DAJE E RIDAJE

SAMPDORIA-INTER 0-1

Tanto tuonò che piovve!

Portiamo a casa tre punti cazzutissimi in una partita non vista, eppure facilissima da immaginare.

Una partita che è immediato definire “da Inter”, non tanto per cedere alla retorica dello squadrone inaffondabile che spinge a manetta fino all’ultimo secondo, quanto piuttosto per fotografare la endemica consuetudine di trovarsi sempre dalla parte sbagliata, e di dover fare molta più fatica di quanto sarebbe strettamente necessario.

La cosa, prima che ingiusta, è rischiosa e logorante. E’ altresì vero che, quando poi hai successo, ti senti forte come una bestia nel dire “cazzo ho vinto lo stesso anche se mi è successo di tutto!“.

E’ quel che è accaduto a Genova, aldilà di una tassonomica analisi delle scelte arbitrali su cui tornerò infra.

Il Mister torna a preferire Vecino a Gagliardini, con D’Ambrosio, Politano e Candreva a tenere tranquilli i nazionalisti fanatici della “quota di italiani” (di ‘sta minchia).

Leggo di un primo tempo, o quantomeno di una prima mezz’ora sostanzialmente buttata inder cesso, epperò con interessanti prospettive per il futuro (cit.).

Negli ultimi scampoli della prima parte di match, infatti, i nostri trovano il gol con Nainggolan, annullato dopo alcuni minuti per offiside di qualcuno dei nostri sulla partenza dell’azione.

Per la prima -ma non ultima!- volta, interrompo la piacevole cena in compagnia con un urlo da cavernicolo, seguito da telefonata al rampollo di casa lasciato in ostaggio ai nonni, il quale mi informa del VAR e conseguente annullamento di rete.

Fingo un aplomb che non mi appartiene, e saluto tranquillo il figliolo con un salomonico “tranquillo, lo faremo nella ripresa!”.

La cena prosegue con incursioni sempre più insistite sul sito della Gazza, e con i nostri che presto iniziano a stazionare nella metacampo blucerchiata.

La cosa non mi lascia tranquillo, visto che più volte ho dovuto assistere a gragnuola di occasioni -o pseudo tali- divorate dai nostri, con gli avversari a farci risuonare la melensa litanìa della dura legge del gol nella orecchie.

E invece no. Ma andiamo con ordine.

Uno dei commensali, con cultura didascalica sulla collezione Panini anni 80 ma assolutamente a digiuno di nozioni odierne, mi confessa di aver partecipato all’asta del fantacalcio quasi a sua insaputa, e di aver comprato Asamoah senza nemmeno sapere che fosse.

La notizia pare fatta apposta per fargli sapere, con tono trionfante, che uno dei suoi acquisti gli ha appena garantito un bel +3 in pagella… siamo agli sgoccioli del mècc e, pericolosamente, non mi preoccupo nemmeno di vedere come va a finire, quasi come a presagire una vittoria corsara nel finale.

Ecco quindi la seconda chiacchiera telefonica con pargolo dopo il fischio finale: rimango spiazzato dal rantolo del giovinetto “Pààà abbiamo vintooo! Brooozooooo!!!

Mo’ che c’azzecca Ajeje? Chiedo tra me… lesto il bagaj a raccontarmi del secondo VAR e della zampata finale di Epic.

Fintamente ingenua -e in realtà piena di odio e rancore- la domanda paterna in chiusura di comunicazione: “e quello di Brozo non han trovato il modo di annullarlo?”.

Sarcasmo a parte, portiamo a casa tre punti di importanza mariana nel processo di ristrutturazione di un inizio di campionato marroncino, nuovamente in zona recupero, a testimonianza del fatto che non saremo dei fulmini di guerra nell’approccio alle partite, ma che in compenso non si molla davvero un cazzo fino alla fine.

Finchè dura…

 

LE ALTRE

Il Frosinone ci fa sperare fino all’81’, per poi capitolare al cospetto di CR7 e complici.

Non che nutrissi grandi speranze, ma se per quello nemmeno il Bologna di Superpippa sembrava chissà quale ostacolo per la Roma, che invece è andata a sbatterci contro con conseguenze potenzialmente letali per Di Francesco e tutto l’ambiente.

Bene Napoli e Lazio, così così il Milan che, dopo una buona partita e due bellissimi gol, inciampa sulla garra orobica dei due argentini Gomez-Rigoni per il 2-2 finale.

La classifica continua ad essere mediocre, e non ci consente pause di riflessione nella sfida con la Viola nel turno infrasettimanale.

 

E’ COMPLOTTO 

Ancor prima di giustizia, quel che voglio da qualsiasi arbitro è uniformità di giudizio.

Giuro di averlo pensato anche prima di leggere Settore.

Ci sarà un motivo per cui ho chiamato una delle categorie più utilizzate di questo blog “Same but Different”… Sembriamo condannati a dover sottostare ad oscure regole che trattano fattispecie che paiono identiche in modi antitetici.

Siccome però si può sempre far meglio, a Genova abbiamo assistito alla versione 2.0 del predetto concetto. Si è cioè avuta la pervicace vivisezione di tre distinti tentativi dell’Inter, con il solo obiettivo di trovare un appiglio che potesse portare all’annullamento del siffatto goal.

Il tutto -assai divertente, non c’è che dire- a pochi giorni da una sommossa popolare che chiedeva un uso più massiccio della tecnologia a disposizione degli arbitri.

Bello, no? Nella giornata precedente perdi tre punti per un rigore solare non dato e un gol subito anche a causa di un avversario in fuorigioco chilometrico. Tu -ancora devo capire perché- ti guardi bene dal lamentarti, ma incredibilmente la stampa si scandalizza per te, invocando l’utilizzo della tecnologia a disposizione.

Detto fatto: la stessa squadra gabbata sette giorni prima per mancanza di utilizzo, viene ora ri-gabbata per quello che definirei abuso di tecnologia.

Nulla da dire sul gol annullato ad Asamoah, che arriva dopo un cross di D’Ambrosio che ha oltrepassato la linea in maniera chiara anche a occhio nudo.

Qualcuno mi deve però spiegare perché il gol del Ninja sia stato annullato per un fuorigioco che già mi sembra non punibile (la palla non va verso Icardi a centro area), e che soprattutto arriva dopo due se non tre tocchi sampdoriani.

L’anno scorso, al gol annullato alla Juve contro l’Atalanta, si disse che la distanza temporale tra l’irregolarità e il gol che ne seguiva non rilevava ai fini della decisione, se in quel lasso di tempo la squadra danneggiata non fosse riuscita a riconquistare il pallone.

Era una regola nuova, ma spiegata così era stata capita da tutti (tranne Massimo Mauro, ma checcevoifà) e accettata da molti. Qui invece, torniamo ad essere vittime del cavillo: quel che conta non è il possesso del pallone puro e semplice, bensì il “possesso pieno”: ecco l’ennesimo aggettivo messo lì per conservare tutta la discrezionalità di cui l’arbitro abbisogna, tanto quanto basta per permettergli di scegliere, a seconda dei casi, un applicazione più o meno pedissequa del regolamento.

Merde.

Se anche il rispettosissimo ex Capitano Zanetti arriva ad esultare così al terzo gol dei suoi ragazzi, che ci permette di vincere 1-0, ecco che abbiamo chiaro il quadro surrealistico in cui ci troviamo a giocare.

L’ulteriore beffa è che, anche dopo questa giornata, alle sacrosante proteste immediate non sia seguita nessuna presa di posizione della Società, ingenerando in chi scrive il convincimento che il silenzio sia tutt’altro che pavido o casuale, ma sia in realtà visto come un male minore, della serie “già così ci fanno il culo, se poi ci mettiamo anche a protestare…”.

A fare il suo, come al solito, rimane solo l’allenatore di turno, che riesce nell’inedita impresa di farsi cacciare per “eccesso di esultanza”.

Perfino Rizzoli (“Vaffanculo” per Totti e per gli amici), invitato alla Domenica Sportiva per difendere la categoria , ha dovuto riconoscere che forse nella fattispecie i colleghi sono stati un po’ severi.

Bontà sua…

 

WEST HAM

Dopo un inizio orrendo, settimana scorsa abbiamo sbancato Goodison Park, mentre sabato abbiamo ospitato Sarri e il suo Chelsea, uscendone indenni.

Not bad…

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Un allenatore vince al 94’ e urla “goool!!!” in favore di telecamera: imperdonabile!

OH ME MISERO, OH ME TAPINO

INTER-PARMA 0-1

Ho finito le metafore, i parallelismi, le figure retoriche.

In compenso, ho scorte abbondanti di giramento di balle e di vomitella.

In ossequio all’instabilità mentale che mi accompagna fin dalla più bionda età, potrei scrivere di un’Inter incapace di regolare una squadretta tutta protesa alla difesa della propria porta, così come di una squadra che il suo l’ha fatto e che si vede scippata per l’ennesima volta da torti arbitrali.

Il problema -mio, non vostro- è che mi riconosco alla perfezione in entrambe le visioni.

 

ANALIZZANDOMI BENE BENE… (cit.)

Non è infatti possibile, come segnala Spalletti stesso, che una squadra arrivi a tirare 28 volte verso la porta avversaria in 90′ senza riuscire a buttarla dentro nemmeno una volta.

E’ poco comprensibile il ricorso pressochè sistematico al cross dalla distanza nel primo tempo (centravanti: Keita), abbandonato in fretta nella ripresa alla ricerca di combinazioni veloci sulla trequarti (centravanti: Icardi).

La sfiga, oltre che la prudenza, ci mettono del loro, visto che ai terzini assenti per acciacchi (Vrsaljko e Asamoah) si aggiunge in corso d’opera anche D’Ambrosio, che per di più riesce nell’impresa di farsi male mentre commette un fallo da ammonizione.

Le fasce sono quindi inzialmente presidiate dal succitato ceruleo e dal migliorabile Dalbert.

Davanti, si parte nuovamente con Keita, preferendo preservare Icardi per la ripresa e per la Champions.

L’idea sarebbe anche giusta, anche se col senno di poi vien da chiedersi se uno tra i due terzini non potesse essere rischiato (Asamoah entra proprio per sostituire il collega che esce azzoppato a metà ripresa).

Facciamola breve: giochiamo una partita non trascendentale, sicuramente migliore di quella che ci ha visto stravincere 3-0 a Bologna, ma non saremmo l’Inter se non fossimo capaci di farci rovinare la vita.

I nostri hanno come detto diversi demeriti: non esattamente assatanati se non per pochi scampoli nei 90′, confusi nel cercare gli attaccanti nelle maniere meno consone alle loro caratteristiche, incapaci di cambiare passo quando la gara lo richiedeva.

E qui ci metto anche il Mister: ho capito che Gagliardini non può giocare in Champions e gode -come tutti gli italiani- di buona stampa (non si spiega altrimento l’assioma per cui “Brozovic può giocar bene solo con lui di fianco“), ma quali peccati dobbiamo scontare per vedere un legnoso medianaccio che fa poche cose giuste, in un mare di lentezza e imprecisione? Vecino in panchina non è certo il Nicola Berti dei tempi d’oro, ma mi pare abbia altro passo ed altra garra (Charrùa per definizione) per cercare di ovviare a tentennamenti simili a quelli mostrati nel sabato di San Siro.

A parziale discolpa di Lucianino da Certaldo c’è da dire che se i subentranti hanno un’autonomia psicofisica che sfiora il quarto d’ora (vero Politano?), non si può chiedere di più a chi se non altro ha l’alibi di essere stato in campo per tutta la partita.

NUOVA STAGIONE, VECCHI DIFETTI

Fatto salvo quanto detto supra, tocca purtroppo ripetersi, in attesa che una voce ferma e incazzata arrivi dalla Società. Non è scritto da nessuna parte che i fischi arbitrali uno debba “meritarseli” perchè gioca bene.

Che quella arbitrale sarebbe stata una giornataccia come tante altre già vissute, un complottista come me l’aveva capito dopo pochi minuti, quando il portiere Sepe non era stato ammonito per una “furbacchionata” tanto sfacciata da risultare comica: difesa in gravissimo ritardo e corner pronto a spiovere in area, il portiere parmense pensa bene di buttare un pallone in campo giusto per creare confusione e guadagnare qualche secondo.

Lui fa il suo e ci prova. Tu, arbitro dei miei coglioni, lo devi ammonire e far capire che non si scherza. In inglese si usa un’espressione che mi piace molto: to set the tone. Un cartellino che faccia intendere a tutti quanti che acca’ nisciun’ è fesso.

Oh, come no…

Forse i veri fessi siamo noi, visto che l’arbitro Magnaniello fa finta di niente e fa riprendere il gioco. Tanto è l’Inter… chissefrega.

Non indugerò più di tanto sul clamoroso rigore non dato (e tantomeno rivisto al VAR) per fallo di mano di Di Marco. Per una volta sono tutti concordi sulla scabrosità dell’errore. E’ doveroso però segnalare che al VAR c’era Rocchi, che contro di noi fa danni da lustri, senza che nessuno –se non in sparute e subito rinnegate circostanze– abbia protestato.

Ai bei tempi c’era l’istituto della ricusazione anche nel calcio: “io non voglio più essere arbitrato da quel signore, per questo, questo, e quest’altro motivo“. Oggi non è più possibile perchè -udite udite- così si metterebbe in dubbio a buona fede dell’arbitro.

Inutile dire che il mio rancore mi spingerebbe -a costo di mettermi in cattiva luce nei confronti degli arbitri- a salutare ogni designazione con un cahier de doléance personalizzato per il fischietto di giornata.

Altrettanto inutile dire che il file dedicato a Rocchi (dopo i ritiri di Tagliavento e di Rizzoli), sarebbe il più pesante.

Verremmo maltrattati ugualmente, ma se non altro ci toglieremmo la soddisfazione di dire “avete visto? cosa vi avevamo detto?“.

(Torno serio solo un attimo: è giusto che una squadra non possa ricusare un arbitro, perchè in astratto le “grandi” potrebbero fare pressioni sugli arbitri del tipo “mi vuoi arbitrare? va’ che se sbagli contro di me faccio casino e non mi arbitri più, e la tua carriera viene uccisa sul nascere“. Quindi il ragionamento fila. Noi -come in mille altri casi- siamo gli utili idioti che la pigliano inder posto: formalmente nel Club dei “grandi”, ma con il peso specifico di un sacco di piume…)

Tornando al caso specifico, è irrilevante discutere sull’eventualità di cacciare Di Marco in occasione del rigore, visto che la conclusione di Perisic non sembrava indirizzata ad entrare in porta.

Dico irrilevante perchè il ragazzo di proprietà dell’Inter ed all’inevitabile Primo Gol in Serie A centra l’incrocio grazie a un sinistro formidabile, ma con la gentile collaborazione del compagno in kilometrico fuorigioco a impallare un incolpevole Handanovic.

Questo a casa mia si chiama gol avversario annullato, dopo aver beneficiato di un sacrosanto rigore.

 

IL CONTO PER FAVORE

Dopo quattro giornate siamo a quattro punti: una bella merda, non c’è che dire. Dei punti buttati per strada, possiamo pigliarci a ceffoni da soli per il pareggio regalato al Torino dopo il miglior primo tempo della stagione, e ringraziare il Ninja per aver interrotto la barricata bolognese di due settimane fa. Detto ciò, le due sconfitte contro le emiliane sono tanto colpa della nostra insipienza quanto responsabilità della classe arbitrale.

Ed in una giornata in cui basta un disimpegno sbagliato del Cagliari per far dire urbi et orbi che il Milan è l’anti-Juve, mi chiedo retoricamente dove potremmo essere con un paio di rigori a nostro favore e senza il golazo di Di Marco.

Ve lo dico io: a 3, 4, o 6 punti in più, a seconda di voler essere pessimisti, realisti o ottimisti. Con una squadra di minchioni, ampiamente al di sotto delle proprie possibilità di gioco e di realizzazione. Nessuno lo mette in dubbio. Ma la propria minchiunaggine continua a non essere un buon motivo per non lamentarsi dei torti che si continua a subire.

Per vostra cultura ed ulteriore informazione, qui e qui quel che penso, scritti in bella.

…e domani c’è il Tottenham, tanto per arrivarci belli carichi e tranquilli.

Che bella favoletta quella della Pazza Inter…

Brozo Biondo Cicerchia

Tingiti i capelli di biondo va… faccia da pirla! (cit.)

 

STAGIONE 2018/2019 (1a parte)

DOVE ERAVAMO RIMASTI

Prodigandomi in scuse per l’inammissibile ritardo con cui torno a compitare queste quattro cacatelle, tento di riprendere il filo del discorso.

Per i più distratti ricordo che l’Inter è tornata a disputare la Champions League dopo ben 7 stagioni di assenza, purgatorio quasi fisiologico dopo la fine dell’era Moratti ed il post-Triplete gestito nella maniera scellerata che tutti ricordiamo.

Gli anni di Thohir sono stati quelli della ricorstruzione, necessaria come la medicina amara del dottore. Nessuno gli dirà mai grazie, ma la transizione dalla gestione simpatttica a quella di Suning non sarebbe mai stata possibile senza questo interregno.

Chiudiamo quindi il sipario sull’anno scolastico 2017/2018 riassumendo le pagelle degli scolari nerazzurri.

Tanti, inevitabilmente, i promossi. Pochi i rimandati, pochissimi i bocciati.

Facciamo tre esempi in positivo ed altrettanti in negativo, senza stare a perder tempo in analisi tassonomiche e/o nozionistiche.

Inevitabile citare Skriniar come il migliore della stagione, ancor più del prolificissimo Icardi, che timbra 29 centri. Come terzo del podio, non me ne vorranno Perisic e Handanovic, scelgo invece Brozo, perchè una trasformazione come la sua proprio non me l’aspettavo. Sono sempre sospettoso nei confronti dei giocatori “umorali”, quindi la mia apertura di credito nei suoi confronti è limitata, ma devo ammettere che il suo girone di ritorno ha fatto cambiare passo al nostro centrocampo e a tutta la manovra.

Tra i rivedibili o i mandabili con biglietto di sola andata, non posso non citare Santon. Il ragazzo ha saggiamente preso altre strade, andando via da una squadra nella quale non avrebbe potuto dare più nulla del suo potenziale (alto o basso che sia): troppi gli errori disseminati nella stagione, oltretutto giocata da riserva pura. Quattro o cinque volte lui entra e commette l’errore che costa la vittoria o causa la sconfitta.

Non essendo io -come ormai saprete- il cuore d’oro che commenta “però è italiano, però è del nostro settore giovanile“, ho gioito nel sapere che era stato inserito nell’affare Nainggolan. Gli faccio gli in bocca al lupo per la prossima stagione, questo sì, perchè è un bravo ragazzo e non merita tutte le critiche personali ricevute negli ultimi mesi. Nessun rimpianto però, anzi: sollievo.

Borja Valero è un altro giocatore da cui mi sarei aspettato di più: testa e piedi sono e restano quelli di un calciatore di categoria superiore, ma gambe e fiato evidentemente non sono più quelli di una volta. E questo, come sappiamo, nel calcio di oggi lo si paga a caro prezzo.

Non pagando io gli stipendi, può rimanere come rimpiazzo di classe ed esperienza. Nulla più di questo, però.

Il terzo nome sulla lista dei cattivi è il nome che non avrei voluto fare, e cioè quello di Candreva. Non sono tanto gli zero gol segnati a motivare la mia scelta, quanto il fatto che questa assenza dal gol negli ultimi mesi è stata gestita male dall’ala romana: troppi i tiri pretenziosi, troppe le scelte discutibili, che finivano per mettere in ombra anche le tante giocate di corsa e classe che gli riconosciamo tutti.

L’arrivo di Politano e quello ormai certo di Keita potrebbero spingerlo ad andare via, e mi dispiacerebbe. Anche restando, però, il posto da titolare sarebbe tutto da conquistare.

E’ vero che le qualità che ha lui (corsa, dribbling, tiro, cross, ma anche copertura difensiva e -quando è in buona- intelligenza tattica) i pari ruolo nerazzurri non le hanno, però vale quel che ho detto prima, e dobbiamo comunque ricordare il fattore anagrafico (i prossimi saranno 32).

Ne parlerò più diffusamente nel prossimo pezzo, nel quale farò cadere il mio personalissimo giudizio sulla rosa della stagione che va ad iniziare. Tuttavia, non posso non notare come, con Politano e Keita, la società abbia voluto portarsi in casa le alternative agli esterni titolari delle ultime due stagioni (Perisic e Candreva): forse meno pronti, senz’altro più giovani e di prospettiva.

LUCIANINO DA CERTALDO

Capitolo a parte lo merita il Mister, bravo e alla fine anche fortunato ad agguantare il quarto posto all’ultimo minuto dell’ultima giornata.

Potete rileggervi quanto scritto in una delle ultime sbrodole del campionato scorso: il mio parere su di lui non è cambiato. Le dichiarazioni di queste settimane me lo fanno sembrare ancor più inserito nel Club e padrone del ruolo.

La rosa che la Società gli sta mettendo a disposizione è profonda e capace di giocare in tanti modi diversi. Rispetto alle poche idee ma buone e ripetute per 7 mesi su 9 viste l’anno scorso, il progetto di quest’anno pare essere diverso: una ventina di giocatori più o meno intercambiabili, e buoni per poter adottare schemi diversi anche a partita in corso.

Onestamente, non so quanto Spalletti sia bravo a fare questo gioco. Checchè ne dica chi mi sta vicino, non passo ore davanti allo schermo a vedere e rivedere partite di stagioni passate, prendendo appunti e scribacchiando commenti seduta stante.

Non ha importanza: non devo essere io a giudicare le doti di camaleonte del nostro allenatore. A me basta che i giocatori che sono arrivati -e che magari arriveranno- siano stati da lui richiesti o quantomeno approvati, in modo che possa lavorare col materiale umano che voleva avere a disposizione e non con un insieme di giocatori che… “son bravi eh? ma io avevo chiesto altro“.

Un paio di dichiarazioni degli ultimi giorni mi sono piaciute, perchè toccano un tasto che mi sta particolarmente a cuore: l’Inter è una squadra forte e di prestigio, ed è opportuno che lo ricordino tutti, sia all’interno che all’esterno del Club.

-segue-

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LUCIANINO DA CERTALDO: ESEGESI CRITICA

E’ vero che qualsiasi individuo sano di mente aspetterebbe la fine del Campionato per esprimere giudizi sul Mister, ma non appartenendo io alla categoria, mi sbilancio e mi porto avanti, conscio del fatto che il mio giudizio di merito non cambierà in funzione della partita di domenica sera, per quanto importante possa essere (e cazzo se lo è!).

Partiamo dalla fine: deve essere confermato, senz’ombra di dubbio.

Non solo e non tanto perché di meglio all’orizzonte in questo momento non c’è: se anche il Cholo, o perfino Mourinho, dovessero uscire pazzi e mostrarsi interessati alla nostra panchina, logica e strategia vorrebbero che FozzaInda declinasse cortesemente l’invito, confermando invece piena fiducia ad un allenatore che ha iniziato un percorso, che ha trovato una squadra fatta in buona parte non da lui, che ha contribuito a migliorare nel mercato di Gennaio con il prestito di Rafinha e con il “ripescaggio” di Cancelo.

Se ci guardiamo in giro, è alquanto raro che una squadra inserisca di fatto due titolari da Gennaio in poi.

Insomma, la conferma se l’è meritata: Icardi ha sfiorato i 30 gol in campionato, Brozovic sembra un giocatore affidabile, Skriniar una garanzia assoluta, Handanovic e Perisic due certezze al netto dei rispettivi, fisiologici difetti. La semina è stata fatta, la speranza è che il grano maturi bene.

Ovvio che ci sono dei “però”:

  • Gli inserimenti di Vecino e Borja Valero, che pure mi avevano visto tra il convinto e l’entusiasta, hanno dato meno di quanto previsto, essenzialmente per motivi fisici. Ma se per l’uruguagio è lecito aspettarsi che la pubalgia resti solo un brutto ricordo, il problema per Borja è proprio la velocità di crociera che non pare (più) adatta alle necessità del Campionato.

Maestro di calcio, lo spagnolo, ma temo non più proponibile come titolare in pianta stabile per sopraggiunti limiti fisici più che di età.

  • Cervellotica la questione dei terzini: la stagione comincia con D’Ambrosio a destra e Nagatomo a sinistra. I risultati sono tutt’altro che eclatanti ma galleggiano nel mare della decenza. La voglia di stupire, o di portare nella rosa dei “titolarabili” anche gli altri, lo porta a inserire nelle rotazioni prima Dalbert e poi Santon, con risultati scadenti.

Spiace davvero accanirsi sull’ex Bambino d’Oro, ma più volte anche in questa stagione la presenza del terzino italiano ci è costata punti preziosi. Non è colpa di Spalletti se Santon è inadeguato all’Inter. È colpa sua però se di ciò non tiene conto e continua a riproporlo. Tanto più che a Gennaio ha dato l’assenso alla partenza di Nagatomo, tutt’altro che un fenomeno, ma senza dubbio più affidabile dell’altro.

 

  • La gestione dei cambi è uno degli aspetti per cui un allenatore più spesso finisce nel mirino della critica. Spalletti non fa eccezione, visto che la partita col Sassuolo è stata l’ultima di una serie di situazioni in cui il nostro non ha finito di convincermi.

Ora: visto come (non) ha giocato Cancelo sabato, e volendo tentare la rimonta, a mio parere l’ingresso di Karamoh nella ripresa avrebbe anche potuto avere una sua logica, ma ricordiamo di chi stiamo parlando. Il francesino è un diciassettenne tutto istinto e corsa, fisiologicamente acerbo e calcisticamente “non-pensante”. Se vuoi metterlo in fascia, quello da cavare è Cancelo, non Candreva. Candreva vive una relazione di amore-odio con San Siro, ma anche il più avvelenato dei vecchietti del primo anello arancio gli deve riconoscere abnegazione, corsa e intelligenza (o quanto meno intelligenza superiore ai due colleghi di reparto).

Invece no, nell’ultima mezz’ora contro il Sassuolo, invece di avere un inutile ballerino di tip-tap sulla fascia, ne abbiamo avuti due. Non ci voleva un genio a pronosticarlo.

  • Aldilà delle sostituzioni, riguardo alle quali potrei citare gli ultimi minuti di Inter-Juve ma tirerei in mezzo gente già coinvolta ai punti precedenti, mi vorrei soffermare sui cambi di modulo, in corsa o ab initio sui quali tante volte non sono stato d’accordo.

In particolare, ricordo con sgomento la scelta di schierarsi “a specchio” dell’Atalanta nella trasferta di Bergamo, complicata già di suo, che fa il paio con il quarto d’ora impiegato sabato sera per far capire ai suoi che dovevano mettersi a tre dietro.

Personalmente sono un fautore dell’intercambiabilità di uomini e schemi, ma come dice quel tale est modus in rebus: la cosa deve essere fatta per creare un problema al tuo avversario, non ai tuoi giocatori.

  • Come comunicazione il ragazzo è giusto un file verboso e ridondante, ma per lo meno parla e lo stanno a sentire. Per nostre tare apparentemente incolmabili abbiamo bisogno che l’allenatore sia anche il nostro capopopolo, non avendo -ancora- una Società che sappia farlo in autonomia. Motivo per cui ben venga la sua supercazzola con scappellamento calcistico come se fosse di trequartista.

Queste le principali carenze che spero possano essere colmate nel secondo anno di panchina, che ribadisco essere doveroso.

Sarò banale, ma continuo a pensare che la maniera più efficace per migliorare qualsiasi gruppo di lavoro sia rinforzare quel che di volta in volta risulta essere l’anello debole della catena. E, pur con le Madonne che gli ho tirato dietro quest’anno, senz’altro non è lui il problema.

Dirò di più: il problema, Mazzarri, Gasperini e De Boer a parte (ma l’olandese pagava colpe non sue) non è mai stato l’allenatore. E’ stata la scarsa progettualità da parte della dirigenza, la mancanza di fiducia nel Mister di turno e soprattutto l’incapacità di accontentarlo prima e difenderlo poi ai primi scricchiolii.

La speranza è che dopo una decina di panchine fatte saltare in 7 anni, si sia capito che il gioco è bello quando dura poco.

Non gli resta che guidare la nostra armata Brancaleone all’ultima vittoria, e la sua stagione da 6,5 passerà all’8 pieno.

In ogni caso non rischia esami a settembre.

Beato lui…

Spalletti

“Dieci e lode” (cit.)

BRAND AWARENESS

Chiedo scusa per il turpiloquio.

PREMESSA

So di avere già scritto un pezzo del genere in passato, ma credo sia opportuno attirare la vostra attenzione su alcune certezze granitiche ed immutabili della stampa sportiva (e non solo) italiana.

Lungi da essere cani da guardia del potere, sono invece per buona parte cortigiani del messere di turno.

Juve e Milan sono quindi soggetti da trattare con benemerenza, rispetto, subalternità, mettendosi sull’attenti anche quando si scrive.

L’Inter di contro è la palestra perfetta in cui far finta di essere il cronista coraggioso che non guarda in faccia nessuno e che non ha paura a criticare anche “i grandi nomi”, rassicurato dal fatto che nessuno ha mai pagato per le bugìe e le esagerazioni scritte sull’Inter.

Le ultime civilissime e -forse per quello­- sterili dichiarazioni dell’AD Antonello dopo l’ultimo Inter-Juve sono una muta conferma di quanto vado berciando.

GIGIO SI’, IL NEGRETTO NO

Ma andiamo in rigoroso ordine sparso a disseminare prove ed indizi di questo mio inconfutabile postulato. Partiamo da Gianluigi Donnarumma, dal suo attuale momento di forma e da un paragone con un caso assimilabile di circa 10 anni antecedente.

Non potendo la cronaca glissare sulla compilation di papere del nostro, noto che la gara tra i cronisti è quella -per l’appunto- di dare la notizia di cronaca, astenendosi però da qualsiasi giudizio di merito (Sopravvalutato? Pacco? In confusione?). E’ invece tutto un contestualizzare, ridimensionare, compensare con frasi del tipo “con l’errore passano in secondo piano le ottime parate fatte in precedenza”.

Ma ancor più di quello, è notevole la differenza tra l’atteggiamento dei media nei suoi confronti e quello tenuto nei confronti dell’ultimo grande talento (in)espresso dal calcio italiano prima di lui: parlo di Mario Balotelli.

Non sto qui a dire se Balotelli stia raccogliendo quanto il suo potenziale prometteva (no, è ovvio). Ne sto facendo un puro discorso mediatico.

Balotelli esordisce in A a 17 anni, con le stimmate del campione e in maglia nerazzurra, ma quasi da subito  -e forse per quello- inizia ad essere additato dalla stampa come bambino viziato, immaturo, provocatore. C’è gente che ne chiede il Daspo e che lo deferisce perché risponde con applausi ironici e linguacce a chi settimanalmente gli grida “non esistono negri italiani”. Si minimizzano i gesti da ragazzo normale quali i campi vacanza con il WWF o i gesti di generosità o disponibilità con i bambini.

Tutto ciò ovviamente finché è con la maglia nerazzurra, perché non appena il rosso si sostituisce all’azzurro, il ragazzo (“che-tifa-Milan-fin-da-bambino”) #èmaturatotantissimo.

Tornando ai giorni nostri, ed in contrapposizione, abbiamo un portierone la cui famiglia ha pensato bene di rimangiarsi la parola già data all’Inter per soddisfare l’altra squadra di Milano ancora con il ragazzo adolescente, per mettersi subito dopo nelle mani del procuratore più chiacchierato d’Italia e non solo. Il talento del giovanotto è indubbio, e come tale è stato prontamente messo in vetrina manco fosse una donnina di Amsterdam, in pieno stile MilanelloBianco.

E se le vette di tragicomicità erano già arrivate nell’estate scorsa, tra fratello badante assunto a un milione al mese ed esame di Maturità saltato “ma lui lo voleva fare ed è stato Raiola a dirgli di non farlo”, in queste settimane il circo prosegue, con i tifosi a rifiutarne la maglia e la Società che a parole lo difende ma nei fatti prende le dovute precauzioni (leggasi Pepe Reina).

Il giornalettismo italico si conferma crocerossina dei Meravigliuosi, contrappuntando le inevitabili critiche con abbondanti dosi di “però è giovane”, “le critiche vanno fatte in maniera costruttiva”, “la crescita passa anche da queste cose”, “alla sua età Toldo non era così forte” (e te pareva…).

CIAO NE’

Non che il lavoro di lingua sia meno pervicace sulle rive del Po. Del resto la lingua batte dove il potente siede, quindi avanti Savoia e madama la Marchesa.

Che una squadra che vince 7 scudetti di fila venga coperta di complimenti mi pare il minimo della vita. Che uno solo tra la schiera di commentatori adoranti abbia la schiena dritta per ricacciare in bocca al Chiellini di turno la minchiata dei “36 scudetti” è francamente imbarazzante. Non mi pronuncio sul colpo di genio di Tardelli che dice “va beh ormai li hai vinti, chissenefrega”

Ma se nemmeno la FIGC ritiene necessario intervenire, permettendo la perpetuazione di quel che è un falso storico da ormai un decennio buono, tornando di contro inflessibile censore di cori da stadio indirizzati contro un losco personaggio, perché mai dovrebbero essere i giornalisti ad ergersi a novelli Ceghevaradenoantri?

Chiellini, ne sono certo e ne ho anche le prove, è una brava persona, ma sentirlo dire che la Juve ha vinto contro tutto e tutti francamente non si può sentire. Anche qui: mutismo e rassegnazione su tutta la linea. Tutti impegnatissimi a negare l’esistenza dell’elefante nella stanza.

Sentire Adani (che pur apprezzo) rallegrarsi per il fatto che in Serie A nessuno si scansa e tutti se la giocano, fare i complimenti al Sassuolo per il bel percorso fatto dal 7-0 rimediato con la Juve fino alla bella vittoria a San Siro con l’Inter, è una cosa che offende l’intelligenza dei telespettatori e davvero mi fa venir voglia di disdire l’abbonamento.

Vedere come Mediaset sunteggia sulla carriera di Buffon, che finalmente pare essersi rassegnato a smettere, arrivando a parlare di “onore” e “obbligo di venerazione” e volando altissimo sulle inchieste UEFA dopo la figuraccia contro l’arbitro Oliver, ci dà ulteriore conferma della subalternità degli scrivani di corte nei confronti dei falsi rivali biancorossoneri.

FIND THE DIFFERENCES (IF ANY)

Altri esempi? Avanti, c’è posto. La finale di Coppa Italia, guadagnata dai cugini grazie al solito buciodiculo eliminando i nostri nel Derby e sconfiggendo la Lazio al 48° rigore, viene presentata dalla Gazzetta con 15 pagine (!!!) di giornale, più altre due dedicate all’addio al calcio di Pirlo, il che vuol dire 17 pagine di coma iperglicemico con storielle sullo “Stile Juve” e “Stile Milan”, su tanti doppi ex (che caso eh?) a raccontare di quanto sia stato bello giocare per entrambe, sulle relazioni tra i due Club.

L’elenco degli invitati alla festa trasuda inevitabilmente juvemilanismo da tutti i pori, ma ancora una volta fa impressione vedere quanta poca Inter sia rappresentata anche qui.

Per carità: fieri di non essere quella roba lì. Questo sempre. Però fa davvero specie, per l’addio al calcio di un giocatore che ha attraversato il lustro d’oro nerazzurro, non vedere nemmeno uno dei campioni interisti di quel periodo. L’eccezione è Materazzi, verosimilmente chiamato per la comune e felice militanza azzurra.

Per il resto, zero al quoto. Niente Zanetti (che con Pirlo ci ha anche giocato nella sua trascurabile parentesi nerazzurra), niente Milito, niente Stankovic. Niente. Il Triplete non è mai esistito. Damnatio memoriae. Meglio Storari, Pato e er Chiacchiera Pepe.

Bene così. Anzi, benissimo.

Il bipolarismo bianco-rossonero investe anche la memoria storico-fotografica, con queste due squadre ad essere citate ben oltre i loro effettivi meriti, e di risulta l’Inter ad essere ignorata ogniqualvolta non sia proprio impossibile farlo.

L’esempio principe (e l’orrendo gioco di parole per una volta non è voluto) è il mancato Pallone d’Oro a Milito nel 2010, la cui maglia evidentemente non era così trendy da meritare l’attenzione della stampa sportiva europea.

L’ultimo in ordine di tempo -senz’altro assai meno importante ma comunque sintomatico- è l’elenco di paragoni con la beffarda punizione di Politano di sabato sera.

Tutti pronti a lavorare di memoria selettiva: “Come Pirlo! Come Ronaldinho!”.

E io che, mesto mesto, mi rivedevo la pelata di Snejder a Mosca in un quarto di finale di Champions del 2010… Ma si vede che alcune punizioni, come i maiali di Orwelliana memoria, sono più uguali di altre…

L’Inter vien buona solo per rimpiangere i vecchi tempi andati, per millantare di quando Moratti si faceva sentire in Lega (questa fa già abbastanza ridere così), con le vedove si rammaricano non dell’assenza del Sig. Massimo in quanto tale, ma del Morattismo applicato alla stampa. Vero caro Bruno Longhi millantato interista?

Bello quando si poteva scrivere tutto e il contrario di tutto sull’Inter, per far vendere qualche giornale in più, fare infuriare i tifosi nerazzurri (bene o male purchè se ne parli, diceva quel tale) e far sogghignare i lettori tifosi delle altre strisciate.

Chissà, qualcosa alla lunga potrebbe cambiare, qualche avvisaglia c’è. Ma, al solito, non vi aspettate gli araldi e le trombe ad annunciarlo urbi et orbi.

NOVUS ORDO SAECLORUM

Occorre da parte nerazzurra un impegno mediatico gigantesco, la restaurazione (o meglio la costruzione da zero) di una memoria storica condivisa da tutti i tifosi di calcio, non solo interisti.

Nella scala di priorità della cosa più importante tra le cose non importanti, il primo posto dovrebbe essere occupato da quello che l’orrendo gergo aziendale definisce Brand Awareness: ricordare al mondo perché l’Inter è importante, quanto sia stata grande negli anni, quanto importanti siano state le sue vittorie.

Se poi avanzasse tempo e spazio, sarei disponibile a precisare quali ostacoli abbia dovuto affrontare per raggiungere le succitate vittorie e quanto spesso le sia stato impedito di farlo.

Ma qui torno ad essere il solito rompicoglioni, quindi mi taccio…

INTER.110

PAR GNANCA VER…

INTER-VERONA 3-0

Il francesismo del titolo per una volta è di segno positivo, anche se di durata brevissima, visto il banco di prova che attende i nostri mercoledì alle 18.30 (leggasi: Derby).

Cosa dobbiamo dirci? Che i nostri si sono svegliati dal letargo, riuscendo a giocare una partita seria, concentrati e massicci come già altre volte e bravi ad alternare freno ed acceleratore nei 90 minuti di giUoco?

E’ così, e nessuno può negare i meritati complimenti a tutti gli 11 in campo (subentri compresi).

Certo, fa specie vedere Brozovic correre bene e non solo tanto, più che altro perché sappiamo com’è fatto il nostro: il suo rendimento è la rappresentazione plastica dell’onda sinusoidale: la curva è ora in un confortante territorio “> 0”, ma sappiamo che è una questione di tempo e tornerà nella cupa -eppur consueta- palude del “< 0”, con Cristi e Madonne di rinforzo.

Ce ne faremo una ragione, sperando che per allora almeno uno tra Borja Valero e Vecino sia ritornato ai fulgori di inizio stagione.

Anche Perisic si è destato dal letargo, sveglissimo già dopo 30 secondi nel lanciare da rimessa laterale il buon Icardi, incredulo della libertà concessagli ma lucido a sufficienza per mettere palla in buca per l’1-0 iniziale.

Nemmeno un minuto e siamo già avanti: come inizio non c’è malaccio.

I due croati combinano ancor meglio una decina di minuti dopo con Ajeje a lanciare lungo per Beavis: bello ma non bellissimo il controllo, che gli lascia la palla un po’ indietro, ottima invece la coordinazione del 44, che calcia di interno destro con palla sul palo interno e poi in rete.

Tra i due gol, un altro paio di azioni con D’Ambrosio e Gaglia a maledire la testa pentagonale ma a riscuotere i giusti applausi per i tempi di inserimento mostrati.

Il Verona, povero, non c’è: il gol iniziale ha scombussolato i piani di Pecchia, che è andato di rincorsa per tutta la partita a cercare di mettere una pezza dopo l’altra, senza grossi risultati.

La ripresa come detto vede i nostri alternare minuti di arrembaggio a periodi di controllo, senza però disdegnare ricami e azioni manovrate.

La difesa ospite è complice del bel recupero di Perisic sulla sinistra (la palla era saldamente in piedi scaligeri): da lì il nostro va a memoria, scende sulla sinistra e mette la boccia tesa sul secondo palo. Icardi fa la mossa del serpente sgusciando dietro al terzino -che infatti se lo perde- e il 3-0 è cosa fatta.

Bello lo sforzo collettivo, da lì in poi, di mettere Candreva in condizione di segnare: il ragazzo è anche sfigato, chè il destro a girare è buono, ma finisce dritto sul palo. Tutta da ridere l’immagine finale, con Icardi e D’Ambrosio a consolare (o più probabilmente sfottere) il compagno per la cattiva sorte.

Chissà mai che si sia tenuto il regalino per la prossima…

Piccolo excursus personale: se il 3-2 in rimonta da 0-2 è il risultato più eroico e godurioso che possa concepire, la vittoria per 3-0 è quella che, a livello di punteggio, preferisco.

Oltre quel punteggio nella boxe saremmo al KO tecnico, all’incontro da interrompere per manifesta inferiorità. Il 3-0 nella mia mente malata vuol dire “ce le siamo date di santa ragione: io ho menato, tu le hai prese”. Insomma, ti ho strabattuto, ma c’è stata partita.

Preferirò sempre un 3-0 a un 4-1, per dire, ma qui potrei scatenare i tanti zemaniani tra i miei amici e non mi va di aprire inutili polemiche sullo spettacolo, le emozioni e il giUoco che devono essere dati in pasto al pubblico.

Tanto ho ragione io.

Torniamo a parlare dei nostri amatissimi, attesi come detto dalla partita che più di tutte le altre non si può sbagliare.

Il rinvio del Derby, ragionando in termini barbaramente cinici, pare aver sparigliato le carte a nostro favore, visto che il mesetto passato ha ridestato i nerazzurri, appesantendo di contro l’umore dei cugini.

Cugini che, per stessa ammissione di Ringhio, hanno un solo risultato a disposizione per poter almeno continuare a sperare in una rincorsa alla Champions che avrebbe del miracoloso (o dello scandaloso, a seconda dei punti di vista).

Come potrete intuire, è proprio questa “ultima spiaggia rossonera” a preoccuparmi, vista la cronica incapacità dei nostri di dare il colpo di grazia agli avversari in difficoltà.

Certo, sarebbe assai bello ricacciare in bocca alla stampa adorante gli auspici di rincorsa, di sorpasso, di gerarchie cittadine da sovvertire, con cui da mesi riempiono quotidiani e siti web con la consueta e ossequiosa generosità.

LE ALTRE

Il Napoli si fa bloccare a Sassuolo, di fatto consegnando una buona fetta di scudetto alla Juve che non sbaglia il match del male contro il Milan. Comprendo e posso anche condividere lo scuorno di Auriemma, essendomi io stesso in passato prodotto in anatemi contro le varie Udinese, Sassuolo, Atalanta che sono pronte alla partita della vita con tutti tranne che con qualcuno.

Detto ciò, la partita l’ho vista, e il Napoli proprio non c’era: se si mette a sbagliare pure Koulibali…

La Roma stecca a Bologna, acciuffando un pareggio con Dzeko ma non andando oltre a quello, mentre il Benevento ci illude andando sul 2-1 contro la Lazio a Roma, prima di soccombere fino al 6-2 finale.

La classifica al momento ci vede quarti, con le romane a fare da panino ma col Derby che sembra apparecchiato apposta per arrampicarci a un punticino sopra i lupachiotti.

Ripeto: sembra tutto troppo bello per essere vero.

Smentitemi.

E’ COMPLOTTO

Vorrei soffermarmi su tre fatti.

Il primo è l’addio a Emiliano Mondonico, giustamente ricordato come uomo di spessore, onesto e schietto in un mondo di doppie se non triple facce.

Inevitabile e doveroso il ricordo della sedia, assurto a simbolo della lotta del piccolo contro il potente.

Quel che mi ha fatto sobbalzare è il gratuito riferimento dell’ex capitano Cravero alle manette di Mourinho: ma cosa cazzo c’entrano l’Inter e Mourinho adesso? Piangi il tuo allenatore, tira fuori tutti i ricordi che vuoi, ma perché tirare in ballo altra gente e fare polemica anche in questi momenti?

Io il Mondo lo ricordo anche per un altro aneddoto:

1995. Turno di Coppa Italia tra Atalanta e Juve: i bergamaschi riescono a eliminare i bianconeri. Il Mondo si gira verso la tribuna dove siedono Moggi e Bettega e li saluta a suo modo “Bastardi! a casa!!”.

Probabilmente giusto non ricordare la circostanza nella agiografia conseguente alla morte, ma da quel giorno il Mondo mi è stato ancor più simpatico.

Passando agli affari di casa nostra, non bello e non chiaro l’addio di Sabatini al mondo Suning. Della risoluzione di contratto con Fabio Capello sono invece intimamente felice, non avendo mai riscontrato punti di contatto tra lui e il mondo Inter.

Certo, il ruolo di Sabatini è stato fin dall’inizio non particolarmente chiaro, così come i rapporti -gerarchici più che personali- con Ausilio hanno sempre dato molto da scrivere. Se però torniamo alla già ricordata benevolenza della stampa nostrana nei confronti del direttore sportivo di Sesto San Giovanni, non credo che l’eco di questa novità avrà vita lunga.

C’è però sempre qualcuno che è mosso dalla irresistibile tentazione di voler accomunare i destini delle due squadre di Milano. E quindi, l’addio (pur doloroso, pur non chiaro) di un dirigente italiano alle dipendenze della casa madre cinese è sufficiente per far dire ai sapientini di turno che “le proprietà cinesi delle squadre di Milano sono in crisi, il futuro è incerto, moriremo tutti”.

Per puro dovere di cronaca, sulla sponda sbagliata del Naviglio si festeggia l’arrivo di un aumento di capitale di 10 milioni per pura necessità di cassa contingente. La cosa, anche per i peggiori ragionieri dei bar di Caracas, dovrebbe sembrare di tutt’altro spessore rispetto al caso-Sabatini.

Andatelo a raccontare a Bocca di rosa e compagnia…

Infine, un piccolo prurito, un sassolino che è consolatorio togliersi dalla scarpa.

Nelle ultime settimane Gasperini è stato ospite da Caressa e gli altri al Club, presente anche il Cuchu Cambiasso. Messo davanti a due minuti di tempo in cui ricostruire gli eventi, quel che emerge è leggermente diverso dalla vulgata popolare “Gasperini è stato un santo, l’Inter una pletora di coglioni”.

Sentirlo dire “evidentemente ho sbagliato qualcosa anch’io”, “siamo anche stati sfortunati nell’avere argentini e brasiliani solo dopo Ferragosto” può non spostare molto l’equilibrio geopolitico mondiale, ma ancora una volta dimostra come sia più comodo e veloce scrivere e ragionare per luoghi comuni anziché cercare di capire la realtà delle cose. Se poi c’è di mezzo l’Inter, chettelodicoaffare.

WEST HAM

Il ritiro punitivo a Miami funziona: anche nell’est di Londra festeggio un 3-0 casalingo, con un Arnautovic a livelli mai visti e addirittura un Joao Mario in versione goleador e assist-man.

int ver 2017 2018

OK, BREAK’S OVER

GENOA-INTER 2-0

Ben alzati, dormito bene?

No? Ah avete fatto un brutto sogno… quale?

La vostra squadra del cuore per l’ennesimo anno vi illude per poi farvi ripiombare nella crisi più nera?

Spiacenti, non è un incubo… è la realtà.

Avete presente quella barzelletta in cui il neo-defunto deve scegliere il suo posto all’inferno? No? Bene: il tapino, dopo aver visto di tutto e di più opta per quel che pare il meno peggio: restare in ammollo in un mare di merda che arriva fino al collo.

Rassegnato ma in fin dei conti sereno si mette in posizione, quand’ecco arrivare Satana in persona a dare l’ordine: “ok, pausa finita, tutti sotto!”.

Ecco, siamo messi così. I nostri da anni inanellano la serie di 10 partite ben giocate, e  danno l’impressione che questo sia finalmente “l’anno buono”. Ranieri vinse 10 partite di fila, altrettanto fece Strama, lo stesso Mazzarri ebbe la sua luna di miele, Pioli l’anno scorso sembrava cazzutissimo, per non parlar del Mancio degli 1-0 e dell’Inter campione d’inverno.

E poi, sistematicamente, il black out.

Che ti fa incazzare perchè, con l’andar degli anni, i giocatori sono cambiati, e quindi non puoi nemmeno prendertela con il Ranocchia di turno (talmente sfigato da suscitarmi tenerezza…).

Non c’è più la cricca argentina, che doveva giocare perchè comandava lo spogliatoio.

Non ci sono più gli scarsi Kuzmanovic, Taider e Belfodil.

Non ci sono più i talenti ingestibili Cassano, Coutinho e Osvaldo.

Eppure, anno dopo anno, rosa dopo rosa, allenatore dopo allenatore, il copione si ripete sempre uguale.

E quindi arrivo alla mia disamina, che sarà seguita in chiusura da un’importante precisazione.

Il vostro amatissimo Zarathustra vi segnala che l’unica costante di tutta questa masnada di stagioni buttate nel cesso è la completa assenza, o se preferite la totale imperizia, di una Società degna di questo nome. Un gruppo di tre o quattro dirigenti  capaci di gestire gli alti e bassi di una ventina di ragazzi con un conto in banca che di solito è inversamente proporzionale al quoziente di intelligenza.

La genìa dei Guarin, dei Brozo e di chi altri volete aggiungere a una lista mai troppo lunga, manca della prima qualità che un giocatore di Serie A deve avere. Ancor prima di saper palleggiare, tirare in porta, seguire le indicazioni del Mister, un cazzo di giocatore di questi livelli deve essere un professionista. Il che significa avere carattere e maturità sufficienti per non naufragare alle prime difficoltà, e saper trovare motivazioni -o in termini meno aulici almeno senso di decenza- per correr dietro agli avversari e raddrizzare una situazione che si fa sempre più imbarazzante.

Invece, l’unico risultato visibile negli ultimi due mesi e mezzo di Inter è vedere i difetti dei tuoi giocatori -già noti- esplodere all’ennesima potenza.

Handanovic non esce mai. Ma mai! Rischia il gollonzo su un cross lento a scendere, l’ideale per protendere le braccia e bloccare senza problemi.

Invece: stocazzo. Il portiere-che-vuole-fare-la-Champions si esibisce in un imbarazzante “vado-non vado” che si conclude per pura fortuna con la palla sulla traversa e poi tra le sue mani.

Chiaro che poi i tuoi difensori non siano tranquilli. Possibile, nella nuvoletta di Fantozzi nella quale viviamo, che sul successivo cross -altrettanto inoffensivo- Skriniar non si senta sicuro e decida di spazzare da buon terzinaccio ignorante. Poi, ovvio, Ranocchietta è sempre in agguato e il ginocchio beffa un Handanovic a quel punto incolpevole.

Ma non è logicamente tutta colpa del portiere. Gagliardini, per esempio, è un altro pacco irriconoscibile rispetto all’anno scorso. La lentezza, di gamba e di pensiero, è sempre più il suo marchio di fabbrica. Il sonnellino che schiaccia sul corner che porta al raddoppio di Pandev è illuminante: un girapolenta con la cispa negli occhi.

E qui arrivo al paradosso: fosse stato Brozovic a dormire così (ma anche Vecino, Borja, non parliamo di Icardi), ci sarebbero state fiaccolate e ronde di quartiere per cacciare questi extracomunitari che rubano il lavoro ai nostri ragazzi.

Invece, il giovane prodigio italico, pagato venti e passa bomboloni un anno fa, offre l’ennesima prestazione da lattugone lento e compassato, del tutto inutile in un centrocampo che -tocca dirlo- non fa nulla per compensare la giornata storta del compagno.

Morale: la cosa che personalmente mi dà più ribrezzo è proprio la mancanza di voglia di giocarcela alla morte. Cazzarola, puoi anche perderla perchè hai avuto la botta di sfiga, ma almeno per tutto il secondo tempo li metti lì nella loro area e li crepi di mazzate.

Dopo due mesi di cloaca, in qualche modo avevi trovato la vittoria contro il Bologna nell’ultimo turno. Qualsiasi mammifero col pollice opponibile avrebbe capito che c’era da attaccarsi con tutto il corpo a quella vittoria, e ripartire da lì con le buone o con le cattive.

Sono troppo signore per suggerirvi dove invece i nostri si siano attaccati…

Concludo tornando sulla considerazione fatta prima: una cazzo di Società in questi frangenti interviene, si fa sentire dapprima stimolando e poi nel caso cazziando a dovere. E invece, tutti zitti, assenti o in altre faccende affaccendati.

Manca solo che, per l’ennesimo anno, si dia la colpa all’allenatore del momento, si cambi l’ennesimo coperchio lasciando la stessa pentola. Questa sì, sarebbe la inequivocabile conferma di essere diretti da una mandria di craniolesi.

Il sospetto, tuttavia, è assai fondato anche senza il colpo d’artista finale.

Manca la chiusa finale, che supplisce alla solita sezione E’ COMPLOTTO.

Avevo detto che ci sarebbe stata un’importante precisazione.

Provo a sunteggiarla così: se un discorso del genere lo facciamo noi interisti, è un lucida e onesta autocritica. Se lo fanno gli altri… (dài che ormai avete imparato).

Ormai siamo come il genitore italiano medio: noi dei nostri figli possiamo dire tutto il male possibile, ma guai a chi ne parla male.

Pensate un po’ come stiamo messi…

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Oh Ciccio, hai rotto i coglioni, stacca ‘sto guinzaglio dal palo e esci!

ABBASTA

INTER-LAZIO 0-0

Il titolo fa il verso alla voce del verbo abbastare, nella sua terza singolare presente indicativo assai usata nell’entroterra laziale, feudo di aquilotti.

La locuzione -ritengo- fotografa alla perfezione lo stato psico-fisico dell’amata squadretta e saluta con favore l’imminente pausa natalizia che in realtà non ci sarà, stante l’incombenza del prossimo turno previsto per il fine settimana.

Morale, per come siamo messi, e per come la Lazio arrivava a questo scontro, è andata bene così.

Non ho visto una sola immagine, essendo stato vittima di un viaggio fantozziano che ci ha visto arrivare stremati a destinazione dopo 10 ore di viaggio (necessarie per coprire meno di 400 km, ma questa ve la racconto un’altra volta) eppure, pur senza essere confortato dai riflessi filmati, mi sono fatto il mio cinema sulla partita.

Una squadra -noi- in chiara difficoltà sia fisica che tattica. L’altra -loro- che continua a macinare calcio e si presenta giustamente convinta di poter portare a casa la vittoria.

Quindi: abbasta. Accontentiamoci e scavalliamo l’anno solare ancora terzi, stante il graditissimo pari interno della Roma contro quel Sassuolo che solo pochi giorni fa ci aveva beffato.

Ho letto (ma non visto, ripeto) di gol mangiati da Felipe Anderson e forse Immobile, così come di grandi parate di Strakosha su Perisic e Borja Valero.

Ho altresì letto del rigore prima dato e poi tolto alla Lazio, su cui ovviamente non posso esimermi dal soffermarmi. Non prima di aver fatto un breve

QUADRO DELLA SITUAZIONE

Lo Zio Bergomi, aldilà di un atteggiamento eccessivamente assertivo nei confronti del suo compare (#sìfabio #certofabio), ha spesso ragione quando parla di calcio, non solo di Inter. Molti, soprattutto tra noi nerazzurri, lo criticano perchè sostanzialmente non fa il tifoso. Io invece lo apprezzo. Avendo sempre disprezzato l’apparente imparzialità dei vari Caressa, Mauro, Cerqueti, Piccinini e via dicendo, l’ultima cosa che mi auguro è di avere un analogo finto neutrale che dissimuli imparzialità facendo in realtà il tifo per i nostri.

Lo Zio non si nasconde dietro un dito: c’ha giocato 20 anni con quella maglia, non potrà mai essere imparziale. Ma onesto intellettualmente, quello sempre.

Ecco perchè ho particolarmente apprezzato un suo commento post Derby di Coppa Italia, in cui ha tirato fuori uno dei pochi luoghi comuni del mondo del calcio che mi sento di sottoscrivere: “le idee, nel calcio, invecchiano presto”. Questo, applicato ai cazzacci di casa nostra, vuol dire che l’Inter, finchè sorretta da una buona forma psico-fisica, ha goduto i frutti di quegli stessi schemi che ora ne costituiscono la principale zavorra. Il giro palla a liberare Candreva o Perisic che a loro volta cercano Icardi in del mezz non è giusta o sbagliata in sè; ha però bisogno di essere usata insieme ad altri strumenti, pena diventare prevedibile e quindi inefficace.

Largo quindi ai piani B, C, D, chi più ne ha più ne metta. E’ possibile che non ci sia uno dei centrocampisti che voglia provare il tiro da fuori? Perchè non usare Icardi come vero centroboa e provare il triangolo e la percussione centrale che porta un cazzo dí Brozovic qualunque in area palla al piede? E’ ipotizzabile l’impiego di Cancelo nel ruolo di Candreva, col romano ad agire più centrale? Cristo, ha fatto 10 gol all’anno nella Lazio, da noi non lo fanno mai tirare…

Boh, sono idee buttate lì dall’ultimo pirla che passa per strada, mi auguro bene che Spalletti e la società affrontino l’argomento con un pocolino di professionalità in più.

Vi svelo ciò che dovrebbe essere ovvio: posto che nessuno dei nostri tira da fuori o cerca l’imbucata centrale per il semplice motivo che l’è no il so’ meste’, urge volontario che cacci il grano per comprare uno-due giocatori al mercato di Gennaio.

Io da tempo ho dato la mia preferenza a Verdi del Bologna, capace di giocare in qualunque dei tre ruoli dietro a Icardi. Ma a ‘sto punto anche un Pastore o un Mikhitarian o come cacchio si scrive mi vanno bene: il primo non lo vedo giocare dai tempi del Palermo, il secondo non ho la minima idea di chi cazzo sia, ma vado sulla fiducia: non possono essere peggio della situazione attuale del nostro centrocampo.

Anche dietro siamo messi malaccio, con Miranda e D’Ambrosio ai box per qualche settimana. Skriniar e Ranocchia al momento reggono l’urto ma la coperta dietro, già corta di suo, rischia ora di lasciare fuori i piedi perfino al nano Tatu di Fantasilandia.

Tutto ciò premesso, chiudiamo il girone d’andata terzi e con 41 punti, avendo sostanzialmente smesso di fare il nostro calcio da un mesetto. Con ciò intendo dire, se mi si passa il paradosso, che c’è quasi da essere più contenti di un terzo posto in queste condizioni che del primo posto di fine Novembre con l’allineamento dei pianeti che ci girava a favore. Torno a ribadire che Juve e Napoli si giocheranno lo scudetto e che il nostro Campionato sarà segnato da un imperativo che tanto piacerebbe ai leghisti d’antan: noi prima di Roma.

DERBY DI COPPA

Mi son girati i coglioni a uscire contro i cuginastri. Mi gira perdere in amichevole con quelli là, figuriamoci una pur bistrattata Coppa Italia.

Come spesso accade quando si parla di quelli là, ci sono però cose che mi danno ancor più fastidio del risultato.  Anzitutto, come abbonato RAI vorrei partisse una cazzo di class action per avere un ricambio generazionale di commentatori.

Settore l’ha riassunta bene e merita 7 minuti del vostro tempo.

Cerqueti è uno dei tanti che ho fieramente disprezzato, alfiere del mantra “Inter cinica” e sempre pronto a minimizzare i meriti e ingigantire i difetti. Curioso poi che sia l’unico in Italia a pronunciare Perisic “Periscic”. Immagino sia la pronuncia corretta ma, come dire, la accetto se parla uno slavo, mica uno del Quadraro (con tutto il rispetto). Se mi dava sul belino Caressa che diceva “SSSanetti e SSSamorano”, immaginate le Madonne che gli ho tirato quando l’ho sentito pronunciare Rodríguez con la U ben udibile.

In bonza totale poi quando, ricordando i precedenti di Gattuso nei derby di quest’anno, ha informato che quello giocato da allenatore della Primavera rossonera l’aveva visto vincitore per 3-0. “Ah no, scusate, era finita 3-0 per l’Inter”. Oppure quando ha tessuto le lodi di Antonio Donnarumma in occasione di una bella e spettacolare parata di Handanovic. Qui non è questione di complotto, di malafede o altro. E’ semplicemente che il ragazzo è cotto, e ogni volta che sento le telecronache sulla RAI mi sembra di esser fermi a Gianni Vasino e Franco Zuccalà…

Ma si può usare ancora oggi una frase del tipo “a beneficio di quanti si siano messi solo ora alla visione, vi informiamo che l’Inter attacca da sinistra a destra”?

Intollerabile, così come da orticaria pura, e figlia in linea diretta del puro berlusconismo mediatico, è stata l’elegia di Donnarumma Antonio, chiaramente assurto ad eroe della partita.

Non sarebbe cambiato niente: il Milan ha vinto senza rubare nulla un Derby contro una squadra che, quest’anno, è decisamente più forte, e quindi va elogiato ancor di più per questo. Che bisogno c’è di inventarsi il fatto che il terzo portiere più pagato del West sia stato il migliore in campo? Gli ha detto culo che Ranocchia fosse in fuorigioco, perchè un autogol di tacco nel Derby non si era mai visto e lo avrebbe perseguitato per il resto dei suoi giorni ben più del milione all’anno che guadagna a sbafo. Per non parlare poi della parata involontaria sull’esecrando Joao Mario che da due metri lo centra in pieno: mi scuso con tutti voi per il turpiloquio che sarà giunto anche nelle vostre case, proveniente dritto-dritto dal salotto di casa mia, ma onestamente parlando vedo tutti i torti del nostro in quella giocata e tutto il culo del fortunato che passava di lì per caso ed è stato centrato in pieno dalla fortuna.

Nossignore: Antonio esce abbracciato al fratello, uniti come una famiglia, entrambi tifosi rossoneri fin da bambino, disposti a ridurs…. ah no, questa no.

A contorno, 7+ a Cutrone per aver imparato a memoria la filastrocca di cui sopra nell’intervista del dopo gara.

Bravi, siete una squadra senza capo nè coda e ciononostante ci avete battuti. Bravi, lo dico davvero.

Ma continuate a meritarvi tutto il mio disprezzo.

E’ COMPLOTTO

Se vi fa sentire meglio, non siete i soli, a meritarlo.

Leggete questo e saprete come la penso su Simone Inzaghi come persona.

Anzi, non ho bisogno del pur inappuntabile pezzo de IlMalpensante per avere un opinione sul suddetto personaggio, che ricordo nelle mie preghiere della sera fin dalla stagione 1999/2000.

Linko il video, visto che l’immagine -che pure ho stampata in testa in maniera indelebile- su Google non l’ho trovata. Vi do una mano, voi lavorate di fantasia: siamo agli ultimi secondi del filmato, quelli che precedono il 2-2 finale di Pancaro (Dio bono, quanto odio pure per il nasone calabro…): Inzaghino sostanzialmente corre fino a centrare in pieno Peruzzi (Dio bono, avevamo Peruzzi in porta voluto da “Carta Bianca” Lippi al posto di Pagliuca…): il cinghialone resta a terra e Inzaghino protende le due braccia davanti a sé con lo sguardo da invasato che solo i fratelli Inzaghi sanno avere, come a dire al compagno “va’ che bello, ti ho pure steso il portiere, tira cazzo che la porta è vuota!!”.

Ora, uno così, che ha passato la vita come il fratello a speculare su centimetri di fuorigioco, con piedi se possibile ancor più scarsi di quelli di Superpippa senza averne nemmeno la metà del senso del gol, uno che -come il fratello- ha simulato in lungo e in largo su tutti i campi d’Europa (ask Jaap Stam for references), che senso dell’etica sportiva volete che abbia?

Poi, per carità, come allenatore sta facendo meraviglie, ma lamentarsi del fatto che il VAR ha cancellato un evidente errore di Rocchi (il figlio di un cane, nel dubbio il rigore contro ce l’aveva fischiato…) è davvero il massimo dell’antisportività.

Sintomatico che perfino la Gazza abbia sentito l’esigenza di dedicare questa chiamata del VAR a tutti quelli che rimpiangono i vecchi tempi, la poesia dell’errore arbitrale e cagate del genere.

Noi rimaniamo nel nostro e ricompattiamo le truppe. La battaglia -sportiva e mediatica- è arrivata solo alla metà del suo svolgimento.

WEST HAM

Il periodo è quello che è: dopo aver perso in casa col Newcastle e preso un punto a Bournemouth, frutto di un rocambolesco 3-3, la classifica brilla in tutta la sua pericolosità, lasciandoci con la melma -per non dir di peggio- fino al mento.

Inevitabile la citazione che chiudeva la simpatica barzelletta: “Oh mi raccomando, non fate l’onda”.

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LIFE IS SHIT AGAIN

INTER-UDINESE 1-3

Piccola premessa di cui non fregherà niente a nessuno, ma che rende l’idea dello stato d’animo. Rispetto alle ultime edizioni, per scrivere questo pezzo la prima cosa che mi è venuta in mente è stata il titolo.

Le ultime settimane mi avevano colto stranamente impreparato a sintetizzare in poche parole lo spirito di tutto il pezzo, probabilmente perchè ancestralmente poco avvezzo a commentare  una situazione in cui “le cose vanno tutte bene” o quasi.

Come il titolo lascia trasparire, il contesto è un pochino cambiato.

Perdiamo in casa la prima partita della stagione contro la stramaledettissima Udinese che -chi mi conosce sa- detesto ormai da anni per la pervicacia con cui inanella prestazioni di altissimo livello contro i nostri, sdraiandosi supinamente contro altre squadre strisciate con puntualità pluri-stagionale.

Come se non bastasse, il primo gol arriva dall’altrettanto stramaledettissimo Kevin Lasagna che già un anno e mezzo fa aveva ricevuto da queste stesse pagine informatiche sinceri e meritati complimenti per il suo Primo Gol in Seria A contro i nostri.

Il fiocco sul pacchetto è sistemato dall’esecrando Santon che, rubata palla all’ala avversaria, pensa bene di azzardare il dribbling in ripartenza facendosi contro-fottere la boccia da Wilmer. Oltretutto il nostro si attarda sulla linea di fondo, vanificando un possibile fuorigioco. Palla al carboidrato più indigesto della Serie A e la merda è bella che pestata.

Nel successivo minuto abbiamo se non altro la dimostrazione che il buono fatto vedere in questo trimestre non è stato solo un sogno: bella ma difficile la palla lunga data sulla destra; magistrale Candreva nello stopparla in tempo e crossarla con la giusta misura; letale Icardi nel girarla in porta di destro. Pareggio agguantato in 70 secondi e palla al centro.

Il primo tempo va avanti con un Candreva al massimo delle sue potenzialità e con una notevole mole di lavoro portato avanti sulla sua fascia di competenza. I nostri creano tanto e si mostrano in una versione inedita in questa stagione: l’Inter, cinica per definizione, per una mezz’ora è invece sciupona e stitica, incapace di tradurre in gol le tante azioni create.

E’ una cosa che mi fa preoccupare, perchè continuare a creare senza finalizzare instilla nel “creatore” la convinzione che prima o poi il goal arriverà, quasi per diritto divino. E, invece, tecnicamente parlando, stocazzo.

L’intervallo, infatti, fa spegnere la fiammella del dagadré ai nostri e ci consegna un’Udinese nelle consuete vesti di bimbo rompicoglioni che vuole rovinarti la festa di compleanno.

I nostri sono probabilmente impreparati a un simile inizio ripresa e non riescono a riprendere da dove avevano finito.

Oddio, in un certo senso c’è un fil rouge tra primo e secondo tempo: la minchiata di Santon.

Vero, il cross dell’Udinese è più fuori che dentro, e per le chiacchiere da Var ci sarà tempo più tardi.  A scanso di equivoci, il nostro interviene come ti spiegano al giorno uno di primi calci di non intervenire, e l’inguacchio si materializza con una latenza di 3 minuti.

Che la giornata non sia di gloria lo si capisce dalla facilità con cui De Paul spiazza Handanovic, e il colorito del sabato assume sfumature inequivocabilmente marroncino nel momento in cui la capocciata di Skriniar timbra la traversa, lasciandoci bestemmianti ma soccombenti.

Poco dopo,  il contropiede friulano ci colpisce dritto al cuore per un tre a uno tanto inaspettato quanto meritato. Inutili i cambi di Spalletti, mai come in questa occasione a corto di uomini che possano cambiare la partita in corsa: Eder e Karamoh si adeguano infatti assai presto all’andazzo dei titolari, limitandosi a qualche sgommata inoffensiva come quelle dei tamarri che facevano le penne col Garelli fuori dalle scuole medie.

 

QUINDI?

Dai e dai la prima sconfitta è arrivata. Colpa della cabala e della diciassettesima partita, colpa di Thohir ancora in panchina dopo 10 mesi (anche lì un altro 1-3 casalingo), colpa più probabilmente di un incantesimo bellissimo ma necessariamente a tempo determinato. Siamo quindi arrivati alla domanda delle domande: che ne sarà di noi adesso? Presto detto: battete Sassuolo e Lazio e nessuno potrà eccepire alcunchè sui primi mesi spallettiani.

In caso contrario…

LE ALTRE

Specularmente ad una settimana fa, Napoli, Roma e Juve vincono entrambetttre e recuperano ciascuna tre punti sui nostri eroi.  Nulla da dire sui tre fischioni rifilati da azzurri e bianconeri ai rispettivi avversari, il contrappasso più evidente sta nella vittoria al 94’ della Roma in casa col Cagliari proprio quanto a tutti il pari a reti bianche sembrava scolpito nella roccia. E invece, i due punti lasciati per strada a Chievo sette giorni fa sono diligentemente tornati nella Capitale sotto forma di gollonzo di Fazio,

Nel marasma generale, ci va bene che la Lazio non vada oltre al pari con l’Atalanta, brava a portarsi sul 2-0 e poi sul 3-2 ma poco caparbia nel difendere il risultato.

In tutto questo tourbillon di risultati, la costante che mette tutti d’accordo rimane la sconfitta del Milan nell’ennesima ma sempre gradita replica della Fatal Verona.

Pare che Ringhio a fine partita si pari davanti a Fassone & co con dimissioni firmate e pronto a sbattere la porta. Milanello Bianco prontamente smentisce, controbattendo con un ritiro che ai bei tempi sarebbe stato descritto come “non imposto ma facoltativo, anzi richiesto dagli stessi ragazzi che avevano proprio voglia di stare insieme”, ma certe vette di zuccherosa perfezione si raggiungevano solo con la pratica e con un sapiente uso di lingua.

E’ COMPLOTTO

Devo riconoscere che, a parte le giuste considerazioni di Icardi che allude a tanti sorrisi dopo la nostra sconfitta, il mood generale dopo il ko casalingo sono stati all’insegna del “prima o poi doveva capitare” “sono stati anche un po’ sfigati” “la stagione finora era stata perfetta”.

Niente o poco di cui lamentarsi insomma. E siccome continuo a pensare che la coerenza sia una virtù e non una vetusta convenzione, non mi iscriverò al club della giaculatoria contro il VAR.

Come ho detto, ritengo che l’intervento di Santon sia stato scellerato, ancor di più se si ritiene che la palla stia uscendo. Forse sono io ad essere prevenuto col butterato del Delta del Po, ma non mi sono sorpreso per nulla nel momento in cui il dito dell’arbitro ha indicato il dischetto del rigore.

Posto che nessuno ha ancora capito precisamente in quali casi il VAR possa essere applicato, personalmente continuo a cavalcare la mia visione illuministica che vede questo come un possibile rimedio a quanti più errori possibili.

Fosse per me lo userei anche per invertire le inutili rimesse laterali a metà campo (tanto più che sul fuori nostro sistematicamente perdiamo palla!), quindi poco mi cale del fatto che il segnalinee avesse o meno assegnato la rimessa dal fondo.

Vero che, in occasione del famoso contatto in Roma Inter, in molti censurarono la rigidità della regola che avrebbe impedito all’arbitro di intervenire stante la rimessa dal fondo già accordata.

Ad ogni modo, è tanta e e più che legittima la suspicione che ho verso gli arbitri italiani, che arrivo a tenermi stretto l’errore da regolamento sull’utilizzo del VAR rispetto alla solita litanìa del “contatto come se ne vedono tanti” o come “nel dubbio è giusto far giocare”, sapientemente alternato -secondo le circostanze- a “l’arbitro non deve interpretare, deve applicare la regola”.

 

CUGINANZA

Il periodo che stanno passando sulla riva sbagliata del Naviglio è assai godibile e, per quel che mi riguarda, tutt’altro che inaspettato,

Non tanto per le fatiche di campo (lì in effetti mi sarei aspettato qualche sconfitta in meno da una squadra che comunque schiera in campo cinque o sei giocatori di buon livello), quanto per i palesi -e prontamente palesati- limiti di proprietà e dirigenza.

Le miniere chiuse coi sigilli, il voluntary agreement prima presentato come una formalità e nulla più, poi respinto al mittente in un clima di “tutto tranquillo, sistemiamo due excel e poi glielo rimandiamo” e infine bocciato in toto, con Fassone addirittura a fare il sostenuto e dire “ci hanno chiesto delle cose impossibili”, il nuovo caso Donnarumma.

L’elenco potrebbe andare avanti ad libitum, e non perderebbe di fascino nè di divertimento.

Paranoico e complottista quale sono, inizio a pensare che sotto sotto ci sia ancora lo zampino di Zio Silvio, occulto regista di una sceneggiatura tra l’horror, il trash e il demenziale, che riservi però un melenso lieto fine con lui e il Geometra nuovamente in trincea a fare dei giri immensi e poi ritornare (cit.) al capezzale dell’amato Clubpiùtitolatoalmondo.

Quel giorno sarò lì, pronto come sempre a insultarvi e ricordarvi quanto siete prevedibili e meschini.

 

WEST HAM

Buon periodo per gli Hammers, che nelle ultime tre partite hanno battuto il Chelsea, pareggiato con l’Arsenal, e in ultimo rifilato tre pere allo Stoke City in trasferta. La classifica continua ad essere deficitaria, ma almeno oggi saremmo salvi.

Ineccepibile il coro dei nostri, che spiegavano ai tifosi avversari il perchè Arnautovic, ex di giornata e nuovo idolo dell’East End avesse preferito cambiare aria.

Per chi avesse difficoltà a comprendere la cadenza cockney, di seguito il distico elegiaco:

He left ‘cos you’re shit

He left ‘cos you’re shit

Marko Arnautovic,

He left ‘cos you’re shit.

 

USQUE TANDEM

VERONA-INTER 1-2

E record sia…

Vado leggermente controcorrente e parto da uno stato d’animo insolito a queste latitudini. Quarto d’ora della ripresa: dopo aver esaurito il calendario dei Santi contro D’Ambrosio per l’improvvido rinvio, e constatato il pareggio del vecchio Pazzo ai danni di Handanovic, il mio occhio è caduto sul cronometro.

“Dài, manca ancora mezz’ora: questa la vinciamo”

Non sono uso a questi slanci di ottimismo, eppure è a questo che ho pensato in quel momento. Che sia merito di Spalletti, dei “ragazzi” o della mia migliorata stabilità mentale poco importa. Quel che pesa è il destro di Perisic a mille all’ora che pochi minuti dopo gonfia la rete veronese.

Giusto tre paróle (cit.) di cronaca per dire di un’Inter tutt’altro che trascendentale, in cui le migliori cose le fanno vedere Candreva (altro splendido cross per l’1-0 di Borja), Skriniar (di lì non passa un cazzo) e la coppia violacea Vecino-Valero (fosforo e muscoli in quantità). Per il resto, piccolo cabotaggio, anche se la sezioncina simpatttica si soffermerà su qualche dettaglio…

Il nostro vantaggio arriva in occasione della prima azione “seria” della partita e, se fossimo una squadra coi controcazzi, si potrebbe pensare che i nostri abbiamo pensato “va beh, basta cincischiare, andiamo a fare gol!”. Ho però smesso da tempo di credere alle favole e la prendo quindi come frutto del caso.

Poco altro da segnalare prima dell’inguacchio di D’Ambrosio già blasfemamente ricordato. Da lì, altri cinque minuti “seri” per ripristinare il vantaggio con Perisic, anonimo fino a quel punto.

L’ultimo quarto di gara scorre senza pericoli concreti per Handanovic, ma al tempo stesso con una costante tensione nella nostra metacampo, figlia dell’incapacità dei nostri di gestire il match e dell’immancabile manciata di giocatori onesti che contro di noi fanno la partita della vita (vero Fossati e maledettissimo Romulo?).

Arriviamo quindi all’amletico dubbio a strisce neroblù: questa squadra sta facendo benissimo, non bene, in rapporto a capacità tecniche dei giocatori e profondità della rosa. Il record di punti ottenuto nelle prime 11 partite ne è degna testimonianza. Inevitabile ascrivere i maggiori meriti di ciò a chi gestisce quotidianamente quest’accozzaglia di atleti. Lucianone nostro ha fatto senz’altro un ottimo lavoro fino ad oggi e la domanda che ogni tifoso si fa è: quanto durerà ‘sta solfa? E ancora: come ci si rialzerà dopo il primo schiaffone?

La prendo larga ma non troppo. Ai tempi del Mancio e di José, ho sempre notato nella Roma di Spalletti questo grande limite: aveva cioè bisogno di giocare il suo calcio per vincere, era sostanzialmente incapace di sfruttare le circostanze del momento e di adattarsi al contesto della singola partita.

Il contrario del “calcio speculativo e cinico” dell’Inter. Il fatto che poi quei campionati li abbia sempre vinti la succitata squadra cinica e concreta dovrebbe infilarsi tra le terga dei cantori del bel giUoco, ma il punto è un altro. Ho già detto che Spalletti, lodato per il giUoco che imprime alle sue squadre, a tinte nerazzurre è già diventato il Mister tutto praticità e intensità che non gioca bene ma porta a casa il risultato.

A me, come sapete, importa sega. Quel che mi frega è: riuscirà il nostro eroe a mantenere questa concentrazione, questa intensità, questa cazzimma, chiamatela come volete, per tutta la stagione?

Questa è la domanda delle cento pistole, e onestamente non credo sarà possibile.

Arriviamo quindi al prossimo scenario. Quando -speriamo il più tardi possibile- i nostri topperanno una o due partite in fila, si scioglieranno come neve al sole, per la gioia degli scribacchini che potranno ululare “ecco, come l’Inter di Mancini che vinceva sempre 1-0!!!” oppure manterranno la testa lucida e gireranno pagina ricominciando da dove si erano fermati?

Chi vivrà vedrà.

LE ALTRE

Il solco tra le prime 5 e le altre va ampliandosi sempre più: i gobbi vincono la partita del male assoluto -con merito e in maniera evidente, checchè ne dica un Montella sempre più in versione “chiagne e fotti”– il Napoli ritorna alla regola del tre rifilando altrettanti fischioni al Sassuolo, la Lazio si sbarazza del Benevento con una cinquina e la Roma infila l’ennesimo solido 1-0 che la conferma miglior difesa del torneo.

Siamo di fronte a un privé di queste cinque e a uno sconfinato limbo per tutti gli altri? Al momento il campionato dice questo. La velocità di crociera è altissima, se pensiamo che il Napoli, lasciando per strada solo 2 punti su 33 disponibili, ha comunque una squadra a due punti di distacco e altre due subito dietro. Non c’è una lepre solitaria, insomma. Ci sono cinque corridori che stanno tirando come dei maledetti. La domanda che dà il titolo a ‘sta sbrodola è valida anche qui: fino a quando dureranno?

 

E’ COMPLOTTO

Ogni promessa è debito, e quindi svelo subito il segreto di Pulcinella a cui mi riferivo supra. In una partita come detto modesta, Icardi si è fatto vedere molto di più in un lavoro di raccordo con il centrocampo e recuperi difensivi. Poche le conclusioni a rete -ne ricordo una per tempo: destro “masticato” su suggerimento dalla destra nel primo tempo, dopo che lui stesso aveva conquistato palla 50 metri più indietro, sinistro calciato alto dal limite dell’area nella ripresa.

Unanime la stampa a bocciare la prestazione del Capitano: “non si è mai visto!”, “è sempre defilato sul secondo palo!” (nell’azione dell’1-0, Borja può segnare solo-soletto proprio grazie al movimento di Maurito sul primo palo, raddoppiato dalla rivedibile coppia di centrali veronesi), “se non segna è come non averlo!”.

Ora, brutti generatori semiautomatici di minchiate, mettetevi d’accordo: quando segna lo criticate perchè non gioca per la squadra, perchè resta là davanti ad aspettare, etc etc.

Quando, per una volta, fa il cosiddetto “lavoro oscuro” restando a secco forse proprio perchè meno lucido a causa dei rientri a centrocampo, non va bene perchè non attacca come dovrebbe.

Morale: comunque vada è una merdaccia.

Eggiàlosapevo! direbbe il vecchio Prof. Scipione Petruzzi. Nihil sub sole novi (e con questo esauriamo la quota parte annua di citazioni latine).

Essendo un orgoglioso non utente di Mediaset Premium, ho appreso solo di seconda mano della simpatia del loro conduttore: chiosando su un ragionamento di Soldatino Di Livio, riassumibile in “occhio che questi potrebbero anche arrivare fino in fondo”, il merda ha concluso laconicamente dicendo “Beh del resto in Inghilterra due anni fa ha vinto il Leicester”.  Questa continua ad essere la considerazione di cui i nostri godono presso una mandria di prezzolati incompetenti. Che Fozza Inda venga informato all’istante e che la sua mannaia possa calare il prima possibile su tutti loro. Una roba alla Samuel L Jackson di Pulp Fiction, ma in salsa di soia.

WEST HAM

I nostri amati martelli buttano nel cesso una comoda e facile vittoria sul campo del Crystal Palace, facendosi rimontare due gol nel finale, con un insipido pareggio che ci lascia nelle acque salmastre del quasi fondo classifica.

Uottaffàc

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