LUCIANINO DA CERTALDO: ESEGESI CRITICA

E’ vero che qualsiasi individuo sano di mente aspetterebbe la fine del Campionato per esprimere giudizi sul Mister, ma non appartenendo io alla categoria, mi sbilancio e mi porto avanti, conscio del fatto che il mio giudizio di merito non cambierà in funzione della partita di domenica sera, per quanto importante possa essere (e cazzo se lo è!).

Partiamo dalla fine: deve essere confermato, senz’ombra di dubbio.

Non solo e non tanto perché di meglio all’orizzonte in questo momento non c’è: se anche il Cholo, o perfino Mourinho, dovessero uscire pazzi e mostrarsi interessati alla nostra panchina, logica e strategia vorrebbero che FozzaInda declinasse cortesemente l’invito, confermando invece piena fiducia ad un allenatore che ha iniziato un percorso, che ha trovato una squadra fatta in buona parte non da lui, che ha contribuito a migliorare nel mercato di Gennaio con il prestito di Rafinha e con il “ripescaggio” di Cancelo.

Se ci guardiamo in giro, è alquanto raro che una squadra inserisca di fatto due titolari da Gennaio in poi.

Insomma, la conferma se l’è meritata: Icardi ha sfiorato i 30 gol in campionato, Brozovic sembra un giocatore affidabile, Skriniar una garanzia assoluta, Handanovic e Perisic due certezze al netto dei rispettivi, fisiologici difetti. La semina è stata fatta, la speranza è che il grano maturi bene.

Ovvio che ci sono dei “però”:

  • Gli inserimenti di Vecino e Borja Valero, che pure mi avevano visto tra il convinto e l’entusiasta, hanno dato meno di quanto previsto, essenzialmente per motivi fisici. Ma se per l’uruguagio è lecito aspettarsi che la pubalgia resti solo un brutto ricordo, il problema per Borja è proprio la velocità di crociera che non pare (più) adatta alle necessità del Campionato.

Maestro di calcio, lo spagnolo, ma temo non più proponibile come titolare in pianta stabile per sopraggiunti limiti fisici più che di età.

  • Cervellotica la questione dei terzini: la stagione comincia con D’Ambrosio a destra e Nagatomo a sinistra. I risultati sono tutt’altro che eclatanti ma galleggiano nel mare della decenza. La voglia di stupire, o di portare nella rosa dei “titolarabili” anche gli altri, lo porta a inserire nelle rotazioni prima Dalbert e poi Santon, con risultati scadenti.

Spiace davvero accanirsi sull’ex Bambino d’Oro, ma più volte anche in questa stagione la presenza del terzino italiano ci è costata punti preziosi. Non è colpa di Spalletti se Santon è inadeguato all’Inter. È colpa sua però se di ciò non tiene conto e continua a riproporlo. Tanto più che a Gennaio ha dato l’assenso alla partenza di Nagatomo, tutt’altro che un fenomeno, ma senza dubbio più affidabile dell’altro.

 

  • La gestione dei cambi è uno degli aspetti per cui un allenatore più spesso finisce nel mirino della critica. Spalletti non fa eccezione, visto che la partita col Sassuolo è stata l’ultima di una serie di situazioni in cui il nostro non ha finito di convincermi.

Ora: visto come (non) ha giocato Cancelo sabato, e volendo tentare la rimonta, a mio parere l’ingresso di Karamoh nella ripresa avrebbe anche potuto avere una sua logica, ma ricordiamo di chi stiamo parlando. Il francesino è un diciassettenne tutto istinto e corsa, fisiologicamente acerbo e calcisticamente “non-pensante”. Se vuoi metterlo in fascia, quello da cavare è Cancelo, non Candreva. Candreva vive una relazione di amore-odio con San Siro, ma anche il più avvelenato dei vecchietti del primo anello arancio gli deve riconoscere abnegazione, corsa e intelligenza (o quanto meno intelligenza superiore ai due colleghi di reparto).

Invece no, nell’ultima mezz’ora contro il Sassuolo, invece di avere un inutile ballerino di tip-tap sulla fascia, ne abbiamo avuti due. Non ci voleva un genio a pronosticarlo.

  • Aldilà delle sostituzioni, riguardo alle quali potrei citare gli ultimi minuti di Inter-Juve ma tirerei in mezzo gente già coinvolta ai punti precedenti, mi vorrei soffermare sui cambi di modulo, in corsa o ab initio sui quali tante volte non sono stato d’accordo.

In particolare, ricordo con sgomento la scelta di schierarsi “a specchio” dell’Atalanta nella trasferta di Bergamo, complicata già di suo, che fa il paio con il quarto d’ora impiegato sabato sera per far capire ai suoi che dovevano mettersi a tre dietro.

Personalmente sono un fautore dell’intercambiabilità di uomini e schemi, ma come dice quel tale est modus in rebus: la cosa deve essere fatta per creare un problema al tuo avversario, non ai tuoi giocatori.

  • Come comunicazione il ragazzo è giusto un file verboso e ridondante, ma per lo meno parla e lo stanno a sentire. Per nostre tare apparentemente incolmabili abbiamo bisogno che l’allenatore sia anche il nostro capopopolo, non avendo -ancora- una Società che sappia farlo in autonomia. Motivo per cui ben venga la sua supercazzola con scappellamento calcistico come se fosse di trequartista.

Queste le principali carenze che spero possano essere colmate nel secondo anno di panchina, che ribadisco essere doveroso.

Sarò banale, ma continuo a pensare che la maniera più efficace per migliorare qualsiasi gruppo di lavoro sia rinforzare quel che di volta in volta risulta essere l’anello debole della catena. E, pur con le Madonne che gli ho tirato dietro quest’anno, senz’altro non è lui il problema.

Dirò di più: il problema, Mazzarri, Gasperini e De Boer a parte (ma l’olandese pagava colpe non sue) non è mai stato l’allenatore. E’ stata la scarsa progettualità da parte della dirigenza, la mancanza di fiducia nel Mister di turno e soprattutto l’incapacità di accontentarlo prima e difenderlo poi ai primi scricchiolii.

La speranza è che dopo una decina di panchine fatte saltare in 7 anni, si sia capito che il gioco è bello quando dura poco.

Non gli resta che guidare la nostra armata Brancaleone all’ultima vittoria, e la sua stagione da 6,5 passerà all’8 pieno.

In ogni caso non rischia esami a settembre.

Beato lui…

Spalletti

“Dieci e lode” (cit.)

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