PRIMO QUADRIMESTRE

In leggero anticipo rispetto a quelli scolastici -ai miei tempi la scadenza era a fine gennaio, ora non so…- arriva la fine del primo quadrimestre calcistico.

Analizziamo criticamente (cit. ma la potete cogliere solo se allo Zucchi eravate nella sezione B negli anni 80/90):

I NOSTRI

Sono stati bravi se non bravissimi. Come già detto ultimamente, girare a oltre 45 punti (speravo 48, sono 46 e vista l’Atalanta di sabato va già bene così) è un risultato che va aldilà di ogni più rosea aspettativa.

Non rinnego quanto scritto solo pochi giorni fa, e cioè che questo popò di punti è stato conquistato con Sensi e Barella a meno di mezzo servizio, ma a questo aggiungo un altro pezzo di riflessione, che è poi un confronto con chi ci sta vicino.

Da una parte la Lazio, che ha il grandissimo merito di aver vinto le ultime 10 partite di campionato e che, come dire, più di così non può fare. Tanti i punti conquistati con tenacia e un po’ di culo nei minuti finali, e la sensazione che tutto le stia girando (troppo?) bene. Niente più di una civile gufata.

Dall’altra parte, è vero che la Juve ha solo due punti più di noi, ma il “delta” tra il potenziale e quanto fatto vedere è assai ampio. In altri termini: finora ha avuto ragione Chiellini quando ad inizio anno diceva “La Juve di Sarri la vedremo dal 2020“. È questo che mi preoccupa maggiormente: quando anche i vari Rabiot, Ramsey e Douglas Costa avranno terminato i rispettivi rodaggi, quando la difesa avrà digerito l’ingresso di De Ligt senza concedere troppo, ecco che -tecnicamente parlando- saranno cazzi. Là davanti bastano due tra CR7, Dybala e Higuain per assicurare gol e vittorie in quantità, ma lo spazio per crescere in casa bianconera è senz’altro maggiore se paragonato a quello in casa laziale e in casa Inter.

Torna quindi di prepotenza l’argomento mercato. Della mia triade auspicata, il borsino mi vede in vantaggio su uno solo dei nomi (Eriksen pare, se non vicino, quantomeno più fattibile rispetto a Vidal). Young e Giroud sembrano ancor più imminenti per quanto a me non graditissimi.

Commento tecnico: boh…

Resta l’assoluta necessità di allargare la rosa, come fatto presente da Conte che, furbo e lamentino quanto basta, non si è lasciato scappare l’occasione di far vedere a tutti quanto l’Atalanta abbia costretto i nostri a ripiegare nel secondo tempo stante la carenza di alternative credibili.

Onestamente, e per una volta aldilà della ancestrale antipatia, non capisco l’interesse per Kessie del Milan: un suo arrivo in uno scambio alla pari con Politano sarebbe ininfluente da un punto di vista qualitativo (non compri un titolare, solo un’alternativa a Vecino e/o Gagliardini); qualora invece dovesse arrivare proprio in virtù della partenza di uno dei due centrocampisti appena citati, da ininfluente lo scambio sarebbe peggiorativo: Kessie è a mio parere nettamente inferiore a Vecino, mentre pur essendo più mobile e potente di Gagliardini, è assai meno evoluto tatticamente e di difficile gestione a livello caratteriale.

Al di là di tutto, darebbe un segnale di tirare i remi in barca, sulla falsariga di Darmian al posto di Marcos Alonso.

VAR

Ne scrivo volutamente dopo il primo episodio stagionale che ci ha visti increduli beneficiari di errore. È ormai opinione comune che quello di Lautaro fosse fallo da rigore, e tutte le supercazzole sulla spinta di Zapata siano irrilevanti. Per i più curiosi e pruriginosi analisti (quorum ego, chè mi fingo osservatore distaccato ma ho passato ore a zappare su siti di moviolisti e televisioni locali per sentire tutto il sentibile), il colombiano spinge un compagno -Toloi- che a sua volta tampona il nostro, che una volta a terra cianghetta l’avversario con la mano.

Per una volta mi freno e faccio solo cenno al fallo inesistente fischiato allo stesso Martinez lanciato a rete solo contro il diretto avversario (ancora Toloi), che cadendo all’indietro colpisce il pallone con la mano, ricevendo in regalo da Rocchi una punizione a favore tanto salvifica quanto inesistente. Comprensibile che la portata mediatica di questo errore sia nulla e sparisca rispetto all’altro episodio. Figuriamoci se poi chi ne avrebbe beneficiato è l’Inter…

Due cose da aggiungere a commento, entrambe votate alla chiarezza, tanto per non trovaraci come i protagonisti di Amici di Maria de Filippi e l’ineffabile Chicco Sfondrini che, nelle prime edizioni del programma, ad ogni settimana annunciava novità di regolamento ignote fino a quel punto.

La prima cosa: auspico che al più presto l’arbitro, finito il confronto con il VAR, spieghi a tutti e a chiare lettere cosa è stato giudicato. Il mio sogno è che l’audio dei colloqui sia udibile tanto allo stadio quanto in TV, o quantomeno a un addetto per squadra (facciamoli lavorare questi team manager…).

Abbiamo passato un giorno e mezzo a elucubrare su cosa il VAR avesse visto e giudicato, e cioè se avesse valutato solo la corretta uscita di Handanovic non ravvisandovi nulla di irregolare, ma perdendosi il fulcro del problema e cioè il fallo di Martinez, oppure se avesse effettivamente visto la mano galeotta del Toro ma anche la precedente spinta di Zapata che sostanzialmente andava ad annullare l’eventuale rigore per l’Atalanta.

Mi è persino toccato di dar ragione a Mauro Suma, ci rendiamo conto? (andate al min. 7.30, così non vi faccio perdere troppo tempo)

Oggi Rizzoli ci dice che il VAR ha sbagliato e che quindi -se ben capisco- si sono limitati a rivedere l’uscita del portiere. Male, molto male: che cacchio ci state a fare lì?

Ma ipotizziamo per un momento, come puro esecizio di stile, di trovarci nell’altra ipotesi. A quel punto il VAR fin dove può spingersi? Deve fermarsi al fallo di Martinez o deve giudicare anche che cosa lo causa, e cioè la spinta di Zapata? E se deve giudicarla, è considerata punibile la spinta di un giocatore ai danni di un suo compagno, se l’effetto ultimo è quello di danneggiare un avversario?

L’ambito di applicazione del VAR, teoricamente molto chiaro e limitato, è invece spesso tema di discussioni. Molto più del “il VAR ha sbagliato“, le polemiche ora sono sul “perchè non è nemmeno andato a rivederlo?“.

Il mio sogno di illuminista ci porta alla seconda cosa e tutto sommato al prossimo step che mi aspetto: che ad ogni squadra venga dato un paio di “jolly” da giocarsi in partita, in modo che casi simili, se anche valutati con un silent check, debbano comunque essere rivisti dall’arbitro tramite on field revue.

Il mio sogno è corredato da un’importante precisazione, tanto per non fare di questo strumento un mezzo opportunistico quando non ostruzionistico. Non dovrebbe cioè bastare dire “oh, vai a vedere perchè sul calcio d’angolo c’è rigore per noi“, ma -per stare all’esempio di queste righe- “guarda che qualcuno sgambetta Toloi mentre sta per tirare“.

Aldilà della canea di catastrofisti, restauratori e amanti della zona grigia che vorrebbero un ritorno ai bei tempi andati di arbitro che interpreta le regole secondo la propria sensibilità, il VAR ha cambiato, in meglio e spero per sempre, il gioco del calcio. Siamo chiaramente ancora a metà del guado, e sono proprio gli errori a far capire quali siano le zone che restano ancora scoperte. In altre parole: per rimediare alle falle del regolamento non ci vuole meno VAR ma più VAR! Più chiarezza nelle regole, più diritti alle squadre, intesi sia come possibilità di chiederne l’utilizzo motu proprio, sia come legittima pretesa di sapere in diretta e in modo chiaro che cosa è stato valutato e deciso.

Gli arbitri, aldilà di ogni implicazione di buona o malafede, sono sempre stati gelosissimi del loro potere. Aldilà della bella faccia messa su negli ultimi anni, sono stati gli ultimi a volere un ausilio che ne limitasse il potere discrezionale in campo. Ancora oggi, sono l’unica componente del calcio a non parlare mai se non in casi sporadici e sempre a posteriori, per spiegare il perchè proprio quando la portata della decisione è tale da non poter tacere.

Nel football americano, così come nel Rugby, gli arbitri sono microfonati e si sente tutto quello che dicono.

È utopia?

Il fallo di Lautaro su Toloi.

BENVENUTO MISTER

E finalmente, dopo qualche mese, anche Conte ha capito cosa voglia dire essere l’allenatore dell’Inter.

Non vinci? Sei un incapace, e ancor di più la Società che ti ha scelto.

Vinci? sì ma sfruttando cinicamente gli errori degli avversari e speculando sul contropiede.

Per fortuna, il Mister Agghiaggiande non le manda a dire e, dopo aver risposto per le rime a Zazzaroni ed altri nelle scorse settimane, l’altra sera ha riservato lo stesso trattamento a Fabio&Fabio (Caressa e Capello).

Capello ha testualmente detto che l’Inter gioca con la difesa bassa e sfruttando in contropiede gli uno-contro-uno concessi dalle difese avversarie.

Quando Conte ha replicato stizzito, ecco che i due in studio hanno messo una toppa che era peggio del buco, affrettandosi a dire al Mister “no no, non hai sentito tutto il discorso” e aggiungendo di aver fatto riferimento anche al pressing alto che consentiva all’Inter di recuperare palla vicino all’area avversaria. Balle, questo l’ha detto solo Conte, e a ben vedere è l’esatto contrario di quanto sostenuto da Capello (altro che “sto dicendo le stesse cose che dici tu”).

Per essere ancora più chiari: difendi basso? Non fai pressing nella metacampo avversaria ma aspetti sulla tua trequarti, una volta che hai la palla lanci lungo sul centravanti e speri che la butti dentro.

Fai pressing alto? I tuoi centrocampisti vanno alla caccia del pallone fino alla trequarti avversaria, cercando di costringere gli altri all’errore, in modo da recuperare la bocca a trenta metri dalla porta, non a ottanta. In questo caso, peraltro, si inserisce in maniera coerente la critica avanzata da Bergomi e Costacurta, che hanno chiesto a Conte se potessero esserci margini di miglioramento in un paio di transizioni del Napoli che per poco non hanno causato problemi all’Inter. Ecco, Conte in quello è stato chiaro: pressando alti, il rischio che si corre è quello. Se l’avversario riesce a superare la prima linea, ecco che alle spalle c’è un sacco di campo che resta sguarnito, mettendo a rischio la difesa. È il vecchio concetto della coperta corta, che alla fine è anche abbastanza facile da capire.

Ma no, si continua sul vecchio canovaccio: vinci? sì, ma sei solo un’Inter cinica che sfrutta con pochi lampi le prodezze dei suoi campioni.

Ci si mette ancora una volta il Corriere dello Sport a fare la finta vergine, portando l’ipocrisia a nuovi livelli di sofisticazione.

Un pezzo del genere trasuda tutta la malafede di chi lo scrive. Perchè è noto a tutti che la critica è pressocchè unanime nel condannare chiunque giochi in contropiede e osi ritornare al mittente le proposte di bel giUoco e mille passaggetti a tre all’ora. Ma quando, guarda caso, tali critiche sono rivolte all’Inter sotto forma di falso complimento -oltretutto prendendo una cantonata proprio nel merito tecnico della questione- ecco che ci si meraviglia del perchè ci si debba vergognare di un sistema di gioco che tanto ha fatto vincere al calcio italiano.

In altre parole, Conte non si incazza per l’accusa di essere un contropiedista. Si incazza perchè così dicendo si sceglie di ignorare il modo in cui fa giocare la squdra, limitandosi a vedere una parte del quadro e pigliando una cantonata che non fa onore al passato dell’allenatore Capello.

Furbo Zazzaroni a chiamare i mostri sacri a difendere quella che -ribadisco- è una posa posticcia. Che l’immenso Gianni Mura “parteggi” per un calcio essenziale e senza troppi ghirigori è noto, oltre che da me condiviso. Che proprio lui si presti a dar manforte a questa manovra di dissimulazione mi lascia un po’ così, allo stesso modo della sua critica al VAR ed all’eccessivo uso della tecnologia nel calcio.

Ma lui è Gianni Mura e può dire quel che vuole.

Gli altri pure, anche se hanno una credibilità ed un’onestà intellettuale nemmeno paragonabile.

Ad ogni modo, caro Conte, ora hai finalmente capito di cosa noi interisti ci lamentiamo da anni. Ci dai una mano tu a iniziare a rispondere come si deve?

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PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO

I nostri stanno andando benone, direi aldilà di ogni più rosea aspettativa. Indipendentemente da come andrà con l’Atalanta sabato sera, 45 punti in un girone danno una proiezione di 90 a fine anno, quota alla quale di norma si vincono scudetti.

È vero che già in anni passati a quest’epoca eravamo in vetta alla classifica, ma onestà impone di dire che il “come” faccia una certa differenza. Dalla pioggia di pur gustosissimmi 1-0 (vendemmia Mancini 2015/2016), all’insostsenibile velocità del primo Spalletti -poi infatti schiantatosi nel solito Gennaio marroncino- arriviamo a Conte, che ha portato la truppa in vetta spremendo il massimo da tanti dei suoi (Lu-La in primis) ma anche dovendo fare a meno dei due pezzi forti del centrocampo. Tre mesi senza Sensinho, due senza Barella, con l’aggravante di dover abusare dei piedi non raffinatissimi di Gagliardini e della limitata tenuta atletica di Borja Valero.

Eppure, si diceva, siamo lì.

Tutto ciò considerato, ed aggiugendo che da Febbraio i nostri avranno anche l’impegno di Europa League che tante energie ciuccia ad ogni squadra, non intervenire con due o tre innesti di valore sarebbe deleterio.

I tre ruoli sono noti: esterno sinistro, centrocampista, punta da panchina. In ordine di importanza, per me i tre nomi sono: Marcos Alonso, Eriksen, Llorente, e spiego il perchè:

Marcos Alonso Risposta semplice e solo apparentemente banale: perchè è un terzino sinistro. Non è “un laterale che può adattarsi anche a…” non è “un jolly difensivo che può venir buono anche per…“. No. È uno che fa quello di mestiere, che lo fa bene, che Conte ha già avuto e che, ultimo dato non trascurabile, batte bene le punizioni col mancino.

Ineluttabile assioma nerazzurro degli ultimi lustri, quel ruolo è il nostro punto debole anche quest’anno, vista l’inaffidabilità fisica di Asamoah e la stiracchiata sufficienza (ma nulla più) di Biraghi. Mi auguro a riguardo che il giovane Di Marco, sistematicamente ignorato dal Mister finora, venga quantomeno tenuto fuori dal mercato finantochè non sarà arrivato il rinforzo, chè se adesso viene un coccolone all’uomo dai parastinchi discutibili, tocca dirottare D’Ambrosio o -peggio- Candreva.

Le alternative allo spagnolo non mi convincono: Darmian è uno che fa benino un po’ di cose, ma arriverebbe come un D’Ambrosio-bis. Per carità, giocatori preziosi per ogni allenatore, ma qui stiamo parlando di un titolare da inserire, non di un rincalzo buono come alternativa. Serve insomma più classe.

Ashley Young (di nome ma non di fatto, visto che ha 34 anni) è il classico adattato. Se sei terzino sinistro e sei destro di piede, o ti chiami Paolo Maldini o abbiamo un problema. In questo lo Zio Bergomi mi ha preceduto nel commento che avrei fatto se solo qualcuno me l’avesse chiesto.

Eriksen Qui ammetto di ragionare -anche- da tifoso, perchè per alcuni versi Vidal sarebbe un acquisto più pronto e funzionale al gioco di Conte, ma andrebbe ad intasare la già troppo nutrita colonia di ex-juventini, dando ulteriore fiato alle trombe dell’ “adesso sì che l’Inter è cambiata, non è più una squadra di matti, meno male che sono arrivati gli juventini“.

Ciò detto, Eriksen ha cinque anni in meno di Vidal e soprattutto sembra poter dare qualcosa a questo sport per un lasso di tempo maggiore rispetto al cileno.

Detto che nel ruolo il mio sogno bagnato resta il laziale Milinkovic-Savic, per il quale ci sarebbe da sborsare una cifra vertiginosa, la ventina di milioni di cui si parla in queste settimane io la farei viaggiare spedita in direzione Tottenham e non Barcellona.

Llorente La punta dovrebbe sostanzialmente essere un cambio per Lukaku, quindi lo spagnolo dagli occhi di ghiaccio sarebbe perfetto. Anche lui è già stato agli ordini di Conte, il che dovrebbe facilitarne l’ambientamento. Facendo attualmente panchina a Napoli, non credo avrebbe problemi a farla a Milano. Lo preferisco all’altro nome che circola in questi giorni, e cioè Giroud, per più di un motivo.

Anzitutto, Giroud è il classico attaccante di manovra, che gioca al servizio della squadra, ma che storicamente segna poco: non è un caso che sia diventato campione del mondo con la Francia senza aver segnato nemmeno un gol a Russia 2018. Immaginando l’impiego di questo tipo di punta nelle classiche partitacce che non si sbloccano, preferirei giocarmi il jolly buttando in campo lo spagnolo, pressocchè imbattibile nel gioco aereo ed opportunista quanto basta per piazzare il piedone al momento giusto.

Inoltre, se già è difficile che il Chelsea ceda su Marcos Alonso, è ancor meno probabile che accetti di far partire due suoi giocatori (anche Giroud gioca lì) che, oltretutto, andrebbero a far comodo a Conte, beneficiario di una cospicua buonauscita dopo la parentesi alla corte di Abramovich e senz’altro non molto ben visto da quelle parti. In altre parole: l’ultima cosa che il Chelsea vorrà è fare un favore al Mister che si è appena intascato una decina di milioni di indennizzo.

CHE NE SAR­À DI NOI

Conscio della mia fissazione con il ruolo di terzino sinistro, a mio parere il peso specifico dell’Inter dipenderà dal titolare in quella posizione a fine mercato di riparazione.

Arriva Marcos Alonso? Possiamo giocarcela per lo Scudetto. Arriva Darmian? Ci accomodiamo per il secondo/terzo posto.

È semplicistico, ma la penso così. Avere lo spagnolo tra i titolari fa crescere il valore complessivo della squadra più di avere il Vidal di turno (che giocherebbe al posto di uno tra Brozo, Sensi o Barella).

Voglio dire: a metacampo ne esce uno bravo, ne entra uno bravo, che sia Vidal o Eriksen.

A sinistra, ne esce uno medio (se non mediocre) e ne entra uno bravo.La differenza sta tutta lì.

IZ BACK

Ho smargheritato tanto, cercando di capire se augurarmi il ritorno di Ibra al Milan oppure no, e mi scopro sorprendentemente ad esserne contento.

Non mi rimangio quel che ho detto e scritto: i peana del figliol prodigo che torna là dove si era trovato così bene sono già iniziati, con tanto di dirette dall’aeroporto e endoscopie su come saluta i compagni. Gol come visto, ancora niente (anche se contro la Rhodense ha fatto i numeri!).

Zlatan però farà bene alla Serie A e anche al Milan. Già nella mezzoretta giocata contro la Samp ha fatto vedere di essere il migliore dei rossoneri pur giocando praticamente da fermo. A questi livelli, e con questo livello di concorrenza interna, gli basterà qualche allenamento per elevarsi dalla mediocrità diffusa. Arrivo a dire che, in ottica stadio, a noi conviene che il Milan faccia schifo ma non troppo. Mi diverto come un riccio a vedere la classifica e trovarli saldamente nella colonna di destra, ma pensare ad una partnership con una squadra di centroclassifica per costruire lo stadio del futuro non è il massimo della vita: e visto che i problemi del Milan non finiranno certo con questa stagione, occorre ricordare l’epilogo dell’altro stadio europeo che era stato inizialmente costruito da due squadre della stessa città: l’Allianz Arena di Monaco.

Per carità, non mi farebbe schifo far pagare metà del nuovo stadio al Milan per poi vederli migrare altrove (al Brianteo?), ma è una favola troppo bella perchè possa diventare realtà.

Tornando a Ibra, mi scopro un romanticone dal cuore d’oro: se già non l’avevo fischiato al Derby 2010-2011 quando atterrò Materzazzi con una mossa da arti marziali, a maggior ragione lo accolgo col sorriso adesso: la maniera che ha di ghignare dopo aver fatto la sparata da gradasso me l’ha sempre reso simpatico a pelle, pur essendo probabilmente il più abile mercenario e trasformista del calcio moderno.

Quindi, nonostante tutto, bentornato Zlatanasso!

DI OPPORTUNITA’ E OPPORTUNISMO

Ecco i miei due centesimi sul pasticciaccio brutto de Ivan Zazzaroni.

Partirò da lontano e lambendo i confini del semplicistico luogo comune, per una volta non “maledetto”: quel che manca più di tutto il resto nel nostro Paese è il senso dell’opportunità.

Come dicevo l’altra sera nella bella serata con gli amici intervenuti alla presentazione del libro, il razzismo ai giorni nostri non lo si trova tanto nei deliri suprematisti fatti e finiti, riassumibili nell’abominio “tu ci hai la pelle nera e quindi sei inferiore“. Certo, gli infami e i trogloditi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ma ragionando a grandi numeri non è questo il tema di giornata.

Quello che l’Italia sta affrontando solo negli ultimi anni è invece una quotidiana e sempre più stretta convivenza con l’altro, in grave ma fisiologico ritardo rispetto a tutti gli altri Paesi europei.

È una convivenza che personalmente reputo sana e salvifica, ma che in ogni caso come ben sappiamo è inevitabile, ed alla quale pochi nascono preparati. Dipende da te, da come sei fatto, da dove e come sei cresciuto e da quanto sei curioso, aperto verso tutto ciò che è “altro” da te.

Francia, Inghilterra, Germania per tanti e non sempre nobili motivi, fin dal dopoguerra hanno avuto società multirazziali ed eterogenee, con annessi problemi di integrazione e convivenza tutt’altro che risolti, ma forse non è un caso che il titolo di ieri abbia sollevato incredulità prima ancora che critiche presso i media stranieri.

Il punto sta proprio qui: l’intento del Corriere dello Sport era discriminatorio? No, non credo proprio. Anzi: l’obiettivo principale era celebrare i due giocatori di Inter e Roma e magari fare anche bella figura mettendo in prima pagina due “diversi”. Lo stesso Zazzaroni lo spiega così, gonfiando il petto per l’ampiezza delle sue vedute: vedete come siamo stati bravi a mettere due neri in prima pagina? Se non lo capite i razzisti siete voi.

Eh certo, come no, siamo all’inversione dell’onere della prova. Faccio il paraculo e se poi non ci caschi m’incazzo. Fin troppo facile il giochino, grazie.

Il passo avanti che a mio parere va fatto è proprio questo: Lukaku e Smalling sono diversi rispetto a cosa? A noi bianchi? Quindi fatemi capire: l’uomo bianco non è più ontologicamente superiore, ma continua ad essere quello che nel mio mestiere si chiama il reference standard, l’unico metro di paragone a cui tutti debbono fare riferimento? Minchia come siamo evoluti…

Venerdì sera avevo ricordato i casi dei “buu” razzisti allo stadio, magari fatti da tifosi di squadre che a loro volta hanno calciatori di colore in rosa, come se questo di per sè escludesse ogni intento razzista. Ricordiamo le parole dell’ultrà veronese “anche noi c’abbiamo il negro in squadra e se gioca bene gli battiamo le mani“.

Nulla di più sbagliato.

Ecco, il parallelo è ardito ma secondo me ci sta: nemmeno chi fa “buu” al Lukaku o al Koulibaly di turno è per forza un suprematista bianco; lo fa proprio per “rompere i coglioni” al giocatore, offenderlo e magari fargli perdere la testa (vedi proprio Koulibaly l’anno scorso in Napoli Inter, espulso per aver polemicamente applaudito l’arbitro esasperato dai cori subiti per tutta la partita).

Però…

C’è un però grande come una casa. Non basta non essere razzisti “old fashion” (o fascion, perdonate il facile gioco di parole) per essere innocenti. Nel mondo di oggi è necessario non avvicinarsi nemmeno all’idea, a costo di sembrare perbenista o eccessivamente formale.

Torniamo al senso dell’opportunità: una battuta scontata come “Black Friday” può strappare un sorriso se fatta al BarSport dal pirla di turno, non se ci fai un titolo su un quotidiano sportivo nazionale. È sempre il solito discorso: non c’è una legge che vieti espressamente di mettersi le dita nel naso (o fare le corna nelle foto istituzionali), semplicemente ci arrivi da solo ed eviti di farlo. Il fatto che Zazzaroni (o chi per lui) non ci arrivi, e anzi si incazzi risentito accusando di razzismo al contrario chi l’ha criticato, è l’ennesima conferma di quanto poco sia compreso il tema in Italia.

Gli ultimissimi esempi arrivano dal calcio femminile: la juventina Aluko, inglese di origini giamaicane, ha concluso la sua esperienza nella Juve, dice di essersi trovata benissimo nel Club, ma non altrettanto bene in città. Scrive testualmente che Torino (non il paesino sperduto nel fondovalle lucano) “sembra essere decenni indietro sul tema integrazione“, aggiungendo di essere “stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi qualcosa“.

Utilizzando il tipico understatement inglese – da me apprezzatissimo, ma so di essere di parte – Aluko aggiunge:

On the pitch, we achieved a lot of rapid success: a league title, the domestic cup and the Supercoppa. Off the pitch, I think it is fair to say things have been a little more uneven“.

Mio riassunto in italiano: “Sul campo abbiamo conquistato tanti trofei. Fuori dal campo, possiamo dire che la situazione sia stata un po’ più accidentata”.

E poco dopo torna a puntare il dito sulla scarsa consapevolezza che pervade l’ambiente del calcio (e non solo) sul tema del razzismo (il grassetto l’ho aggiuto io):

“… there is an issue in Italy and in Italian football and it is the response to it that really worries me, from owners and fans in the men’s game who seem to see it as a part of fan culture”.

Mio riassunto in italiano, grassetto compreso: “C’è un tema in Italia e nel calcio italiano, ed è la reazione a questo tema che mi preoccupa di più, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono solo come parte della cultura dei tifosi”.

Nelle sere successive a questo fatto ho visto una interessante trasmissione su Sky in cui Fabio Tavelli, Flavio Tranquillo, Paolo Condò e Carolina Morace (insieme ad un’altra avvocata giuslavorista di cui non ricordo il nome) parlavano di calcio femminile in generale, e di questo episodio in particolare. È stata la stessa Morace a dire “signori, qui pensiamo di essere il centro del mondo, ma rispetto agli altri Paesi siamo indietro e di molto“. E si riferiva tanto alla condizione del calcio femminile, quanto alla consapevolezza sul problema razzismo.

In altre parole: troppo spesso in Italia si fa ancora il gioco dell’ “Io non sono razzista, ma…“. Quel “ma” fa tana-libera-tutti e si può continuare ad ignorare il problema fino alla prossima volta.

Concludo con un aneddoto personale. Quand’ero ragazzino ricordo che stavo vedendo un incontro di boxe tra un pugile di colore (che chiameremo Jones) ed uno bianco (che chiameremo Smith), e la sovraimpressione alla tele che doveva far capire “chi fosse chi” recitava:

Jones: blue trunks / Smith: red trunks“. (Per chi non lo sapesse, i “trunks” sono i calzoncini).

Ricordo le risate degli adulti che erano con me: “ma come? uno è bianco e uno è nero… più diversi di così! Che bisogno c’è di differenziarli dal colore delle braghe?

Ecco, aldilà delle battute (sacrosante se fatte tra amici) per me invece è giusto, educato, civile, moderno, intelligente, sensibile e in ultima istanza corretto non discriminare rispetto al colore della pelle. Mai. Anche quando la buona fede è assodata. Anche quando non si vuole minimamente offendere.

C’è uno sketch che gira in Inghilterra sulla BBC (qui il link che trovate sul Tubo): lì come detto si sollazzano sul tema da qualche decennio e sono finalmente arrivati a poterci scherzare, proprio perchè sanno quanto il problema sia delicato e quanto labile sia il confine tra la genuina curiosità del where are you from? e la sgradevole inopportunità del where are you really from? (visto che l’understatement lo so usare pure io?)

Da noi Beppe Grillo quando faceva il comico di mestiere diceva “potremo finalmente dirci un Paese normale quando daremo del “testadic**zo” a un nero non perchè è nero, ma perchè è davvero una testa di c***zo“.

Non potrei essere più d’accordo, ma di strada da fare ce n’è ancora tanta.

Direi tutta. Dire che dobbiamo ancora partire. Direi che è ora.

CHE BEL BAMBINO! COME SI CHIAMA? COMPLOTTO.

Non dite che non ve l’avevo detto…

Le cose cambiano, il vento della novità, Eraclito e il panta rei… tutte ‘ste robe qua insomma.

Morale: è nato il libro!

Sul contenuto non mi pronuncio, eventualmente sarete voi a farlo. Anticipo solo che non è una raccolta dei pezzi pubblicati sul blog, ma un qualcosa che parte da lì e segue una sua strada, sufficientemente tortuosa come i neuroni di chi scrive, ma illuminata dalla luce della ragione.

Il tutto a partire dal titolo: ” È Complotto” e dal sottotitolo “Considerazioni di uno psicolabile interista“.

Da bravo esordiente devo essermi perso un paio di tutorial sul “come fare ad autopubblicare un libro”. Vedo che di solito si parte dall’ebook, che si cerca di promuovere in giro tirando insieme quattro baiocchi (i fighi dicono “facendo crowdfunding”) per poi finanziarsi la stampa di qualche copia cartacea.

Da fiero oppositore del pensiero unico, ho ignorato la procedura e son partito dalla fine, cacciando il grano per far stampare un centinaio di copie. Sono attualmente in possesso di qualche decina di esemplari -al netto di quelli già distribuiti ai primi fortunati lettori- che provvederò a far avere a chi dovesse farne richiesta fino ad esaurimento scorte.

Parallelamente, spremerò le meningi (mie e di qualche amico fidato…) per entrare nel meraviglioso mondo dell’e-publishing ed altre parolacce assortite, in modo da avere entro tempi ragionevoli la versione digitale da poter acquistare online.

Da lì in poi, chi vivrà vedrà.

Foto da papà orgoglioso

OTTOBRATA RANCOROSA

PUNTO TENNICO

Il momento che speravo di vedere il più tardi possibile, si è invece palesato nell’ultima settimana giocata: pur facendo due figure più che dignitose, l’Inter esce dagli incroci con Barcelona e Juventus con zero punti.

Hai voglia a smargheritare con i pronostici della vigilia chiedendoti “ma se dovessi vincerne solo una, quale preferiresti?”.

Siamo quindi alla pausa nazionali con una classifica che continua ad essere di tutto rispetto ma con morale e giunture un po’ cigolanti.

Se pensiamo alla partita con la Juve, è parsa diretta la correlazione tra uscita di Sensi e fine del gioco: troppo importante il piccoletto nel centrocampo nerazzurro. Non solo lo trovi ovunque a far la cosa giusta, ha anche il piacevole effetto collaterale di sgravare Brozovic di un po’ di lavoro. Sono in due a smazzarsi la costruzione della manovra, chè ormai tutti hanno capito che con uno schermo sul croato blocchi il grosso del traffico e riduci il possesso palla al ti-tic ti-toc tra i centrali di difesa.

Lunga vita agli adduttori di Sensi, quindi, che se non altro si risparmia la convocazione in Nazionale -che in compenso ci ha già omaggiati di una caviglia di Sanchez ed un dito di D’Ambrosio- ma che verosimilmente non vedremo alla ripresa del Campionato. Il calendario mette in programma la trasferta di Sassuolo, già indigesta ai nostri per definizione, e ancor più scomoda del solito vista la recente scomparsa del patron Squinzi.

Quale miglior occasione per i suoi giocatori di ricordare il loro presidente di note simpatie rossonere“. Già me la sento la canea mediatica…

Ecco: giocarsi quella trasferta senza (tra gli altri) il piccolo-grande ex sarà ancora più complicato, e sarà il primo vero banco di prova per gli uomini di Conte. Come ben sappiamo, già altre volte negli ultimi anni l’Inter aveva infilato una bella serie di vittorie, (Pioli e Spalletti arrivarono a sette), ma ai primi tentennamenti il castello di carte era crollato facendoci ricominiciare ogni volta dalle fondamenta o quasi.

Di più: ad ogni filotto di risultati nel passato si era puntualmente alzata la gufata massima “quel che è evidente è che l’Inter di (…inserire nome del Mister di turno) non ha più le amnesie di una volta e non ci saranno più blocchi mentali e montagne russe”.

E’ quel che dicono anche adesso e, se fossi un osservatore esterno, potrei anche essere d’accordo. Conosco però troppo bene le strisce nerazzurre per dormire sonni tranquilli, e vedo quindi nella ripresa post-Nazionali un ciclo di paratite solo apparentemente morbido.

Il tour emiliano (Sassuolo, Parma, Bologna), con incursioni sul Garda (Brescia, Verona) pare fatto apposta per fare filotto pieno e mantenersi ai piani altissimi della classifica. Vuole però anche dire zero margine di errore e tutto da perdere: basta un pari e torniamo alla solita Inter che butta tutto alle ortiche. Senza contare che in questo bel giretto autunnale c’è anche -se non soprattutto- il doppio incrocio col Borussia per giocarci le poche chances rimaste in Champions.

Andonio e il Gatto Pancrazio che si porta in testa non avranno bisogno di suggerimenti, ma quel che direi io ai ragazzi è “calma: non abbiamo fatto un cazzo. Anzi… testa bassa e pedalare“.

PUNTO COMPLOTTO

Ci sono alcune cose che non cambiano mai, ed altre invece che sono nuove ma che vanno nella stessa direzione. Cerco di spiegarmi partendo dalle certezze granitiche.

Zlatan Ibrahimovic ha giocato due stagioni con la Juve, tre con l’Inter e due col Milan. Questo vuol dire che, volendolo proprio tirare per la giacchetta, il Club italiano in cui è stato per più tempo è stata l’Inter.

Ciononostante, il suo triennio nerazzurro è costantemente lasciato in disparte, quando non ignorato in toto, ogniqualvolta i giornali parlano di lui. Foto di archivio in maglia gobba o rossonera, dichiarazioni relative al calcio italiano sempre rivolte alle altre due strisciate, condite da amarcord all’insegna di “quanto stava bene Ibra alla Juve e al Milan”.

L’ultima conferma in questo senso si è avuta nell’intervista rilasciata a margine dell’inaugurazione della statua a lui dedicata a Rosengard, in Svezia. Queste le sue parole:

Se posso venire in Italia non vedo il problema, faccio meglio di quanto facciano quelli che ci sono ora. Secondo me la Juventus sta facendo grandi cose, è il simbolo del calcio italiano per la squadra e i calciatori che hanno. Anche l’Inter sta facendo grandi cose con un grande allenatore, stanno spingendo molto. Le altre squadre stanno provando qualcosa ma non sono ancora a livello della Juve e più staccata c’è l’Inter secondo me. Mi dispiace tanto per il Milan, per me deve essere un top club per risultati e per investimenti, con i migliori giocatori del mondo. Ma al momento non è così.

Il grassetto l’ho aggiunto io di bellezza. Questo invece il modo in cui sono state riassunte sui giornali italiani:

Onore alla Juve, carezze malinconiche all’amatissimo Milan. Fine delle trasmissioni. Chi l’avrebbe mai detto? Del resto, la damnatio memoriae del periodo nerazzurro non è certo una novità: tra i millemila esempi, ecco come veniva descritto Zlatanasso in estate dall’ineffabile redazione sportiva di Repubblica:

Passiamo invece alle novità: la stampa plaude agli acquisti nerazzurri e riconosce il valore di alcuni di loro: nello specifico parliamo di Lautaro, Sensi, Barella e Bastoni.

Bene, direte voi, vedi che fanno complimenti anche all’Inter? Vedi che sei paranoico? Sì, certo, aspettate un attimo.

Di Sensi si riesce a dire testualmente che il suo rendimento altissimo per l’Inter è un limite. Non basta: altrove si parla dell’ottima accoppiata Sensi-Barella, aggiungendo prontamente che però mancano le alternative.

Ancor più interessante la disamina sul giovane difensore Bastoni: tutti entusiasti per l’esordio del ragazzo a Genova contro la Samp, ma altrettanto pronti a spegnere facili entusiasmi: occhio che col ragazzino che vien su bene, potrebbe anche partire Skriniar!

Concetto simile per il Toro Martinez: bravo, bene, tutto quel che volete… Certo che adesso la clausola è da ritoccare, c’è pur sempre il Barcellona che lo corteggia.

Concludendo: la novità è che si parla bene di molti giocatori interisti (a mio parere è un modo indiretto per fare i complimenti a Conte, ma ammetto che il mio è un processo alle intenzioni). La conferma è che il mercato è quella cosa che per ogni altra squadra rappresenta un’opportunità, e per l’Inter sempre e solo una minaccia.

PUNTO ORGOGLIONE

E’ di qualche giorno fa la notizia che l’Uefa ha premiato l’Inter quale miglior settor giovanile europeo. Mi piace anche in questo caso riportare il testo ufficiale perchè dice molto, soprattutto a chi vuol sentire:

“La Commissione Esecutiva della Uefa ha scelto di premiare FC Internazionale Milano per la categoria ‘Miglior Club Professionista’. Questo premio viene assegnato alle società che, oltre alla propria attività professionistica, si impegnano in un’agenda ricca di specifiche iniziative sociali a dimostrazione dell’impegno del club per le comunità locali e l’attività di base. La Commissione Esecutiva ha ritenuto che l’Inter meritasse di vincere questo premio.”

Questo in risposta ai tanti Arrighi Sacchi che hanno sempre sputato veleno su un Settore capace nell’ultima quindicina di anni di vincere campionati in quantità, di far esordire tanti giocatori nella massima Serie, e soprattutto di accompagnarne la crescita sportiva a quella umana, culturale e professionale (anche qui, tra i tanti esempi, prendo quello del giovane Natalino).

Tanto per essere chiari, e tornando alla motivazione: quelle poche righe dovrebbero tappar la bocca e far arrossire tanto i critici del “cosa conta vincere il Campionato Allievi, è più importante preparare questi ragazzi allo sport e alla vita in generale” quanto i cinici del “Bella la manfrina di Inter Campus e Inter Academy, ma l’Inter è una squadra di calcio e di tanti ragazzi non ce n’è uno che poi arriva ad alti livelli”.

Come contrappunto di puro dispetto ricordo ai più distratti che i nostri cugini, quelli che propongono giUoco (cit.), sono attualmente nella Serie B del Campionato Primavera.

Come si dice in questi casi: me so’ sfogato.

SETTEMBRE

Tenendo fede al (dis)impegno preso nei mesi scorsi, torno dopo qualche mese a scrivere di Inter a queste latitudini informatiche, per passare in rassegna tante delle cose successe ai nostri amatissimi negli ultimi tempi.

Sì, è arrivato Conte ed è partito Icardi.

Sì, è arrivato Lukaku ed una manciata di altri giocatori.

Sì, siamo incredibilmente in testa a punteggio pieno, avendo già battuto Milan e Lazio.

Detto ciò, calma massima e niente voli pindarici.

Come e più delle altre volte in cui siamo stati in testa da soli (Mancio edizione 2015/2016, Spalletti vendemmia 2017/2018) l’obiettivo dell’Inter dev’essere duplice: da una parte, tentare di proseguire in questa striscia positiva il più possibile. Per striscia positiva non intendo necessariamente vincerle tutte, bensì vincere le partite “che si devono vincere” e non combinare minchiate tipo Slavia Praga, con un pareggio sgraffignato al 92′ che mi ha fatto esultare per lo scampato pericolo.

Quando poi dovesse davvero arrivare la sconfitta “che non ci sta”, lo scivolone inopinato, la buccia di banana che ti fa cascare culo in terra e gambe all’aria, ecco, quello sarà il vero banco di prova.

Tanto per esser chiari: i periodi natalizi degli ultimi anni sono stati la rappresentazione plastica di quanto vado dicendo. Punti persi da pirla, partite comode sulla carta e invece indigeste come la proverbiale peperonata a colazione, ed ecco lo psicodramma di durata bimestrale. Il biennio spallettiano è andato grossomodo così, ma non è stata certo una novità. Anzi, la differenza rispetto ai patatrac precedenti è stata che con Lucianino da Certaldo siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo minimo stagionale sul fischio finale (leggasi: Decèèèmpionss).

Conte sta facendo bene, trovando in Sensi un giocatore che sinceramente non mi aspettavo così forte e versatile e ricevendo buone risposte praticamente da tutti gli altri.

Mi piace soffermarmi sul piccolo centrocampista per una serie di motivi.

Anzitutto, arriva all’Inter dopo un corteggiamento da parte dei cugini rossoneri durato almeno due anni, durante i quali la favoletta del “ragazzo che tifa Milan fin da bambino” aveva saturato la mia pazienza in tempo zero. Ma c’è di più; proprio nello scorso calciomercato, durante il quale il Milan collezionava due di picche che manco io al ginnasio, l’ex Sassuolo aggiungeva la beffa al danno: non solo non te la do, ma in più la do al tuo compagno di classe che ti sta tanto sulle balle.

E quindi Sensinho arriva in nerazzurro, ovviamente acclamato da tutti come “il regista che tanto serve all’Inter e che permetterà a Brozovic di tornare a fare il suo ruolo da interno, chè quello lì non è mica un regista, e insomma qui ci vuole il regista, anche se Pirlo era un’altra cosa eh? Pirlo è insostituibile… ma come ha fatto l’Inter a darlo via? “.

L’ho romanzata un po’ ma la manfrina resta quella.

Invece, in tasca a loro e a tanti altri, Sensi si rivela oggi uno splendido centrocampista totale. Piccolo ma tignoso, corre e recupera palloni, ha piede e testa lucidissimi che gli permettono di metter la palla dove vuole (il che spesso coincide con “dove serve”). A tutto ciò aggiunge una sconosciuta -almeno a me- capacità di corsa e di inserimento che, a voler essere blasfemi, lo fanno somigliare più all’inarrivabile Iniesta che allo scolastico Xavi da quattromila passaggetti a tre metri dal compagno.

Date alla stampa un po’ di tempo ed inizieranno a contemperare i complimenti con la consueta litanìa del “bravo eh? Ma non è un regista… all’Inter manca il regista, e Brozovic non lo è…”.

Cambiando soggetto, ma rimanendo saldamente in ambito mediatico, non sarà sfuggito ai più disturbati tra di voi come le lodi all’Inter siano sempre seguite dal complemento di specificazione “di Conte“. Poi il titolo sceglietelo voi: si va da “è già l’inter di Conte” a “Conte ha già cambiato l’Inter” oppure “Quella di Conte è una grande Inter“.

Il concetto è quindi quello del dottore che arriva a curare una gabbia di matti. Anche in questo caso non è una novità: ogni nuovo allenatore nerazzurro in tutti questi anni ha goduto di un credito iniziale, sperperato poi nel corso della stagione allorquando la sua sapienza tecnico-tattica veniva infettata dal virus nerazzurro.

In altre parole, visto che l’Inter è sbagliata ed ha torto per definizione, chiunque arrivi da fuori è visto come il cavaliere immacolato, moderno demiurgo che tenta la mission impossible di convertire un’accozzaglia di craniolesi in un Club calcistico di livello.

A differenza dei suoi predecessori, però, Conte vincerà in ogni caso. Se dovesse portare l’Inter alla vittoria, sarebbe davvero il salvatore della patria. Se, più probabilmente, inciamperà, non sarà certo per colpa sua, ma per quella mandria di invorniti che suo malgrado l’hanno circondato.

Settembre difficilmente poteva andar meglio. Vero che l’unica partita ciccata è stata prorpio quella che ho visto dal vivo, ma come dicono a Parigi inscì avèghen. Le prossime due (Barça fuori e Juve in casa), lungi dall’essere decisive, saranno però validi banchi di prova per i nostri. Uscire con le ossa rotte o “a testa alta” (come si ama dire di sconfitte diversamente strisciate) potrebbe fare tutta la differenza del mondo in termini di consapevolezza.

Continuo a fare fatica ad “innamorarmi” di Conte, ma non posso non riconoscergli una costanza ed una applicazione da professionista puro, direi maniacale, che nessuno dei suoi predecessori ha avuto negli ultimi anni.

Fossi un osservatore imparziale, sarei assai curioso di vedere come gestirà la prima sconfitta o, ancor di più, la prima partita buttata via. Da tifoso, ovviamente, non ho il minimo interesse ad indagare una simile eventualità, chè la banale ripetitività di queste settimane mi va benissimo.

LE ALTRE

Brevemente: ai tanti che puntano il dito sulle iniziali difficoltà della Juve di Sarri faccio purtroppo presente che, pur condividendo l’assioma, il risultato fa cinque vittorie ed un pareggio in campionato, più un pareggio nella partita teoricamente più difficile del girone di Champions. Niente di buono, insomma, chè se alla fine la portano a casa lo stesso anche quando arrancano, figuriamoci quando saranno entrati in sintonia col nuovo mister… (sì, lo confesso, un po’ gliela sto gufando ma il senso è quello…).

Il Napoli invece becca qualche gol di troppo, pur avendo davanti una potenza di fuoco mica da ridere. Credo che anche nel loro caso sia questione di tempo per far amalgamare al meglio Manolas e Koulibaly. Per il resto Ancelotti ne sa tante, se non tutte, e non faticherà a far rendere al meglio il materiale umano a sua disposizione.

Chiaro che adesso è facile sognare ad occhi aperti e fantasticare di Scudetto: più realisticamente, ritengo che solo Napoli e Juve ci siano superiori, e che limitando le stronzate stagionali a livello minimo, una delle due possiamo lasciarcela alle spalle.

Dei cugini preferirei non parlare per umana pietà. Sono indietro e molto: rivedo in loro il periodo che abbiamo vissuto nel passaggio da Moratti a Thohir: stagioni gestite da ragionieri e contabili più che da direttori sportivi, dove le nozze coi fichi secchi erano all’ordine del giorno.

Cari cugini, addà passà ‘a nuttata…

WEST HAM

A parte il pareggio di ieri col Bornemouth, direi che andiamo benone, quarti alle spalle degli inavvicinabili Liverpool e City, a un punto dal redivivo Leicester ma un punto sopra i ben più sofisticati Chelsea e Tottenham e con alcuni scalpi già messi nel carniere (vedi Man Utd settimana scorsa). So far, so good.

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E niente: in queste settimane tra di noi ci guardiamo così…

CONTRASTI E STRATEGIE

CONTRASTI

Uno dei rischi del reiterare nel tempo la stessa tesi è quello di ritrovarti a scrivere sempre lo stesso pezzo. Lì per lì ti pare di non aver niente di nuovo da dire, eppure la produzione di prove ed evidenze in quantità ti conforta e porta mattoni alla tua “casetta dei complotti”.

Quindi, sunteggiando al massimo, la domanda retorica potrebbe essere così posta: Com’è che il Milan non c’ha manco gli occhi per piangere, non sa se e come arriverà a domattina, eppure tratta Sensi, Schick, Ceballos, Torreira, Mancini, Veretout e Mario Rui, provando anche lo sgambetto all’Inter per Barella?

E com’è che l’Inter, che pure a Maggio è uscita dal Settlement Agreement –finalmente qualcuno pare accorgersene!– continua ad avere l’assoluta necessità di fare plusvalenze (20 , 30, 40 milioni!), cosa che invece per tutti gli altri è solo un’opportunità da cogliere if and when?

La risposta, nemmeno troppo fantasiosa ma terribilmente reale, è che #ècomplotto.

Il fascino di dipingere un’Inter in difficoltà, a navigare a vista in mezzo al mare in tempesta è evidentemente irresistibile, con i nostri pennivendoli incapaci di cambiare spartito nonostante il mood della serata suggerisca di cambiare repertorio. Quel che su una sponda del Naviglio è un rischio, un pericolo, un ostacolo cui fare attenzione, sulla riva “giusta” e zuccherosa è invece un’opportunità, un sogno, un progetto. L’ho già scritto, lo so, non rompete. C’ho ragione e lo sapete anche voi.

Negli anni cupi delle nozze coi fichi secchi abbiamo salutato ad ogni finestra di calciomercato le partenze di Icardi, Perisic e compagnia, prontamente rinfoderate dagli scrivani di corte e rimandate alla fermata successiva. Nessuno, dico nessuno, ha mai fatto un’analisi complessiva del periodo di vigilanza-UEFA cui l’Inter ha dovuto sottostare e del come sia riuscita ad uscirne economicamente indenne o quasi.

E’ innegabile che i risultati sportivi degli ultimi 5 anni nereazzurri siano stati al di sotto della storia del Club. Gli ultimi due anni, con la qualificazione in Champions raggiunta all’ultimo, hanno risollevato una media davvero bassa visti i 110 anni di storia nerazzurra.

Ciò detto, vediamo anche di capire a fondo il periodo che l’Inter si sta mettendo alle spalle. Il termine di paragone in Italia non può che essere la Roma, unica altra squadra ad aver dovuto accedere al Settlement Agreement per risolvere i propri problemi di bilancio.

Senz’altro lo scouting giallorossi (Sabatini in primis) ha permesso ai lupacchiotti di scovare negli anni carneadi o giocatori dimenticati, facendoli diventare (o tornare ad essere) ottimi giocatori: Alisson, Rudiger, Manolas, Strootman, Lamela, Kolarov, El Shaarawi.

Il tifoso romanista obietterà che poi nulla è stato fatto per tenere in rosa il talento fatto crescere, e non potrei essere più d’accordo. Uno dei passaggi più significartivi dell’addio di De Rossi è stato proprio il riferimento al “livello successivo” cui ci si avvicinava sempre ma a cui non si arrivava mai, viste le periodiche necessità di vendere per far cassa:

Piccolo dispiacere negli anni è che tante volte, anche con la passata stagione, ho avuto la sensazione che la squadra ha fatto un passo indietro sul più bello“.

Daniele De Rossi, 14 maggio 2019

L’Inter, se mi si passa il paragone, di talento in questi anni ne ha generato meno. Si è trovata un centravanti come Icardi quasi senza farlo apposta, ha fatto crescere bene i due croati e ha pescato il jolly con Skriniar due anni fa. Contrariamente alla Roma, è però riuscita a tenerli in rosa, riuscendo a chiudere i vari bilanci entro i limiti prefissati dall’UEFA e sbugiardando le cassandre che preconizzavano de profundis a mezzo stampa, per la epidermica goduria di chi scrive.

In sostanza: voto 8 al ragioniere, voto 5 al direttore sportivo.

Ho sempre pensato che, soprattutto in periodi di ristrettezze economiche, più ancora che vendere bene, fosse essenziale comprare benissimo. Il che vuol dire non fare operazioni inutili, e non comprar bidoni.

Grazialcazzo, direte voi. Eppure non è così immediato come concetto.

E’ peculiare il fatto che ogni stagione di calciomercato parta all’insegna di “tre-quattro innesti, non di più” e finisca puntualmente con una dozzina di operazioni il cui valore aggiunto, quando c’è, è assai modesto. A chi giova tutto ciò? Siamo davvero (come Inter, come calcio italiano) nelle mani dei procuratori in maniera così sfacciata? Della serie: ho già 3 mediani ma devo un favore al Raoila di turno e quindi mi prendo anche il quarto?

Spero di no, ma non trovo altre spiegazioni tecniche per tanti acquisti visti arrivare negli ultimi anni.

STRATEGIE

Non che il mercato che sta iniziando abbia prodromi così diversi. Sulla fascia destra ad esempio, abbiamo in rosa D’Ambrosio, Candreva e Politano: tre giocatori con caratteristiche diverse, siamo d’accordo, ma che calpestano le stesse zolle di campo, e con un allenatore che pare essere convinto del suo 3-5-2 e che quindi ha bisogno di un solo giocatore che faccia su e giù per tutta la corsia.

Possiamo discutere su chi dei tre sia il più indicato a fare questo mestiere (nessuno?), ma non mi è chiara la strategia che porta a comprare il quarto giocatore di fascia destra, con gli altri tre ancora saldamente ai loro posti. Ammetto la mia ignoranza, e la prossima volta che sentirò il nome di Valentino Lazaro sarà la seconda. Spero sia fortissimo, ma qual è il senso di prenderlo quando ne hai già tre in rosa che -chi più, chi meno- giocano nello stesso ruolo?

Probabilmente non sarei mai diventato un bravo direttore sportivo, perchè vedo che nessuno in Serie A ragiona come ragionerei io: com’è messa la rosa? Dove sono i punti deboli? Partiamo da quelli, rinforziamo la catena partendo dagli anelli più molli, e da lì risaliamo.

Invece vedo ragionamenti diversi, per non dire opposti. Restando in tema Inter, si parla di rivoluzionare in toto o quasi l’attacco. via Icardi, Perisic e Nainggolan sul mercato in attesa di offerte, cercando in cambio Dzeko, Lukaku e Barella. Tutti acquisti difficili perchè all’Inter, da sempre, nessuno concede sconti nè fa favori (ma questo necessiterebbe di un approfondimento a parte).

In compenso, ci teniamo stretti Gagliardini, Candreva, Borja Valero…

Non capisco. Ma non è una novità.

Current mood

DE PANZA E DE CAPOCCIA

Ragazzi, ragioniamoci insieme perchè il momento è delicatissimo per tutti.

La domanda delle 100 pistole è questa: fino e a punto l’amore per i nostri colori può essere superiore, farci resistere, abbozzare e deglutire anche di fronte a scempi fino a poco fa nemmeno concepibili?

Tifosi che ho sempre ritenuto illuminati e fulgidi esempi di complottismo ragionato hanno espresso il loro personalissimo “No Maria io esco“, e ne rispetto la coerenza e la lucidità.

Faccio un esercizio di stile, prendendo questa teoria e ficcandola in mezzo ai miei quattro neuroni, e mi chiedo: sono io in grado di rinunciare a mente fredda all’amore per l’Inter, decidendo scientemente di spegnere una passione che mi accompagna da più di quarant’anni?

Mi spiace per la consorte, ma no, non ne sono capace. Non a freddo, non a priori, non a tavolino.

Attenzione: non è detto che si arrivi a un momento del genere. Ma, se così sarà, il motivo dovrà essere viscerale e non razionale. In altre parole, e per tornare al titolo di questa spataffiata, de panza e non de capoccia.

Da quando sono piccolo e frequento San Siro, il momento più bello della partita è la salita dagli scalini e la vista di quel prato verde verso cui, nei successivi 90 minuti, vomiterai improperi e insulti saltuariamente inframmezzati da applausi e urla di giubilo.

Analogamente, il fischio di inizio di qualsiasi partita vista in poltrona alle mie latitudini inizia con l’immancabile “Partiti!“, con analogo serpentun nello stomaco.

Ecco: quello sarà il termometro migliore per capire quanto le strisce nere e azzurre riusciranno a mascherare a sufficienza un inquietante contaminazione juventina che potrebbe non fermarsi alla (già più che sufficiente) combo Conte-Marotta.

Sarà solo la prova dei fatti che mi dirà se sarò ancora capace di emozionarmi per questi colori o se anche per me si è oltrepassato il punto di non ritorno.

Al solito, poco o nulla da ridire dal punto di vista squisitamente tecnico: il nuovo Mister e l’attuale Direttore sono, nei rispettivi ruoli, fior fior di professionisti ma, come giustamente detto, il passato non si cancella e nemmeno si dimentica. Si può cercare,- lì sì, con uno sforzo di concentrazione e impegno- di non pensarci, di ignorarlo scientemente, ma la puzza di gobbo resta.

Se poi dovesse davvero arrivare lo scambio Icardi-Dybala, tutte le teorie giudoplutomassoniche sul nemico che arriva a distruggere l’avversario dall’interno troverebbero una plastica rappresentazione. Non uno, non due ma tre indizi che, da sempre, nel mondo dorato dei Luoghi Comuni Maledetti, fanno una prova.

Da quelli là negli anni abbiamo sempre e solo ricevuto pacchi o poco più. Ibra e Vieira non li calcolo, perchè in quel caso la situazione era talmente eccezionale da non poter considerare quelle come vere e proprie trattative di mercato.

Dai tempi dello scambio Anastasi-Boninsegna, a Causio e Tardelli arrivati ormai pronti per il pensionamento, quando ci è andata bene dalla Torino bianconera abbiamo avuto giocatori dal rendimento sufficiente e nulla più. Limitandomi all’amato ruolo del terzino sinistro, penso al recente Asamoah o al dignitoso De Agostini, che ricordo con piacere per un gollonzo in un Derby ma proprio solo per quello.

Insomma, da quelli lì storicamente riceviamo poco.

Ci aspetta, o per lo meno MI aspetta, una stagione ancor più schizofrenica del solito, in cui ogni mossa o anche semplice dichiarazione di Conte (“non più pazza, l’Inter dev’essere forte“) verrà vivisezionata in ottica di rottura col passato, di discontinuità con la tradizione e con i valori nerazzurri.

Sono anni che vado dicendo che la retorica della Pazza Inter ha significato stagioni intere a crogiolarci nella nostra splendida imperfezione: onanismo mentale che ci ha fatto star fermi a ricordare i bei tempi mentre gli altri ci passavano avanti. Eppure, lo stesso concetto, detto da qualcun altro, può essere letto come una passata di spugna sulla lavagna, un reset non richiesto e una ripartenza fondata su un diverso DNA.

E’ difficile rimanere lucidi e non cedere alla tentazione -anche questa qualunquista- di buttar tutto nel cesso, all’insegna del “che cazzo vuoi che ne sappiano ‘sti cinesi qua di cos’è l’Inter“: pur arrivando da un pulpito che faccio fatica ad apprezzare, condivido il messaggio lanciato dalla Curva Nord. O meglio: inizialmente mi aveva lasciato un po’ spiazzato (sentir parlare proprio loro di legalità e garantismo…), poi ho letto quel che ne pensava Tony Damascelli (sì, proprio lui) e allora è stato facile accomodarmi dalla parte opposta certo di essere nel giusto.

Morale, che sia Conte a presentarsi spoglio di certi “valori” o presunti tali e pronto invece a farsi immergere dalla storia e dalla tradizione dell’Inter.

Per il resto, la speranza è che la squadra sia costruita cum grano salis e non con acquisti fatti tanto per fare o per far favori a procuratori compiacenti.

In altri termini, dal calciomercato mi aspetto Barella, Rakitic, mica Darmian e la rivalutazione del Gagliardini di turno.

Ma per questo ci sarà tempo.

Vado, è l’ora della terapia.

SISIFO INVORNITO

NAPOLI-INTER 4-1

Allora, sfoggiamo le quattro nozioni da Liceo Classico rimaste impigliate tra i pochi neuroni a disposizione e spieghiamo succintamente di cosa stiamo parlando.

Sisifo è uno dei tanti uomini della mitologia greca che, per vari motivi, viene cazziato dagli Dèi -vedremo poi perchè- e condannato a soffrire in eterno, un po’ sulla scorta di quanto avviene nei gironi infernali di Dante, tanto per fare paragoni sempliciotti ma come dicono i latini- famo a capisse.

Ora, nel caso di specie Sisifo è condannato a spingere una roccia dalla base alla cima di un monte, con la piccola aggravante di dover ripetere l’esercizio ogniqualvolta la roccia raggiunge il cucuzzolo della montagna visto che il masso, capriccioso, non trova di meglio da fare che rotolare nuovamente alle pendici del monte.

In termini post-ellenici, e citando Enzino Jannacci, lo si definirebbe “un laurà de ciula” e in pochi potrebbero dargli torto.

Ecco, il laurà de ciula è proprio la definizione plastica dei 90′ minuti giocati dai nostri in quel di Napoli domenica sera.

Con un’ulteriore aggravante: Sisifo infatti, per lo meno si era meritato la giusta punizione per essersi macchiato del peggiore dei peccati possibili nel mondo greco: quello di considerarsi pari -se non superiore- agli Dèi. E’ un affronto inaccettabile per Zeus e compagnia, simile ma ancor più grave del concetto di superbia, e difatti arrivati perfino ai giorni nostri con il termine originale di Ubris.

Se fossi più bravo con formattazioni e robe varie lo scriverei coi caratteri greci, o almeno metterei la dieresi sulla U. Insomma farei di tutto per non sentirlo pronunciare come fanno i meridionali (per una volta fatemi essere il leghista d’antan che non sono mai stato): i professori del liceo nati sotto Roma lo pronunciavano orrendamente iubris (anzi iubbbris, con un paio di B in omaggio), e il mio pur migliorabile accento ellenico trasecolava in raccapriccio.

Del resto, come i nordici suscitano al più una risata compassionevole quando cercano di imitare gli accenti del Sud, così sarà assai arduo trovare un napoletano, siciliano, pugliese o calabrese capace di pronuciare correttamente il più comune insulto lombardo “vadarvial…”. Ecco, quell’ultima “U” -qui omessa per eleganza- è foneticamente conosciuta come “U francese o lombarda” e si prounucia esattamente come la prima lettera della nuova parolina che abbiamo imparato.

Comunque, basta razzismi fonetici e torniamo ai nostri amatissimi craniolesi. Per lo meno, si diceva, quello là si credeva simile agli Dèi da quanto era figo, e per questo veniva punito. I nostri sembrano un’accozzaglia di invorniti stonati di grappa e in tenuta da spiaggia.

Ma diosanto! Avete buttato nel cesso ogni singolo punto di vantaggio nell’ultimo trimestre, riducendovi a dover conquistare tre punti in due partite. Il giorno prima di giocare, questi punti da tre diventano due, grazie al pari della Roma a Sassuolo. Cionondimeno, i nerazzurri scendono in campo contro un Napoli che nulla ha da chiedere al campionato (al contrario di noi) e che invece ci piglia a ceffoni senza nemmeno doversi impegnare più di tanto per un’ora e mezza.

Magari i nostri si fossero sentiti superiori agli Dèi! Almeno li avremmo visti andare tutti in attacco volendo spaccare il mondo, anche a costo di venire puniti in contropiede.

Macchè: la corsetta indolente di Miranda sui gol degli avversari è la miglior esemplificazione della non voglia di giocare dei nostri.

Non si salva nessuno, nè in campo, nè in panchina, nè in tribuna. Arriverei a salvare Handanovic (uno che piglia 4 pere il nostro uomo migliore…) e questo dice tutto.

Come confidato ad amici e parenti, se solo fossi un po’ meno tifoso sogghingnerei alla vista di questa tragicommedia commentando “vi sta bene!“.

Ma per fortuna o purtroppo lo sono, diceva Gaber, e quindi non ho il distacco necessario per prenderla con filosofia. Sono invece tra il preccupato, il rassegnato e l’incazzato.

Preoccupato perchè, scusate la banalità, si rischia di non arrivare nemmeno quarti dopo aver passato il 90% del campionato in terza posizione.

Rassegnato, perchè siamo la squadra tifata da Murphy, quello della legge: se c’è un modo per mandare tutto in vacca, state sicuri che l’Inter lo troverà.

Incazzato, perchè oltre al danno qui si rischia la beffa: non è tanto l’Atalanta in Champions a darmi fastidio (anzi: applausi a scena aperta), quanto il fatto che un nostro inciampo sul rettilineo finale andrebbe a tutto vantaggio di “quelli là”, che hanno una squadra non di una ma di due categorie inferiori in termini di rosa, talento e qualità, e che invece -vuoi per tenacia, vuoi per culo- è lì a un punto da noi, pronta ad approfittare dei nostri consueti psicodrammi.

La recente storia nerazzurra individua nel Lazio-Inter dell’anno scorso l’eccezione alla regola secondo cui i nostri, la partita decisiva, la sbagliano.

Solo quest’anno ne abbiamo giocate tre, fallendole tutte. PSV in Champions, Lazio in Coppa Italia, Eintracht in Europa League. Tre partite giocate in ciabatte, esattamente come visto domenica al San Paolo, segno evidente dell’assoluta mancanza di personalità da parte del gruppo nel suo complesso.

Da lunedì saremo pieni di liste di proscrizione, progetti triennali, conferenze stampa di presentazione con sorrisi a 32 denti e tifavo questa squadra fin da bambino, e tutti ci divertiremo nel dare voti e giudizi.

Ma del domani, oggi, me ne fotto. Oggi conta solo l’Empoli, che va battuto senza se e senza ma. Spero che i tanti che popoleranno le tribune di S.Siro siano capaci di dimenticare tutto per 90′ e tifare come pazzi, per poi sfogare tutto il loro livore arretrato al fischio finale.

Faccio solo una considerazione riguardo al futuro: io posso anche essere d’accordo con i tanti che dicono che “all’Inter servono solo due o tre ritocchi e poi è a posto“, ma torniamo sempre a parlare di zona grigia.

Mi spiego. Oggi, nell’Inter, di giocatori scarsi ipso facto non ce ne sono. Per fortuna non abbiamo più i Kuzmanovic, i Belfodil, i Montoya e i Dodò degli anni scorsi. Altrettanto, però, di campioni non ce n’è. Ce n’era uno che era campione a suo modo, e cioè Icardi, nel senso che segnava tanto quanto un campione. Per il resto abbiamo diversi buoni giocatori e qualcuno in alcune giornate buonissimo. Ma campioni, zero.

Ecco: se i tre “ritocchi” dovessero essere tre campioni (a caso: Godin, uno tra Modric e Rakitic e una punta di uguale spessore, della quale però al momento fatico ad individuare le sembianze) è possibile che il carisma dei succitati possa contagiare positivamente la succitata zona grigia. Ma se dobbiamo andare avanti per innovazioni incrementali, con Bergwjin per Perisic, Dzeko per Icardi, Danilo per D’Ambrosio… non credo che ne caveremo molto.

Ad ogni modo, ci sarà tempo per capirne di più, ora sotto con l’Empoli, con margini di errore tendenti a zero e propensione al turpiloquio tendente a infinito.

Anche l’orsetto non ne può più…