CALCIOPOLI E MO’BBASTA

Ecco le motivazioni della Cassazione, lucide e spietate insieme, in relazione all’ultimo (?) processo riguardante Luciano Moggi e Calciopoli.

Posto che tanti, con diritti pari ai miei, hanno ricamato su questo o su quell’aspetto, da buon paranoico mediatico vorrei mettere i miei due centesimi su un paio di questioni:

GIORNALETTISMO D’ASSALTO

Descrivendo l’esecranda influenza esercitata dal Moggi sull’intero mondo del calcio, la Cassazione parla espressamente di

“…strapotere esteso anche agli ambienti giornalistici ed ai media televisivi che lo osannavano come una vera e propria autorità assoluta”.

Essendo i media quelli che devono raccontare la storia, la cosa non è esattamente rimarcata come dovrebbe: per i tanti che mi tacciano di essere anti-berlusconiano-a-prescindere (cosa che prendo come graditissimo complimento), faccio notare che, evidentemente, il problema non sta solo in Silvio, ma in tutti i potenti che esercitano il loro “fascino” nei confronti di chi dovrebbe esser lì a raccontare la verità.

E se è vero (eccome se è vero!) che il Milan era tutt’altro che estraneo alla vicenda arbitrale (vedi l’addetto agli arbitri Meani per non parlare di Galliani che rincuora Bergamo “che si sente solo”), è altrettanto vero che il deus ex machina di tutto questo puttanificio altri non è che Lucianone nostro.

Consideriamo poi un ulteriore aspetto: il nostro, condannato in primo e secondo grado (e soltanto prescritto da una Cassazione che ha fatto di tutto per chiarire che nulla aveva da eccepire sulle precedenti sentenze) sommava al proprio potere personale – accumulato in anni di controlli anti-doping evitati e di compiacenti signorine a rallegrare le serate pre-gara degli arbitri, il tutto nel connivente silenzio della stampa – quello forse maggiore e senz’altro più radicato della squadra per cui ha lavorato per più di un decennio.

Quella Juve da sempre “chiacchierata” in termini di onestà sportiva, in patria così come all’estero, e da sempre inossidabilmente legata ad interessi così familiari da diventare pubblici (leggasi FIAT, per i duri di comprendonio).

Per metterla in poesia, e come diceva uno splendido Guzzanti in versione Funari raccontando “a caca d’a scimmia” (7 minuti di risata ininterrotta, gli ultimi 60 secondi sono quelli qui più rilevanti):

Ce stà ‘o schizzo e la puzza:

‘na combinazione mortale!

I due soggetti -Juventus e Moggi- non avevano bisogno l’uno dell’altro per porre in essere le loro malefatte, questo è ovvio, ma insieme hanno dato origine al più grande scandalo sportivo che il calcio italiano ricordi.

Solo poche righe per sottolineare ancora una volta la condotta incoerente, proterva e incomprensibile della dirigenza juventina, che in sede di giudizio accetta tutti gli addebiti, patteggiando una retrocessione in B con penalizzazione di punti, consapevole che qualsiasi altra squadra al posto suo sarebbe stata radiata, giustificando poi la condotta criminosa dei suoi dirigenti (non dimenico certo Giraudo) con il leit motiv “così facevan tutti”, ed arrivando infine a pretendere risarcimenti per fantomatici danni subiti.

La Cassazione pone un punto fermo a tutte queste cazzate, spiegando bene chi sono i colpevoli di questa storia.

Con la vana speranza che sia davvero l’ultima puntata.

UGUALI UN PAR DE PALLE!

E infatti è proprio il principale quotidiano sportivo italiano a farci capire che, aldilà di quanto auspicato dal Direttore Andrea Monti, non finisce qui, nè finirà mai.

L’analisi fatta sulla Rosea è sostanzialmente corretta anche se un po’ partigiana, quando si picca di indicare la Gazza tra i pochi media non assoggettati al succitato strapotere… Io me lo ricordo il moviolista Antonello Capone, assolto da qualsiasi addebito a livello giudiziario, ma che per quanto mi riguarda ha contribuito alla perdita di centinaia di punti paradiso, viste le Madonne che mi faceva tirare quando leggevo i suoi commenti sull’operato degli arbitri.

Ma non è quello a farmi arrabbiare. Come tanti, come tante altre volte, ancora una volta si sceglie deliberatamente di mischiare la rigorosa ricostruzione storica a pareri assolutamente personali, i quali però, inseriti in quel contesto, vengono elevati a una sorta di verità rivelata dall’oracolo.

Ad una frase di questo tipo:

Abbiamo scritto, e tutt’ora ribadiamo, che quel maledetto scudetto non avrebbe dovuto essere assegnato ai nerazzurri

è difficile non rispondere col turpiloquio. Le opinioni sono legittime, ma la legge dello sport è diversa: in ogni sport al mondo il vincitore è il primo classificato, tolti quelli penalizzati perchè disonesti. Chiedete a Carl Lewis come si sentiva a Seul nell’88, chiedete ai vari piloti di Formula 1 che vengono penalizzati quasi in tempo reale: poche balle, vince il primo degli onesti.

E qui arriva la prostituzione intellettuale, unita alla proverbiale simpatttìa interista.

Quella cazzo di relazione di Palazzi, di cui voglio andare a ripassare la genesi, visto che non si ha memoria di un procuratore che indaga su un defunto, pur nella sua malafede non ha potuto spingersi oltre alla constatazione dell’esistenza di telefonate tra i designatori arbitrali e Giacinto Facchetti.

Telefonate mai negate dal diretto interessato nè dall’Inter.

E soprattutto, telefonate ai tempi non proibite.

Telefonate dalle quali, mi si perdoni la partigianeria, emerge solo e soltanto il fondato sospetto di una persona per bene, buona sì ma non fessa, che temeva che qualcuno non stesse giocando pulito. Nulla più di questo, visto che la madre di tutte le intercettazioni, annunciata tante volte a ribaltare totalmente lo scenario processuale, non si è mai palesata, in quanto inesistente.

Quella stramaledetta relazione, che sommariamente conclude dicendo “sarebbe stato interssante approfondire i contenuti di quelle telefonate ma non si può perchè è passato troppo tempo”, continua ad essere richiamata nella malcelata speranza di poter fare di tutta l’erba un fascio, anche se da buona ultima la Cassazione ha ribadito che le due fattispecie sono su due piani totalmente distinti.

C’era un solo modo per zittire le serve, ed era quello, rischioso, di rinunciare alla prescrizione e sfidare le malelingue, di dimostrare, a mio parere senza nemmeno troppa fatica, che noi non siamo quella roba là. 

Si è invece deciso per la strada più facile, forse per timore della folla alla ricerca di nuovi colpevoli per giustificare i propri e consci di non avere dietro nessuno di quei poteri -politici, mediatici, industriali- che ti possono tenere a galla quando laggènte vuole il sangue.

E quindi, per lucido calcolo o per pavida consapevolezza, ci tocca sapere di aver ragione, ma non avere nessuno che te la dia fino in fondo…

Essere interisti è anche questo.

Sapevatelo.

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