IL TÈNNICO FARNETICA

Eccoci a quello che i fighi chiamerebbero focus sul nostro centrocampo e che io (fighissimo, non figo, ma altrettanto onesto), chiamo “sono ancora in vacanza e butto giù quattro cagate davanti al mare“.

Come forse ricorderete, avevo espresso perplessità -anche alquanto colorite- sull’assemblaggio della nostra mediana nelle ultime stagioni.
In particolare, dalla mia comoda torre d’avorio a forma di tastiera, contestavo ad Ausilio & Co. di continuare a fare incetta dello stesso tipo di giocatore, trovandoci nel corso degli anni con i vari Kovacic, Brozovic, Joao Mario, Banega. Tutti più o meno forti, più o meno promettenti, quel che volete: non sto discutendo il rendimento, sto discutendo la strategia alla base della scelta.
Si comprava cioè “quel” giocatore, quasi con la convinzione che il problema potesse essere risolto così, senza bisogno di alcuna “fase 2”.

MAGUT E ARCHISTAR VS TUTTI GEOMETRI

Come costruire quindi un centrocampo “logico”?
I modelli in questione sono essenzialmente due: un centrocampo composto da specialisti del settore, nel quale siano eterogeneamente rappresentati i rubapalloni, gli incursori, i registi puri e i rifinitori o, alternativamente, un reparto di elementi simili tra loro, quindi in buona parte intercambiabili e capaci, come si dice in gergo, di fare le due fasi.
Al solito, non sarò io a dire che una soluzione è da preferire all’altra. Prendiamo i recenti reparti di centrocampo vincenti delle tre strisciate italiane e troviamo:

Inter: Cambiasso-Stankovic-Thiago Motta-Sneijder
Milan: Pirlo-Gattuso-Seedorf-Kakà
Juve: Pirlo-Pogba-Marchisio-Vidal

Che ne viene fuori?
I nostri, Wesley a parte, erano abbastanza fungibili tra loro, tant’è che non di rado uno dei tre (di solito uno tra Thiago e Deki) lasciava il posto a Zanna. Ma allo stesso Stankovic è capitato di giocare -con profitto- dietro alle punte.
I rossoneri, di contro, avevano ruoli ben definiti, con Ringhio a menare come un fabbro ferraio e correre anche per Pirlo, che poteva così dedicarsi ai lanci lunghi, lasciando a Seedorf il lusso di seguire il proprio istinto e a Kakà di spaccare in due le difese con le sue progressioni.
I gobbi erano in una sorta di via di mezzo, con Pirlo a fare se stesso e gli altri tre a far di tutto un po’ (Marchisio più tendente al raccordo, Pogba e Vidal alla fruttuosa animalanza).

A Roma si dice: ‘ndo caschi, caschi bbene.

Da fuori, mi limito a dire, risulta più chiaro un reparto in cui ognuno ha un ruolo preciso e non si corre il rischio di equivoci. Il limite sta nel non avere alternative, quantomeno all’altezza: ti si scassa Pirlo e che fai? Metti Ambrosini?
D’altra parte, un centrocampo “fungibile” ti lascia dormire sonni tranquilli quanto ad abbondanza di soluzioni a disposizione, a patto di sapere come gestire questa “libertà”.

E qui arriviamo a Spalletti e al centrocampo nerazzurro vendemmia 2017/2018.
Come entusiasticamente fatto notare da molti (e autorevoli) addetti ai lavori, l’Inter ha venduto -non mi piace dire “si è liberata”- dei suoi centrocampisti di rottura, Medel e Kondogbia.
Ho già espresso la mia contrarietà all’addio del cileno, interprete principe di un ruolo, il mediano incontrista, troppo poco glamour nel calcio odierno fatto da metrosexual depilati e con le ciglia a ali di gabbiano. Uno così, ripeto, in rosa fa comodo.
Su Kondo il discorso è più teorico che pratico, avendo il francese alternato poche partite convincenti a lunghi periodi di balbuzie calcistica che non ci hanno fatto capire che tipo di giocatore debba o possa essere.

Ad ogni modo, l’Inter a metacampo quest’anno può contare su:

Gagliardini-Vecino-Joao Mario-Borja Valero-Brozovic.

La qualità di certo non manca. Non mancheranno nemmeno i soliti saccenti e prezzolati scribacchini che faranno notare “l’assenza di un regista di ruolo, il Pirlo della situazione“, ma quelli li si manda afangul‘ e il problema è risolto.
Ho qualche perplessità invece sulla solidità e la cattiveria difensiva di questo manipolo di valorosi pedatori, che ho cercato di elencare proprio avendo in mente questa qualità.
Dei cinque, solo Gagliardini mi pare poter essere (o meglio diventare) un buon recuperatore di palloni. Non che gli altri non lo sappiano fare (Vecino l’ha fatto alla Fiorentina, Borja all’esordio in nerazzurro ha recuperato sette palle in un’ora di gioco, Brozovic corre sempre tanto, anche se in maniera anarchica e poco funzionale alla squadra), però il timore è che quando ci sarà da difendere, o ancor di più quando bisognerà pressare per recuperare palla, i nostri potrebbero essere in difficoltà.
Spalletti fa bene a rispondere demagogicamente che “noi siamo l’Inter e quindi dobbiamo avere una squadra che il gioco lo deve fare e non subire“, ma le perplessità di chi scrive rimarranno in attesa di essere smentite e quantomeno ridimensionate.

…e non a caso scrivo a poche ore di un esamino mica da ridere…

Ite missa est.

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CHI BEN COMINCIA?

INTER-FIORENTINA 3-0

Partiamo dal risultato: non potevamo sperare in nulla di meglio. Tre gol fatti, un’altra mezza dozzina di occasioni (molte delle quali clamorose), nessun gol subìto grazie a una botta di culo tanto inusitata quanto gradita, addirittura -udite udite- un rigore fischiato a favore dopo 3 minuti di gioco.
Prodigi della tènnica, sui quali tornerò ad annoiarvi infra.

La lettura delle formazioni mi lascia alquanto perplesso (blasfemicamente perplesso, per essere precisi) alla visione di Nagatomo e Brozovic tra i titolari.
Noto invece con piacere che il doppio mediano è composto dagli ex viola Borja-Vecino. Per il resto, tutto secondo pronostico.

Bella l’accoglienza riservata da parte dei 50mila di San Siro a Pioli, vittima pressoché incolpevole del troiaio dell’anno scorso. Del resto chi nasce quadrato non può morire tondo, e non era da lui che potevamo aspettarci il discorso da capitano coraggioso o da Al Pacino de noantri per invertire una rotta segnata in massima parte dall’inedia dei nostri amatissimi ragazzi in braghette.

Come anticipato, pronti via e Nagatomo (ipse!) pesca Icardi con un lancio in verticale di 40 metri. Regolare la posizione dell’argentino, opportunamente a seguire il suo controllo, ingresso in area e contatto da rigore con quel nasone maledetto di Astori, stopper da me odiatissimo in quanto “tifoso rossonero fin da bambino” e autore di gol e falli da rigore non sanzionati in dose industriale nelle passate stagioni (non sto a linkare chè ce n’è a strafottere, fidatevi…)
Tagliavento addirittura assegna il rigore sua sponte, chiedendo e trovando conferma della sua scelta dal VAR.
Icardi spiazza Sportiello e al terzo minuto siamo già avanti.

I nostri continuano come hanno cominciato e macinano gioco grazie alla crapa lucente di Borja Valero, a mio parere già faro imprescindibile del nostro centrocampo.
A fianco (e non “affianco”, le vacanze stanno facendo crescere ancor di più la carogna di grammar nazi che mi porto sulla spalla), Vecino recita la una parte con diligente costrutto, tappando la bocca alla pletora di italioti che “eh però così toglie il posto a Gagliardini, un giovane italiano…”.
In realtà emula il collega italiano nella scarsa sensibilità col goal, allorquando riceve un altro illuminante assist di Nagatiello (per una volta non sono ironico nei confronti del nippico) e allarga troppo il piattone spedendo largo il facile 2-0.
Il raddoppio arriva comunque negli stessi minuti, figlio di una combinazione sulla destra dove staziona anomalamente Perisic. Cross preciso a centro area e Maurito mostra a tutti come si capoccia in mezzo ai due centrali avversari: frustata sul secondo palo e due a zero prepotente.

Acquisito il doppio vantaggio il numero di giri fatalmente cala; non per questo diminuiscono le occasioni per andare in rete: velenoso il destro di Brozovic deviato in corner dopo bella combinazione in area, clamorosa la palla che Perisic serve -male- a Icardi e che vanifica un più che probabile tre a zero.
Se si esclude un contatto Miranda-Simeone in area, su cui Tagliavento sorvola, anche qui confortato dal VAR, la Viola si rende pericolosa solo con un bel colpo di testa del Cholito Simeone e qualche velleitario tiro dalla distanza, e con ciò si arriva al riposo.

Spalletti riparte con gli stessi 11, verosimilmente strigliati nel quarto d’ora accademico con passeggiate sui testicoli all’insegna di “testa in campo, facciamo il terzo e teniamo palla”. Se l’intenzione era quella, la messa in pratica lascia a desiderare: i nostri sono meno pronti al pressing e anche alla costruzione, ancor meno con l’uscita dal campo di Borja Valero, evidentemente a corto di benzina. Per quello è anche ben sostituito da Joao Mario, che imbecca i nostri attaccanti un paio di volte e si dimostra attento nel verticalizzare l’azione. Manca la fase di gestione della palla, nella quale lo spagnolo è maestro e che mi spingerà a ricordarne l’integrità fisica nelle mie preghiere della sera.
Con i cambi la fisionomia del centrocampo si modifica: Gagliardini rileva Brozovic (non male invero anche la sua prova) e ha tempo per mangiarsi un gol anche lui. Siamo nella fase centrale della ripresa, nella quale la Viola spinge col nuovo entrato Babacar e meriterebbe il gol.
Come detto in apertura, invece, la Dea Eupalla è per una volta dalla nostra parte e il tiro del possibile 2-1 si stampa sul palo interno ad Handanovic battuto, dopo che lo stesso sloveno si era esibito nella sola vera parata della serata, deviando in angolo una pericoloso rasoterra alla sua destra.
“Gol sbagliato-gol subito” è uno dei pochi luoghi comuni non maledetti del calcio e, un minuto dopo la succitata botta di culo, il cross dalla destra è puntualmente raccolto dalla capoccia di Perisic che in tuffo sigla il 3-0. Il croato resta a terra prostrandosi a pelle di leone, probabilmente rimuginando sulle poche ma evidenti leggerezze che avrebbero potuto macchiarne la buona prova.

La partita sostanzialmente finisce lì, con Icardi a lasciare il posto a Eder per gli ultimi minuti, non essendogli riuscita la tripletta personale. Ci possiamo comunque accontentare, vista la doppietta all’esordio e la sensazione di pericolo costante per la difesa avversaria ogniqualvolta è entrato in possesso di palla.

Sabato sera rendez-vous all’Olimpico per Spalletti con i suoi vecchi amici/nemici. Non poteva che iniziare così, con il nostro ex allenatore ospitato alla prima stagionale e l’attuale Mister a rendere visita alla sua ex squadra nella settimana seguente.

Tocchiamo ferro, legno o altri ammennicoli a scelta.

LE ALTRE
Vincono più o meno tutte, tranne la Lazio inopinatamente bloccata sullo 0-0 dalla matricola Spal. Juve, Milan e Napoli rifilano tre pappine ai rispettivi avversari, mentre la Roma si accontenta di una furba punizione di Kolarov, che da ex laziale trova la maniera migliore per farsi accogliere dai nuovi tifosi, fieramente intransigenti come tutti i tifosi e in quanto tali disposti a dimenticare i trascorsi in maglia rivale in cambio di un paio di gol al momento giusto.
Quando si dice la coerenza…

E’ COMPLOTTO
Inevitabile un corposo excursus sul VAR (che userò al maschile in quanto fieramente maschilista). Parto dalle facili battute e dico che là dove non sono bastate decine e decine di partite “vecchia gestione”, sono stati sufficienti 30 minuti di nuovo corso per vedere assegnato un rigore contro la Juve a Torino.
Che poi quell’interdetto di Farìas se lo sia fatto parare da Buffon è cosa secondaria, e non fa che alimentare le mie farneticanti supposizioni all’insegna del “gli avranno caldamente consigliato di sbagliarlo”.
Certo, il raddoppio di Dybala è figlio di un controllo astuto quanto dubbio, e lo stesso primo gol di Mandzukic beneficia del mestiere del croato che si libera dell’avversario come solo lui sa fare… ma non è il caso di sottilizzare.
Siamo tutti consapevoli che il VAR non sarà la panacea di tutti i mali, anche se probabilmente io e il resto del mondo partiamo da due presupposti antitetici.
“Gli altri” pensano che la tecnologia non potrà mai superare l’intelligenza umana e che, quindi, ci saranno sempre casi in cui l’arbitro sarà sempre il miglior giudice.
L’assunto è astrattamente condivisibile, se non fosse pericolosamente affine al fallace ragionamento del fascino del calcio che è anche figlio di errori arbitrali.
Io, che son da solo ma c’ho ragione, parto da un diverso ragionamento: il ricorso all’ausilio tecnologico è comunque sempre lasciato alla discrezionalità del Tagliavento di turno, quindi non potremo stupirci se -contrariamente a quanto fatto ieri, non ho problemi ad ammetterlo- si riterrà sicuro a sufficienza “ad aree di rigore alterne”, chiedendo quindi un supplemento di giudizio a seconda di dove tira il vento.

E’ un processo alle intenzioni, me ne rendo conto.

Ecco perchè “son da solo” a pensarla così.

Ecco perchè “c’ho ragione”.

WEST HAM
Male perdio…
Se l’esordio contro il Man Utd (4-0) aveva messo in chiaro il peso specifico delle due squadre, la successiva sconfitta contro il Southampton (3-2 all’ultimo minuto) lascia l’amaro in bocca per come è arrivato, ma al tempo stesso la consapevolezza della strada da recuperare dopo sole due giornate di campionato.

Tra punteggio e location c’è decisamente di peggio…

STAGIONE 2017-2018

Nella giornata che diede i natali al Capitano con la Z maiuscola, trovo finalmente il tempo di fare una rapida e illuminata disamina sulla creatura che sta nascendo tra le mani -si spera sapienti- di Luciano Spalletti.

Partiamo proprio da lui e da un bigino di pregi e difetti. Fa giocar bene le proprie squadre, schietto e poco incline alla diplomazia, una tendenza a sbrodolare infinite conferenze stampa.

Riguardo a quest’ultima caratteristica, il Mister di Certaldo alla presentazione in nerazzurro diceva di aver ricevuto un messaggio di in bocca al lupo da José Mourinho.

Non trovo purtroppo il meme in rete, ma la vignetta -spassosissima- diceva “in rubrica era salvato come prime-time“.

Per il resto, le specifiche del prodotto possono essere viste, a seconda dei punti di vista, come qualità o limiti. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie sbrodole, ho spesso diffidato delle squadre che “giocano bene al calcio“: in primis perché credo che non ci sia allenatore che scientemente scelga di “far giocar male” le proprie squadre; in secundis perché, non esistendo per fortuna un pensiero unico, non è chiaro cosa voglia dire “giocare bene“; in ultimo, perché spesso le squadre troppo onanistiche mancano di quella sana “ignoranza” che permette di vincere una manciata di partite che alla fine della stagione fanno la differenza (ask Sarri vs Sassuolo e Atalanta for further references).

La succitata tendenza “prime-time” di Spalletti potrebbe essere una manna per una Società endemicamente incapace di “farsi sentire”, ma anche una scheggia impazzita guidata solo dal proprio ciclo mestruale nel caso in cui non ci fosse una linea guida a dare una direzione di massima.

Delle mie preferenze fregherà giustamente un cazzo a nessuno, ma uno come il Cholo sarebbe stato più “coerente” con la storia interista.
Poco male, diamo il tempo a Spalletti di vincere quel paio di scudetti e poi vai di contratto a tempo indeterminato all’unica vera testa lucida e illuminata (in tutti i sensi) del recente passato interista.

Chiudo la parentesi-allenatore citando ancora una vola la saggezza politico-popolare cinese, allorquando Deng Xiao Ping parlava del colore dei gatti e dei topolini da catturare.

Che vinca partite, e poi faccia e dica il cazzo che vuole.

IL DRIIMTIIM DE NOANTRI
La doppia “i” nel titoletto è un’indiretta lezione di pronuncia a tutti quelli (italiani ignoranti!) che non colgono la differenza fonetica tra “shit” e “sheet“: però in italiano preferireste adagiarvi su un lenzuolo fresco e non su una cacca, giusto?

Fine della polemica da angloterrone rancoroso.

DIFENDIAMO COME POSSIAMO

In porta once more with feeling Samirone Handanovic che, immancabilmente anche se in misura minore, ha fatto presente che vorrebbe giocare la Champions (e noi invece no…). Pregi e difetti restano più o meno intatti; spero più degli anni precedenti che non prenda nemmeno un raffreddore sapendo che il suo secondo è Padelli, il cui unico pregio al momento è di poter essere beneficiario del luogo comune “è tifoso interista fin da bambino”, come da foto.

La difesa vede una più che probabile coppia Miranda-Skriniar, con l’altrettanto verosimile giubilo di Jeison Murillo. Un rendimento coerente quello del colombiano, che ha mostrato tutti i pregi del suo repertorio nei primi 6 mesi di Inter, per poi dar sfoggio al campionario di scempi per l’anno e mezzo successivo.
Di lui rimane l’impressione che ho avuto fin dalle prime uscite: ha tutti i difetti del connazionale Ivan Ramiro Córdoba, senza averne il pregio maggiore, e cioè la consapevolezza dei propri limiti. Questo ci ha dato in regalo un paio di bellissimi quanto inutili gol in rovesciata, e una decina di gol subiti dopo dribbling rovinosi tentati al limite della nostra area.

Grazie e arrivederci.

Credo che, la contemporanea partenza di Andreolli e quella inevitabile per manifesta incompatibilità ambientale di Ranocchia renderanno necessario l’acquisto di almeno un altro centrale di pura decenza, che possa dare il cambio ai due succitati titolari, pur in una stagione priva di impegni europei.

Sulle fasce, gioisco sulla fiducia per l’arrivo di Dalbert che non ho mai visto giocare, ma che se non altro al momento ha l’innegabile pregio di togliere dai titolari uno tra Nagatomo e Santon. Se poi fosse anche buono (lasciamo perdere i paragoni con Maicon, che portano solo sfiga…), tanto meglio.
Sulla destra potrebbero bastare D’Ambrosio o Ansaldi, ma ovviamente non mi opporrei all’arrivo di qualcuno di maggior sostanza.

LA MEDIANA CONSISTENTE

Torno per un attimo il rancoroso angloterrone di cui sopra, per segnalare un altro abominio cui molti di noi sono sottoposti in ambito lavorativo.
Peggio dell’inglesismo fatto e finito (il briefing e non la riunione, il print invece che la stampa…) la cosa che più mi fa ribrezzo è l’italianizzazione di un termine inglese, che però in italiano esiste ma vuol dire una cosa diversa.

Al primo posto di questa orrenda classifica c’è “confidente”, usato invece di fiducioso (dall’inglese “confident“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri).

Diocristo, in italiano confidente vuol dire un’altra cosa, è un tipo a cui dici i cazzi tuoi e di cui ti fidi, ma se ritieni probabile che una cosa accada, dici che sei fiducioso, mica confidente. Non è difficile, dài…

Subito dopo -e qui torniamo al titoletto- c’è “consistente” usato invece di coerente (dall’inglese “consistent“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri). Anche qui come supra, se una persona mantiene un certo atteggiamento nel tempo, si dirà che è coerente. Consistente lo si dirà di un materiale non troppo molle che, per l’appunto, ha una certa consistenza.
A meno che non si parli di Borja Valero: ecco l’eccezione alla regola appena esposta. Lo spagnolo in carriera ha costantemente proposto un rendimento di spessore, potendo quindi essere definito al contempo coerente e consistente.

Che sia regista o no (l’abbiamo preso noi, quindi tutti ad affrettarsi a dire che non lo è, niente di nuovo…) è un giocatore di rara intelligenza, apparentemente integro fisicamente a dispetto dei 32 anni compiuti. Credo che abbia in casa due bamboline Voodoo a forma di Xavi e Iniesta, perchè senza di loro sarebbe stato titolare fisso in nazionale per almeno due lustri.

Se a lui aggiungiamo l’arrivo di Vecino, suo compagno di reparto nella Viola degli ultimi anni (vox servorum: “ma nemmeno lui è un regista, perché non hanno preso Badelj??”) non posso che essere soddisfatto del centrocampo che va a formarsi.
Starà poi a Spalletti capire come disporre le pedine in campo, potendo contare oltre ai due ex gigliati su Gagliardini e Joao Mario: personalmente vedrei la coppia viola davanti alla difesa e il portoghese alle spalle di Icardi, con l’italiano primo cambio, ma sono finezze: il materiale c’è e quindi facciamo lavorare chi è pagato per farlo.
Ci sarà, in realtà da sfoltire il reparto, e personalmente ritengo che Brozo e Kondogbia possano essere tranquillamente sacrificati in presenza di offerte appena appena presentabili.
Per questioni più di cuore che tecnico-tattiche tratterrei Medel, che però pare -anche lui- in via di uscita.
Sottolineo per l’ultima volta l’incomprensibile astio di tutta la critica calcistica italiana per il cileno, che oltretutto nei mesi di Pioli ha dimostrato di poter essere anche un buon rincalzo difensivo in caso di bisogno. Non ha mai reclamato un posto da titolare, tantomeno lo farebbe adesso che il reparto è assai migliore dell’epoca Kuzmanovic-M’Vila-Taider, però ha ormai lo stigma dell’untore, e il volgo vuole la sua testa.

Addio Medellino, io ti ho sempre amato.

LA’ DAVANTI

Pur non essendo al momento cambiato niente, questo è il reparto che per ora mi ha dato più soddisfazione. La gestione del “caso” (che “caso” non è) Perisic mi sta piacendo moltissimo, sperando di non essere smentito nei prossimi 20 giorni.
Sfanculati tutti i gufi del “tanto dovranno venderlo per far quadrare i conti“, FozzaInda ha messo su una playlist con soli due pezzi in loop: “50 milioni cash” e “non abbiamo bisogno di vendere nessuno“.
Gli scrivani di corte, resisi finalmente conto che il muso giallo fa sul serio, hanno tentato di scartare di lato andando dietro alle suggestioni di mercato (altra espressione che detesto) che paventavano un addio di Candreva sponda Chelsea, all’insegna del “Perisic potrebbe restare; a quel punto andrà via Candreva“.
Tutto purchè l’Inter debba vendere, indebolirsi e morire male.
Vepossino…
Tornando al campo, so che dovrebbe arrivare questo Emre Mor. Se Dalbert almeno l’avevo sentito nominare, del turco però danese ignoravo proprio l’esistenza.
A quanto capisco dovrebbe essere il primo cambio dei due esterni d’attacco, e per certi versi vale quanto detto per il terzino brasiliano: se questo qua deve arrivare per prendere il posto di Biabiany, direi che abbiamo ottimi margini di miglioramento.

Quindi? Gallianamente parlando #siamoapostocosì?
Mah, forse sì… Mi sarebbe piaciuto Nainggolan, eccome… ma non arriverà e quindi facciamocene una ragione. Vidal qualche anno fa, e senza passato juventino, l’avrei preso eccome, ma siamo anche qui a parlare di opzioni che non sono sul tavolo.
Attingo a un’altra frase fatta del periodo estivo: “comprare per comprare, meglio stare come siamo”. Banale, ma vero.

Nemmeno col Ninja saremmo stati da scudetto, quindi avanti così: cerchiamo di sfruttare l’assenza di impegni infrasettimanali per puntare a uno dei quattro posti champions, sapendo che oltre alle solite tre dovremo fare i conti anche con i Meravigliuosi, di cui parlerò (male, e come sennò) prossimamente.

Vuoi non dire niente sulle fideiussioni per Bonucci e sull’esordio del VAR visti in questi ultimi giorni?

MAGLIA

Non ci siamo, poche balle… Non capisco (o meglio lo capisco ma preferisco far finta di nulla…) perchè la Nike debba utilizzare i loro designer sotto acido per sperimentare le peggio varianti sulle nostre maglie, tornando invece fedeli e rispettosi della tradizione nel caso di altri top club europei…
Ad ogni modo, il blu è di una bella tonalità, numeri e nome in bianco e non più giallo evidenziatore, ma quelle righe nere fanno tanto codice a barre e nun se possono vede.

Meglio, nella sua semplicità banale ma al tempo stesso ricercata, la maglia bianca, non a caso apprezzata anche da appassionati di calcio di altre latitudini.

Leggo di una terza maglia grigia con sfumature militari, che mi fa cagare così sulla fiducia. C’è di buono che la scarsità di impegni in stagione dovrebbe limitarne l’uso.

 

ODIO IL MILAN (È PIÙ FORTE DI ME)

Perchè mi stanno tanto sulle balle?

C’entra Berlusconi, chiaro. Ma non tanto in senso politico.

Chi tifa contro il Milan come me, ha il velleitario primato di aver iniziato a disprezzare Silvietto nostro ben prima del discorso su “l’Italia è il Paese che amo”.

Dal suo arrivo nel calcio, anno domini 1986, ha iniziato a stravolgere tante regole non scritte, facendo leva sul suo potere mediatico per imporre un regime e una propaganda che -complici gli innegabili successi, sia chiaro- ci ha passeggiato sui testicoli per trent’anni. A lui dobbiamo tante divisioni manichee e assolutamente senza senso del tipo “zona = bene; uomo = male” “il giuoco” “lo spettacolo” e compagnia cantante.

Non smetterò mai di citare a sufficienza l’imprescindibile No Milan scritto da Tommaso Pellizzari a inizio millennio. Paradigmatiche le sue pagine nel fotografare il personaggio e tutte le sue contraddizioni.

Morale, a chi nel ’94 è arrivato ad abbaiare alla luna contro di lui per la prepotenza e la protervia dimostrata nell’agone politico col proverbiale mezzo sorriso da schiaffi, ero solito rispondere “adesso arrivate? ‘Ndo cazzo siete stati fino a oggi?“.

Torniamo ai tempi nostri, e notiamo come il passaggio di proprietà ai cinesi di Mr Li non abbia portato poi grossi cambiamenti nella considerazione mediatica delle strisce rossonere.

Partiamo -inevitabilmente- dall’affaire Donnarumma. Non voglio auto-celebrarmi, perchè non c’è un cazzo da celebrare e perchè, conoscendo gli attori in scena, la cosa più facile da prevedere era proprio il lieto fine, con conseguente rinnovo del portiere ragazzino (userò in questo pezzo tutte le locuzioni possibili pur di non chiamare il soggetto in questione col suo orrendo soprannome bisillabo: così lo chiameranno i parenti, i giornali dovrebbero essere un poco più equidistanti… Ma d’altra parte cosa aspettarsi da gente che ha chiamato Inzaghi “Pippo” per vent’anni e Ancelotti “Carletto” per tutta la parentesi rossonera?).

Al solito, il malato mentale che scrive non abuserà della vostra pazienza per commentare la notizia in sè, quanto piuttosto per segnalare l’ondata di gioia pressocchè universale che sta accompagnando la firma dell’accordo.

La cosa che ho trovato davvero disdicevole è stata la divisione manichea tra torti e ragioni in tutta questa vicenda.

Raiola è senz’altro un personaggio discutibile e difatti discusso, ma lo schieramento di fucilieri contro il pizzettaro poliglotta non ha davvero precedenti.

Finchè si trattava dei mal di pancia di Ibra all’Inter o di Balotelli (sempre all’Inter), la colpa era della Società simpatttica incapace di gestire i propri campioni -o supposti tali-. Quando si è trattato di intascarsi una quarantina di milioni nell’affare Pogba, tutti zitti o quasi, forse perchè su quella compravendita la UEFA non ci ha visto chiaro e ha chiesto lumi ai bianconeri.

Qui invece Raiola è l’uomo nero, il cattivo, il nemico per definizione contro il quale ognuno si fa forte spalleggiandosi con l’altro. Che poi il procuratore voglia fare i suoi interessi (legittimi finchè non si porrà rimedio a ‘sta cazzo di deregulation) e voglia lasciare una via di uscita al proprio assistito nel caso in cui il Milan continui a galleggiare nella mediocrità degli ultimi anni, è un concetto che non va nemmeno preso in considerazione.

Lui è il cattivo, lui ha torto, lui è un panzone maledetto.

Di tutta la vicenda economica, la cosa che mi ha colpito non sono tanto i 6 milioni all’anno per il ragazzo, quanto il milione all’anno offerto al fratello per fare il terzo portiere. Non facevano tutti più bella figura a dargli un altro milione all’anno e basta? Quello mi pare veramente uno schiaffo alla decenza, e non è -per una volta- questione di maglia: ai tempi belli del lustro d’oro, il milione al mese che si intascava Ibra non mi ha mai scandalizzato, mentre il triennale di Suazo a 3.5M annui l’ho sempre trovato inconcepibile.

Qui ovviamente la favola da raccontare è quella del ragazzo che con il fratello maggiore avrà gli affetti familiari vicini ogni giorno, potendo pascersi dell’amore fraterno in una perfetta tautologia calciofamilistica.

Ancor più imbarazzante la questione esame di Maturità. La si può pensare come si vuole (personalmente la grezza fatta dal 99 rossonero è discretamente grande: pensi davvero che non ti avrebbero promosso?? Mavàicazzo!, porta a casa il tuo pezzo di carta farlocco -farlocco come tutti i diplomi che escono da quegli scherzi di scuole- e chiudila lì); quello che non ha alcuna logica, e che invece è stato fatto, è incolpare ancora una volta il malefico Raiola:

Screenshot 2017-07-05 Gazza Gigio

Il ragazzo è diligente, un figlio modello e lui senz’altro voleva andarci a dar gli esami. Ma quel cattivone gli ha ordinato di andare in vacanza.

Siamo a questo.

Ma non solo.

Come abbiamo imparato, non esiste acquisto dei rossoneri che non sia accompagnato dal sottotitolo “il ragazzo vuole solo il Milan“, spesso accoppiato a “tifa Milan fin da bambino“, nelle giornate di gloria addirittura con la ciliegina di “il giocatore (che sia Rami, Kakà, Balo, Honda o altri bisillabi a piacere) è disposto a ridursi lo stipendio pur di arrivare in rossonero“. Nel solco di questa confortante tradizione, ecco il recente arrivo a Milanello Bianco di Andrea Conti, promettentissimo laterale dell’Atalanta, comprato per circa 25 milioni.

Un bell’investimento, non c’è che dire, ma il ragazzo pare buono e quindi il grano sembra ben speso. Peccato che, in un epoca di informazione liquida e quindi non più così manipolabile come in passato -vero Presidenteberlusconicheciseguesempre e Dottorgalliani?- le flatulenze informatiche di ognuno di noi mantengano negli anni la persistenza tipica di chi la molla in ascensore appena prima della chiusura delle porte.

Ecco quindi la buccia di banana su cui scivola il succitato Conti, pizzicato in rete a lamentarsi come un tifoso qualunque (ma certo non del Milan!) del proverbiale deretano rossonero nei sorteggi di Coppa: la cosa non è grave per nulla, ma mi lascia sogghignare come Muttley tra me e me.

Ultimo caso (per oggi…) sintomatico della prosopopea rossonera e della leggerissima tendenza a cospargere di miele anche il più insignificante pezzo di… pane: ecco l’epilogo -nemmeno troppo sorprendente- del supposto fenomeno Mastour.

Ne avevo parlato anni fa (al punto 4 di questo rancoroso ma tutt’ora valido elenco), perchè allora come adesso nel caso di Donnarumma il Milan aveva ostacolato e poi superato un’Inter  già  in trattative avanzate con la famiglia del ragazzo, ai tempi solo quattordicenne.

Presentato al mondo come il nuovo Messi, e accompagnato da frasi del tipo “con questo siamo a posto per vent’anni“, il poveretto ha girovagato per mezza Europa raccogliendo scampoli di partita e poco più, fino alla risoluzione del contratto con la squadra dell’Amore proprio di questi giorni.

Perfetto stile e coerenza granitica. Non c’è che dire.

Poi mi dicono che sono ossessionato…

FPF E CALCIOMINCHIATA

Calcisticamente, quello di Giugno è uno dei periodi più strani e stimolanti che ci siano.

La stagione è terminata, si hanno ancora chiare davanti agli occhi le imprese o (più spesso) le malefatte combinate dai nostri campioni o supposti tali, e ogni tifoso che si rispetti ha già in mente l’11 ideale, la lista della spesa e quella di proscrizione.

Da qualche anno a questa parte, c’è un’ulteriore variabile da aggiungere a questa accaldata equazione: il Financial Fair Play (fèrpléifinanziario in italiano, per brevità e di qui in seguito FPF).

Armatevi di Maalox e Omeprazolo in quantità, perchè il pezzo è parecchio rancoroso.

Il tutto nasce cronologicamente al crepuscolo dell’era Moratti, sbertucciato per tutti e 18 i suoi anni di presidenza per aver sperperato senza apparente costrutto centinaia di milioni di euro, senza mai, dico mai, tenere in considerazione tre semplici elelmenti:

1) Erano soldi suoi, con i quali paradigmaticamente ognuno fa il cazzo che vuole;

2) Per tanti anni lo sperperare a destra e manca senza ottenere i risultati è stato anche -se non soprattutto- frutto del mazzo di carte truccato con cui si continuava a giocare;

3) Ad ogni modo, con quella visione mecenatista e legata al sentimento (che io per primo ho tante volte criticato) il Signor Massimo ha portato a casa un certo numero di trofei, che non vado ad elencare per non essere ridondante.

La situazione di cui sopra, ulteriormente complicata dalle nuove regole introdotte dall’UEFA, viene ereditata da Mr Thohir nel 2013. Al “cicciobello con gli occhi a mandorla” (cit.), se possibile, la stampa riserva un trattamento ancor peggiore di quello precedente. Forse perchè straniero, forse perchè parvenu per il calcio italiano, forse perchè da subito ha cominciato a rispondere come e dove voleva, senza prestarsi quotidianamente alla pletora di microfoni e pennivendoli “con la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras”, sicuramente perchè interista, al thailandese non è stato perdonato nulla, nemmeno le (poche ma buone) mosse per cui dovrebbe essere ricordato e ringraziato.

Ha dato un’organizzazione alla Società, sfoltendo e di molto la sede da personaggi di dubbia utilità, ha applicato alla lettera le disposizioni imposte dalla UEFA, scrivendo e presentando un Settlement Agreement nel quale prospettava il pareggio di bilancio entro il 2017 e il rispetto dei parametri di spesa previsti dalla nuova normativa, di concerto con Mr Bolingbroke (altro paria sbeffeggiato al punto da storpiarle il nome come nemmeno il peggior Emilio Fede).

Sono troppo incattivito per sorvolare sul fatto che quel Settlement Agreement sia stato recepito e approvato dall’UEFA, contrariamente a quanto fatto in relazione al Voluntary Agreement presentato recentemente dal Milan, sostanzialmente rispedito a Fassone & Co. con la noticella “nun ce prova’… dopo che, tra le tante assumptions, si fantasticava di ricavi dal mercato asiatico per 200 milioni nel prossimo anno (col Real Madrid reduce da due Champions consecutive a farne “solo” 180).

Ma aldilà del Derby di scartoffie inviate a Nyon, è sintomatico far notare come tutte le scadenze di questo piano strategico nerazzurro siano state accompagnate dal più classico dei pessimismi da parte degli organi di stampa nostrani.

Già l’anno scorso i mesi di Maggio e Giugno erano stati all’insegna del #portiamoilibriintribunale, #fallimento, #moriremotutti, per poi rinfoderare la falce del tristo mietitore e ammettere a mezza voce “L’Inter rispetta il FPF e chiude con un passivo entro i 30 milioni, come da accordo con l’UEFA” per farsi di nuovo barzotti e urlare “Ma entro il 30 Giugno del 2017 servirà il pareggio di bilancio, altrimenti saranno guai“.

Quest’anno hanno preso la rincorsa già al fiorire dei primi boccioli di inizio Marzo, tornando a gufare su “la necessità di vendere almeno uno dei suoi big per far quadrare i conti” (l’anno scorso Icardi, quest’anno Perisic).

Al solito, la faciloneria, la poca voglia di far lavorare i pochi neuroni a disposizione, o più prosaicamente la malafede hanno fatto ignorare a tutti le possibili strade alternative per arrivare allo stesso risultato.

Niente da fare: Sì va beh, l’Inter ci proverà, venderà qualcuno ma alla fine Perisic dovrà essere sacrificato per esigenze di bilancio ( vero, caro e sempre simpaticissimo Andrea Ramazzotti del Corriere dello Sport? Com’è che avevi intitolato? Ah si: “Ciaone“).

Eppure la tabellina era stata fatta e i conti, se erano riusciti a me, non erano proprio difficilissimi da ipotizzare:

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Ma niente… l’ordine è “ignora e martella“.

Finchè, messi davanti all’evidenza, ci si arrende con un freddo titoletto di pura constatazione:

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Ovviamente c’è chi fa di meglio, avendo preso (in cul… ah no scusate) atto della permanenza del croato. Ecco il sempre prode Corriere dello Sport vagheggiare di difficoltà di Perisic nel riconquistare il cuore dei tifosi nel caso in cui dovesse restare, ben accompagnato da altre testate pronte ad addensare nubi sulla sua permanenza che, per quanto non più legata ad esigenze di bilancio, è tutt’altro che scontata.

Il che ci porta alla conclusione di questo delirio rancoroso: il calciomercato interista è da anni un florilegio di rischi da evitare, centinaia di giocatori accostati al nerazzurro e obiettivi falliti (#interbeffata is the new #crisiinter), anche quando il rischio è ingigantito e l’obiettivo sfumato in reatà non è mai stato realmente cercato . Certo, si può sempre fare calciomercato nel modo dadaista in cui lo faceva Maurizio Mosca, dicendo che tutti i giocatori interessavano a tutte le squadre, potendo poi sempre dire “l’avevamo detto!“, ma lì almeno sapevamo a che gioco si giocava e si rideva col pendolino e la superbombadimosca.

Quelli che all’Inter sono ostacoli da evitare per rimanere in piedi, altrove sono invece speranze, possibilità, auspici: avete mai visto un tifo così sfegatato come quello di questi giorni per la trattativa Donnarumma-Milan, il cui lieto fine farebbe bene a tutto il calcio, come ha fatto presente la Gazza in questi giorni? Veramente da vomito, e la firma su quel pezzo di carta, da me ampiamente prevista (non che fosse così difficile prevederlo, aspettate qualche giorno e vedrete), farà partire l’ennesimo refrain su “certi amori che non finiscono” e il Club dei sentimenti che punta sui propri ragazzi italiani.

La ciliegina sulla torta sull’occhio di disriguardo nei confronti dei nostri si ha con il facile paragone circa l’eco mediatica delle imprese di due nomi del presente e passato rossonerazzurro alle prese con altri sport: Perisic in questi giorni si sta rilassando giocando a beach volley, mentre il grande Paolo Maldini ha provato con il tennis.

Nessuno dei due ha ottenuto grandi risultati: pare che il croato abbia perso tre partite su tre, mentre Maldini è uscito al primo turno perdendo 6-1 6-1.

Chissenefrega, dico io; bravi loro che sanno cavarsela anche in un altro sport, no?

No.

Maldini è stato celebrato manco avesse vinto Wimbledon, Perisic lo perculano manco fosse inciampato su una buccia di banana finendo in una pozza di fango.

Ma sono io ad essere paranoico, state tranquilli…

GUARDIAMO IN CASA D’ALTRI

Torno a scrivere dopo un periodo (tutt’ora perduante) di lavoro matto e disperatissimo, che tuttavia non ha del tutto annientato la mia visione paranoica e complottista del mondo del pallone.

Ecco quindi un sunto dei miei limitati pensieri di questi giorni, rigorosamente divisi per colori sociali.

 

I GOBBI

E’ ormai tardi per accodarmi a tutte le pur giuste spiegazioni eziologiche del tifo contro, e della conseguente goduria nell’assistere all’ennesima finale di Champions persa dalla Juve.

Aggiungerò solo che, non si offenda nessuno e se si offende ‘sticazzi, la finale ha dato ennesima conferma della qualità media del nostro Campionato, dove una buona metà delle squadre sostanzialmente si scansa quando incontra i bianconeri, per poi tentare la partita della vita contro le altre supposte grandi.

Se a ciò aggiungiamo le ormai paradigmatiche “due o tre sviste arbitrali” arriviamo a dare contorni un po’ più certi al dominio bianconero degli ultimi 6 anni in Italia.

La squadra, la Società e gli allenatori hanno fatto -duole dirlo- un lavorone, ma non hanno trovato nemmeno la metà delle difficoltà contro cui hanno dovuto combattere Roma e Napoli (tanto per limitarci alle rivali più prossime, e tacendo per pietà sulle milanesi).

In altre parole, la finale di Cardiff l’ha persa la Juve molto più di quanto l’abbia vinta il Real. Il celebratissimo blocco italiano difensivo è andato in palla totale nella ripresa, e al Real è bastato giocare una partita “giusta” (ma tutt’altro che superlativa) per portare a casa la centordicesima Champions della sua storia. Ecco che, di fronte ad avversari di rango, anche gli apparenti superuomini possono perdere il prefisso grammaticale, e forse vederlo rimpiazzato da un suffisso dal vago sentore dileggiatorio. Ominicchi? Forse no, almeno non tutti (qualcuno sì e non da oggi). Ma uomini in difficoltà sì. Sono stati bravissimi a far fuori un Barcellona al tramonto della sua grande stagione storica. Sono stati solidi nel non sottovalutare il Monaco. Sono stati inferiori al Real ed hanno meritatamente perso. Non è un delitto. E’ la verità.

Loro, i gobbi, sono il Male oggettivo, il nemico sportivo di tutti i tifosi non bianconeri. E’ la stessa cosa per il Real in Spagna, lo è stato il Manchester United in Inghilterra e via dicendo. Certo, loro ci mettono il carico da 90 continuando a sbandierare Campionati rubati e giustamente non assegnati e agendo con quella protervia che solo un Paese di servi come il nostro gli può permettere. Che almeno non si stupiscano se il popolino gode vedendo il Re insozzarsi l’uniforme reale nel fango.

 

I MERAVIGLIUOSI

Se i bianconeri, come detto, sono il male oggettivo, la mia testolina vive in un perenne ying-yang con il mio cuoricione, che invece percepisce epidermicamente la sponda sbagliata del Naviglio come il male soggettivo. Meno importante, forse (forse) meno grave, eppure -proprio perchè più superficiale- più fastidioso.

La vicenda Donnarumma di questi giorni sarebbe tale da giustificare tre giorni di ferie incollato a PC e televisore, con familiare di Peroni gelata a godersi lo spettacolo di travasi di bile, cuori che si spezzano e grande famiglia che sfodera i coltelli.

Creare una verità partendo da un falso storico è specialità della casa rossonera da trent’anni.

Gli 80mila di Barcellona

La squadra migliore di tutti i tempi

Il ragazzo (chiunque egli sia) vuole solo il Milan ed è disposto ad abbassarsi lo stipendio e giocare nella squadra che tifa fin da bambino

Il Club più titolato al mondo

Siamo una grande famiglia”

“Ringraziamo il nostro Presidente che ci è sempre vicino

Le nostre squadre propongono giUoco“,

E, degna fine di questo crescendo rossiniano, “Puntiamo su un blocco di giovani italiani per creare un senso di appartenenza”.

Di tutte queste sesquipedali minchiate, l’ultima è una cantilena che in questi giorni mi trovo a ripetere tra me e me a mezza voce, non riuscendo a terminarla visti i singulti di riso isterico che mi tocca trattenere.  Il contrappasso di “Gigio che è tifoso rossonero e che  ha fatto la trafila di tutte le giovanili rossonere” (balle, ma che ce voi fà… so’ abituati…) e che proprio adesso, sul più bello, dopo aver baciato la maglia, non firma il rinnovo e vuole più soldi altrove, è la miglior punizione che questo Club di venditori di fumo si merita.

Io, da rancoroso rompicoglioni, mi ero… (…dolto…. doluto…. com’è il participio passato di dolersi??) dispiaciuto, ecco, mi ero dispiaciuto del fatto che un (allora) quindicenne si affidasse a uno squalo come Raiola, che guarda caso come prima mossa l’aveva allontanato dalla squadra cui pareva destinato per tuffarlo nelle braccia geometriche del dottorgalliani .

Ma allora non fregava niente a nessuno: quello era solo un ragazzino e comunque finiva nella squadra dell’Amore, di-cui-era-tifoso-fin-da-bambino. L’invitabile e caramelloso lieto fine.

Adesso invece siamo allo scandalo, al pizzaiolo traffichino che turlùpina un’anima candida capace di baciare la maglia e bandiera designata dei prossimi decenni rossoneri.  Qualcosa invece va storto, non importa se magari, sotto sotto, perfino Raiola possa avere una parte di ragione, ed ecco che anche per il Milan si prospettano le parole “caos”, “crisi”, “shock”.

Cari cugini, benvenuti nel Calciominchiata. Dopo un po’ ci si abitua, e alla fine si impara a riderci sopra. Certo, voi arrivate da trent’anni di “giorni del Condor”, di “Mister X”, di colpo dell’ultimo minuto e di telenovelas scritte direttamente con l’inchiostro rossonero e riprese tal quale dai media nazionali. Farete un po’ più fatica di noi, ma vedrete che alla fine si sta bene.

 

I LUPACCHIOTTI

Sulla Roma ho avuto modo di riflettere in concomitanza all’addio di Totti, su cui non mi dilungherò più di tanto. Davvero commovente la passerella finale e  il discorso nel dopo gara, poi sulla carriera ognuno la pensa a suo modo.

Io continuo a ritenerlo uno dei due italiani più forti che abbia visto giocare (l’altro è Baggio), e che probabilmente (forse come Baggio) le cose migliori le ha fatte vedere dai trent’anni in su. Campione vero e preziosissimo.

Resto anche convinto che la condotta di campo spesso non sia stata all’altezza della sua classe (dallo sputo a Poulsen alla finale di Coppa Italia del 2010), e che dietro alla sua scelta di una carriera in giallorosso ci sia anche una parte di “comodità”.

Ma non è di questo che voglio scrivere. A me la Roma, negli anni, tante volte ha ricordato l’Inter. L’ambiente, la tifoseria, cronicamente incapaci di gestire la pressione, endemicamente affetti dal vizio di toppare proprio la partita che non puoi toppare (il 5 Maggio, Roma-Liverpool e Roma-Lecce, tutte nello stesso stadio, sarà mica che porti sfiga?).

Come i nostri, i giallorossi per andar bene devono viaggiare controvento, supplendo con risorse insperate, o comunque difficili da mantenere nel medio periodo. Dovendo far leva su quelle per contrastare le spinte contrarie anomale,  e cioè diverse dall’unica forza che dovresti contrastare su un campo di calcio, la squadra avversaria.

Un contesto del genere di porta, direi fisiologicamente, a non essere in grado di gestire la “routine”, la navigazione di bolina o, ancor peggio, il vento in poppa. Lì ti trovi smarrito, “E adesso che faccio? Devo solo giocare e battere l’avversario? E come si fa?”

La Roma ha un ambiente mediatico e di tifosi che ti prosciuga, a meno di non esserne tu stesso imbevuto; L’Inter, come noto agli affezionati lettori di queste pagine, è da sempre facile bersaglio di certo giornalettismo sensazionalistico, alla ricerca del titolo e del luogocomunismo anche oltre ogni logica.

Non arriverò mai a dire che mi stiano simpatici, ma ci sono degli elementi di analogia. E soprattutto, rispetto ai diversamente strisciati, ci sono alcune galassie di differenza.

La disamina dell’ennesimo anno zero dei nostri eroi in braghette, l’arrivo di Spalletti, quello di Capello a Nanchino, il caso-Perisic e il FPF da sistemare, sono tutti argomenti troppo nobili e importanti per essere immersi in questa rassegna di altri colori sociali.

Ne parleremo più avanti. Non so quando ma più avanti.

Stay tuned.

CLEAN UP THE MESS

Parlare delle ultime partite è davvero accanimento terapeutico. Che cazzo vuoi cavare da due partite inutili, completamente prive di qualsiasi senso sportivo e purtroppo nemmeno capaci di palesare la presenza tanto agognata di “uomini” prima ancora che di “calciatori”?

Accanto al raccapriccio sportivo, sta la deriva ormai inarrestabile della Società, totalmente allo sbando e senza nessuno -che sia il comandante in capo o l’ultimo degli sguatteri- che sappia quale rotta tenere.

Gli ultimi giorni hanno segnato un netto “liberi tutti” a livello mediatico, che ha allarmato e non poco lo psicopatico che scrive. Arrivo anche a dire che i media per una volta non sono nemmeno i principali colpevoli di questa storia, trovandosi nella comodissima posizione di dover semplicemente riportare dichiarazioni di terzi, senza quasi dover aggiungere nulla di proprio per insaporire la pietanza, già succulenta di suo.

E del resto che cacchio devono fare, i servi mediatici, se un giocatore come Eder si permette di dare consigli alla Dirigenza e ai compagni, dal basso di un rendimento che in una squadra normale sarebbe da insufficienza piena, e che solo la diffusa mediocrità nerazzurra fa ergere a “uno dei meno peggio”?

Di più, e assai più grave: come è possibile che il tuo Direttore Sportivo esterni -“col coeur in man” diremmo a Milano- tutti i propri sentimenti senza un minimo di filtro istituzionale, stupendosi poi perché pensava che il contenuto delle sue dichiarazioni sarebbe rimasto riservato?

Riservato… quel che dici in un’aula universitaria… nel 2017…

Ausilio nelle sue funzioni secondo me ha fatto quel che poteva, ma per questa sola cosa va cacciato all’istante. Non puoi lavorare nel calcio (per di più nell’Inter!) da vent’anni ed essere così ingenuo. Arrivo infatti ad augurarmi che ingenuo non lo sia stato per nulla, e che abbia volutamente provocato questo putanoire per farsi cacciare, lui fresco di rinnovo triennale, ed incassare una ricca buonuscita, vistosi ormai degradato a secondo di Sabatini.

Sia quel che sia, gli ultimi giorni ci hanno dato la conferma non richiesta del fatto che, bartalianamente parlando, “gli è tutto sbagliato“, e che non potrà certo essere il solo allenatore (fosse anche Conte, fosse anche Gesù Cristo, dico di più: fosse anche José da Setubal) a raddrizzare la situazione.

Torno ad ammorbare me stesso prima che voi, ricordando le tante volte in cui ho segnalato l’importanza di una organizzazione solida e coerente nelle varie funzioni, che parta da un Proprietà ricca e consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti, che passi da una Dirigenza snella (due, tre persone, non di più) che goda della fiducia della proprietà e che sia di indiscutibile competenza, e che arrivi ad un allenatore conseguente alle idee dei primi due soggetti.

Questo a prescindere dai nomi da mettere nelle caselle testé abbozzate.

Se mi si passa il paradosso, i giocatori vengono dopo, e co e conseguenza di tutto ciò. Parlerò anche di loro, e spero di riuscire a farlo in termini non troppo scurrili, ma non in questa sede.

I calciatori passano, l’Inter resta, insieme ai suoi problemi ancestrali e accanto a peculiarità uniche nel panorama mondiale. Noto ad esempio una corrente di pensiero che ha ne IlMalpensante e in Stefano Massaron i principali esponenti, e che vede nella cosiddetta “Dirigenza italiana” il principale problema di quest’Inter.

In buona sostanza, il vuoto di potere conseguente al cambio di proprietà Thohir-Zhang ha visto il trio Zanetti-Ausilio-Gardini guadagnare posizioni all’interno e soprattutto all’esterno del Club. FozzaInda, dopo aver cacciato Bolingbroke, non ha ancora scelto il suo sostituto, limitandosi a sostituirlo con un proprio uomo ad interim.

Ciò ha lasciato campo libero ai tre succitati, stranamente (per essere tesserati nerazzurri) sostenuti dalla stampa quasi a prescindere, nonostante a loro siano state affidate le chiavi della macchina che ora contempliamo accartocciata contro il guard rail.

Ecco finalmente l’anima italiana a riportare l’Inter dove deve stare, ecco l’arrivo di Pioli, che -lui sì- conosce il nostro calcio, ecco l’acquisto di Gagliardini chè così giocano gli italiani…“. Questa la litanìa, stucchevole e melensa, che le nostre caste orecchie si devono sorbire da Ottobre scorso.

…eppure, proprio con la presenza di tanti italiani -in campo, in panca e in tribuna- come non se ne vedevano da lustri, ecco che all’iniziale gasamento generale consegue un tonfo dagli effetti devastanti: due punti in otto partite.

Tonfo che, con passaporti diversi, avrebbe causato la chiamata alle armi dei vari MassimiMauro del mondo, ad accusare ancora una volta l’Inter di eccessiva esterofilia, e che invece viene raccontato come fallimento della proprietà straniera e di un “gruppo che non c’è per questioni di etnie” (cit.)

Ma andate a cagare voi e le vostre bugie (cit.)

Su questo è difficile dar torto a Stefano e a IlMalpensante. Non li seguo nel loro amore per De Boer, vittima innocente di questa stagione (vero) ma a mio parere scelta lontana dalla storia dell’Inter. Ma questi sono punti di vista tènnici, assolutamente legittimi.

Torno invece al loro fianco per segnalare come sia stato trattato l’olandese nei due mesi di permanenza e quanti alibi -giusti o sbagliati che fossero- siano invece stati concessi a Pioli e ai tre dirigenti italiani nel semestre successivo.

[Piccolo inciso: non riesco nè voglio riferirmi a loro come alle Triade, perché va bene tutto, ma certi paragoni non si devono nemmeno pensare.]

In tutto questo, giornalisticamente, abbiamo una notizia, perché è innegabile che i tre succitati, e Pioli in quanto loro emanazione diretta, abbiano goduto di buona stampa. Un unicum nella storia nerazzurra, che in realtà se fossi il padrone della baracca cercherei di sfruttare a mio favore. Capisco che sia alquanto cervellotico tenere nella tua azienda gente incapace solo perché all’esterno ne parlano bene, ma la cosa fa pensare.

Di più: il mio animo complottista porta a chiedermi retoricamente:

Non è che ne parlano bene proprio perché incapaci, e come tali garanti di una perdurante mediocrità dell’Inter, così ben sfruttabile a livello mediatico?

(È così, fidatevi).

Morale, come la risolviamo?

Io continuo a vedere in Leonardo l’uomo ideale a cui affidare la ri-costruzione della Società. Uno come lui a fare il Direttore Generale, espressione diretta della proprietà, quel che dice lui è come se lo dicesse FozzaInda. So che verrebbe identificato come “Uomo di Moratti”, visto il feeling con l’ex Presidente, ma correrei il rischio ad occhi chiusi.

Sotto di lui, Sabatini a fare il mercato e Oriali a supportare il tecnico in tutte le esigenze di campo e di raccordo con il Club.

Infine, un mio pallino: un cazzo di Direttore della comunicazione che imponga regole ferree ai tesserati e limiti le fughe di notizie, vere o false che siano.

Ausilio come detto si è messo -volontariamente o meno- in condizioni di farsi cacciare. Gardini nessuno sa cosa sia lì a fare e la sua perdita non credo verrà rimpianta da molti. Zanna deve fare quel che sa: l’Ambasciatore dell’Inter nel mondo, il tagliatore di nastri, il messaggero della Società quando c’è un argentino buono da prendere.

Poco altro.

Hai detto niente…

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HOUSTON, MILANO, NANCHINO: ABBIAMO UN PROBLEMA

INTER-SASSUOLO 1-2

Da otto partite non si vince.

In otto partite abbiamo raccolto 2 punti.

Abbiamo cambiato 2,3,4 allenatori per l’ennesima volta nel nostro recente passato.

Quali e quanto grandi siano i problemi mi pare di tutta evidenza, ma qui ne faccio una questione egoistica e personale: il vero problema è che inizia a non fregarmene più nulla.

Non è questione di volpe e uva, e nemmeno di far finta che “analizzandomi bene bene, non me ne importa proprio una sega” (min 4.00). E’ proprio che riconosco i pericolosi sintomi dell’abitudine, dell’assuefazione a questa impresentabilità.

Siamo insomma al “tanto peggio tanto meglio”.

Ed è preoccupante, ancor di più per uno come. Dovrei ritrovarmi per l’ennesima volta ad arrovellarmi senza pace chiedendomi “se la vità è una merda perchè l’Arsenal fa schifo o viceversa…“, e invece no, mi limito a qualche insulto e a un soffuso borbottìo di sottofondo.

Sarà contenta mia moglie, che sempre più spesso mi chiede “se ti fanno così arrabbiare, perchè continui a vederle le partite…?“. Domanda lecita se fatta da un pagano, già di meno se a farla è una persona che ai bei tempi è stata tifosa ben più che tiepida.

Quantomeno ha ancor oggi il buon gusto di non apostrofarmi con l’imperdonabile:

It’s only a game…

immortalato al min 0.48 dello stesso fondamentale della cinematografìa contemporanea.

‘Cos-it-quite-clearly-isn’t-only-a-game

Citazioni semicolte a parte, mi faccio piccolo esempio del tifoso medio nerazzurro per mettere in guardia la dirigenza e la proprietà: non giocate col fuoco, non date per scontata la cieca passione del popolo interista, peraltro abituato a ben altri spettacoli e storicamente assai più esigente della platea rossonera, che si vanta ancor oggi di aver riempito San Siro contro la Cavese.

Lo scempio visto ieri ha ulteriormente acuito la mia amarezza, essendomi trovato a dover concordare con la Curva Nord e i suoi messaggi. Un branco di ominidi, questo è assodato, ma che in due striscioni hanno fotografato perfettamente il momento.

Un “momento”, oltrettuto, che dura da sette anni, nei quali continuiamo a voler credere che la prossima sarà la volta buona.

Non entro  nemmeno nel merito dell’esonero di Pioli, dell’arrivo di Sabatini, dell’eventuale convivenza con Ausilio, del possibile arrivo (e con che ruolo a questo punto?) di Oriali.

Siamo al disfattismo: non mi interessa chi, non mi interessa come. Datemi una cazzo di squadra di calcio da tifare, non una massa di ectoplasmi interdetta a quasiasi azione o pensiero.

E’ COMPLOTTO

Qui abbiamo un po’ di arretrati, vista la decenza a cui mi sono appellato nelle ultime esibizioni dei nostri amatissimi.

Il fatto di far cagare è tanto innegabile quanto irrilevante, se si tratta di rimarcare la consueta malafede mediatica.

Non so se iniziare dai Gobbi o dai Meravigliuosi, visto il mio continuo ying-yang di odio calcistico tra i due poli (per nulla) opposti.

Vado in ordine alfabetico e quindi inizio dal Milan (…ho pur sempre fatto il classico!).

Nell’ordine: Donnarumma buca la presa -facilitotta- sul gol di Conti, Deulofeu segna su autogol in fuorigioco di mezzo metro buono, sento (ma non vedo) di un rigore clamoroso non dato all’Atalanta, che ad ogni modo nella mezz’ora finale -la sola vista coi miei occhi- surclassa i rossoneri confermando i punti di distanza in classifica.

Eppure: Gigio pallone d’oro, pareggio meritatissimo, Milan che può ancora raggiungere l’Atalanta, Montella bravissimo a portare la squadra a questi livelli (vero) e anzi anche sfortunato in tanti casi in cui ha buttato via punti facili.

Bergamo, Derby di ritorno, Toro all’andata e al ritorno, Bologna… giusto i primi casi di punti immeritati che mi vengono in mente. Eppure no: fanno pure fare la figura del modesto a Montella quando dice “non mi piacciono questi giochetti: se abbiamo questi punti e ne abbiamo perso qualcuno per strada è solo colpa nostra“.

Ma c’è di più: il settore giovanile rossonero che -continuo a ribadire- vince qualcosa una volta a ventennio, e che ciononostante vive di stampa a favore a prescindere (how strange…), buca addirittura l’accesso ai play off con la Primavera, facendo titolare la Gazza sulla Homepage in questo modo:

milan fallimento primavera

…salvo poi vergare un articolo in cui riesce ugualmente a santificare il lavoro di quelli che #propongonogiuoco.

Nessuno al solito che scriva non dico la verità, ma quantomeno che abbia una visione diversa: questi hanno pescato il jolly scovando Donnarumma in Campania (e mezzo scippandolo all’Inter, ma va beh…) e comprando di fatto un semilavorato, non una materia prima. Con questo sbarlùsc hanno avuto vita facile nel raccontare minchiate tipo Milan dei giUovani italiani delle giUovanili e bla bla bla. Infatti De Sciglio è fisicamente minacciato dai propri tifosi, Locatelli dopo un promettente inizio scalda le sue terga in panchina e Calabria si mostra il volenteroso giovane che è e nulla più.

Ma c’è tanto amore in tutto ciò e non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.

Per quel che riguarda la Juve, e ancor di più la sudditanza che ancor oggi esercita, prevedibilissima l’assenza sulla Rosea, così come su ogni altro quotidiano nazionale, di ogni riferimento al “loro” 5 Maggio e a quella salvifica pioggia di Perugia che tanti di noi ha fatto godere  (andate al min. 2.45 per questa chicca, guarda caso al microfono di Ignazio Scardina: “Io sono una persona perbene… prima di fare discorsi poco giusti dovrebbero avere delle prove“).

Faccio parlare chi sa farlo meglio di me, caldeggiando la lettura di Zer0Tituli in religioso silenzio e con mano sul cuore:

zerotituli 14 maggio

Attendiamo di arrivare al “5 Maggio al quadrato“, certi di riempirci gli occhi su tutte le Homepage nostrane dei tre gol in sei minuti, del balletto di Dudek e degli occhi spiritati di Sheva prima del rigore decisivo.

Facciamo cagare. Ma-non-siamo-quella-roba-là!

WEST HAM

Campionato che non ha più nulla da dire per i nostri: probabilmente increduli per aver battuto (once more with feeling) i rivalissimi del Tottenham nel turno precedente, i nostri pensano bene di prender quattro pappine dal Liverpool in casa, certificando la mediocrità di una stagione che, a fanfare spianate, era stata salutata come quella del grande salto verso i top team.

Try better next time!

stendiamo velo pietoso

IL GIORNO DELLA MARMOTTA

GENOA-INTER 1-0

Anni fa comprai un divertente libercolo a cura di interisti.org intitolato “MAI STATI IN B… E VOI?“, che ripercorreva la stagione 2005-2006 ancora all’oscuro del puttanificio che ne sarebbe seguito.

Ebbene, dopo la tragicomica eliminazione in Champions da parte del Villarreal con gol di testa di Arruabarrena, gli autori vergarono un cantico -consolatorio e divertente- che abusava di anafore, iniziando ogni strofa dello stesso con le parole “Non è perchè…

Fornirò l’intero testo a chi ne farà richiesta, ma a tutti regalerò la chiusa finale, perfettamente applicabile ai nostri tempi:

“…Non è perchè bisogna usare la memoria per trovare un giocatore che ci renda orgogliosi,

Non è perchè ogni tanto pensiamo di meritarci tutto questo.

E non è nemmeno perchè aggiorniamo questa lista da anni e non cambia mai niente: è che proprio ci siamo rotti le palle.”

Potrei chiudere qui e quel che ho da dire sarebbe già palese.

Due punti in sette partite. Due fottutissimi punti in sette stracazzo di partite.

Un manipolo di invorniti incapaci di correr dietro un pallone, svogliati più di un ripetente all’ultimo giorno di scuola. Un allenatore che sotto di un gol pensa bene di togliere il proprio centravanti (anonimo quanto e più degli altri, certo, ma che almeno là davanti qualcosa può sempre creare). Una squadra al solito interdetta di fronte ai pur rari omaggi arbitrali, e che come tale batte à la cazzo il rigore più che generoso che avrebbe portato ad un pareggio tanto insipido quanto minimamente dignitoso.

Ennesimo finale di stagione passato a far liste di proscrizione da cui -al solito- si salvano in quattro o cinque, con tutto il resto della ciurma da vendere a trance al primo market rionale (cit.).

Ancor più doloroso, seconda parte del pomeriggio passato a rimuginare sulle parole di un ex milanista (Costacurta) e un ex gobbo (Marocchi) che fotografano alla perfezione la crisi del settimo anno nerazzurra: “troppo” talento e poca testa, pochissimi giocatori di personalità, Società incapace di dare una direzione e fare scelte che vadano aldilà della pura sussistenza, allenatori fagocitati nel tritacarne generato dal troiaio testè descritto.

Sarebbe bello dar retta alle tesi per una volta ancor più retropensierose di quelle del sottoscritto, che vedono nell’indolenza dei nostri un disegno volto a saltare i preliminari di Europa League per preparare al meglio la stagione prossima ventura.

Ma magari! Almeno sarebbe la dimostrazione dell’esistenza di un piano, di una strategia -per quanto esecranda. Macchè, si bivacca in attesa del rompete le righe, al sicuro da pericoli che vadano oltre il ritiro punitivo (durante il quale comunque viene concesso il pomeriggio in famiglia perchè “i ragazzi han lavorato bene”), certi che nessun leader di spogliatoio verrà a gridarti nelle orecchie “Oh, svegliaaa!!!“.

Qui, ancora una volta -e non sapete quanto mi faccia girare le palle- devo dar ragione ai due diversamente strisciati: mancano i giocatori di personalità e con etica del lavoro. Abbiamo diversi buoni giocatori, non ne abbiamo uno con la metà della serietà di un Cambiasso, di un Materazzi, di uno Stankovic, per non scomodare l’inarrivabile Ibra, che svegli e trascini l’ambiente.

L’uomo è purtroppo un animale sociale e abitudinario, e come tale si adatta all’ambiente che trova. Se può, non fa. Non ci sono cazzi.

Vedere l’azione del gol di Pandev, con la palla che sbuca sui piedi di Veloso nel cerchio di centrocampo ed il primo dei nostri a oltre venti metri da lui, è la perfetta trasposizione in campo del concetto precedente. Vedere l’indolenza con cui Kondogbia trotterella per cercare di far finta di ostacolarlo è la dimostrazione semiplastica di quanto vado dicendo.

Poi al solito, quelli che guardano il dito e non la luna se la prendono con la sfiga, chè il tiro è deviato sulla traversa e torna a Pandev proprio mentre Andreolli scivola.

Sì, bravi, colpa del campo, ci va sempre tutto storto. Bravi ciula. E ve lo dice un complottista.

La mia è una tesi diversa: proprio perchè il complotto c’è, l’Inter deve per definizione fare più di quel che ci si aspetterebbe da una squadra nelle sue condizioni. Ripeto: più di quel che ci si aspetterebbe.

E qui, mi spiace, manca proprio la “cultura aziendale”: manca qualcuno un pocolino più autorevole del sottoscritto che ad ognuno dei nostri spieghi cosa voglia dire l’Inter e cosa ci si aspetti da un giocatore che ne vesta la maglia.

Nulla di tutto ciò alle viste, dato che il VicePresidente -sola memoria storica credibile nell’organigramma- già da giocatore dava l’esempio con le azione e non con le parole.

Potrà essere Oriali il nuovo Messia?

Me lo auguro, ma mi pare una questione troppo estesa perchè possa essere risolta da un solo uomo, per quanto valido, competente e gradito. Personalmente ho sempre preso con beneficio di inventario la vulgata per cui, tra lui e Branca, tutti i pacchi li avesse scelti il Cigno e tutti i campioni lui. Ad ogni modo, se come pare arriverà, non tarderà a dare conferma o smentita della succitata leggenda metropolitana.

Se non altro, vista l’ennesima ed immonda figura odierna, si tacceranno tutti gli italioti del “manca un’identità italiana all’Inter“. Eccovi serviti: allenatore italiano, direttore sportivo italiano, record di italiani in campo (cinque oggi: D’Ambrosio, Andreolli, Candreva, Gagliardini, Eder), orgoglio e dignità che finiscono giù per il cesso col sottofondo dell’Inno di Mameli.

Cosa aspettarsi? Boh, da questo finale di stagione tutto e il contrario di tutto. Sesti non arriveremo comunque, stanti Milan e Fiorentina comunque più in palla di noi (meno è impossibile…). Ciò vuol dire che, paradossalmente, potremmo anche vincere le ultime tre, giusto per confondere un po’ le idee sul chi dar via e chi tenere.

Un po’ come quando Recoba, dopo un trimestre di allenamenti saltati e mezz’ore svogliate, piazzava il sinistro da 30 metri all’angolino per un inutile 3-0 e guadagnava un altro triennale di contratto.

Dico questo orgoglioso del rancore provato negli anni per il Chino e conscio del fatto che uno come lui in mezzo a questi qua farebbe la sua porca figura anche a 41 anni e la panzetta. Non a caso oggi gli unici cori dei nostri tifosi sono stati per Pandev, il più scarso degli 11 del Triplete ma due spanne sopra tutti i nostri attuali giocatori per grinta e professionalità.

Niente foto. Niente #ècomplotto. Abbiate pietà di me, e di voi.

EI FU, O MEGLIO ESSI FURONO

Probabilmente alcuni di voi si aspettavano un pezzo sull’anniversario del 5 Maggio, con tanto di retrospettiva su quella stagione, su cosa l’abbia generata e sulle conseguenze che ha lasciato.

E invece no. O meglio, ni.

Aldilà del facile “throwback” fatto praticamente da tutti i giornali, prontissimi a mettere in homepage la faccia lacrimante di Ronaldo così come timidissimi a ricordare analoghe tragedie sportive a strisce diverse ma ugualmente avvenute nel mese mariano (Perugia e Istanbul dicono niente?), quel che mi fa piacere ricordare è come quella stessa data abbia raccontato una storia ben precisa -a volerla leggere- per di più a regolari scadenze quadriennali.

Il 2002 lo conosciamo tutti, e proprio venerdì ho avuto un civile e gradevole scambio di battute -lo dico davvero- con l’autore di questo bel pezzo, al quale mi permettevo di contestare solo un paio di punti, frutto della mia paranoia nozionistica.

Fino a qualche anno fa vi avrei ammorbato con tabelle che avrebbero mostrato come nel corso del campionato l’Inter avesse subito le solite due o tre sviste arbitrali necessarie per farla arrivare all’ultima giornata in piena crisi esistenziale, ma non è questo il punto. Quel 5 Maggio ha una sua origine, un suo svolgimento e una sua fine.

La sua fine, volendo romanzarla un po’ e giocare con le date, si ha ufficialmente 4 anni dopo, allorquando iniziano ad uscire queste notizie:

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Da lì in poi, quel Maggio è un fiorilegio di notizie, indiscrezioni, accuse sempre più circostanziate e sempre più vere, che nel corso degli anni spiegheranno a tutti quelli dotati di onestà intellettuale come fosse organizzato il mondo del calcio italiano in quei tempi.

Facendo un altro salto quadriennale, eccoci al 2010. Si arriva al primo capitolo della Storia nerazzurra recente, e cioè la vittoria della Coppa Italia contro la Roma, vinta dopo e nonostante una caccia all’uomo tollerata dal “miglior arbitro del nostro calcio”, ulteriore dimostrazione del nostro ascendente -anche in tempi di gloria- sul mondo arbitrale.

2002-2006-2010. Sono tre puntate dello stesso film, da vedere e ricordare tutte insieme.

Mica andreste al cinema a vedere solo il primo tempo, no?

Conoscete uno così pirla da andare alla partita e vedere solo il primo tempo?

Ah già, uno c’è: Boniperti… Scusate, ho sbagliato esempio.

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