Inter, e che, soprattutto, ha dimostrato quanto fallaci siano queste correlazioni tra luogo di nascita e squadra di appartenenza.

Se poi il discorso si sposta sull’importanza di crescersi in casa i campioni di domani, tutti d’accordo, ma anche lì: se per trovarli guardi solo nel giardino di quartiere, chiudi gli occhi a milioni di campetti sparsi per il mondo. Contenti voi…

Tornando alle tristi vicende di casa nostra, stucchevole la retorica con cui si continua a fingersi meravigliati dell’alternanza di risultati dei nerazzurri in trasferta, sottolineando la vittoria di Torino come spartiacque tra l’Inter schiacciasassi di fine 2012 e quella colabrodo degli ultimi mesi. Lungi da me voler negare la realtà, vorrei invece spiegare a lor signori (come se non lo sapessero) che questa bipolarità non è patrimonio esclusivo dei nerazzurri, ma di molte delle squadre di vertice. Probabilmente il caso Inter fa più impressione perché si vede una precisa linea di demarcazione tra la fase 1 e la fase 2, ma la classifica attuale ci dice che, tolte –almeno in parte- le prime due, le altre pretendenti ad un posto Champions se la giocano, schiave ognuna dei propri difetti.

Per quanto ci pertocca, non avendo un centrocampo né di conseguenza una plausibile idea di gioco, abbiamo vissuto finché possibile sugli spunti dei campioni (o quasi) ancora in rosa: le fiammate di Milito e Guarin ci hanno garantito gol e peso in attacco, mentre la graniticità di Samuel si è perfettamente sposata con la giovane spregiudicatezza di Ranocchia e JJ. La casa per un po’ è rimasta piacevolmente in piedi, ma, come visto, era un colosso coi piedi di argilla.

 

WEST HAM

Weekend dedicato alla FA Cup, e quindi di riposo per i nostri, già fuori dai giochi.

Effimera bellezza

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