IL GIARDINIERE PROVETTO

TORINO-INTER 0-1

No, il caro Julio Cruz non c’entra.

C’è invece una piccola premessa ortofrutticola da fare: chi mi conosce sa che non amo particolarmente la roba verde da mangiare (eufemismo), e che anche a livello di fiori e piante ho il cosiddetto “pollice nero“. Le rare volte in cui mi decido a comprare un mazzetto, i servizi segreti del settore vivaistico si passano l’informazione, riuscendo a rifilarmi cadaveri a forma di margheritona, accompagnati dalla solita frase sibillina:

“Questi con l’acqua giusta le durano almeno due settimane”

Nella mia ignoranza, l’acqua giusta vuol dire annegarli ogni giorno in ettolitri di rubinetto. Peccato che poi solitamente mi scordi di farlo, il che è un dettaglio non da poco, lo riconosco…

Tutta ‘sta spataffiata per un dubbio amletico da simil –giardiniere: meglio far crescere una piantina sola, destinando a lei tutta l’acqua e le cure a disposizione, o prendersi cura di tutto il giardinetto, suddividendo acqua e premure in parti uguali tra tutti?

Il Mancio sta piano piano scivolando verso la seconda opzione, continuando a girare vorticosamente uomini e schemi, e portando avanti 3 o 4 idee di squadra diverse.

I risultati gli danno ragione e ciò fa impazzire i critici, a cui paiono non mancare ragioni per impalarlo. Eppure continuiamo a essere primi, segnando poco ma subendo meno. Settimo 1-0 della stagione e tutti a rosicare.

Per l’occasione il Mancio, oltre ad una discutibile sciarpa con il Padre Nostro scritto in tutte le lingue del mondo, sfoggia un 3-5-2 a specchio rispetto al Toro di Mr Ventura. La scelta mi fa sobbalzare tanto quanto la formazione scelta contro la Roma, ma proprio per la lezione imparata settimana scorsa (riassumibile nell’assioma “lui ne sa, tu no“) sotto-sotto sono tranquillo.

Difatti partiamo bene, nonostante un Felipe Melo meno presente rispetto al solito, compensato di contro dal miglior Kondogbia della stagione, forse non a caso eroe di giornata con il suo primo gol in Serie A. A preservare il preziosissimo vantaggio ci pensa nella ripresa Handanovic con le ormai solite e solide parate.

La partita non ha molto da dire, anche perchè noi -gol a parte- non tiriamo quasi mai in porta, mentre loro tentano insistentemente di buttarsi in area (vero Amauri? vero Maxi Lopez?) salvo poi tacciare noi di antisportività quando perdiamo tempo nelle rimesse laterali.

A scanso di equivoci, l’arbitro di giornata mostra di non subire la sudditanza psicologica contro la grande di turno (da leggere in tono lievemente sarcastico), comminando un totale di 8 minuti e mezzo di recupero (2 nel primo tempo, addirittura 6 e 30 secondi nella ripresa).

Quando si dice il carisma dei grandi…

LE ALTRE

Cambia poco o nulla in cima, visto che noi, Viola, Napoli, Roma e Sassuolo vinciamo tutti. I cugini strappano un pari che avrebbe dovuto essere sconfitta, ma che col proverbiale culo visto a quelle latitudini stava per trasformarsi in vittoria beffa, con Cerci tutto solo al 93′ a sparare fuori stremato da posizione defilata.

Concordo con chi dice che alla lunga Napoli e Roma emergeranno, ma è comunque bello essere in testa dovendo sostanzialmente ancora cominciare a giocare a calcio.

COERENZA E CENTROCAMPO

Piccola digressione di Calciominchiata fuori stagione: il caso Pirlo.

È vero che per tutta l’estate ho lamentato l’assenza di un regista nel nostro centrocampo, che potesse dare geometrie e fosforo come variante alla forza fisica e alla carogna ignorante.

Detto questo, so anche quel che penso di Pirlo, e non da oggi.

Poichè continuo a ritenere la coerenza un pregio e non un difetto, vado controcorrente rispetto alla solita pletora adorante e mi dichiaro fieramente contrario al possibile arrivo del trentasettenne nel mercato di Gennaio.

Il tutto per i seguenti motivi:

Voglio credere che il non aver pensato ad un regista in estate sia stata una scelta del Mancio. Scelta personalmente non condivisa, ma senz’altro rispettata. Se è così (e non può che essere così, perché se non ti sei accorto che Felipe Melo non fa quello di mestiere sei da ricovero), non capisco il motivo di cambiare idea a Novembre, con la squadra ai piani alti della classifica. Gestisci al meglio la rosa che hai, valorizza Kondogbia, prendi il meglio che può darti Brozovic e vai avanti.

Ammesso poi che arrivi, ho due domande. La prima di carattere psicologico (o psichiatrico, conoscendo i miei polli): come reagirà il già non granitico equilibrio neuronale della nostra mediana? Il messaggio che passa è:

“Siete bravi ragazzi, eh? Ma non capite un cazzo.

Adesso arriva quello là e vedrete…”.

L’altro dubbio è di prospettiva: ipotizzando che arrivi, e concesso che faccia pure bene nei mesi di permanenza (tre? sei?) alla fine ti ritrovi ad aver creato un “bisogno indotto” che non riesci a soddisfare. Hai abituato la squadra a giocare in un modo non sostenibile da Giugno in avanti: a quel punto ti metti a cercare un altro regista? Non ci credo neanche se lo vedo.

Ultimo, anche in ordine di importanza, è il motivo più epidermico: Pirlo mi sta sui maroni, è espressione di un calcio venerato da tutti come l’unico ammissibile al mondo, mentre l’Inter ha dimstrato al mondo che si può vincere (e ripetutamente) anche senza il regista illuminato da cui passa tutto il giUoco.

È COMPLOTTO

Un paio di gustose conferme circa la considerazione di cui i nostri godono nel mondo calcistico.

La Gazza di sabato sottolinea correttamente che, nonostante abbia in rosa due criminali come Melo e Medel, l’Inter sia tra le squadre meno fallose della Serie A.

Non dice che, a fronte di ciò, ha già dovuto terminare tre partite in dieci uomini ed ha collezionato un considerevole numero di cartellini gialli.

Inosmma, la dice ma non la dice tutta.

Scendendo nei particolari, vediamo che i nostri, penultimi nella classifica dei falli fatti, sono invece invidiabili terzi in quella dei cartellini gialli e rossi.

Una bella media, non c’è che dire: ai nostri bastano meno di cinque falli per veder uscire il cartoncino giallo, mentre alle altre grandi -o supposte tali- ne servono più di sei (andiamo dal 6,2 dei gobbi, al 6,7 di media tra Napoli, romane e Viola, agli inevitabili 7,6 dei Meravigliuosi –chè loro propongono giUoco, si vogliono bene e sono ontologicamente incapaci di far del male a chicchessìa).

Non è certo il primo anno in cui i nostri falli hanno un peso specifico “particolare” in relazione ai cartellini presi, ma -come detto- è rassicurante vedere che certe cose non cambiano mai (e raramente vengono sottolineate).

Quel sapientino intollerabile di Riccardo Trevisani di Sky nei giorni scorsi definisce testualmente iper-mega sopravvalutato Kondogbia; poi pare ammorbidirsi dicendo che verrà fuori nel lungo periodo, sancendo comunque il suo dissenso nell’averlo pagato quaranta milioni.

Non sprecherò ulteriori KB per ricordare le vere cifre dell’operazione. Mi limiterò ad attendere che la cifra lieviti in maniera simile agli “ottantamila-di-Barcellona” di quella farsa che fu la finale di Coppa Campioni Milan-Steaua del 1989.

Godibilissimo il contrappasso nel sentire proprio Trevisani dover commentare il primo gol di Kondogbia che ci ha dato i tre punti a Torino.

Cambiando campo, dalla tristezza di un Olimpico mutilato dal tifo delle curve emerge comunque una nota di involonataria ilarità. Il lavoro di lingua di Paolo Assogna con Garcia è ai limiti della perfezione, quando gli fa notare che, per la prima volta in un Derby, i giallorossi non schieravano nemmeno un italiano. Mentre già mi apprestavo a sfancularlo, arrivando quasi a godere del successo giallorosso pur in assenza di pedatori italici, ecco il triplo carpiato: “Non è che questa assenza di italiani possa favorire la Roma, togliendo la tensione tipica di queste partite?“.

Noi siamo indegni e dovremmo vergognarci di non avere (quasi) italiani in rosa.

Agli altri invece gli stranieri tolgono la tensione. Quando si dice la coerenza.

Infine, non ho problemi ad unirmi all’applauso pressochè unanime per la Fiorentina, coinquilina di pianerottolo in cima alla classifica. So di rischiare il processo alle intenzioni, ma mi è parso un tantino eccessivo il continuo riferimento al gioco, allo spettacolo, alla manovra corale, al “non è certo un caso se LORO sono in testa alla classifica“.

Vero Riccardo Gentile e Ambrosini Massimo? Pigliatevi un antiacido e state tranquilli: non durerà, purtroppo, come spiegato prima. Non rovinatevi il fegato…

WEST HAM

La partita che avrei voluto vedere dal vivo (ma che ho invece seguito solo via web visto che anche nella biglietteria online degli Hammers c’è il complotto e non si riesce a comprare un cazz…) si chiude con un pari con l’Everton.

Classifica un po’ meno entusiasmante di qualche settimana fa, ma sempre di tutto rispetto.

Esulta chè hai segnato! Su un po' di casino...

Esulta chè hai segnato! Su un po’ di casino…

PERCHE’ PIRLO E’ SOPRAVVALUTATO

Prima di ricevere la lapidazione da tutti voi amanti del bel giUoco e sdilinquite groupies dello sguardo lisergico del 21 bresciano, vi invito a soffermarvi sul titolo:

Ho detto “sopravvalutato”, non ho detto “bidone” o “brocco”.

Fatta chiarezza sul senso di questo post (provocatorio ma non troppo), vado ora a dimostrare empiricamente quanto sostenuto nella tesi, forte della mia proverbiale ars oratoria (antani con scappellamento a sinistra) e certo di (non) convincervi del fatto che c’ho ragione.

CAHIER DE DOLEANCE

1) Partiamo dalle certezze. Pirlo è un regista: ruolo suggestivo, che affascina noi italiani, solitamente più portati all’assolo e alla finalizzazione, affascinati dall’estro creativo del fantasista o del centravanti. Il “regista” è un ruolo diverso, che presuppone intelligenza (quantomeno calcistica), preparazione, coordinamento tra parti diverse della squadra, attenzione al percorso più della meta: tutte cose che poco si conciliano con l’indole italica -non solo pallonara.

2) Forse proprio per queste caratteristiche, questo giocatore è stato unico o quasi nella sua generazione. Non me ne vorranno i vari Montolivo, Aquilani, Marchisio o De Rossi: buoni o ottimi giocatori, ma fanno un altro mestiere. Pirlo, se mi si passa il paragone, è stato l’unico nipotino maschio in una nidiata di belle nipotine: è ovvio che i nonni avranno per lui sempre un occhio di riguardo.

3) Così è stato per la stampa italiana (i “nonni” del caso): il bambino è senz’altro bravo, per di più ha avuto successo nelle due squadre storicamente amiche dei media  (“ho giocato nei due più grandi club del campionato” e nessuno dice niente???): da lì al “santosubito” il passo è breve.

4) Se a ciò aggiungiamo il fatto che nell’Inter ha sostanzialmente toppato, abbiamo anche la ciliegina sulla torta, potendo dar fiato ai Luoghi Comuni Maledetti:

Era già un fenomeno, ma l’Inter non ci ha capito un cazzo“. L’Inter intanto l’aveva preso dal Brescia a 16 anni, evidentemente intuendo che dietro a quello sguardo c’era di più.

Ha poi avuto la sfiga di capitare nell’anno disgraziato dei 4 allenatori (Simoni-Lucescu-Castellini-Hodgson) e in quello ancor più indigesto di Lippi-Tardelli: difficile emergere in quel casino, difficile fregare il posto a Baggio o Simeone. DIfficile soprattutto pensare che dietro quel trequartista talentuoso ma discontinuo potesse celarsi il regista con le qualità descritte in precedenza.

E qui arriviamo alla seconda balla:

Ancelotti al Milan l’ha spostato 30 metri indietro, con un colpo di genio“. Come già ricordato in un altro post, fu sì un Carletto ad avere l’idea vincente: purtroppo non il celebratissimo Ancelotti, bensì il ruspante Mazzone, a.k.a. Er Sor Magara, che decise di non spostare un certo Roberto Baggio dalla sua mattonella preferita e di sfruttare il ragazzo davanti alla difesa.

L’Inter l’ha dato al Milan in cambio di Guly“. Curioso poi come la verità non sia mai abbastanza bella e vada sempre condita un po’.

Non ho problemi a riconoscere l’errore dell’Inter nel vendere il ragazzo, perdipiù al Milan. Dire però che l’Inter da quella vendita ci ricavò 35 miliardi di lire evidentemente non rende la favoletta  così divertente.

5) Strano, infine, che tutta questa folla adorante negli anni si sia ridotta a sparuto crocchio quando c’è stato da assegnare riconoscimenti individuali ai campioni del calcio europeo: e sì che il ragazzo nella sua carriera di coppe ne ha alzate, e quindi il “gancio” giusto per poter ambire al Pallone d’Oro ci sarebbe anche stato.

Eppure, ecco la blasfemìa calcistica: zeru tituli, e pure zeru podi, chè evidentemente, anno dopo anno, i parrucconi giurati europei si ostinavano a guardare in altra direzione, premiando di volta in volta i fuoriclasse di Real e Barça.

Prevengo una possibile polemica che nei vostri panni mi farei all’istante:

Ma come, ci hai  rotto le balle col complotto contro l’Inter del 2010, vergognosamente esclusa dal podio del Pallone d’Oro, e adesso usi la stessa “base dati” per ridimensionare le qualità del nr 21?

Prima risposta:

Sì e allora? problemi?

Seconda risposta (un pocolino più articolata):

In quel caso si è voluto ignorare che i tre giocatori sul podio (Messi, Xavi e Iniesta) quell’anno erano stati battuti sonoramente da Milito, Sneijder e Zanetti (tre a caso che avrebbero avuto il diritto di sostituire i blaugrana).

Detto ciò, devo purtroppo riconoscere che l’Inter solo nel 2010 ha goduto di quel tipo di visibilità internazionale, che avrebbe potuto (e dovuto) garantire a uno dei suoi campioni un riconoscimento di quel tipo.

Il caso di Pirlo, mi duole ammetterlo, è diverso: qui il giocatore viene decantato come un fuoriclasse assoluto degli ultimi 10 anni, quindi la sua reiterata assenza dal “jet set” internazionale per tutto questo periodo la definirei accecante…

(IN)DEGNA CONCLUSIONE CON COMPLOTTO INCORPORATO

Come spesso succede, però, il bersaglio della mia polemica non è tanto il soggetto in sè: Pirlo, come detto, è a mio parere sopravvalutato, ma resta un grande giocatore.

Sono fazioso, ma non negazionista.

Quel che vorrei capire dalla critica adorante è il perchè di questo titolo:

Raga: mettiamoci d'accordo però...

Raga: mettiamoci d’accordo però…

Quel che non mi è chiaro è il senso di statistiche di questo tipo:

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Cari pennivendoli italiani: per una volta, mettiamoci d’accordo.

Ci avete passeggiato sui testicoli coi tacchi a spillo (cit. Il Necchi) per anni, come i più indefessi dei Testimoni di Geova. Avete sbrandato intere famiglie di appassionati alle 7 della domenica mattina urlando al citofono che “il Tiki Taka è il solo modo di giUocare al calcio” e demonizzando ogni deviazione da quel dogma.

Il contropiede è stato ovviamente bandito in prima istanza, e subito dopo è toccato al “lancio-lungo-a-scavalcare-il-centrocampo”.

Ah, che orrore il passaggio a 30 metri sul centravanti che la butta dentro.

Ah, quale nefasto spettacolo ai nostri occhi di amanti del gioco corto-umile-intenso dover assistere a pochi tocchi di palla per andare in rete.

Ah, quale irreparabile bestemmia calcistica la verticalizzazione immediata dell’azione senza i mille tocchi in orizzontale.

Da interista permaloso, ho sempre sentito queste lagne rivolte ai miei eroi in braghette, che hanno nel loro DNA un “calcio speculativo, basato sulle individualità dei singoli a coprire le carenze di manovra della squadra” quasi che l’Inter fosse endemicamente incapace di fare 3 passaggi di fila.

Epperò: se lo stesso tipo di gioco lo fa Andrea Pirlo, ecco che il lancio lungo diventa un taglio di Fontana, un’opera d’arte da esporre al MoMA: gli americani lo chiamano Maestro, la gente gli bacia i piedi, è il nostro miglior talento, vivalitaglia.

Non sarà forse, pletora di ovini prezzolati, che giocare bene al calcio è un concetto soggettivo e soprattutto non univoco? Non sarà che la squadra davvero forte è quella che mette i suoi giocatori in condizione di fare quel che gli riesce meglio?

Non sarà, in altre parole, che il problema non sta nè nel lancio lungo, nè nella fitta ragnatela di passaggetti a tre metri, bensì nella capacità tecnica di riuscire a vincere le partite giocando in uno di siffatti modi?

Meditate gente, meditate…