STAGIONE 2017-2018

Nella giornata che diede i natali al Capitano con la Z maiuscola, trovo finalmente il tempo di fare una rapida e illuminata disamina sulla creatura che sta nascendo tra le mani -si spera sapienti- di Luciano Spalletti.

Partiamo proprio da lui e da un bigino di pregi e difetti. Fa giocar bene le proprie squadre, schietto e poco incline alla diplomazia, una tendenza a sbrodolare infinite conferenze stampa.

Riguardo a quest’ultima caratteristica, il Mister di Certaldo alla presentazione in nerazzurro diceva di aver ricevuto un messaggio di in bocca al lupo da José Mourinho.

Non trovo purtroppo il meme in rete, ma la vignetta -spassosissima- diceva “in rubrica era salvato come prime-time“.

Per il resto, le specifiche del prodotto possono essere viste, a seconda dei punti di vista, come qualità o limiti. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie sbrodole, ho spesso diffidato delle squadre che “giocano bene al calcio“: in primis perché credo che non ci sia allenatore che scientemente scelga di “far giocar male” le proprie squadre; in secundis perché, non esistendo per fortuna un pensiero unico, non è chiaro cosa voglia dire “giocare bene“; in ultimo, perché spesso le squadre troppo onanistiche mancano di quella sana “ignoranza” che permette di vincere una manciata di partite che alla fine della stagione fanno la differenza (ask Sarri vs Sassuolo e Atalanta for further references).

La succitata tendenza “prime-time” di Spalletti potrebbe essere una manna per una Società endemicamente incapace di “farsi sentire”, ma anche una scheggia impazzita guidata solo dal proprio ciclo mestruale nel caso in cui non ci fosse una linea guida a dare una direzione di massima.

Delle mie preferenze fregherà giustamente un cazzo a nessuno, ma uno come il Cholo sarebbe stato più “coerente” con la storia interista.
Poco male, diamo il tempo a Spalletti di vincere quel paio di scudetti e poi vai di contratto a tempo indeterminato all’unica vera testa lucida e illuminata (in tutti i sensi) del recente passato interista.

Chiudo la parentesi-allenatore citando ancora una vola la saggezza politico-popolare cinese, allorquando Deng Xiao Ping parlava del colore dei gatti e dei topolini da catturare.

Che vinca partite, e poi faccia e dica il cazzo che vuole.

IL DRIIMTIIM DE NOANTRI
La doppia “i” nel titoletto è un’indiretta lezione di pronuncia a tutti quelli (italiani ignoranti!) che non colgono la differenza fonetica tra “shit” e “sheet“: però in italiano preferireste adagiarvi su un lenzuolo fresco e non su una cacca, giusto?

Fine della polemica da angloterrone rancoroso.

DIFENDIAMO COME POSSIAMO

In porta once more with feeling Samirone Handanovic che, immancabilmente anche se in misura minore, ha fatto presente che vorrebbe giocare la Champions (e noi invece no…). Pregi e difetti restano più o meno intatti; spero più degli anni precedenti che non prenda nemmeno un raffreddore sapendo che il suo secondo è Padelli, il cui unico pregio al momento è di poter essere beneficiario del luogo comune “è tifoso interista fin da bambino”, come da foto.

La difesa vede una più che probabile coppia Miranda-Skriniar, con l’altrettanto verosimile giubilo di Jeison Murillo. Un rendimento coerente quello del colombiano, che ha mostrato tutti i pregi del suo repertorio nei primi 6 mesi di Inter, per poi dar sfoggio al campionario di scempi per l’anno e mezzo successivo.
Di lui rimane l’impressione che ho avuto fin dalle prime uscite: ha tutti i difetti del connazionale Ivan Ramiro Córdoba, senza averne il pregio maggiore, e cioè la consapevolezza dei propri limiti. Questo ci ha dato in regalo un paio di bellissimi quanto inutili gol in rovesciata, e una decina di gol subiti dopo dribbling rovinosi tentati al limite della nostra area.

Grazie e arrivederci.

Credo che, la contemporanea partenza di Andreolli e quella inevitabile per manifesta incompatibilità ambientale di Ranocchia renderanno necessario l’acquisto di almeno un altro centrale di pura decenza, che possa dare il cambio ai due succitati titolari, pur in una stagione priva di impegni europei.

Sulle fasce, gioisco sulla fiducia per l’arrivo di Dalbert che non ho mai visto giocare, ma che se non altro al momento ha l’innegabile pregio di togliere dai titolari uno tra Nagatomo e Santon. Se poi fosse anche buono (lasciamo perdere i paragoni con Maicon, che portano solo sfiga…), tanto meglio.
Sulla destra potrebbero bastare D’Ambrosio o Ansaldi, ma ovviamente non mi opporrei all’arrivo di qualcuno di maggior sostanza.

LA MEDIANA CONSISTENTE

Torno per un attimo il rancoroso angloterrone di cui sopra, per segnalare un altro abominio cui molti di noi sono sottoposti in ambito lavorativo.
Peggio dell’inglesismo fatto e finito (il briefing e non la riunione, il print invece che la stampa…) la cosa che più mi fa ribrezzo è l’italianizzazione di un termine inglese, che però in italiano esiste ma vuol dire una cosa diversa.

Al primo posto di questa orrenda classifica c’è “confidente”, usato invece di fiducioso (dall’inglese “confident“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri).

Diocristo, in italiano confidente vuol dire un’altra cosa, è un tipo a cui dici i cazzi tuoi e di cui ti fidi, ma se ritieni probabile che una cosa accada, dici che sei fiducioso, mica confidente. Non è difficile, dài…

Subito dopo -e qui torniamo al titoletto- c’è “consistente” usato invece di coerente (dall’inglese “consistent“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri). Anche qui come supra, se una persona mantiene un certo atteggiamento nel tempo, si dirà che è coerente. Consistente lo si dirà di un materiale non troppo molle che, per l’appunto, ha una certa consistenza.
A meno che non si parli di Borja Valero: ecco l’eccezione alla regola appena esposta. Lo spagnolo in carriera ha costantemente proposto un rendimento di spessore, potendo quindi essere definito al contempo coerente e consistente.

Che sia regista o no (l’abbiamo preso noi, quindi tutti ad affrettarsi a dire che non lo è, niente di nuovo…) è un giocatore di rara intelligenza, apparentemente integro fisicamente a dispetto dei 32 anni compiuti. Credo che abbia in casa due bamboline Voodoo a forma di Xavi e Iniesta, perchè senza di loro sarebbe stato titolare fisso in nazionale per almeno due lustri.

Se a lui aggiungiamo l’arrivo di Vecino, suo compagno di reparto nella Viola degli ultimi anni (vox servorum: “ma nemmeno lui è un regista, perché non hanno preso Badelj??”) non posso che essere soddisfatto del centrocampo che va a formarsi.
Starà poi a Spalletti capire come disporre le pedine in campo, potendo contare oltre ai due ex gigliati su Gagliardini e Joao Mario: personalmente vedrei la coppia viola davanti alla difesa e il portoghese alle spalle di Icardi, con l’italiano primo cambio, ma sono finezze: il materiale c’è e quindi facciamo lavorare chi è pagato per farlo.
Ci sarà, in realtà da sfoltire il reparto, e personalmente ritengo che Brozo e Kondogbia possano essere tranquillamente sacrificati in presenza di offerte appena appena presentabili.
Per questioni più di cuore che tecnico-tattiche tratterrei Medel, che però pare -anche lui- in via di uscita.
Sottolineo per l’ultima volta l’incomprensibile astio di tutta la critica calcistica italiana per il cileno, che oltretutto nei mesi di Pioli ha dimostrato di poter essere anche un buon rincalzo difensivo in caso di bisogno. Non ha mai reclamato un posto da titolare, tantomeno lo farebbe adesso che il reparto è assai migliore dell’epoca Kuzmanovic-M’Vila-Taider, però ha ormai lo stigma dell’untore, e il volgo vuole la sua testa.

Addio Medellino, io ti ho sempre amato.

LA’ DAVANTI

Pur non essendo al momento cambiato niente, questo è il reparto che per ora mi ha dato più soddisfazione. La gestione del “caso” (che “caso” non è) Perisic mi sta piacendo moltissimo, sperando di non essere smentito nei prossimi 20 giorni.
Sfanculati tutti i gufi del “tanto dovranno venderlo per far quadrare i conti“, FozzaInda ha messo su una playlist con soli due pezzi in loop: “50 milioni cash” e “non abbiamo bisogno di vendere nessuno“.
Gli scrivani di corte, resisi finalmente conto che il muso giallo fa sul serio, hanno tentato di scartare di lato andando dietro alle suggestioni di mercato (altra espressione che detesto) che paventavano un addio di Candreva sponda Chelsea, all’insegna del “Perisic potrebbe restare; a quel punto andrà via Candreva“.
Tutto purchè l’Inter debba vendere, indebolirsi e morire male.
Vepossino…
Tornando al campo, so che dovrebbe arrivare questo Emre Mor. Se Dalbert almeno l’avevo sentito nominare, del turco però danese ignoravo proprio l’esistenza.
A quanto capisco dovrebbe essere il primo cambio dei due esterni d’attacco, e per certi versi vale quanto detto per il terzino brasiliano: se questo qua deve arrivare per prendere il posto di Biabiany, direi che abbiamo ottimi margini di miglioramento.

Quindi? Gallianamente parlando #siamoapostocosì?
Mah, forse sì… Mi sarebbe piaciuto Nainggolan, eccome… ma non arriverà e quindi facciamocene una ragione. Vidal qualche anno fa, e senza passato juventino, l’avrei preso eccome, ma siamo anche qui a parlare di opzioni che non sono sul tavolo.
Attingo a un’altra frase fatta del periodo estivo: “comprare per comprare, meglio stare come siamo”. Banale, ma vero.

Nemmeno col Ninja saremmo stati da scudetto, quindi avanti così: cerchiamo di sfruttare l’assenza di impegni infrasettimanali per puntare a uno dei quattro posti champions, sapendo che oltre alle solite tre dovremo fare i conti anche con i Meravigliuosi, di cui parlerò (male, e come sennò) prossimamente.

Vuoi non dire niente sulle fideiussioni per Bonucci e sull’esordio del VAR visti in questi ultimi giorni?

MAGLIA

Non ci siamo, poche balle… Non capisco (o meglio lo capisco ma preferisco far finta di nulla…) perchè la Nike debba utilizzare i loro designer sotto acido per sperimentare le peggio varianti sulle nostre maglie, tornando invece fedeli e rispettosi della tradizione nel caso di altri top club europei…
Ad ogni modo, il blu è di una bella tonalità, numeri e nome in bianco e non più giallo evidenziatore, ma quelle righe nere fanno tanto codice a barre e nun se possono vede.

Meglio, nella sua semplicità banale ma al tempo stesso ricercata, la maglia bianca, non a caso apprezzata anche da appassionati di calcio di altre latitudini.

Leggo di una terza maglia grigia con sfumature militari, che mi fa cagare così sulla fiducia. C’è di buono che la scarsità di impegni in stagione dovrebbe limitarne l’uso.

 

FPF E CALCIOMINCHIATA

Calcisticamente, quello di Giugno è uno dei periodi più strani e stimolanti che ci siano.

La stagione è terminata, si hanno ancora chiare davanti agli occhi le imprese o (più spesso) le malefatte combinate dai nostri campioni o supposti tali, e ogni tifoso che si rispetti ha già in mente l’11 ideale, la lista della spesa e quella di proscrizione.

Da qualche anno a questa parte, c’è un’ulteriore variabile da aggiungere a questa accaldata equazione: il Financial Fair Play (fèrpléifinanziario in italiano, per brevità e di qui in seguito FPF).

Armatevi di Maalox e Omeprazolo in quantità, perchè il pezzo è parecchio rancoroso.

Il tutto nasce cronologicamente al crepuscolo dell’era Moratti, sbertucciato per tutti e 18 i suoi anni di presidenza per aver sperperato senza apparente costrutto centinaia di milioni di euro, senza mai, dico mai, tenere in considerazione tre semplici elelmenti:

1) Erano soldi suoi, con i quali paradigmaticamente ognuno fa il cazzo che vuole;

2) Per tanti anni lo sperperare a destra e manca senza ottenere i risultati è stato anche -se non soprattutto- frutto del mazzo di carte truccato con cui si continuava a giocare;

3) Ad ogni modo, con quella visione mecenatista e legata al sentimento (che io per primo ho tante volte criticato) il Signor Massimo ha portato a casa un certo numero di trofei, che non vado ad elencare per non essere ridondante.

La situazione di cui sopra, ulteriormente complicata dalle nuove regole introdotte dall’UEFA, viene ereditata da Mr Thohir nel 2013. Al “cicciobello con gli occhi a mandorla” (cit.), se possibile, la stampa riserva un trattamento ancor peggiore di quello precedente. Forse perchè straniero, forse perchè parvenu per il calcio italiano, forse perchè da subito ha cominciato a rispondere come e dove voleva, senza prestarsi quotidianamente alla pletora di microfoni e pennivendoli “con la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras”, sicuramente perchè interista, al thailandese non è stato perdonato nulla, nemmeno le (poche ma buone) mosse per cui dovrebbe essere ricordato e ringraziato.

Ha dato un’organizzazione alla Società, sfoltendo e di molto la sede da personaggi di dubbia utilità, ha applicato alla lettera le disposizioni imposte dalla UEFA, scrivendo e presentando un Settlement Agreement nel quale prospettava il pareggio di bilancio entro il 2017 e il rispetto dei parametri di spesa previsti dalla nuova normativa, di concerto con Mr Bolingbroke (altro paria sbeffeggiato al punto da storpiarle il nome come nemmeno il peggior Emilio Fede).

Sono troppo incattivito per sorvolare sul fatto che quel Settlement Agreement sia stato recepito e approvato dall’UEFA, contrariamente a quanto fatto in relazione al Voluntary Agreement presentato recentemente dal Milan, sostanzialmente rispedito a Fassone & Co. con la noticella “nun ce prova’… dopo che, tra le tante assumptions, si fantasticava di ricavi dal mercato asiatico per 200 milioni nel prossimo anno (col Real Madrid reduce da due Champions consecutive a farne “solo” 180).

Ma aldilà del Derby di scartoffie inviate a Nyon, è sintomatico far notare come tutte le scadenze di questo piano strategico nerazzurro siano state accompagnate dal più classico dei pessimismi da parte degli organi di stampa nostrani.

Già l’anno scorso i mesi di Maggio e Giugno erano stati all’insegna del #portiamoilibriintribunale, #fallimento, #moriremotutti, per poi rinfoderare la falce del tristo mietitore e ammettere a mezza voce “L’Inter rispetta il FPF e chiude con un passivo entro i 30 milioni, come da accordo con l’UEFA” per farsi di nuovo barzotti e urlare “Ma entro il 30 Giugno del 2017 servirà il pareggio di bilancio, altrimenti saranno guai“.

Quest’anno hanno preso la rincorsa già al fiorire dei primi boccioli di inizio Marzo, tornando a gufare su “la necessità di vendere almeno uno dei suoi big per far quadrare i conti” (l’anno scorso Icardi, quest’anno Perisic).

Al solito, la faciloneria, la poca voglia di far lavorare i pochi neuroni a disposizione, o più prosaicamente la malafede hanno fatto ignorare a tutti le possibili strade alternative per arrivare allo stesso risultato.

Niente da fare: Sì va beh, l’Inter ci proverà, venderà qualcuno ma alla fine Perisic dovrà essere sacrificato per esigenze di bilancio ( vero, caro e sempre simpaticissimo Andrea Ramazzotti del Corriere dello Sport? Com’è che avevi intitolato? Ah si: “Ciaone“).

Eppure la tabellina era stata fatta e i conti, se erano riusciti a me, non erano proprio difficilissimi da ipotizzare:

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Ma niente… l’ordine è “ignora e martella“.

Finchè, messi davanti all’evidenza, ci si arrende con un freddo titoletto di pura constatazione:

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Ovviamente c’è chi fa di meglio, avendo preso (in cul… ah no scusate) atto della permanenza del croato. Ecco il sempre prode Corriere dello Sport vagheggiare di difficoltà di Perisic nel riconquistare il cuore dei tifosi nel caso in cui dovesse restare, ben accompagnato da altre testate pronte ad addensare nubi sulla sua permanenza che, per quanto non più legata ad esigenze di bilancio, è tutt’altro che scontata.

Il che ci porta alla conclusione di questo delirio rancoroso: il calciomercato interista è da anni un florilegio di rischi da evitare, centinaia di giocatori accostati al nerazzurro e obiettivi falliti (#interbeffata is the new #crisiinter), anche quando il rischio è ingigantito e l’obiettivo sfumato in reatà non è mai stato realmente cercato . Certo, si può sempre fare calciomercato nel modo dadaista in cui lo faceva Maurizio Mosca, dicendo che tutti i giocatori interessavano a tutte le squadre, potendo poi sempre dire “l’avevamo detto!“, ma lì almeno sapevamo a che gioco si giocava e si rideva col pendolino e la superbombadimosca.

Quelli che all’Inter sono ostacoli da evitare per rimanere in piedi, altrove sono invece speranze, possibilità, auspici: avete mai visto un tifo così sfegatato come quello di questi giorni per la trattativa Donnarumma-Milan, il cui lieto fine farebbe bene a tutto il calcio, come ha fatto presente la Gazza in questi giorni? Veramente da vomito, e la firma su quel pezzo di carta, da me ampiamente prevista (non che fosse così difficile prevederlo, aspettate qualche giorno e vedrete), farà partire l’ennesimo refrain su “certi amori che non finiscono” e il Club dei sentimenti che punta sui propri ragazzi italiani.

La ciliegina sulla torta sull’occhio di disriguardo nei confronti dei nostri si ha con il facile paragone circa l’eco mediatica delle imprese di due nomi del presente e passato rossonerazzurro alle prese con altri sport: Perisic in questi giorni si sta rilassando giocando a beach volley, mentre il grande Paolo Maldini ha provato con il tennis.

Nessuno dei due ha ottenuto grandi risultati: pare che il croato abbia perso tre partite su tre, mentre Maldini è uscito al primo turno perdendo 6-1 6-1.

Chissenefrega, dico io; bravi loro che sanno cavarsela anche in un altro sport, no?

No.

Maldini è stato celebrato manco avesse vinto Wimbledon, Perisic lo perculano manco fosse inciampato su una buccia di banana finendo in una pozza di fango.

Ma sono io ad essere paranoico, state tranquilli…

CLEAN UP THE MESS

Parlare delle ultime partite è davvero accanimento terapeutico. Che cazzo vuoi cavare da due partite inutili, completamente prive di qualsiasi senso sportivo e purtroppo nemmeno capaci di palesare la presenza tanto agognata di “uomini” prima ancora che di “calciatori”?

Accanto al raccapriccio sportivo, sta la deriva ormai inarrestabile della Società, totalmente allo sbando e senza nessuno -che sia il comandante in capo o l’ultimo degli sguatteri- che sappia quale rotta tenere.

Gli ultimi giorni hanno segnato un netto “liberi tutti” a livello mediatico, che ha allarmato e non poco lo psicopatico che scrive. Arrivo anche a dire che i media per una volta non sono nemmeno i principali colpevoli di questa storia, trovandosi nella comodissima posizione di dover semplicemente riportare dichiarazioni di terzi, senza quasi dover aggiungere nulla di proprio per insaporire la pietanza, già succulenta di suo.

E del resto che cacchio devono fare, i servi mediatici, se un giocatore come Eder si permette di dare consigli alla Dirigenza e ai compagni, dal basso di un rendimento che in una squadra normale sarebbe da insufficienza piena, e che solo la diffusa mediocrità nerazzurra fa ergere a “uno dei meno peggio”?

Di più, e assai più grave: come è possibile che il tuo Direttore Sportivo esterni -“col coeur in man” diremmo a Milano- tutti i propri sentimenti senza un minimo di filtro istituzionale, stupendosi poi perché pensava che il contenuto delle sue dichiarazioni sarebbe rimasto riservato?

Riservato… quel che dici in un’aula universitaria… nel 2017…

Ausilio nelle sue funzioni secondo me ha fatto quel che poteva, ma per questa sola cosa va cacciato all’istante. Non puoi lavorare nel calcio (per di più nell’Inter!) da vent’anni ed essere così ingenuo. Arrivo infatti ad augurarmi che ingenuo non lo sia stato per nulla, e che abbia volutamente provocato questo putanoire per farsi cacciare, lui fresco di rinnovo triennale, ed incassare una ricca buonuscita, vistosi ormai degradato a secondo di Sabatini.

Sia quel che sia, gli ultimi giorni ci hanno dato la conferma non richiesta del fatto che, bartalianamente parlando, “gli è tutto sbagliato“, e che non potrà certo essere il solo allenatore (fosse anche Conte, fosse anche Gesù Cristo, dico di più: fosse anche José da Setubal) a raddrizzare la situazione.

Torno ad ammorbare me stesso prima che voi, ricordando le tante volte in cui ho segnalato l’importanza di una organizzazione solida e coerente nelle varie funzioni, che parta da un Proprietà ricca e consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti, che passi da una Dirigenza snella (due, tre persone, non di più) che goda della fiducia della proprietà e che sia di indiscutibile competenza, e che arrivi ad un allenatore conseguente alle idee dei primi due soggetti.

Questo a prescindere dai nomi da mettere nelle caselle testé abbozzate.

Se mi si passa il paradosso, i giocatori vengono dopo, e co e conseguenza di tutto ciò. Parlerò anche di loro, e spero di riuscire a farlo in termini non troppo scurrili, ma non in questa sede.

I calciatori passano, l’Inter resta, insieme ai suoi problemi ancestrali e accanto a peculiarità uniche nel panorama mondiale. Noto ad esempio una corrente di pensiero che ha ne IlMalpensante e in Stefano Massaron i principali esponenti, e che vede nella cosiddetta “Dirigenza italiana” il principale problema di quest’Inter.

In buona sostanza, il vuoto di potere conseguente al cambio di proprietà Thohir-Zhang ha visto il trio Zanetti-Ausilio-Gardini guadagnare posizioni all’interno e soprattutto all’esterno del Club. FozzaInda, dopo aver cacciato Bolingbroke, non ha ancora scelto il suo sostituto, limitandosi a sostituirlo con un proprio uomo ad interim.

Ciò ha lasciato campo libero ai tre succitati, stranamente (per essere tesserati nerazzurri) sostenuti dalla stampa quasi a prescindere, nonostante a loro siano state affidate le chiavi della macchina che ora contempliamo accartocciata contro il guard rail.

Ecco finalmente l’anima italiana a riportare l’Inter dove deve stare, ecco l’arrivo di Pioli, che -lui sì- conosce il nostro calcio, ecco l’acquisto di Gagliardini chè così giocano gli italiani…“. Questa la litanìa, stucchevole e melensa, che le nostre caste orecchie si devono sorbire da Ottobre scorso.

…eppure, proprio con la presenza di tanti italiani -in campo, in panca e in tribuna- come non se ne vedevano da lustri, ecco che all’iniziale gasamento generale consegue un tonfo dagli effetti devastanti: due punti in otto partite.

Tonfo che, con passaporti diversi, avrebbe causato la chiamata alle armi dei vari MassimiMauro del mondo, ad accusare ancora una volta l’Inter di eccessiva esterofilia, e che invece viene raccontato come fallimento della proprietà straniera e di un “gruppo che non c’è per questioni di etnie” (cit.)

Ma andate a cagare voi e le vostre bugie (cit.)

Su questo è difficile dar torto a Stefano e a IlMalpensante. Non li seguo nel loro amore per De Boer, vittima innocente di questa stagione (vero) ma a mio parere scelta lontana dalla storia dell’Inter. Ma questi sono punti di vista tènnici, assolutamente legittimi.

Torno invece al loro fianco per segnalare come sia stato trattato l’olandese nei due mesi di permanenza e quanti alibi -giusti o sbagliati che fossero- siano invece stati concessi a Pioli e ai tre dirigenti italiani nel semestre successivo.

[Piccolo inciso: non riesco nè voglio riferirmi a loro come alle Triade, perché va bene tutto, ma certi paragoni non si devono nemmeno pensare.]

In tutto questo, giornalisticamente, abbiamo una notizia, perché è innegabile che i tre succitati, e Pioli in quanto loro emanazione diretta, abbiano goduto di buona stampa. Un unicum nella storia nerazzurra, che in realtà se fossi il padrone della baracca cercherei di sfruttare a mio favore. Capisco che sia alquanto cervellotico tenere nella tua azienda gente incapace solo perché all’esterno ne parlano bene, ma la cosa fa pensare.

Di più: il mio animo complottista porta a chiedermi retoricamente:

Non è che ne parlano bene proprio perché incapaci, e come tali garanti di una perdurante mediocrità dell’Inter, così ben sfruttabile a livello mediatico?

(È così, fidatevi).

Morale, come la risolviamo?

Io continuo a vedere in Leonardo l’uomo ideale a cui affidare la ri-costruzione della Società. Uno come lui a fare il Direttore Generale, espressione diretta della proprietà, quel che dice lui è come se lo dicesse FozzaInda. So che verrebbe identificato come “Uomo di Moratti”, visto il feeling con l’ex Presidente, ma correrei il rischio ad occhi chiusi.

Sotto di lui, Sabatini a fare il mercato e Oriali a supportare il tecnico in tutte le esigenze di campo e di raccordo con il Club.

Infine, un mio pallino: un cazzo di Direttore della comunicazione che imponga regole ferree ai tesserati e limiti le fughe di notizie, vere o false che siano.

Ausilio come detto si è messo -volontariamente o meno- in condizioni di farsi cacciare. Gardini nessuno sa cosa sia lì a fare e la sua perdita non credo verrà rimpianta da molti. Zanna deve fare quel che sa: l’Ambasciatore dell’Inter nel mondo, il tagliatore di nastri, il messaggero della Società quando c’è un argentino buono da prendere.

Poco altro.

Hai detto niente…

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IL GIORNO DELLA MARMOTTA

GENOA-INTER 1-0

Anni fa comprai un divertente libercolo a cura di interisti.org intitolato “MAI STATI IN B… E VOI?“, che ripercorreva la stagione 2005-2006 ancora all’oscuro del puttanificio che ne sarebbe seguito.

Ebbene, dopo la tragicomica eliminazione in Champions da parte del Villarreal con gol di testa di Arruabarrena, gli autori vergarono un cantico -consolatorio e divertente- che abusava di anafore, iniziando ogni strofa dello stesso con le parole “Non è perchè…

Fornirò l’intero testo a chi ne farà richiesta, ma a tutti regalerò la chiusa finale, perfettamente applicabile ai nostri tempi:

“…Non è perchè bisogna usare la memoria per trovare un giocatore che ci renda orgogliosi,

Non è perchè ogni tanto pensiamo di meritarci tutto questo.

E non è nemmeno perchè aggiorniamo questa lista da anni e non cambia mai niente: è che proprio ci siamo rotti le palle.”

Potrei chiudere qui e quel che ho da dire sarebbe già palese.

Due punti in sette partite. Due fottutissimi punti in sette stracazzo di partite.

Un manipolo di invorniti incapaci di correr dietro un pallone, svogliati più di un ripetente all’ultimo giorno di scuola. Un allenatore che sotto di un gol pensa bene di togliere il proprio centravanti (anonimo quanto e più degli altri, certo, ma che almeno là davanti qualcosa può sempre creare). Una squadra al solito interdetta di fronte ai pur rari omaggi arbitrali, e che come tale batte à la cazzo il rigore più che generoso che avrebbe portato ad un pareggio tanto insipido quanto minimamente dignitoso.

Ennesimo finale di stagione passato a far liste di proscrizione da cui -al solito- si salvano in quattro o cinque, con tutto il resto della ciurma da vendere a trance al primo market rionale (cit.).

Ancor più doloroso, seconda parte del pomeriggio passato a rimuginare sulle parole di un ex milanista (Costacurta) e un ex gobbo (Marocchi) che fotografano alla perfezione la crisi del settimo anno nerazzurra: “troppo” talento e poca testa, pochissimi giocatori di personalità, Società incapace di dare una direzione e fare scelte che vadano aldilà della pura sussistenza, allenatori fagocitati nel tritacarne generato dal troiaio testè descritto.

Sarebbe bello dar retta alle tesi per una volta ancor più retropensierose di quelle del sottoscritto, che vedono nell’indolenza dei nostri un disegno volto a saltare i preliminari di Europa League per preparare al meglio la stagione prossima ventura.

Ma magari! Almeno sarebbe la dimostrazione dell’esistenza di un piano, di una strategia -per quanto esecranda. Macchè, si bivacca in attesa del rompete le righe, al sicuro da pericoli che vadano oltre il ritiro punitivo (durante il quale comunque viene concesso il pomeriggio in famiglia perchè “i ragazzi han lavorato bene”), certi che nessun leader di spogliatoio verrà a gridarti nelle orecchie “Oh, svegliaaa!!!“.

Qui, ancora una volta -e non sapete quanto mi faccia girare le palle- devo dar ragione ai due diversamente strisciati: mancano i giocatori di personalità e con etica del lavoro. Abbiamo diversi buoni giocatori, non ne abbiamo uno con la metà della serietà di un Cambiasso, di un Materazzi, di uno Stankovic, per non scomodare l’inarrivabile Ibra, che svegli e trascini l’ambiente.

L’uomo è purtroppo un animale sociale e abitudinario, e come tale si adatta all’ambiente che trova. Se può, non fa. Non ci sono cazzi.

Vedere l’azione del gol di Pandev, con la palla che sbuca sui piedi di Veloso nel cerchio di centrocampo ed il primo dei nostri a oltre venti metri da lui, è la perfetta trasposizione in campo del concetto precedente. Vedere l’indolenza con cui Kondogbia trotterella per cercare di far finta di ostacolarlo è la dimostrazione semiplastica di quanto vado dicendo.

Poi al solito, quelli che guardano il dito e non la luna se la prendono con la sfiga, chè il tiro è deviato sulla traversa e torna a Pandev proprio mentre Andreolli scivola.

Sì, bravi, colpa del campo, ci va sempre tutto storto. Bravi ciula. E ve lo dice un complottista.

La mia è una tesi diversa: proprio perchè il complotto c’è, l’Inter deve per definizione fare più di quel che ci si aspetterebbe da una squadra nelle sue condizioni. Ripeto: più di quel che ci si aspetterebbe.

E qui, mi spiace, manca proprio la “cultura aziendale”: manca qualcuno un pocolino più autorevole del sottoscritto che ad ognuno dei nostri spieghi cosa voglia dire l’Inter e cosa ci si aspetti da un giocatore che ne vesta la maglia.

Nulla di tutto ciò alle viste, dato che il VicePresidente -sola memoria storica credibile nell’organigramma- già da giocatore dava l’esempio con le azione e non con le parole.

Potrà essere Oriali il nuovo Messia?

Me lo auguro, ma mi pare una questione troppo estesa perchè possa essere risolta da un solo uomo, per quanto valido, competente e gradito. Personalmente ho sempre preso con beneficio di inventario la vulgata per cui, tra lui e Branca, tutti i pacchi li avesse scelti il Cigno e tutti i campioni lui. Ad ogni modo, se come pare arriverà, non tarderà a dare conferma o smentita della succitata leggenda metropolitana.

Se non altro, vista l’ennesima ed immonda figura odierna, si tacceranno tutti gli italioti del “manca un’identità italiana all’Inter“. Eccovi serviti: allenatore italiano, direttore sportivo italiano, record di italiani in campo (cinque oggi: D’Ambrosio, Andreolli, Candreva, Gagliardini, Eder), orgoglio e dignità che finiscono giù per il cesso col sottofondo dell’Inno di Mameli.

Cosa aspettarsi? Boh, da questo finale di stagione tutto e il contrario di tutto. Sesti non arriveremo comunque, stanti Milan e Fiorentina comunque più in palla di noi (meno è impossibile…). Ciò vuol dire che, paradossalmente, potremmo anche vincere le ultime tre, giusto per confondere un po’ le idee sul chi dar via e chi tenere.

Un po’ come quando Recoba, dopo un trimestre di allenamenti saltati e mezz’ore svogliate, piazzava il sinistro da 30 metri all’angolino per un inutile 3-0 e guadagnava un altro triennale di contratto.

Dico questo orgoglioso del rancore provato negli anni per il Chino e conscio del fatto che uno come lui in mezzo a questi qua farebbe la sua porca figura anche a 41 anni e la panzetta. Non a caso oggi gli unici cori dei nostri tifosi sono stati per Pandev, il più scarso degli 11 del Triplete ma due spanne sopra tutti i nostri attuali giocatori per grinta e professionalità.

Niente foto. Niente #ècomplotto. Abbiate pietà di me, e di voi.

VIOLA DI VERGOGNA

FIORENTINA-INTER 5-4

Gli unici altri 5-4 di cui ho memoria sono  due vittorie contro la Roma (stagione 98/99, gol definitivo del Cholo che poi esulta mostrando la panza nuda) e una vittoria casalinga contro il Genoa di epoca Stramaccioniana.

Se già con i tre punti in tasca un simile punteggio non mi piace -essendo palesemente figlio di errori in quantità industriale- figuratevi quanto possa essere schifato da una sconfitta del genere, frutto di un primo tempo finito in vantaggio grazie a due azioni tanto belle quanto isolate in un mare di assonnato pressappochismo, e di una ripresa da coma farmacologico, che ci fa incassare quattro gol in un quarto d’ora, reattivi e coriacei come un lombrico sotto la pioggia.

Ancor più beffardo il colpo di coda di Icardi (non della squadra, di un solo giocatore), buono soltanto per farci rimuginare su quelle due o tre sviste arbitrali (cit.) tanto prevedibili quanto evitabili (proprio perchè prevedibili). E’ ormai perfettamente ovvio che con noi i minuti di recupero scadano quando devono scadere (chè il tempo di recupero è il minimo garantito solo per gli altri), mentre il vecchio adagio “nel dubbio lascia giocare” si applica ai fuorigioco solo a domeniche alterne.

Non ho molta voglia di passare in rassegna i -tanti- singoli episodi che ci condannano a una figura demmerda colossale. Mi limito ad osservare -senza nemmeno la compassione di solito riservata ai minus habens- i soliti geni che si ostinano a criticare Icardi perchè si tromba la biondona tettuta e guida i macchinoni tabbozzi.

Se mi chiedete chi io preferisca gara lui e Milito (di cui ha recentemente battuto il record di gol segnati) non stiamo nemmeno a parlarne. Il Principe mi ha fatto piangere di gioia, questo non ha nemmeno cominciato. Però, fatta la premessa doverosa quanto ovvia, quando l’attuale Capitano si sarà rotto i coglioni di giocare ogni anno per il quarto posto, per poi accontentarsi del sesto “ma con interessanti prospettive per il futuro“, andrà a segnare le sue carrettate di gol in un Chelsea qualunque e rimarrete tutti increduli nel pensare “a come siamo stati stronzi, in quel lontano inverno dell’88” (cit. Ponchia, se non la riconoscete potete anche smettere di leggere).

Per capire il contesto in cui si muove, il ragazzo, da brava squadra sfigata per definizione, riusciamo a fare segnare una tripletta al nostro centravanti, che riesce a portarsi a casa il pallone con una faccia che dice tutto:

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E (non) va bene così, senza parole

 Come già detto, poco da aggiungere alla psicoterapia geometrica abbozzata qualche giorno fa. Leggo con piacere del comunicato con cui FozzaInda ha obbligato la squadra al ritiro in vista del match contro il Napoli: non perchè quella partita abbia chissà quale significato, ma perchè, come dicevano i genitori tirandoci il ceffone quando facevamo i capricci, “almeno te pianget per queicòss“.

Il fatto poi che giornalisti di terz’ordine non siano d’accordo con questo approccio, evidentemente nostalgici del periodo in cui l’inazione della proprietà simpatttica lasciava carta bianca a qualsiasi boutade mediatica, accresce vieppiù la mia convinzione di aver ragione.

Ma è una consolazione di sto par de ciufoli.

Non siamo in condizione di pretendere niente di più dall’ennesima accozzaglia di scappati di casa: che Pioli abbia o meno offerto le proprie dimissioni nello spogliatoio a Firenze cambia poco. Il suo destino è segnato e siamo attaccati all’ennesimo sogno di gloria di riuscire a portare a casa il combo Cholo-Oriali con funzione da talismani semoventi.

Il danaro non manca, stanti anche le confortanti notizie dell’Uefa in tema FPF: la possibile limitazione della rosa nella prossima stagione europea sa tanto di beffarda noticilla not applicable at our case.

Mettetevi comodi: è un film che continuiamo a vedere da sei anni e, anche se il finale è sempre lo stesso, c’è comunque da divertirsi.

ALLENATORI CONCAVI E CONVESSI

No, non sto delirando. Non più del solito, almeno.

Tenterò di spiegare perchè l’Inter è fatta in una certa maniera, contrariamente alle altre big strisciate italiane, e perchè -come conseguenza di ciò- abbisogni di un certo tipo di allenatore.

Farò del mio meglio per non cadere nella più che fallace tentazione di buttarla in vacca, sunteggiando il tutto con il più classico degli #ècomplotto.

Bon, ci si prova.

L’Inter è storicamente un Club fragile. Sad but true.

Le proprietà che si sono succedute nel corso dei 100 e più anni raramente hanno dimostrato quel peso specifico, quella forza, quel carisma che solitamente accompagna squadre con il nostro palmarès.

Se limitiamo lo sguardo alle due epoche Moratti, per distacco le migliori a livello di risultati sportivi, possiamo notare come la prima delle due sia riuscita nel ’64 a perdere allo spareggio col Bologna uno scudetto che pareva già vinto, buttando via per demeriti propri quello del ’67 a Mantova con la papera di Sarti. Per la seconda gestione della Famiglia mi taccio per tener fede al fioretto fatto in apertura, scrivendo solo la parola Calciopoli per rendere sommariamente l’idea.

Con queste premesse, e in questo contesto, è sintomatico constatare come i soli allenatori interisti a portare a casa vittorie convincenti dal dopoguerra in avanti siano tutti accomunati da un carisma e da una personalità fuori dal comune. Herrera, Trapattoni, Mourinho e in misura minore Mancini sono tutti professionisti che hanno fatto della grinta, della capacità di comunicare e di plasmare il gruppo il proprio tratto distintivo, ben più degli schemi di giUoco o dei moduli adottati.

Dopo il lustro d’oro 2006-2011, ho più volte detto che i risultati di quella Inter erano stati ottenuti non grazie ma nonostante la Società, e che solo la carta bianca data a Mancini prima e a Mourinho poi ave a permesso alle vittorie di arrivare copiose.

A costo di farmi sanguinare gli occhi, se guardo ai cicli vincenti delle nostre dirette rivali, scopro in Milan e Juve uno dei molti tratti che le accomunano: Società solide, capaci di dettare una linea, forti e coerenti nel mantenerla. Soprattutto, una dirigenza magari fatta da sgherri pregiudicati o da traffichini sopravvalutati (anche senza il “magari”), ma comunque in grado di mostrarsi come vera forza motrice del Club. Più dei calciatori. Più del Mister.

E qui parte il gioco all’incastro: quando hai le televisioni al tuo servizio e un datore di lavoro che di mestiere fa il battutista e il tuttologo, la cosa migliore che puoi fare è rispondere “Grazie al nostro Presidente che ci aiuta sempre e a cui vogliamo tutti tanto bene“, come Sacchi, Capello e Ancelotti hanno imparato a ripetere nel corso degli anni. Grandi allenatori, nessuno lo discute (io discuto Sacchi e ho ragione, ma qui faccio finta di no), ma anche intelligenti e furbi nel capire che non erano nel Club in cui poter dire “qui il capo sono io“.

Oppure: arrivare alla Juve vuol dire arrivare nel maggior centro di potere calcistico italiano. Le motivazioni sono diverse da quelle rossonere, ma la conclusione è sostanzialmente la stessa: Lippi, Conte e anche Allegri sono nati “gobbi” o comunque si sono calati appieno nel ruolo di ingranaggi importantissimi ma non imprescindibili nell’universo bianconero, proprio perchè è il Club stesso ad essere il pivot del tutto.

L’Inter -come detto- non è mai stata così: mi auguro che con Suning la musica cambi, e viste le premesse non è nemmeno così impossibile, ma fino a oggi l’anello debole nel trittico Club-Allenatore-Giocatori è stata proprio il primo.

Ecco che quindi, per supplire alle mancanze “della casa”, si è sempre avuto bisogno di un uomo che non si limitasse a fare il suo mestiere -allenare- ma che fosse anche direttore sportivo, ufficio stampa, psicologo, o un mix di tutto questo: un uomo di lotta e di governo.

Traslando il tutto ai giorni nostri, e ipotizzandoci una squadra normale, io personalmente non avrei grossi problemi a confermare Stefano Pioli per la prossima stagione. E’ un allenatore normalmente capace, conosce la squadra, darebbe continuità e eviterebbe l’ennesima ripartenza da zero.

E’ però il profilo giusto per un Club ancora sprovvisto di una forte governance interna? Probabilmente no.

Lo può essere, aldilà dei risultati del finale di stagione, solo se Suning deciderà di accelerare il processo di “controcazzizzazione” dell’Inter, facendo capire a tutti e coi fatti che la musica è cambiata. Se è così, che FozzaInda in persona vada davanti alle telecamere e annunci urbi et orbi che Pioli sarà l’allenatore dell’Inter per i prossimi tre anni.

In alternativa, testa bassa e avanti con la corte serrata a Simeone, il solo nome che possa portare entusiasmo tra i tifosi e giustificare l’ennesimo “anno zero” a tinte nerazzurre.

Pregi e difetti del Cholo sono in un certo senso complementari a quelli di Pioli: da una parte uno stimolante e grintosissimo reset, al cui altare sacrificare la continuità degli ultimi sei mesi e l’eventuale abbozzo di progetto per l’anno nuovo; dall’altra la rassicurante (?) tranquillità del Mister parmense, che non scalderà mai i cuori del nostalgico Sciur Ambroeus, ma che non ha molti colleghi con capacità tecniche superiori alle sue. E’ tutt’altro che un fuoriclasse, intendiamoci, ma ha il vantaggio di essere in una classe di studenti mediocri.

Gli allenatori ov-ze-màdonn non sono al momento disponibili, e non credo che i milioni di Suning sarebbero sufficienti per far accettare a uno di loro il periglioso percorso di rinascita nerazzurra.

Simeone sarebbe diverso, proprio per i ricordi agrodolci del suo biennio interisti di fine anni ’90.

Probabilità di un suo arrivo? Obiettivamente basse. Il solo scenario che potrebbe vederlo lasciare Madrid è una sua inaspettata (ma sperata!) vittoria in Champions, che gli permetta di uscire di scena tra gli applausi. A quel punto il Cholo potrebbe tuffarsi in una nuova sfida, con una squadra messa male, come male era messo il “suo” Atletico all’epoca del suo arrivo.

Questo sarebbe il mio scenario preferito. L’allenatore convesso, in attesa che lo diventi anche la Società

Il mio timore, invece, è che l’Inter si dimostri per l’ennesima volta il Club volubile e incoerente che tante volte è stato. E cioè che decida comunque di sostituire Pioli semplicemente perchè non può più restare, dando più importanza al suo addio che alla sua effettiva sostituzione. In altre parole: che arrivi chiunque, purchè quello se ne vada.

E quindi, temo l’arrivo di Spalletti, Paulo Sousa, Jardim…

Uno dei tanti allenatori concavi sul mercato.

Chi vivrà, vedrà.

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IL GATTOPARDO

INTER-MILAN 2-2

Lo so che la metafora è più che abusata, ma davvero non credo esista paragone più calzante per descrivere l’apparente novità di giornata (primo derby totalmente cinese, orario anomalo per accontentare il di cui mercato, nuova possibile èra del calcio meneghino) e la reale immnutabilità dei cliché storicamente associati alle due squadre di Milano: incorreggibili pasticcioni gli interisti, incapaci di venire a patti con se stessi e forse per questo mai meritevoli di uno sguardo benevolo dalla buona sorte, portatori sani di buciodiculo i nostri cugini, che capitalizzano ben oltre i propri meriti la coglionaggine dei nerazzurri.

Pioli parte con Nagatiello per Ansaldi sperando di contrastare la veloctà di Suso e Joao Mario al posto di Banega dietro al solito tridente.

La formazione può dirsi azzeccata, col ritorno di Gagliardini in mediana, anche se è proprio il bergamasco a regalare il primo infarto ai tifosi, perdendo una palla velenosa sulla trequarti e dando il via a una rumba che porta tre milanisti al tiro in pochi secondi, per fortuna senza alcun esito.

I rossoneri spingono di più nella prima mezz’ora, -il dato è inconfutabile-: a ben vedere, però, il “merito” delle loro azioni sta quasi sempre in palloni persi banalmente dai nostri che innescano Suso e soprattutto Deulofeu, contro il quale Medel è in palese difficoltà.

Bacca per fortuna è non pervenuto, mentre Handanovic è in giornata di grazia anche sulle uscite (almeno fino all’ultimo corner…) e quindi lo stringiculo peggiore è un palo dello spagnolo in prestito  a metà frazione.

Nemmeno il tempo di dire “oh ma noi quand’è che cominciamo a giocare?” che Gagliardini fa la prima (e credo unica) cosa bella della partita, pescando Candreva sulla corsa in area di rigore: De Sciglio e Donnarumma giocano al Signor Tentenna, e l’87 nerazzurro è bravo a fare la cosa più semplice, ovverosia il pallonetto sul secondo palo, che passa a pochi cm dalle mani per nulla protese del portierino milanista. Uno a zero per noi e boato da lite condominiale in zona divano.

Il Milan subisce il colpo e i nostri sono bravi a prendere forza dal vantaggio, obiettivamente figlio di una giocata estemporanea. Joao Mario inizia a distribuire muscoli e fosforo su tutto il campo, e Icardi e Perisic duettano bene al limite dell’area: il croato si invola sulla sinistra e centra forte e rasoterra sul secondo palo, Romagnoli è in ritardo così come Donnarumma –oh no…Gigio…- mentre Maurito è puntualissimo a insaccare di piatto destro a porta vuota il primo gol in carriera contro il Milan, che vale il 2-0.

La botta per i cugini è tremenda, nè la ripresa pare dare nuove idee a Montella.

Il secondo tempo inizia infatti con i nostri in controllo della situazione, con la chiara e palese intenzione di piazzare il terzo gol e chiudere i conti. La palla giusta arriva a Perisic con bella imbeccata di Icardi, ma il destro è debole e non crea pericoli. D’altra parte ormai il 44 lo conosciamo: mi piace e molto, ma ogni volta può creare il massimo pericolo per gli avversari (vedi assist per Icardi nel primo tempo) così come sprecare tutto dopo aver fatto la giocata della Madonna. E’ quel che gli capita dopo aver saltato un paio di avversari sulla sinistra, allorquando tenta un destro al volo più che improbabile invece di allungare la boccia per il Capitano solo soletto nell’area piccola.

Loro, ribadisco, nun ce stanno a capì un cazzo fino a metà tempo, allorquando sono i nostri cambi a ridargli ossigeno. Eder è ormai abbonato al ruolo di 12° uomo, e quindi il primo cambio è il suo, in questo caso proprio per Perisic. Onestamente avrei aspettato un’altra decina di minuti, ma la solfa cambia poco.

Assai più discutibili gli altri due cambi, con Biabiany che non vedeva il campo da mesi a subentrare a Candreva e -ancor più grave- con Murillo a dare il cambio a Joao Mario.

E proprio quest’ultima sostituzione è quella della resa “concettuale”, in primis perchè toglie dal campo l’unico vero giocatore “pensante”, che ha l’ulteriore merito di garantire comunque corsa e contrasto. Non voglio scomodare paragoni blasfemi con Cambiasso, ma nella pochezza attuale della nostra mediana il portoghese riluce quanto la crapapelada del Cuchu nel lustro d’oro. E invece no, Pioli lo toglie per inserire Murillo, il che equivale ad appendersi alle traverse e sperare in bene.

Grave errore a mio parere, e non certo per le minchiate massimaliste del “bisogna sempre giUocare all’attacco per regalare spettacolo ai nostri tifosi“. Molto più semplicemente, mettersi alle corde e dire all’avversario “dài picchia duro, mia nonna me le dava più forte” è un’arte e presuppone palle quadre e capacità di incassare superiori alla media. Qualità che i nostri non hanno, mentalmente ancor meno che tecnicamente. Ecco quindi che il cambio vuol dire via libera al “caghiamoci sotto!“, che porta istantaneamente al loro 2-1 di Romagnoli, con Miranda a tentare un contrasto di testa con il pallone a meno di mezza altezza, e non a caso girato dal difensore senza particolari problemi alle spalle di Handanovic.

Il gol arriva all’83°, ed è di tutta evidenza che i minuti restanti saranno lunghissimi. La fredda determinazione del primo tempo è bella che andata, e la nostra titubanza dà coraggio a un Milan generoso e affastellato in avanti con cinque tra punte e rifinitori. Curioso che alla fine siano i due difensori centrali a segnare, ma come si dice in questi casi “questo è il calcio“.

Ma non anticipiamo i tempi: prima della tragicommedia finale c’è il tempo per vedere Biabiany, al 51° minuto della ripresa, farsi ingolosire da un passaggio filtrante ed entrare in area. Scelta condivisibile a patto di mettere il pallone in gol. Il tiro invece va alto, e l’insulto che gli tocca è accompagnato dalla -vana- speranza di sentire il triplice fischio finale dell’arbitro sul rinvio del portiere.

Nulla di tutto ciò: si gioca e i nostri di fatto fanno di tutto per concedere l’ultimo calcio d’angolo ai cugini, lamentandosi poi perchè Orsato lo fa battere.

A quel punto, sinteticamente, smettono tutti di giocare, facendo le belle statuine (Handanovic in testa, che torna insicuro e balbettante proprio sull’ultimo traversone del match) e permettendo a Bacca di prolungare la traiettoria e a Zapata di azzeccare il sinistro della vita che sbatte sulla traversa e rimbalza oltre la linea.

L’annegamento in un bicchier d’acqua è perfettamente riuscito, e personalmente non ho nemmeno le parole per insultare o maledire cose o persone. Saranno contenti i vicini…

Constato che, come prontamente uozzappato all’amico milanista, cambiano i presidenti ma il buciodiculo rimane immutato.

CHE NE SARA’ DI NOI

Il pari nel Derby, e soprattutto il modo in cui è maturato, credo costeranno la conferma a Pioli ben più delle due sconfitte con Samp e Crotone. E’ stata palese la paura di vincere, l’incapacità di gestire la invidiabile pressione data dal doppio vantaggio. Più di tutto, è ormai evidente l’incapacità della squadra tutta di avere una strategia alternativa al “tutto per tutto”. Ripeto un concetto già espresso di recente: Pioli è uno dei tanti (penso a Strama, penso a Ranieri) ad aver azzeccato una bella striscia di risultati figlia dell’adrenalina e della motivazione di un obiettivo contingente lontano ma ancora possibile. Il fascino e lo stimolo della sfida sono come quelle candele che bruciano da entrambi i lati, durando fatalmente la metà.

Svanito quindi l’effetto “dagagré” o “daje” (a seconda dell’idioma) con il pur plausibile pareggio col Toro, la tenuta mentale di Mister e squadra si è squagliata, inanellando tre partite che hanno avuto come comune denominatore l’incapacità di mantenere la concentrazione per 90°: da suicidio la ripresa con i blucerchiati, da psicanalisi il primo tempo col Crotone, da manicomio giudiziario l’ultimo quarto d’ora nel Derby.

Tornando per un attimo all’analisi della partita, ecco a mio parere la gravità dell’aver rinunciato a Joao Mario: non perchè sia un fuoriclasse, ma in quanto uno dei pochi a rimanere freddo e concentrato sempre o quasi. L’altro è Icardi, implacabile se gli arriva un pallone giocabile, bravo a prender falli e far salire la squadra, migliorato assai nel fornire assist ai compagni ma non ancora trascinatore alla Ibra; inutile aspettarlo, non lo sarà mai, ma per lo meno non è tra quelli che nelle difficoltà si tira indietro. Tutti gli altri sì, e il risultato si è visto.

La cosa che mi fa più incazzare? Non l’ennesimo anno senza Champions (quello fuor di favoletta era chiaro fin dalle partite con De Boer), nè il rischio assai concreto di ciccare pure l’Europa League. Piuttosto, il fatto che, salutato Pioli, non avremo il conducator che ci possa trascinare rapidamente fuori dalla melma. Accettare una panchina come la nostra da parte di un Conte, un Simeone, un Klopp o un Mourinho mi farebbe dubitare e molto delle loro capacità mentali. Ovvio che sarei disposto all’ennesimo cambio di allenatore per uno di questi quattro top, ma semplicemente non accadrà.

Ecco quindi che saremo, per l’ennesima volta, davanti all’ineluttabile necessità di dover cambiare allenatore per rimpiazzarlo con un’altra mezza figura: o c’è qualcuno che crede davvero che Spalletti o Jardim (chi??) potrebbero svoltare la nostra storia?

Infine, il beffardo ed epidermico fastidio di aver perso tutto il vantaggio temporale teoricamente guadagnato sui cugini. Questi hanno aspettato Godot per due anni, di fatto bucando le ultime sessioni di mercato ed avendo una rosa oggettivamente nemmeno paragonabile alla nostra. Eppure eccoli, due punti avanti a noi, con un calendario assai più agevole, con il solito culo e col vento in poppa che a ciò consegue.

Avevamo tutto il tempo e tutta la possibilità di stargli a 10 punti di distanza e sputargli in testa; ci ritroviamo nella situazione -squisitamente nerazzurra- di rimpiangere le occasioni perdute e di annaspare per stare a galla.

LE ALTRE

La Lazio viene bloccata sul pari dal Genoa, così come la Roma con l’Atalanta. Questo vuol dire che tutto resta come prima, ma con una partita in meno da giocare. Delle sei rimaste, noi ne avremo tre contro Fiorentina, Napoli e Lazio.

S’adda ride… (cit.)

E’ COMPLOTTO

Quando una squadra è così cogliona da farsi rimontare come i nostri, c’è poco di cui lamentarsi al di fuori del nostro orticello marrone.

Certo, il peso specifico della nostra maglia si palesa nella più che educata protesta di Icardi a fine primo tempo che- da capitano e quindi con tutti i diritti di interloquire con l’arbitro- chiedeva conto di un mancato giallo a Romagnoli, alla quale protesta l’arbitro rispondeva con un tono a metà tra la mamma nevrotica e incazzata e la velata minaccia del bullo di periferia (conto fino a cinque…).

Inevitabile, visto il clima, che il nostro faccia battere il calcio d’angolo a recupero concluso da 20 secondi. Possiamo fare il processo alle intenzioni e scommettere cifre a sei zeri che a maglie opposte si sarebbe andati tutti a casa spaccando il minuto, ma è una consolazione da poco.

Non fa notizia nemmeno la coerenza del Geometra che dapprima dichiara ai quattro venti che “per rispetto della nuova dirigenza” non si sarebbe fatto vedere a San Siro per un po’ di tempo, e poi assicura la sua presenza sugli spalti già per la prossima partita interna di quelli che resteranno sempre i suoi ragazzi.

Sintomatico poi il tempismo di Fabrizio Bocca su Repubblica, che nota come nonostante l’orario anomalo e le dirigenze dagli occhi a mandorla, il Derby sia comunque stato avvincente e seguitissimo, concludendo poi che lo spettacolo viene fatto dai calciatori, e che di dirigenze e proprietà alla fine chissefrega.

Quindi, finchè c’è il cicciobello con gli occhi a mandorla o finché si grida FozzaInda, tutti a ridere e darsi di gomito, o in alternativa a gridare allo scandalo. Non appena l’altra sponda del Naviglio accoglie i suoi salvatori della patria ancorchè forestieri (con solo due anni di ritardo e un certo numero di situazioni che vanno dalla figura di merda al rientro di capitali dall’estero), allora tutto va bene e l’importante è che ci sia il giUoco.

Del resto, la tiritera del closing durata mesi e mesi ha dato nello stesso periodo a Zio Silvio e Zio Fester -come se ne avessero bisogno!- un paio di giri gratis sulla giostra della retorica e dell’amarcord, con scribacchini pronti a riproporre gallery fotografiche di vecchi successi e agiografie trite e ritrite che mi guardo bene dal linkare, avendo dovuto esibirmi in uno slalom telematico degno di Pirmin Zurbriggen per poterlo evitare.

Poi, per chi ha ancora l’insano vezzo di voler pensare con la propria testa e documentarsi da solo, c’è questo.

Ma non ditelo a nessuno, chè il nostro piangere fa male al re.

WEST HAM

Insipido pareggio in casa del Sunderland ultimo in classifica, con ennesimo gol subito al 90° (tanto per rimanere in tema…) da Borini, uno che il primo gol in Serie A l’ha fatto -guarda caso- proprio contro di noi.

Tutto torna.

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Qui ognuno la vede come vuole. Io ci vedo un Capitano che soffre per la propria squadra, in culo a quelli che “è un mercenario, non gliene frega niente, è indegno”.

VIZIO OVVIO O VIZIO OCCULTO

CROTONE-INTER 2-1

La prendo larga.

Nel mio mestiere, la qualità del prodotto fornito si misura con la sua rispondenza ad alcune specifiche imposte per legge o concordate col cliente.

Io che produco e vendo, e tu che compri, dobbiamo analizzare il prodotto per verificarne la compliance (una delle parole magiche del binsisss) ed escluderne potenziali vizi.

E qui arriviamo al punto: questi vizi possono essere di due tipi: quelli più probabili – obvious in gergo- che si è obbligati ad andare a cercare, e quelli per così dire nascosti –hidden in gergo- la cui esistenza è assai più remota ma che sono comunque oggetto di reclamo una volta che dovessero essere scoperti.

Ecco, è da ieri alle cinque che mi trastullo i quattro neuroni rimasti cercando di capire se la minchionaggine di cui soffrono i miei eroi in braghette faccia parte del primo o del secondo gruppo di vizi.

E’ da una parte più che probabile, praticamente certo che i nostri pesteranno la merda nel momento meno opportuno, e ciononostante è sempre difficile prevederne il quando fin nei dettagli.

Io, per dire, sui deficit psichici dei nerazzurri potrei tenere lezioni universitarie, e quindi mi era bastato vedere i calabresi vincere a Chievo per sentir puzza di bruciato.

Questi domenica fanno la partita della vita: matematico. Cazzo, se lo capisco io, ci arriveranno anche loro, che oltretutto hanno lo scempio con la Samp da farsi perdonare.

Oeh! Come no… Sarà stata la maglia stile gazzosa, ma il primo tempo dei nostri è il peggiore della stagione, con i padroni di casa a furoreggiare manco fossero il Real Madrid. Noi agnellini impauriti peggio di quelli salvati da Zio Silvio, Falcinelli che pare Butragueno e giornata di gloria per tutta la gente di Crotone.

Al solito non ci dice nemmeno culo, visto che il rigore è più fantozziano che netto, visto che Icardi viene quasi stuprato in area (ma se ne vedono tante…) e visto che Eder, nella sola occasione degna di tale nome, colpisce il palo interno.

Ma mai come stavolta la fortuna ha ragione a non farsi vedere dalle nostre parti.

Onestamente guardo avanti e penso alla sfilza di giocatori che, come ogni anno, già a inizio primavera vengono associati ai nostri colori, unica squadra l’Inter a godere di un calciomercato dedicato e aperto 12 mesi l’anno.

Ebbene, se scorro i nomi vedo Manolas, De Vrji, Rudiger, Berardi, Verratti, Bernardeschi… Tutti bravi, qualcuno bravissimo, ma nessuno che abbia quelle palle quadre che a questa squadra mancano come a un tossico in scimmia da metadone.

Se guardo indietro negli anni vedo gente “seria” a sostenere i compagni quando le cose si mettono male. Penso agli argentini, sì proprio quel clan del asado tante volte vituperato perchè non italiano (visto che bellammerda invece con D’Ambrosio, Eder e Candreva in campo??), erano il motore e il collante di quella squadra, e chi per mille motivi pensava di essere più importante del gruppo veniva gestito (Sneijder, talvolta lo stesso Eto’o) o messo in condizioni di non nuocere (Balotelli).

Qui si fa a gara a additare l’indegno di turno (ieri scelta amplissima), ma è difficilissimo trovare anche solo uno (dove di solito ne servirebbero tre o quattro) che risponda ai requisiti “morali” di cui vado cianciando.

Quindi, tanto per sparar nomi a caso e prescindendo da ruolo e utilità tattica, a noi serve gentaglia come Nainggolan, come Strootman, come Ibra se vogliamo ragionare per assurdo. Gente che sappia tirare due cristoni e caricarsi la squadra sulle spalle. Gente che dica “oh, siamo l’Inter, non esiste cagarsi sotto col Crotone!“. Lo Zio Bergomi ricorda sempre di quando Matthaeus arrivava in spogliatoio alla domenica e diceva “oggi si vince“, e -cazzo- si vinceva, di riffa o di raffa, ma si vinceva.

LE ALTRE

Ovviamente vincono tutte o quasi, visti i pareggi di Atalanta e Fiorentina, che ad ogni modo mettono un ulteriore punto tra noi e loro. Siamo settimi, e in tre giornate abbiamo buttato via quanto di buono costruito in un quadrimestre.

Bravi minchioni, tutti, da Pioli all’ultimo dei panchinari.

La sensazione è che il Mister abbia comprensibilmente puntato molto se non tutto sulla tensione nervosa, sul miraggio del terzo posto finchè è stato a portata di mano. Il pareggio di Torino, a un certo punto, ha rotto il giocattolo. Pur assai meno catastrofico dell’ormai famoso Inter-Lazio di Gennaio 2016, con Felipe Melo a fare harakiri e l’Inter tutta ad andargli dietro, il pareggio contro Belotti & soci ha certificato l’addio all’utopia Champions League, e la bolla è scoppiata.

Eccolo quindi, il vizio occulto o ovvio (fate vobis), ecco i nostri eroi tornare i bimbi capricciosi che alla prima difficoltà frignano, prendono il pallone e dicono “non gioco più”. Senza nemmeno qualcuno che gli dia un sonoro ceffone e li rimandi subito in campo a cercare di rimediare al troiaio che hanno combinato.

E’ COMPLOTTO

Anzi, in teoria uno o due ci sarebbero. FozzaInda fa quel che può essere fatto in questi casi senza cadere nel penale: annulla il giorno di riposo e impone allenamento mattutino. Il minimo della vita.

Il Direttore Sportivo Ausilio fa di più, commentando la prestazione dopo il fischio finale e dicendo  in buona sostanza “giocare così non è da Serie A“. Parole sacrosante a mio parere, e che il tifoso medio nerazzurro dovrebbe sottoscrivere col sangue.

Ma evidentemente le devianze psichiatriche non riguardano solo gli 11 che scendono in campo la domenica, bensì anche buona parte dei milioni di tifosi sparsi in Italia e nel mondo. Eccoli infatti, i leoni da tastiera, accanirsi contro Ausilio che ha osato criticare in pubblico i giocatori anzichè lavare i panni sporchi in casa. Poi ovviamente, se si mette su il disco di “i nosti ragazzi hanno bisogno del sostegno dei tifosi, si sono impegnati al massimo e sono comunque un buon gruppo” tutti a criticare dicendo che ci vogliono le maniere forti.

E in questo, spiace dover citare Materazzi tra i rimestolatori di zizzania a strisce nerazzurre: un post del genere non può non essere diretto a qualche dirigente (proprio Ausilio): opinione assolutamente legittima, tanto quanto inopportuno è esporla in questo modo, dando fiato alle trombe me(r)diatiche che già si erano precipitate al capezzale di Ciuffolo per riceverne il parere illuminato a proposito di rosa e dirigenza.

Non ci facciamo mancare niente, compreso il terrorismo preventivo tanto per gufarla un po’: curioso infatti come la Gazza del 6 Aprile possa dire che l’Inter sarà costretta a vendere Perisic per far fronte al Fair Play Finanziario e solo poche righe dopo, nello stesso articolo, dire l’esatto contrario, “visto che sono in arrivo almeno un paio di sponsor «pesanti» per sistemare il fair play finanziario“.

Il Signor Massimo dimostra poi di avere ancora santi in Paradiso, o più prosaicamente vedove nelle redazioni, visto che nella stessa sbrodola rosa il vincolo del FPF è ovviamente “riferito alla gestione Thohir” e non agli scialacqui simpatttici post Triplete.

Dall’altra parte, solo poche parole per far notare come il sesto posto ora occupato dal Milan, e giustamente considerato di pura sopravvivenza fino a 48 ore fa quand’era occupato da terga nerazzurre, sia da oggi invece il trampolino per successi rosei e ancor più luminosi per i ragazzi di Montella, con il Geometra Galliani a gigioneggiare davanti ai cronisti come solo a lui è permesso, buttando lì mezze frasi e raccontando dell’ennesima ultima volta da Amministratore Delegato del Milan.

WEST HAM

Qui almeno festeggiamo una vittoria interna per 1-0 contro lo Swansea che aveva tanto il sapore di uno scontro salvezza. Visto il contorno, basta e avanza!

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Puntuali tornano anche i titoletti simpatttici. La prossima volta sarà “Inter giù per la scala a Pioli…”

LO ZINGARO, QUANDO GLI GIRA…GIRA! (CIT.)

INTER-SAMPDORIA 1-2

Che a nessuno passi nemmeno per l’anticamera del cervello di vedere nel titolo un intento di tipo razzista verso Marcelo Brozovic, che ho ripetutamente insultato nell’arco dei 90′ ma che dovrebbe solo ringraziarmi per averlo appaiato all’immortale risposta dell’Architetto Melandri a un polemico Mascetti (min.1.05 di questo link da mandare a memoria per il volgo plebeo non ancora acculturato in materia).

Fatta la excusatio non petita, al succitato Brozo va bene che nelle precedenti stagioni abbia fatto vedere anche roba buona, perchè altrimenti, dopo l’accozzaglia di minchiate squadernate in un’ora e mezza, sarebbe finito a far compagnia a Gresko, Burdisso, Muntari e pochi altri immondi che ricordo ancora nei rosari blasfemi della sera.

Faccio il sempliciotto e carico lui di tutte le responsabilità per questa sconfitta insensata quanto ferale: gioca novanta minuti di rara inedia, lui che manca dall’11 titolare da due mesi e che come tale dovrebbe mangiarsi l’erba coi piedi. Va a contrasto sul corner che porta al loro pareggio con la stessa voglia di un siderurgico che timbra per il turno di notte, resta immobile poco dopo tenendo in gioco Schick che può così beffare Handanovic, e conclude la serata di gala col fallo di mano più stupido del West che causa il rigore del 2-1 finale.

Non tutta colpa sua, sia chiaro, ma lui si mette di buzzo buono!

In realtà mi aveva sorpreso in positivo la voglia di Pioli d inserire qualità già dal doppio mediano, sacrificando il pur positivo Kondo delle ultime uscite per il più talentuoso croato. Beffardamente, l’inizio gli dava anche ragione, visto che una splendida imbucata di Ajeje nostro liberava Icardi solo davanti al loro portiere: tutto fermo per un fuorigioco che non c’era (la famosa leggenda metropolitana del “nel dubbio lasciate giocare“).

Vero che un quarto d’ora dopo il nostro gol nasce da un corner che non avrebbe dovuto esistere, visto che arrivava dopo un fuorigioco dei nostri non sanzionato, ma -come dire- avrei fatto volentieri a cambio trovandomi prima in vantaggio e con un Brozovic autore di un pregevole assist, che avrebbe anche potuto destarlo dal torpore mostrato per tutta la serata.

Siamo a livelli altissimi della disciplina olimpica “se mio nonno pisciava benzina aprivo un distributore“, me ne rendo conto, ma lasciatemi almeno sfogare.

Se è per quello, anche sul già menzionato pareggio doriano ho qualche dubbio, visto che il loro corner arriva dopo un ruzzone di Schick su Medel che in tutta franchezza era molto più fallo che no, ma che ce voi fà?

Grattugiando giudizi sui nostri come cacio sui maccheroni, definirei parossistica la partita di Candreva, capace di sbagliare un gol facilissimo in apertura (a mio parere ancor più facile di quello di Icardi), di piazzare i soliti 20 cross di cui 18 preda della difesa, e ciononostante di servire (con i restanti due) le migliori palle della ripresa sulla capoccia di Perisic (ben parato da Viviano) e sul sinistro esecrando di Icardi, che da 0 metri riesce a mettere fuori.

Ma è tutta l’Inter in generale a non combinare granchè, onestamente anche nel  tanto celebrato primo tempo (forse perchè seguito da cotanta ripresa…); basti dire che, IMHO, il migliore è stato Ansaldi, finalmente continuo nella sovrapposizione a Perisic e finalmente a suo agio nel calciare con entrambi i piedi.

Sull’altra fascia D’Ambrosio ha trovato non senza fortuna il gol che mancava da un po’ e che ha illuso i 47.000 di San Siro e il sottoscritto.

Tornando a Pioli, e datigli i giusti crediti per la scelta iniziale, c’è invece da tirargli le orecchie per come ha poi gestito i cambi: sarò una persona ipersensibile su certi argomenti, ma che per Brozo non fosse serata l’ha capito anche Panchito dopo 20 minuti. Ok, Gagliardini deve uscire e ti giochi il cambio di Kondogbia, ma diavoloporco, che cacchio aspetti a far entrare Joao Mario al suo posto? Macchè, “lui era fisso come un palo nella notte“, diceva il poeta, e il croato ce lo siamo ciucciato fino all’ultimo.

Guardando avanti, fin troppo scontato l’addio a qualsivoglia residua speranza di terzo posto: ormai purtroppo dovremmo esserci abituati, visto che negli ultimi anni, più o meno in questo mese, pestiamo l’ennesimo merdone della stagione che rende vana la rincorsa ai piani che contano. Ci resta il solito rebus del “quanto mi conviene andare in Europa League? Devo fare i preliminari? Quanti turni?” che sinceramente è una litania che speravo di poter dimenticare.

Tant’è.

Pioli tornerà in bilico (ammesso che abbia mai smesso di esserlo) e tutto sommato spero che a lui sia data la possibilità di lavorare per un paio di stagioni, contrariamente a quanto successo a troppi dei suoi predecessori.

Conte poi, non capisco proprio quanto dovrebbe ubriacarsi per accettare la proposta di Zhang, rinunciando alla vetrina della Premier e alla prossima Champions con ambizioni concrete di poter andare avanti.

Ci sarebbe il Cholo, che nel cuor mi sta, ma sarebbe l’ennesima rifondazione e sinceramente comincio ad avere ‘na certa età…

 

LE ALTRE

Napoli e Juve pareggiano, lasciando le cose quasi immutate là davanti. La Roma vince senza grossi problemi con l’Empoli in casa se escludiamo il clamoroso rigore+rosso negato ai toscani in apertura, anche lì con un fuorigioco inesistente segnalato dal guardalinee.

I cugini pareggiano a Pescara grazie alla papera della Domenica da parte di Donnarumma e del solito culo sesquipedale con cui riacciuffano il pareggio (triplo rimpallo con carambola incorporata). Le stesse carambole fruttano poi un paio di conclusioni che sbattono sui legni abruzzesi, a conferma del fatto che, anche quando gli va di culo, hanno comunque modo di lamentarsi con la buona sorte.

Li odio, insomma. Le consolatorie certezze di una vita.

 

E’ COMPLOTTO

Li odio anche perchè tanti altri sono quelli che li amano e che non vedono l’ora di giustificarli. Ecco il Corrierone nazionale a venire in soccorso del povero Gigio che, per carità, fa una cappella non da poco, ma che non è nè il primo nè l’ultimo portiere a sbagliare coi piedi.

Giusto concetto, inutile buttare la croce su un giovane di così grande talento: arrivo quasi a essere d’accordo con il concetto, poi vedo questo:

E te pareva… L’Inter ancora non era salita sul banco dei cattivi (lo screenshot è di lunedì prima della partita con la Samp) ma comunque è sempre l’ora dei Pavesini, quindi sotto con gli interisti anche se nel caso non c’entrano un’emerita mazza.

Stessa cosa per glorificare l’ennesimo cambio di tavoli connessi al fantomatico closing dell’amore. Quindi, per capire: il Closing del Milan ricorda un po’ l’acquisto di Thohir, ma a tassi quasi da usura.

Però al cicciobello con gli occhi a mandorla tirano il culo ancora adesso con la manfrina del prestito all’Inter, qui invece “c’è un po’ più di ottimismo“.

Punti di vista…

Infine, non posso che riprendere un opportuno articolo di Fabrizio Biasin che elenca i risultati raggiunti da FozzaInda in un anno di “vita” nerazzurra, con la solita stampa prezzolata e prevenuta a percularlo e ad accorgersi solo adesso dell’effettiva potenza di fuoco del nostro.

Però Yonghong Li ha trovato il fondo giusto,e SES era tutta una finta.

Ma va bene così. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene (cit.)

 

WEST HAM

Quando piove, diluvia: passati in vantaggio con l’Hull City grazie a Carroll, subiamo ben presto il loro pareggio, per poi soccombere con un gol che personalmente vivo come una beffa: ecco l’immancabile Primo Gol (stavolta in Premier League e non in Serie A) del redivivo Andrea Ranocchia.

Ma cazzo, ce l’avete con me?

self explaining

 

SETTE A UNO (O SETTANTUNO, CAPISC’AMME’)

INTER-ATALANTA 7-1

Un bel godimento, non c’è che dire.

In primis nel vedere la tua squadra giocare bene in tutti i suoi effettivi, segnare in tanti modi diversi e dare la sensazione di una solidità crescente.

Ma anche nel vedere le tante penne che sbrodolavano le pur giuste lodi sull’Atalanta di Gasperini, animato da sete di vendetta come prima di ogni confronto con l’Inter  e mestamente tornato a casa con una scoppola memorabile.

Parto da qui, per precisare che il “71” del titolo, che solo ai più distratti non è di immediata comprensione, non è riferito al Mister di Grugliasco. Sono forse influenzato dalla bella intervista di Paolo Condò in onda in questi giorni su Sky, ma sentendolo parlare ho capito che -e mi costa dirlo- c’aveva ragione lui. Sbagliò l’Inter, cioè il Signor Massimo, a ingaggiare un allenatore che non c’entrava niente col progetto -pur plausibile- del Presidente Simpatttico di spremere ancora gli usurati campioni del Triplete. Utilizzando la delicata metafora della Curva Nord in un immortale striscione del tempo:

Comprare Gasperini e volere la difesa a quattro è come andare a mignotte e chiedere le coccole

Ma torniamo ai giorni nostri. Paradossalmente la partita comincia con qualche pericolo, visto che le due squadre danno l’impressione di due pugili che dal primo gong fanno a chi picchia più forte.

Per nostra fortuna abbiamo un giocatore che si chiama Mauro Icardi e che in un quarto d’ora chiude quasi da solo la partita. E’ vero che i primi due gol sono rispettivamente frutto di un rimpallo e di un rigore, ma analizziamo le azioni: sulla prima lancio illuminante e millimetrico di Medel (lo riscrivo per i duri di comprendonio: lancio illuminante e millimetrico di Medel), sul quale il Capitano si invola verso la porta. Viene tamponato al limite dell’area con conseguente giallo che avrebbe potuto (e dovuto) essere rosso: nemmeno il tempo di finire il carniere di moccoli e Banega tira una mezza fetecchia che in qualche modo arriva sul sinistro di Maurito che da pochi metri non sbaglia.

Probabilmente la cosa più bella della partita avviene subito dopo, con l’autore del gol, il twittatore seriale, quello che cambia più macchine che mutande, il viziato con la villa con piscina, quello sposato con la biondazza dalle tette rifatte, quello lì insomma, che va a cercare in panchina il compagno Andreolli a cui in settimana è mancato il papà. Un gesto semplice e spontaneo, lontano mille miglia dalle magliette celebrative e dalle atmosfere mielose di Milanello Bianco.

Sul secondo gol, il modo in cui difende la palla facendola scorrere all’indietro e bruciando sullo scatto sia il terzino che il portiere -che non può far altro che tamponarlo in uscita- è da manuale del centravanti moderno.

Un po’ meno il successivo cucchiaio, che rimane alto nella sua traiettoria finendo in rete giusto un filo sotto la traversa e facendomi “smaltire” il pranzo in poco meno di due secondi.

Il terno secco si chiude con un bellissimo stacco di testa su cross di Banega, gol abbastanza simile a quello della seconda di campionato contro il Palermo.

L’Atalanta comprensibilmente non ci capisce una mazza, e i nostri possono imperversare con Candreva che riesce finalmente ad abbinare quantità di cross (mai mancata) a qualità e precisione degli stessi: Banega ringrazia e può firmare il 4 e il 5-0 poco dopo la mezzora.

Siccome sono un incontentabile -ancorchè simpatico- rompicoglioni, arrivo quasi ad arrabbiarmi per il 5-1 di Freuler, e per due motivi. Il primo è che conosco i miei polli e temo un rilassamento generale sotto forma di 5-3 finale, con mugugni e scrollamenti di testa all’insegna del “non cambiano mai ‘sti maledetti, mai tranquilli“. Il secondo motivo è che Medel sbaglia in modo goffo ed evidente la chiusura sull’atalantino, abboccando alla mezza finta e finendo chiappe a terra, e già pregusto il saporaccio dei detrattori del cileno. Se a ciò aggiungiamo che il gol arriva poco prima del recupero, ce n’è abbastanza per farmi vedere nero.

Invece -che bello- sono smentito da Pioli e dal suo gruppo di mestieranti, che sostanzialmente riprendono da dove avevano finito, continuando a correre e macinare gioco, consci probabilmente che è l’unica maniera per tenere la partita sotto formalina e non far venire strani pensieri ad un avversario che, a dir la verità, sta già pensando alla prossima.

Riusciamo quindi a far segnare l’inevitabile gol dell’ex a Gagliardini e a chiudere il conto ancora con Banega, che nelle mie profezie da tènnico non doveva giocare perché quelli là corrono come degli indemoniati e lui è lento e non la beccherà mai in 90 minuti…

Ma sono contento. Del resto sono quello che vent’anni fa ha urlato a Djorkaeff “machecazzofai!?!?” un decimo prima di vedergli fare quella rovesciata contro la Roma: il signore sì che se ne intende, insomma…

LE ALTRE

Che dobbiamo dire? Partitone, ai limiti dell’incredibile, anche se da solo non basta a farci recuperare punti su Roma e Napoli.

Su Juve Milan non posso che fare un’apposita seziuncella a parte, mentre la Lazio mentre scrivo raggiunge il 3-1 contro quel Toro a cui renderemo visita sabato prossimo.

La Champions resta lontana, possiamo solo vincerle tutte (che non è poco!) e sperare in sfighe altrui. Resta la consapevolezza di una proprietà che sta proseguendo e migliorando il risanamento dei conti e che a Giugno avrà sostanzialmente mano libera sul mercato. Insomma, dopo tanti anni, e complice la già ricordata riforma della Champions, possiamo dire con una certa sicumera che se non è quest’anno sarà l’anno prossimo.

LA PARTITA DEL MALE

Devo dire la verità: mi sono addormentato durante il secondo tempo. Non perchè la partita fosse brutta, no. Ero proprio stracco morto. Ho comunque fatto in tempo a vedere una Juve palesemente più forte eppure incapace di segnare vuoi per demeriti propri vuoi per alcune (alcune, non tutte, chè al ragazzo gli è pure andata bene) ottime parate di Donnarumma.

Anzi, con il proverbiale culo i cugini sono andati addirittura vicini al colpaccio grazie a un paio di contropiede beffardi (vedi Deulofeu che non riesce a approfittare dello sciagurato retro passaggio di Benatia a Buffon).

Ma proprio quando la palpebra era definitivamente calata sono stato ridestato dall’ennesimo singulto di Compagnoni “parata sssstrepitosa di Donnarumma“, seguito dal rigore più servile che io ricordi negli ultimi anni.

La prendo da lontano: già la designazione di Massa, dopo l’errore dell’andata che aveva penalizzato la Juve -assolutamente meno grave e più difficile da vedere- a mio parere aveva un sapore strano, come a dire “dài, ti diamo l’occasione per rimettere le cose a posto“. E difatti qualcuno dice, e mi piace pensare che sia così, che il rigore lo fischi lui su propria decisione, e non su indicazione dell’assistenza di porta.

Quel che accade dopo mi coglie impreparato, perchè non posso non stare dalla parte dei cugini, defraudati di un punto che poco avrebbe cambiato al loro campionato ma che era comunque più che legittimo. Che la Juve abbia giocato meglio è tanto evidente quanto irrilevante, essendo la storia del calcio piena di partite dominate da una squadra epperò finite con punteggio diverso.

Solo chi è in malafede (Massimo Mauro, tanto per dirne uno) o è abbarbicato al proprio credo integralista (Arrigo Sacchi, tanto per dirne un altro, e per di più contro il “suo” Milan) può propugnare cagate del tipo “il rigore non c’era ma la Juve meritava comunque di vincere“.

Epperò, vedo distintamente Donnarumma (che non chiamerò mai Gigio come la pletora di serve che commenta il Milan) urlare alla curva bianconera “siete delle merde“, con il succitato esercito di pennivendoli a non riportare il fatto, ma a limitarsi a raccontare il romantico bacio sullo stemma rossonero del giovane portiere.

Del resto, lo sappiamo, loro sono la Squadra dell’Amore, ontologicamente incapaci di arrabbiarsi e fare polemica. Ecco quindi Montella e Galliani arrabbiarsi con Bacca che -giustamente- vuol dirne quattro agli arbitri. Ecco di nuovo Montella fare il primo della classe e scusarsi per il parapiglia di fine partita che non fa bene al calcio. Ecco soprattutto l’assordante silenzio della Società nel non commentare i danni causati dai propri tesserati allo spogliatoio bianconero.

Ora, io dico, chiedendo perdono per la ripetizione di un concetto che ho già espresso tante volte: una Società che ha patteggiato la Serie B con penalizzazione, perchè conscia di rischiare decisamente di più, in pochi anni fa damnatio memoriae dei misfatti commessi e arriva al picco di protervia e cattivo gusto di far bella mostra della propria refurtiva (come altro chiamare i due scudetti revocati?) nello spogliatoio in cui ospita tutte le proprie avversarie.

Pure essendo io contro la violenza, sia essa contro persone o cose, ho trovato comprensibilissima la reazione dei calciatori del Milan, che paiono essersi accaniti proprio contro quei vessilli farlocchi. Se fossi tifoso rossonero -che Dio me ne scampi- avrei voluto che il mio club dicesse qualcosa a riguardo, e la smettesse di fare ciccìbubbùgnegné con quelli là (mi scuso per il gergo tecnico), che finalmente prendesse posizione di “alterità” rispetto a quel modo di essere e di fare.

Una delle pagine di cui sono più fiero, da interista, è il comunicato con cui l’Inter in piena gestione Thohir fece uscire il famoso comunicato in cui definiva la Juve “retrocessa insieme alla sua reputazione“. Ritengo che le capacità comunicative di Mediaset non avrebbero avuto problemi a partorire qualcosa di simile, senza ovviamente arrivare a giustificare atti di vandalismo dei propri tesserati, ma ponendo comunque un punto fermo e non negoziabile su quanto successo.

E invece, ancora una volta, si sono dimostrati non così lontani da quelli là.

Capito adesso a chi era riferito il 71 del titolo?

WEST HAM

Brutta e evitabilissima sconfitta esterna contro i carneadi del Bournemouth, che certifica la cristallizzazione di quella via di mezzo in cui gli Hammers paiono incastrati da qualche anno. Si cerca di fare il salto verso le grandi, ma ci si muove a gambero: un passo avanti, due indietro. Uottaffacc

Il solito spogliatoio spaccato