PAGELLE E PROGETTI PER IL FUTURO

Allora, pensavo di evitare le pagelle di fine stagione visti i risultati alquanto prevedibili, con la maggior parte della rosa a piazzarsi dietro alla lavagna, invece un minimo di riflessione ci vuole, anche e soprattutto in vista della squadra che la nuova proprietà (di seguito FozzaInda) vorrà costruire.

ARRIVANI I BUONI

Pochi quelli da salvare “senza se e senza ma”.

Per conto mio: quattro, per essere precisi. Y nada mas.

Miranda: Il brasiliano, tolte un paio di topiche nella stagione, si è dimostrato quel che si sperava fosse, ossia un centrale di esperienza e saggezza che dà sicurezza a tutto il reparto, bravo a tamponare le falle del più esplosivo Murillo.

Medel: Il cileno è tra i miei preferiti, anche per andar contro alle vedove di Pirlo e del bel giUoco che si scandalizzano nel vedere Medellino scorrazzare sulle stesse zolle stuprate da Gennarino Gattuso nell’ultimo decennio.

Ma Ringhio è simpatico guascone, questo un criminale degno dei Latin Kings.

E ad ogni modo, a correre, recuperar palloni, menare quando c’è da farlo e soprattutto metterci garra, non è secondo a nessuno.

Perisic: si è rivelato, con Miranda, il miglior acquisto della stagione, con un rendimento in crescendo di cui ha beneficiato anche la Croazia nella recente apparizione Europea, tanto luminosa quanto fugace. Raro, dalle nostre parti, vedere un mancino giocare e tirare così spesso in porta da sinistra: è il tipo di giocatore che avrei voluto essere io, piedi fucilati a parte, ma è un dettaglio…

Caposaldo inamovibile delle prossime stagioni, assolutamente da tenere anche a fronte di offerte scabrose.

Icardi: non avrà ripetuto i 22 goals della stagione precedente, ma ha dimostrato a soli 23 anni di essere già una certezza quanto a marcature, con importanti segnali si miglioramento nella fase di costruzione e di appoggio ai compagni.

Oltre alle 16 reti, ci sono anche 4 assist nella stagione terminata da poco: dato incoraggiante, da migliorare solo nella misura in cui ciò non andrà a detrimento della capacità realizzativa del ragazzo, chè Maurito è e deve rimanere il centravantone ignorante che la caccia dentro. Sono gli altri a doverlo servire. Che poi non debba rimanere come un palo della luce sul dischetto del rigore in attesa del pallone siamo tutti d’accordo, ma non voglio nemmeno sentir parlare in lontananza di falso nueve e cagate assortite…

TI MANDANO A OTOBRE

La frase è doverosa citazione di ogni buon padre di famiglia (compreso il mio) preoccupato dal rendimento scolastico del figlio, e che ammonisce circa i possibili esiti del fancazzismo applicato allo studio. Inutili i tentativi del pubescente di turno (io nel caso) di far presente che erano ormai decenni che si veniva rimandati a Settembre, e che al limite Ottobre aveva la doppia T… Niente da fare: ti mandano a Otobre (cit).

Che poi era quel che capitava di solito…

Ad ogni modo, nell’ultima Inter sarei stato in ottima compagnia:

Handanovic, Murillo, Brozovic, Kondogbia: tutti potenziali ottimi giocatori, tutti l’hanno fatto vedere a settimane alterne, con frequenza direttamente proporzionale all’ordine di presentazione.

Tutti e quattro da tenere e da riproporre, a meno di offerte vantaggiose (almeno 15 bomboloni per Handa e Murillo, almeno 20 per Brozo, nessuno sarà così matto da offrirne 30 per Kondo che quindi si toglie dal mercato non per propri meriti).

D’Ambrosio, Nagatomo, Juan Jesus: terzini di ruolo i primi due, spesso adattato il terzo, tutti senza infamia e senza lode. Eppure, a mio parere, proprio nell’assenza di almeno un terzino forte in campo sta uno dei limiti principali di quest’Inter. Le “bestie” nello specifico sono state altre (vedi alla voce Santon & Telles), ma nessuno di loro ha garantito più di una risicata sufficienza. Visti gli arrivi di Ansaldi (visto poche volte ma interessante) ed Erkin (mai visto giocare, di fatto un rimpiazzo di Telles, si spero più forte), la situazione non migliorerà a livello di prestigio e di “nome”; mi accontenterei lo facesse a livello di pura e semplice efficacia: chissà mai che qualcuno si decida a mettere un cross come Dio comanda…

In buona sostanza, uno dei tre può tranquillamente andare al miglior offerente (if any…).

Palacio: dispiace, anzi disbiasceah (cit. Contiana) dover mettere nell’angolo dei rimandati anche il Trenza, ma onestà intellettuale impone di riflettere sul crepuscolo di questo grande calciatore. La saggezza calcistica è tutt’oggi a livelli eccelsi, ma le primavere passano e il rendimento ne risente. Nulla di drammatico, per carità, l’anno prossimo così come quello appena passato può fare l’ultima mezz’ora e aiutare a scardinare difese un po’ troppo affollate. Purtroppo non più di questo.

BOCCIATO COFFARO

Santon & Telles: poco da aggiungere rispetto al cenno fatto poc’anzi. Il giovane butterato, ex bambino d’oro rapidamente assurto a novello bimbominkia ha languito per più di metà stagione in panchina, dando un pessimo ultimo assaggio di sè nel Derby di ritorno, poco dopo metà stagione. Era pieno inverno e per lui la Primavera non sarebbe (più?) arrivata.

Bella l’idea romantica del figliol prodigo che torna a casa madre, ora può tornare ad andarsene.

Telles era una scommessa e -come sempre accade quando si tratta di terzini sinistri- l’abbiamo persa. A livello di fondamentali ha probabilmente il piede migliore di tutti i colleghi di reparto, ma ha combinato un discreto numero di minchiate in difesa che mi portano non solo a non rimpiangerlo, ma a vedere la sua dipartita come quella di un vecchio conoscente dopo una lunga malattia: “almeno ha smesso di patire

Jovetic & Ljajic: la fantasia zingara al potere. Mortacci vostra! Non vi volevo, mi avete fatto quasi cambiare idea con le prime apparizioni (Jojo ancora in estate, Ljajc poco dopo) e siete ripiombati  in quell’inedia interrotta solo da sporadici guizzi di talento, senza nemmeno raggiungere i picchi di un cazzo di Chino Recoba, che sulla sua imprevedibilità (nel bene come nel male) ci ha costruito una carriera.

Vade retro, Saragat.

Uno era in prestito secco ed è tornato a casa, giusto in tempo per iniziare una nuova avventura; l’altro ce l’abbiamo sul groppone con la malriposta speranza che qualcuno ci caschi e possa replicare l’operazione Shaqiri a 12 mesi di distanza (col tabbozzo svizzero che, pur non essendo Maradona, di Jovetic ne vale due o tre…).

Felipe Melo: altro pacco previsto, ma mica ci voleva un indovino. Citando il sommo Mortillaro che parla di Cardini: “Preside, è cretino!” e con i minus habens calcistici c’è poco da fare. Anzi, devo ammettere: ha tirato addirittura fino a Dicembre, svalvolando nella esiziale sconfitta casalinga con la Lazio che ha segnato la sua condanna definitiva e l’inizio di quella della squadra.

Via, anche “a tranci in un market rionale” ma via. Subito.

Eder & Biabiany: giocatori diversi, arrivi diversi, uguale rendimento: poco o nulla. Entrambi potrebbero tornare buoni solo in fase di composizione delle rose, viste le stringenti norme in tema di italiani in squadra e settori giovanili di provenienza. Visto il discreto Europeo giocato dall’italo-brasiliano potrebbe uscirne una vendita interessante (a parte il gol al 90′ con la Svezia niente di che a mio parere, ma qui è tutto un celebrare questi nostri eroi italici e lacrimevoli quindi per una volta accodiamoci festanti e gioiosi…).

MISTER

Inevitabile una disamina un pocolino più articolata sul Mancio, alla prima effettiva stagione dopo l’avvicendamento con Mazzarri datato Novembre 2014.

Rispetto alla campagna acquisti natalizia poche settimane dopo il suo arrivo, ha senz’altro utilizzato meglio le risorse affidategli: allora i vari Podolski e Shaqiri furono accantonati senza troppi problemi, e fine simile fecero Kovacic e Vidic, pur non scelti da lui.

Avendo guidato la baracca negli ultimi 12 mesi sa cosa manca alla squadra, aldilà di ruoli e posizioni in campo: carattere, mentalità vincente, palle quadre.

Chiamatelo come vi pare, ma quel che serve all’Inter è quel che Bergomi diceva di Matthaeus: “questo qui arrivava in spogliatoio e diceva: ragazzi oggi si vince e -cazzo- si vinceva“.

E’ possibile che Mancini sperasse di trovare nell’esecrando Melo un simile leader -se è così l’errore di valutazione è grave.

E’ probabile che ora lo cerchi in Yaya Touré.

E’ pressochè certo che non verrà accontentato da FozzaInda, con i casi, le crisi, i mal di pancia ed i ridimensionamenti che ne conseguiranno.

Tanto siamo vaccinati…

Alla prossima puntata per i consigli per gli acquisti.

pagelle-calcio

 

DA JAKARTA A NANCHINO, PASSANDO PER VIA BIGLI

ASSAGGIA

E così, dopo quasi tre anni, l’indonesiano Thohir cede il suo 70% ai cinesi del Suning Group.

Tutto ciò nonostante le svariate smentite del Presidente e del suo staff. Il che, epidermicamente, è ciò che mi dispiace di più, visto che -per una volta- le Cassandre mediatiche erano ben informate preconizzando l’evento ormai da mesi.

Non mi è piaciuto il modo in cui Thohir ha smentito fino all’ultimo un passaggio di maggioranza, toccando più volte i tasti del “progetto quinquennale” che invece ora saranno altri a portare avanti.

Detto ciò, e lasciando al paragrafetto successivo il passaggio dalle papille gustative all’apparato digerente di questa succulenta polpetta, i conti per Er Filippino, o se preferite per il Cicciobello con gli occhi a mandorla, sono presto fatti.

Rimarrà ancora presidente, quantomeno per la prossima stagione, alla fine della quale i contratti di molti managers interisti scadranno, dopodichè verrà verosimilmente liquidato lasciando l’Inter in mani totalmente cinesi.

Per il mondo nerazzurro, rimasto orfano di “Papà” Moratti già tre anni fa, non fa molta differenza che il padrone del vapore sia indonesiano o cinese, anzi: il gruppo di Nanchino, per dirla con un tecnicismo, ci ha più soldi di Thohir, quindi in prospettiva potrebbe spendere di più (UEFA permettendo).

Non subito però, visto che il pareggio di bilancio tra 12 mesi è un impegno che pare non prorogabile, nè aggirabile con artifizi contabili di triangolazioni intercontinentali all’insegna del “lo pago in Cina ma lo giro in prestito a Milano“.

Quindi che cacchio ce ne facciamo del miliardario cinese se non ci può comprare Maradò?

Calma: i vantaggi ci sono, magari non immediati, ma ci sono.

Thohir era arrivato nel momento in cui la spending review faticosamente accettata e messa in pratica da Moratti stava per finire (sul come sia stata fatta, mi limito qui a citare il Direttore di Fantozzi nella celebre cena). Thohir arrivò con la promessa di aumentare i ricavi, in modo da poter avere moneta sonante da potersi giocare sul mercato.

E per quello i ricavi li ha anche aumentati, passando dai 167 del 2013 agli oltre 180 del 2016. Non abbastanza però, complice l’assenza dall’Europa che conta -e per l’anno appena concluso pure da quella che conta meno.

Il ragazzo del resto aveva sempre parlato chiaro -a volerlo ascoltare-: in assenza di una strategia collettiva per vendere meglio il prodotto Serie A nel mondo, ed avere così maggiori introiti televisivi, l’aumento dei ricavi passava necessariamente per l’approdo in Champions League. Cosa che non siamo nemmeno andati vicini dal far succedere, nemmeno quest’anno (siamo sinceri…).

Piccolo inciso: reduce da un gradevolissimo weekend lungo a Barcellona, ho passato una istruttiva e divertente mattinata al Camp Nou sollazzandomi tra museo, campo, tribune, coppe, spogliatoi e sala stampa. Ora: è vero che, in questi anni, “vendere” un prodotto come il Barça è leggermente più facile che farlo con l’Inter o col Milan. Ammetto pure di non essere mai stato a San Siro per visitarlo nei giorni non di partita, però la differenza è stata di alcune ere geologiche. Difficile quindi mettere in pratica le pur affascinanti teorie sull’internazionalizzazione del brand e compagnia cantante con una squadra che perde col Sassuolo (due volte) e pareggia col Carpi in casa.

Morale: la pur esistente forza trainante del gruppo di Thohir in Indonesia (Paese di 250 milioni di abitanti, non proprio il Bhutan) non ha avuto il successo sperato. In questo Suning è un colosso non paragonabile, oltretutto nato in quella Cina a cui tutti guardano ormai come prima potenza economica mondiale.

Insomma il potenziale c’è. La capacità di far leva sul passato glorioso e di vendere fumo (questo attualmente è quel che si può fare visti i risultati) pure.

Vedremo quanto in fretta riusciremo a crescere, magari anche attraverso un nuovo accordo con la UEFA alla fine della prossima stagione.

DIGERISCI

Sì ma te Mario come la vedi?

Siccome la domanda non me la fa nessuno, me la faccio da solo.

Sto invecchiando, perchè la prima cosa a cui ho pensato dopo l’ufficialità è stata: povero Thohir, non riesce a concludere quel che aveva in mente…

Sto invecchiando pure male, perchè credo di essere stato tra i pochissimi interisti a cui non è nemmeno venuto in mente di pensare a Moratti e alla fine della sua “carriera” da azionista (maggioranza o minoranza che fosse) dell’Inter. Approfondirò anche questo argomento nella parte dedicata alla defecatio, non a caso associata alle reazioni mediatiche alla vicenda.

Ripensando ai due anni e mezzo di gestione indonesiana, l’aspetto sportivo lascia chiaramente a desiderare. Col senno del poi, credo che il primo -pur comprensibile- errore sia stato andare avanti con Mazzarri, onesto mestierante ma lontano dall’idea di allenatore/manager che hanno gli stranieri. Il primo anno di Mancini d’altronde è trascorso tra periodi di assestamento e la pressochè sistematica distruzione delle precedenti sessioni di calciomercato, sicchè il Mancio ha compiutamente iniziato a lavorare solo dall’estate scorsa.

Pur non avendo ancora fatto le pagelline del campionato appena finito, posso svelare il prevedibilissmo finale, e cioè che Ciuffolo & co. escono maluccio dall’anno scolastico: a voi decidere per la bocciatura a Giugno o i tre esami a Settembre. La solfa cambia poco.

Ci sono però anche aspetti positivi in questi anni: per metterla sul ridere, non abbiamo più un Direttore Artistico, nè un Direttore Generale con contratto a tempo indeterminato. In termini meno carnascialeschi, con Thohir è arrivata un’organizzazione aziendale al posto di un Club Vacanze dove probabilmente era bellissimo lavorare, ma dal quale sono state lasciate a casa una settantina di persone senza particolari scossoni.

Non credo infatti che i cattivi risultati di questi anni siano da imputare alle scrivanie della sede lasciate vuote.

Ma Thohir non ha fatto solo questo: ha dato una direzione, pur non riuscendo a perseguirla in pieno. Ha fatto capire a cosa bisogna puntare per poter (tornare ad) essere un top Club, ora che il mecenatismo non può più essere una risorsa.

E sono i numeri a dimostrare ciò: di tutte le cifre e le valutazioni di cui si è letto in questi giorni, scelgo quella di Marco Bellinazzo non tanto perchè è quella che più conforta la mia tesi, ma perchè fatta da uno che ne capisce e che, pur tifoso napoletano dichiarato, ha sempre fatto della competenza e dell’imparzialità il suo cavallo di battaglia.

Ebbene, il ragazzo scrive testualmente che

“In pratica, rispetto all’acquisto di tre anni fa, la valutazione del club è raddoppiata. Thohir prese il 70% del club per 250 milioni (75 più i debiti per 180 milioni) con una valutazione complessiva del 100% delle quote intorno ai 350 milioni. Il tycoon indonesiano in altri termini è stato molto più bravo a comprare e a vendere che a gestire l’Inter”.

Parto da qui per fare due domande retoriche:

La gestione precedente sarebbe stata in grado di fare altrettanto? Risposta: no, e proprio perchè consapevole di ciò Moratti si era guardato in giro per trovare qualcuno che potesse farlo.

E senza questi due anni di medicina amara e cura ricostituente, il gigante cinese avrebbe sborsato tutti quei soldi? Risposta: no. Ammesso che a qualche sceicco possa anche interessare buttar via i soldi, questi signori hanno invece un business plan molto chiaro: vogliono entrare in Europa e vendere i loro prodotti ad un altro mezzo miliardo di potenziali clienti. Per far questo, una (gloriosa) squadra di calcio può essere un ottimo veicolo. Se però non si è sicuri che l’investimento possa creare valore, semplicemente non viene fatto.

Morale, Thohir è stato il dottore cattivo, che a furia di punture e sciroppi ci ha rimesso in piedi. Il suo è stato un ruolo ingrato, la cui importanza verrà sperabilmente riconosciuta col tempo.

Di questo credo che tutti gli interisti dotati di un minimo di cervello dovrebbero ringraziarlo: se poi è riuscito a vendere meglio (molto meglio) di quanto ha comprato, meglio per lui.

Moratti, tanto per non far nomi, non è mai stato un asso a vendere, e anche stavolta l’ha dimostrato.

 

ESPELLI

Che poi Moratti e ancor più la sua gestione sia adesso rimpianta dalle stesse penne che ai tempi lo criticatavano entro e oltre i giusti limiti (“è troppo tifoso, è troppo buono, gestisce l’Inter come una famiglia, sbaglia ad essere così passionale“) fa parte del gioco, dell’assenza di coerenza e vergogna con cui i nostri scrivani convivono ormai serenamente.

Sapete come la penso: la stampa rimpiange -adesso- Moratti perchè non ha più il punching ball preferito, su cui poter scrivere di tutto senza paura di rappresaglie.

Thohir tra le altre cose è uomo di comunicazione, ed ha iniziato subito a dire quel che voleva, quando voleva e soprattutto a chi voleva, con educazione sì ma senza la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras (cit.).

Imperdonabile.

Sconcerti, tanto per non far nomi, Thohir non lo può vedere perchè non gli ha mai concesso un’intervista. Per questo ne certifica il fallimento, ignorando volutamente le parti positive della sua gestione.

A ulteriore conferma del non irresistibile timore riverenziale esercitato dall’Inter sui media, curioso che, in un mondo dove il 99,99% degli intervistati racconta una propria verità, spesso non coincidente con la “verità-vera”, lo stesso Sconcerti (“mai una verità“) così come la Gazzetta imputino a Thohir la colpa di non aver vuotato il sacco.

Fin troppo facile registrare la calma piatta sulle balle raccontate sull’altra sponda del Naviglio da un anno abbonante a questa parte sulla cessione del Milan a Mr B. o chi per lui per fantastiglioni di miliardi…

Ma l’Inter non sarebbe l’Inter se non fosse capace di farsi male da sola: eccolo, allora, il succitato ex Direttore Artistico, rimproverare Thohir di non aver capito la peculiarità dell’ambiente-Inter e parlare di occasione persa. Tempismo perfetto, non c’è che dire…

Ancor meglio fa Paolillo, indimenticato “confermatore” di Mancini sotto la pioggia di Parma nel 2008 (“resta all’80%”) e severo maestro pronto a bollare con un bel “4” la gestione Thohir.

Mettendo insieme tutto, riesco anche a togliermi una soddisfazione da cacacazzi rancoroso e provinciale: il Milan, valutato da Silvio 1 miliardo (debiti esclusi) senza che nessuno dicesse niente per oltre un anno, è ora oggetto di trattative per un valore complessivo di circa 700 milioni, una cifra come visto molto simile a quella che riguarda l’affare Inter-Suning.

Visto che citare una fonte può non essere sufficiente, KPMG ha recentemente valutato l’Inter con un equity value (cioè debiti escusi) di 400 milioni che, sommati all’esposizione bancaria dei nerazzurri, fa arrivare l’enterprise value (e cioè il valore lordo) oltre i già citati 700 milioni.

Ecco, in un Paese in cui la più grande cazzata ripetuta 100 volte (da qualcuno) diventa verità, avere delle valutazioni esterne che danno alle due squadre di Milano un valore sostanzialmente analogo è una piccola ma piacevole rivincita.

Per resto, si vedrà…

suning inter

FEEGA BANEGA E ALTRE PERLE DI SAGGEZZA

FEEGA BANEGA

A pochi giorni dalla vittoriosa finale di Europa League vinta per l’ennesima volta dal Siviglia, con gli occhi ancora pieni dei lanci illuminanti e dai tocchi sapienti di Banega, ecco che la saggia e prudente SportMediaset spegne sul nascere le erezioni nelle mutande nerazzurre.

Prima l’antipasto:

Il timore, conoscendo la carriera di Banega, è che con Emery abbia toccato l’ennesimo picco prima di un potenziale ribasso.

Poi la portata principale, già preannunciata dal solito cassandro che scrive in una recente sezione di E’ COMPLOTTO:

Quello che va smarcato subito è che l’argentino non è un regista classico, per intenderci, alla Pizarro.


Io avevo preconizzato il paragone con il Maestro Pirlo, ma si vede che noi dell’Inter, spregevoli speculatori calcistici, non siamo nemmeno degni di essere messi nella stessa frase.

Che poi, incidentamente, se Banega non assomiglia a Pizarro son solo contento: il maledetto trottolino cileno l’ho sempre odiato, lui e la sua ossessione a doverne dribblare tre prima di cominciare l’azione!

Se poi volete sapere come la penso io, vi dico che Banega è buono e molto, anche se ritengo che il suo arrivo a parametro zero causerà la vendita di Brozovic, con la quale tentare di finanziare l’acquisto di uno tra Biglia (diciamo a pari prezzo) e Yaya Touré (che costerebbe molto meno di cartellino, ma avrebbe un ingaggio of ze madonn).

Come andrà lo vedremo nelle prossime settimane. Per il momento noto senza sorpresa che, ancora una volta, un giocatore appena comprato dall’Inter viene vivisezionato per evidenziare quel che NON è, e per far emergere le caratteristiche che NON ha.

Ringraziamo commossi per l’ennesimo servizietto.

ALTRE PERLE DI SAGGEZZA

A parte l’analisi tennicotattica sull’argentino, un pensiero grossolano sul calcio italico, dettato da faciloneria, pressapochismo e demagogìa, assai poco politically correct, e quindi cucito su misura per chi scrive.

Abbiamo una Nazionale il cui CT ha di recente visto la propria messa in piega sintetica scompigliata dal processo in cui è stato assolto per quella che -ai miei tempi di svogliato studente di giurisprudenza- sarebbe stata insufficienza di prove (e quindi non con formula piena, chè la condotta omissiva è stata confermata). Abbiamo una Nazionale il cui celebratissimo Capitano è un fascista, scommettitore seriale e compratore di diplomi farlocchi. In questo insieme più marroncino che azzurro, ecco il neo convocato Izzo, chiamato a rispondere di collusioni con un clan camorristico responsabile di partite truccate negli ultimi campionati di Serie B.

Ennesimo scandalo in cui i calciatori coinvolti sono -ancora una volta come nei già troppi casi precedenti- nella quasi totalità ragazzi italiani.

Ma il problema, per alcuni addirittura la vergogna, è che l’Inter ha solo stranieri in rosa.

E meno male, mi vien da dire, soprattutto se è gente così.

Poche parole per salutare il Principe, altro capitolo di una storia leggendaria e temo irripetibile. Come tanti suoi compagni di squadra di quel periodo, grande giocatore, grandissimo uomo.

addio milito

Ha segnato (e tanto) per noi, con il numero 22:                                                          Diego Alberto El Principe Milito

Da buon ultimo, immancabile il romanzo rosa dei cugini che propongono giUoco sempre e comunque. Di mio segnalo solo che, anche quest’anno, sono stati eliminati dalle fasi finali dei campionati Primavera, Allievi e Giovanissimi.

Per il resto rimando alla sempre ineccepibile Sabine Bertagna che ci spiega come i cugini rivendichino asseriti primati in fatto di giovani convocati nelle Nazionali giovanili, esordienti tra i professionisti, percentuali di finali raggiunte e vittorie in campionati senza classifica.

Il perfetto campionario del piazzista rossonero in versione settore giovanile.

Questi hanno pescato Donnarumma, sappiamo come e sappiamo grazie a chi, e con questo ci inietteranno dosi equine di zucchero per i prossimi anni. Loro, come noto, sono la squadra dell’Amore, e anche quando il Balotelli di turno si incazza perchè non gioca e se ne vuole andare, in realtà è solo perchè gli scappava la pipì.

Perchè lui al Milan è maturato tantissimo (cit.).

Ridicoli.

 

CALCIOPOLI E MO’BBASTA

Ecco le motivazioni della Cassazione, lucide e spietate insieme, in relazione all’ultimo (?) processo riguardante Luciano Moggi e Calciopoli.

Posto che tanti, con diritti pari ai miei, hanno ricamato su questo o su quell’aspetto, da buon paranoico mediatico vorrei mettere i miei due centesimi su un paio di questioni:

GIORNALETTISMO D’ASSALTO

Descrivendo l’esecranda influenza esercitata dal Moggi sull’intero mondo del calcio, la Cassazione parla espressamente di

“…strapotere esteso anche agli ambienti giornalistici ed ai media televisivi che lo osannavano come una vera e propria autorità assoluta”.

Essendo i media quelli che devono raccontare la storia, la cosa non è esattamente rimarcata come dovrebbe: per i tanti che mi tacciano di essere anti-berlusconiano-a-prescindere (cosa che prendo come graditissimo complimento), faccio notare che, evidentemente, il problema non sta solo in Silvio, ma in tutti i potenti che esercitano il loro “fascino” nei confronti di chi dovrebbe esser lì a raccontare la verità.

E se è vero (eccome se è vero!) che il Milan era tutt’altro che estraneo alla vicenda arbitrale (vedi l’addetto agli arbitri Meani per non parlare di Galliani che rincuora Bergamo “che si sente solo”), è altrettanto vero che il deus ex machina di tutto questo puttanificio altri non è che Lucianone nostro.

Consideriamo poi un ulteriore aspetto: il nostro, condannato in primo e secondo grado (e soltanto prescritto da una Cassazione che ha fatto di tutto per chiarire che nulla aveva da eccepire sulle precedenti sentenze) sommava al proprio potere personale – accumulato in anni di controlli anti-doping evitati e di compiacenti signorine a rallegrare le serate pre-gara degli arbitri, il tutto nel connivente silenzio della stampa – quello forse maggiore e senz’altro più radicato della squadra per cui ha lavorato per più di un decennio.

Quella Juve da sempre “chiacchierata” in termini di onestà sportiva, in patria così come all’estero, e da sempre inossidabilmente legata ad interessi così familiari da diventare pubblici (leggasi FIAT, per i duri di comprendonio).

Per metterla in poesia, e come diceva uno splendido Guzzanti in versione Funari raccontando “a caca d’a scimmia” (7 minuti di risata ininterrotta, gli ultimi 60 secondi sono quelli qui più rilevanti):

Ce stà ‘o schizzo e la puzza:

‘na combinazione mortale!

I due soggetti -Juventus e Moggi- non avevano bisogno l’uno dell’altro per porre in essere le loro malefatte, questo è ovvio, ma insieme hanno dato origine al più grande scandalo sportivo che il calcio italiano ricordi.

Solo poche righe per sottolineare ancora una volta la condotta incoerente, proterva e incomprensibile della dirigenza juventina, che in sede di giudizio accetta tutti gli addebiti, patteggiando una retrocessione in B con penalizzazione di punti, consapevole che qualsiasi altra squadra al posto suo sarebbe stata radiata, giustificando poi la condotta criminosa dei suoi dirigenti (non dimenico certo Giraudo) con il leit motiv “così facevan tutti”, ed arrivando infine a pretendere risarcimenti per fantomatici danni subiti.

La Cassazione pone un punto fermo a tutte queste cazzate, spiegando bene chi sono i colpevoli di questa storia.

Con la vana speranza che sia davvero l’ultima puntata.

UGUALI UN PAR DE PALLE!

E infatti è proprio il principale quotidiano sportivo italiano a farci capire che, aldilà di quanto auspicato dal Direttore Andrea Monti, non finisce qui, nè finirà mai.

L’analisi fatta sulla Rosea è sostanzialmente corretta anche se un po’ partigiana, quando si picca di indicare la Gazza tra i pochi media non assoggettati al succitato strapotere… Io me lo ricordo il moviolista Antonello Capone, assolto da qualsiasi addebito a livello giudiziario, ma che per quanto mi riguarda ha contribuito alla perdita di centinaia di punti paradiso, viste le Madonne che mi faceva tirare quando leggevo i suoi commenti sull’operato degli arbitri.

Ma non è quello a farmi arrabbiare. Come tanti, come tante altre volte, ancora una volta si sceglie deliberatamente di mischiare la rigorosa ricostruzione storica a pareri assolutamente personali, i quali però, inseriti in quel contesto, vengono elevati a una sorta di verità rivelata dall’oracolo.

Ad una frase di questo tipo:

Abbiamo scritto, e tutt’ora ribadiamo, che quel maledetto scudetto non avrebbe dovuto essere assegnato ai nerazzurri

è difficile non rispondere col turpiloquio. Le opinioni sono legittime, ma la legge dello sport è diversa: in ogni sport al mondo il vincitore è il primo classificato, tolti quelli penalizzati perchè disonesti. Chiedete a Carl Lewis come si sentiva a Seul nell’88, chiedete ai vari piloti di Formula 1 che vengono penalizzati quasi in tempo reale: poche balle, vince il primo degli onesti.

E qui arriva la prostituzione intellettuale, unita alla proverbiale simpatttìa interista.

Quella cazzo di relazione di Palazzi, di cui voglio andare a ripassare la genesi, visto che non si ha memoria di un procuratore che indaga su un defunto, pur nella sua malafede non ha potuto spingersi oltre alla constatazione dell’esistenza di telefonate tra i designatori arbitrali e Giacinto Facchetti.

Telefonate mai negate dal diretto interessato nè dall’Inter.

E soprattutto, telefonate ai tempi non proibite.

Telefonate dalle quali, mi si perdoni la partigianeria, emerge solo e soltanto il fondato sospetto di una persona per bene, buona sì ma non fessa, che temeva che qualcuno non stesse giocando pulito. Nulla più di questo, visto che la madre di tutte le intercettazioni, annunciata tante volte a ribaltare totalmente lo scenario processuale, non si è mai palesata, in quanto inesistente.

Quella stramaledetta relazione, che sommariamente conclude dicendo “sarebbe stato interssante approfondire i contenuti di quelle telefonate ma non si può perchè è passato troppo tempo”, continua ad essere richiamata nella malcelata speranza di poter fare di tutta l’erba un fascio, anche se da buona ultima la Cassazione ha ribadito che le due fattispecie sono su due piani totalmente distinti.

C’era un solo modo per zittire le serve, ed era quello, rischioso, di rinunciare alla prescrizione e sfidare le malelingue, di dimostrare, a mio parere senza nemmeno troppa fatica, che noi non siamo quella roba là. 

Si è invece deciso per la strada più facile, forse per timore della folla alla ricerca di nuovi colpevoli per giustificare i propri e consci di non avere dietro nessuno di quei poteri -politici, mediatici, industriali- che ti possono tenere a galla quando laggènte vuole il sangue.

E quindi, per lucido calcolo o per pavida consapevolezza, ci tocca sapere di aver ragione, ma non avere nessuno che te la dia fino in fondo…

Essere interisti è anche questo.

Sapevatelo.

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STAGIONE 2015-2016

Per citare la mia Prof di storia e filosofia del Liceo (mai sufficientemente “ricordata” nelle mie Madonne della sera):

“Analizzate criticamente le problematiche relative ai seguenti argomenti:”

PORTIERE

Handa rimane, ed è una buona prima pietra per costruire una difesa degna di tal nome.

Baratterei fin d’ora un paio di rigori parati in campionato per una decina di uscite alte in presa.

Denghiu.

DIFESA

In mezzo siamo ottimi nei titolari e abbondanti nei rincalzi: Murillo e Miranda, ancorchè contro avversari non si primissimo livello, mostrano e danno una sicurezza che Ranocchia e Juan Jesus si sognavano, motivo per cui l’ex Capitano e JJ riposeranno terga e gambe in panca guardando i colleghi giocare.

Strano che l’italiano non abbia deciso di migrare altrove e giocarsi da titolare le -poche-possibilità di essere protagonista al prossimo Europeo: così rischia di non andarci nemmeno, stanti i tre inamovibili juventini (Chiello-Bonnie-Barza) più il “nuovo Nesta” Romagnoli e l’eventuale sorpresa Rugani.

JJ invece potrebbe dare il cambio a uno dei terzini nelle partite in cui occorre difendere a spada tratta. Infine, a gennaio vedremo come sta Vidic e se sarà possibile inserirlo nelle rotazioni (se appena deambulante continuo a ritenerlo superiore ai due succitati neo-panchinari) oppure giubilarlo al miglior offerente, in any.

Sulle corsie laterali, Montoya pare aver esaurito in tempo zero il credito derivantegli dall’essere cresciuto nella Masia catalana, e al momento il suo posto è più o meno saldamente nei piedi di Santon. Sull’altro versante spero che il Mancio abbia visto lungo volendo il giovane Telles che già ha allenato in Turchia.

Come sa chi mi conosce, tremo ad ogni paragone di un qualsivoglia terzino sinistro con il rimpianto da molti -ma non da me- Roberto Carlos. Ripeterò fino in punto di morte che per me un terzino deve saper fare poche cose: crossare, avere una buona progressione palla al piede, qualche rudimento di dribbling ed una fase difensiva accettabile. Non gli si chiede di segnare, nè di impostare (a meno che non ti chiami Brehme), nè di “pensare” troppo (e su questo con Nagatiello siamo a posto!). Tutti motivi per cui non dovrebbe essere così difficile trovare un onesto mestierante. Mi accontenterei di avere nel giovane italo-brasiliano un Maxwell -che pure non finiva di convincermi-: per come siamo messi sarebbe già un passo avanti.

Noto che alla fine nè D’Ambrosio, nè Nagatiello, nè il lungodegente Dodò hanno lasciato Milano: in 6 (7 contando JJ, 8 col baby Di Marco) per 2 posti siamo decisamente troppi.

Urge cura dimagrante.

CENTROCAMPO

Mario, calmo. Stai calmo. Devi stare calmo.

Là dove nasce il giuoco, là dove è fondamentale avere gente pensante, là sui monti con Annette, dove il cielo è sempre blu (cit.), due ne avevamo che sapessero giocare a pallone.

E due ne abbiamo venduti.

Prendiamola larga. Calcisticamente, sono dispiaciuto per la partenza di Kovacic, come già avevo anticipato in sede di “preventivo”: sono tuttora convinto che il ragazzo diventerà forte davvero, ma a certe cifre -leggasi trentacinque bomboloni- non puoi dire di no.

Mi si passi il paragone -ingeneroso per il Mateo decollizzato-: la situazione ha delle analogie con la vendita di Balotelli nell estate del 2010. Prendi cioè un botto di soldi (28 per Mario, 35+bonus qui) per un giocatore sì valido, ma che non è mai stato il vero architrave della squadra. Non arrivo a considerare il croato un panchinaro, ma non è l’Icardi irrinunciabile della situazione.

Morale: in bocca al lupo sinceri. Noi contiamo i soldi.

Diverso, drammaticamente diverso, il discorso relativo a Hernanes. Confessato il mio debole per lui, non ho problemi a riconoscere che troppo poco si è visto nei suoi anni nerazzurri. Detto ciò, è altrettanto evidente che i suoi erano gli unici piedi educati nel nostro centrocampo, abitato ora solo da medinacci, cavalloni o uomini di raccordo.

Per di più, lo vendi a quelli là, che proprio quel tipo di giocatore stavano cercando. Posso, sforzandomi, passare oltre la golosa tentazione di cedere al demagogico “mai-affari-coi-ladri”: ai tempi ero stato tra i pochi a plaudere allo scambio Guarin-Vucinic, poi finito come sappiamo.

Chissà, forse era l’odio -calcistico- per il colombiano a farmi ragionare così. Ma qui il Profeta va a appare un buco bello e buono nella mediana nemica, che in attesa dei rientri di Marchisio e Khedira mostra tutte le sue splendide brutture.

E noi gliel’abbiamo dato. Nemmeno facendocelo strapagare, visto che gli 11 milioni non credo ci aiutino più di tanto nel giochino delle plusvalenze.

Morale, non sono d’accordo, nel caso in cui non si fosse capito.

Oltretutto, la porta da saloon del nostro spogliatoio vede entrare al posto suo il giocatore ignorante per antonomasia (un mio amico di collegio diceva “per eutanasia” e mi ha sempre fatto molto ridere): Felipe Melo ce l’ha fatta a riabbracciare il suo allenatore e ci toccherà pupparcelo per qualche mese. La mia stima nel Mancio dovrebbe spingermi a dargli credito e fidarmi del suo intuito, ma è più forte di me: nel brasiliano continuo a vedere il picchiatore di metacampo che riusciva a collezionare cartellini in serie pur vestendo la casacca bianconera.

So che adesso ce lo stanno facendo passare come l’uomo “che fa le due fasi”, con la Gazza che celebrando la nuova super-inter-condannata-a-vincere addirittura dice di vedere nel brasiliano un “cacciatore di palloni che ha visione di gioco e piedi raffinati.” Ribadisco: pronto a ricredermi e più che felice nell’ammettere di avere sbagliato, ma per me abbiamo preso uno sgherro, pur avendone già uno in casa.

ATTACCO

Qui sembravamo due gatti in croce e invece, almeno a livello numerico, il reparto si è rimpolpato. Giubilati i “tedeschi” Podolski e Shaqiri (cordiali saluti al primo, una punta di dispiacere per il tabbozzo che secondo me in questa Inter ci poteva stare), saluto con curiosa fiducia l’arrivo di Perisic.

Tutto quel che ho visto arriva da un mix di immagini su youtube, dalle quali anche io potrei uscire come convincente fluidificante ancorché brizzolato: in ogni caso, complimenti allo sceneggiatore, perché il campionario di tiri, assist, dribbling e gol è più che promettente. Destro o sinistro non pare far differenza; in più c’è il parere di un personaggio del sottobosco del calcio che mi ha sempre affascinato: Giovanni Galeone, quello del Pescara dei miracoli, l’ha definito “l’unico vero fenomeno attualmente in circolazione” e mai come in questo caso spero che il soggetto dia prova di essere un genio (per quanto incompreso) anzichè un cialtrone (per quanto simpatico).

Degli altri arrivi, Jovetic mi convince decisamente di più dell’ex compagno viola Ljajic, che ho sempre considerato il classico mezzo campione, senza nemmeno avere il sinistro a voragine di un Chino Recoba. Il montenegrino invece mi garba fin dai tempi fiorentini e, ben da prima dei tre gol in due partite, nutrivo pochi dubbi sul suo valore.

Il buon Palacio è un primo cambio di extra-lusso, potendo oltretutto far rifiatare anche Icardi per qualche mezzora.

L’argentino dal canto suo deve “solo” ripetere la stagione passata, alternando la doverosa propensione all’egoismo propria di ogni centravanti, alla giusta dedizione ai movimenti di squadra mostrata sempre più con l’arrivo del Mancio.

MISTER

In pochi casi come in questo è doveroso applicare la formula:

LA+nomedellasquadra+DI+nome dell’allenatore

È decisamente l’inter che voleva Mancini, aldilà di qualche inevitabile ripiego (Dybala e Touré sarebbero stati graditi quanto e più di Perisic e Kondogbia).

Il mercato appena terminato ci offre l’ennesima e non richiesta conferma del diverso ascendente che questo allenatore ha sulla proprietà, rapportato al suo predecessore. L’atteggiamento di Thohir è ai confini della sindrome bipolare (“Mazzarri non rompere i coglioni chè non c’è una lira! Beccati M’Vila e fattelo bastare!!!” “Mancio, amore di papà, lo vuoi un altro attaccante? Non ti preoccupare che papà i soldi li trova”).

Fuor di metafora e battute a parte, il nostro ha capito che l’unica maniera di raddrizzare la baracca è tornare in Chamoions League il prima possibile, a costo di indebitarsi per gli esercizi futuri a furia di pagamenti rateali e riscatto triennali manco dovesse comprare la cucina da Aiazzone.

A me tifoso va benissimo, per carità: resta solo quel retrogusto nell’ascoltare il potente di turno dire “non ci sono i soldi“. Poco importa che sia il politico, il parente o il presidente della tua squadra di calcio: la risposta istintiva a questa domanda è sempre “ma che me stai a cojona’? Guarda bene che cellai li sordi…”

FRULLATE IL TUTTO E OTTENETE IL COMPOST(O)

In buona sostanza, si è creata una squadra divisa in due tronconi, ben definiti e temo ben distanziati. La difesa fa il suo mestiere e quindi cerca di non prender gol, aldilà della spinta che potranno dare gli esterni -tutta da verificare-.

Il centrocampo è il vero ganglio vitale del giuoco, ma anche lì vedo molta gente di lotta e poca (o nulla) di governo.

È palese e fors’anche condivisibile la scelta del Mancio di avere una mediana di cagnacci grossi e rognosi, ma il me tènnnico si chiede: chi cacchio la farà arrivare la boccia alla pletora di attaccanti che ci ritroviamo? Medel e Melo?

Anche senza scomodare il già ricordato e (da me) rimpianto Hernanes, non era il daso di pigliarsi -tanto per dirne uno- un innocuo Ledesma, giubilato dalla Lazio, che non avrebbe certo preteso un posto da titolare ma che di certo a dar via la palla è più bravo dei vari Guarin, Kondogbia, Melo e Medel messi insieme?

Torno al discorso del credito che il Mancio si è conquistato negli anni, e pertanto il Mister sa senz’altro quel che sta facendo.

Spero di scoprirlo presto anch’io, e di venire piacevolmente smentito.

Per ora, dubbi, perplessità.

MAGLIA

bella. semplice e bella. 7+

bella. semplice e bella. 7+

Finalmente una prima maglia degna di questo nome.

Banali strisce verticali nere e azzurre, in omaggio al venticinquennale dalla prima vittoria in Coppa UEFA: niente pretese di stupire, niente innovazioni, niente richiami a ‘sto par de ciufoli, niente concessioni allo sponsor tecnico. Nerazzurra, come dev’essere.

Anche se il blu è un po’ troppo chiaro per i miei gusti. Anche se le righe le avrei fatte un po’ più spesse. Ma va benone. Basta pigiama gessato.

La seconda è un poco paracula, richiamando espressamente quella bianca dell’anno di grazia 2009/2010: ci vedo ancora Eto’o a Stamford Bridge e Milito a ballare al Camp Nou sotto gli idranti…

molto bene anche qui

molto bene anche qui

In chiusura, un piccolo ricordino polemico alla pletora di minchioni razzisti (diamo i nomi alle cose e alle persone) che 12 mesi fa vomitavano insulti sul “filippino” che aveva generato il pigiama gessato collezione autunno inverno 2014/2015.

Ecco, è appena arrivato dall’altra parte del mondo e cede subito alla Nike… Ci fosse stato ancora Moratti non l’avrebbe mai permesso, lui sì che è fedele alle nostra storia“.

Muti. Zitti.

Per fortuna ce ne sono altri a pensarla come me su Thohir (vedi la pagina FB di Bausciacafè ed il “cordiale saluto” mandato a gufi, vedove e piangina).

E’ COMPLOTTO

Non mi fido di chi plaude al nostro mercato, nè di chi ora dipinge Ljajic come potenziale fuoriclasse (Compagnoni di Sky, di chiare simpatie giallorossonere): sono tutte considerazioni fintamente complimentose, che in realtà tolgono qualsiasi scusa alla squadra e al Mister, “accontentato in tutto e per tutto” e quindi obbligato a centrare “almeno il terzo posto”.

Di più e di meglio leggiamo da quello che di norma è un grande scrittore di sport, e cioè Gigi Garanzini: spiace doverlo iscrivere alla canea dei giornalettisti, ma il seguente stralcio sull’Inter in un pezzo peraltro pertinente sulla situazione internazionale del Fair Play finanziario è quantomeno inopportuno:

Quaranta milioni per Dybala non sono pochi. Ma tutta Europa ci aveva messo gli occhi addosso, mentre Kondogbia pur sulla grande ribalta di un quarto di Coppa Campioni era passato discretamente inosservato: eppure Thohir, o chi per lui, ne ha sborsati 35 che pochi non sono. Travolta da improvviso benessere, l’Inter ha smesso di comprare ieri sera alle 11 giusto perché è risuonato il fatidico rien ne va plus.

Caro Gigino: l’Inter ha fatto il possibile, e forse di più, per costruire una squadra rispondente ai desiderata del proprio allenatore e ai paletti dell’UEFA.

Siamo ormai cintura nera di prestito con diritto di riscatto, cambiale carpiata e pagherò ritornato in avvitamento, e la sessione appena terminata vede i nostri conti sostanzialmente a posto. Chiaro, c’è da andare in Champions League per non far crollare il castello, ma intanto siamo a posto.

Stavolta la ramanzina vai a farla a qualcun altro, anche senza andar lontano. Conosco uno che doveva prendere Ibra, Witsel e Jackson Martinez ma ha speso 45 milioni solo per Romagnoli e Bertolacci, chiudendo con un saldo negativo di quasi 70 milioni.

Ma loro sono la squadra dell’amore…

Sarò masochista, ma a me quella dell'interista sognatore sotto l'ombrellone è sempre piaciuta :)

Sarò masochista, ma a me quella dell’interista sognatore sotto l’ombrellone mi è sempre piaciuta 🙂

PERCHE’ PIRLO E’ SOPRAVVALUTATO

Prima di ricevere la lapidazione da tutti voi amanti del bel giUoco e sdilinquite groupies dello sguardo lisergico del 21 bresciano, vi invito a soffermarvi sul titolo:

Ho detto “sopravvalutato”, non ho detto “bidone” o “brocco”.

Fatta chiarezza sul senso di questo post (provocatorio ma non troppo), vado ora a dimostrare empiricamente quanto sostenuto nella tesi, forte della mia proverbiale ars oratoria (antani con scappellamento a sinistra) e certo di (non) convincervi del fatto che c’ho ragione.

CAHIER DE DOLEANCE

1) Partiamo dalle certezze. Pirlo è un regista: ruolo suggestivo, che affascina noi italiani, solitamente più portati all’assolo e alla finalizzazione, affascinati dall’estro creativo del fantasista o del centravanti. Il “regista” è un ruolo diverso, che presuppone intelligenza (quantomeno calcistica), preparazione, coordinamento tra parti diverse della squadra, attenzione al percorso più della meta: tutte cose che poco si conciliano con l’indole italica -non solo pallonara.

2) Forse proprio per queste caratteristiche, questo giocatore è stato unico o quasi nella sua generazione. Non me ne vorranno i vari Montolivo, Aquilani, Marchisio o De Rossi: buoni o ottimi giocatori, ma fanno un altro mestiere. Pirlo, se mi si passa il paragone, è stato l’unico nipotino maschio in una nidiata di belle nipotine: è ovvio che i nonni avranno per lui sempre un occhio di riguardo.

3) Così è stato per la stampa italiana (i “nonni” del caso): il bambino è senz’altro bravo, per di più ha avuto successo nelle due squadre storicamente amiche dei media  (“ho giocato nei due più grandi club del campionato” e nessuno dice niente???): da lì al “santosubito” il passo è breve.

4) Se a ciò aggiungiamo il fatto che nell’Inter ha sostanzialmente toppato, abbiamo anche la ciliegina sulla torta, potendo dar fiato ai Luoghi Comuni Maledetti:

Era già un fenomeno, ma l’Inter non ci ha capito un cazzo“. L’Inter intanto l’aveva preso dal Brescia a 16 anni, evidentemente intuendo che dietro a quello sguardo c’era di più.

Ha poi avuto la sfiga di capitare nell’anno disgraziato dei 4 allenatori (Simoni-Lucescu-Castellini-Hodgson) e in quello ancor più indigesto di Lippi-Tardelli: difficile emergere in quel casino, difficile fregare il posto a Baggio o Simeone. DIfficile soprattutto pensare che dietro quel trequartista talentuoso ma discontinuo potesse celarsi il regista con le qualità descritte in precedenza.

E qui arriviamo alla seconda balla:

Ancelotti al Milan l’ha spostato 30 metri indietro, con un colpo di genio“. Come già ricordato in un altro post, fu sì un Carletto ad avere l’idea vincente: purtroppo non il celebratissimo Ancelotti, bensì il ruspante Mazzone, a.k.a. Er Sor Magara, che decise di non spostare un certo Roberto Baggio dalla sua mattonella preferita e di sfruttare il ragazzo davanti alla difesa.

L’Inter l’ha dato al Milan in cambio di Guly“. Curioso poi come la verità non sia mai abbastanza bella e vada sempre condita un po’.

Non ho problemi a riconoscere l’errore dell’Inter nel vendere il ragazzo, perdipiù al Milan. Dire però che l’Inter da quella vendita ci ricavò 35 miliardi di lire evidentemente non rende la favoletta  così divertente.

5) Strano, infine, che tutta questa folla adorante negli anni si sia ridotta a sparuto crocchio quando c’è stato da assegnare riconoscimenti individuali ai campioni del calcio europeo: e sì che il ragazzo nella sua carriera di coppe ne ha alzate, e quindi il “gancio” giusto per poter ambire al Pallone d’Oro ci sarebbe anche stato.

Eppure, ecco la blasfemìa calcistica: zeru tituli, e pure zeru podi, chè evidentemente, anno dopo anno, i parrucconi giurati europei si ostinavano a guardare in altra direzione, premiando di volta in volta i fuoriclasse di Real e Barça.

Prevengo una possibile polemica che nei vostri panni mi farei all’istante:

Ma come, ci hai  rotto le balle col complotto contro l’Inter del 2010, vergognosamente esclusa dal podio del Pallone d’Oro, e adesso usi la stessa “base dati” per ridimensionare le qualità del nr 21?

Prima risposta:

Sì e allora? problemi?

Seconda risposta (un pocolino più articolata):

In quel caso si è voluto ignorare che i tre giocatori sul podio (Messi, Xavi e Iniesta) quell’anno erano stati battuti sonoramente da Milito, Sneijder e Zanetti (tre a caso che avrebbero avuto il diritto di sostituire i blaugrana).

Detto ciò, devo purtroppo riconoscere che l’Inter solo nel 2010 ha goduto di quel tipo di visibilità internazionale, che avrebbe potuto (e dovuto) garantire a uno dei suoi campioni un riconoscimento di quel tipo.

Il caso di Pirlo, mi duole ammetterlo, è diverso: qui il giocatore viene decantato come un fuoriclasse assoluto degli ultimi 10 anni, quindi la sua reiterata assenza dal “jet set” internazionale per tutto questo periodo la definirei accecante…

(IN)DEGNA CONCLUSIONE CON COMPLOTTO INCORPORATO

Come spesso succede, però, il bersaglio della mia polemica non è tanto il soggetto in sè: Pirlo, come detto, è a mio parere sopravvalutato, ma resta un grande giocatore.

Sono fazioso, ma non negazionista.

Quel che vorrei capire dalla critica adorante è il perchè di questo titolo:

Raga: mettiamoci d'accordo però...

Raga: mettiamoci d’accordo però…

Quel che non mi è chiaro è il senso di statistiche di questo tipo:

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Cari pennivendoli italiani: per una volta, mettiamoci d’accordo.

Ci avete passeggiato sui testicoli coi tacchi a spillo (cit. Il Necchi) per anni, come i più indefessi dei Testimoni di Geova. Avete sbrandato intere famiglie di appassionati alle 7 della domenica mattina urlando al citofono che “il Tiki Taka è il solo modo di giUocare al calcio” e demonizzando ogni deviazione da quel dogma.

Il contropiede è stato ovviamente bandito in prima istanza, e subito dopo è toccato al “lancio-lungo-a-scavalcare-il-centrocampo”.

Ah, che orrore il passaggio a 30 metri sul centravanti che la butta dentro.

Ah, quale nefasto spettacolo ai nostri occhi di amanti del gioco corto-umile-intenso dover assistere a pochi tocchi di palla per andare in rete.

Ah, quale irreparabile bestemmia calcistica la verticalizzazione immediata dell’azione senza i mille tocchi in orizzontale.

Da interista permaloso, ho sempre sentito queste lagne rivolte ai miei eroi in braghette, che hanno nel loro DNA un “calcio speculativo, basato sulle individualità dei singoli a coprire le carenze di manovra della squadra” quasi che l’Inter fosse endemicamente incapace di fare 3 passaggi di fila.

Epperò: se lo stesso tipo di gioco lo fa Andrea Pirlo, ecco che il lancio lungo diventa un taglio di Fontana, un’opera d’arte da esporre al MoMA: gli americani lo chiamano Maestro, la gente gli bacia i piedi, è il nostro miglior talento, vivalitaglia.

Non sarà forse, pletora di ovini prezzolati, che giocare bene al calcio è un concetto soggettivo e soprattutto non univoco? Non sarà che la squadra davvero forte è quella che mette i suoi giocatori in condizione di fare quel che gli riesce meglio?

Non sarà, in altre parole, che il problema non sta nè nel lancio lungo, nè nella fitta ragnatela di passaggetti a tre metri, bensì nella capacità tecnica di riuscire a vincere le partite giocando in uno di siffatti modi?

Meditate gente, meditate…

UN MERCATO DECOLLIZZATO

La stagione è andata giù per il cesso con il liberatorio rumore dello sciacquone, e noi rimaniamo con le brache calate a riflettere su quel che è andato.

#SAVEKOVACIC

Questo non è uno dei tanti peana sperticati che sto leggendo in rete a difesa del croato numero 10, che peraltro spesso arrivano dalle stesse penne informatiche che ne smadonnano le prestazioni durante la stagione.

Il motivo per cui spero che alla fine Kovacic rimanga è più semplicemente un motivo di principio, o se preferiamo di prestigio. Questo qui a calcio ci sa giocare, innegabile. Altrettanto inconfutabile, non è un Maradona o un Messi, capace di giocare da campione anche in mezzo a un branco di disperati.

Il combinato disposto dei due personalissimi postulati ci porta a dire che questo, se va in una squadra degna di tale nome, diventa davvero forte. Altro che Coutinho (a mio parere bravino ma nulla più, ma siccome è stato ceduto dall’Inter allora è l’errore mondiale che ci farà morire negli inferi bestemmiando il Signore…). Kovacic caratterialmente non sarà mai un trascinatore ma, tanto per scomodare i fuoriclasse, Messi per caso lo è? Zidane lo era?

Il problema non è lui. Il problema è l’Inter e, se permettete, questo è un po’ più grave.

Ragioniamo per assurdo: siamo sicuri che nel nostro centrocampo Pogba sarebbe quello splendido cavallone che ammiriamo (pur coprendolo di insulti, chiaro) nella sua casacca zebrata? Di contro, un minus habens calcistico come Guarin, continuerebbe a centrare l’omino delle bibite al terzo anello anche avendo di fianco esseri pensanti come Pirlo e Marchisio?

Di questo stiamo parlando: nel calcio di oggi -ma forse è così da sempre- sono pochissimi i giocatori che possono giocare bene a prescindere dal contesto in cui sono inseriti. Motivo per cui, se vendi Kovacic, devi aspettarti che questo “esploda” altrove, trovandoti a dover convivere col dilemma “e se gli avessi costruito intorno una squadretta appena discreta, come sarebbe finita?“.

Quindi va tenuto. Quindi andrà via.

Lo confesso: avrei accettato una sua dipartita se al posto suo fosse arrivato il “centrocampista coi controcoglioni”, e cioè il Yaya Touré di turno. 10 anni di differenza, ma anche un carisma e un’esperienza tali da poter far crescere il nostro centrocampo di due o tre livelli. Ma visto che quello non si muove (e chi glielo fa fare?), non è certo la ventina di milioni del Liverpool che potrebbero spalancarci le porte del paradiso del calciomercato, chè qua si discute se sia meglio Felipe Melo -un criminale in libera uscita- o Thiago Motta -svenduto 4 anni fa a 11 milioni e trattato ora a 10 milioni, ve possino…-.

Di pulizie ce n’è da fare e pure tante: se, come spero, la Samp non sarà penalizzata e conserverà lo scomodo sesto posto conquistato sul campo, i nostri non saranno oberati da impegni infrasettimanali, cosa che consentirà una robusta e salutare sforbiciata alla nostra rosa: Jonathan, Campagnaro, Nagatomo, Juan Jesus, Obi, Kuzmanovic, ci metto pure Guarin (che invece resterà). Da questa mezza dozzina di bipedi, da cui volutamente tengo fuori i vari giovanotti in giro in prestito, non si riescono a ricavare i 20-25 milioni che pare offrire il Liverpool?

Mughini direbbe “Maddaaaaiii!

Il problema resta quello: (ri)dare credibilità e prestigio all’amata squadretta. Lungi da me voler allinearmi agli acquisti alla Essien al Milan (grande nome, ormai al tramonto, buono solo per sperare di vendere qualche maglietta), avevo però salutato con favore l’arrivo di Vidic l’estate scorsa, e ancor di più tenevo le dita incrociate per quello di Touré. Invece, quel che pareva potesse essere un vero e proprio effetto volano sul nostro mercato si è rivelato solo il primo di una serie di cortesi ma netti rifiuti: Dybala, Benatia, ora vedremo Kondogbia.

Il Mancio si fa vedere in tutto il suo charme, anche se il caldo estivo non gli permette di sfoggiare l’amata sciarpetta, ma evidentemente non basta un Mister à la page per costruire una squadra attrezzata per vincere.

Anzi, se mi posso permettere, vedo una pericolosa costante nell’universo interista. Nonostante i notevoli -e lodevoli– tentativi di cambiarne l’immagine esterna, i colori nerazzurri continuano ad essere snobbati dal mondo del calcio. E’ complotto, bellezza, verrebbe da dire. E’ triste ma è così.

Del resto, certe cose non le crei in un giorno e purtroppo nemmeno in un anno, e vent’anni di understatement mediatico hanno un’inerzia non facilemente contrastabile.

Resta la drammatica differenza nel vedere il mercato di cui si parla a proposito del Milan, che pare -pare- pronto a prendere Jackson Martinez, Ibra e un altro paio di nomi. Noi non facciamo in tempo a farci venire in mente un cazzo di medianaccio che subito riceviamo una quotazione spaventosa, seguita dal già ricordato “no grazie“.

Siamo soli, diceva Vasco.

Non da oggi, aggiungo io…

to be continued?

to be continued?

LUSTRI LUSTRI E LUSTRI OPACHI

Il 22 Maggio del 2010, vedendo il Capitano con occhi spiritati appoggiarsi la Champions in testa, ho pronunciato parole che ad oggi suonano come un beffardo presagio:

Visto questo, posso anche accettare 5 anni con Orrico in panchina e Pancev centravanti!

Non pensavo che, tra tutti i momenti in cui avrebbe potuto prestare orecchio, il buon Dio si sarebbe preso la briga di ascoltarmi proprio quella volta, ma tant’è…

Dal 22 Maggio 2010 ad oggi abbiamo assistito ad un pervicace, insistito e più che riuscito tentativo di distruzione del giocattolino. Non che tutti abbiano le stesse responsabilità, sia chiaro. Il Signor Massimo ha avuto sì l’immenso merito di portarci in cima al mondo, ma anche il poco invidiabile posto di guida nella discesa agli inferi nella quale galleggiamo da qualche tempo.

Da parte sua, il co-pilotaThohir ha passato buona parte del primo anno a capire come cacchio funzionasse il giocattolo nuovo, ragionando col proverbiale buon senso del pater familias (leggi confermando Mazzarri all’insegna dell’ “avanti piano“) prima del doppio carpiato dello scorso Novembre con cambio in panchina, investimenti massicci e pagherò avvitati.

Le ultimissime dicono che la più che probabile assenza dall’Europa ci giocherà a favore nel non dover scontare immediatamente le sanzioni del Fair Play finanziario, con mercato estivo in versione Ferrarelle (leggasi: leggermente frizzante), rispetto all’acqua Panna delle ultime stagioni. Yaya Touré, Thiago Motta, Jovetic, Pedro… se non altro i nomi che circolano -prenderli poi è tutto un altro paio di maniche- sono all’altezza del nostro blasone e decisamente più appetibili di Campagnaro, Dodò e Laxalt.

Ma aldilà di questo, la cosa su cui volevo ragionare (e alfine bestemmiare) è quanto siano stati diversi gli ultimi 10 anni di storia nerazzurra: nel 2005 iniziava la cavalcata di successi che abbiamo poi mandato a memoria con la mano sul cuore.

Non solo, quei giorni videro la nascita di un unicum assoluto nella recente storia nerazzurra: il progetto. Una cazzo di strategia di durata superiore al bimestre; un allenatore cui dare pieno e fattivo appoggio (roba diversa rispetto al “carta bianca” chiesta da Lippi e perfettamente ricordata dalla Curva in un Inter-Juve del 2002), l’acquisto di giocatori non solo forti ma utili alle effettive necessità della squadra.

Basta scudetti d’estate. Basta punte e mezzepunte affastellate come se non ci fosse un domani. Come la base spaziale del Lego (sempre agognata e mai raggiunta nella mia bionda età), vedevo estasiato la squadrèta cresce un pezzo alla volta, bella e solida come la sognavo.

Il resto è storia. Anzi è leggenda.

But once you reach the top the only way to go is down…

E infatti, vinto un Mondiale per Club di pura inerzia, abbiamo buttato nel cesso uno Scudetto che una gestione solo un poco meno simpatttica avrebbe potuto garantire senza eccessivi problemi. Ma quella stagione si concluse comunque con un Mini Triplete (“Mini un cavolo!” disse uno splendido Moratti al Varriale di turno), che è pur sempre un buon cuscino su cui piangere.

Il delirio è iniziato da lì in poi, con allenatori e giocatori bruciati in serie, e con la palese e palesata incapacità di gestire il cambiamento. Ci si è quindi spenti per autoconsunzione, arrivando a festeggiare il quinto posto del 2014 -miglior risultato dopo il 7° del 2012 e il 9° del 2013- quasi come se fosse un capolavoro, al punto di rimirarlo con la bava che cola 12 mesi dopo (cioè oggi).

Sarà che sono ossessionato da processi industriali e flussi produttivi, ma così come riconoscevo nel lustro d’oro l’effetto della strategia vincente e del fosforo unito al genio, altrettanto qui nella mediocrità del campo vedo l’indecisione e il pressapochismo gestionale.

Come troppo spesso accaduto negli ultimi anni, abbiamo “interessanti prospettive per il futuro“, chè peggio di così è dura. Il Mancio continua ad essere la nostra miglior carta da giocare, a compensare una mancanza di attrattiva nei confronti di giocatori che -se davvero di livello- avrebbero una dozzina di destinazioni da preferire ai nostri lidi.

Ma di ciò avremo modo di sapere e commentare.

Per il momento chiudiamo l’album dei ricordi, non necessariamente solo rose e fiori… Ricordi simili alla cucina marocchina… (vero Paolino e Ponchia?).

Facendo poi presente a chi di dovere che i 5 anni di Orrico e Pancev scadono oggi…

Grazie…

Rise and fall (and hopefully rise again...)

Rise and fall (and hopefully rise again…)

REBUS

BAGATELLE POLITICHE

So che l’attesa era palpabile e non ci dormivate la notte, così ho deciso di scrivere quel che penso di Sacchi e delle sue recenti dichiarazioni.

Scrivere spero possa chiarire anche a me come la penso, aldilà dell’idiosincrasia che ho sempre nutrito nei confronti di questo soggetto.

Se devo partire da un’analisi limitata alle sue esternazioni, mi trovo in gran parte d’accordo con Tommaso Pellizzari quando dice:

“se si ricoprono certi ruoli (o se si è comunque una persona di rilevanza pubblica) non è necessario essere razzisti per essere considerati inadatti. Basta esserlo sembrato, anche solo per un secondo. Il problema italiano è che questo concetto è diventato basilare all’estero, mentre da noi ha perso rilevanza per un malinteso senso di che cosa sia il politicamente corretto. Da noi è diventato sinonimo di buonismo ipocrita, mentre all’estero (ovviamente, là dove non si esagera) è il criterio adottato per assicurare rispetto a tutte le categorie sociali: con quel tanto, certo, di formalismo di facciata che l’essere personaggio pubblico richiede. E che è uno dei fondamenti della civiltà”.

Occorre secondo me mettersi d’accordo su cosa si intenda oggi per razzismo.

Nei decenni passati quel termine è stato utilizzato unicamente per bollare qualunque (s)ragionamento si ispirasse a questioni di superiorità della razza e idiozie simili.

Queste stronzate purtroppo non sono ancora scomparse, ma onestà impone di poterne certificare la sensibile diminuzione nel mondo di oggi.

Lo svilupparsi di una società multietnica ha senz’altro avuto un benefico effetto nell’aprire gli occhi a molti di quelli che evidentemente pensavano che persone con un colore della pelle diverso dal nostro vivessero sugli alberi o si nutrissero di bacche e cespugli.

Chiaro, un Calderoli al mondo lo troverai sempre e in ogni quartiere, a riprova che la deficienza (intesa proprio come mancanza, in questo caso di neuroni) abita anche a pochi isolati da noi.

In questo nuovo scenario globbbale si sono però fatti strada due diversi ragionamenti, che hanno al loro interno innegabili elementi di razzismo:

Il primo è quello sintetizzabile con l’ignoranza o la paura del diverso, ed è quello in cui personalmente faccio ricadere le elucubrazioni di Sacchi, ultimo iscritto all’affollatissimo club del “io non sono razzista, però“.

Onestamente, non ce lo vedo Sacchi coi baffetti arringare la folla propugnando la superiorità della razza ariana. Ciò premesso, è innegabile che il riferimento costante (chè il ragazzo mica ha iniziato ieri, vedi infra) ai troppi giocatori di colore, ai tanti stanieri che fin dal calcio giovanile rubano il posto ai nostri giovani virgulti, fino alla vergogna di essere italiano per i suddetti motivi, qualcosa senz’altro dicono.

Vogliamo chiamarlo protezionismo, nazionalismo, miopìa storica? You name it

Faccio presente che l’uscita è stata stroncata pressocchè unanimemente al di fuori dei patrii confini, a prescindere dalla credibilità del censore di turno.

Torno a citare Pellizzari:

Ci sono ruoli (e persone che li ricoprono) ai quali non è consentita la distinzione fondamentale fra essere e apparire qualcosa. Ad Arrigo Sacchi è capitata la stessa cosa successa al presidente della Federcalcio Tavecchio con la celebre frase su Optì Poba: non c’è dubbio che Tavecchio non sia razzista, ma la sua frase l’ha fatto sembrare tale. E questo conta. Il guaio è che in Italia sembra contare meno che nei Paesi ai quali ci piace credere di assomigliare, come la Francia, la Germania, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti: dove infatti le frasi di Tavecchio e Sacchi hanno scatenato un putiferio.

 Se poi guardo alle persone, ai colleghi o alle testate che hanno voluto difenderlo, e soprattutto al come ciò sia stato fatto, ho ancor meno dubbi a capire da che parte stare.

No, davvero: Bargiggia ce l’ha coi negretti perchè han ciulato il posto in squadra al figlio??

No, davvero: Ancelotti che mette una toppa che è peggio del buco, citando il capoccione per difendere il suo ex allenatore??

Buona parte dei difensori di Sacchi sono -guarda caso- legati al mondo rossonero e/o berlusconiano (chè Carletto è simpatico a tutti ma me la ricordo l’intervista in cui magnificava al figlio bambino le qualità di “quel signore lì alla tele“).

Buona parte dei difensori di Sacchi, insomma, la pensa come lui e non vede il problema, chè alla fine ragioniamo tutti per luoghi comuni, vecchi stereotipi (per fortuna passati) e poi in fin dei conti non volevamo mica offendere nessuno.

Ecco quindi il secondo ragionamento, forse nato in reazione del primo: i detrattori lo bollano come buonismo o come eccesso di politically correct, io invece lo ritengo sintomo di intelligenza, di saper vivere, se mi si passa la definizione.

Chiamiamolo senso di opportunità.

Ovvio che non possiamo crocifiggere un semplice cittadino che fa queste uscite, se il suo amatissimo ex-ex-ex-Presidente del Consiglio pestava merde diplomatiche simili...

Non si capisce, non si vuole capire quanto siano delicate ed importanti certe tematiche.

Qui siamo invece al “ma che cazzo vogliono? mica li ha chiamati “negri“! Che poi… non è mica colpa sua se sono neri, quindi di cosa stiamo parlando??“.

Un Bar Sport. Mal frequentato. Con tutto il rispetto per i tanti Bar Sport.

E ADESSO PARLIAMO DI COSE SERIE

Chè alla fine, tutto ‘sto delirio farneticante serve solo come preambolo per la vera ragione del mio astio verso l’Arrighe nazionale.

Ieri sera, per la prima volta, ho sentito fare la domanda che attendevo dal 1987: complice l’esternazione di cui si è detto e la concomitante ricorrenza del compleanno di Baggio Roberto, emblema del geniale fantasista poco inquadrabile negli schemi da lavagnetta e quindi incompatibile col sacchismo, le mie orecchie hanno sentito ergersi soave il dilemma:

Ma Arrigo Sacchi ha fatto bene o male al calcio?

Chi mi conosce sa come la penso. Sintetizzando in due righe: con quel popò di squadrone ha vinto poco (1 solo scudetto, 2 Coppe Campioni ai tempi dell’embargo inglese, con la nebbia di Belgrado e incontrando Steaua Bucarest e Benfica in finale. Taccio sull’Intercontinentale vinta al 458′ con autogol su punizia di ChiccoBubuEvani).

Ovunque sia andato, da lì in poi, ha raccolto briciole, Mondiale USA ’94 compreso.

Ma non è questo il punto. Sono un nerazzurro rancoroso e il mio è un fiero parere fazioso.

Il problema è che quest’uomo da vent’anni continua a citare il “suo” Milan quale unica pietra angolare e solo termine di paragone possibile per qualsivoglia squadra di pallone del globo terracqueo.

Episodicamente, e con malcelata falsa modestia, fa entrare nel suo cerchio magico l’Ajax di Cruyff e il Barcelona di Guardiola. Bontà sua.

Da più di vent’anni lui e i suoi sodali sparano minchiate sull’imprescindibilità del vivaio, sull’assoluta necessità di avere una base autoctona per vincere, addirittura sul fatto che tanti giocatori debbano venire dal bacino della città della squadra (sei di Cinisello? Eh eh eh… non vai bene!). Tutto meravigliosamente smentito dai fatti, nel senso che si può tranquillamente vincere anche in maniera diversa.

Oltretutto, qualcuno dovrebbe far presente a questi qui che tra quei tempi e i nostri ci sono ormai quasi trent’anni. Trent’anni nei quali il mondo, che piaccia o no, è cambiato.

E se non sono capaci, o se si ritengono così intelligenti da non dover perdere tempo per capire davvero come funziona il settore giovanile meglio gestito in Italia, è grave.

Non tanto per loro. Di loro chissefrega.

E’ grave, come al solito, che nessuno glielo faccia presente. Di più: li si difende, moltinemicimoltoonore.

Come scrissi nella nota con cui nel 2001 restituivo al mittente lo sgradito omaggio “Silvio Berlusconi: una storia italiana“:

il problema non sei tu: il problema è chi ci crede!

Vecchio ma sempre valido

Vecchio ma sempre valido

CALCIOMERCATO ED ALTRI DUBBI ESISTENZIALI

Proposito per l’anno nuovo: fare chiarezza e spazzare via i dubbi.

Ecco il modo migliore per incasinare ancor di più le cose.

Va beh, ci si prova.

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Il Calciomercato dei ragazzi inizia di fatto a metà Novembre con l’esonero di Mazzarri e l’arrivo del Mancio. Dovrei conoscerla la squadra, e dovrei sapere che prima o poi il momento del cambio-panchina-gira-la-ruota-compra-una-vocale arriva, anche se ogni volta mi struggo e me ne scandalizzo.

Non essendo però solito zompare sul carro dei vincitori, mi limito a gioire senza vergogna per le innegabili migliorìe apportate dal Mister con la sciarpetta. Al tempo stesso, però, constato un cambio di strategia radicale da parte della società, che mi pare preoccupante per lo meno dal punto di vista della coerenza.

Siamo, se mi si passa il paragone blasfemo, anche se non so per chi lo sia di più, nella situazione dell’Italia durante in Governo Monti: lì il Professore imboccò con grigia sicurezza la strada del rigore, dei tagli e del lacrime-e-sangue, esattamente come Thohir aveva fatto intendere nei primi 12 mesi della sua gestione. Solo così si può spiegare la conferma di Mazzarri e del suo concetto calcistico.

Di fatto, si prende coscienza di essere diventati una neo-provinciale e si cerca di risalire passo dopo passo.

Non rinnego il ragionamento in sè, che mi vedeva concorde sul concetto di neo-provinciale (visti gli squallidi risultati sportivi) e che continuo a ritenere condivisibile sulle possibilità di risalita vista la scarsa qualità del nostro Campionato (dellaserie: “facciam cagare ma gli altri non sono messi molto meglio. Basta poco che ce vo’“).

Posto che l’obiettivo unico e irrinunciabile per sopravvivere a certi livelli è quello di centrare la qualificazione alla prossima Champions League, confermare il Miste’ e comprargli due o tre rinforzi per il suo calcio mi pareva logico e coerente con il Masterplan testè enunciato.

Ecco quindi arrivare laterali di spinta (Dodò), cagnacci a centrocampo (Medel, M’Vila) e punte a supporto (Osvaldo) a prezzi contenuti. Ecco rimanere i pochi-ma-buoni in rosa (Handanovic, Kovacic e Icardi). Ecco una squadra sulla carta più forte di quella che l’anno prima è finita quinta.

E’ chiaro che alla prova dei fatti qualcosa non ha funzionato: se tra Torino, Palermo, Cagliari, Parma e Verona raccogli solo 3 punti, le prospettive cambiano, e la credibilità dell’allenatore agli occhi della Dirigenza scema ai minimi storici.

Se consieriamo che poi s’è anche messo a piovere… (cit. nefasta)

Ecco allora lo spariglione totale, che ci ha riconsegnati alla dimensione di Squadra Simpatttica a me così poco cara ma evidentemente irresistibile per i nostri cromosomi.

La metafora potrebbe essere questa: ci siam messi in corsia di sorpasso per superare il Pandino 750 verde acqua che viaggia a 40 km/h (quanto li odio i vecchi Pandini!), ma una volta iniziato il sorpasso ci accorgiamo di avere il motore che batte in testa e un TIR che arriva in direzione opposta. A quel punto o rientri e ti accodi paziente e rassegnato al Pandino della minchia, o scali in seconda e piazzi l’accelerata sperando di rientrare in corsia prima del frontale.

...sperando che l'epilogo non sia questo...

…sperando che l’epilogo non sia questo…

A voi il compito di accoppiare i protagonisti della vicenda con la favoletta da CCISS-viaggiare-informati.

E’ innegabile che il Mancio abbia rivoltato l’ambiente come un pedalino.

“Noi non siamo una provinciale, seppur con un glorioso passato e con ampi margini di miglioramento.

Cazzo, noi siamo l’Inter!”

Quindi, non rompete le balle che non ci sono soldi, inventiamoci qualche stratagemma per portarne subito un paio di quelli bravi da queste parti“. Queste, più o meno, devono essere state le parole del Mancio al momento della firma del contratto.

CHE AL MERCATO MIO PADRE COMPRO’

Qui però scattano le salutari differenze con la precedente gestione e cioè: detto/fatto!

Nella prima settimana di mercato i due esterni agognati da Mancini sono già abili e arruolati, nonostante il (presumibile) primo obiettivo sia sfumato “perchè lui -Cerci- voleva solo il Milan“. E’ impietoso il confronto con i recenti mercati di riparazione (e non solo): là dove arrivavano fuoriclasse del calibro di Rocchi e Schelotto, ora ecco un campione del mondo (Podolski) e un primissimo rincalzo dell’ultima squadra ad aver fatto un triplete (Shaqiri).

Ecco il cambio di marcia, ecco il tentativo di sorpasso a rischio frontale-col-TIR. I nostri stanno comprando quel che serve, subito e a debito, puntando probabilemente sulla saggezza popolare meneghina, che dice chè a paga’ e a muri’ ghè semper temp…

Si è capito che aumentare i ricavi col merhcandising e gli sponsor è cosa buona e giusta, ma non succede dall’oggi al domani. E soprattutto, che vendi bene un prodotto vendibile (e quindi una squadra in Champions), non il pallido ricordo della squadra che fu.

Thohir può non capire molto di calcio (probabile), ma è uomo di mondo e di affari, e questo l’ha capito in fretta.

Abbiamo cambiato gioco, quindi: non più tagli e spending review, ma aiuti alle famiglie e alle imprese e Banca Centrale che stampa moneta.

Praticamente: da Mario Monti a Tsipras in due mosse.

Celebrati come giusto gli arrivi dei due esterni di attacco, è ora di sfoltire un po’ la rosa, anche per raggranellare qualche milioncino.

Personalmente sarei più che disposto a giubilare carneadi e chiaviche quali M’Vila, Khrin, Mbaye (bravino ma chiuso da tanti esterni), Jonathan (non ho capito se è ancora rotto, ma in ogni caso di terzino brasileiro tutto attacco e niente cervello ne basta uno, e Dodò è più giovane). C’è anche il rischio di guadagnar due soldi…

Nonostante le ultime uscite positive, continuo a pensare che Guarin sia un danno più che una risorsa, e approfitterei dei “brilli estemporanei” (cit.) mostrati recentemente per dargli una bella spolveratina e piazzarlo in vetrina in attesa del miglior offerente.

Discorso inverso invece per il Kuz che (guarda cosa mi tocca scrivere) si rivela secondo me un utile rincalzo lì in mezzo. La qualità del nostro centrocampo è tale per cui lui è quel che più si avvicina a un regista, e quindi va tenuto nonostante sia lento, legnoso e brutto come il peccato.

Rimanendo in quella zona di campo, metto my two cents per implorare il Mancio di non segare definitivamente Hernanes. Il ragazzo ha piede, testa e gamba per giocare sia a metacampo che davanti, e solo questo (unito ai 20 bomboloni spesi 12 mesi fa) dovrebbe bastare a tenerlo stretto.

Arrivo a dire che spero che non si concretizzino le trattative con Lucas Leiva o Thiago Motta (che verrebbe qui solo per infortunarsi meglio…): loro sì che sono centrocampisti patentati, ma con uno di loro titolare, Hernanes l’avresti perso del tutto, arrivando ad utilizzarlo come rincalzo del primo che si fa male.

Rimaniamo così, piazziamo il Profeta accanto a Medel, alterniamo davanti Icardi, Palacio, Podolski, Shaqiri e Kovacic. Alle brutte, Hernanes fa il trequartista e il Kuz ne prende il posto. Arriviamo in Champions così e poi a Luglio riparliamo di centrocampisti.

Infine, l’attacco: Osvaldo credo andrà via, o comunque non rientrerà in rosa. Se conosco i miei polli, il Mancio ha un Ego inferiore solo a quello di Mou e una sceneggiata così non gliela perdona. Nemmeno Gionnidèpp è uno che scherza a livello di umiltà, e quindi non ce lo vedo a strisciare davanti a tutto lo spogliatoio chedendo scusa.

Piccolo inciso: Osvaldo è un minus habens e lo sappiamo, ma calcisticamente ha ragione da vendere a smadonnare contro Icardi: Maurito è forte e segna, ma se avesse la metà dell’acume calcistico di un Osvaldo (non dico del Milito dei bei tempi) sarebbe già oggi un fuoriclasse. Fine dell’inciso.

Spero solo che vada dove non può far danni, e quindi non ai cugini nè alla Fiorentina, chè il ragazzo, al netto delle tare mentali, a calcio ci sa giocare e qualche scherzo sarebbe più che in grado di farcelo…

Pur confortato dagli ultimi risultati, per il terzo posto continuo a vederla durissima, ma è sacrosanto provarci. Tutto fa brodo, soprattutto la consapevolezza di essere cambiati, di saper giocare a calcio.

E poi c’è comunque un’Europa League da provare a vincere.

La Champions passa anche di lì e, si sa, vincere aiuta a vincere.

Meditate gente, meditate…

mumble -mumble

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