QUESTO INVECE SI’

Perchè alla fin fine tutti stanno azzardando ragionamenti ed interpretazioni sul verbo del profeta indocinese, e quindi perchè io no?
 
… Che poi “induel’è l’Indocina?? Eh beh… bisogna andare a Lugano… e poi sempre dritto!”

Parto da una considerazione che pare di poco conto e che invece secondo me è sintomatica: il ragazzo, non so se avete notato, pronuncia alla stessa maniera le parole “passione” e “pazienza”. Dice “pèscienss”, credo intendendo la prima, ma pronunciando di fatto la seconda.

Detto che mi aspettavo un inglese (o almeno un americano, visto che si è laureato là) un po’ più fluent, l’apparente controsenso potrebbe avere un suo involontario significato.

I concetti di pazienza e di passione sono di primo acchitto molto lontani tra loro, eppure i ragionamenti fatti dal nostro in settimana mi sono sembrati un perfetto trait d’union tra le due sponde: quando dice che dovremo diventare e rimanere vincenti, anche a costo di dover aspettare qualche anno, Thohir in sostanza dice proprio questo:

Chi troppo vuole, se lo stringe!

Se vogliamo trovare un primo segno di discontinuità con la gestione simpatttica del Signor Massimo, potremmo sintetizzare che Thohir non vuole la Pazza Inter; vuole una squadra che si costruisca dalla base, e che cresca pezzo dopo pezzo.

I lustri passati ci hanno visto fare su e giù dalle montagne russe e questo, per mille motivi, non è più fattibile -da un punto di vista economico- nè tanto meno accettabile -dal punto di vista dei tifosi-. Il dover annaspare per un altro biennio tra il 3° e il 5° posto per poter essere “uno dei 10 Club che contano tra 10 anni” , personalmente è uno scambio che mi sento di accettare, purchè i segni di questa crescita, graduale s’intende, si vedano passo dopo passo.

Apprezzabile, e solo apparentemente ovvio, il riferimento ai ricavi da aumentare per poter (tornare ad) essere competitivi: altri avrebbero posto l’accento sui costi da ridurre e gli sprechi da abbattere. Il ragazzo ha invece perfettamente compreso che la strada in quel senso è già stata intrapresa, e che comprimere ulteriormente monte ingaggi e budget di acquisti vorrebbe dire decretare la morte sportiva del Club.

L’intervento è tecnicamente riuscito, il paziente è morto.

Trovare il modo per fare più soldi sarà la vera scommessa di Thohir, che parte da zero o poco più (mi riferisco alla Serie A più che all’Inter in particolare). Emblematica l’immagine dell’arrivo del neo-Presidente alla Pinetina, con tanto di bancarella di merchandising pizzottato a metri 3 dal cancello. In Italia siamo ancora anni luce da uno sfruttamento intelligente e oculato del marchio di una squadra di calcio. Anzi, il confine tra questo ed il puro mercimonio è assai labile.

I gobbi sono dolorosamente l’eccezione a quanto appena detto (si dice che con lo stadio nuovo abbiano triplicato i ricavi, mi par tanto ma la solfa è quella) mentre i cugini sono l’apogeo dell’equazione “squadra di calcio = fustino del Dixan”.

Se devo trovare critiche ai primi discorsi programmatici del nuovo capo mi vengono in mente due esempi:

1) Comprensibile, ma per me non condivisibile, il riferimento al bel gioco, che possa attrarre nuovi tifosi ad altre latitudini. Sono spocchioso, lo so, ma non prenderei il tifoso-medio statunitense o indonesiano (ammesso che detto tipo antropologico esista) come fine conoscitore del calcio e delle sue logiche. Questo per dire che, a voler assecondare i discutibili gusti dei fan di quelle latitudini, probabilmente uno Zeman stonato di ganja sarebbe l’ideale: vittorie per 6-4, sconfitte per 5-3, orrori in serie ma tanti gol, quindi tanto spettacolo.

No, grazie. Torniamo ai “gemelli diversi” pazienza/passione: ci vuole metodo per costruire una squadra vincente. Se vinci, la gente ti guarda e fa il tifo per te. Non stiamo a inseguire l’“exciting football” e americanate varie. Non ci conviene. Sportivamente, e quindi nemmeno economicamente.

2) Il nostro ha ripetutamente -e a ragione- elogiato il settore giovanile, pur sconfinando nel limaccioso terreno del semplicismo demagocico, quando ha lasciato trapelare concetti tipo “facciamo giocare i giovani che ci hanno tanta buona volontà”. Vi risparmio la mia censura a riguardo, già esplicitata in tante altre occasioni. Quel che non ho sentito, però, è stato il doveroso riconoscimento al “miglior” settore giovanile dell’Inter, e cioè ad Inter Campus.

Mi violento da solo, ragionando da businessman e non da tifoso, solo per un attimo: una roba come Inter Campus non è solo motivo di orgoglio per ogni tifoso, è proprio un asset da valorizzare, lì sì spendendo tempo, soldi e risorse per renderlo ancor più visibile, facendo crescere ancor di più la reputazione dell’Inter come club unico nel panorama mondiale del calcio: la prima e unica squadra ad aver vinto tutto schierando giocatori che arrivano da 4 continenti, il Club nato per dare la possibilità a tutti di vestire la propria maglia, che si è dato il nome più “mondiale” possibile, e che auto-definisce i propri tifosi “fratelli del mondo”.

Insomma, non devo essere io a insegnare come sfruttare queste cose, ma magari il ragazzo era distratto e gli è passato di mente…

Poco male, siamo qui per questo!

Mr President

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