NOT IN MY NAME

ROMA-INTER 2-1

Chiariamo subito come stanno le cose: non mi sentirete mai -dico mai- lodare una squadra spregiudicata e votata all’attacco, se essere spregiudicati e votati all’attacco vuol dire lasciare una dozzina di occasioni colossali al tuo avversario.

E’ più o meno quel che è successo tra Roma e Inter, che del resto già a fine anni ’90 avevano dato vita ad un delirio simile, seppur preferibile per gli interpreti in campo e -soprattutto- per il risultato finale.

Insomma, sarò banale e prevedibile, ma continuo a ritenere il paragone tra squadra di calcio e solida casa -entrambe da costruire partendo dalle fondamenta- centrato prima che stantìo.

Del resto, come diceva il preside de La Scuola di Daniele Luchetti: “non facciamo poesia!“.

Quella la lasciamo a Zeman e i suoi adepti (Signor Carlo batti un colpo se ci sei).

Le scelte di De Boer sono -al solito- abbastanza obbligate  in quasi tutte le zone del campo. E’ ormai evidente che la sola coppia di centrali proponibile sia Miranda-Murillo, con i massimi meriti per il brasiliano (pur non brillante in questa circostanza), e con il colombiano a mostrare sempre più i peggiori difetti del giocatore tutto fisico e niente cervello. Ciononostante, le alternative si chiamano Ranocchia e -se mai guarirà- Andreolli, quindi…

Sulle fasce salutiamo l’esordio stagionale di Ansaldi che nella mediocrità dei pari-reparto emerge in tutta la sua decenza. Sull’altra fascia, trovo Santon e non Nagatomo: come detto mediocri entrambi, ma se non altro il giapponese avrebbe il physique du rôle per fronteggiare l’indiavolato Salah, come già mostrato nella stagione scorsa.

L’egiziano passerà quindi l’intero primo tempo a bucarci da tutte le parti, con l’ex Bambino d’Oro e il mezzo cugino di Ramiro Cordoba a limitarsi a rimirargli le terga.

Passando a metacampo, e tralasciando l’imprescindibile Medel, ritroviamo Joao Mario con mia grande sorpresa, essendo venuto meno un classico della letteratura nerazzurra. Da anni, il giocatore interista acciaccato e prossimo al rientro è dato come titolare sicuro fino al mercoledì, come possibile subentrante fino al venerdì, come probabile panchinaro al sabato e come spettatore in tribuna alla domenica “per non correre rischi”.

Il portoghese è invece in campo, seppur a scartamento ridotto, e partecipa alla fiera dell’errore che fa arricchire in modo esponenziale il turpiloquio italiano di Franchino De Boer.

Un valido rincalzo avrebbe probabilmente permesso a Joao Mario di starsene seduto in panchina, ma il ragionamento fatto per i centrali di difesa si applica perfettamente anche per la nostra mediana. Brozovic pare tutto preso nell’opera di distruzione di se stesso a furia di tweet e post di instagram quantomeno intempestivi, mentre Kondogbia ne ha così da correre per farsi perdonare le merdate di inizio stagione. Morale: Joao stai in piedi? ok, giochi!

Banega, terzo di centrocampo o trequartista alle spalle di Icardi, è invece il migliore in campo tra i nerazzurri, fin da quando cerca di rimettere la macchina in carreggiata dopo il subitaneo gol di Dzeko: il tiro di destro è simile a tanti bolidi visti partire negli anni dai piedi di Stankovic. E -come spesso capitava all’amatissimo Drago- la legnata finisce sul palo (interno) ed esce, tra le madonne mischiate a un laconico “noi una botta di culo mai…“. In realtà, a volerla vedere con gli occhi del tifoso-non-troppo-accecato, anche la Roma ha da rimuginare, paradossalmente proprio contro quel Salah che tanto crea ed altrettanto spreca.

Morale, il primo tempo finisce con una gragnuola di occasioni da ambo le parti (più loro che noi a dire il vero), ma col risultato ancora fermo all’1-0 iniziale.

La ripresa vede i nostri un po’ -giusto un po’- più attenti nelle ripartenze da dietro: non perdere palla in uscita sui tuoi 30 metri in effetti non è una cattiva idea, e piano piano si riesce a costruire qualcosa, pur lasciando qualche spazio alla Roma. Gnoukouri dà il cambio a un esausto Joao Mario, e poco dopo Nagatomo fa altrettanto con Ansaldi: il nippico e Santon si scambiano la fascia e forse anche per quello Salah cala il suo indice di pericolosità.

I due cambi mi avevano fatto storcere il nasone di primo acchitto ma, viste le alternative disponibili in panca, avevano finito per convincermi. Oltretutto, seppur non per merito loro, sia chiaro, con i due nuovi in campo arrivava il pareggio, con un bella giocata made in Rosario tra Banega e Icardi: il centrocampista scarica al “9” e detta l’imbeccata in area; Maurito esegue e il giargiana argentino riceve, mette culo-a-terra De Rossi prima di incenerire Szczezny di sinistro.

Non nego di aver sperato nel ribaltone a quel punto, stante un Icardi sostanzialmente ancora inoperoso fino al tocco appena descritto, e con 20 minuti ancora da giocare.

Epperò, poco dopo Candreva lascia posto a Jovetic. Ora, Candreva è romano, romanista ma ha giocato nella Lazio per anni: un cortocircuito mentale difficilissimo da reggere, e la sua partita ne è la conferma. Ha cercato per tutti i 75 minuti in cui è stato in campo la giocata leggendaria, sfiorando il gol con una bella girata di sinistro e producendosi in una sforbiciata senza senso dal limite dell’area piccola, quando una comoda girata di piattone sarebbe stata assai più efficace. Detto ciò, stava sfanculando tutti da un buon quarto d’ora, in chiara sindrome da “sono in guerra contro il mondo“, quindi il cambio se l’è di fatto chiamato da solo.

Il problema è stato il subentrante. Cazzo Franchino… metti Eder, metti Gabigol, ma proprio Jovetic?

Sì, proprio lui. Prende palla e si produce nel suo numero preferito (24 tocchetti per avanzare di due metri), ma poco dopo fa di peggio, ripiegando generosamente al limite della nostra area e sgambettando in maniera tanto stupida quanto evidente un avversario.

Punizia regalata, che ovviamente i nostri avversari sfruttano con l’involontaria collaborazione di Icardi che, di capoccia, devia il colpo di Manolas e spiazza Handanovic.

A quel punto è evidente che è andata, e anzi temo altre praterie lasciate ai giallorossi in un poetico ma psichiatrico arrembaggio finale. In realtà non è così. Handanovic fa in tempo a fare l’ultimo miracolo e salire sull’ultimo corner per cercare il jolly della domenica, che è però già uscito a Milano un paio d’ore prima, e quindi torniamo a casa con zero punti.

Appendice del Tennico: la sola cosa che mi fa ben sperare è che buona parte delle occasioni della Roma sono frutto di errori individuali dei nostri. Non sono in sostanza errori “di sistema”; voglio sperare che difficilmente vedremo ancora Joao Mario perder palla come un Morfeo qualsiasi. Girano lo stesso, ma almeno hai la speranziella che ‘sti qua, prima o poi, capiscano che non c’è spazio per i ghirigori in uscita e urgono palle quadre.

Citando il Professore, nell’undicesimo anniversario della prematura scomparsa, e riallacciandomi all’incipit di questa sbrodola:

“Io non faccio poesia, io verticalizzo”

LE ALTRE

La Juve, dopo un primo tempo di rodaggio, in meno di dieci minuti regola un Empoli non proprio granitico, mentre il Napoli becca un ceffone a Bergamo che ai più -me compreso- fa pensare inconsolabilmente “ecco,  i Gobbi sono già in fuga, maledetti…“.

Dietro queste due una gragnuola di squadre, che inopinatamente comprende i nostri cugini. Vittoria da Milan quella contro il Sassuolo, intendendo con la locuzione “da Milan” quel mix di culo, errori a favore e tiri della domenica su cui hanno costruito vittorie quando non campionati (see Scudetto 1998-1999 for further reference).

Eccoli infatti segnare l’1-0 su deviazione decisiva di un avversario (altro che “gran botta di Jack Bonaventura“, la bagassa tua…), eccoli inciampare nelle primule con Abate e regalare il pari un minuto dopo. Eccoli soprattutto beneficiare della classica svista arbitrale con Donnarumma che stende l’avversario dopo essere andato a farfalle, ovviamente impunito. Eccoli poi beccare due gol in tre minuti e non capirci più un cazzo fino al ritorno dei grandi classici: #rigoreperilmilan per spinta di (e non su) Niang in area emiliana a metà ripresa e gol della domenica di Locatelli poco dopo, con le lacrime del 18enne che in cuor mio spero essere di vergogna e non di gioia, visto l’immeritatissimo pari.

Ma come sappiamo, c’è una parte di Milano in cui splende sempre il sole, e allora addirittura Paletta si trasforma in novello Nordhal e incorna il 4-3 che leva gli argini alla melensa retorica dei “ragazzi italiani del settore giovanile rossonero che tanto bene sta facendo in questi ultimi anni“.

E’ COMPLOTTO

Non c’è molto da dire, se non per chi ha orecchie tarate come le mie, capaci di intercettare critiche e incoerenze là dove il volgo ignorante non sente niente.

Mi trovo così -apparentemente è senza senso, lo riconosco- a smadonnare contro Vialli perchè dice quel che dico io e cioè “si va beh, tante belle occasioni da gol, ma le difese? E’ stato il festival degli errori“. Lo maledico pur essendo d’accordo perchè il ragionamento andrebbe fatto sempre, cioè anche quando altre squadre mettono sul banco prestazioni così sbarazzine. Lì invece no, lì è il cuore, è lo spettacolo, e meno male che una volta tanto non c’è stato spazio per tanti tatticismi.

Tipo Milan-Sassuolo, insomma… Ma lì giocavano i giovani e gli italiani, quindi evviva.

Se poi penso che la tesi opposta -e cioè “facciamo i complimenti agli attacchi delle squadre, non stiamo a guardare le difese…“- è sostenuta dall’insopportabile Massimo Mauro, la decisione sulla parte del tavolo a cui sedersi è presto fatta.

La beffa della partita di San Siro è che tutti gli errori dell’arbitro Guida sono stati analizzati dai colleghi del V.A.R.. Pertanto, giocando con la fantasia e spostando il calendario avanti di un paio d’anni, un po’ delle minchiate commesse dal prode fischietto avrebbero potuto essere corrette seduta stante, ripristinando un andamento corretto del match.

Tutto bello vero? Eh no, non per il calabrese cantilenante: “se togli l’errore umano dal calcio, togli la poesia dallo sport“.

Abbi almeno la decenza di tacere, gobbo maledetto…

Infine, ho letto con interesse i due articoli del Malpensante in cui sostanzialmente si illustravano le ragioni per amare o odiare Massimo Moratti in funzione di Presidente dell’Inter (amore e odio sono ovviamente da ridursi al solo ambito calcistico).

Ebbene, fatte le dovute distinzioni lessicali e prestandomi al gioco, mi sono scoperto un rancoroso odiatore della gestione simpatttica e familistica del Club.

Ho spesso pensato di scrivere un elenco degli errori commessi dal Signor Massimo, ma poi alla fine non ne ho mai avuto voglia e tempo fino in fondo. E’ poi vero che nessun altro Presidente sarebbe riuscito a vincere come ha vinto lui -e cioè in maniera limpida, evidente, quasi romantica.

Eppure, forse perchè un tipo di mecenatismo simile è ormai fuori dalla storia calcistica attuale, il suo pressapochismo strategico e gestionale balza ancora ai miei occhi come un errore imperdonabile.

Ecco perchè ho salutato con un più che esplicito “occccazzo” il ritorno della dichiarazione-resa-con-la-consueta-disponibilità-sotto-gli-uffici-della-Saras, con cui il nostro non chiudeva all’ipotesi di un clamoroso ritorno alla presidenza del Club.

Ma come? proprio adesso che stiamo cominciando a comportarci da Società adulta, che punisce i giocatori che fanno cazzate e sostiene il proprio allenatore nei momenti di difficoltà; proprio adesso che la comunicazione pare un poco -solo un poco- meno improvvisata e naif, deve tornare il vecchio patriarca a dire “abbiamo scherzato, alla fin fine non è cambiato niente. Continuate pure coi vecchi luoghi comuni sulla squadra pazza e il Presidente troppo buono, chè tanto noi siamo signori e mica ci offendiamo“.

Speriamo di no…

WEST HAM

La maledizione di Boleyn Ground continua, e forse non è solo una leggenda. A ‘sto giro riusciamo addirittura a strappare un pari in casa e a muovere la classifica. Payet fa una gol tecnicamente definibile come “della Madonna” ma purtroppo continua a predicare nel deserto. Vedremo il seguito della stagione….

rom-int-2016-2017

Chissà come si dice “spaco botilia amazo familia” in olandese?

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