A DISPETTO DEI SANTI

LAZIO-INTER 2-3

Ci siamo, ‘ngul’attuttiquanti. Ci siamo!

Dopo sei anni vestiamo i panni (divertenti per una notte ma preoccupanti per la nostra reputazione) dell’amico che si presenta alla festa non invitato e già brillo.

Mi ricollego solo un attimo ad una delle mie ultime sbrodole per sottolineare come la strada da percorrere sia lunga, in salita e piena di curve. Nessuno regala un cazzo, a gente come noi, e quindi l’assenza dalla cèmpions per ben sei anni fa passare la nostra qualificazione come un evento, qualcosa di eccezionale e difficilmente ripetibile.

Non siamo mica quelli che hanno il DNA europeo.

E però, con grande scuorno di dotti, medici e sapienti, nell‘Europa che conta ci andiamo noi.

Non ho alcun problema nell’affermare che sui 9 mesi di Campionato, la Lazio avrebbe meritato almeno quanto l’Inter di arrivare quarti, e che ieri sera probabilmente non avrebbe meritato di perdere.

Qualcuno però mi deve spiegare perchè i nostri sostanzialmente si devono scusare per avere impedito all’odioso ma bravissimo Inzaghino di giocare in Champions, mentre tutti concordano sul fatto che la Juve ha meritato perchè pratica e cinica e ha fatto vedere al Napoli che non basta essere belli se non si è anche efficaci.

Potere delle strisce verticali giuste…

Comunque, facendo finta di voler analizzare la partita dell’Olimpico, ho trovato molte similitudini con l’altra trasferta capitolina dei nostri, alla seconda di Campionato. Si era ancora a fine estate e dopo un’ora di dominio giallorosso, i nostri zitti zitti avevano incartato avversario e partita, tornando a casa con tre gol fatti e tre punti in saccoccia.

L’inizio con la Lazio -parlo proprio dei primi 5 minuti- è addirittura incoraggiante, perchè la palla ce l’hanno sempre i nostri. Succede però che dopo la pigliano loro, e cominciano a tirare in porta di continuo e per un po’ ci mettono lì. Icardi ne cicca un paio mica da ridere, Handanovic fa la paratona su Milinkovic-Slavic, ma poco dopo capitoliamo sul gollonzo dell’anno, con Perisic a deviare all’angolino de fazza un tiro che di suo sarebbe terminato dalle parti della bandierina del corner.

”La solita sfiga…i soliti coglionazzi…”

L’ho pensato io, l’abbiamo pensato in tanti.

Però in qualche maniera la rimettiamo in piedi: D’Ambrosio il più bello del reame si inventa una girata da serpentone e timbra il pari dopo la mezz’ora del primo tempo.

Meno male, mi dico, perchè Maurito stasera sembra lì di passaggio…

Il pari ci ingolosisce, e sugli sviluppi di un corner Brozo sbaglia l’anticipo su Lulic e Andrerson che vanno via in esemplare contropiede. L’azione è rapida, ficcante, letale per i nostri, ma talmente spettacolare da sperare di vederla proiettata ad un pubblico di pallettari zonaroli maledetti, accomodati in ginocchio sui ceci al grido di “per me il Tiki Taka è una cagata pazzesca!”.

Magra consolazione, aver incassato quel popo’ di gol… Siamo sotto di uno e tocca farne due. In 45 minuti. Con i nostri che sembrano giocare in ciabatte e con la cispa negli occhi.

Quelli là però han giocato un primo tempo da urlo, e perdipiù non hanno nella gestione la loro miglior qualità. Ecco che quindi nella ripresa finiscono presto la benzina e di fatto Handanovic non deve compiere interventi significativi.

Davanti continuiamo a combinare pochino, e Spalletti cerca di porre rimedio piazzando prima Eder e poi Karamoh, procedendo a passi sempre più convinti allo schema “avanti tutta che ormai non c’è più niente da perdere”.

Milinkovic-Savic rischia il “mani” in area e Rocchi difatti in un primo tempo lo fischia anche, corretto poi dal VAR, con Sky a credergli sulla fiducia, visto che si guardano bene dal farci rivedere l’azione con la solita quarantina di camere esclusive di ‘sta minchia.

L’ingresso di Eder porta almeno un po’ di vivacità dalle parti di Icardi, e l’italo brasiliano è bravo e veloce a servire il compagno in piena area. Ottimo il controllo di prima di Maurito che viene falciato in piena area da De Vrij, sulla cui partita tornerò a breve.

Se già avevo pregato i miei santi di non far tirare il rigore al nostro Capitano nei 30 secondi del rigore-non rigore di Milinkovic-Savic, a maggior ragione incrocio l’incrociabile nel vedere Icardi sul dischetto.

Il ragazzo però ha sangue freddo e, dopo essercelo conquistato, il rigore lo trasforma anche.

2-2 e una manciata di minuti da giocare. Che probabilmente sarebbero trascorsi invano -chi può dirlo- ma che il capitano laziale Lulic decide di rendere assai più frizzanti beccandosi un secondo giallo tanto palese quanto insensato.

In due minuti la Lazio prende un gol e perde un uomo. I nostri capiscono che “it’s now or never”.

E sul corner che Brozo batte pochi minuti dopo Vecino è lesto a svettare sul primo palo e girare sul palo lungo, finendo biotto sotto la curva a esultare come l’occasione richiede.

La mia stabilità mentale riesce solo a farmi pensare “Non dirmi che era già ammonito che adesso lo sbattono fuori e ci pigliamo il cetriolo nel recupero…”.

Invece il ragazzo era incensurato, e il giallo da spogliarello post-gol non ha ulteriori conseguenze.

I minuti che mancano passano addirittura senza grossi patemi, con i laziali comprensibilmente stato shock per quanto accaduto.

E’ finita. Abbiamo vinto. Siamo in Champions.

Tutto il resto è un unico mormorìo di sottofondo, fatto di “però tre gol su calcio piazzato, però la Lazio, però l’Inter”.

Ma ci siamo abituati, da sempre, e sotto sotto ci fa anche piacere.

Oltretutto, siamo tornati a farci criticare quando vinciamo, che è leggermente meglio di pigliare mazzate dalla critica quando già le hai prese in campo.

E’ COMPLOTTO

Come detto, assisto tra il divertito e lo schifato allo schieramento dei rosiconi che dichiarano apertamente e senza farsi alcun problema “di aver tifato Lazio perchè giuoca meglio”. Caro Arrigo Sacchi dei miei coglioni: i danni che hai fatto al calcio non saranno mai abbastanza riconosciuti. Dovrei perdonarti, specie in serate come queste, eppure il tuo ottuso oltranzismo lo trovo intollerabile come ogni altro giorno.  E ti va bene che a sentire i tuoi sproloqui ci fosse Handanovic e non il nostro Mister, altrimenti sì che mi sarei messo comodo a sentire la sua replica.

Ma il Mister corto umile intenso non è certo il solo a mostrare il suo disappunto.

Al Club, su Sky, tutti più o meno riconoscono i meriti degli aquilotti romani, con punte di logica e di prevedibile faziosità (ogni riferimento a Massimo Mauro è puramente voluto). Poi è il turno del Cuchu, che come al solito sale in cattedra e ammutolisce i presenti.

Certe volte le vittorie come questa, ottenute con il cuore, per i giocatori sono più importanti di altre vittorie magari conquistate con il gioco. L’auspicio per l’Inter è che questo possa essere un punto di partenza e non di arrivo”.

Sipario.

Di lì a poco Caressa informa che Spalletti non parlerà, ma che avranno ospite Mauro Icardi, chiosando con un “va bene lo stesso”. Il calabrese cantilenante non ce la fa a non esprimere il suo parere illuminato e dice “no non va bene io volevo Spalletti”.

E guarda caso, la sola cosa che la sua mente semplice riesce a fare nel corso dell’intervista al neo capocannoniere della Serie A e Capitano della squadra che ha appena conquistato l’accesso alla Champions dopo sei anni, è chiedere “ma allora è vero che te ne vai?”.

Come dico spesso, il problema non è lui in sè: lui è così, se fosse un po’ più intelligente direi che recita una parte, ma credo che ci sia, non ci faccia. Il problema è rovinare una trasmissione che -nonostante Caressa- spesso ha ospiti e spunti interessanti con un soggetto che è lì per fare una cosa sola (parlar male del VAR e di tutti quelli che -chissà come mai- vogliono un controllo maggiore sulle decisioni arbitrali), senza nemmeno avere l’onestà di dire “oh io tifo Juve, e da tifoso voglio che la mia squadra vinca il più possibile, e questo è più facile se gli arbitri non sono aiutati dall’esterno”.

Tornando al post Lazio Inter, curioso come da parte di tanti si voglia cercare a tutti i costi un “caso De Vrij” (benvenuto in nerazzurro ragazzo, dovrai farci l’abitudine) per quello che è stato l’unico errore della sua partita, e soprattutto un intervento che qualsiasi difensore al suo posto avrebbe fatto.

No. La vulgata popolare è che l’Inter l’ha sfangata solo per colpa del difensore olandese, non ad esempio perchè il suo Capitano ha avuto la brillante idea di falciare Brozovic a metà campo sotto il naso dell’arbitro.

Ma mentirei se dicessi di essere sorpreso.

Per il resto, il Milan centra il sesto posto (come l’anno scorso) avendo conquistato ben un punto in più della scorsa stagione, nonostante i 230 milioni spesi in estate che dovevano garantire la zona Champions saggiamente abbandonata da Gattuso ben prima che dalla stampa di regime, irriducibile nel coro “dai che li prendete!”.

L’ultimo esempio è lo screenshot seguente, accompagnato dalle ultime righe di Garlando sull’edizione cartacea di oggi.

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E’ l’Inter ad essere in Champions, ma siccome il Milan è in Europa League facciamo un pacchetto unico e diciamo che Milano è di nuovo in Europa e in città si sentirà ancora la amata musichetta.

Chissene se la Champions la faremo noi, e che i cugini si accomoderanno nuovamente nell’Europa di Serie B.

NON HO CAMBIATO IDEA

Ho scritto il pezzo avendo in sottofondo la partita di addio di Pirlo, su cui mi ero dilungato ultimamente.

Ad un certo punto sento distintamente il trisillabo “Zanetti” riverberare in salotto dalla tele, e la mugliera inizia a pungolare il mio irriducibile complottiamo.

Ah quindi Zanetti l’ha invitato… tu che dicevi che non aveva invitato nessuno dell’Inter. Invece c’è lui, c’è Materazzi, e poi scusa ci sono anche altri che hanno giocato nell’Inter…”.

No, cara. No. Ho ragione io. Qui c’era la lista degli invitati e -cazzo- il nome di Zanna qui non c’era. E poi non recriminavo sull’assenza di giocatori che avessero vestito la maglia interista. Rivendicavo (tra polemica rimostranza ed orgogliosa constatazione) l’ assenza di “interisti”, che se permetti è una cosa diversa. Vieri (che pure ho amato) ha giocato 6 anni e fatto 100 gol in nerazzurro, ma non è “interista”. Non lo è cubetto d’oro Ventola, non lo è Seedorf nè Favalli nè Simic nè Cassano. Con tutto il rispetto. E’ un’altra cosa.

Non c’erano i miei idoli e di ciò davvero son contento.

Tornando a Zanetti: il fatto che sia andato, non solo non mi ha fatto piacere in sè (vederlo in mezzo alla pletorica grande famiglia rossobianconera mi ha dato problemi di digestione), ma è anche offensivo per l’argentino.

Ma come: viene strombazzata ai quattro venti la presenza di campionissimi quali Kakhaber Kaladze, Daniele Bonera o Serginho dei miei coglioni, e Zanetti non lo nomini nemmeno, facendolo arrivare alla fin come un imbucato?

Disgusto puro, superato solo da due passaggi della trascurabile passerella di campioni o pseudo tali.

Infantile ai limiti dell’imbarazzante Pippo Inzaghi che, avendo segnato una tripletta nel 7-7 finale, al fischio di chiusura insegue i raccattapalle per farsi consegnare il pallone, come è uso fare nelle partite di campionato per chi segna tre gol.

Un minorato mentale, non ci sono altre definizioni.

Da buon ultimo, mancava da un po’ di tempo il riferimento a Dida (o Gigia, come lo chiamava Caressa). Il prode Marco Cattaneo riesce quasi -quasi- a far imbarazzare anche i colleghi allorquando dice “possiamo dire che per un paio d’anni Dida è stato tra i migliori portieri….” e tutti “Sì sì in quei due anni sì…” e lui “della storia del calcio?” con gli altri a chiedere, tra l’incredulo e l’imbarazzato per interposta persona “Ah addirittura della storia del calcio???”.

Parliamo di quel Dida lì. Proprio lui.

Disgusto e raccapriccio. Un‘infornata di Milan berlusconiano che in un attimo mi ha fatto risalire l’orticaria a livelli non più percepiti da una decina d’anni a questa parte.

Il ribrezzo nel vedere mezzi giocatori come Brocchi, Serginho, Kaladze, Dida, forse è addirittura superiore a quella che provo quando in tele passano i vari Sheva, Inzaghi, Pirlo etc. Questi li ho maltollerati, ma almeno erano forti. Gli altri erano dei pipponi inverecondi, ma bastava indossare la divisa giusta per essere glorificati ben oltre i propri meriti.

Vi rendete conto che il popolino è convinto che Cafù sia stato più forte di Maicon e Dida migliore di Julio Cesar?

Ah già, loro hanno il DNA della Champions, ma bontà loro faranno l’Europa League.

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LUCIANINO DA CERTALDO: ESEGESI CRITICA

E’ vero che qualsiasi individuo sano di mente aspetterebbe la fine del Campionato per esprimere giudizi sul Mister, ma non appartenendo io alla categoria, mi sbilancio e mi porto avanti, conscio del fatto che il mio giudizio di merito non cambierà in funzione della partita di domenica sera, per quanto importante possa essere (e cazzo se lo è!).

Partiamo dalla fine: deve essere confermato, senz’ombra di dubbio.

Non solo e non tanto perché di meglio all’orizzonte in questo momento non c’è: se anche il Cholo, o perfino Mourinho, dovessero uscire pazzi e mostrarsi interessati alla nostra panchina, logica e strategia vorrebbero che FozzaInda declinasse cortesemente l’invito, confermando invece piena fiducia ad un allenatore che ha iniziato un percorso, che ha trovato una squadra fatta in buona parte non da lui, che ha contribuito a migliorare nel mercato di Gennaio con il prestito di Rafinha e con il “ripescaggio” di Cancelo.

Se ci guardiamo in giro, è alquanto raro che una squadra inserisca di fatto due titolari da Gennaio in poi.

Insomma, la conferma se l’è meritata: Icardi ha sfiorato i 30 gol in campionato, Brozovic sembra un giocatore affidabile, Skriniar una garanzia assoluta, Handanovic e Perisic due certezze al netto dei rispettivi, fisiologici difetti. La semina è stata fatta, la speranza è che il grano maturi bene.

Ovvio che ci sono dei “però”:

  • Gli inserimenti di Vecino e Borja Valero, che pure mi avevano visto tra il convinto e l’entusiasta, hanno dato meno di quanto previsto, essenzialmente per motivi fisici. Ma se per l’uruguagio è lecito aspettarsi che la pubalgia resti solo un brutto ricordo, il problema per Borja è proprio la velocità di crociera che non pare (più) adatta alle necessità del Campionato.

Maestro di calcio, lo spagnolo, ma temo non più proponibile come titolare in pianta stabile per sopraggiunti limiti fisici più che di età.

  • Cervellotica la questione dei terzini: la stagione comincia con D’Ambrosio a destra e Nagatomo a sinistra. I risultati sono tutt’altro che eclatanti ma galleggiano nel mare della decenza. La voglia di stupire, o di portare nella rosa dei “titolarabili” anche gli altri, lo porta a inserire nelle rotazioni prima Dalbert e poi Santon, con risultati scadenti.

Spiace davvero accanirsi sull’ex Bambino d’Oro, ma più volte anche in questa stagione la presenza del terzino italiano ci è costata punti preziosi. Non è colpa di Spalletti se Santon è inadeguato all’Inter. È colpa sua però se di ciò non tiene conto e continua a riproporlo. Tanto più che a Gennaio ha dato l’assenso alla partenza di Nagatomo, tutt’altro che un fenomeno, ma senza dubbio più affidabile dell’altro.

 

  • La gestione dei cambi è uno degli aspetti per cui un allenatore più spesso finisce nel mirino della critica. Spalletti non fa eccezione, visto che la partita col Sassuolo è stata l’ultima di una serie di situazioni in cui il nostro non ha finito di convincermi.

Ora: visto come (non) ha giocato Cancelo sabato, e volendo tentare la rimonta, a mio parere l’ingresso di Karamoh nella ripresa avrebbe anche potuto avere una sua logica, ma ricordiamo di chi stiamo parlando. Il francesino è un diciassettenne tutto istinto e corsa, fisiologicamente acerbo e calcisticamente “non-pensante”. Se vuoi metterlo in fascia, quello da cavare è Cancelo, non Candreva. Candreva vive una relazione di amore-odio con San Siro, ma anche il più avvelenato dei vecchietti del primo anello arancio gli deve riconoscere abnegazione, corsa e intelligenza (o quanto meno intelligenza superiore ai due colleghi di reparto).

Invece no, nell’ultima mezz’ora contro il Sassuolo, invece di avere un inutile ballerino di tip-tap sulla fascia, ne abbiamo avuti due. Non ci voleva un genio a pronosticarlo.

  • Aldilà delle sostituzioni, riguardo alle quali potrei citare gli ultimi minuti di Inter-Juve ma tirerei in mezzo gente già coinvolta ai punti precedenti, mi vorrei soffermare sui cambi di modulo, in corsa o ab initio sui quali tante volte non sono stato d’accordo.

In particolare, ricordo con sgomento la scelta di schierarsi “a specchio” dell’Atalanta nella trasferta di Bergamo, complicata già di suo, che fa il paio con il quarto d’ora impiegato sabato sera per far capire ai suoi che dovevano mettersi a tre dietro.

Personalmente sono un fautore dell’intercambiabilità di uomini e schemi, ma come dice quel tale est modus in rebus: la cosa deve essere fatta per creare un problema al tuo avversario, non ai tuoi giocatori.

  • Come comunicazione il ragazzo è giusto un file verboso e ridondante, ma per lo meno parla e lo stanno a sentire. Per nostre tare apparentemente incolmabili abbiamo bisogno che l’allenatore sia anche il nostro capopopolo, non avendo -ancora- una Società che sappia farlo in autonomia. Motivo per cui ben venga la sua supercazzola con scappellamento calcistico come se fosse di trequartista.

Queste le principali carenze che spero possano essere colmate nel secondo anno di panchina, che ribadisco essere doveroso.

Sarò banale, ma continuo a pensare che la maniera più efficace per migliorare qualsiasi gruppo di lavoro sia rinforzare quel che di volta in volta risulta essere l’anello debole della catena. E, pur con le Madonne che gli ho tirato dietro quest’anno, senz’altro non è lui il problema.

Dirò di più: il problema, Mazzarri, Gasperini e De Boer a parte (ma l’olandese pagava colpe non sue) non è mai stato l’allenatore. E’ stata la scarsa progettualità da parte della dirigenza, la mancanza di fiducia nel Mister di turno e soprattutto l’incapacità di accontentarlo prima e difenderlo poi ai primi scricchiolii.

La speranza è che dopo una decina di panchine fatte saltare in 7 anni, si sia capito che il gioco è bello quando dura poco.

Non gli resta che guidare la nostra armata Brancaleone all’ultima vittoria, e la sua stagione da 6,5 passerà all’8 pieno.

In ogni caso non rischia esami a settembre.

Beato lui…

Spalletti

“Dieci e lode” (cit.)

BRAND AWARENESS

Chiedo scusa per il turpiloquio.

PREMESSA

So di avere già scritto un pezzo del genere in passato, ma credo sia opportuno attirare la vostra attenzione su alcune certezze granitiche ed immutabili della stampa sportiva (e non solo) italiana.

Lungi da essere cani da guardia del potere, sono invece per buona parte cortigiani del messere di turno.

Juve e Milan sono quindi soggetti da trattare con benemerenza, rispetto, subalternità, mettendosi sull’attenti anche quando si scrive.

L’Inter di contro è la palestra perfetta in cui far finta di essere il cronista coraggioso che non guarda in faccia nessuno e che non ha paura a criticare anche “i grandi nomi”, rassicurato dal fatto che nessuno ha mai pagato per le bugìe e le esagerazioni scritte sull’Inter.

Le ultime civilissime e -forse per quello­- sterili dichiarazioni dell’AD Antonello dopo l’ultimo Inter-Juve sono una muta conferma di quanto vado berciando.

GIGIO SI’, IL NEGRETTO NO

Ma andiamo in rigoroso ordine sparso a disseminare prove ed indizi di questo mio inconfutabile postulato. Partiamo da Gianluigi Donnarumma, dal suo attuale momento di forma e da un paragone con un caso assimilabile di circa 10 anni antecedente.

Non potendo la cronaca glissare sulla compilation di papere del nostro, noto che la gara tra i cronisti è quella -per l’appunto- di dare la notizia di cronaca, astenendosi però da qualsiasi giudizio di merito (Sopravvalutato? Pacco? In confusione?). E’ invece tutto un contestualizzare, ridimensionare, compensare con frasi del tipo “con l’errore passano in secondo piano le ottime parate fatte in precedenza”.

Ma ancor più di quello, è notevole la differenza tra l’atteggiamento dei media nei suoi confronti e quello tenuto nei confronti dell’ultimo grande talento (in)espresso dal calcio italiano prima di lui: parlo di Mario Balotelli.

Non sto qui a dire se Balotelli stia raccogliendo quanto il suo potenziale prometteva (no, è ovvio). Ne sto facendo un puro discorso mediatico.

Balotelli esordisce in A a 17 anni, con le stimmate del campione e in maglia nerazzurra, ma quasi da subito  -e forse per quello- inizia ad essere additato dalla stampa come bambino viziato, immaturo, provocatore. C’è gente che ne chiede il Daspo e che lo deferisce perché risponde con applausi ironici e linguacce a chi settimanalmente gli grida “non esistono negri italiani”. Si minimizzano i gesti da ragazzo normale quali i campi vacanza con il WWF o i gesti di generosità o disponibilità con i bambini.

Tutto ciò ovviamente finché è con la maglia nerazzurra, perché non appena il rosso si sostituisce all’azzurro, il ragazzo (“che-tifa-Milan-fin-da-bambino”) #èmaturatotantissimo.

Tornando ai giorni nostri, ed in contrapposizione, abbiamo un portierone la cui famiglia ha pensato bene di rimangiarsi la parola già data all’Inter per soddisfare l’altra squadra di Milano ancora con il ragazzo adolescente, per mettersi subito dopo nelle mani del procuratore più chiacchierato d’Italia e non solo. Il talento del giovanotto è indubbio, e come tale è stato prontamente messo in vetrina manco fosse una donnina di Amsterdam, in pieno stile MilanelloBianco.

E se le vette di tragicomicità erano già arrivate nell’estate scorsa, tra fratello badante assunto a un milione al mese ed esame di Maturità saltato “ma lui lo voleva fare ed è stato Raiola a dirgli di non farlo”, in queste settimane il circo prosegue, con i tifosi a rifiutarne la maglia e la Società che a parole lo difende ma nei fatti prende le dovute precauzioni (leggasi Pepe Reina).

Il giornalettismo italico si conferma crocerossina dei Meravigliuosi, contrappuntando le inevitabili critiche con abbondanti dosi di “però è giovane”, “le critiche vanno fatte in maniera costruttiva”, “la crescita passa anche da queste cose”, “alla sua età Toldo non era così forte” (e te pareva…).

CIAO NE’

Non che il lavoro di lingua sia meno pervicace sulle rive del Po. Del resto la lingua batte dove il potente siede, quindi avanti Savoia e madama la Marchesa.

Che una squadra che vince 7 scudetti di fila venga coperta di complimenti mi pare il minimo della vita. Che uno solo tra la schiera di commentatori adoranti abbia la schiena dritta per ricacciare in bocca al Chiellini di turno la minchiata dei “36 scudetti” è francamente imbarazzante. Non mi pronuncio sul colpo di genio di Tardelli che dice “va beh ormai li hai vinti, chissenefrega”

Ma se nemmeno la FIGC ritiene necessario intervenire, permettendo la perpetuazione di quel che è un falso storico da ormai un decennio buono, tornando di contro inflessibile censore di cori da stadio indirizzati contro un losco personaggio, perché mai dovrebbero essere i giornalisti ad ergersi a novelli Ceghevaradenoantri?

Chiellini, ne sono certo e ne ho anche le prove, è una brava persona, ma sentirlo dire che la Juve ha vinto contro tutto e tutti francamente non si può sentire. Anche qui: mutismo e rassegnazione su tutta la linea. Tutti impegnatissimi a negare l’esistenza dell’elefante nella stanza.

Sentire Adani (che pur apprezzo) rallegrarsi per il fatto che in Serie A nessuno si scansa e tutti se la giocano, fare i complimenti al Sassuolo per il bel percorso fatto dal 7-0 rimediato con la Juve fino alla bella vittoria a San Siro con l’Inter, è una cosa che offende l’intelligenza dei telespettatori e davvero mi fa venir voglia di disdire l’abbonamento.

Vedere come Mediaset sunteggia sulla carriera di Buffon, che finalmente pare essersi rassegnato a smettere, arrivando a parlare di “onore” e “obbligo di venerazione” e volando altissimo sulle inchieste UEFA dopo la figuraccia contro l’arbitro Oliver, ci dà ulteriore conferma della subalternità degli scrivani di corte nei confronti dei falsi rivali biancorossoneri.

FIND THE DIFFERENCES (IF ANY)

Altri esempi? Avanti, c’è posto. La finale di Coppa Italia, guadagnata dai cugini grazie al solito buciodiculo eliminando i nostri nel Derby e sconfiggendo la Lazio al 48° rigore, viene presentata dalla Gazzetta con 15 pagine (!!!) di giornale, più altre due dedicate all’addio al calcio di Pirlo, il che vuol dire 17 pagine di coma iperglicemico con storielle sullo “Stile Juve” e “Stile Milan”, su tanti doppi ex (che caso eh?) a raccontare di quanto sia stato bello giocare per entrambe, sulle relazioni tra i due Club.

L’elenco degli invitati alla festa trasuda inevitabilmente juvemilanismo da tutti i pori, ma ancora una volta fa impressione vedere quanta poca Inter sia rappresentata anche qui.

Per carità: fieri di non essere quella roba lì. Questo sempre. Però fa davvero specie, per l’addio al calcio di un giocatore che ha attraversato il lustro d’oro nerazzurro, non vedere nemmeno uno dei campioni interisti di quel periodo. L’eccezione è Materazzi, verosimilmente chiamato per la comune e felice militanza azzurra.

Per il resto, zero al quoto. Niente Zanetti (che con Pirlo ci ha anche giocato nella sua trascurabile parentesi nerazzurra), niente Milito, niente Stankovic. Niente. Il Triplete non è mai esistito. Damnatio memoriae. Meglio Storari, Pato e er Chiacchiera Pepe.

Bene così. Anzi, benissimo.

Il bipolarismo bianco-rossonero investe anche la memoria storico-fotografica, con queste due squadre ad essere citate ben oltre i loro effettivi meriti, e di risulta l’Inter ad essere ignorata ogniqualvolta non sia proprio impossibile farlo.

L’esempio principe (e l’orrendo gioco di parole per una volta non è voluto) è il mancato Pallone d’Oro a Milito nel 2010, la cui maglia evidentemente non era così trendy da meritare l’attenzione della stampa sportiva europea.

L’ultimo in ordine di tempo -senz’altro assai meno importante ma comunque sintomatico- è l’elenco di paragoni con la beffarda punizione di Politano di sabato sera.

Tutti pronti a lavorare di memoria selettiva: “Come Pirlo! Come Ronaldinho!”.

E io che, mesto mesto, mi rivedevo la pelata di Snejder a Mosca in un quarto di finale di Champions del 2010… Ma si vede che alcune punizioni, come i maiali di Orwelliana memoria, sono più uguali di altre…

L’Inter vien buona solo per rimpiangere i vecchi tempi andati, per millantare di quando Moratti si faceva sentire in Lega (questa fa già abbastanza ridere così), con le vedove si rammaricano non dell’assenza del Sig. Massimo in quanto tale, ma del Morattismo applicato alla stampa. Vero caro Bruno Longhi millantato interista?

Bello quando si poteva scrivere tutto e il contrario di tutto sull’Inter, per far vendere qualche giornale in più, fare infuriare i tifosi nerazzurri (bene o male purchè se ne parli, diceva quel tale) e far sogghignare i lettori tifosi delle altre strisciate.

Chissà, qualcosa alla lunga potrebbe cambiare, qualche avvisaglia c’è. Ma, al solito, non vi aspettate gli araldi e le trombe ad annunciarlo urbi et orbi.

NOVUS ORDO SAECLORUM

Occorre da parte nerazzurra un impegno mediatico gigantesco, la restaurazione (o meglio la costruzione da zero) di una memoria storica condivisa da tutti i tifosi di calcio, non solo interisti.

Nella scala di priorità della cosa più importante tra le cose non importanti, il primo posto dovrebbe essere occupato da quello che l’orrendo gergo aziendale definisce Brand Awareness: ricordare al mondo perché l’Inter è importante, quanto sia stata grande negli anni, quanto importanti siano state le sue vittorie.

Se poi avanzasse tempo e spazio, sarei disponibile a precisare quali ostacoli abbia dovuto affrontare per raggiungere le succitate vittorie e quanto spesso le sia stato impedito di farlo.

Ma qui torno ad essere il solito rompicoglioni, quindi mi taccio…

INTER.110

MY FUNNY VALENTINE

INTER-SASSUOLO 1-2

Non posso dire che me l’aspettassi, ma anche sì.

Questo weekend ha visto una giostra infernale di emozioni calcistiche scoppiettare nell’universo neroblù (…. Sò poeta, checcevoifà…).

Le nostre amabili teste di cazzo (Mister compreso) pensano bene di complicarsi la vita giocando una partita di impegno innegabile, ma di altrettanta confusione.

Posto che nessuno dei nostri ha fatto il ganassa blaterando di pallottoliere e goleada -come del resto riconosciuto dallo stesso Iachini- non serviva un genio per capire che non esiste squadra che abbia timore reverenziale nei nostri confronti e che giustamente il Sassuolo è venuto a giocarsi la sua partita con la tranquillità di chi non ha nulla da perdere.

Sic stantibus rebus, non doveva essere una sorpresa per Spalletti trovarsi di fronte ad una squadra schierata con un 3-5-2. Di conseguenza, non si capisce perché fin dal primo quarto d’ora abbia cominciato a mischiare le carte, con Candreva e Perisic a scambiarsi posizioni tra loro e anche con Rafinha e Cancelo, in un turbiglione di emozioni che aveva l’unico difetto di lasciare più spiazzati i nostri che gli avversari.

Che l’Inter di quest’anno (e dell’anno scorso, e di quello prima ancora…) non sia una squadra di compattezza e costanza granitica mi pare assodato. Sembrerebbe quindi azzardato mischiare le carte e puntare tutto sull’effetto sorpresa nella partita che per definizione non puoi sbagliare.

Sarò all’antica, ma in casa contro una squadra già salva il mio spartito sarebbe: metti giù la formazione che ti dà più certezze e falle fare quel che sa fare meglio. Poi al limite aggiusti in corsa, ma parti così.

Ed in effetti, a leggerla, la formazione sembra rispecchiare questo pensiero.

Macché.

Certo, noi al solito un po’ di culo mai e arbitri benevoli nemmeno, quindi da un intervento più che dubbio nasce una punizione che il pur bravo Politano vede passare attraverso una ventina di gambe, prima di ruzzolare beffarda alla sinistra di un Handanovic obiettivamente poco colpevole.

Da lì in poi l’happening continua. Ecco quindi Cancelo mostrarsi in una delle peggiori versioni stagionali (tutto scureggette e finte di tacco di stopardeciufoli) e Icardi in versione Derby, con due gol sbagliati e uno inutilmente segnato in fuorigioco.

Come dicevo in apertura, non si può dire che i nostri non ci provino: Consigli avrà un’altra serata da raccontare ai nipotini (l’elefantiaca memoria di chi scrive lo ricorda già nell’anno di (dis)grazia 2015/2016 a parare anche sua mamma con le buste della spesa in un maledettissimo Inter-Sassuolo finito anche in quell’occasione con la vittoria delle piastrelle emiliane): la parata a fine primo tempo su Icardi a botta sicura è un mix di bravura e fortuna, mentre l’altro intervento alla mezz’ora della ripresa è culo… in tutti i sensi.

I nostri accentuano ancor più il coefficiente di difficoltà rifiutando quasi con sdegno l’idea della conclusione dalla distanza e affidandosi soltanto alla combinazione stretta in verticale, già ardua di suo e ancor di più contro una squadra compatta e tosta nel difendere il vantaggio.

A scanso di equivoci, andiamo tanto vicino al pareggio noi quanto vicini al raddoppio i neroverdi. La spinta nerazzurra è sempre più intensa ma sempre più disordinata, e Ranocchia e Skriniar restano pericolosamente soli a coprire metri e metri di campo.

E alla fine quelli là raddoppiano. Berardi risorge ovviamente contro di noi dopo una stagione che definire di transizione è un complimento, e a metà ripresa impallina Handanovic con un destro a voragine (lui che è più mancino di me…) .

Siamo sotto di due e manca meno di mezz’ora. La tentazione di spegnere la tele con bestemmione incorporato è altissima, eppure la malattia mentale prende ancora il sopravvento. “Chissà -mi ritrovo a pensare- se facciamo subito il 2-1, con ‘sta mandria di pazzi furiosi non puoi mai sapere…

Il gol lo troviamo (anche se tardi) con Rafinha, tra i migliori e i più lucidi anche ieri sera: in barba a quanto visto fare dai compagni, dal limite dell’area fa partire l’esterno sinistro che va a baciare il palo interno e carambolare in rete.

2-1 e 10’ da giocare, ma energie mentali in piena riserva.

Eder entra per fare il solito casino organizzato e per quello combina anche bene con Icardi, per poi trasformarsi nel Dario Morello del 2018 e tirare di destro per ben due volte, quando un piattone sinistro della minchia sarebbe stato assai più pericoloso.

Necessario l’excursus sul fu giovane-giovane-giovane-Morello-facci-un-gol-giovane-Morello.

Nota toponomastica: si diceva che i suoi avessero una paninoteca in Piazza Piola. 

Tuttocittà a parte, Morello è stato un giovane panchinaro negli anni del Trap, che visse la partita più importante della sua carriera in una fredda serata di Dicembre a San Siro. L’Inter vittoriosa a Monaco di Baviera (sì, quella di quel gol di Berti), riuscì nel ritorno a pigliare 3 gol in 7 minuti, parzialmente compensati dalla solita toppa messa da Serena. A quel punto ai nostri serviva un altro gol per passare il turno.

Nei miei peggiori incubi vedo ancora il succitato giovane-giovane-giovane-Morello entrare in area dalla sinistra e tirare con l’interno collo destro distruggendo i cartelloni pubblicitari a più riprese.

Maledetto.

Torniamo alle tragedie odierne. La fine arriva come una beffa annunciata, con i nostri distrutti, chi a terra, chi con le lacrime agli occhi.

Come detto in apertura: non mi aspettavo di perdere, ma senz’altro non ero certo di passare una serata festosa con una gragnuola di gol a fare da contorno.

I nostri quindi vanno a nanna consapevoli di aver buttato nel cesso buona parte di quel che avevano in mano e di doversi affidare a Zenga e al suo Crotone per poter avere un’altra chance.

LE ALTRE

E Zenga per quello il suo lo fa, eccome. Costringe al 2-2 la Lazio, dopo aver rimontato lo svantaggio iniziale ed aver mantenuto il 2-1 fino al pari finale degli aquilotti.

Ai fini della classifica, essere a -3 (come siamo) o essere a pari punti (come avremmo potuto e dovuto essere) è la stessa cosa, stante lo scontro diretto all’ultima giornata.

Insomma, volendo raccontarci le favole, è come se avessimo vinto 4-0 col Sassuolo.

Sembra una battuta ma non lo è: se avessimo vinto con meno di 7 gol di scarto, e stante il pari della Lazio a Crotone, un pareggio all’Olimpico non sarebbe stato comunque sufficiente per i nostri, che quindi dovranno fare in fretta a dimenticare l’orrenda figuraccia di sabato e convincersi che il destino della stagione è ancora tutto nelle loro mani.

(Come se la cosa mi facesse stare tranquillo…).

La nostra sconfitta aveva tra l’altro dato alla Roma la matematica certezza di partecipare alla prossima Champions, rendendo quindi del tutto ininfluente il big match contro la Juve. Lo 0-0 che ne esce serve solo a certificare quanto già noto a tutti (Gobbi tricolori per il 7° anno di fila e Roma sicura terza o quarta).

Il Milan va vicino al colpaccio a Bergamo ma cede nel recupero contro un imperioso stacco aereo di Masiello accomodato in porta da Donnarumma.

Altro gol di testa.

Provo sempre un fremito di piacere ogni volta che capita, ancor più su corner: ai tempi della coppia ZioSilvio-ZioFester, il Geometra era solito rosicare minimizzando l’importanza dei goal subiti di testa e da palla inattiva, come se contassero meno. Donnarumma, dopo le mirabolanti prestazioni nel mercoledì di Coppa Italia, replica lo spettacolo anche in campionato, accompagnando il pallone del pari in porta e vanificando la vittoria che avrebbe significato sesto posto matematico.

Cambia poco, perché l’allineamento dei pianeti storicamente amico della parte sbagliata di Milano non giocherà brutti scherzi: la Viola ha pensato bene di imitare i nostri, togliendosi dall’impaccio di uno scontro diretto coi rossoneri all’ultima giornata, perdendo in casa contro il Cagliari ed estromettendosi dalla lotta come fanno i fiji de ‘na…

 I Ringhio Boys non avranno problemi a batterli, con l’Atalanta invece a far visita proprio al Cagliari, ancora in mezzo al guado ed assatanato in cerca di punti salvezza.

 

WEST HAM

Bella vittoria casalinga contro l’Everton che dà una parvenza di onesta decenza al finale di stagione.

Info di servizio: la seziuncella impertinente “E’ COMPLOTTO” assume volumi incompatibili con un solo post (in compenso spiega almeno in parte il ritardo di pubblicazione. Stay tuned, stiamo lavorando per voi).

int sas 2017 2018

Il sinistro, diobono, usa il sinistro!

TUTTO DIPENDE DA ME

A me Nanni Moretti non è mai piaciuto.

Ho sempre trovato i suoi film saccenti e non capivo mai quando bisognava ridere. Pur essendo tutt’altro che un cinefilo, ho sempre apprezzato l’immortale battuta di Dino Risi (Moretti spostati e fammi vedere il film).

Ogni regola ha la sua eccezione, però. A maggior ragione per un paranoico come me, afflitto dalla leggerissima tendenza a ripetere citazioni e frasi senza senso per giorni e giorni. Eccola quindi, la perla di saggezza che riconosco al regista Principe di tutti i cineforum del globo:

Tutto dipende da me. E se dipende da me, sono sicuro che non ce la farò”.

Ecco, voglio sperare che Spalletti quel film l’abbia visto, e che sappia tenere alta la tensione della squadra ancora per un paio di settimane.

Non avrei voluto arrivare all’ultima giornata, in trasferta contro la Lazio, per giocarmi la stagione ma, a meno di eventi eccezionali, così sarà.

Né mi lascia tranquillo il parere comune secondo cui l’Inter in questo finale di stagione è più in forma ed è in un certo senso favorita in quanto in un miglior periodo di forma.

Colgo con piacere ed un pizzico di perfido sadismo l’abbondante vittoria in quel di Udine, e saluto con piena gioia il pari interno dei laziali contro l’Atalanta. Tutto ciò è però condizione necessaria ma non sufficiente per il crescendo rossiniano che attende i nostri da qui al 20 maggio.

Poco da dire sui 90’ giocati in Friuli: la squadra resiste alla tentazione di mandare tutto in vacca dopo lo il colpo gobbo a San Siro e regola con alcuni ceffoni la mai troppo amata Udinese, ancor meno tollerabile vista la coppia di esecrandi ex juventini in panchina.

Gustandomi gli highlights in serata, soave è giunto il coro a metà ripresa, con risultato ormai in ghiaccio, che salutava il secondo allenatore (mi rifiuto perfino di scriverne il nome) così come meritava. 71 dicono a Napoli.

I nostri comunque sono in un buon periodo di forma: Brozo e Rafinha sembrano nati per giocare insieme, e addirittura Borja Valero si aggiunge nell’occasione a completare il centrocampo più tecnico dall’epoca d’oro in poi.

Se penso che abbiamo fatto gironi interi con Kuzmanovic e Gargano…

Va gran bene tuttavia che rientri Vecino, perché corsa e muscoli serviranno contro avversari più robusti della derelitta squadra della famiglia Pozzo. Però i nostri giocan bene. Inutile girarci intorno, anche perché finirei per riscrivere quanto già fatto presente in altre occasioni: la squadra ha giocato bene i 2/3 della stagione, ma quel black out di una decina di partite rischia di costarci caro.

Non tanto e non solo per la Champions in sé: basterebbe quello, perché dopo sei anni avrei anche voglia di rivedere la mia squadra là dove deve stare (pensavate che alludessi alla musichetta… No, a me quella nenia lì mi ha sempre fatto cagare, anche quando eravamo forti). In realtà, come abbiamo imparato a capire negli anni scorsi, non partecipare alla Coppa “di quelli bravi” preclude a un cospicuo gruzzoletto (40-50 milioni) e contemporaneamente rende meno appetibile la tua maglia a giocatori interessati a cambiare casacca.

Calato nel contesto attuale, Cancelo e Rafinha sono senz’altro elementi che nell’Inter dell’anno prossimo devono starci eccome. Per riscattarne i prestiti però servono circa 70 milioni, che i nostri al momento non paiono poter recuperare così agevolmente.

Lo so, è una delle storture del Fair Play finanziario, nato sotto ottimi auspici ma sviluppatosi a modo suo, finendo tante volte per raggiungere l’obiettivo opposto a quello che ci si era prefissi: si spende solo quanto si incassa. Ok, ma chi incassa di più? Chi fa la Champions e vende tante magliette. E chi non è in Champions? Deve comprare giocatori più forti per arrivarci. E come li compra se non può spendere?

Un bel gioco dell’oca di stoparde. Ne convengo, epperò queste son le regole.

E’ presto per ipotizzare la campagna acquisti dell’anno prossimo, però siamo davvero dentro alla situazione che vaticiniamo da anni, forse sperando in una profezia auto-avverante: “La base c’è, bastano due o tre rinforzi…

Un terzino sinistro degno di questo nome (Biraghi, Asamoah, mica Brehme…), un bel trottolino a centrocampo tipo Torreira della Samp, De Vrij ad accompagnare Miranda verso la pensione dorata e secondo me siamo a posto.

Prima però c’è da finire questa di stagione, e conosco i nostri colori da troppo tempo per sapere che occorre far le cose un passo alla volta. Diffido quindi dai tanti che gufano la Lazio e vaticinando goleade dei nostri contro il Sassuolo, che potrebbero invertire la differenza reti e rendere sufficiente un pari nell’ultima giornata di campionato.

Quel che dico per ora è: cominciamo a battere gli Squinzi Boys e vediamo che fanno i laziesi contro il Crotone di Walter Zenga. E poi vinca il migliore (o forse no…).

LE ALTRE

Il Napoli consegna lo scudetto alla Juve, vincente ma non senza polemiche nello scontro casalingo contro il Bologna.

Da parte mia non sentirete alcuna critica nei confronti degli azzurri, avendo camminato tante volte sulla strada in cui di derubano più volte, per poi farti apparire agli occhi degli altri come il povero disperato con le pezze al culo.

Vero: il Napoli col Toro avrebbe dovuto vincere in scioltezza, ma purtroppo sappiamo bene cosa si prova e quanto si debba essere forti nel fare fronte alle chirurgiche “due o tre sviste arbitrali”.

Complimenti a Sarri e ai suoi, quindi, a mio parere ulteriormente cresciuti rispetto agli ultimi anni e capaci di vincere tante partite senza incantare (compreso lo scontro diretto di due settimane fa).

Spero per il bene del calcio che la squadra non si squagli e rimanga unita, Mister compreso, per riprovarci un altr’anno, ma i pissi-pissi che girano dicono proprio il contrario.

La Roma di fatto chiude i conti battendo il Cagliari e trovandosi ad ospitare una Juve a cui un punto darebbe la certezza del tricolore, garantendo al termpo stesso la Champions matematica per Di Francesco & Co.

Noi al solito un po’ di culo mai: con i giallorossi avremmo avuto il vantaggio degli scontri diretti, mentre con la Lazio abbiamo pareggiato all’andata e -come detto prima- siamo dietro come differenza reti.

Torniamo da dove abbiamo iniziato: dipende tutto da noi… con tutto quel che ne consegue.

E’ COMPLOTTO

Un’anima in pena come me troverà sempre da ridire contro chi commenta le gesta dei suoi eroi: ne parlano male? Infami! E’ complotto! Pennivendoli pagati per scrivere contro l’Inter.

Ne parlano bene? Gufi maledetti! La fanno facile solo per farci sbagliare e poi commentare “Ma come, era ormai tutto fatto, come hanno fatto a perdere così?”.

E’ grave lo so, perché uno la vive male. Ma è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo. Dormite tranquilli: ho io le antenne accese per captare ogni forma di mancanza di rispetto per i nostri colori.

La telecronaca di ieri, ad esempio, ha finito per accusare Icardi di aver segnato un solo gol (quando mai avete sentito criticare un centravanti che fa gol? Oltreutto dopo che di solito, quanto fa doppietta o più, lo si accusa di distribuire male i suoi gol e di segnare tanto là dove non è necessario).

Silenzio tombale sulla gran giocata che libera Rafinha per il 2-0, esemplificazione plastica di quel lavoro di raccordo che Spalletti gli chiede e che, se fatto da Dzeko, fa salire gli ormoni di tutta la stampa sportiva italiana.

Pregevoli i parolai di Sky (tale Zancan, mi pare) anche quando, inquadrato Candreva, chiosavano “l’italiano…l’unico in campo per l’Inter”. Tempo due minuti e segnava Ranocchia, il difensore cingalese con la maglia numero 13.

Dall’altra parte del Naviglio, invece, in settimana si è pensato bene di trovare qualcosa con cui consolare Ringhio e i suoi piccoli fans. Ecco quindi il diligente e puntualissimo articolo della Gazza, in cui si magnifica il fu Club più titolato al mondo per avere l’età media più bassa di tutta la Serie A. Che bello, il mondo è un posto migliore.

Che poi, davvero, volendo fingere un’analisi tecnico-logica di quel che scrivono: che cazzo vuol dire  “l’età media è già da capolista“? La Capolista ha la seconda età media più alta della Serie A, ennesima dimostrazione che anagrafe, luoghi di nascita e colore dei capelli non c’entrano niente (presi singolarmente) con la forza di una squadra.

Però, evidentemente, la gente è talmente coglionabile che ci casca ancora. Che si divertissero…

 

WEST HAM

We are staying up. Non è probabilmente l’obiettivo con cui si è partiti, ma vista com’era la solfa a un certo punto della stagione è una bella notizia, in attesa di chiarimenti sulla società.

int udi 2017 2018

se si mette pure a segnare…