MECOJONI

INTER-ROMA 0-3

Come disse la madre di Christian De Sica, trovando il figlio a letto col maestro di sci, “che tranvata!” (Vacanze di Natale, F.lli Vanzina, 1983).

Pascendomi a piene mani dal post-neorealismo italico su pellicola, mi rivedo declamare la stessa battuta al 90’ di una partita giocata da una buona squadra (noi) e da un’altra “di più” (loro). Tropo comodo e miope limitare l’analisi al paragone tra l’1-0 del Pupone che passa tra 6 gambe e la bomba di Guarin che si stampa sul palo interno; per una volta limitante precisare che il rigore non c’è (essaichenovità) perché il fallo è fuori area.

Tristemente vero invece rimarcare che, negli ultimi due anni, avevamo dato modo alla Roma di sentirsi grande squadra-spettacolo  a casa nostra, pur essendo guidata da allenatori “diversamente bravi” come Luis Enrique e  Simpatia Zeman. Temo, e tutto sommato auguro a Totti e compagni, che quella di Rudi Garcia sia una compagine leggermente diversa, che non perde nulla quanto a pericolosità in attacco –una media di 3 gol a partita- risultando di contro leggerissimamente più solida in difesa -1 gol subito in 7 partite.

I nostri, come detto, non sono male, anche se patire l’assenza di Jonathan non depone a nostro favore. Personalmente, più che amare Johnny Guitar, nutro scarsissima fiducia nelle qualità psico-tecniche del bipede che l’ha sostituito: Alvaro Pereira non impiega nemmeno un tempo a darmi ragione, entrando in maniera sconsiderata (per quanto fuori area) sull’altrettanto bello Gervinho e chiudendo di fatto la partita al 40’ del primo tempo. Allargando anche qui lo sguardo, non posso tacere sull’uscita sconsiderata di Juan Jesus, evidentemente ancora discepolo di Psycho Lucio, che perde palla sull’uscita a cavallo pazzo all’altezza del centrocampo, innescando uno dei millemila scatti dell’ivoriano, ovviamente alla sua miglior prestazione in carriera proprio contro di noi. Tessera Gold del Club Gautieri e tutti contenti.

Detto che assieme a Jonathan mancava Campagnaro, vera e propria balia o, se preferite, cugggino cattivo di Ranocchia e Juan Jesus, Mazzarri non si allontana dallo schema con Palacio e Alvarez in avanti, con Taider e non Kovacic a proteggere la difesa. Alvarezza è tra i migliori, disseminando se non altro spunti interessanti nei 90’ che valgono qualche corner. El Trenza là davanti comincia a far capire che quello non è il suo pane, e in tal senso una definitiva risurrezione del Principe, o anche solo una promozione in pianta stabile di Icardi a ruolo di titolare, porterebbero innegabili benefici al nostro attacco. Il Mister però la sa lunga, e la storia della coperta corta la conosce a menadito: non mi sento di condannarlo, visto che già con il –teorico- filtro di metacampo abbiamo preso 3 fischioni, complici un altro paio di folate giallorosse respinte alla grande da Handanovic, sempre più simile a Zenga (un mago tra i pali, una disgrazia sui rigori…. Ma all’Udinese non ne parava mica 1 su 3??) . Se a ciò aggiungiamo lo sgradito ritorno di uno dei capisaldi delle scorse stagioni, cioè pigliare gol in contropiede su calcio d’angolo per noi (3-0 di Florenzi dopo uscita da manuale di Totti teoricamente marcato da Alvaro Pereira e 60 metri palla al piede di Strootman), capiamo il motivo delle Madonne smozzicate dal buttero in panca.

Quelli là, come detto, rischiano seriamente di andare avanti fino alla fine; non vincendole tutte, ovvio ma proseguendo su questa falsariga. Noi ci pigliamo una ridimensionata, che però non vorrei si tramutasse in psicodramma (come invece –vedo- già sta succedendo). Nel primo tempo paradossalmente abbiamo giocato benino, beccando il primo gol in un buon momento dei nostri e pagando con errori banali negli altri due casi. Mi affido ancora all’esperienza mazzarriana per scongiurare il pericolo psicodramma che, devo dire, avrebbe probabilmente travolto il mio amato Strama e la sua inesperienza. Testa bassa e pedalare, quindi, facendo tesoro della sosta (anche se dopo una sconfitta sarebbe sempre meglio giocare subito) e sperando di recuperare gli zoppi alla ripresa.

LE ALTRE

Il Derby dei retrocessi se lo aggiudica la più forte. Il Milan, aldilà di quel che dicono i numeri, è di una pochezza imbarazzante, e senza Balotelli deve affidarsi al piede caldo di Muntari. Ho detto tutto. Godibilissimo Chiellini che nel dopo partita stigmatizza il mestruo di Barbie Boy Mexes e il suo cazzotto in piena area di rigore, come se lui di cosacce simili non ne avesse mai fatte. Del resto, veder litigare i tuoi più acerrimi rivali ti fa quasi dimenticare le tragedie sportive di casa tua. Splendido Allegri quando nega che quello di Mexes sia un pugno, sostanzialmente motivandolo col fatto di non essere diretto al volto. Il soggetto del resto avrà altro a cui pensare, avendo collezionato la bellezza di 3 sconfitte (che senza il solito Culo-Milan potevano essere 5) in 7 partite.

Il Napoli regola con 4 pappine il Livorno e si mette con la Juve in scia alla Roma, mentre Lazio e Fiorentina –bontà loro- si bloccano a vicenda lasciandoci soli al 4° posto.

E’ COMPLOTTO

Processo alle intenzioni, non lo nego: fino all’altro giorno, la stagione scorsa era stata tragica, fallimentare, da dimenticare, indegna di una squadra del blasone dell’Inter. Vani i tentativi, miei e di pochi altri, di ricordare che fino allo splendido 1-3 di Torino la squadra marciava gran bene in Campionato ed in Europa League, essendo arrivata ad un punto dalla vetta. No. L’Inter l’anno scorso ha fatto cagare per nove mesi.

Ecco preparato il bel piattino di merda in salsa mediatica da piazzare sotto il naso nei nerazzurri dopo la sconfitta contro la Roma, sotto forma di paragone tra le prime 7 giornate di Mazzarri e di Strama: udite, udite, i punti fatti, i gol segnati e quelli presi sono bene o male gli stessi. Quindi? Lungi da questa marmaglia l’idea di poter rivalutare ex post l’inizio della stagione 2012-2013, ecco azionato il cassone ed il primo carico di letame a concimare la Squadra Simpatttica collezionie 2013-2014, a un passo dalla crisi.

Abilissimo Sconcerti nell’accomunare le due milanesi, che a detta sua stanno “impallidendo insieme”, nonostante una decina di posizioni di classifica a separarle ed una storia contingente che non potrebbe essere più diversa, dalla proprietà al rinnovamento di squadra.

Cambiando discorso, splendida incoerenza di Prandelli, del quale non amo parlar male ma che mi strappa gli insulti di bocca, facendosi bello con il “codice etico” ma convocando Balotelli nonostante la genialata post-Napoli.

Infine, gradevole –davvero, e come al solito- l’intervista di Giorgio Porrà, questa volta a Johan Crujff, leggenda del calcio olandese e purtroppo ancora inchiodato a quell’estremismo di chi ha sempre troppi pochi dubbi sul calcio. Sentirlo dire stronzate smentite dalla storia mi provoca un misto tra rabbia e compassione (“le grandi squadre nella storia hanno sempre avuto almeno il 70% di giocatori provenienti dal settore giovanile”, “la cosa più importante è giocare bene e divertire la gente, poi certo bisogna anche vincere”). Onesto solo quando riconosce che le grandi squadre le fanno i grandi giocatori (so che sembra un’ovvietà, ma a quelle latitudini di oltranzismo c’è quasi da stupirsi a sentirglielo dire) e quando smonta uno dei falsi miti del calcio mondiale, smentendo di aver rifiutato di partecipare al Mondiale di Argentina per motivi politici, ma solo perché aveva deciso di ritirarsi. Alla faccia del calcio-totale-che-non-ha-mai-vinto-un-cazzo.

WEST HAM

I tre fischioni presi dalla Roma vengono in qualche maniera compensati dallo splendido 3-0 esterno sul campo degli “amatissimi” Spurs.

 

Alvaro Pereira in versione "visione periferica"

Alvaro Pereira in versione “visione periferica”

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