L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE (INTERISTA)

INTER-CROTONE 1-1

Niente da fare, continua la serie di partite insipide come un piatto di pasta scotta e scondita. Siamo in piena “super serie della minchia” a cui i nostri ci hanno purtroppo abituato negli ultimi anni: la testa fa click e tutto all’improvviso è nero e imperscrutabile.

Non chiamatemi gufo, solo attento osservatore delle nostre quattro cose: sono stato facile profeta nel domandarmi -retoricamente- cosa sarebbe successo al primo stop in campionato. Del resto le ultime stagioni erano lì a suggerircelo: i nostri sono e restano una massa di psicolabili, con l’innata tendenza a perdersi in un bicchier d’acqua proprio quando il più sembra fatto.

Non a caso avevo diffidato delle parole di Spalletti quando, evidentemente più di due mesi fa, diceva che sì, il periodo magico sarebbe senz’altro finito, ma altrettanto certamente non sarebbero tornati i lunghi periodi di balbettìo calcistico.

La fava!” Dicono dalle sue parti.

La fava!” Avevo pensato io.

E proprio questa invidiabile ingenuità, questa freschezza incontaminata sta alla base delle quattro stronzatelle che sto compitando.

Spalletti sta purtroppamente scontrandosi con l’apatia già assaporata da una decina di predecessori sulla panchina nerazzurra, ed il rimedio -se esistente- è ancora lontano dall’essere trovato.

Quel che vorrei far notare, e che a mio parere aggrava ancor di più la situazione, è che i soli a dare ancora qualche segno di vita siano proprio gli ultimi arrivati, forse per questo ancora poco contagiati dalla flemma generale.

Che Spalletti già nei giorni pre-gara si scagli contro gente che dovrebbe stare dalla sua parte, parlando di “talpe” in società disposte a sputtanare i piani del club per qualche titolo o per semplice protezione mediatica, è sacrosanto e al tempo stesso patetico. E’ di tutta evidenza che il resto dei tesserati vive da anni in questa abitudine malata, là dove invece dovrebbe regnare una fiera “alterità” rispetto a qualsiasi forma di connivenza verso i media.

Come se poi tutta questa permeabilità agli scrivani di corte ci avesse garantito negli anni chissà quale occhio di riguardo.

Passando da scrivanie e panchine al rettangolo verde, è sintomatico come gli unici cenni di vita arrivino da Rafinha, fresco di esordio e forse per questo ancora immune dalla depression mode di Brozo, Perisic, Borja e compagnia sonnecchiante.

Lungi dal rendermi contento del nuovo acquisto, la circostanza cementa ancor di più una delle massime del primo anello arancio: “Ué quando arrivano son tutti fenomeni.. poi tri dì e g’han giamò pù voeuja de giùga, orcorighel!”. Se penso che, ancora ragazzino, avevo salutato l’esordio di Tramezzani sentenziando “abbiamo trovato il terzino sinistro per i prossimi 10 anni”, non so se consolarmi o rammaricarmi ancor di più per la ripetitività di certe situazioni.

Noterete che sto volutamente glissando sulla partita, e non solo perchè ne ho visto solo l’ultima mezz’ora. C’è davvero poco da aggiungere alla serie di querimonie già espresse dopo le ultime uscite. Nemmeno l’assenza di Icardi fa sì che ai nostri venga in mente di azzardare qualcosa di diverso dai soliti schemi, e le gambe in durmenta dei nostri due esterni d’attacco fanno il resto. Buio totale all’orizzonte, con Perisic che fa di tutto per farmi esaurire nei trenta minuti scarsi di visione il bonus-Madonne solitamente spalmato in 90 minuti più recupero. Inaccettabili gli errori del croato, lui che come pochi altri è in grado di calciare indifferentemente di destro o di sinistro, e che invece per l’occasione ha infilato una serie di ciofeche di cui l’ultima mi ha fatto sobbalzare sul divano, manco fosse un DarioMorello qualunque in una notte di Coppa Uefa col Bayern nel lontano inverno dell’88.

Come negli ultimi campionati, rimaniamo incredibilmente agganciati all’obiettivo stagionale unicamente per colpe altrui e non per meriti nostri, e questa è l’ultima speranza a cui ci possiamo attaccare: son due mesi che facciamo cagare, e ciononostante siamo ancora lì. Prima o poi potremmo anche, addirittura, ricominciare a vincere…

LE ALTRE

Messe a verbale le ennesime vittorie di Juve e Napoli, la Roma espugna Verona e si fa sotto in classifica, ma la Lazio soccombe sotto i colpi di due ex interisti: Pandev e Laxalt sbancano l’Olimpico col Genoa e regalano alla loro ex squadra un altro punticino recuperato dopo un orrendo pareggio.

Il Milan non va oltre il pari contro l’Udinese ma è ovviamente un grandissimo squadrone che resiste in 10 contro l’undici friulano: silenzio assordante sulle comiche della strana coppia Bonucci-Donnarumma (#ohnoGigio!).

E’ COMPLOTTO

Raga, parliamoci chiaro: questi ci davano contro anche quando vincevamo, figuriamoci adesso che facciamo sincera pietà.

L’attacco è dichiarato, totale e pluridirezionale.

Ad esempio:

1) Simpatici gli amici della Gazza nel voler ragionare sull’importanza del nuovo arrivato Rafinha, reduce da un lungo infortunio, nel centrocampo nerazzurro: mettiamoci una foto schiacciata e un titolo perfetto per il doppio senso. Poi se se la prendono, son loro ad essere permalosi…

2) Il West Ham sta attraversando un periodo addirittura più grigio di quello dell’Inter. “Sack the board” è uno dei pochi slogan riferibili. Eliminazione in FA Cup contro una squadra di terza divisione, un punto in due partite e tifosi inferociti.

Eppure, gli Hammers hanno appena preso Joao Mario dall’Inter, e nella mediocrità del pareggio casalingo col Crystal Palace è stato addirittura il migliore dei suoi.

Tutto apparecchiato quindi per la domanda beffarda: perchè l’hanno mandato via? Perchè all’Inter non giocava così?

3) Godibilissima la non-notizia di una contestazione della curva Nord che invece, insieme agli altri settori di San Siro, è ancora encomiabile nel dare fiducia a questa mandria di sfaticati. E’ sempre #crisiInter, ma se non altro non #sirespiraunbruttoclimaall’Inter.

4) In Gazza hanno da tempo la tendenza ad accomunare i commenti su Inter e Milan anche quando i nostri -pur rabberciati- sono messi molto meglio di quelli là. Venerdì hanno fatto di meglio, iniziando a spingere per una rimonta di Gennarino-simpatico-guascone ai danni del lezioso Spalletti. In due mesi ha già recuperato otto punti e ora è “solo” a dieci punti (il che vuol dire che erano a meno diciotto). Esemplare la prima pagina di venerdì, anche per sunteggiare (lato-Inter della pagina) il successivo e ultimo punto di questo cahier de doléance.

5) Icardi va via anche questa settimana. Tweet e post di Instagram sono sufficienti per far dire ai pennivendoli in tre giorni nell’ordine che: il ragazzo ha già le valigie pronte direzione Madrid; si è mollato con la tipa; ha scazzato duro con i croati, frutto dell’ennesimo #spogliatoiospaccato.

Ribadisco per i duri di comprendonio: facciamo cagare di nostro, questa è la premessa. Loro nel dubbio, ci mettono le loro badilate di letame. Il futuro per i nostri è sempre un rischio, per gli altri sempre un’opportunità.

WEST HAM

It’s all lies lies lies…

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E’ quel che stavo pensando anch’io…

TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO

FIORENTINA-INTER 1-1

A chi ha avuto la pazienza di leggere la mia ultima sbrodola potrei anche dire di passare oltre, perchè tante saranno le analogie tra questo e quei pensieri.

Come settimana scorsa, non ho visto la partita, impegnato nel viaggio di ritorno -per fortuna completato in metà del tempo!- della piacevole vacanza, con una singhiozzante Radio 1 sola compagna di viaggio.

L’enfasi posta da tutti sull’ingiustizia causata dal gol di Icardi mi ha fatto salire tre metri di carogna sulla spalla (tutti giustizialisti a strisce alterne, chè gli altri al solito hanno tutti i diritti di vincere partite con l’unico tiro in porta), instillandomi però nel contempo il leggerissimo sospetto di tifare per una squadra ancora in debito di condizione psico-fisica, e in buona sostanza di giUoco.

Certo, il mio punto di vista (parziale, per non aver visto le immagini, e fazioso, per la nota partigianeria a strisce) mi ha fatto pensare che una miglior freddezza da parte di Borja Valero e Candreva ci avrebbe consentito di chiudere partita e incontro, alla faccia dei professoroni dei Luoghi Comuni Maledetti e dell’ #intercinica.

Pare tuttavia che i nostri abbiano rischiato di portare a casa il furto del secolo, vista la quantità industriale di occasioni create ma non finalizzate dai Viola.

Nulla di nuovo sotto il sole: le squadre di Spalletti -e quella di quest’anno non fa eccezione- vanno gran bene fintantochè la gamba e la crapa parlano bene tra di loro, ma non hanno ancora imparato ad essere risolute e cattive, come invece sta imparando a fare il Napoli di Sarri.

Tornando al commento di una partita che non ho visto, resta poco da dire, se non che su Joao Mario pare essersi aperta la caccia all’uomo, a cui mi accoderò malvolentieri. E’ uno dei pochi casi in cui penso davvero che il giocatore lo faccia apposta per forzare la mano con la Società ed essere ceduto.

La passata stagione, tutt’altro che trascendentale, aveva se non altro messo in mostra un giocatore quadrato, soprattutto di corsa e contrasto, cosa invero piacevolmente singolare trattandosi di un portoghese. A riguardo, ricordo e sottoscrivo al 100% la citazione (di cui però non rammento l’autore) secondo la quale:

Se a calcio non si dovesse tirare in porta, il Portogallo sarebbe sempre campione del mondo.

Questo per dire che, di solito, le caratteristiche dei portoghesi sono abbastanza prevedibili: gran palleggio, tocco delicato, scarsa propensione alla cosiddetta “ignoranza calcistica”, declinabile sia come segnare gol brutti e cattivi, sia come assestare stecche proditorie per interrompere l’azione avversaria.

Ecco, Joao Mario l’anno scorso mi pareva una bella eccezione alla regola: corsa, contrasto, addirittura grinta (ok, il termine di paragone era Brozovic…) e qualche gol.

Quest’anno, un ectoplasma. Perde centordici palloni e guai a lui se si spreca a rincorrere l’avversario. Però fa dire al procuratore che vorrebbe giocare di più. Questo a casa mia si chiama “fai casino e fatti  vendere al primo che passa”.

Se qualcuno ci cascasse, mi assumo l’impegno di portarlo a destino a cavalluccio.

Chiuso il caso specifico, il resto della rosa persiste nel suo momento di pochezza cosmica, che il solo guizzo da campione di Icardi per poco riusciva a mascherare. Santa pausa darà a Spalletti due settimane per fare il proverbiale richiamino (cit.) atletico e un corposo e corroborante training autogeno all’insegna del mantra “non consideratevi le merdacce che in realtà siete”.

Non è il caso di scomodare i familiari di casa per ricordare ciò che è evidente a tutti: manca un centrale in difesa, un cambio all’altezza per Perisic e Candreva (per quanto Cancelo…) un cazzo di trequartista sul cui altare sacrificare senza la minima commozione Brozovic e Joao Mario.

A parte questo, tutto bene.

Ed è una battuta fino a un certo punto. Portiamo a casa un altro punto da una brutta partita, e restiamo terzi nonostante il brutto periodo.

Non voglio fare la volpe e l’uva ma, tra le tre partite in fila di questo periodo (Lazio-Fiore-Roma) potendo vincerne solo una, fin dall’inizio avrei dato la mia preferenza a quella con la Roma. Vincere quella partita vorrebbe dire recuperare tre punti sulla diretta concorrente al terzo posto, con tutto ciò che ne consegue.

 

LE ALTRE

E se Atene piange, Sparta non ride: i lupacchiotti vengono infatti sconfitti in casa da una esemplare Atalanta che domina il primo tempo e regge con l’uomo in meno per tutta la ripresa. Gasperini continua a starmi ampiamente sulle balle per l’insistenza con cui parla male della sua esperienza interista (avendo, purtroppo, ragione), ma l’impronta su questa squadra è visibilissima; complimenti veri e sinceri.

Napoli e Lazio faticano il giusto prima di aver ragione dei rispettivi avversari, nettamente inferiori (Verona e Spal), e altrettanto può dirsi della Juve, che regola il Cagliari solo nel finale con il gol di Bernardeschi.

Morale: il solco Napoli-Juve-e-poi-tutte-le-altre va delineandosi in tutta la sua evidenza: non ne sono contento, questo è chiaro, chè l’interista vero pensa sempre di poter vincere (e perdere, ma vabeh…) contro chiunque, ma il lato positivo è che c’è chiarezza, e restiamo in tre per due posti.

Ora, entrambe le romane hanno una partita da recuperare, e quei match, unitamente allo scontro diretto Inter-Roma del prossimo turno, diranno molto sui destini dei nostri amatissimi.

Solo un piccolo inciso sui cugini, vittoriosi nel pomeriggio contro il Crotone di Walter Zenga per 1-0. La vittoria è ovviamente accompagnata dagli “ooohh” di pubblico e critica, che fanno fare a Gattuso il “pompiere” della situazione, presi come sono a magnificarne i meriti (cazzo, hai vinto col Crotone…). Il punto non sta qui, anzi: per Ringhio sono perfino moderatamente felice. Il punto sta nel gollonzo segnato da Bonucci, che sulla respinta del portiere avversario viene colpito sulla nuca dal pallone che finisce in porta.

Ora, mica è colpa sua se ha segnato, questo è chiaro. Ma qualsiasi essere umano dotato di un minimo di dignità (no Superpippa, non sto parlando di te) eviterebbe di esultare manco avesse segnato in rovesciata in finale di Champions.

Aneddoto personale: nei miei più che trascurabili trascorsi da terzino sinistro dell’altrettanto dimenticabile selezione di Emergency, a inizio anni 2000 ho solcato la fascia talune volte, arrivando alla mia giornata di gloria in un afoso pomeriggio di Giugno, allorquando, saltati in prepotente progressione un nugolo di avversari, sono arrivato sul fondo per mettere il cross di giustezza.

La palla, beffarda, è andata lunga sul secondo palo e si è infilata in goal tra la sorpresa generale.

Cosa succede di solito quando uno segna? Abbracci e sorrisi dai compagni di squadra, insulti e occhiatacce da parte degli avversari.

Ecco: in quel caso è stato il contrario, con gli altri a ridermi in faccia per la botta di culo e i miei compagni a insultare i miei piedi fucilati.

Io? Ho finto un’esultanza a baciare la maglia e indicare gli spalti (che non c’erano…), ma ho riso come e più degli altri per la sesquipedale botta di culo occorsa.

Posso anche arrivare a pensare che il Milan-Crotone di oggi avesse un’importanza superiore al Torneo sociale “Dai un calcio al precariato” (per quanto…), però vedere Bonucci correre da invasato come suo solito dopo un simile colpo di culo non ha contribuito a migliorare la sua immagine ai miei occhi. E mi fermo qui.

 

E’ COMPLOTTO

Due cose, una da persona mediamente normale, una da malato di mente.

Da applausi la reazione di Spalletti agli ominicchi di Mediaset Premium che lo incalzano con domande (originalissssssime) sulla ristrettezza della rosa, acuita dall’infortunio di Ranocchia che ha costretto il Mister a piazzare Santon al centro.

La mia personale ola non si è levata tanto al già richiamato “lo sa anche la mi’ mamma che ci manca un centrale”, quanto alla provocatoria domanda “ma cosa ho detto? Cos’hai vinto adesso che finalmente l’ho detto?” (min. 1:40).

Come sapete, vivo anni e anni di vaffanculi repressi ai giornalisti di ogni scuderia (soprattutto di quella scuderia) che appoggio a prescindere qualsiasi polemica contro questi scribacchini.

Due dei pochi casi in cui esultai per una dichiarazione del Signor Massimo ai microfoni in un dopopartita furono le sue dichiarazioni post-Barcellona alla RAI (“Vi vedo un po’ spenti…forza, possiamo perdere alla prossima!“ Purtroppo non trovo il video in rete…) e post-Bayern a Pierluigi Pardo, allora ancora a Sky, lasciato da solo come una statua dopo una domanda legittima quanto inopportuna (ricordare in quella sede le tante difficoltà della sua gestione evidentemente non venne digerita dal Presidente).

Ecco, vivo nell’intima convinzione che alcuni vaffanculi in più ai giornalisti in tutti questi anni pur non migliorando la relazione del Club con i media, avrebbero per lo meno messo in chiaro che le due parti erano apertamente in guerra, e non ipocritamente sorridenti l’una di fronte all’altra.

E questo mi porta al secondo punto, quello più da psicopatico.

Perchè se è vero che nel lavoro bisogna lasciare da parte emotività e precedenti, se è vero che ufficialmente Mediaset non ha più punti di contatto con A.C. Milan, la mia mente è troppo poco elastica, e il mio rancore troppo granitico per non sobbalzare a questo:

Cioè, i 110 anni dell’Inter dovrebbero essere raccontati, comunicati, pubblicizzati dalle stesse facce che poche righe sopra mi rammaricavo non essere state insultate a dovere negli ultimi vent’anni?

Sorry, non ce la faccio… Ma è sicuramente colpa mia.

 

WEST HAM

Qui la ruota ha girato abbastanza bene: in tre giorni (lì si gioca sempre…) battiamo il West Bromwich al 94’ con doppietta di Carroll e pareggiamo in casa Tottenham (cioè Wembley per quest’anno) con golazo di Obiang.

Poco per dare una pennellata di decenza alla classifica, ma abbastanza per allontanare fantasmi di zona retrocessione.

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AMABILI COGLIONAZZI

SASSUOLO-INTER 1-0

Legge di Murphy.

Ritorno di incrollabili certezze.

La partita da non sbagliare. E che sbagli.

Potrei elencarne a decine e il pezzo, citando il sommo, sarebbe completo.

C’è da rammaricarsi (chè bestemmiare sotto Natale non è bello), ma sorprendersi no.

E’ quel che il mio naso, pur prominente, sentiva già tempo: non è che questi, al primo inciampo, mandano tutto in vacca?

Ecco.

Una delle ulteriori beffe è che veniamo traditi da due giocatori che finora ci hanno tenuti là in alto: Icardi si mangia tutto il mangiabile, rigore compreso, e Handanovic torna a legare il guinzaglio al palo beccando gol su colpo di testa a un metro dalla porta. Non fa notizia invece l’indolenza con cui Brozovic trotterella accompagnando Politano per 70 metri senza che gli venga in mente -magari- di accennare un contrasto.

Indugio sull’azione del gol solo per segnalare la rivedibilità della coppia di centrali. Miranda esce per compensare il già citato nulla di Brozo, ma nemmeno lui è il ritratto della risolutezza. Skriniar a quel punto è solo in mezzo a un paio di avversari e la palla sul secondo palo lo mette fuori gioco.

Insomma, tutto va male e niente riesce a cambiare l’andazzo.

Spalletti ha a mio parere qualche colpa, minando le tutt’altro che solide certezze maturate fino a oggi e giocando al trasformista. Dovendo già rinunciare a Vecino (un impalpabile Gaglia al suo posto), pesca Cancelo da accoppiare a Candreva sulla fascia destra, con conseguente trasloco di D’Ambrosio sulla fascia sinistra.

Non avrei mai creduto di rimpiangere il supporto che il napoletano nr 33 può dare al romano nr 87, ma a mio parere la catena di destra vista a Sassuolo è stata tutt’altro che efficace, aldilà di qualche bell’inserimento di Cancelo. Zero sovrapposizioni, tante occasioni in cui Candreva aspetta la sovrapposizione che non arriva e, in generale, un’insicurezza palpabile che da quella fascia si propaga sull’altra. D’Ambrosio infatti, esattamente come Santon, è uno di quelli che evidentemente gode di buona stampa e che da lustri viene definito come “terzino che può stare su entrambe le fasce”, e qui perdìo occorre chiarirsi: per me “stare su entrambe le fasce” vuol dire che tu, terzino maledetto, dopo tutte le supercazzole, i dribbling e le sovrapposizioni, quando arrivi sul fondo puoi crossare indifferentemente (o quasi) con i due piedi, senza dover prendere la rotatoria in contromano per metterti sul piede giusto.

Quindi, iniziamo a sgombrare gli equivoci: Santon e D’Amrosio sono due terzini destri. Uno scarso e uno discreto. Ma due terzini destri. Punto. Che non è un peccato mortale eh? Va bene, ma almeno sappiamo dove schierarli.

Ieri non si è perso per questo, ovviamente. Ma è grave e pericoloso togliere certezze a una squadra ancora in piena costruzione e con una panchina ontologicamente corta.

L’assenza di alternative, non solo nei giocatori ma negli schemi, è purtroppo emersa ieri in tutta la sua gravità. Sembrava di vedere un’Inter a caso degli ultimi anni. Decine di azioni masticate a due all’ora da una fascia all’altra, arrivando di bolina al cross buttato alla speraindio in area e facile preda di Acerbi & Co.

Non un tiro da fuori, non un tentativo di uno-due con percussione centrale. Solo cross, intutili quanto ripetuti.

Come avrete capito, sono in uno di quei momenti che il povero Perozzi chiamerebbe “constatazione del nostro niente”, ma mi pare di avere le mie ragioni.

L’inerzia positiva dell’autunno è finita, e il ciclo di partite che abbiamo davanti -a partire da un insulso quanto insidioso derby di Coppa Italia tra pochi giorni- sono tutt’altro che banali.

La disamina tènnica non ha bisogno di molto altro, se non di puntualizzare, con il giusto rancore, l’inevitabile partitone di Consigli, già membro del Club Gautieri anche in virtù della mia memoria vacillante.

Mi assumo infatti la responsabilità del penalty sbagliato da Icardi. Tra il fischio dell’arbitro e il destro poco angolato del nostro, la mia poco capiente capoccia ha oscillato tra due pericolosissimi pensieri, entrambi errati.

Ho infatti confuso Consigli con Mirante, portiere del Bologna che solo settimana scorsa si è sdraiato in occasione dei tre gol juventini, e ho pensato tra me “stai a vedere che ‘sto maledetto dopo le tre papere di domenica scorsa adesso glielo para”.

L’altro pensiero è stato più logistico-cabalistico, e cioè “adesso Mauro segna e diranno che proprio sotto quella curva dove tutto il casino con la Curva iniziò, Icardi ritrova l’abbraccio dei suoi tifosi!”.

Invece, una beata fava.

Ciccata la grande occasione, i nostri passano i 40 minuti successivi a rimuginare e vanno col pilota automatico: la litanìa di cross alla speraindio è l’inevitabile conseguenza, e il Sassuolo sentitamente ringrazia.

LE ALTRE

Purtroppo i risultati non mi sorprendono.

Il Napoli rischia andando sotto due volte contro la Samp, ma recupera e vince. I Gobbi regolano di misura la Roma, approfittando di un imperdonabile errore di Shick al 95’, generato da un altrettanto esecrando paperine difensivo dei bianconeri. Inizia una lenta ma temo inesorabile attività di scavo tra queste due squadre e i comuni mortali, a cui ci siamo purtroppamente iscritti. L’obiettivo concreto, reale e realizzabile, dev’essere arrivare terzi o quarti, e come sappiamo per fare ciò è necessario arrivare prima di una almeno tra Roma e Lazio.

Guarda caso, la prossima è in casa con la Lazio. Nei mesi in cui abbiamo giocato ad essere una squadra seria, avrei detto che la partita arrivava al momento giusto.

Adesso…

E’ COMPLOTTO

Inevitabile il ricorso, da parte della stampa, all’immortale #crisiinter, forse esagerato per una squadra che si trova esattamente dove sperava di trovarsi a questo punto della stagione, ma in effetti reduce da due sconfitte brutte e accompagnati da  strascichi pesanti sulla rosa.

Per fortuna ci sono i cugini a mantenere il centro del palcoscenico. Mi rimane il dubbio che, a strisce diverse, i titoli sarebbero stati ben più strillati di quelli che pure anche la mansueta Gazzetta ha riservato a Ringhio e i suoi fratelli, ma in ogni caso Milanello Bianco non riesce nel miracolo di restituire ai suoi tifosi una squadra degna di questo nome, nonostante la settimana di ritiro dell’amore.

Riconosco che il mio disprezzo per i cugini è assai attenuato dall’assenza del loro malefico ex proprietario, ma poi basta che lo stesso faccia capolino con le solite stronzate mediatiche con cui ci ha ammorbato per trent’anni per far risalire la carogna a livelli di guardia.

In tutto ciò, mai uno, dico uno, che gli dicesse “ma perchè non stai zitto, chè fai più bella (o più migliore) figura?”.

WEST HAM

Anche qui poco da ridere: sconfitta interne contro il Newcastle e classifica che torna ad essere una chiavica.

Buon Natale un cazzo, che già di solito ‘sto periodo mi sta sui maroni, figuriamoci quest’anno…

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Sign o’ the (f?!kin’) times…

SCUSATE SE ESISTIAMO

JUVENTUS-INTER 0-0

Gioite, gioite, non siamo -ancora- morti.

Prossimi ad essere incolpati dell’omicidio di JFK e del giallo di Via Poma, gli insolenti nerazzurri evitano di giocare la partita del cazzimperio offrendosi come vittima sacrificale della Juventus, proponendo di contro una massiccia ed efficace strategia di limitazione dei danni.

Icardi tocca 10 palloni in 85 minuti, Perisic e Candreva pochi di più, Brozovic torna l’evanscente cugino di Cristiano Malgioglio e lo 0-0 è il miglior esito possibile.

Non che i nostri rischino chissà cosa: diffidate da chi, col passar delle ore, dipinge uno scialbo e tattico pareggio in un assedio all’arma bianca dei padroni di casa al pullman nerazzurro parcheggiato davanti ad Handanovic.

Sì, Mandzukic ha avuto tre belle occasioni e Higuain un paio di tiri malamente sprecati, ma ho visto i nostri portare a casa vittorie dopo aver sofferto ben di più.

’Sticazzi, in ogni caso; che dicessero pure quel che vogliono, non cambierebbe il mio pensiero.

Dietro torna Skriniar che sbaglia un pallone in 90 minuti (da cui origina la prima delle tre occasioni del croato bianconero), e Santon gioca a confermare i miei pregiudizi a suo riguardo:  tragicomico quando stende Cuadrado facendosi male (lui) e dovendo uscire a metà ripresa. Il colombiano l’ha sistematicamente saltato nell’ora precedente, e non posso farne una colpa al nostro terzino: sarebbe come rimproverare un cavallo perchè non sa volare.

A metà campo rientra Vecino che affianca Borja (altra buona partita della coppia violacea), lasciando il già citato Brozovic a completare il reparto d’attacco.

Taglierei corto sulla cronaca della partita. Non ho problemi a riconoscere che una vittoria della Juve non sarebbe stata un furto (uso il termine non a caso, parlando dei gobbi); d’altra parte, non mi pare che il pareggio sia stato immeritato.

Soprattutto, e non solo per questioni di classifica, erano loro a dover fare la partita e vincere. Bene ha fatto Spalletti a preparare una partita di accorta attesa. Probabilmente, rispetto ai suoi piani, è mancato quel che il Necchi definiva come “genio” e cioè “fantasia, intuizione, decisione e e velocità di esecuzione”. Ci sono state tre o quattro occasioni, durante la partita, in cui il cazzutissimo contropiede dei tre là davanti avrebbe potuto prorompere in tutta la sua putenza, ma si vede che non era serata. Consoliamoci con la testa della classifica piacevolmente e inaspettatamente tinta ancora di neroblù.

LE ALTRE

Roma e Napoli, difatti, non vanno oltre lo 0-0 contro Chievo e Fiorentina.

Solidarietà di categoria ai lupacchiotti, che si trovano di fronte un Sorrentino versione Inter: ecco la partita che il portiere clivense ha fatto contro i nostri negli ultimi 10 anni. Domenica scorsa s’è preso un meritatissimo giorno di ferie contro i nostri, e la sua mannaia si è per una volta abbattuta su maglie diverse.

Il Napoli ha perfino rischiato nel primo tempo al cospetto di una Viola capeggiata da un Cholito degno di cotanto padre tripallico e ben guidata in panca dal vecchio cuore nerazzurro Stefano Pioli.

La Lazio gioca mentre scrivo, mentre il Milan alla fine riesce ad aver la meglio di un Bologna che aveva vanificato il primo vantaggio di Bonaventura (su decisiva deviazione di un difensore avversario), facendo saltare il tappo a fiumi di inchiostro zuccheroso all’insegna del “gruppo Milan” e di “Ringhio che plasma i suoi giocatori a propria immagine e somiglianza”. Insomma “si ha come la sensazione (preambolo che odio) che sia nato un nuovo Milan” (copyright Compagnoni).

 

RIFLESSIONI PRE-COMPLOTTO

Stavolta l’ha detta giusta Adani, nel dopopartita. Lasciando Ambrosini cianciare di Handanovic e le sue parate e della pochezza della proposta offensiva dei nerazzurri, l’ex difensore ha colto nel segno dicendo che, a suo parere e anche a mio, Juve e Napoli continuano ad essere leggermente superiori all’Inter.

E’ la sua motivazione a convincermi: fa notare come tutti gli effettivi di Spalletti stiano giocando al meglio o quasi delle rispettive possibilità. Bene, benissimo nell’immediato. In prospettiva, però, non ci sono molti margini di crescita, essendo al contrario da mettere in conto qualche fisiologico passaggio a vuoto. I già citati Santon e Brozovic ultima versione sono due fulgidi esempi.

Torniamo insomma a domande che, a queste latitudini informatiche, ci siamo già fatti, con l’ulteriore vantaggio di non aver ancora dovuto trovare una risposta: cosa succederà al primo gol a porta vuota sbagliato da Icardi? Come reagiremo alla prima mancata uscita di Handanovic? Chi batterà le mani rincuorando i compagni al primo frittatone difensivo?

Chi vivrà vedrà. La classifica per ora racconta di 5 squadre in lotta per i primi 4 posti. Da ricordare che tutti e 4 i posti danno accesso diretto alla fase a gironi della Champions, senza passare dagli ostici preliminari.

Al momento pare che i nostri abbiano le qualità per finire la stagione davanti a una o due delle concorrenti (azzardo: Lazio e una tra Roma e Napoli). La mia non è scaramanzia, ma semplice proiezione futura dei ragionamenti di poche righe fa: noi questi siamo, e più di così non possiamo fare. Vero che non abbiamo le coppe; altrettanto vero che non abbiamo la rosa, l’abitudine a giocare insieme e il giUoco delle altre pretendenti.

E’ COMPLOTTO

Potremmo cominciare proprio con la simpatia degli amici di Me(r)diaset, che hanno provato la gufata preventiva con tanto di tabella esplicativa.

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Me li immagino in studio, braccia tese in avanti e mani che oscillano in un crescendo rossiniano di “oooohhhh”. Peccato per loro che a ciò non sia seguito l’ “olé” di ordinanza. Anzi, al rintuzzo di giustezza ha provveduto Lucianino da Certaldo, con l’ormai paradigmatico post su Instagram con cui ha usato toni più aulici per argomentare un bisillabo che dalle sue parti è sovente usato in circostanze come queste: #puppa!

Non sarebbe nemmeno il caso di ritornare sull’ennesima caduta di stile bianconera nella settimana che ha preceduto la partita.

Il minchione di turno è tal Pellò che si è espresso come ognuno di noi farebbe al bar sport con gli amici. Niente da ridire sul contenuto: ho personalmente augurato alle squadre diversamente strisciate le peggiori conseguenze immaginabili, e l’ho fatto più volte. Non arrivo a vantarmene, ma quasi. Il problema, non nuovo in questo Paese, è la facilità con cui poi ci si scusa, all’insegna del “eh va beh stavo scherzando, ho chiesto scusa che cazzo volete ancora?”.

Bene ha fatto Spalletti  a ricordarlo e a vergognarsi per lui nella conferenza stampa di presentazione del match.

Ennesima conferma che, quando si parla di stile, c’è chi ce l’ha e chi ci prova senza riuscirci, cercando oltretutto di convincere tutti gli altri di essere lui quello stiloso e figherrimo e noi i banali pirlotti che non capiscono niente.

Decisamente minore in ordine di importanza, ma non per questo meno puntuale, il riferimento di Spalletti alla poca serietà dei giornalisti nell’assegnare voti ai giocatori. Non è tanto il riferimento al Fantacalcio ad essere importante, quanto il fatto di voler poi manipolare quei voti, elaborati con tutta la soggettività del caso, per propugnare tesi bislacche come quelle viste in passato.

Ricordo con chiarezza una delle tante crociate anti-stranieri della Gazzetta, che sostanzialmente si dava ragione da sola portando quale prova principale la media voto dei calciatori italiani paragonata a quella dei giocatori stranieri.

Quanto è manipolabile uno strumento del genere?

Tanto. Ma nessuno dice niente. Nessuno fino ad oggi.

Che poi la stampa giochi a cercare paralleli tra questo suo modo di fare e quello di José nel biennio interista a me frega poco: lo vedo come un tentativo di mettere zizzania e creare casi là dove non ce ne sono (“Ahah! Non vi potevate sopportare e adesso ti comporti come faceva lui! Scandalo! Caso!”). Per quel che mi riguarda quello del Mister è il solo modo di guardare al rapporto tra Inter e media italiani: siamo poco considerati, spesso sottovalutati, raramente rispettati. E, soprattutto, chi lo fa ha la granitica certezza di farla sempre franca.

A meno che ci sia qualcuno che si prenda la briga di mettere in fila tutte le loro malefatte una per una e faccia presente che “così non si fa”.

L’ha fatto Mourinho, l’ha fatto spesso Mancini, aveva provato a farlo Stramaccioni, seppur il suo pedigree fosse di diverso prestigio. Ora lo sta facendo Spalletti. Imbattuto anche in questo sport.

Altro cenno a Mourinho, sconfitto nel derby domenicale contro il City di Guardiola.

Sarò senz’altro prevenuto, ma mi è parso di vedere tutta la tristezza dei commentatori sportivi italiani, figlia di tutti questi brutti 0-0 che lasciano l’Inter ancora in testa, trasformarsi in gioia e sollievo per i buoni che battono i cattivi, con Guardiola il bello e giusto che batte il brutto e antipatico Mourinho.

Patetici nella vostra ricerca della fazione a tutti i costi, prevedibili nella scelta del vostro cavallo vincente, falsi sapendo di esserlo quando riducete il calcio di Mourinho a un puro, semplice e costante difensivismo, ignorando la varietà di schemi e stili mostrati dalle sue squadre nel corso degli ultimi 15 anni.

Tornerò nelle prossime occasioni a parlare di Milan, di Voluntary Agreement e dei  successi raggiunti dalla premiata ditta Fassone-Mirabelli.

Non mettiamo insieme troppi scempi.

WEST HAM

Vittoria tostissima 1-0 in casa contro il Chelsea. Risaliamo qualche posizione ma soprattutto diamo dimostrazione di essere squadra dopo settimane, forse mesi.

That’ll do.

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Durare non durerà: però è bella…

ODIO IL MILAN (È PIÙ FORTE DI ME)

Perchè mi stanno tanto sulle balle?

C’entra Berlusconi, chiaro. Ma non tanto in senso politico.

Chi tifa contro il Milan come me, ha il velleitario primato di aver iniziato a disprezzare Silvietto nostro ben prima del discorso su “l’Italia è il Paese che amo”.

Dal suo arrivo nel calcio, anno domini 1986, ha iniziato a stravolgere tante regole non scritte, facendo leva sul suo potere mediatico per imporre un regime e una propaganda che -complici gli innegabili successi, sia chiaro- ci ha passeggiato sui testicoli per trent’anni. A lui dobbiamo tante divisioni manichee e assolutamente senza senso del tipo “zona = bene; uomo = male” “il giuoco” “lo spettacolo” e compagnia cantante.

Non smetterò mai di citare a sufficienza l’imprescindibile No Milan scritto da Tommaso Pellizzari a inizio millennio. Paradigmatiche le sue pagine nel fotografare il personaggio e tutte le sue contraddizioni.

Morale, a chi nel ’94 è arrivato ad abbaiare alla luna contro di lui per la prepotenza e la protervia dimostrata nell’agone politico col proverbiale mezzo sorriso da schiaffi, ero solito rispondere “adesso arrivate? ‘Ndo cazzo siete stati fino a oggi?“.

Torniamo ai tempi nostri, e notiamo come il passaggio di proprietà ai cinesi di Mr Li non abbia portato poi grossi cambiamenti nella considerazione mediatica delle strisce rossonere.

Partiamo -inevitabilmente- dall’affaire Donnarumma. Non voglio auto-celebrarmi, perchè non c’è un cazzo da celebrare e perchè, conoscendo gli attori in scena, la cosa più facile da prevedere era proprio il lieto fine, con conseguente rinnovo del portiere ragazzino (userò in questo pezzo tutte le locuzioni possibili pur di non chiamare il soggetto in questione col suo orrendo soprannome bisillabo: così lo chiameranno i parenti, i giornali dovrebbero essere un poco più equidistanti… Ma d’altra parte cosa aspettarsi da gente che ha chiamato Inzaghi “Pippo” per vent’anni e Ancelotti “Carletto” per tutta la parentesi rossonera?).

Al solito, il malato mentale che scrive non abuserà della vostra pazienza per commentare la notizia in sè, quanto piuttosto per segnalare l’ondata di gioia pressocchè universale che sta accompagnando la firma dell’accordo.

La cosa che ho trovato davvero disdicevole è stata la divisione manichea tra torti e ragioni in tutta questa vicenda.

Raiola è senz’altro un personaggio discutibile e difatti discusso, ma lo schieramento di fucilieri contro il pizzettaro poliglotta non ha davvero precedenti.

Finchè si trattava dei mal di pancia di Ibra all’Inter o di Balotelli (sempre all’Inter), la colpa era della Società simpatttica incapace di gestire i propri campioni -o supposti tali-. Quando si è trattato di intascarsi una quarantina di milioni nell’affare Pogba, tutti zitti o quasi, forse perchè su quella compravendita la UEFA non ci ha visto chiaro e ha chiesto lumi ai bianconeri.

Qui invece Raiola è l’uomo nero, il cattivo, il nemico per definizione contro il quale ognuno si fa forte spalleggiandosi con l’altro. Che poi il procuratore voglia fare i suoi interessi (legittimi finchè non si porrà rimedio a ‘sta cazzo di deregulation) e voglia lasciare una via di uscita al proprio assistito nel caso in cui il Milan continui a galleggiare nella mediocrità degli ultimi anni, è un concetto che non va nemmeno preso in considerazione.

Lui è il cattivo, lui ha torto, lui è un panzone maledetto.

Di tutta la vicenda economica, la cosa che mi ha colpito non sono tanto i 6 milioni all’anno per il ragazzo, quanto il milione all’anno offerto al fratello per fare il terzo portiere. Non facevano tutti più bella figura a dargli un altro milione all’anno e basta? Quello mi pare veramente uno schiaffo alla decenza, e non è -per una volta- questione di maglia: ai tempi belli del lustro d’oro, il milione al mese che si intascava Ibra non mi ha mai scandalizzato, mentre il triennale di Suazo a 3.5M annui l’ho sempre trovato inconcepibile.

Qui ovviamente la favola da raccontare è quella del ragazzo che con il fratello maggiore avrà gli affetti familiari vicini ogni giorno, potendo pascersi dell’amore fraterno in una perfetta tautologia calciofamilistica.

Ancor più imbarazzante la questione esame di Maturità. La si può pensare come si vuole (personalmente la grezza fatta dal 99 rossonero è discretamente grande: pensi davvero che non ti avrebbero promosso?? Mavàicazzo!, porta a casa il tuo pezzo di carta farlocco -farlocco come tutti i diplomi che escono da quegli scherzi di scuole- e chiudila lì); quello che non ha alcuna logica, e che invece è stato fatto, è incolpare ancora una volta il malefico Raiola:

Screenshot 2017-07-05 Gazza Gigio

Il ragazzo è diligente, un figlio modello e lui senz’altro voleva andarci a dar gli esami. Ma quel cattivone gli ha ordinato di andare in vacanza.

Siamo a questo.

Ma non solo.

Come abbiamo imparato, non esiste acquisto dei rossoneri che non sia accompagnato dal sottotitolo “il ragazzo vuole solo il Milan“, spesso accoppiato a “tifa Milan fin da bambino“, nelle giornate di gloria addirittura con la ciliegina di “il giocatore (che sia Rami, Kakà, Balo, Honda o altri bisillabi a piacere) è disposto a ridursi lo stipendio pur di arrivare in rossonero“. Nel solco di questa confortante tradizione, ecco il recente arrivo a Milanello Bianco di Andrea Conti, promettentissimo laterale dell’Atalanta, comprato per circa 25 milioni.

Un bell’investimento, non c’è che dire, ma il ragazzo pare buono e quindi il grano sembra ben speso. Peccato che, in un epoca di informazione liquida e quindi non più così manipolabile come in passato -vero Presidenteberlusconicheciseguesempre e Dottorgalliani?- le flatulenze informatiche di ognuno di noi mantengano negli anni la persistenza tipica di chi la molla in ascensore appena prima della chiusura delle porte.

Ecco quindi la buccia di banana su cui scivola il succitato Conti, pizzicato in rete a lamentarsi come un tifoso qualunque (ma certo non del Milan!) del proverbiale deretano rossonero nei sorteggi di Coppa: la cosa non è grave per nulla, ma mi lascia sogghignare come Muttley tra me e me.

Ultimo caso (per oggi…) sintomatico della prosopopea rossonera e della leggerissima tendenza a cospargere di miele anche il più insignificante pezzo di… pane: ecco l’epilogo -nemmeno troppo sorprendente- del supposto fenomeno Mastour.

Ne avevo parlato anni fa (al punto 4 di questo rancoroso ma tutt’ora valido elenco), perchè allora come adesso nel caso di Donnarumma il Milan aveva ostacolato e poi superato un’Inter  già  in trattative avanzate con la famiglia del ragazzo, ai tempi solo quattordicenne.

Presentato al mondo come il nuovo Messi, e accompagnato da frasi del tipo “con questo siamo a posto per vent’anni“, il poveretto ha girovagato per mezza Europa raccogliendo scampoli di partita e poco più, fino alla risoluzione del contratto con la squadra dell’Amore proprio di questi giorni.

Perfetto stile e coerenza granitica. Non c’è che dire.

Poi mi dicono che sono ossessionato…

FPF E CALCIOMINCHIATA

Calcisticamente, quello di Giugno è uno dei periodi più strani e stimolanti che ci siano.

La stagione è terminata, si hanno ancora chiare davanti agli occhi le imprese o (più spesso) le malefatte combinate dai nostri campioni o supposti tali, e ogni tifoso che si rispetti ha già in mente l’11 ideale, la lista della spesa e quella di proscrizione.

Da qualche anno a questa parte, c’è un’ulteriore variabile da aggiungere a questa accaldata equazione: il Financial Fair Play (fèrpléifinanziario in italiano, per brevità e di qui in seguito FPF).

Armatevi di Maalox e Omeprazolo in quantità, perchè il pezzo è parecchio rancoroso.

Il tutto nasce cronologicamente al crepuscolo dell’era Moratti, sbertucciato per tutti e 18 i suoi anni di presidenza per aver sperperato senza apparente costrutto centinaia di milioni di euro, senza mai, dico mai, tenere in considerazione tre semplici elelmenti:

1) Erano soldi suoi, con i quali paradigmaticamente ognuno fa il cazzo che vuole;

2) Per tanti anni lo sperperare a destra e manca senza ottenere i risultati è stato anche -se non soprattutto- frutto del mazzo di carte truccato con cui si continuava a giocare;

3) Ad ogni modo, con quella visione mecenatista e legata al sentimento (che io per primo ho tante volte criticato) il Signor Massimo ha portato a casa un certo numero di trofei, che non vado ad elencare per non essere ridondante.

La situazione di cui sopra, ulteriormente complicata dalle nuove regole introdotte dall’UEFA, viene ereditata da Mr Thohir nel 2013. Al “cicciobello con gli occhi a mandorla” (cit.), se possibile, la stampa riserva un trattamento ancor peggiore di quello precedente. Forse perchè straniero, forse perchè parvenu per il calcio italiano, forse perchè da subito ha cominciato a rispondere come e dove voleva, senza prestarsi quotidianamente alla pletora di microfoni e pennivendoli “con la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras”, sicuramente perchè interista, al thailandese non è stato perdonato nulla, nemmeno le (poche ma buone) mosse per cui dovrebbe essere ricordato e ringraziato.

Ha dato un’organizzazione alla Società, sfoltendo e di molto la sede da personaggi di dubbia utilità, ha applicato alla lettera le disposizioni imposte dalla UEFA, scrivendo e presentando un Settlement Agreement nel quale prospettava il pareggio di bilancio entro il 2017 e il rispetto dei parametri di spesa previsti dalla nuova normativa, di concerto con Mr Bolingbroke (altro paria sbeffeggiato al punto da storpiarle il nome come nemmeno il peggior Emilio Fede).

Sono troppo incattivito per sorvolare sul fatto che quel Settlement Agreement sia stato recepito e approvato dall’UEFA, contrariamente a quanto fatto in relazione al Voluntary Agreement presentato recentemente dal Milan, sostanzialmente rispedito a Fassone & Co. con la noticella “nun ce prova’… dopo che, tra le tante assumptions, si fantasticava di ricavi dal mercato asiatico per 200 milioni nel prossimo anno (col Real Madrid reduce da due Champions consecutive a farne “solo” 180).

Ma aldilà del Derby di scartoffie inviate a Nyon, è sintomatico far notare come tutte le scadenze di questo piano strategico nerazzurro siano state accompagnate dal più classico dei pessimismi da parte degli organi di stampa nostrani.

Già l’anno scorso i mesi di Maggio e Giugno erano stati all’insegna del #portiamoilibriintribunale, #fallimento, #moriremotutti, per poi rinfoderare la falce del tristo mietitore e ammettere a mezza voce “L’Inter rispetta il FPF e chiude con un passivo entro i 30 milioni, come da accordo con l’UEFA” per farsi di nuovo barzotti e urlare “Ma entro il 30 Giugno del 2017 servirà il pareggio di bilancio, altrimenti saranno guai“.

Quest’anno hanno preso la rincorsa già al fiorire dei primi boccioli di inizio Marzo, tornando a gufare su “la necessità di vendere almeno uno dei suoi big per far quadrare i conti” (l’anno scorso Icardi, quest’anno Perisic).

Al solito, la faciloneria, la poca voglia di far lavorare i pochi neuroni a disposizione, o più prosaicamente la malafede hanno fatto ignorare a tutti le possibili strade alternative per arrivare allo stesso risultato.

Niente da fare: Sì va beh, l’Inter ci proverà, venderà qualcuno ma alla fine Perisic dovrà essere sacrificato per esigenze di bilancio ( vero, caro e sempre simpaticissimo Andrea Ramazzotti del Corriere dello Sport? Com’è che avevi intitolato? Ah si: “Ciaone“).

Eppure la tabellina era stata fatta e i conti, se erano riusciti a me, non erano proprio difficilissimi da ipotizzare:

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Ma niente… l’ordine è “ignora e martella“.

Finchè, messi davanti all’evidenza, ci si arrende con un freddo titoletto di pura constatazione:

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Ovviamente c’è chi fa di meglio, avendo preso (in cul… ah no scusate) atto della permanenza del croato. Ecco il sempre prode Corriere dello Sport vagheggiare di difficoltà di Perisic nel riconquistare il cuore dei tifosi nel caso in cui dovesse restare, ben accompagnato da altre testate pronte ad addensare nubi sulla sua permanenza che, per quanto non più legata ad esigenze di bilancio, è tutt’altro che scontata.

Il che ci porta alla conclusione di questo delirio rancoroso: il calciomercato interista è da anni un florilegio di rischi da evitare, centinaia di giocatori accostati al nerazzurro e obiettivi falliti (#interbeffata is the new #crisiinter), anche quando il rischio è ingigantito e l’obiettivo sfumato in reatà non è mai stato realmente cercato . Certo, si può sempre fare calciomercato nel modo dadaista in cui lo faceva Maurizio Mosca, dicendo che tutti i giocatori interessavano a tutte le squadre, potendo poi sempre dire “l’avevamo detto!“, ma lì almeno sapevamo a che gioco si giocava e si rideva col pendolino e la superbombadimosca.

Quelli che all’Inter sono ostacoli da evitare per rimanere in piedi, altrove sono invece speranze, possibilità, auspici: avete mai visto un tifo così sfegatato come quello di questi giorni per la trattativa Donnarumma-Milan, il cui lieto fine farebbe bene a tutto il calcio, come ha fatto presente la Gazza in questi giorni? Veramente da vomito, e la firma su quel pezzo di carta, da me ampiamente prevista (non che fosse così difficile prevederlo, aspettate qualche giorno e vedrete), farà partire l’ennesimo refrain su “certi amori che non finiscono” e il Club dei sentimenti che punta sui propri ragazzi italiani.

La ciliegina sulla torta sull’occhio di disriguardo nei confronti dei nostri si ha con il facile paragone circa l’eco mediatica delle imprese di due nomi del presente e passato rossonerazzurro alle prese con altri sport: Perisic in questi giorni si sta rilassando giocando a beach volley, mentre il grande Paolo Maldini ha provato con il tennis.

Nessuno dei due ha ottenuto grandi risultati: pare che il croato abbia perso tre partite su tre, mentre Maldini è uscito al primo turno perdendo 6-1 6-1.

Chissenefrega, dico io; bravi loro che sanno cavarsela anche in un altro sport, no?

No.

Maldini è stato celebrato manco avesse vinto Wimbledon, Perisic lo perculano manco fosse inciampato su una buccia di banana finendo in una pozza di fango.

Ma sono io ad essere paranoico, state tranquilli…

CLEAN UP THE MESS

Parlare delle ultime partite è davvero accanimento terapeutico. Che cazzo vuoi cavare da due partite inutili, completamente prive di qualsiasi senso sportivo e purtroppo nemmeno capaci di palesare la presenza tanto agognata di “uomini” prima ancora che di “calciatori”?

Accanto al raccapriccio sportivo, sta la deriva ormai inarrestabile della Società, totalmente allo sbando e senza nessuno -che sia il comandante in capo o l’ultimo degli sguatteri- che sappia quale rotta tenere.

Gli ultimi giorni hanno segnato un netto “liberi tutti” a livello mediatico, che ha allarmato e non poco lo psicopatico che scrive. Arrivo anche a dire che i media per una volta non sono nemmeno i principali colpevoli di questa storia, trovandosi nella comodissima posizione di dover semplicemente riportare dichiarazioni di terzi, senza quasi dover aggiungere nulla di proprio per insaporire la pietanza, già succulenta di suo.

E del resto che cacchio devono fare, i servi mediatici, se un giocatore come Eder si permette di dare consigli alla Dirigenza e ai compagni, dal basso di un rendimento che in una squadra normale sarebbe da insufficienza piena, e che solo la diffusa mediocrità nerazzurra fa ergere a “uno dei meno peggio”?

Di più, e assai più grave: come è possibile che il tuo Direttore Sportivo esterni -“col coeur in man” diremmo a Milano- tutti i propri sentimenti senza un minimo di filtro istituzionale, stupendosi poi perché pensava che il contenuto delle sue dichiarazioni sarebbe rimasto riservato?

Riservato… quel che dici in un’aula universitaria… nel 2017…

Ausilio nelle sue funzioni secondo me ha fatto quel che poteva, ma per questa sola cosa va cacciato all’istante. Non puoi lavorare nel calcio (per di più nell’Inter!) da vent’anni ed essere così ingenuo. Arrivo infatti ad augurarmi che ingenuo non lo sia stato per nulla, e che abbia volutamente provocato questo putanoire per farsi cacciare, lui fresco di rinnovo triennale, ed incassare una ricca buonuscita, vistosi ormai degradato a secondo di Sabatini.

Sia quel che sia, gli ultimi giorni ci hanno dato la conferma non richiesta del fatto che, bartalianamente parlando, “gli è tutto sbagliato“, e che non potrà certo essere il solo allenatore (fosse anche Conte, fosse anche Gesù Cristo, dico di più: fosse anche José da Setubal) a raddrizzare la situazione.

Torno ad ammorbare me stesso prima che voi, ricordando le tante volte in cui ho segnalato l’importanza di una organizzazione solida e coerente nelle varie funzioni, che parta da un Proprietà ricca e consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti, che passi da una Dirigenza snella (due, tre persone, non di più) che goda della fiducia della proprietà e che sia di indiscutibile competenza, e che arrivi ad un allenatore conseguente alle idee dei primi due soggetti.

Questo a prescindere dai nomi da mettere nelle caselle testé abbozzate.

Se mi si passa il paradosso, i giocatori vengono dopo, e co e conseguenza di tutto ciò. Parlerò anche di loro, e spero di riuscire a farlo in termini non troppo scurrili, ma non in questa sede.

I calciatori passano, l’Inter resta, insieme ai suoi problemi ancestrali e accanto a peculiarità uniche nel panorama mondiale. Noto ad esempio una corrente di pensiero che ha ne IlMalpensante e in Stefano Massaron i principali esponenti, e che vede nella cosiddetta “Dirigenza italiana” il principale problema di quest’Inter.

In buona sostanza, il vuoto di potere conseguente al cambio di proprietà Thohir-Zhang ha visto il trio Zanetti-Ausilio-Gardini guadagnare posizioni all’interno e soprattutto all’esterno del Club. FozzaInda, dopo aver cacciato Bolingbroke, non ha ancora scelto il suo sostituto, limitandosi a sostituirlo con un proprio uomo ad interim.

Ciò ha lasciato campo libero ai tre succitati, stranamente (per essere tesserati nerazzurri) sostenuti dalla stampa quasi a prescindere, nonostante a loro siano state affidate le chiavi della macchina che ora contempliamo accartocciata contro il guard rail.

Ecco finalmente l’anima italiana a riportare l’Inter dove deve stare, ecco l’arrivo di Pioli, che -lui sì- conosce il nostro calcio, ecco l’acquisto di Gagliardini chè così giocano gli italiani…“. Questa la litanìa, stucchevole e melensa, che le nostre caste orecchie si devono sorbire da Ottobre scorso.

…eppure, proprio con la presenza di tanti italiani -in campo, in panca e in tribuna- come non se ne vedevano da lustri, ecco che all’iniziale gasamento generale consegue un tonfo dagli effetti devastanti: due punti in otto partite.

Tonfo che, con passaporti diversi, avrebbe causato la chiamata alle armi dei vari MassimiMauro del mondo, ad accusare ancora una volta l’Inter di eccessiva esterofilia, e che invece viene raccontato come fallimento della proprietà straniera e di un “gruppo che non c’è per questioni di etnie” (cit.)

Ma andate a cagare voi e le vostre bugie (cit.)

Su questo è difficile dar torto a Stefano e a IlMalpensante. Non li seguo nel loro amore per De Boer, vittima innocente di questa stagione (vero) ma a mio parere scelta lontana dalla storia dell’Inter. Ma questi sono punti di vista tènnici, assolutamente legittimi.

Torno invece al loro fianco per segnalare come sia stato trattato l’olandese nei due mesi di permanenza e quanti alibi -giusti o sbagliati che fossero- siano invece stati concessi a Pioli e ai tre dirigenti italiani nel semestre successivo.

[Piccolo inciso: non riesco nè voglio riferirmi a loro come alle Triade, perché va bene tutto, ma certi paragoni non si devono nemmeno pensare.]

In tutto questo, giornalisticamente, abbiamo una notizia, perché è innegabile che i tre succitati, e Pioli in quanto loro emanazione diretta, abbiano goduto di buona stampa. Un unicum nella storia nerazzurra, che in realtà se fossi il padrone della baracca cercherei di sfruttare a mio favore. Capisco che sia alquanto cervellotico tenere nella tua azienda gente incapace solo perché all’esterno ne parlano bene, ma la cosa fa pensare.

Di più: il mio animo complottista porta a chiedermi retoricamente:

Non è che ne parlano bene proprio perché incapaci, e come tali garanti di una perdurante mediocrità dell’Inter, così ben sfruttabile a livello mediatico?

(È così, fidatevi).

Morale, come la risolviamo?

Io continuo a vedere in Leonardo l’uomo ideale a cui affidare la ri-costruzione della Società. Uno come lui a fare il Direttore Generale, espressione diretta della proprietà, quel che dice lui è come se lo dicesse FozzaInda. So che verrebbe identificato come “Uomo di Moratti”, visto il feeling con l’ex Presidente, ma correrei il rischio ad occhi chiusi.

Sotto di lui, Sabatini a fare il mercato e Oriali a supportare il tecnico in tutte le esigenze di campo e di raccordo con il Club.

Infine, un mio pallino: un cazzo di Direttore della comunicazione che imponga regole ferree ai tesserati e limiti le fughe di notizie, vere o false che siano.

Ausilio come detto si è messo -volontariamente o meno- in condizioni di farsi cacciare. Gardini nessuno sa cosa sia lì a fare e la sua perdita non credo verrà rimpianta da molti. Zanna deve fare quel che sa: l’Ambasciatore dell’Inter nel mondo, il tagliatore di nastri, il messaggero della Società quando c’è un argentino buono da prendere.

Poco altro.

Hai detto niente…

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IL GIORNO DELLA MARMOTTA

GENOA-INTER 1-0

Anni fa comprai un divertente libercolo a cura di interisti.org intitolato “MAI STATI IN B… E VOI?“, che ripercorreva la stagione 2005-2006 ancora all’oscuro del puttanificio che ne sarebbe seguito.

Ebbene, dopo la tragicomica eliminazione in Champions da parte del Villarreal con gol di testa di Arruabarrena, gli autori vergarono un cantico -consolatorio e divertente- che abusava di anafore, iniziando ogni strofa dello stesso con le parole “Non è perchè…

Fornirò l’intero testo a chi ne farà richiesta, ma a tutti regalerò la chiusa finale, perfettamente applicabile ai nostri tempi:

“…Non è perchè bisogna usare la memoria per trovare un giocatore che ci renda orgogliosi,

Non è perchè ogni tanto pensiamo di meritarci tutto questo.

E non è nemmeno perchè aggiorniamo questa lista da anni e non cambia mai niente: è che proprio ci siamo rotti le palle.”

Potrei chiudere qui e quel che ho da dire sarebbe già palese.

Due punti in sette partite. Due fottutissimi punti in sette stracazzo di partite.

Un manipolo di invorniti incapaci di correr dietro un pallone, svogliati più di un ripetente all’ultimo giorno di scuola. Un allenatore che sotto di un gol pensa bene di togliere il proprio centravanti (anonimo quanto e più degli altri, certo, ma che almeno là davanti qualcosa può sempre creare). Una squadra al solito interdetta di fronte ai pur rari omaggi arbitrali, e che come tale batte à la cazzo il rigore più che generoso che avrebbe portato ad un pareggio tanto insipido quanto minimamente dignitoso.

Ennesimo finale di stagione passato a far liste di proscrizione da cui -al solito- si salvano in quattro o cinque, con tutto il resto della ciurma da vendere a trance al primo market rionale (cit.).

Ancor più doloroso, seconda parte del pomeriggio passato a rimuginare sulle parole di un ex milanista (Costacurta) e un ex gobbo (Marocchi) che fotografano alla perfezione la crisi del settimo anno nerazzurra: “troppo” talento e poca testa, pochissimi giocatori di personalità, Società incapace di dare una direzione e fare scelte che vadano aldilà della pura sussistenza, allenatori fagocitati nel tritacarne generato dal troiaio testè descritto.

Sarebbe bello dar retta alle tesi per una volta ancor più retropensierose di quelle del sottoscritto, che vedono nell’indolenza dei nostri un disegno volto a saltare i preliminari di Europa League per preparare al meglio la stagione prossima ventura.

Ma magari! Almeno sarebbe la dimostrazione dell’esistenza di un piano, di una strategia -per quanto esecranda. Macchè, si bivacca in attesa del rompete le righe, al sicuro da pericoli che vadano oltre il ritiro punitivo (durante il quale comunque viene concesso il pomeriggio in famiglia perchè “i ragazzi han lavorato bene”), certi che nessun leader di spogliatoio verrà a gridarti nelle orecchie “Oh, svegliaaa!!!“.

Qui, ancora una volta -e non sapete quanto mi faccia girare le palle- devo dar ragione ai due diversamente strisciati: mancano i giocatori di personalità e con etica del lavoro. Abbiamo diversi buoni giocatori, non ne abbiamo uno con la metà della serietà di un Cambiasso, di un Materazzi, di uno Stankovic, per non scomodare l’inarrivabile Ibra, che svegli e trascini l’ambiente.

L’uomo è purtroppo un animale sociale e abitudinario, e come tale si adatta all’ambiente che trova. Se può, non fa. Non ci sono cazzi.

Vedere l’azione del gol di Pandev, con la palla che sbuca sui piedi di Veloso nel cerchio di centrocampo ed il primo dei nostri a oltre venti metri da lui, è la perfetta trasposizione in campo del concetto precedente. Vedere l’indolenza con cui Kondogbia trotterella per cercare di far finta di ostacolarlo è la dimostrazione semiplastica di quanto vado dicendo.

Poi al solito, quelli che guardano il dito e non la luna se la prendono con la sfiga, chè il tiro è deviato sulla traversa e torna a Pandev proprio mentre Andreolli scivola.

Sì, bravi, colpa del campo, ci va sempre tutto storto. Bravi ciula. E ve lo dice un complottista.

La mia è una tesi diversa: proprio perchè il complotto c’è, l’Inter deve per definizione fare più di quel che ci si aspetterebbe da una squadra nelle sue condizioni. Ripeto: più di quel che ci si aspetterebbe.

E qui, mi spiace, manca proprio la “cultura aziendale”: manca qualcuno un pocolino più autorevole del sottoscritto che ad ognuno dei nostri spieghi cosa voglia dire l’Inter e cosa ci si aspetti da un giocatore che ne vesta la maglia.

Nulla di tutto ciò alle viste, dato che il VicePresidente -sola memoria storica credibile nell’organigramma- già da giocatore dava l’esempio con le azione e non con le parole.

Potrà essere Oriali il nuovo Messia?

Me lo auguro, ma mi pare una questione troppo estesa perchè possa essere risolta da un solo uomo, per quanto valido, competente e gradito. Personalmente ho sempre preso con beneficio di inventario la vulgata per cui, tra lui e Branca, tutti i pacchi li avesse scelti il Cigno e tutti i campioni lui. Ad ogni modo, se come pare arriverà, non tarderà a dare conferma o smentita della succitata leggenda metropolitana.

Se non altro, vista l’ennesima ed immonda figura odierna, si tacceranno tutti gli italioti del “manca un’identità italiana all’Inter“. Eccovi serviti: allenatore italiano, direttore sportivo italiano, record di italiani in campo (cinque oggi: D’Ambrosio, Andreolli, Candreva, Gagliardini, Eder), orgoglio e dignità che finiscono giù per il cesso col sottofondo dell’Inno di Mameli.

Cosa aspettarsi? Boh, da questo finale di stagione tutto e il contrario di tutto. Sesti non arriveremo comunque, stanti Milan e Fiorentina comunque più in palla di noi (meno è impossibile…). Ciò vuol dire che, paradossalmente, potremmo anche vincere le ultime tre, giusto per confondere un po’ le idee sul chi dar via e chi tenere.

Un po’ come quando Recoba, dopo un trimestre di allenamenti saltati e mezz’ore svogliate, piazzava il sinistro da 30 metri all’angolino per un inutile 3-0 e guadagnava un altro triennale di contratto.

Dico questo orgoglioso del rancore provato negli anni per il Chino e conscio del fatto che uno come lui in mezzo a questi qua farebbe la sua porca figura anche a 41 anni e la panzetta. Non a caso oggi gli unici cori dei nostri tifosi sono stati per Pandev, il più scarso degli 11 del Triplete ma due spanne sopra tutti i nostri attuali giocatori per grinta e professionalità.

Niente foto. Niente #ècomplotto. Abbiate pietà di me, e di voi.

EI FU, O MEGLIO ESSI FURONO

Probabilmente alcuni di voi si aspettavano un pezzo sull’anniversario del 5 Maggio, con tanto di retrospettiva su quella stagione, su cosa l’abbia generata e sulle conseguenze che ha lasciato.

E invece no. O meglio, ni.

Aldilà del facile “throwback” fatto praticamente da tutti i giornali, prontissimi a mettere in homepage la faccia lacrimante di Ronaldo così come timidissimi a ricordare analoghe tragedie sportive a strisce diverse ma ugualmente avvenute nel mese mariano (Perugia e Istanbul dicono niente?), quel che mi fa piacere ricordare è come quella stessa data abbia raccontato una storia ben precisa -a volerla leggere- per di più a regolari scadenze quadriennali.

Il 2002 lo conosciamo tutti, e proprio venerdì ho avuto un civile e gradevole scambio di battute -lo dico davvero- con l’autore di questo bel pezzo, al quale mi permettevo di contestare solo un paio di punti, frutto della mia paranoia nozionistica.

Fino a qualche anno fa vi avrei ammorbato con tabelle che avrebbero mostrato come nel corso del campionato l’Inter avesse subito le solite due o tre sviste arbitrali necessarie per farla arrivare all’ultima giornata in piena crisi esistenziale, ma non è questo il punto. Quel 5 Maggio ha una sua origine, un suo svolgimento e una sua fine.

La sua fine, volendo romanzarla un po’ e giocare con le date, si ha ufficialmente 4 anni dopo, allorquando iniziano ad uscire queste notizie:

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Da lì in poi, quel Maggio è un fiorilegio di notizie, indiscrezioni, accuse sempre più circostanziate e sempre più vere, che nel corso degli anni spiegheranno a tutti quelli dotati di onestà intellettuale come fosse organizzato il mondo del calcio italiano in quei tempi.

Facendo un altro salto quadriennale, eccoci al 2010. Si arriva al primo capitolo della Storia nerazzurra recente, e cioè la vittoria della Coppa Italia contro la Roma, vinta dopo e nonostante una caccia all’uomo tollerata dal “miglior arbitro del nostro calcio”, ulteriore dimostrazione del nostro ascendente -anche in tempi di gloria- sul mondo arbitrale.

2002-2006-2010. Sono tre puntate dello stesso film, da vedere e ricordare tutte insieme.

Mica andreste al cinema a vedere solo il primo tempo, no?

Conoscete uno così pirla da andare alla partita e vedere solo il primo tempo?

Ah già, uno c’è: Boniperti… Scusate, ho sbagliato esempio.

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VIOLA DI VERGOGNA

FIORENTINA-INTER 5-4

Gli unici altri 5-4 di cui ho memoria sono  due vittorie contro la Roma (stagione 98/99, gol definitivo del Cholo che poi esulta mostrando la panza nuda) e una vittoria casalinga contro il Genoa di epoca Stramaccioniana.

Se già con i tre punti in tasca un simile punteggio non mi piace -essendo palesemente figlio di errori in quantità industriale- figuratevi quanto possa essere schifato da una sconfitta del genere, frutto di un primo tempo finito in vantaggio grazie a due azioni tanto belle quanto isolate in un mare di assonnato pressappochismo, e di una ripresa da coma farmacologico, che ci fa incassare quattro gol in un quarto d’ora, reattivi e coriacei come un lombrico sotto la pioggia.

Ancor più beffardo il colpo di coda di Icardi (non della squadra, di un solo giocatore), buono soltanto per farci rimuginare su quelle due o tre sviste arbitrali (cit.) tanto prevedibili quanto evitabili (proprio perchè prevedibili). E’ ormai perfettamente ovvio che con noi i minuti di recupero scadano quando devono scadere (chè il tempo di recupero è il minimo garantito solo per gli altri), mentre il vecchio adagio “nel dubbio lascia giocare” si applica ai fuorigioco solo a domeniche alterne.

Non ho molta voglia di passare in rassegna i -tanti- singoli episodi che ci condannano a una figura demmerda colossale. Mi limito ad osservare -senza nemmeno la compassione di solito riservata ai minus habens- i soliti geni che si ostinano a criticare Icardi perchè si tromba la biondona tettuta e guida i macchinoni tabbozzi.

Se mi chiedete chi io preferisca gara lui e Milito (di cui ha recentemente battuto il record di gol segnati) non stiamo nemmeno a parlarne. Il Principe mi ha fatto piangere di gioia, questo non ha nemmeno cominciato. Però, fatta la premessa doverosa quanto ovvia, quando l’attuale Capitano si sarà rotto i coglioni di giocare ogni anno per il quarto posto, per poi accontentarsi del sesto “ma con interessanti prospettive per il futuro“, andrà a segnare le sue carrettate di gol in un Chelsea qualunque e rimarrete tutti increduli nel pensare “a come siamo stati stronzi, in quel lontano inverno dell’88” (cit. Ponchia, se non la riconoscete potete anche smettere di leggere).

Per capire il contesto in cui si muove, il ragazzo, da brava squadra sfigata per definizione, riusciamo a fare segnare una tripletta al nostro centravanti, che riesce a portarsi a casa il pallone con una faccia che dice tutto:

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E (non) va bene così, senza parole

 Come già detto, poco da aggiungere alla psicoterapia geometrica abbozzata qualche giorno fa. Leggo con piacere del comunicato con cui FozzaInda ha obbligato la squadra al ritiro in vista del match contro il Napoli: non perchè quella partita abbia chissà quale significato, ma perchè, come dicevano i genitori tirandoci il ceffone quando facevamo i capricci, “almeno te pianget per queicòss“.

Il fatto poi che giornalisti di terz’ordine non siano d’accordo con questo approccio, evidentemente nostalgici del periodo in cui l’inazione della proprietà simpatttica lasciava carta bianca a qualsiasi boutade mediatica, accresce vieppiù la mia convinzione di aver ragione.

Ma è una consolazione di sto par de ciufoli.

Non siamo in condizione di pretendere niente di più dall’ennesima accozzaglia di scappati di casa: che Pioli abbia o meno offerto le proprie dimissioni nello spogliatoio a Firenze cambia poco. Il suo destino è segnato e siamo attaccati all’ennesimo sogno di gloria di riuscire a portare a casa il combo Cholo-Oriali con funzione da talismani semoventi.

Il danaro non manca, stanti anche le confortanti notizie dell’Uefa in tema FPF: la possibile limitazione della rosa nella prossima stagione europea sa tanto di beffarda noticilla not applicable at our case.

Mettetevi comodi: è un film che continuiamo a vedere da sei anni e, anche se il finale è sempre lo stesso, c’è comunque da divertirsi.