ROSSOBLU MI PIACI TU

Forse non è un caso che le correnti gravitazionali del globo terraqueo (o più prosaicamente i cazzi miei) mi abbiano portato a scrivere di Crotone e di Bologna insieme.

La prestazione dei nostri è di fatto stata la stessa, baciata nel weekend da una botta di culo non irrilevante sul gol di Skriniar, e ieri sera da un solare quanto casuale rigore trasformato da Icardi.

Ma soprattutto, gli ultimi 180 minuti hanno iniziato a dare forma ad alcuni miei incubi più o meno recenti, e precisamente:

  • Abbiamo un centrocampo molto omogeneo e poco diversificato. Lo so, l’ho già detto, ma mica è colpa mia se è la verità. L’altra volta mi ero soffermato sulla carenza di un medianaccio, stavolta noto l’assenza di un trequartista di ruolo (J. Mario, Vecino, Brozo, Borja lì sono tutti adattati) che possa cucire le patagoniche distanze tra punte e resto della squadra.
  • Aldilà della faciloneria con cui si è già fatta damnatio memoriae della buona manovra nerazzurra delle prime tre partite (su cui tornerò infra, rancoroso come mio solito), è un fatto che Spalletti non abbia ancora trovato un’alternativa al gioco manovrato e palleggiato laddove la partita non lo consenta. Bologna e Crotone sono prove lampanti dell’esigenza di un piano B, magari meno glamour e più ignorante, ma assolutamente necessario. La palla lunga su Icardi o il lancio sulla corsa di Perisic mi paiono due atolli di salvataggio troppo preziosi per non essere usati in matinées o serate arrugginite quali le ultime uscite del circo itinerante nerazzurro.
  • Il succitato piano B non riesce -non viene nemmeno tentato- anche per la poca predisposizione di Icardi al lavoro di raccordo tra reparti e sostanzialmente al gioco di squadra. Il fatto che a Bologna sia stato Eder a dare lezione di ciò -elementare, chiaro, ma pur sempre lezione- fa capire quanto ampi siano i margini di miglioramento in questo fondamentale tattico.

Faccio un esempio poco calzante, perchè riguarda un altro sport, ma che spero renda l’idea: l’Italia di basket è stata eliminata dagli Europei dalla più forte Serbia. Ma per una volta non è il risultato che mi interessa. Quel che voglio far presente, e che è stato sottolineato più volte in telecronaca dal bravo ex Olimpia Pessina, è che l’Italia ci ha provato fino alla fine, soprattutto ci ha provato mischiando le carte 3, 4, 5 volte nell’arco della partita, cambiando schemi per cercare strade più efficaci per andare a canestro e confondere le idee all”avversario.

Avversario che poi, come detto, era più bravo e quindi ritrovava in fretta il bandolo della matassa, ma che in ogni caso non ha avuto il vantaggio di avere di fronte un avversario piatto e monocorde per tutta la partita.

E’ ovvio che, fatte le debite differenze tra i due sport, per proporre 3, 4, 5 varianti di gioco le devi innanzitutto conoscere, cosa non banale, però l’idea è quella: non riesci a saltare l’ostacolo? prova a girarci intorno e vedi che cazzo succede.

Fatto l’elenco delle cose brutte, passiamo alle (poche) note liete: portiamo via quattro punti dopo 180′ di nulla o quasi. Possiamo dar fondo alle frasi fatte e consolarci pensando che “quando non si può vincere è importante non perdere“, ma trovarmi a citare -nuovamente- Eder come faro nella notte e lampo di saggezza non depone a nostro favore.

Male tutti o quasi a Bologna, con J. Mario in versione ectoplasma e addirittura Borja Valero svagato a tratti e poco pensante. Sulla carrettata di cross (e corner!) buttati da Candreva non mi soffermo più di tanto, se non per chiedermi dove finiscano i suoi demeriti e dove inizino quelli dei compagni, apparentemente paralizzati dall’idea di fare un movimento, suggerire uno spazio, abbozzare una finta…

La cosa che mi preoccupa meno è la classifica, e non solo perchè le altre devono ancora giocare! Io stesso avevo escluso quel percorso netto (4 partite facili = 4 vittorie facili) che tanti vaticinavano con la solita simpatia mista a gufaggio preventivo; incidentalmente, sono gli stessi che adesso gridano al fallimento e alla crisi. C’è piuttosto da rimettere giù la testa e lavorare, cercando di capire come non ripetere certi scempi da domenica in avanti.

Il non avere le Coppe, a detta di tutti, se non altro di dà il vantaggio di poterti allenare bene in settimana, e il caro Lucianino ci farà la grazia di lucidare la pelata e cavar fuori qualcosa di buono.

LE ALTRE

Almeno una tra Juve e Napoli verosimilmente ci staccherà, pur essendo attese da avversari sulla carta più pericolosi del buon Bologna visto contro di noi. Fiorentina e Lazio daranno filo da torcere alle colleghe di capoclassificanza e, da tifoso, sarei contento se anche una sola di loro uscisse con un pareggio.

Noto anche io come altri la ricomparsa di una delle conseguenze negative di un campionato a 20 squadre, e cioè di una classifica già alquanto allungata. Certo, pensare alle nostre ultime due partite farebbe dire il contrario, e cioè che non ci sono campi facili e che ogni scontro va giocato alla morte, ma lì è colpa nostra. Crotone e Bologna, come già la Spal a San Siro, hanno fatto la loro partita: il Bologna avrebbe meritato la vittoria, anche solo per le prestazioni di Di Francesco e (soprattutto) Verdi.

E’ COMPLOTTO

Qui c’è da divertirsi, perchè torniamo ad essere i piccoli e antipatici bambini capitati alla festa dei grandi, e come tali mal sopportati.

“Sì, bravo bambino, ma adesso vai a giocare in tangenziale…”

Come accennato prima, le brutture viste a Crotone e Bologna (ma era bastata Crotone) hanno dato via libera alla rimozione collettiva di quanto visto con Fiorentina e Roma, dando nuova linfa alle “prodezze dei singoli che coprono le mancanze di manovra“, a “L’Inter è una squadra che non giocherà mai bene, ha altre qualità…“.

Ecco l’ennesima dimostrazione dello shitstorm applicato ai nostri:

Spalletti romanista? grande-allenatore-che-fa-giocare-bene-le-proprie-squadre.

Borja Valero viola? Un-professore-del-centrocampo-che-cuce-il-gioco-e-illumina-la-manovra.

I pareri sui due suddetti in completo gessato nerazzurro? Calcio-speculativo-carenza-di-gioco-manovra-farraginosa.

#moriremotutti

L’Inter ha fatto cagare con Crotone e Bologna? Senz’altro. Ma non basta: allarghiamo il discorso a tutta la stagione, così stiamo più tranquilli.

Anzi, di più: spingiamo subito col paragone con l’ultima Inter di Mancini (un altro che, lontano da Milano, è sempre stato lodato per il bel giUoco, e all’Inter crivellato di bestemmie per la pochezza della manovra), quella degli 1-0, quella sparagnina ma che non giocava bene e infatti guarda un po’ che fine ha fatto, che alla fine le sta bene, così impara a non giUocare bene, e poi eran tutti stranieri…

Quella di Spalletti è così? E’ più forte? E’ meno forte? Grazie per il termine di paragone, davvero lusinghiero…

Un altro esempio di “dagli un altro giro che non si sa mai“? Il rigore su Eder.

Ora, che il Corriere dello Sport titoli così non stupisce:

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Er Coriere d’o Sport sta alla Roma come Tuttosport alla Juve, quindi la credibilità tende a zero. Sono pur sempre quelli di “Non sono ancora riusciti a far vincere lo scudetto all’Inter“.

Più sottile Repubblica, che in teoria è un giornale serio, ma che ha una redazione sportiva da sempre vicina ai giallorossi (vero Giannini? vero Bocca? vero Vocalelli?) e che, a firma Andrea Sorrentino, definisce quello di ieri “pareggiotto” e il fallo su Eder “rigorino”.

Pareggiotto e rigorino tua sorella, risponderebbe il tifoso della strada (e quindi io in abiti borghesi). Meglio di me chiosa l’Editoriale di FcInter1908, quando parla di “uno di quei rigori che per anni sono stati negati all’Inter e che ora fanno notizia perché vengono assegnati“.

Di mio aggiungo solo che, nelle prime 5 giornate del primo campionato con il VAR, l’Inter ha ottenuto 3 rigori, a fronte di una media di 5 all’anno nelle ultime 6 stagioni, i bei tempi andati della “poesia dell’errore arbitrale che va accettato come quello del giocatore“.

Di più: di questi tre penalties, i primi due (con Fiorentina e Spal) sono stati concessi solo dopo aver consultato il VAR, chè nel dubbio l’arbitro mica li aveva fischiati…

Però non è calcio… è pallanuoto (cit.).

Tornando al calcio giocato, faccio presente la tendenziosa e per nulla casuale insistenza con cui Marco Cattaneo di Sky ha sottolineato i trascorsi giovanili rossoneri di Simone Verdi, di gran lunga migliore in campo a Bologna.

Verdi con la Primavera di Stroppa vinse una Coppa Italia nel 2010

Verdi sengò anche un gol all’Inter in quella Coppa Italia

Quella Primavera del Milan oltre a Verdi e De Sciglio aveva anche Zigoni (ah beh), De Vito (Danny?), Romagnoli (Simone però, non Alessio…)”.

Avessi detto la Quinta del Buitre .

Lo stesso Ambrosini, di fronte a dettagli così precisi ed entusiasmo così incontenibile, lo sfotte chiedendo retoricamente “ma quante ne sai?“.

Insomma, ancora una volta si magnifica il settore giovanile rossonero ben oltre i suoi meriti. Verdi è forte, e molto, ma qui quel che fa sorridere è il rimarcare il suo passato rossonero, non il fatto che il Milan, per un motivo o per l’altro, se lo sia fatto scappare.

Del resto, con Bonucci o Coutinho si fa la stessa cosa no? Si loda settimanalmente l’Inter per averli scoperti e cresciuti, senza indugiare sul fatto che poi abbiano avuto successo con Juve e Liverpool.

Quando si dice la coerenza…

Gi ultimi esempi di successi rossoneri, il Settore giovanile di quelli che #propongonogiuoco, arrivano dalla squadra attualmente allenata da Rino Gattuso: dopo le cinque pappine prese dal Sassuolo alla prima giornata (per la gioia del Presidente Squinzi), ecco i baldi giUovani attesi dal Derby contro l’Inter, giocatosi nel weekend.

3-0 per i nostri, la faccio breve. Con l’ulteriore e godibilissima grezza di Ringhio che si lamenta della tripletta subita da Odgaard, perchè l’Inter lo ha pagato troppo e lui con il Campionato Primavera non c’entra niente.  Che poi il prezzo reale fosse la metà di quello sparato dal simpatico ragazzo di Clabria poco importa…

Insomma, è troppo forte e non vale, qui devono giocare solo i ragazzini: peccato che, per marcarlo, il buon Gattuso avesse convocato Paletta (classe 1986). Ma forse non valeva nemmeno lì, Paletta è troppo vecchio…

Tipica attitudine Berlusconiana: si cerca il barbatrucco e, una volta scoperti, si accusa gli altri di non aver rispettato le regole.

Una roba del tipo “ho tutti i principali media del Paese contro di me“.

Some things never change…

 

WEST HAM

Insipido pareggio nell’ultima di campionato a casa del West Brom nel weekend, mentre bella vittoria per 3-0 in una delle millemila coppe di Lega contro il Bolton.

bol int 2017 2018

Lui lì da solo, gli altri 50 metri dietro…

 

ZONA GRIGIA BYE BYE

INTER-SPAL 2-0

Partita seria, non trascendentale, controllata senza grossi affanni e chiusa negli ultimi minuti dopo qualche stringiculo.

Questo il succo del nocciolo; vediamo un po’ della polpa che ci sta intorno.

Skriniar pare un difensore coi controcazzi (pare -ripeto- chè anche i primi 6 mesi di Murillo ci avevano illuso; vedremo come saprà reagire alla prima cappella che fisiologicamente gli capiterà). Convincente sia quando deve menare, sia quando entra col giusto anticipo, sia quando (non so quanto voluta) timbra una traversa con una cannotta da 30 metri tipo Holly e Benji.

Vedere lui e Miranda dal vivo dà l’impressione di poter contare su una solida coppia difensiva. E la sensazione di avere sotto gli occhi una mandria sufficientemente ammaestrata, che sa dove correre e cosa fare, è un’ebbrezza -confortante- che a queste latitudini non provavamo da qualche tempo.

Personalmente ho visto meglio di altri Dalbert, che è arrivato come il classico terzino incapace di difendere, tutto estro e dribbling, e che invece si è fatto vedere in più di qualche recupero difensivo all’insegna del “qui non passa un cazzo“.

Specularmente, fa piacere leggere delle lodi a Gagliardini, probabilmente figlie del suo essere “giovane italiano“, ma ieri l’ho trovato balbettante e legnoso in tanti punti del match, solo parzialmente compensati da un paio di bei tiri fuori di poco.

Certo, quantomeno la oeuja de laurà non manca (saranno i geni orobici…), cosa che dovrebbe essere scontata ma che scontata non è, se pensiamo all’indolenza con la quale il buon Brozo ci ha deliziato per i minuti avuti a disposizione.

E, rimanendo al qualunquismo geografico, nemmeno possiamo imputare la pigrizia del suddetto alle origini slave, visto che il connazionale Perisic, fresco di rinnovo, prima del gol si era fatto vedere in due-tre recuperi difensivi degni del miglior Manicone, con applausi a scena aperta dopo la galoppanza a rimediare l’errore.

Pochi lampi nella partita del 44 nerazzurro, ma il sinistro al volo con cui ha chiuso i conti merita tutti gli applausi ricevuti.

Mi rendo conto che sto pirlando intorno al vero tema della giornata e cioè al rigore che poco prima della mezzora ha aperto le danze, e ancor di più ai tempi e modi che l’hanno generato.

Posto che quel che ogni sano di mente dovrebbe desumere dalla vicenda lo trovate scritto qui meglio di quanto saprei fare io, aggiungo solo che una miriade di Luoghi Comuni Maledetti stanno iniziando a cadere come foglie d’autunno. La stra-abusata locuzione della “sudditanza psicologica” ha dimostrato ancora una volta di non essere  ugualmente applicabile a tutte le strisce verticali della Serie A, se è vero che ci sono voluti 5 minuti di orologio per capire quel che all’occhio del sottoscritto era parso palese anche in diretta: J.Mario entra in area e viene cianghettato.

Va già bene che tutta la manfrina veda partecipe il primo arbitro che se non altro ha l’umiltà di tornare sui suoi passi e assegnare il -giusto- rigore: ma lui nel dubbio (cit.) non l’aveva dato.

Rimando infra per un approfondimento sull’argomento VAR.

Restando sulla partita, prendo nota di una giornata di semi-ferie di Icardi, che ottiene il massimo risultato col minimo sforzo, timbrando il secondo rigore ed il quinto gol stagionale. Il tipico filosofo gutturale da stadio prorompe in sillogismi del tipo “non corre, non si sbatte, e poi ha scritto il libro, e poi la moglie è zozza“. Io mi limito ad aggiungere “però segna” che incidentalmente resta la cosa per la quale è profumatamente pagato.

Sappiamo tutti, lui per primo, che non lo vedremo mai fare tunnel di tacco e segnare da trenta metri dopo averne dribblati sei. Però questo, a 24 anni, ha già fatto più di 80 gol in Serie A. Senza voler scomodare i santi, torniamo a quelli che criticavano Cambiasso perchè lento o Zanetti perchè non si incazzava con gli arbitri: il primo non è mai stato un centometrista, il secondo non avrebbe mai potuto fare discorsi à la Al Pacino, ma i problemi dell’Inter erano e sono ben altri.

Il calendario, in attesa del Derby di metà Ottobre, ci riserva un poker di partite apparentemente facili e per questo a mio parere insidiosissime: Crotone-Bologna-Genoa-Benevento paiono fatte apposta per raggranellare almeno 10 punti, ma ricordando situazioni analoghe nelle precedenti stagioni, in cui dovevamo spaccare il culo ai passeri e finivamo per arrotolarci così tanto su di noi da auto-sodomizzarci, non dormo sonni tranquilli.

Beh -direte- preferisci le due successive? Derby e Napoli?

No. Non preferisco niente. Ogni avversario dell’Inter è insidioso e temibile in quanto tale.

Ieri -per dire- ci ho messo un’ora a riconoscere Paloschi in campo: da quando l’ho “inquadrato” ho avuto i brividi ogniqualvolta ha toccato palla. Per non parlare di Borriello (annullato dal divino Skriniar) e per tacer degli ultimi minuti fatti giocare a Bonazzoli, ex Primavera nerazzurro. Già sentivo i “proprio lui, cuore ingrato, Inter beffata…“.

Non ci sono partite facili. Non ancora. Per noi son tutte scope, if you know what I mean…

LE ALTRE

La Juve non ha difficoltà a sbarazzarsi del Chievo, complice la solita partitona di Sorrentino che si impegna da par suo sul primo e terzo gol subito. Saprà ovviamente riscattarsi con l’immancabile partitone a inizio Dicembre…

Bravo e cazzuto il Napoli a subire il giusto (e anche qualcosa di più) per un’ora, e poi sbarazzarsi del Bologna con tre gol nel quarto finale di partita. Anche qui rimarchevole l’aiuto del portiere rossoblù Mirante, pure lui in rampa di lancio per il classsico partitone riappacificatore tra un paio di settimane.

Visto un talento vero: Verdi.

Godibilissima (ma ovviamente “che fa bene“) la sconfitta del Milan in casa Lazio, con Immobile implacabile a ridicolizzare Bonucci e compagni.

Milan fermato al primo impegno serio della stagione, e tanti interrogativi ad ammucchiarsi sulla capoccia di Montella.

Eppure aveva iniziato la partita di Roma con sei italiani in campo, di cui tre provenienti dal settore giovanile. Come dicono da quelle parti:

Striscione-Oh-noooo-Lazio-Olimpico-2

 

E’ COMPLOTTO

C’è di tutto un po’, e inizierei con la seconda parte dell’analisi sulla sconfitta milanista.

Apro quindi la parentesi sul neo-capitano rossonero, protagonista di una sceneggiata a fine partita che gli fa fare una figura ancora peggiore delle belle statuine viste in campo.

Sostanzialmente, a suo modo di vedere Immobile non doveva permettersi di giocare così, insomma un po’ di rispetto, sono pur sempre un difensore della Nazionale…

Lungi da me definire adesso Bonucci come un pacco o un giocatore sopravvalutato, faccio notare però come siano pochissimi (e senz’altro non in difesa) i giocatori che da soli possano far la differenza. Nel caso specifico, mi riferisco più a doti caratteriali che tecniche. Bonucci nella Juve era comunque affiancato (in campo e fuori) da gente di buon senso e intelligenza (almeno calcistica) come Barzagli, Chiellini e lo stesso Buffon, potendo quindi concentrarsi a fare il suo (giocare a pallone) e lasciando agli altri il resto del lavoro. Ciononostante, ha trovato il modo di lasciarsi andare a colpi di genio (vedi il famoso sgabello in Coppa, per tacer della finale di Cardiff) che ne hanno smascherato la indole di bullo di periferia che si crede er mejo figo der Bigoncio e a cui tutto è dovuto.

A livello di circo mediatico, per lui non cambierà molto, essendo passato da un guanciale all’altro del giaciglio giornalettistico che segue le faccende pedatorie di Juve e Milan. Ad occhi un po’ meno foderati di prosciutto, risulterà invece palese la grezza fatta dal nr 19 evidentemente, e per sua bravura e fortuna, poco avvezzo ad imbarcate simili.

Restando sulla sponda zuccherosa del Naviglio, interessante notare come sia stata data la notizia del supposto “boom” di abbonamenti rossoneri: quelli di quest’anno sono circa trentamila, e il Milan è primo nel confronto tra tessere staccate oggi e 12 mesi fa.

Quel che pochi sottolineano, ma che è aritmeticamente elementare, è che i rossoneri, lungi dall’avere oggi una marea di abbonamenti in più di tutte le altre squadre, erano invece ignobilmente nei bassifondi di questa classifica negli ultimi anni. La tifoseria più a-critica del mondo, che si è vantata per decenni di aver riempito San Siro per Milan-Cavese (1-2), nelle ultime stagioni aveva aperto gli occhi davanti al proprio nulla, riducendo le tessere annuali a non più di 10-15 mila unità.

Ma, ovviamente, fa molto più figo dire che rispetto all’anno scorso ci sono ventimila abbonati in più!

Taccio per decenza e modestia sulla squadra che, anche quest’anno, dovrebbe aver fatto il record di abbonamenti in Serie A. Uso il condizionale perchè la stessa scelta cervellotica di non voler comunicare mai i tempi di recupero degli infortuni degli interisti, si applica anche al numero di abbonati. Il dato è quindi stimato in circa 31.000 tessere, che restano un numero consolante: tanti, se vediamo i risultati degli ultimi anni. Pochi rispetto ai bei tempi andati, a testimoniare il fatto che la fiducia a casa nostra te la devi guadagnare.

Taccio anche perchè la stessa Gazza, nel titolo, preferisce riferirsi alle altre due strisciate.

Infine, ennesimo flamenco ballatoci sui testicoli da Arrigo Sacchi, che riesce nel doppio carpiato di attribuire all’Inter le colpe dell’imbarcata presa dall’Italia in Spagna; oltretutto -ciliegina sulla torta- con l’unico interista in campo (Candreva) tra i migliori sia a Madrid che contro Israele.

Non c’è niente da fare: questo ha un repertorio più prevedibile di quello di Ligabue: ecco cos’aveva detto due anni fa, ecco quel che ha blaterato la scorsa settimana.

Alla prossima manderemo i virgolettati alla Settimana Enigmistica per trovare le differenze…

Rimando ad altre sbrodole per non ammorbarvi ulteriormente sul mio sdegnato stupore circa la credibilità calcistica di quest’uomo.

Eppure…

Chiudo con il preannunciato epilogo sul VAR, concordando sul fatto che 5 minuti sono un tempo enorme per stabilire se un contatto avviene fuori o dentro l’area di rigore. Sono convinto che, come tutte le innovazioni, avrà bisogno di essere usato per qualche tempo prima di arrivare ad un giusto mix tra efficacia ed efficienza, ma sentire stronzate del tipo “meglio un errore che aspettare la VAR” ti fa capire quanto i privilegi della “zona grigia” siano davvero in pericolo, anche se a dirlo è un Campione del Mondo.

Per zona grigia intendo (dovrebbe essere intuibile) quella manciata di casi che possono indifferentemente essere giudicati pro-attacco o pro-difesa, e che -guarda caso- assai spesso finiscono per avvantaggiare alcuni a discapito di altri. E’ una categoria quantitativamente maggiore rispetto alla clamorosa topica (“le due o tre sviste arbitrali”) ma qualitativamente più sottile e sicura, potendo l’arbitro fare appello all’oggettiva difficoltà nel valutare l’episodio.

Ecco che, in questi casi, l’utilizzo di un replay può portare non già alla totale eliminazione della fattispecie, ma senz’altro ad una drastica riduzione della stessa. Cosa, questa, che dovrebbe avere il plauso di ogni appassionato interessato in primis alla regolarità del gioco.

Eppure, illustri addetti ai lavori, con un comun denominatore assai indicativo, non fanno altro che dare sostanza alla mia considerazione: le sole critiche allo strumento (non al suo -migliorabile- utilizzo; parlo proprio del mezzo) le ho sentite arrivare da individui in un modo o nell’altro riconducibili all’universo bianconero. Dopo Buffon, ecco l’immancabile Massimo Mauro (“e meno male che Buffon ha detto quel che ha detto“) e per l’appunto la novità di giornata Marco Tardelli.

Mi è toccato dar ragione a Vialli quando, ipotizzando rimedi alle perdite di tempo causate dallo strumento, ha vaticinato un prossimo approdo al tempo effettivo, mio personale cavallo di battaglia da anni ed anni, sempre nel solco di ridurre al minimo la succitata zona grigia della minchia che si presta all’interpretazione dell’arbitro.

Due tempi effettivi da 25′ l’uno: basta sceneggiate napoletane, basta raccattapalle che fanno sparire i palloni, basta minuti di ammuine per battere una punizione.

Basterebbe, anche senza sapere di cosa si stia parlando, scorrere l’elenco di chi parteggia per una certa parte, e sedersi di conseguenza dall’altra, sicuri di essere nel giusto.

Come dite? C’è anche Nicola Savino, interista (o supposto tale) di Radio Deejay?

Già: ecco quel che gli ho risposto su féisbuc:

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WEST HAM

Stasera Monday Night contro i neo promossi dell’Huddersfield.

Fusse che fusse la vorta bbòna?

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CURVAIOLO FILOSOFO: “Non corre!” “Non aiuta la squadra!” “Non si sbatte!”                          MAURO ICARDI: “Esticazzi??”

BUCIODICULO

ROMA-INTER 1-3

Essendo partigiano e quindi fazioso, ho sempre riconosciuto al tifoso nerazzurro un’onestà di fondo simile alla “superiorità morale” millantata dalla sinistra italiana, quando ancora poteva chiamarsi tale.
Essendo moralmente superiore, o semplicemente onesto, non ho quindi problemi a riconoscere la dose equina di buona sorte avuta dai nostri nella fortunata trasferta capitolina.

I nostri hanno iniziato anche bene, arrivando a mangiarsi un gol con Candreva e Icardi in maniera talmente rocambolesca da sembrare incredibile. Dopo quel sussulto, però, la Roma è vieppiù salita in cattedra: se il palo di Kolarov aveva in sé una dose di casualità -bravo il serbo a tenere palla bassa, ma la palla rimbalza un paio di volte prima di incocciare sul montante…- il bel gol di Dzeko e il palo di Nainggolan sono state palesi evidenze della superiorità dei lupacchiotti nel primo tempo.

Male più o meno tutti i nerazzurri, con Borja Valero poco utile a ridosso di Icardi e la manovra costretta ad iniziare dai piedi ruvidi di Miranda e Skriniar, stante la latitanza di Vecino e Gagliardini in impostazione.

La fine del primo tempo porta la sola buona notizia di una partita dal punteggio ancora aperto, chè -diciamocelo- fosse finito 3-0 sarebbe stato pienamente meritato (traduco in linguaggio primitivo-calcistico: “il primo tempo finisce treazzero c’è ‘ncazzo da dire“).

L’intervallo serve a Spalletti a fare un cambio logico, figlio anche del risultato: esce Gagliardini ed entra Joao Mario, posizionato come trequartista con conseguente arretramento di Borja Valero (aka Crapalustra) accanto a Vecino come doble pivote.

In realtà la mossa ci mette un po’ a fare effetto, essendo il primo quarto d’ora della ripresa il peggiore dei nostri, a mio parere.

Il terzo legno di Perotti è quello che fa esplodere il Signor padre, che vede la ripresa accanto a me e al marmocchio di casa, costituendo un tridente nerazzurro di altissima qualità. Forse galvanizzato dalla formazione messa in campo nel tinello di casa, con figlio e nipote ai suoi lati, il nonno prorompe in un profetico “col culo che abbiamo questa la vinciamo!“.

Ho sempre invidiato il suo ottimismo e, in questo come in altri casi, il mio S guardo oscilla tra il perplesso e il disilluso. Tanto più che negli stessi momenti i nostri occhi assistono increduli al contatto in area tra lo stesso Perotti e Skriniar, che -lo dico subito- a me era parso rigore perfino prima del replay.
Lì si materializza la più grande botta di culo della serata, chè la statistica potrà anche richiamare precedenti su una partita con tre pali colpiti dalla stessa squadra, ma un intervento del genere, non sanzionato dall’arbitro e nemmeno dal VAR, è una cosa cui stento a credere perfino a 48 ore di distanza.

Qui finisce il culo, che -ribadisco- non è poco, e iniziano i meriti dei nostri. Il fatto di essere rimasti in qualche modo aggrappati alla partita, ci pone nella condizione di poter sfruttare, come mille volte nel nostro glorioso passato, il guizzo del singolo.
Ecco quindi l’illuminante passaggio di Candreva, mediocre fino a quel momento, con Icardi famelico nello stoppare il pallone con una zampata e, in un solo movimento, colpire sul primo palo beffando Allisson per il gol dell’1-1.

L’urlo da casa nostra riecheggia in tutto il Golfo di Olbia, e a ben vedere il nostro stupore è nullo rispetto a quello dei giallorossi, in piena sindrome “ma cazzo, con tutto quel che abbiamo fatto questi adesso ci fregano??“.
Aho me sa…

E nemmeno basta, perché si sveglia anche Perisic che, con due azioni assai simili, porge altrettanti assist per Icardi (gol fotocopia del primo) e Vecino (primo gol in nerazzurro) per il 3-1 finale.

Il Nonno Aldo fa notare “l’avevo detto che la vincevamo!” già subito dopo il raddoppio di Icardi, venendo incenerito dal mio sguardo tra il superstizioso e il preoccupato.
Alla fine però ha ragione lui, e ci troviamo a battere le mani in una selva di “high five” manco fossimo Kobe e Shaq ai tempi belli.

LE ALTRE

Anche questa volta, come alla prima giornata, vincono tutte o quasi (allora la Lazio, stavolta ovviamente la Roma): in testa dividiamo il pianerottolo con Juve, Milan, Napoli e Samp e -per carità- va benissimo così. Noi siamo consapevoli di aver portato a casa tre punti di platino, tanto per il come sono arrivati quanto per l’avversario incontrato.
C’è da migliorare e si migliorerà: Cancelo e Dalbert non possono essere peggio dei D’Ambosio e Nagatiello visti all’Olimpico e, anzi, Dalbert ha già a verbale un salvataggio in rovesciata su pallonetto di El Sharaawi.

Ora sosta Nazionale e poi Spal in casa, sperando che i nostri non facciano brutti scherzi. Per essere sicuro del fatto potrei decidere di andare a controllare da vicino…

CHIACCHIERE DA VAR (copyright E.P. aka Romellobbello de Iotebori)

Come accennato in precedenza, la situazione che più mi ha lasciato perplesso (piacevolmente, ma pur sempre perplesso) è stata proprio la mancata assegnazione del rigore alla Roma a metà ripresa.
Ribadisco che per me è già grave l’errore dell’arbitro, che assegna calcio d’angolo pensando che il nostro difensore colpisca il pallone; il mancato intervento (o la mancata correzione) da parte del VAR è uno sbaglio ancor più marchiano, se pensiamo che l’accrocchio è stato creato apposta per dirimere queste situazioni.
Anche tenendo presente che, in caso di dubbio, la decisione presa dall’arbitro sul campo debba prevalere, questo davvero mi pare uno di quei casi in cui, “seduti e con un battito cardiaco di 70 e non di 160” (cit. Lele Adani), si ha tutto il modo e il tempo di dire “oh Ciccio, va’ che hai sbagliato, questo è rigore“.
Detto ciò, e compreso lo scazzo di Di Francesco nel post partita, lo stesso allenatore può accodarsi al lungo elenco di personaggi del mondo del calcio che non godono della mia simpatia, vista la puntuta insistenza con cui ha richiamato la fortuna interista, tacendo sui meriti dei nostri, se non altro nello sfruttare le occasioni avute.

Ma, ancor più di quello, ho provato un godibilissimo piacere nel notare che le uniche persone che si sono lamentate del VAR siano state due bianconeri di chiara fama: Buffon, con la sua già celebre sparata sul “calcio che è come la pallanuoto” e Vialli che mi ha involontariamente tirato in ballo chiosando “e comunque i complottisti non andranno in pensione nemmeno con la VAR!“.
Certo, gobbo maledetto, e me ne vanto!
Riconosco anche io che il rigore fischiato al Genoa sia frutto di una errata valutazione (il contatto c’è ed è punibile, ma il genoano è in fuorigioco), ma nulla mi toglie dalla testa che il rigore successivo sia stato dato a compensazione dell’errore precedente.
Ancor di più, non mi pare un caso che nelle prime due giornate di applicazione dello strumento in questione la Vecchia Signora, apparentemente immune dal “rigore contro”, ne abbia già subiti due.
Ah, e comunque devo correggermi in corsa: c’è un’altra voce critica nei confronti del VAR, anche se ufficialmente non è mai stato a libro paga della Juventus.
Si tratta dell’ex arbitro De Santis, sì proprio lui, e anche lui, e anche lui.
Quel tale diceva: dimmi con chi vai e ti dirò se vengo anch’io.

La domanda retorica fatta dallo Ziliani di turno è facilotta ma contiene un fondo di verità:

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“Ha ragione #Buffon: torniamo alle vecchie, belle partite in cui non si distribuivano rigori per inezie come questa. Specie in un’area.”

Sposo in questo l’analisi di Adani: il VAR non risolverà di botto tutti i problemi, ma aiuterà a dirimere un buon numero di casi dubbi. Ad oggi ne va migliorato l’uso, ma era impensabile che fosse una roba da “buona la prima”.
Si è arrivati a questo un po’ come si è arrivati alla legge sulle coppie di fatto: rimandandola di lustri e lustri per la paura che una delle tante formulazioni previste potesse aprire la porta a chissà quali scenari. E allora, per paura di qualcuno e per compiacere qualcun altro, si rimaneva nell’immobilismo assoluto.

Si è partiti, si è iniziato. Il mio parere è che l’utilizzo debba essere il più “invasivo” possibile (sì, proprio il contrario di quel che dice Buffon!), e che la parola dell’arbitro possa -debba- essere smentita dalle immagini ogniqualvolta sia possibile.

Sono un illuminista dichiarato, e quanti più casi pratici si riesce ad esemplificare, tanti meno saranno quelli in cui la sensibilità dell’arbitro e il feeling con il gioco (per usare le fumose definizioni dello scommettitore seriale) potranno incidere sul risultato finale.

Chiamatemi Robespierre.

E’ COMPLOTTO

Smaltita la corposa pagina sulla moviola, resta solo lo spazio per dire la mia sulla permalosa protervia del Milan che ha deciso un silenzio stampa ad hoc contro Sky e Ilaria D’Amico, rea semplicemente di aver avanzato dubbi sulla tenuta finanziaria dell’intera operazione legata. Mr Li e Elliott.
La seguente immagine non arriva da un blogghettaro fazioso come me, ma da BlogCalcioCina, autorevole pagina specializzata -indovinate un po’?- di calcio e di Cina.

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Caro Fassone, ci hai messo pochissimo per adeguarti ai costumi mediatici di Zio Fester e Silvietto. O menate la coda a comando o siete dei prevenuti invidiosi parolai senza nessuna credibilità.

Non avevo dubbi.

WEST HAM

Prosegue il Male Perdio…
Perdiamo anche a Newcastle e siamo malinconicamente a 0 punti dopo tre giornate. Manager Bilic has seen better days….

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CHI BEN COMINCIA?

INTER-FIORENTINA 3-0

Partiamo dal risultato: non potevamo sperare in nulla di meglio. Tre gol fatti, un’altra mezza dozzina di occasioni (molte delle quali clamorose), nessun gol subìto grazie a una botta di culo tanto inusitata quanto gradita, addirittura -udite udite- un rigore fischiato a favore dopo 3 minuti di gioco.
Prodigi della tènnica, sui quali tornerò ad annoiarvi infra.

La lettura delle formazioni mi lascia alquanto perplesso (blasfemicamente perplesso, per essere precisi) alla visione di Nagatomo e Brozovic tra i titolari.
Noto invece con piacere che il doppio mediano è composto dagli ex viola Borja-Vecino. Per il resto, tutto secondo pronostico.

Bella l’accoglienza riservata da parte dei 50mila di San Siro a Pioli, vittima pressoché incolpevole del troiaio dell’anno scorso. Del resto chi nasce quadrato non può morire tondo, e non era da lui che potevamo aspettarci il discorso da capitano coraggioso o da Al Pacino de noantri per invertire una rotta segnata in massima parte dall’inedia dei nostri amatissimi ragazzi in braghette.

Come anticipato, pronti via e Nagatomo (ipse!) pesca Icardi con un lancio in verticale di 40 metri. Regolare la posizione dell’argentino, opportunamente a seguire il suo controllo, ingresso in area e contatto da rigore con quel nasone maledetto di Astori, stopper da me odiatissimo in quanto “tifoso rossonero fin da bambino” e autore di gol e falli da rigore non sanzionati in dose industriale nelle passate stagioni (non sto a linkare chè ce n’è a strafottere, fidatevi…)
Tagliavento addirittura assegna il rigore sua sponte, chiedendo e trovando conferma della sua scelta dal VAR.
Icardi spiazza Sportiello e al terzo minuto siamo già avanti.

I nostri continuano come hanno cominciato e macinano gioco grazie alla crapa lucente di Borja Valero, a mio parere già faro imprescindibile del nostro centrocampo.
A fianco (e non “affianco”, le vacanze stanno facendo crescere ancor di più la carogna di grammar nazi che mi porto sulla spalla), Vecino recita la una parte con diligente costrutto, tappando la bocca alla pletora di italioti che “eh però così toglie il posto a Gagliardini, un giovane italiano…”.
In realtà emula il collega italiano nella scarsa sensibilità col goal, allorquando riceve un altro illuminante assist di Nagatiello (per una volta non sono ironico nei confronti del nippico) e allarga troppo il piattone spedendo largo il facile 2-0.
Il raddoppio arriva comunque negli stessi minuti, figlio di una combinazione sulla destra dove staziona anomalamente Perisic. Cross preciso a centro area e Maurito mostra a tutti come si capoccia in mezzo ai due centrali avversari: frustata sul secondo palo e due a zero prepotente.

Acquisito il doppio vantaggio il numero di giri fatalmente cala; non per questo diminuiscono le occasioni per andare in rete: velenoso il destro di Brozovic deviato in corner dopo bella combinazione in area, clamorosa la palla che Perisic serve -male- a Icardi e che vanifica un più che probabile tre a zero.
Se si esclude un contatto Miranda-Simeone in area, su cui Tagliavento sorvola, anche qui confortato dal VAR, la Viola si rende pericolosa solo con un bel colpo di testa del Cholito Simeone e qualche velleitario tiro dalla distanza, e con ciò si arriva al riposo.

Spalletti riparte con gli stessi 11, verosimilmente strigliati nel quarto d’ora accademico con passeggiate sui testicoli all’insegna di “testa in campo, facciamo il terzo e teniamo palla”. Se l’intenzione era quella, la messa in pratica lascia a desiderare: i nostri sono meno pronti al pressing e anche alla costruzione, ancor meno con l’uscita dal campo di Borja Valero, evidentemente a corto di benzina. Per quello è anche ben sostituito da Joao Mario, che imbecca i nostri attaccanti un paio di volte e si dimostra attento nel verticalizzare l’azione. Manca la fase di gestione della palla, nella quale lo spagnolo è maestro e che mi spingerà a ricordarne l’integrità fisica nelle mie preghiere della sera.
Con i cambi la fisionomia del centrocampo si modifica: Gagliardini rileva Brozovic (non male invero anche la sua prova) e ha tempo per mangiarsi un gol anche lui. Siamo nella fase centrale della ripresa, nella quale la Viola spinge col nuovo entrato Babacar e meriterebbe il gol.
Come detto in apertura, invece, la Dea Eupalla è per una volta dalla nostra parte e il tiro del possibile 2-1 si stampa sul palo interno ad Handanovic battuto, dopo che lo stesso sloveno si era esibito nella sola vera parata della serata, deviando in angolo una pericoloso rasoterra alla sua destra.
“Gol sbagliato-gol subito” è uno dei pochi luoghi comuni non maledetti del calcio e, un minuto dopo la succitata botta di culo, il cross dalla destra è puntualmente raccolto dalla capoccia di Perisic che in tuffo sigla il 3-0. Il croato resta a terra prostrandosi a pelle di leone, probabilmente rimuginando sulle poche ma evidenti leggerezze che avrebbero potuto macchiarne la buona prova.

La partita sostanzialmente finisce lì, con Icardi a lasciare il posto a Eder per gli ultimi minuti, non essendogli riuscita la tripletta personale. Ci possiamo comunque accontentare, vista la doppietta all’esordio e la sensazione di pericolo costante per la difesa avversaria ogniqualvolta è entrato in possesso di palla.

Sabato sera rendez-vous all’Olimpico per Spalletti con i suoi vecchi amici/nemici. Non poteva che iniziare così, con il nostro ex allenatore ospitato alla prima stagionale e l’attuale Mister a rendere visita alla sua ex squadra nella settimana seguente.

Tocchiamo ferro, legno o altri ammennicoli a scelta.

LE ALTRE
Vincono più o meno tutte, tranne la Lazio inopinatamente bloccata sullo 0-0 dalla matricola Spal. Juve, Milan e Napoli rifilano tre pappine ai rispettivi avversari, mentre la Roma si accontenta di una furba punizione di Kolarov, che da ex laziale trova la maniera migliore per farsi accogliere dai nuovi tifosi, fieramente intransigenti come tutti i tifosi e in quanto tali disposti a dimenticare i trascorsi in maglia rivale in cambio di un paio di gol al momento giusto.
Quando si dice la coerenza…

E’ COMPLOTTO
Inevitabile un corposo excursus sul VAR (che userò al maschile in quanto fieramente maschilista). Parto dalle facili battute e dico che là dove non sono bastate decine e decine di partite “vecchia gestione”, sono stati sufficienti 30 minuti di nuovo corso per vedere assegnato un rigore contro la Juve a Torino.
Che poi quell’interdetto di Farìas se lo sia fatto parare da Buffon è cosa secondaria, e non fa che alimentare le mie farneticanti supposizioni all’insegna del “gli avranno caldamente consigliato di sbagliarlo”.
Certo, il raddoppio di Dybala è figlio di un controllo astuto quanto dubbio, e lo stesso primo gol di Mandzukic beneficia del mestiere del croato che si libera dell’avversario come solo lui sa fare… ma non è il caso di sottilizzare.
Siamo tutti consapevoli che il VAR non sarà la panacea di tutti i mali, anche se probabilmente io e il resto del mondo partiamo da due presupposti antitetici.
“Gli altri” pensano che la tecnologia non potrà mai superare l’intelligenza umana e che, quindi, ci saranno sempre casi in cui l’arbitro sarà sempre il miglior giudice.
L’assunto è astrattamente condivisibile, se non fosse pericolosamente affine al fallace ragionamento del fascino del calcio che è anche figlio di errori arbitrali.
Io, che son da solo ma c’ho ragione, parto da un diverso ragionamento: il ricorso all’ausilio tecnologico è comunque sempre lasciato alla discrezionalità del Tagliavento di turno, quindi non potremo stupirci se -contrariamente a quanto fatto ieri, non ho problemi ad ammetterlo- si riterrà sicuro a sufficienza “ad aree di rigore alterne”, chiedendo quindi un supplemento di giudizio a seconda di dove tira il vento.

E’ un processo alle intenzioni, me ne rendo conto.

Ecco perchè “son da solo” a pensarla così.

Ecco perchè “c’ho ragione”.

WEST HAM
Male perdio…
Se l’esordio contro il Man Utd (4-0) aveva messo in chiaro il peso specifico delle due squadre, la successiva sconfitta contro il Southampton (3-2 all’ultimo minuto) lascia l’amaro in bocca per come è arrivato, ma al tempo stesso la consapevolezza della strada da recuperare dopo sole due giornate di campionato.

Tra punteggio e location c’è decisamente di peggio…

STAGIONE 2017-2018

Nella giornata che diede i natali al Capitano con la Z maiuscola, trovo finalmente il tempo di fare una rapida e illuminata disamina sulla creatura che sta nascendo tra le mani -si spera sapienti- di Luciano Spalletti.

Partiamo proprio da lui e da un bigino di pregi e difetti. Fa giocar bene le proprie squadre, schietto e poco incline alla diplomazia, una tendenza a sbrodolare infinite conferenze stampa.

Riguardo a quest’ultima caratteristica, il Mister di Certaldo alla presentazione in nerazzurro diceva di aver ricevuto un messaggio di in bocca al lupo da José Mourinho.

Non trovo purtroppo il meme in rete, ma la vignetta -spassosissima- diceva “in rubrica era salvato come prime-time“.

Per il resto, le specifiche del prodotto possono essere viste, a seconda dei punti di vista, come qualità o limiti. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie sbrodole, ho spesso diffidato delle squadre che “giocano bene al calcio“: in primis perché credo che non ci sia allenatore che scientemente scelga di “far giocar male” le proprie squadre; in secundis perché, non esistendo per fortuna un pensiero unico, non è chiaro cosa voglia dire “giocare bene“; in ultimo, perché spesso le squadre troppo onanistiche mancano di quella sana “ignoranza” che permette di vincere una manciata di partite che alla fine della stagione fanno la differenza (ask Sarri vs Sassuolo e Atalanta for further references).

La succitata tendenza “prime-time” di Spalletti potrebbe essere una manna per una Società endemicamente incapace di “farsi sentire”, ma anche una scheggia impazzita guidata solo dal proprio ciclo mestruale nel caso in cui non ci fosse una linea guida a dare una direzione di massima.

Delle mie preferenze fregherà giustamente un cazzo a nessuno, ma uno come il Cholo sarebbe stato più “coerente” con la storia interista.
Poco male, diamo il tempo a Spalletti di vincere quel paio di scudetti e poi vai di contratto a tempo indeterminato all’unica vera testa lucida e illuminata (in tutti i sensi) del recente passato interista.

Chiudo la parentesi-allenatore citando ancora una vola la saggezza politico-popolare cinese, allorquando Deng Xiao Ping parlava del colore dei gatti e dei topolini da catturare.

Che vinca partite, e poi faccia e dica il cazzo che vuole.

IL DRIIMTIIM DE NOANTRI
La doppia “i” nel titoletto è un’indiretta lezione di pronuncia a tutti quelli (italiani ignoranti!) che non colgono la differenza fonetica tra “shit” e “sheet“: però in italiano preferireste adagiarvi su un lenzuolo fresco e non su una cacca, giusto?

Fine della polemica da angloterrone rancoroso.

DIFENDIAMO COME POSSIAMO

In porta once more with feeling Samirone Handanovic che, immancabilmente anche se in misura minore, ha fatto presente che vorrebbe giocare la Champions (e noi invece no…). Pregi e difetti restano più o meno intatti; spero più degli anni precedenti che non prenda nemmeno un raffreddore sapendo che il suo secondo è Padelli, il cui unico pregio al momento è di poter essere beneficiario del luogo comune “è tifoso interista fin da bambino”, come da foto.

La difesa vede una più che probabile coppia Miranda-Skriniar, con l’altrettanto verosimile giubilo di Jeison Murillo. Un rendimento coerente quello del colombiano, che ha mostrato tutti i pregi del suo repertorio nei primi 6 mesi di Inter, per poi dar sfoggio al campionario di scempi per l’anno e mezzo successivo.
Di lui rimane l’impressione che ho avuto fin dalle prime uscite: ha tutti i difetti del connazionale Ivan Ramiro Córdoba, senza averne il pregio maggiore, e cioè la consapevolezza dei propri limiti. Questo ci ha dato in regalo un paio di bellissimi quanto inutili gol in rovesciata, e una decina di gol subiti dopo dribbling rovinosi tentati al limite della nostra area.

Grazie e arrivederci.

Credo che, la contemporanea partenza di Andreolli e quella inevitabile per manifesta incompatibilità ambientale di Ranocchia renderanno necessario l’acquisto di almeno un altro centrale di pura decenza, che possa dare il cambio ai due succitati titolari, pur in una stagione priva di impegni europei.

Sulle fasce, gioisco sulla fiducia per l’arrivo di Dalbert che non ho mai visto giocare, ma che se non altro al momento ha l’innegabile pregio di togliere dai titolari uno tra Nagatomo e Santon. Se poi fosse anche buono (lasciamo perdere i paragoni con Maicon, che portano solo sfiga…), tanto meglio.
Sulla destra potrebbero bastare D’Ambrosio o Ansaldi, ma ovviamente non mi opporrei all’arrivo di qualcuno di maggior sostanza.

LA MEDIANA CONSISTENTE

Torno per un attimo il rancoroso angloterrone di cui sopra, per segnalare un altro abominio cui molti di noi sono sottoposti in ambito lavorativo.
Peggio dell’inglesismo fatto e finito (il briefing e non la riunione, il print invece che la stampa…) la cosa che più mi fa ribrezzo è l’italianizzazione di un termine inglese, che però in italiano esiste ma vuol dire una cosa diversa.

Al primo posto di questa orrenda classifica c’è “confidente”, usato invece di fiducioso (dall’inglese “confident“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri).

Diocristo, in italiano confidente vuol dire un’altra cosa, è un tipo a cui dici i cazzi tuoi e di cui ti fidi, ma se ritieni probabile che una cosa accada, dici che sei fiducioso, mica confidente. Non è difficile, dài…

Subito dopo -e qui torniamo al titoletto- c’è “consistente” usato invece di coerente (dall’inglese “consistent“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri). Anche qui come supra, se una persona mantiene un certo atteggiamento nel tempo, si dirà che è coerente. Consistente lo si dirà di un materiale non troppo molle che, per l’appunto, ha una certa consistenza.
A meno che non si parli di Borja Valero: ecco l’eccezione alla regola appena esposta. Lo spagnolo in carriera ha costantemente proposto un rendimento di spessore, potendo quindi essere definito al contempo coerente e consistente.

Che sia regista o no (l’abbiamo preso noi, quindi tutti ad affrettarsi a dire che non lo è, niente di nuovo…) è un giocatore di rara intelligenza, apparentemente integro fisicamente a dispetto dei 32 anni compiuti. Credo che abbia in casa due bamboline Voodoo a forma di Xavi e Iniesta, perchè senza di loro sarebbe stato titolare fisso in nazionale per almeno due lustri.

Se a lui aggiungiamo l’arrivo di Vecino, suo compagno di reparto nella Viola degli ultimi anni (vox servorum: “ma nemmeno lui è un regista, perché non hanno preso Badelj??”) non posso che essere soddisfatto del centrocampo che va a formarsi.
Starà poi a Spalletti capire come disporre le pedine in campo, potendo contare oltre ai due ex gigliati su Gagliardini e Joao Mario: personalmente vedrei la coppia viola davanti alla difesa e il portoghese alle spalle di Icardi, con l’italiano primo cambio, ma sono finezze: il materiale c’è e quindi facciamo lavorare chi è pagato per farlo.
Ci sarà, in realtà da sfoltire il reparto, e personalmente ritengo che Brozo e Kondogbia possano essere tranquillamente sacrificati in presenza di offerte appena appena presentabili.
Per questioni più di cuore che tecnico-tattiche tratterrei Medel, che però pare -anche lui- in via di uscita.
Sottolineo per l’ultima volta l’incomprensibile astio di tutta la critica calcistica italiana per il cileno, che oltretutto nei mesi di Pioli ha dimostrato di poter essere anche un buon rincalzo difensivo in caso di bisogno. Non ha mai reclamato un posto da titolare, tantomeno lo farebbe adesso che il reparto è assai migliore dell’epoca Kuzmanovic-M’Vila-Taider, però ha ormai lo stigma dell’untore, e il volgo vuole la sua testa.

Addio Medellino, io ti ho sempre amato.

LA’ DAVANTI

Pur non essendo al momento cambiato niente, questo è il reparto che per ora mi ha dato più soddisfazione. La gestione del “caso” (che “caso” non è) Perisic mi sta piacendo moltissimo, sperando di non essere smentito nei prossimi 20 giorni.
Sfanculati tutti i gufi del “tanto dovranno venderlo per far quadrare i conti“, FozzaInda ha messo su una playlist con soli due pezzi in loop: “50 milioni cash” e “non abbiamo bisogno di vendere nessuno“.
Gli scrivani di corte, resisi finalmente conto che il muso giallo fa sul serio, hanno tentato di scartare di lato andando dietro alle suggestioni di mercato (altra espressione che detesto) che paventavano un addio di Candreva sponda Chelsea, all’insegna del “Perisic potrebbe restare; a quel punto andrà via Candreva“.
Tutto purchè l’Inter debba vendere, indebolirsi e morire male.
Vepossino…
Tornando al campo, so che dovrebbe arrivare questo Emre Mor. Se Dalbert almeno l’avevo sentito nominare, del turco però danese ignoravo proprio l’esistenza.
A quanto capisco dovrebbe essere il primo cambio dei due esterni d’attacco, e per certi versi vale quanto detto per il terzino brasiliano: se questo qua deve arrivare per prendere il posto di Biabiany, direi che abbiamo ottimi margini di miglioramento.

Quindi? Gallianamente parlando #siamoapostocosì?
Mah, forse sì… Mi sarebbe piaciuto Nainggolan, eccome… ma non arriverà e quindi facciamocene una ragione. Vidal qualche anno fa, e senza passato juventino, l’avrei preso eccome, ma siamo anche qui a parlare di opzioni che non sono sul tavolo.
Attingo a un’altra frase fatta del periodo estivo: “comprare per comprare, meglio stare come siamo”. Banale, ma vero.

Nemmeno col Ninja saremmo stati da scudetto, quindi avanti così: cerchiamo di sfruttare l’assenza di impegni infrasettimanali per puntare a uno dei quattro posti champions, sapendo che oltre alle solite tre dovremo fare i conti anche con i Meravigliuosi, di cui parlerò (male, e come sennò) prossimamente.

Vuoi non dire niente sulle fideiussioni per Bonucci e sull’esordio del VAR visti in questi ultimi giorni?

MAGLIA

Non ci siamo, poche balle… Non capisco (o meglio lo capisco ma preferisco far finta di nulla…) perchè la Nike debba utilizzare i loro designer sotto acido per sperimentare le peggio varianti sulle nostre maglie, tornando invece fedeli e rispettosi della tradizione nel caso di altri top club europei…
Ad ogni modo, il blu è di una bella tonalità, numeri e nome in bianco e non più giallo evidenziatore, ma quelle righe nere fanno tanto codice a barre e nun se possono vede.

Meglio, nella sua semplicità banale ma al tempo stesso ricercata, la maglia bianca, non a caso apprezzata anche da appassionati di calcio di altre latitudini.

Leggo di una terza maglia grigia con sfumature militari, che mi fa cagare così sulla fiducia. C’è di buono che la scarsità di impegni in stagione dovrebbe limitarne l’uso.

 

FPF E CALCIOMINCHIATA

Calcisticamente, quello di Giugno è uno dei periodi più strani e stimolanti che ci siano.

La stagione è terminata, si hanno ancora chiare davanti agli occhi le imprese o (più spesso) le malefatte combinate dai nostri campioni o supposti tali, e ogni tifoso che si rispetti ha già in mente l’11 ideale, la lista della spesa e quella di proscrizione.

Da qualche anno a questa parte, c’è un’ulteriore variabile da aggiungere a questa accaldata equazione: il Financial Fair Play (fèrpléifinanziario in italiano, per brevità e di qui in seguito FPF).

Armatevi di Maalox e Omeprazolo in quantità, perchè il pezzo è parecchio rancoroso.

Il tutto nasce cronologicamente al crepuscolo dell’era Moratti, sbertucciato per tutti e 18 i suoi anni di presidenza per aver sperperato senza apparente costrutto centinaia di milioni di euro, senza mai, dico mai, tenere in considerazione tre semplici elelmenti:

1) Erano soldi suoi, con i quali paradigmaticamente ognuno fa il cazzo che vuole;

2) Per tanti anni lo sperperare a destra e manca senza ottenere i risultati è stato anche -se non soprattutto- frutto del mazzo di carte truccato con cui si continuava a giocare;

3) Ad ogni modo, con quella visione mecenatista e legata al sentimento (che io per primo ho tante volte criticato) il Signor Massimo ha portato a casa un certo numero di trofei, che non vado ad elencare per non essere ridondante.

La situazione di cui sopra, ulteriormente complicata dalle nuove regole introdotte dall’UEFA, viene ereditata da Mr Thohir nel 2013. Al “cicciobello con gli occhi a mandorla” (cit.), se possibile, la stampa riserva un trattamento ancor peggiore di quello precedente. Forse perchè straniero, forse perchè parvenu per il calcio italiano, forse perchè da subito ha cominciato a rispondere come e dove voleva, senza prestarsi quotidianamente alla pletora di microfoni e pennivendoli “con la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras”, sicuramente perchè interista, al thailandese non è stato perdonato nulla, nemmeno le (poche ma buone) mosse per cui dovrebbe essere ricordato e ringraziato.

Ha dato un’organizzazione alla Società, sfoltendo e di molto la sede da personaggi di dubbia utilità, ha applicato alla lettera le disposizioni imposte dalla UEFA, scrivendo e presentando un Settlement Agreement nel quale prospettava il pareggio di bilancio entro il 2017 e il rispetto dei parametri di spesa previsti dalla nuova normativa, di concerto con Mr Bolingbroke (altro paria sbeffeggiato al punto da storpiarle il nome come nemmeno il peggior Emilio Fede).

Sono troppo incattivito per sorvolare sul fatto che quel Settlement Agreement sia stato recepito e approvato dall’UEFA, contrariamente a quanto fatto in relazione al Voluntary Agreement presentato recentemente dal Milan, sostanzialmente rispedito a Fassone & Co. con la noticella “nun ce prova’… dopo che, tra le tante assumptions, si fantasticava di ricavi dal mercato asiatico per 200 milioni nel prossimo anno (col Real Madrid reduce da due Champions consecutive a farne “solo” 180).

Ma aldilà del Derby di scartoffie inviate a Nyon, è sintomatico far notare come tutte le scadenze di questo piano strategico nerazzurro siano state accompagnate dal più classico dei pessimismi da parte degli organi di stampa nostrani.

Già l’anno scorso i mesi di Maggio e Giugno erano stati all’insegna del #portiamoilibriintribunale, #fallimento, #moriremotutti, per poi rinfoderare la falce del tristo mietitore e ammettere a mezza voce “L’Inter rispetta il FPF e chiude con un passivo entro i 30 milioni, come da accordo con l’UEFA” per farsi di nuovo barzotti e urlare “Ma entro il 30 Giugno del 2017 servirà il pareggio di bilancio, altrimenti saranno guai“.

Quest’anno hanno preso la rincorsa già al fiorire dei primi boccioli di inizio Marzo, tornando a gufare su “la necessità di vendere almeno uno dei suoi big per far quadrare i conti” (l’anno scorso Icardi, quest’anno Perisic).

Al solito, la faciloneria, la poca voglia di far lavorare i pochi neuroni a disposizione, o più prosaicamente la malafede hanno fatto ignorare a tutti le possibili strade alternative per arrivare allo stesso risultato.

Niente da fare: Sì va beh, l’Inter ci proverà, venderà qualcuno ma alla fine Perisic dovrà essere sacrificato per esigenze di bilancio ( vero, caro e sempre simpaticissimo Andrea Ramazzotti del Corriere dello Sport? Com’è che avevi intitolato? Ah si: “Ciaone“).

Eppure la tabellina era stata fatta e i conti, se erano riusciti a me, non erano proprio difficilissimi da ipotizzare:

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Ma niente… l’ordine è “ignora e martella“.

Finchè, messi davanti all’evidenza, ci si arrende con un freddo titoletto di pura constatazione:

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Ovviamente c’è chi fa di meglio, avendo preso (in cul… ah no scusate) atto della permanenza del croato. Ecco il sempre prode Corriere dello Sport vagheggiare di difficoltà di Perisic nel riconquistare il cuore dei tifosi nel caso in cui dovesse restare, ben accompagnato da altre testate pronte ad addensare nubi sulla sua permanenza che, per quanto non più legata ad esigenze di bilancio, è tutt’altro che scontata.

Il che ci porta alla conclusione di questo delirio rancoroso: il calciomercato interista è da anni un florilegio di rischi da evitare, centinaia di giocatori accostati al nerazzurro e obiettivi falliti (#interbeffata is the new #crisiinter), anche quando il rischio è ingigantito e l’obiettivo sfumato in reatà non è mai stato realmente cercato . Certo, si può sempre fare calciomercato nel modo dadaista in cui lo faceva Maurizio Mosca, dicendo che tutti i giocatori interessavano a tutte le squadre, potendo poi sempre dire “l’avevamo detto!“, ma lì almeno sapevamo a che gioco si giocava e si rideva col pendolino e la superbombadimosca.

Quelli che all’Inter sono ostacoli da evitare per rimanere in piedi, altrove sono invece speranze, possibilità, auspici: avete mai visto un tifo così sfegatato come quello di questi giorni per la trattativa Donnarumma-Milan, il cui lieto fine farebbe bene a tutto il calcio, come ha fatto presente la Gazza in questi giorni? Veramente da vomito, e la firma su quel pezzo di carta, da me ampiamente prevista (non che fosse così difficile prevederlo, aspettate qualche giorno e vedrete), farà partire l’ennesimo refrain su “certi amori che non finiscono” e il Club dei sentimenti che punta sui propri ragazzi italiani.

La ciliegina sulla torta sull’occhio di disriguardo nei confronti dei nostri si ha con il facile paragone circa l’eco mediatica delle imprese di due nomi del presente e passato rossonerazzurro alle prese con altri sport: Perisic in questi giorni si sta rilassando giocando a beach volley, mentre il grande Paolo Maldini ha provato con il tennis.

Nessuno dei due ha ottenuto grandi risultati: pare che il croato abbia perso tre partite su tre, mentre Maldini è uscito al primo turno perdendo 6-1 6-1.

Chissenefrega, dico io; bravi loro che sanno cavarsela anche in un altro sport, no?

No.

Maldini è stato celebrato manco avesse vinto Wimbledon, Perisic lo perculano manco fosse inciampato su una buccia di banana finendo in una pozza di fango.

Ma sono io ad essere paranoico, state tranquilli…

GUARDIAMO IN CASA D’ALTRI

Torno a scrivere dopo un periodo (tutt’ora perduante) di lavoro matto e disperatissimo, che tuttavia non ha del tutto annientato la mia visione paranoica e complottista del mondo del pallone.

Ecco quindi un sunto dei miei limitati pensieri di questi giorni, rigorosamente divisi per colori sociali.

 

I GOBBI

E’ ormai tardi per accodarmi a tutte le pur giuste spiegazioni eziologiche del tifo contro, e della conseguente goduria nell’assistere all’ennesima finale di Champions persa dalla Juve.

Aggiungerò solo che, non si offenda nessuno e se si offende ‘sticazzi, la finale ha dato ennesima conferma della qualità media del nostro Campionato, dove una buona metà delle squadre sostanzialmente si scansa quando incontra i bianconeri, per poi tentare la partita della vita contro le altre supposte grandi.

Se a ciò aggiungiamo le ormai paradigmatiche “due o tre sviste arbitrali” arriviamo a dare contorni un po’ più certi al dominio bianconero degli ultimi 6 anni in Italia.

La squadra, la Società e gli allenatori hanno fatto -duole dirlo- un lavorone, ma non hanno trovato nemmeno la metà delle difficoltà contro cui hanno dovuto combattere Roma e Napoli (tanto per limitarci alle rivali più prossime, e tacendo per pietà sulle milanesi).

In altre parole, la finale di Cardiff l’ha persa la Juve molto più di quanto l’abbia vinta il Real. Il celebratissimo blocco italiano difensivo è andato in palla totale nella ripresa, e al Real è bastato giocare una partita “giusta” (ma tutt’altro che superlativa) per portare a casa la centordicesima Champions della sua storia. Ecco che, di fronte ad avversari di rango, anche gli apparenti superuomini possono perdere il prefisso grammaticale, e forse vederlo rimpiazzato da un suffisso dal vago sentore dileggiatorio. Ominicchi? Forse no, almeno non tutti (qualcuno sì e non da oggi). Ma uomini in difficoltà sì. Sono stati bravissimi a far fuori un Barcellona al tramonto della sua grande stagione storica. Sono stati solidi nel non sottovalutare il Monaco. Sono stati inferiori al Real ed hanno meritatamente perso. Non è un delitto. E’ la verità.

Loro, i gobbi, sono il Male oggettivo, il nemico sportivo di tutti i tifosi non bianconeri. E’ la stessa cosa per il Real in Spagna, lo è stato il Manchester United in Inghilterra e via dicendo. Certo, loro ci mettono il carico da 90 continuando a sbandierare Campionati rubati e giustamente non assegnati e agendo con quella protervia che solo un Paese di servi come il nostro gli può permettere. Che almeno non si stupiscano se il popolino gode vedendo il Re insozzarsi l’uniforme reale nel fango.

 

I MERAVIGLIUOSI

Se i bianconeri, come detto, sono il male oggettivo, la mia testolina vive in un perenne ying-yang con il mio cuoricione, che invece percepisce epidermicamente la sponda sbagliata del Naviglio come il male soggettivo. Meno importante, forse (forse) meno grave, eppure -proprio perchè più superficiale- più fastidioso.

La vicenda Donnarumma di questi giorni sarebbe tale da giustificare tre giorni di ferie incollato a PC e televisore, con familiare di Peroni gelata a godersi lo spettacolo di travasi di bile, cuori che si spezzano e grande famiglia che sfodera i coltelli.

Creare una verità partendo da un falso storico è specialità della casa rossonera da trent’anni.

Gli 80mila di Barcellona

La squadra migliore di tutti i tempi

Il ragazzo (chiunque egli sia) vuole solo il Milan ed è disposto ad abbassarsi lo stipendio e giocare nella squadra che tifa fin da bambino

Il Club più titolato al mondo

Siamo una grande famiglia”

“Ringraziamo il nostro Presidente che ci è sempre vicino

Le nostre squadre propongono giUoco“,

E, degna fine di questo crescendo rossiniano, “Puntiamo su un blocco di giovani italiani per creare un senso di appartenenza”.

Di tutte queste sesquipedali minchiate, l’ultima è una cantilena che in questi giorni mi trovo a ripetere tra me e me a mezza voce, non riuscendo a terminarla visti i singulti di riso isterico che mi tocca trattenere.  Il contrappasso di “Gigio che è tifoso rossonero e che  ha fatto la trafila di tutte le giovanili rossonere” (balle, ma che ce voi fà… so’ abituati…) e che proprio adesso, sul più bello, dopo aver baciato la maglia, non firma il rinnovo e vuole più soldi altrove, è la miglior punizione che questo Club di venditori di fumo si merita.

Io, da rancoroso rompicoglioni, mi ero… (…dolto…. doluto…. com’è il participio passato di dolersi??) dispiaciuto, ecco, mi ero dispiaciuto del fatto che un (allora) quindicenne si affidasse a uno squalo come Raiola, che guarda caso come prima mossa l’aveva allontanato dalla squadra cui pareva destinato per tuffarlo nelle braccia geometriche del dottorgalliani .

Ma allora non fregava niente a nessuno: quello era solo un ragazzino e comunque finiva nella squadra dell’Amore, di-cui-era-tifoso-fin-da-bambino. L’invitabile e caramelloso lieto fine.

Adesso invece siamo allo scandalo, al pizzaiolo traffichino che turlùpina un’anima candida capace di baciare la maglia e bandiera designata dei prossimi decenni rossoneri.  Qualcosa invece va storto, non importa se magari, sotto sotto, perfino Raiola possa avere una parte di ragione, ed ecco che anche per il Milan si prospettano le parole “caos”, “crisi”, “shock”.

Cari cugini, benvenuti nel Calciominchiata. Dopo un po’ ci si abitua, e alla fine si impara a riderci sopra. Certo, voi arrivate da trent’anni di “giorni del Condor”, di “Mister X”, di colpo dell’ultimo minuto e di telenovelas scritte direttamente con l’inchiostro rossonero e riprese tal quale dai media nazionali. Farete un po’ più fatica di noi, ma vedrete che alla fine si sta bene.

 

I LUPACCHIOTTI

Sulla Roma ho avuto modo di riflettere in concomitanza all’addio di Totti, su cui non mi dilungherò più di tanto. Davvero commovente la passerella finale e  il discorso nel dopo gara, poi sulla carriera ognuno la pensa a suo modo.

Io continuo a ritenerlo uno dei due italiani più forti che abbia visto giocare (l’altro è Baggio), e che probabilmente (forse come Baggio) le cose migliori le ha fatte vedere dai trent’anni in su. Campione vero e preziosissimo.

Resto anche convinto che la condotta di campo spesso non sia stata all’altezza della sua classe (dallo sputo a Poulsen alla finale di Coppa Italia del 2010), e che dietro alla sua scelta di una carriera in giallorosso ci sia anche una parte di “comodità”.

Ma non è di questo che voglio scrivere. A me la Roma, negli anni, tante volte ha ricordato l’Inter. L’ambiente, la tifoseria, cronicamente incapaci di gestire la pressione, endemicamente affetti dal vizio di toppare proprio la partita che non puoi toppare (il 5 Maggio, Roma-Liverpool e Roma-Lecce, tutte nello stesso stadio, sarà mica che porti sfiga?).

Come i nostri, i giallorossi per andar bene devono viaggiare controvento, supplendo con risorse insperate, o comunque difficili da mantenere nel medio periodo. Dovendo far leva su quelle per contrastare le spinte contrarie anomale,  e cioè diverse dall’unica forza che dovresti contrastare su un campo di calcio, la squadra avversaria.

Un contesto del genere di porta, direi fisiologicamente, a non essere in grado di gestire la “routine”, la navigazione di bolina o, ancor peggio, il vento in poppa. Lì ti trovi smarrito, “E adesso che faccio? Devo solo giocare e battere l’avversario? E come si fa?”

La Roma ha un ambiente mediatico e di tifosi che ti prosciuga, a meno di non esserne tu stesso imbevuto; L’Inter, come noto agli affezionati lettori di queste pagine, è da sempre facile bersaglio di certo giornalettismo sensazionalistico, alla ricerca del titolo e del luogocomunismo anche oltre ogni logica.

Non arriverò mai a dire che mi stiano simpatici, ma ci sono degli elementi di analogia. E soprattutto, rispetto ai diversamente strisciati, ci sono alcune galassie di differenza.

La disamina dell’ennesimo anno zero dei nostri eroi in braghette, l’arrivo di Spalletti, quello di Capello a Nanchino, il caso-Perisic e il FPF da sistemare, sono tutti argomenti troppo nobili e importanti per essere immersi in questa rassegna di altri colori sociali.

Ne parleremo più avanti. Non so quando ma più avanti.

Stay tuned.

HOUSTON, MILANO, NANCHINO: ABBIAMO UN PROBLEMA

INTER-SASSUOLO 1-2

Da otto partite non si vince.

In otto partite abbiamo raccolto 2 punti.

Abbiamo cambiato 2,3,4 allenatori per l’ennesima volta nel nostro recente passato.

Quali e quanto grandi siano i problemi mi pare di tutta evidenza, ma qui ne faccio una questione egoistica e personale: il vero problema è che inizia a non fregarmene più nulla.

Non è questione di volpe e uva, e nemmeno di far finta che “analizzandomi bene bene, non me ne importa proprio una sega” (min 4.00). E’ proprio che riconosco i pericolosi sintomi dell’abitudine, dell’assuefazione a questa impresentabilità.

Siamo insomma al “tanto peggio tanto meglio”.

Ed è preoccupante, ancor di più per uno come. Dovrei ritrovarmi per l’ennesima volta ad arrovellarmi senza pace chiedendomi “se la vità è una merda perchè l’Arsenal fa schifo o viceversa…“, e invece no, mi limito a qualche insulto e a un soffuso borbottìo di sottofondo.

Sarà contenta mia moglie, che sempre più spesso mi chiede “se ti fanno così arrabbiare, perchè continui a vederle le partite…?“. Domanda lecita se fatta da un pagano, già di meno se a farla è una persona che ai bei tempi è stata tifosa ben più che tiepida.

Quantomeno ha ancor oggi il buon gusto di non apostrofarmi con l’imperdonabile:

It’s only a game…

immortalato al min 0.48 dello stesso fondamentale della cinematografìa contemporanea.

‘Cos-it-quite-clearly-isn’t-only-a-game

Citazioni semicolte a parte, mi faccio piccolo esempio del tifoso medio nerazzurro per mettere in guardia la dirigenza e la proprietà: non giocate col fuoco, non date per scontata la cieca passione del popolo interista, peraltro abituato a ben altri spettacoli e storicamente assai più esigente della platea rossonera, che si vanta ancor oggi di aver riempito San Siro contro la Cavese.

Lo scempio visto ieri ha ulteriormente acuito la mia amarezza, essendomi trovato a dover concordare con la Curva Nord e i suoi messaggi. Un branco di ominidi, questo è assodato, ma che in due striscioni hanno fotografato perfettamente il momento.

Un “momento”, oltrettuto, che dura da sette anni, nei quali continuiamo a voler credere che la prossima sarà la volta buona.

Non entro  nemmeno nel merito dell’esonero di Pioli, dell’arrivo di Sabatini, dell’eventuale convivenza con Ausilio, del possibile arrivo (e con che ruolo a questo punto?) di Oriali.

Siamo al disfattismo: non mi interessa chi, non mi interessa come. Datemi una cazzo di squadra di calcio da tifare, non una massa di ectoplasmi interdetta a quasiasi azione o pensiero.

E’ COMPLOTTO

Qui abbiamo un po’ di arretrati, vista la decenza a cui mi sono appellato nelle ultime esibizioni dei nostri amatissimi.

Il fatto di far cagare è tanto innegabile quanto irrilevante, se si tratta di rimarcare la consueta malafede mediatica.

Non so se iniziare dai Gobbi o dai Meravigliuosi, visto il mio continuo ying-yang di odio calcistico tra i due poli (per nulla) opposti.

Vado in ordine alfabetico e quindi inizio dal Milan (…ho pur sempre fatto il classico!).

Nell’ordine: Donnarumma buca la presa -facilitotta- sul gol di Conti, Deulofeu segna su autogol in fuorigioco di mezzo metro buono, sento (ma non vedo) di un rigore clamoroso non dato all’Atalanta, che ad ogni modo nella mezz’ora finale -la sola vista coi miei occhi- surclassa i rossoneri confermando i punti di distanza in classifica.

Eppure: Gigio pallone d’oro, pareggio meritatissimo, Milan che può ancora raggiungere l’Atalanta, Montella bravissimo a portare la squadra a questi livelli (vero) e anzi anche sfortunato in tanti casi in cui ha buttato via punti facili.

Bergamo, Derby di ritorno, Toro all’andata e al ritorno, Bologna… giusto i primi casi di punti immeritati che mi vengono in mente. Eppure no: fanno pure fare la figura del modesto a Montella quando dice “non mi piacciono questi giochetti: se abbiamo questi punti e ne abbiamo perso qualcuno per strada è solo colpa nostra“.

Ma c’è di più: il settore giovanile rossonero che -continuo a ribadire- vince qualcosa una volta a ventennio, e che ciononostante vive di stampa a favore a prescindere (how strange…), buca addirittura l’accesso ai play off con la Primavera, facendo titolare la Gazza sulla Homepage in questo modo:

milan fallimento primavera

…salvo poi vergare un articolo in cui riesce ugualmente a santificare il lavoro di quelli che #propongonogiuoco.

Nessuno al solito che scriva non dico la verità, ma quantomeno che abbia una visione diversa: questi hanno pescato il jolly scovando Donnarumma in Campania (e mezzo scippandolo all’Inter, ma va beh…) e comprando di fatto un semilavorato, non una materia prima. Con questo sbarlùsc hanno avuto vita facile nel raccontare minchiate tipo Milan dei giUovani italiani delle giUovanili e bla bla bla. Infatti De Sciglio è fisicamente minacciato dai propri tifosi, Locatelli dopo un promettente inizio scalda le sue terga in panchina e Calabria si mostra il volenteroso giovane che è e nulla più.

Ma c’è tanto amore in tutto ciò e non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.

Per quel che riguarda la Juve, e ancor di più la sudditanza che ancor oggi esercita, prevedibilissima l’assenza sulla Rosea, così come su ogni altro quotidiano nazionale, di ogni riferimento al “loro” 5 Maggio e a quella salvifica pioggia di Perugia che tanti di noi ha fatto godere  (andate al min. 2.45 per questa chicca, guarda caso al microfono di Ignazio Scardina: “Io sono una persona perbene… prima di fare discorsi poco giusti dovrebbero avere delle prove“).

Faccio parlare chi sa farlo meglio di me, caldeggiando la lettura di Zer0Tituli in religioso silenzio e con mano sul cuore:

zerotituli 14 maggio

Attendiamo di arrivare al “5 Maggio al quadrato“, certi di riempirci gli occhi su tutte le Homepage nostrane dei tre gol in sei minuti, del balletto di Dudek e degli occhi spiritati di Sheva prima del rigore decisivo.

Facciamo cagare. Ma-non-siamo-quella-roba-là!

WEST HAM

Campionato che non ha più nulla da dire per i nostri: probabilmente increduli per aver battuto (once more with feeling) i rivalissimi del Tottenham nel turno precedente, i nostri pensano bene di prender quattro pappine dal Liverpool in casa, certificando la mediocrità di una stagione che, a fanfare spianate, era stata salutata come quella del grande salto verso i top team.

Try better next time!

stendiamo velo pietoso

EI FU, O MEGLIO ESSI FURONO

Probabilmente alcuni di voi si aspettavano un pezzo sull’anniversario del 5 Maggio, con tanto di retrospettiva su quella stagione, su cosa l’abbia generata e sulle conseguenze che ha lasciato.

E invece no. O meglio, ni.

Aldilà del facile “throwback” fatto praticamente da tutti i giornali, prontissimi a mettere in homepage la faccia lacrimante di Ronaldo così come timidissimi a ricordare analoghe tragedie sportive a strisce diverse ma ugualmente avvenute nel mese mariano (Perugia e Istanbul dicono niente?), quel che mi fa piacere ricordare è come quella stessa data abbia raccontato una storia ben precisa -a volerla leggere- per di più a regolari scadenze quadriennali.

Il 2002 lo conosciamo tutti, e proprio venerdì ho avuto un civile e gradevole scambio di battute -lo dico davvero- con l’autore di questo bel pezzo, al quale mi permettevo di contestare solo un paio di punti, frutto della mia paranoia nozionistica.

Fino a qualche anno fa vi avrei ammorbato con tabelle che avrebbero mostrato come nel corso del campionato l’Inter avesse subito le solite due o tre sviste arbitrali necessarie per farla arrivare all’ultima giornata in piena crisi esistenziale, ma non è questo il punto. Quel 5 Maggio ha una sua origine, un suo svolgimento e una sua fine.

La sua fine, volendo romanzarla un po’ e giocare con le date, si ha ufficialmente 4 anni dopo, allorquando iniziano ad uscire queste notizie:

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Da lì in poi, quel Maggio è un fiorilegio di notizie, indiscrezioni, accuse sempre più circostanziate e sempre più vere, che nel corso degli anni spiegheranno a tutti quelli dotati di onestà intellettuale come fosse organizzato il mondo del calcio italiano in quei tempi.

Facendo un altro salto quadriennale, eccoci al 2010. Si arriva al primo capitolo della Storia nerazzurra recente, e cioè la vittoria della Coppa Italia contro la Roma, vinta dopo e nonostante una caccia all’uomo tollerata dal “miglior arbitro del nostro calcio”, ulteriore dimostrazione del nostro ascendente -anche in tempi di gloria- sul mondo arbitrale.

2002-2006-2010. Sono tre puntate dello stesso film, da vedere e ricordare tutte insieme.

Mica andreste al cinema a vedere solo il primo tempo, no?

Conoscete uno così pirla da andare alla partita e vedere solo il primo tempo?

Ah già, uno c’è: Boniperti… Scusate, ho sbagliato esempio.

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IL GATTOPARDO

INTER-MILAN 2-2

Lo so che la metafora è più che abusata, ma davvero non credo esista paragone più calzante per descrivere l’apparente novità di giornata (primo derby totalmente cinese, orario anomalo per accontentare il di cui mercato, nuova possibile èra del calcio meneghino) e la reale immnutabilità dei cliché storicamente associati alle due squadre di Milano: incorreggibili pasticcioni gli interisti, incapaci di venire a patti con se stessi e forse per questo mai meritevoli di uno sguardo benevolo dalla buona sorte, portatori sani di buciodiculo i nostri cugini, che capitalizzano ben oltre i propri meriti la coglionaggine dei nerazzurri.

Pioli parte con Nagatiello per Ansaldi sperando di contrastare la veloctà di Suso e Joao Mario al posto di Banega dietro al solito tridente.

La formazione può dirsi azzeccata, col ritorno di Gagliardini in mediana, anche se è proprio il bergamasco a regalare il primo infarto ai tifosi, perdendo una palla velenosa sulla trequarti e dando il via a una rumba che porta tre milanisti al tiro in pochi secondi, per fortuna senza alcun esito.

I rossoneri spingono di più nella prima mezz’ora, -il dato è inconfutabile-: a ben vedere, però, il “merito” delle loro azioni sta quasi sempre in palloni persi banalmente dai nostri che innescano Suso e soprattutto Deulofeu, contro il quale Medel è in palese difficoltà.

Bacca per fortuna è non pervenuto, mentre Handanovic è in giornata di grazia anche sulle uscite (almeno fino all’ultimo corner…) e quindi lo stringiculo peggiore è un palo dello spagnolo in prestito  a metà frazione.

Nemmeno il tempo di dire “oh ma noi quand’è che cominciamo a giocare?” che Gagliardini fa la prima (e credo unica) cosa bella della partita, pescando Candreva sulla corsa in area di rigore: De Sciglio e Donnarumma giocano al Signor Tentenna, e l’87 nerazzurro è bravo a fare la cosa più semplice, ovverosia il pallonetto sul secondo palo, che passa a pochi cm dalle mani per nulla protese del portierino milanista. Uno a zero per noi e boato da lite condominiale in zona divano.

Il Milan subisce il colpo e i nostri sono bravi a prendere forza dal vantaggio, obiettivamente figlio di una giocata estemporanea. Joao Mario inizia a distribuire muscoli e fosforo su tutto il campo, e Icardi e Perisic duettano bene al limite dell’area: il croato si invola sulla sinistra e centra forte e rasoterra sul secondo palo, Romagnoli è in ritardo così come Donnarumma –oh no…Gigio…- mentre Maurito è puntualissimo a insaccare di piatto destro a porta vuota il primo gol in carriera contro il Milan, che vale il 2-0.

La botta per i cugini è tremenda, nè la ripresa pare dare nuove idee a Montella.

Il secondo tempo inizia infatti con i nostri in controllo della situazione, con la chiara e palese intenzione di piazzare il terzo gol e chiudere i conti. La palla giusta arriva a Perisic con bella imbeccata di Icardi, ma il destro è debole e non crea pericoli. D’altra parte ormai il 44 lo conosciamo: mi piace e molto, ma ogni volta può creare il massimo pericolo per gli avversari (vedi assist per Icardi nel primo tempo) così come sprecare tutto dopo aver fatto la giocata della Madonna. E’ quel che gli capita dopo aver saltato un paio di avversari sulla sinistra, allorquando tenta un destro al volo più che improbabile invece di allungare la boccia per il Capitano solo soletto nell’area piccola.

Loro, ribadisco, nun ce stanno a capì un cazzo fino a metà tempo, allorquando sono i nostri cambi a ridargli ossigeno. Eder è ormai abbonato al ruolo di 12° uomo, e quindi il primo cambio è il suo, in questo caso proprio per Perisic. Onestamente avrei aspettato un’altra decina di minuti, ma la solfa cambia poco.

Assai più discutibili gli altri due cambi, con Biabiany che non vedeva il campo da mesi a subentrare a Candreva e -ancor più grave- con Murillo a dare il cambio a Joao Mario.

E proprio quest’ultima sostituzione è quella della resa “concettuale”, in primis perchè toglie dal campo l’unico vero giocatore “pensante”, che ha l’ulteriore merito di garantire comunque corsa e contrasto. Non voglio scomodare paragoni blasfemi con Cambiasso, ma nella pochezza attuale della nostra mediana il portoghese riluce quanto la crapapelada del Cuchu nel lustro d’oro. E invece no, Pioli lo toglie per inserire Murillo, il che equivale ad appendersi alle traverse e sperare in bene.

Grave errore a mio parere, e non certo per le minchiate massimaliste del “bisogna sempre giUocare all’attacco per regalare spettacolo ai nostri tifosi“. Molto più semplicemente, mettersi alle corde e dire all’avversario “dài picchia duro, mia nonna me le dava più forte” è un’arte e presuppone palle quadre e capacità di incassare superiori alla media. Qualità che i nostri non hanno, mentalmente ancor meno che tecnicamente. Ecco quindi che il cambio vuol dire via libera al “caghiamoci sotto!“, che porta istantaneamente al loro 2-1 di Romagnoli, con Miranda a tentare un contrasto di testa con il pallone a meno di mezza altezza, e non a caso girato dal difensore senza particolari problemi alle spalle di Handanovic.

Il gol arriva all’83°, ed è di tutta evidenza che i minuti restanti saranno lunghissimi. La fredda determinazione del primo tempo è bella che andata, e la nostra titubanza dà coraggio a un Milan generoso e affastellato in avanti con cinque tra punte e rifinitori. Curioso che alla fine siano i due difensori centrali a segnare, ma come si dice in questi casi “questo è il calcio“.

Ma non anticipiamo i tempi: prima della tragicommedia finale c’è il tempo per vedere Biabiany, al 51° minuto della ripresa, farsi ingolosire da un passaggio filtrante ed entrare in area. Scelta condivisibile a patto di mettere il pallone in gol. Il tiro invece va alto, e l’insulto che gli tocca è accompagnato dalla -vana- speranza di sentire il triplice fischio finale dell’arbitro sul rinvio del portiere.

Nulla di tutto ciò: si gioca e i nostri di fatto fanno di tutto per concedere l’ultimo calcio d’angolo ai cugini, lamentandosi poi perchè Orsato lo fa battere.

A quel punto, sinteticamente, smettono tutti di giocare, facendo le belle statuine (Handanovic in testa, che torna insicuro e balbettante proprio sull’ultimo traversone del match) e permettendo a Bacca di prolungare la traiettoria e a Zapata di azzeccare il sinistro della vita che sbatte sulla traversa e rimbalza oltre la linea.

L’annegamento in un bicchier d’acqua è perfettamente riuscito, e personalmente non ho nemmeno le parole per insultare o maledire cose o persone. Saranno contenti i vicini…

Constato che, come prontamente uozzappato all’amico milanista, cambiano i presidenti ma il buciodiculo rimane immutato.

CHE NE SARA’ DI NOI

Il pari nel Derby, e soprattutto il modo in cui è maturato, credo costeranno la conferma a Pioli ben più delle due sconfitte con Samp e Crotone. E’ stata palese la paura di vincere, l’incapacità di gestire la invidiabile pressione data dal doppio vantaggio. Più di tutto, è ormai evidente l’incapacità della squadra tutta di avere una strategia alternativa al “tutto per tutto”. Ripeto un concetto già espresso di recente: Pioli è uno dei tanti (penso a Strama, penso a Ranieri) ad aver azzeccato una bella striscia di risultati figlia dell’adrenalina e della motivazione di un obiettivo contingente lontano ma ancora possibile. Il fascino e lo stimolo della sfida sono come quelle candele che bruciano da entrambi i lati, durando fatalmente la metà.

Svanito quindi l’effetto “dagagré” o “daje” (a seconda dell’idioma) con il pur plausibile pareggio col Toro, la tenuta mentale di Mister e squadra si è squagliata, inanellando tre partite che hanno avuto come comune denominatore l’incapacità di mantenere la concentrazione per 90°: da suicidio la ripresa con i blucerchiati, da psicanalisi il primo tempo col Crotone, da manicomio giudiziario l’ultimo quarto d’ora nel Derby.

Tornando per un attimo all’analisi della partita, ecco a mio parere la gravità dell’aver rinunciato a Joao Mario: non perchè sia un fuoriclasse, ma in quanto uno dei pochi a rimanere freddo e concentrato sempre o quasi. L’altro è Icardi, implacabile se gli arriva un pallone giocabile, bravo a prender falli e far salire la squadra, migliorato assai nel fornire assist ai compagni ma non ancora trascinatore alla Ibra; inutile aspettarlo, non lo sarà mai, ma per lo meno non è tra quelli che nelle difficoltà si tira indietro. Tutti gli altri sì, e il risultato si è visto.

La cosa che mi fa più incazzare? Non l’ennesimo anno senza Champions (quello fuor di favoletta era chiaro fin dalle partite con De Boer), nè il rischio assai concreto di ciccare pure l’Europa League. Piuttosto, il fatto che, salutato Pioli, non avremo il conducator che ci possa trascinare rapidamente fuori dalla melma. Accettare una panchina come la nostra da parte di un Conte, un Simeone, un Klopp o un Mourinho mi farebbe dubitare e molto delle loro capacità mentali. Ovvio che sarei disposto all’ennesimo cambio di allenatore per uno di questi quattro top, ma semplicemente non accadrà.

Ecco quindi che saremo, per l’ennesima volta, davanti all’ineluttabile necessità di dover cambiare allenatore per rimpiazzarlo con un’altra mezza figura: o c’è qualcuno che crede davvero che Spalletti o Jardim (chi??) potrebbero svoltare la nostra storia?

Infine, il beffardo ed epidermico fastidio di aver perso tutto il vantaggio temporale teoricamente guadagnato sui cugini. Questi hanno aspettato Godot per due anni, di fatto bucando le ultime sessioni di mercato ed avendo una rosa oggettivamente nemmeno paragonabile alla nostra. Eppure eccoli, due punti avanti a noi, con un calendario assai più agevole, con il solito culo e col vento in poppa che a ciò consegue.

Avevamo tutto il tempo e tutta la possibilità di stargli a 10 punti di distanza e sputargli in testa; ci ritroviamo nella situazione -squisitamente nerazzurra- di rimpiangere le occasioni perdute e di annaspare per stare a galla.

LE ALTRE

La Lazio viene bloccata sul pari dal Genoa, così come la Roma con l’Atalanta. Questo vuol dire che tutto resta come prima, ma con una partita in meno da giocare. Delle sei rimaste, noi ne avremo tre contro Fiorentina, Napoli e Lazio.

S’adda ride… (cit.)

E’ COMPLOTTO

Quando una squadra è così cogliona da farsi rimontare come i nostri, c’è poco di cui lamentarsi al di fuori del nostro orticello marrone.

Certo, il peso specifico della nostra maglia si palesa nella più che educata protesta di Icardi a fine primo tempo che- da capitano e quindi con tutti i diritti di interloquire con l’arbitro- chiedeva conto di un mancato giallo a Romagnoli, alla quale protesta l’arbitro rispondeva con un tono a metà tra la mamma nevrotica e incazzata e la velata minaccia del bullo di periferia (conto fino a cinque…).

Inevitabile, visto il clima, che il nostro faccia battere il calcio d’angolo a recupero concluso da 20 secondi. Possiamo fare il processo alle intenzioni e scommettere cifre a sei zeri che a maglie opposte si sarebbe andati tutti a casa spaccando il minuto, ma è una consolazione da poco.

Non fa notizia nemmeno la coerenza del Geometra che dapprima dichiara ai quattro venti che “per rispetto della nuova dirigenza” non si sarebbe fatto vedere a San Siro per un po’ di tempo, e poi assicura la sua presenza sugli spalti già per la prossima partita interna di quelli che resteranno sempre i suoi ragazzi.

Sintomatico poi il tempismo di Fabrizio Bocca su Repubblica, che nota come nonostante l’orario anomalo e le dirigenze dagli occhi a mandorla, il Derby sia comunque stato avvincente e seguitissimo, concludendo poi che lo spettacolo viene fatto dai calciatori, e che di dirigenze e proprietà alla fine chissefrega.

Quindi, finchè c’è il cicciobello con gli occhi a mandorla o finché si grida FozzaInda, tutti a ridere e darsi di gomito, o in alternativa a gridare allo scandalo. Non appena l’altra sponda del Naviglio accoglie i suoi salvatori della patria ancorchè forestieri (con solo due anni di ritardo e un certo numero di situazioni che vanno dalla figura di merda al rientro di capitali dall’estero), allora tutto va bene e l’importante è che ci sia il giUoco.

Del resto, la tiritera del closing durata mesi e mesi ha dato nello stesso periodo a Zio Silvio e Zio Fester -come se ne avessero bisogno!- un paio di giri gratis sulla giostra della retorica e dell’amarcord, con scribacchini pronti a riproporre gallery fotografiche di vecchi successi e agiografie trite e ritrite che mi guardo bene dal linkare, avendo dovuto esibirmi in uno slalom telematico degno di Pirmin Zurbriggen per poterlo evitare.

Poi, per chi ha ancora l’insano vezzo di voler pensare con la propria testa e documentarsi da solo, c’è questo.

Ma non ditelo a nessuno, chè il nostro piangere fa male al re.

WEST HAM

Insipido pareggio in casa del Sunderland ultimo in classifica, con ennesimo gol subito al 90° (tanto per rimanere in tema…) da Borini, uno che il primo gol in Serie A l’ha fatto -guarda caso- proprio contro di noi.

Tutto torna.

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Qui ognuno la vede come vuole. Io ci vedo un Capitano che soffre per la propria squadra, in culo a quelli che “è un mercenario, non gliene frega niente, è indegno”.