IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Qualcuno mi taccerà di essere il solito italiota attento alle minuzie pallonare nelle stesse ore in cui il nostro Paese consolida la sua posizione di malato terminale al cospetto dei luminari socio-politico-finanziari del mondo.

Può essere in piccola parte vero, in buona parte no, ma soprattutto non mi interessa spiegare qui il perché, a mio parere, “la” notizia di ieri sia stata la sentenza di Napoli invece della non-più-maggioranza.

Anzi, ci dedico solo poche parole: il caro Silvio è un dead man walking, politicamente s’intende, e già da un po’ si è capito che la sua sarebbe stata una questione di “quando” e non di “se”. Aggiungo anche “prima è meglio è, che comunque è già tardi…”.

Liquidate le quisquilie, mi concentro sulle condanne di primo grado pronunciate ieri sera a Napoli e sul modo in cui sono state attese, annunciate e poi commentate.

 Come ben sappiamo, la propaganda di questi mesi, se non anni, ha spinto da più parti in un’unica direzione: così facevan tutti, quindi nessun colpevole.

Il teatrino delle madri, nonne, zie e trisavole di tutte le intercettazioni, annunciate periodicamente come decisive e foriere di squassi nelle indagini dei PM, si sono puntualmente rivelate clamorosi buchi nell’acqua (chi dice “Collina”?; Bergamo che invita Facchetti a cena, senza specificare che quella cena è il “trappolone” preparato ad arte con la Fazi; Carraro che chiama Bergamo supplicandolo di non favorire la Juve contro l’Inter, vista l’imminenza della votazione di Lega).

Di più: a volerle leggere senza l’obnubilamento della propaganda, sono ulteriori elementi a carico degli imputati (ed ora condannati in primo grado). La cosa che non si è mai voluto sottolineare, e che è la prova palese della malafede che ha circondato i cantori di questa storia, è che il problema e l’accusa non è mai consistito nell’aver parlato coi designatori. Il problema e l’accusa risiedeva nel cosa quelle telefonate contenessero.

Come ha giustamente sintetizzato uno dei PM (Narducci) a commento della sentenza di ieri: “Gli imputati non sono stati condannati per aver colloquiato coi designatori, ma per aver commesso degli illeciti. E’ diverso”. Mi pare anche semplice come concetto, ma evidentemente spendere due righe per spiegarlo era troppo compromettente.

 Sono stato ovviamente contento delle sentenze di ieri, perché, per una volta, la cosa non si è risolta all’italiana, come pensavano e speravano i grandi soloni del giornalismo nazionale.

 Ora, è proprio su questo che vorrei soffermarmi, sul come i media hanno reagito ad una notizia del genere. La prima sensazione è stata di comprensibile confusione ed incredulità alla lettura della sentenza.

Ho seguito la diretta su Sky e la schermata dei conduttori in studio sui lanci di agenzia dell’ANSA ha lasciato a bocca aperta anche me: i due lanci evidenziati recitavano testualmente “CALCIOPOLI: MOGGI ASSOLTO” e subito sopra “CALCIOPOLI: MOGGI CONDANNATO A 5 ANNI e 4 MESI”. Misteri delle regole di comunicazione delle Redazioni: avevano già pronti i due titoli? Può essere…

Ad ogni modo, i primi commenti, a “caldissimo”, sono chiaramente i più spontanei, quelli che meglio riflettono il reale orientamento dei giornalisti: sentire Sconcerti dire che credeva che l’accusa di associazione a delinquere sarebbe caduta, rientra nei suoi pieni diritti; sentirlo permettersi di affermare che sarebbe stato addirittura “giusto” è un abominio che non si può nemmeno concepire. Udire ipotesi ardite e catastrofiche del tipo “e se poi in Appello li assolvono tutti, che figura ci fa la Magistratura?” è un altro esercizio di fideismo che mi stomaca tanto quanto non mi sorprende.

Il “nostro” è poi addivenuto a più miti consigli, sfoggiando lo sguardo mezzo sorpreso e mezzo di circostanza allorquando ha detto che evidentemente le sue convinzioni erano errate, e che ora la giustizia sportiva e quella ordinaria sono giunte a risultati analoghi, pur partendo da elementi probatori diversi.

Questo, aggiungo io, che piaccia o no, cara la mia marmaglia di pennivendoli.

Il ragazzo si è poi chiesto retoricamente che razza di calcio avessimo visto e vissuto dal 1994 al 2005, allargando quindi il discorso a tutto il periodo di Moggi alla Juve. La risposta mi scappa talmente tanto che mi vien quasi voglia di non dirla…

E’ il calcio dei ladroni e dei ladruncoli, che noi complottisti abbiamo sempre denunciato, beccandoci per contro dei visionari sfigati, abbaia-luna e intertristi incapaci di vincere.

Ma il quadro da guardare con ribrezzo -e magari da qualcuno pure con vergogna- non è nemmeno così “limitato” (ammesso e non concesso che possa dirsi “limitato” un decennio di ruberie di un figuro che agisce da Direttore Generale della squadra più blasonata di Italia): la sentenza non dice altro, ma non mi serve un pronunciamento nel nome del popolo italiano per ricordare che, prima che alla Juve, Moggi fosse stato il Deus ex machina del Napoli di Maradona, con anni di controlli antidoping allegramente superati grazie a falli di gomma pronti ad urinare alla bisogna, e che ancor prima il nostro avesse dato sfoggio di sé al Torino, allietando le nottate degli arbitri di Coppa con la compagnia di donnine opportunamente istruite sul da farsi.

Né la Juve, al netto del ridicolo comunicato di cui dirò infra, può dirsi con la coscienza pulita agli occhi della storia, chè le storie di macchine regalate agli arbitri, dell’Inter che schiera la Primavera in segno di protesta, dei gol di Turone e degli scudetti vinti a danno della Fiorentina risalgono a ben prima del mefistofelico (e mefitico) sodalizio Juve-Moggi.

 But that’s just me talking crap…

Il comunicato della Juve, cui accennavo prima, è stato quasi canzonato dallo stesso Sconcerti: in effetti, riuscire a trovare aspetti positivi in un giudizio che sancisce l’esistenza di un’associazione a delinquere promossa dall’allora direttore generale, dopo che il proprio A.D. dell’epoca ha già patteggiato 3 anni in primo grado, è quanto di più incredibile si possa immaginare.

Farsi forza della mancata condanna del club ex 2049 c.c (leggasi responsabilità oggettiva)  in termini di ottimismo fa a gara con il commento del mio compagno Carlo che alle medie aveva chiesto a una di uscire con lui. Risposta di lei al suo invito: “Vaffanculo”. Commento di lui alla mia domanda sul come fosse andata: “Beh, mi ha parlato”.

 Per il resto, leggo con un mezzo sorriso di disgusto degli inviti a voltare pagina (adesso eh?), a tornare a occuparci di calcio e non di Tribunali, a chiudere questa vicenda ed andare avanti.

Caro Andrea Monti, direttore della Gazzetta, non fare finta di “aver dovuto sopportare le offese di Moggi”. Quelle, a voler ricordare, sono state indirizzate all’allora direttore della Rosea, quello Stracandido Cannavò che in termini di onestà finiva quasi per passare per ingenuo, ma che su questo non ha mai fatto passare nulla a nessuno. Con buona pace dello stesso Monti che ricorda, contraddicendosi da solo, di aver dato spazio e talora anche appoggiato le richieste bianconere di “parità di trattamento” (e qui di virgolette ce ne vorrebbero una ventina).

Certo il buon Monti non è solo: il sempre presente Sconcerti riconosce (adesso eh?) di aver pensato “e qualche volta forse anche saputo” di alcuni peccatucci di Moggi, decidendo comunque di non aprire bocca, per non disturbare, chè non si sa mai…

Fabrizio Bocca (di Rosa) riconosce –bontà sua- che la tesi legittimamente portata avanti dalla difesa “evidentemente era solo una falsa impressione”, riuscendo comunque a dire che secondo lui lo scudetto 2006 non andava assegnato.

 A questo sono arrivato. A questo volevo arrivare. So di essere un idealista nell’auspicare che la stampa faccia in questo Paese quel che fa nel resto di quel che chiamiamo mondo civilizzato: il cane da guardia del potere. Qui da noi quel cane è un chihuahua, al limite un docile cockerino pronto a portare l’osso e ancor più pronto a sbafarsi la ciotola di Ciappi opportunamente servita dal padrone.

Le reazioni alla sentenza di ieri sono la conferma del fatto che da noi il potere (per una volta con o senza Berlusconi) gioca ancora un inaccettabile ruolo di censura e ammorbidimento del nostro giornalismo. Non serve essere Saviano per rendersene conto.

So di mischiare mele con pere, ma mi spiegate perché in Inghilterra Murdoch viene costretto a chiudere un giornale da 3 milioni di copie al giorno nel giro di 48 ore e da noi siano pochi a potersi dire totalmente estranei alla tela di conoscenze -o connivenze- tessuta da Big Luciano nel corso della sua onorata carriera? Gente che, prima di parlarne male, ovviamente avrà pensato all’aiutino di quella volta, alla spintarella di quell’altra volta, allo sgoob che il soggetto in questione gli avrà confidato quell’altra volta ancora… e allora paisà, se non ci aiutiamo tra di noi…

Non che l’Anima Uggisa sia da solo, sia chiaro. La visione agrodolce dei TG sportivi di ieri sera mi ha anche mostrato un Geometra Galliani particolarmente ciarliero e simpatico nel tessere le lodi di Ibra, con uscite del tipo “meno male che ha litigato con Guardiola, così adesso gioca con noi…” oppure “Lui al Milan sta bene, sempre che domani non mi tiri una sberla…”. Fino al capolavoro di ipocrisia, quando con fare serio e occhio semichiuso dice di aver visionato personalmente il filmato dell’espulsione di Boateng a Roma e, dopo aver capito che gli insulti del giocatore erano rivolti all’arbitro e non a un avversario, di aver deciso di ritirare il ricorso… “perché il fair play è importante e bisogna dare il buon esempio”.

Bravo. Complimenti.

Ovviamente al servo di turno non è nemmeno passato per la teste di chiedere “come l’anno scorso a Firenze con l’espulsione di Ibra?” agganciandosi alle spumeggianti anticipazioni della biografia dello Svedoslavo, in cui si racconta di come fosse stato proprio il Club a costruire la balla del “ce l’aveva con se stesso, non voleva offendere nessuno” sperando in una riduzione di pena, peraltro poi parzialmente ottenuta. 

Esattamente come a nessuno è venuto in mente di ritirare fuori la rissa tra Ibra e Oniewu (misteriosamente scomparsa anche da Youtube, a volte guarda il caso…) che apprendiamo essere costata una frattura alla costola di Zlatanasso, ovviamente taciuta dalla squadra di Milanello Bianco.

No, meglio concentrarsi su Ibra che ricorda lo spogliatoio dell’Inter spaccato tra clan di argentini e di brasiliani, chè con quello non si sbaglia mai, un grande classico. Splendido quando racconta di essere andato da Moratti a dirgli che doveva cambiare quella situazione, altrimenti non si sarebbe mai vinto niente.

Grazie Zlatan, ti ricorderemo sempre come grande uomo di spogliatoio. Solo grazie a te i nostri sono diventati tutti amici ed hanno iniziato a volersi bene al punto da vincere tutto, con e addirittura senza di te.

Che uomo di cuore!

5 anni e 4 mesi

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Per noi del Milan il fair play è importante

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Italian Press: self portrait

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