LUCIANINO DA CERTALDO: ESEGESI CRITICA

E’ vero che qualsiasi individuo sano di mente aspetterebbe la fine del Campionato per esprimere giudizi sul Mister, ma non appartenendo io alla categoria, mi sbilancio e mi porto avanti, conscio del fatto che il mio giudizio di merito non cambierà in funzione della partita di domenica sera, per quanto importante possa essere (e cazzo se lo è!).

Partiamo dalla fine: deve essere confermato, senz’ombra di dubbio.

Non solo e non tanto perché di meglio all’orizzonte in questo momento non c’è: se anche il Cholo, o perfino Mourinho, dovessero uscire pazzi e mostrarsi interessati alla nostra panchina, logica e strategia vorrebbero che FozzaInda declinasse cortesemente l’invito, confermando invece piena fiducia ad un allenatore che ha iniziato un percorso, che ha trovato una squadra fatta in buona parte non da lui, che ha contribuito a migliorare nel mercato di Gennaio con il prestito di Rafinha e con il “ripescaggio” di Cancelo.

Se ci guardiamo in giro, è alquanto raro che una squadra inserisca di fatto due titolari da Gennaio in poi.

Insomma, la conferma se l’è meritata: Icardi ha sfiorato i 30 gol in campionato, Brozovic sembra un giocatore affidabile, Skriniar una garanzia assoluta, Handanovic e Perisic due certezze al netto dei rispettivi, fisiologici difetti. La semina è stata fatta, la speranza è che il grano maturi bene.

Ovvio che ci sono dei “però”:

  • Gli inserimenti di Vecino e Borja Valero, che pure mi avevano visto tra il convinto e l’entusiasta, hanno dato meno di quanto previsto, essenzialmente per motivi fisici. Ma se per l’uruguagio è lecito aspettarsi che la pubalgia resti solo un brutto ricordo, il problema per Borja è proprio la velocità di crociera che non pare (più) adatta alle necessità del Campionato.

Maestro di calcio, lo spagnolo, ma temo non più proponibile come titolare in pianta stabile per sopraggiunti limiti fisici più che di età.

  • Cervellotica la questione dei terzini: la stagione comincia con D’Ambrosio a destra e Nagatomo a sinistra. I risultati sono tutt’altro che eclatanti ma galleggiano nel mare della decenza. La voglia di stupire, o di portare nella rosa dei “titolarabili” anche gli altri, lo porta a inserire nelle rotazioni prima Dalbert e poi Santon, con risultati scadenti.

Spiace davvero accanirsi sull’ex Bambino d’Oro, ma più volte anche in questa stagione la presenza del terzino italiano ci è costata punti preziosi. Non è colpa di Spalletti se Santon è inadeguato all’Inter. È colpa sua però se di ciò non tiene conto e continua a riproporlo. Tanto più che a Gennaio ha dato l’assenso alla partenza di Nagatomo, tutt’altro che un fenomeno, ma senza dubbio più affidabile dell’altro.

 

  • La gestione dei cambi è uno degli aspetti per cui un allenatore più spesso finisce nel mirino della critica. Spalletti non fa eccezione, visto che la partita col Sassuolo è stata l’ultima di una serie di situazioni in cui il nostro non ha finito di convincermi.

Ora: visto come (non) ha giocato Cancelo sabato, e volendo tentare la rimonta, a mio parere l’ingresso di Karamoh nella ripresa avrebbe anche potuto avere una sua logica, ma ricordiamo di chi stiamo parlando. Il francesino è un diciassettenne tutto istinto e corsa, fisiologicamente acerbo e calcisticamente “non-pensante”. Se vuoi metterlo in fascia, quello da cavare è Cancelo, non Candreva. Candreva vive una relazione di amore-odio con San Siro, ma anche il più avvelenato dei vecchietti del primo anello arancio gli deve riconoscere abnegazione, corsa e intelligenza (o quanto meno intelligenza superiore ai due colleghi di reparto).

Invece no, nell’ultima mezz’ora contro il Sassuolo, invece di avere un inutile ballerino di tip-tap sulla fascia, ne abbiamo avuti due. Non ci voleva un genio a pronosticarlo.

  • Aldilà delle sostituzioni, riguardo alle quali potrei citare gli ultimi minuti di Inter-Juve ma tirerei in mezzo gente già coinvolta ai punti precedenti, mi vorrei soffermare sui cambi di modulo, in corsa o ab initio sui quali tante volte non sono stato d’accordo.

In particolare, ricordo con sgomento la scelta di schierarsi “a specchio” dell’Atalanta nella trasferta di Bergamo, complicata già di suo, che fa il paio con il quarto d’ora impiegato sabato sera per far capire ai suoi che dovevano mettersi a tre dietro.

Personalmente sono un fautore dell’intercambiabilità di uomini e schemi, ma come dice quel tale est modus in rebus: la cosa deve essere fatta per creare un problema al tuo avversario, non ai tuoi giocatori.

  • Come comunicazione il ragazzo è giusto un file verboso e ridondante, ma per lo meno parla e lo stanno a sentire. Per nostre tare apparentemente incolmabili abbiamo bisogno che l’allenatore sia anche il nostro capopopolo, non avendo -ancora- una Società che sappia farlo in autonomia. Motivo per cui ben venga la sua supercazzola con scappellamento calcistico come se fosse di trequartista.

Queste le principali carenze che spero possano essere colmate nel secondo anno di panchina, che ribadisco essere doveroso.

Sarò banale, ma continuo a pensare che la maniera più efficace per migliorare qualsiasi gruppo di lavoro sia rinforzare quel che di volta in volta risulta essere l’anello debole della catena. E, pur con le Madonne che gli ho tirato dietro quest’anno, senz’altro non è lui il problema.

Dirò di più: il problema, Mazzarri, Gasperini e De Boer a parte (ma l’olandese pagava colpe non sue) non è mai stato l’allenatore. E’ stata la scarsa progettualità da parte della dirigenza, la mancanza di fiducia nel Mister di turno e soprattutto l’incapacità di accontentarlo prima e difenderlo poi ai primi scricchiolii.

La speranza è che dopo una decina di panchine fatte saltare in 7 anni, si sia capito che il gioco è bello quando dura poco.

Non gli resta che guidare la nostra armata Brancaleone all’ultima vittoria, e la sua stagione da 6,5 passerà all’8 pieno.

In ogni caso non rischia esami a settembre.

Beato lui…

Spalletti

“Dieci e lode” (cit.)

BRAND AWARENESS

Chiedo scusa per il turpiloquio.

PREMESSA

So di avere già scritto un pezzo del genere in passato, ma credo sia opportuno attirare la vostra attenzione su alcune certezze granitiche ed immutabili della stampa sportiva (e non solo) italiana.

Lungi da essere cani da guardia del potere, sono invece per buona parte cortigiani del messere di turno.

Juve e Milan sono quindi soggetti da trattare con benemerenza, rispetto, subalternità, mettendosi sull’attenti anche quando si scrive.

L’Inter di contro è la palestra perfetta in cui far finta di essere il cronista coraggioso che non guarda in faccia nessuno e che non ha paura a criticare anche “i grandi nomi”, rassicurato dal fatto che nessuno ha mai pagato per le bugìe e le esagerazioni scritte sull’Inter.

Le ultime civilissime e -forse per quello­- sterili dichiarazioni dell’AD Antonello dopo l’ultimo Inter-Juve sono una muta conferma di quanto vado berciando.

GIGIO SI’, IL NEGRETTO NO

Ma andiamo in rigoroso ordine sparso a disseminare prove ed indizi di questo mio inconfutabile postulato. Partiamo da Gianluigi Donnarumma, dal suo attuale momento di forma e da un paragone con un caso assimilabile di circa 10 anni antecedente.

Non potendo la cronaca glissare sulla compilation di papere del nostro, noto che la gara tra i cronisti è quella -per l’appunto- di dare la notizia di cronaca, astenendosi però da qualsiasi giudizio di merito (Sopravvalutato? Pacco? In confusione?). E’ invece tutto un contestualizzare, ridimensionare, compensare con frasi del tipo “con l’errore passano in secondo piano le ottime parate fatte in precedenza”.

Ma ancor più di quello, è notevole la differenza tra l’atteggiamento dei media nei suoi confronti e quello tenuto nei confronti dell’ultimo grande talento (in)espresso dal calcio italiano prima di lui: parlo di Mario Balotelli.

Non sto qui a dire se Balotelli stia raccogliendo quanto il suo potenziale prometteva (no, è ovvio). Ne sto facendo un puro discorso mediatico.

Balotelli esordisce in A a 17 anni, con le stimmate del campione e in maglia nerazzurra, ma quasi da subito  -e forse per quello- inizia ad essere additato dalla stampa come bambino viziato, immaturo, provocatore. C’è gente che ne chiede il Daspo e che lo deferisce perché risponde con applausi ironici e linguacce a chi settimanalmente gli grida “non esistono negri italiani”. Si minimizzano i gesti da ragazzo normale quali i campi vacanza con il WWF o i gesti di generosità o disponibilità con i bambini.

Tutto ciò ovviamente finché è con la maglia nerazzurra, perché non appena il rosso si sostituisce all’azzurro, il ragazzo (“che-tifa-Milan-fin-da-bambino”) #èmaturatotantissimo.

Tornando ai giorni nostri, ed in contrapposizione, abbiamo un portierone la cui famiglia ha pensato bene di rimangiarsi la parola già data all’Inter per soddisfare l’altra squadra di Milano ancora con il ragazzo adolescente, per mettersi subito dopo nelle mani del procuratore più chiacchierato d’Italia e non solo. Il talento del giovanotto è indubbio, e come tale è stato prontamente messo in vetrina manco fosse una donnina di Amsterdam, in pieno stile MilanelloBianco.

E se le vette di tragicomicità erano già arrivate nell’estate scorsa, tra fratello badante assunto a un milione al mese ed esame di Maturità saltato “ma lui lo voleva fare ed è stato Raiola a dirgli di non farlo”, in queste settimane il circo prosegue, con i tifosi a rifiutarne la maglia e la Società che a parole lo difende ma nei fatti prende le dovute precauzioni (leggasi Pepe Reina).

Il giornalettismo italico si conferma crocerossina dei Meravigliuosi, contrappuntando le inevitabili critiche con abbondanti dosi di “però è giovane”, “le critiche vanno fatte in maniera costruttiva”, “la crescita passa anche da queste cose”, “alla sua età Toldo non era così forte” (e te pareva…).

CIAO NE’

Non che il lavoro di lingua sia meno pervicace sulle rive del Po. Del resto la lingua batte dove il potente siede, quindi avanti Savoia e madama la Marchesa.

Che una squadra che vince 7 scudetti di fila venga coperta di complimenti mi pare il minimo della vita. Che uno solo tra la schiera di commentatori adoranti abbia la schiena dritta per ricacciare in bocca al Chiellini di turno la minchiata dei “36 scudetti” è francamente imbarazzante. Non mi pronuncio sul colpo di genio di Tardelli che dice “va beh ormai li hai vinti, chissenefrega”

Ma se nemmeno la FIGC ritiene necessario intervenire, permettendo la perpetuazione di quel che è un falso storico da ormai un decennio buono, tornando di contro inflessibile censore di cori da stadio indirizzati contro un losco personaggio, perché mai dovrebbero essere i giornalisti ad ergersi a novelli Ceghevaradenoantri?

Chiellini, ne sono certo e ne ho anche le prove, è una brava persona, ma sentirlo dire che la Juve ha vinto contro tutto e tutti francamente non si può sentire. Anche qui: mutismo e rassegnazione su tutta la linea. Tutti impegnatissimi a negare l’esistenza dell’elefante nella stanza.

Sentire Adani (che pur apprezzo) rallegrarsi per il fatto che in Serie A nessuno si scansa e tutti se la giocano, fare i complimenti al Sassuolo per il bel percorso fatto dal 7-0 rimediato con la Juve fino alla bella vittoria a San Siro con l’Inter, è una cosa che offende l’intelligenza dei telespettatori e davvero mi fa venir voglia di disdire l’abbonamento.

Vedere come Mediaset sunteggia sulla carriera di Buffon, che finalmente pare essersi rassegnato a smettere, arrivando a parlare di “onore” e “obbligo di venerazione” e volando altissimo sulle inchieste UEFA dopo la figuraccia contro l’arbitro Oliver, ci dà ulteriore conferma della subalternità degli scrivani di corte nei confronti dei falsi rivali biancorossoneri.

FIND THE DIFFERENCES (IF ANY)

Altri esempi? Avanti, c’è posto. La finale di Coppa Italia, guadagnata dai cugini grazie al solito buciodiculo eliminando i nostri nel Derby e sconfiggendo la Lazio al 48° rigore, viene presentata dalla Gazzetta con 15 pagine (!!!) di giornale, più altre due dedicate all’addio al calcio di Pirlo, il che vuol dire 17 pagine di coma iperglicemico con storielle sullo “Stile Juve” e “Stile Milan”, su tanti doppi ex (che caso eh?) a raccontare di quanto sia stato bello giocare per entrambe, sulle relazioni tra i due Club.

L’elenco degli invitati alla festa trasuda inevitabilmente juvemilanismo da tutti i pori, ma ancora una volta fa impressione vedere quanta poca Inter sia rappresentata anche qui.

Per carità: fieri di non essere quella roba lì. Questo sempre. Però fa davvero specie, per l’addio al calcio di un giocatore che ha attraversato il lustro d’oro nerazzurro, non vedere nemmeno uno dei campioni interisti di quel periodo. L’eccezione è Materazzi, verosimilmente chiamato per la comune e felice militanza azzurra.

Per il resto, zero al quoto. Niente Zanetti (che con Pirlo ci ha anche giocato nella sua trascurabile parentesi nerazzurra), niente Milito, niente Stankovic. Niente. Il Triplete non è mai esistito. Damnatio memoriae. Meglio Storari, Pato e er Chiacchiera Pepe.

Bene così. Anzi, benissimo.

Il bipolarismo bianco-rossonero investe anche la memoria storico-fotografica, con queste due squadre ad essere citate ben oltre i loro effettivi meriti, e di risulta l’Inter ad essere ignorata ogniqualvolta non sia proprio impossibile farlo.

L’esempio principe (e l’orrendo gioco di parole per una volta non è voluto) è il mancato Pallone d’Oro a Milito nel 2010, la cui maglia evidentemente non era così trendy da meritare l’attenzione della stampa sportiva europea.

L’ultimo in ordine di tempo -senz’altro assai meno importante ma comunque sintomatico- è l’elenco di paragoni con la beffarda punizione di Politano di sabato sera.

Tutti pronti a lavorare di memoria selettiva: “Come Pirlo! Come Ronaldinho!”.

E io che, mesto mesto, mi rivedevo la pelata di Snejder a Mosca in un quarto di finale di Champions del 2010… Ma si vede che alcune punizioni, come i maiali di Orwelliana memoria, sono più uguali di altre…

L’Inter vien buona solo per rimpiangere i vecchi tempi andati, per millantare di quando Moratti si faceva sentire in Lega (questa fa già abbastanza ridere così), con le vedove si rammaricano non dell’assenza del Sig. Massimo in quanto tale, ma del Morattismo applicato alla stampa. Vero caro Bruno Longhi millantato interista?

Bello quando si poteva scrivere tutto e il contrario di tutto sull’Inter, per far vendere qualche giornale in più, fare infuriare i tifosi nerazzurri (bene o male purchè se ne parli, diceva quel tale) e far sogghignare i lettori tifosi delle altre strisciate.

Chissà, qualcosa alla lunga potrebbe cambiare, qualche avvisaglia c’è. Ma, al solito, non vi aspettate gli araldi e le trombe ad annunciarlo urbi et orbi.

NOVUS ORDO SAECLORUM

Occorre da parte nerazzurra un impegno mediatico gigantesco, la restaurazione (o meglio la costruzione da zero) di una memoria storica condivisa da tutti i tifosi di calcio, non solo interisti.

Nella scala di priorità della cosa più importante tra le cose non importanti, il primo posto dovrebbe essere occupato da quello che l’orrendo gergo aziendale definisce Brand Awareness: ricordare al mondo perché l’Inter è importante, quanto sia stata grande negli anni, quanto importanti siano state le sue vittorie.

Se poi avanzasse tempo e spazio, sarei disponibile a precisare quali ostacoli abbia dovuto affrontare per raggiungere le succitate vittorie e quanto spesso le sia stato impedito di farlo.

Ma qui torno ad essere il solito rompicoglioni, quindi mi taccio…

INTER.110

TUTTO DIPENDE DA ME

A me Nanni Moretti non è mai piaciuto.

Ho sempre trovato i suoi film saccenti e non capivo mai quando bisognava ridere. Pur essendo tutt’altro che un cinefilo, ho sempre apprezzato l’immortale battuta di Dino Risi (Moretti spostati e fammi vedere il film).

Ogni regola ha la sua eccezione, però. A maggior ragione per un paranoico come me, afflitto dalla leggerissima tendenza a ripetere citazioni e frasi senza senso per giorni e giorni. Eccola quindi, la perla di saggezza che riconosco al regista Principe di tutti i cineforum del globo:

Tutto dipende da me. E se dipende da me, sono sicuro che non ce la farò”.

Ecco, voglio sperare che Spalletti quel film l’abbia visto, e che sappia tenere alta la tensione della squadra ancora per un paio di settimane.

Non avrei voluto arrivare all’ultima giornata, in trasferta contro la Lazio, per giocarmi la stagione ma, a meno di eventi eccezionali, così sarà.

Né mi lascia tranquillo il parere comune secondo cui l’Inter in questo finale di stagione è più in forma ed è in un certo senso favorita in quanto in un miglior periodo di forma.

Colgo con piacere ed un pizzico di perfido sadismo l’abbondante vittoria in quel di Udine, e saluto con piena gioia il pari interno dei laziali contro l’Atalanta. Tutto ciò è però condizione necessaria ma non sufficiente per il crescendo rossiniano che attende i nostri da qui al 20 maggio.

Poco da dire sui 90’ giocati in Friuli: la squadra resiste alla tentazione di mandare tutto in vacca dopo lo il colpo gobbo a San Siro e regola con alcuni ceffoni la mai troppo amata Udinese, ancor meno tollerabile vista la coppia di esecrandi ex juventini in panchina.

Gustandomi gli highlights in serata, soave è giunto il coro a metà ripresa, con risultato ormai in ghiaccio, che salutava il secondo allenatore (mi rifiuto perfino di scriverne il nome) così come meritava. 71 dicono a Napoli.

I nostri comunque sono in un buon periodo di forma: Brozo e Rafinha sembrano nati per giocare insieme, e addirittura Borja Valero si aggiunge nell’occasione a completare il centrocampo più tecnico dall’epoca d’oro in poi.

Se penso che abbiamo fatto gironi interi con Kuzmanovic e Gargano…

Va gran bene tuttavia che rientri Vecino, perché corsa e muscoli serviranno contro avversari più robusti della derelitta squadra della famiglia Pozzo. Però i nostri giocan bene. Inutile girarci intorno, anche perché finirei per riscrivere quanto già fatto presente in altre occasioni: la squadra ha giocato bene i 2/3 della stagione, ma quel black out di una decina di partite rischia di costarci caro.

Non tanto e non solo per la Champions in sé: basterebbe quello, perché dopo sei anni avrei anche voglia di rivedere la mia squadra là dove deve stare (pensavate che alludessi alla musichetta… No, a me quella nenia lì mi ha sempre fatto cagare, anche quando eravamo forti). In realtà, come abbiamo imparato a capire negli anni scorsi, non partecipare alla Coppa “di quelli bravi” preclude a un cospicuo gruzzoletto (40-50 milioni) e contemporaneamente rende meno appetibile la tua maglia a giocatori interessati a cambiare casacca.

Calato nel contesto attuale, Cancelo e Rafinha sono senz’altro elementi che nell’Inter dell’anno prossimo devono starci eccome. Per riscattarne i prestiti però servono circa 70 milioni, che i nostri al momento non paiono poter recuperare così agevolmente.

Lo so, è una delle storture del Fair Play finanziario, nato sotto ottimi auspici ma sviluppatosi a modo suo, finendo tante volte per raggiungere l’obiettivo opposto a quello che ci si era prefissi: si spende solo quanto si incassa. Ok, ma chi incassa di più? Chi fa la Champions e vende tante magliette. E chi non è in Champions? Deve comprare giocatori più forti per arrivarci. E come li compra se non può spendere?

Un bel gioco dell’oca di stoparde. Ne convengo, epperò queste son le regole.

E’ presto per ipotizzare la campagna acquisti dell’anno prossimo, però siamo davvero dentro alla situazione che vaticiniamo da anni, forse sperando in una profezia auto-avverante: “La base c’è, bastano due o tre rinforzi…

Un terzino sinistro degno di questo nome (Biraghi, Asamoah, mica Brehme…), un bel trottolino a centrocampo tipo Torreira della Samp, De Vrij ad accompagnare Miranda verso la pensione dorata e secondo me siamo a posto.

Prima però c’è da finire questa di stagione, e conosco i nostri colori da troppo tempo per sapere che occorre far le cose un passo alla volta. Diffido quindi dai tanti che gufano la Lazio e vaticinando goleade dei nostri contro il Sassuolo, che potrebbero invertire la differenza reti e rendere sufficiente un pari nell’ultima giornata di campionato.

Quel che dico per ora è: cominciamo a battere gli Squinzi Boys e vediamo che fanno i laziesi contro il Crotone di Walter Zenga. E poi vinca il migliore (o forse no…).

LE ALTRE

Il Napoli consegna lo scudetto alla Juve, vincente ma non senza polemiche nello scontro casalingo contro il Bologna.

Da parte mia non sentirete alcuna critica nei confronti degli azzurri, avendo camminato tante volte sulla strada in cui di derubano più volte, per poi farti apparire agli occhi degli altri come il povero disperato con le pezze al culo.

Vero: il Napoli col Toro avrebbe dovuto vincere in scioltezza, ma purtroppo sappiamo bene cosa si prova e quanto si debba essere forti nel fare fronte alle chirurgiche “due o tre sviste arbitrali”.

Complimenti a Sarri e ai suoi, quindi, a mio parere ulteriormente cresciuti rispetto agli ultimi anni e capaci di vincere tante partite senza incantare (compreso lo scontro diretto di due settimane fa).

Spero per il bene del calcio che la squadra non si squagli e rimanga unita, Mister compreso, per riprovarci un altr’anno, ma i pissi-pissi che girano dicono proprio il contrario.

La Roma di fatto chiude i conti battendo il Cagliari e trovandosi ad ospitare una Juve a cui un punto darebbe la certezza del tricolore, garantendo al termpo stesso la Champions matematica per Di Francesco & Co.

Noi al solito un po’ di culo mai: con i giallorossi avremmo avuto il vantaggio degli scontri diretti, mentre con la Lazio abbiamo pareggiato all’andata e -come detto prima- siamo dietro come differenza reti.

Torniamo da dove abbiamo iniziato: dipende tutto da noi… con tutto quel che ne consegue.

E’ COMPLOTTO

Un’anima in pena come me troverà sempre da ridire contro chi commenta le gesta dei suoi eroi: ne parlano male? Infami! E’ complotto! Pennivendoli pagati per scrivere contro l’Inter.

Ne parlano bene? Gufi maledetti! La fanno facile solo per farci sbagliare e poi commentare “Ma come, era ormai tutto fatto, come hanno fatto a perdere così?”.

E’ grave lo so, perché uno la vive male. Ma è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo. Dormite tranquilli: ho io le antenne accese per captare ogni forma di mancanza di rispetto per i nostri colori.

La telecronaca di ieri, ad esempio, ha finito per accusare Icardi di aver segnato un solo gol (quando mai avete sentito criticare un centravanti che fa gol? Oltreutto dopo che di solito, quanto fa doppietta o più, lo si accusa di distribuire male i suoi gol e di segnare tanto là dove non è necessario).

Silenzio tombale sulla gran giocata che libera Rafinha per il 2-0, esemplificazione plastica di quel lavoro di raccordo che Spalletti gli chiede e che, se fatto da Dzeko, fa salire gli ormoni di tutta la stampa sportiva italiana.

Pregevoli i parolai di Sky (tale Zancan, mi pare) anche quando, inquadrato Candreva, chiosavano “l’italiano…l’unico in campo per l’Inter”. Tempo due minuti e segnava Ranocchia, il difensore cingalese con la maglia numero 13.

Dall’altra parte del Naviglio, invece, in settimana si è pensato bene di trovare qualcosa con cui consolare Ringhio e i suoi piccoli fans. Ecco quindi il diligente e puntualissimo articolo della Gazza, in cui si magnifica il fu Club più titolato al mondo per avere l’età media più bassa di tutta la Serie A. Che bello, il mondo è un posto migliore.

Che poi, davvero, volendo fingere un’analisi tecnico-logica di quel che scrivono: che cazzo vuol dire  “l’età media è già da capolista“? La Capolista ha la seconda età media più alta della Serie A, ennesima dimostrazione che anagrafe, luoghi di nascita e colore dei capelli non c’entrano niente (presi singolarmente) con la forza di una squadra.

Però, evidentemente, la gente è talmente coglionabile che ci casca ancora. Che si divertissero…

 

WEST HAM

We are staying up. Non è probabilmente l’obiettivo con cui si è partiti, ma vista com’era la solfa a un certo punto della stagione è una bella notizia, in attesa di chiarimenti sulla società.

int udi 2017 2018

se si mette pure a segnare…

SHIT HAPPENS. AGAIN. AND AGAIN. AND AGAIN…

INTER-JUVENTUS 2-3

Leggete questo.

E questo.

Aggiungete qualche parolaccia a piacere, cuocete a fuoco lento ed avrete servito tutto il mio disappunto per la partita di sabato.

Che non segna solo l’ennesimo anno di mancata qualificazione alla Champions da parte della mia amatissima squadretta, ma anche -se non soprattutto- la restaurazione di un regime che, se mai davvero scomparso, è tornato in tutto il suo splendore a dar traccia di sé.

Poi è ovvio che, nel gioco delle cose, noi si reciti la parte della vecchietta totalmente estranea ai fatti che si trova nel bel mezzo della rapina in banca e finisce scaraventata a terra con le mele che rotolano fuori dalla sporta della spesa.

La Juve rischiava di non vincere il Campionato, e qualcosa andava fatto: noi abbiamo recitato la parte di quelli che in tempi bellici moderni vengono chiamati cinicamente effetti collaterali.

[Mi scuso in anticipo per l’infelice paragone, lo so anch’io che le vere tragedie sono altre.]

Questo fa parte di quella fisiologica quota-sfiga che pare essere connaturata ai nostri colori, perfetto contrappasso dell’ancestrale buciodiculo dei colleghi cittadini, buona giusto per far abbaiare i luogo-comunisti di turno nel dire “vedi che alla fine tutto si compensa?”.

Da dove cominciare, dunque?

Da un’ammissione di colpa, o forse di merito. Sono da sempre attratto dalle liste, dagli elenchi, dalla quantità, dalla produzione -anche ridondante- di prove a supporto della propria tesi. Penso che il labor limae sia un lodevole strumento artistico e ancor più letterario, ma che utilizzarlo in determinate occasioni faccia perdere di vista importanti dettagli.

Ci torno, come diceva la mia Prof di italiano al liceo, quando si riprometteva di dare una risposta (che evidentemente al momento non le sovveniva…) ad una domanda posta dallo studente incuriosito di turno.

L’altro punto di partenza ha un retrogusto di déjà vu: stiamo leggendo in questi giorni tante frasi che girano nell’aere mediatico e calcistico da decenni, e alle quali abbiamo finito nostro malgrado per abituarci.

Ci arriva anche il Corriere, a chiedere uniformità di giudizio e dando la sveglia al Palazzo arbitrale.

Io, paranoico e rancoroso, reagisco pavlovianamente a frasi equivoche quali “…il sospetto… non fa gioco alla stessa Juve, perchè non ne ha bisogno“. Ecco l’ennesimo elemento di contatto con il ventennio scorso: quante volte abbiamo sentito i Tosatti di turno dire che “tanto la Juve vincerebbe comunque, non ha bisogno di questi aiuti“? Quindi in buona sostanza perché lamentarsi? Tanto avresti perso in ogni caso.

Diobono, la favoletta di “al lupo al lupo” dovrebbe insegnare che occorre diffidare da chi abbaia alla luna senza prove nè indizi, e invece -per deduzione- a dare ascolto a chi mostri una realtà pericolosa e deviata con dovizia di particolari.

Certo, a patto di essere in buona fede e non avere interessi confliggenti.

Hai detto cotica…

Odio autocitarmi, ma qui non posso non farlo: ecco il sunto di quel che scrivevo in stagioni decisamente più fertili delle ultime:

Per non sporcarsi le mani e giocare alla verginella che dice “io sono più forte di tutto e tutti” devi essere -appunto- molto più forte dei tuoi avversari. Un po’ come quando alla Play giochi col Real Madrid contro la Civitanovese e decidi che vuoi vincere facendo segnare solo il portiere.

Questo è quel che quella Inter era: molto-più-forte-di-tutti. Non per questo “potente” e “amica del palazzo” (e quando mai…), ma comunque corazzata per respingere anche i loro tranelli.

In condizioni diverse da quella, e quindi con un divario tra le squadre assai più contenuto, le eventuali bucce di banana su cui una squadra può scivolare (infortuni, sviste arbitrali, tutto ciò che è esogeno rispetto al Club) giocano ahimè un ruolo decisivo.

Ha un bel dire Massimo Mauro al Club a sostenere con pervicacia l’irrilevanza degli errori arbitrali, “perchè tanto l’Inter la stava vincendo e meritava i tre punti“: quello è talmente ottuso che potrebbe davvero credere a quello che dice, poveretto, ma è ovvio che giocare un’ora e un quarto in 10 vs 11 non può non lasciare effetti su chi in campo ci resta.

Ecco quindi perché rischia di essere limitante identificare l’arbitraggio di Orsato con la sola (per quanto grave) mancata seconda ammonizione di Pjanic.

Così come la stagione 1997/1998 è passata alla storia come “quella del rigore di Iuliano su Ronaldo”, e quella del 2001/2002 come “quella del 5 Maggio”, dimenticando una dozzina di episodi altrettanto clamorosi, il rischio della estrema sintesi è che tutto si riduca ad un -pur importante- singolo errore di valutazione.

Vi chiedo pazienza, ma l’elenco delle malefatte non può ridursi alla punta dell’iceberg.

Mettetevi comodi, e perdonate lo stream of consciousness. Non ho la lucidità, la capacità ed il tempo per fare l’analisi precisa, puntuale e ordinata che il momento richiederebbe.

Orsato è noto a tutto l’ambiente calcistico per essere “uno che fa giocare e fischia poco”. E infatti il colpo di Vecino lo vede, lo fischia e lo punisce con il giallo. Scelta per me corretta. Poi apprendiamo che Mandzukic sanguina e che questo potrebbe essere il motivo per cui è lui stesso a chiedere di poter rivedere il fallo al VAR.

Salcazzo. Come al solito l’omertà di tutta la classe arbitrale ha l’unico effetto di alimentare quanta più dietrologia possibile a seguito di ogni loro decisione. Due parole al Capitano che spieghino ‘sta cosa no? Due parole dopo la partita nemmeno? Sembra di essere tornati alle prime edizioni di Amici di Maria de Filippi, quando l’ineffabile Chicco Sfondrini annunciava di settimana in settimana nuove aggiunte al regolamento, totalmente ignote fino a quel punto e capaci di stravolgere la gara in corso.

Ma quello, checcazzo, era un mediocre talent show, di dubbio gusto come tutti i suoi esemplari.

Questo dovrebbe essere sport, non intrattenimento.

Vabbuò, cosa fatta capo ha: ci tocca giocare 75’ in 10 vs 11 (non dico 12 o più perché so’ signore).

Resta un fatto, chiaro, incontrovertibile: l’espulsione dice a tutti che siamo in una partita con una conduzione arbitrale severa, rigida, inflessibile. Signori non mi fate incazzare perché qui fischio tutto e vi faccio un culo così.

Oh! Come no…

E se con immenso sforzo posso anche essere d’accordo nel vedere differenze tra l’intervento di Vecino e quello di Barzagli su Icardi a metà ripresa, nulla mi toglie dalla testa che l’intervento di Higuain su Rafinha sia del tutto simile, e come tale passibile di rosso diretto. Se la memoria non mi inganna, nemmeno fallo perché il prode fischietto (fratello di cotanto genio) dà il vantaggio.

Ci sono poi due altri interventi totalmente ignorati dall’arbitro nel primo tempo: Cancelo punta Alex Sandro ma non riesce a saltarlo perché quello gli mette un gomito in faccia (fallo+giallo per qualunque bipede pensante, nel dubbio il prode Orsato lascia giocare). Da notare che, al 77′, Alex Sandro vedrà comunque sventolato in faccia quel che avrebbe dovuto essere il secondo giallo della serata. Poco dopo Perisic fa la stessa cosa con Cuadrado -già ammonito-, che fa palese ostruzione. Intervento furbo e non cattivo, quindi non da giallo, ma punizione solare non fischiata.

La cosa mi fa vieppiù incazzare perché mi costringe ad essere d’accordo con Caressa quando dice che Orsato, sicuro di sé fino a sconfinare nella presuntuosità, decide di non voler dare il minimo adito a sospetti di “cartellini riparatori” o fischi in cerca di compensazione. Inutile dire che nessuno chiede questo: si vorrebbe semplicemente che episodi simili venissero giudicati in maniera simile.

La certezza dell’impunità è tale che Allegri, tutto fuorchè uno sprovveduto, non fa quel che ogni altro allenatore di buon senso farebbe. Fiutata puzza di bruciato, mi sarei aspettato un paio di cambi già nell’intervallo: fuori Cuadrado e dentro Lichtsteiner, fuori Pjanic e dentro Bentancourt. Sono in vantaggio di un uomo e di un gol, i miei rischiano di farsi cacciare, fammi correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

Macché… i nostri avversari giocano con la serenità e la certezza con cui convivono da sempre. A loro, in Italia, nessuno fa del male.

E non servono i sorrisini nel dopo partita per avere conferma…

Tornando a Pjanic, il nostro si becca il primo giallo per un fallo commesso subito dopo intervento falloso fischiato a Higuain in attacco e per successive proteste. Ha quindi poco da lamentarsi del fatto che “Il primo giallo è eccessivo” e da plaudere al “buon senso” di Orsato che parrebbe non averlo cacciato come gesto riparatore. Questo è quel che dice lo juventino, all’insegna di quel margine di interpretazione, di quella sensibilità che abbiamo capito essere tanto cara alla Vecchia Signora.

Oltretutto, quando ha la geniale pensata di saltare in braccio a Rafinha, il centrocampista bianconero dovrebbe essere negli spogliatoi già da un po’, avendo fatto a inizio ripresa un secondo intervento da giallo, già preoccupantemente rimosso dalla memoria collettiva di molti di noi (voi).

Il fatto che Orsato, in occasione della “madre di tutti i falli” si tolga la soddisfazione di ammonire per proteste il nostro unico giocatore diffidato (D’Ambrosio), ci riporta alla considerazione iniziale della nostra quota-sfiga che in qualche modo dobbiamo sempre pagare.

Andando avanti, gravissimo il rigore non fischiato a Barzagli che frana su Icardi in piena area di rigore dopo l’anticipo dell’argentino che tocca nettamente la palla. Ma ancor più di questo, è incredibile che ancora a 48 ore dalla fine del match siano pochissimi a ricordarlo.

MORALE DELLA FAVOLA?

Scusate la banale semplificazione, ma il sunto di questo sfogo disordinato è questo: Vecino è da rosso? Forse, per me no ma diciamo di sì.

In ogni caso, con un arbitraggio normale, Pjanic va sotto la doccia ben prima dell’11’ della ripresa, lo stesso capita a Higuain (vedi pestone a Rafinha) e Barzagli, che abbandonerebbe il campo avendo anche causato un sacrosanto rigore. Da buon ultimo, al 77′ anche Alex Sandro sarebbe sotto la doccia. Tutto a-stretti-termini-di-regolamento.

Questo quel che ha detto la partita.

Una partita che, come tante altre contro la Juve, arrivo ad essere orgoglioso di aver perso, se perdere significa vedersi presi per il culo da chi dovrebbe garantire equità e rispetto delle regole.

Onestamente, non capisco come facciano certi juventini a festeggiare dopo vittorie del genere. Dico “certi” perché ho già avuto dimostrazioni dirette di bianconeri imbarazzati o quantomeno autoironici sulle ultime malefatte degli arbitri nostrani.

Eppure guardo Agnelli e Nedved in tribuna e non so se provare più pena o disprezzo per loro. Evidentemente non si rendono conto di vivere in un mondo parallelo. Lo dimostra l’incapacità di gestire situazioni avverse nelle poche occasioni in cui si sentono in credito con il fato o le scelte arbitrali (credito millantato, come sappiamo).

Torniamo alla partita per dire che poi, poi e solo poi possiamo parlare degli sciagurati cambi di Spalletti, del fallo non sanzionato a Skriniar su Higuain lanciato a rete e della facilità con cui la Juve, trovato il pareggio, è riuscita a segnare il 3-2.

Lungi da me voler difendere un giocatore palesemente inadeguato come Santon (vattene via Davide, fallo per il tuo bene e anche per il nostro), non può essere lui il colpevole della sconfitta. Lui fa quel che -purtroppo- gli capita spesso: è al posto sbagliato nel momento sbagliato, ma è come criticare l’ultimo frazionista per una staffetta corsa da tutti col freno a mano tirato.

Arbitra ‘sta partita come Cristo comanda, Orsato maledetto, e siamo in vantaggio di uno o due gol e uno o due uomini in campo.

Arbitra ‘sta partita come Cristo comanda, e col cazzo che Spalletti si trova 4 giocatori coi crampi e un cambio solo da poter fare.

La verità è che l’Inter ha fatto una partita mariana per 80 minuti. Ha sbagliato all’inizio (Cancelo deve crescere e tanto in fase difensiva), ma ha piano piano preso campo e controllo del match, arrivando meritatissimamente al vantaggio. Il 3-1 di Icardi su cross di Candreva non si concretizza -qui come nel Derby- per una questione di centimetri, e vedendola in retrospettiva il cetriolo brucia ancora di più, nefasto presagio del sifulotto che si stava accomodando tra le nostre terga.

Resta l’orgoglio di aver giocato da grande squadra per quasi tutta la partita, e di aver soccombu…soccor… di aver perso solo per scelte arbitrali dolose e per energie psico-fisiche che sono inevitabilmente mancate nei minuti finali.

Non è con questa partita che manchiamo l’obiettivo stagionale. Il bimestre gennaio-febbraio è stato da incubo, così come il trittico Torino-Milan-Atalanta del mese scorso. Fatto sta che il quarto posto pare definitivamente andato.

Ora c’è da vincere a Udine e col Sassuolo, sapendo che le due succursali juventine contro i nostri faranno la partita della vita e non solo per esigenze di classifica. Oltre a quello, ci sarà da gufare senza troppa convinzione sperando in un mezzo passo falso della Lazio che ci possa riproporre il jolly dello scontro diretto all’ultima giornata.

 

DEI CONTI SE NE OCCUPA MIO ZIO ANTUNELLO (cit.)

La montagna pare avere partorito l’ennesima scureggetta. Dopo la giusta giornata di silenzio di domenica, ecco il temutissimo attacco della Società alle istituzioni arbitrali e calcistiche.

 

 

Lo spazio vuoto lasciato fotografa l’effetto delle dichiarazioni del dirigente nerazzurro.

Che dice cose buone e giuste, per carità. Ma sono cose che diciamo da anni e non cambia mai niente. Bello sarebbe che tutte le squadre che negli anni si sono viste sfilare di mano partite o campionati per decisioni “dubbie” mettessero da parte gli interessi personali e cercassero la maniera di affrontare il problema insieme.

Caro Napoli, benvenuto nel poco invidiato Club di squadre che hanno visto una scudetto che già assaporavano scivolare via non solo e non tanto per meriti agonistici, quanto per “due o tre sviste arbitrali”. Con i migliori auguri di buona permanenza e con simpatia (nel senso greco del termine “sun pathein“), Inter, Roma, Fiorentina e Milan.

A titolo di provocazione: come lo vedreste un Campionato in cui tutti, sistematicamente, contro la Juve schierassero la Primavera?

COMPLIMENTI PER LA TRASMISSIONE, VI SEGUO SEMPRE

Due righe di annotazione personale: voi non lo sapete, ma nella sola giornata di ieri avete fatto registrare tanti contatti quanti solitamente ne arrivano in una settimana buona. Che dire: grazie davvero, anche se ho il fondato sospetto che Orsato ci abbia messo del suo.

Avrei preferito la metà dei contatti e tre punti in classifica in più…

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senza parole

 

 

 

PAR GNANCA VER…

INTER-VERONA 3-0

Il francesismo del titolo per una volta è di segno positivo, anche se di durata brevissima, visto il banco di prova che attende i nostri mercoledì alle 18.30 (leggasi: Derby).

Cosa dobbiamo dirci? Che i nostri si sono svegliati dal letargo, riuscendo a giocare una partita seria, concentrati e massicci come già altre volte e bravi ad alternare freno ed acceleratore nei 90 minuti di giUoco?

E’ così, e nessuno può negare i meritati complimenti a tutti gli 11 in campo (subentri compresi).

Certo, fa specie vedere Brozovic correre bene e non solo tanto, più che altro perché sappiamo com’è fatto il nostro: il suo rendimento è la rappresentazione plastica dell’onda sinusoidale: la curva è ora in un confortante territorio “> 0”, ma sappiamo che è una questione di tempo e tornerà nella cupa -eppur consueta- palude del “< 0”, con Cristi e Madonne di rinforzo.

Ce ne faremo una ragione, sperando che per allora almeno uno tra Borja Valero e Vecino sia ritornato ai fulgori di inizio stagione.

Anche Perisic si è destato dal letargo, sveglissimo già dopo 30 secondi nel lanciare da rimessa laterale il buon Icardi, incredulo della libertà concessagli ma lucido a sufficienza per mettere palla in buca per l’1-0 iniziale.

Nemmeno un minuto e siamo già avanti: come inizio non c’è malaccio.

I due croati combinano ancor meglio una decina di minuti dopo con Ajeje a lanciare lungo per Beavis: bello ma non bellissimo il controllo, che gli lascia la palla un po’ indietro, ottima invece la coordinazione del 44, che calcia di interno destro con palla sul palo interno e poi in rete.

Tra i due gol, un altro paio di azioni con D’Ambrosio e Gaglia a maledire la testa pentagonale ma a riscuotere i giusti applausi per i tempi di inserimento mostrati.

Il Verona, povero, non c’è: il gol iniziale ha scombussolato i piani di Pecchia, che è andato di rincorsa per tutta la partita a cercare di mettere una pezza dopo l’altra, senza grossi risultati.

La ripresa come detto vede i nostri alternare minuti di arrembaggio a periodi di controllo, senza però disdegnare ricami e azioni manovrate.

La difesa ospite è complice del bel recupero di Perisic sulla sinistra (la palla era saldamente in piedi scaligeri): da lì il nostro va a memoria, scende sulla sinistra e mette la boccia tesa sul secondo palo. Icardi fa la mossa del serpente sgusciando dietro al terzino -che infatti se lo perde- e il 3-0 è cosa fatta.

Bello lo sforzo collettivo, da lì in poi, di mettere Candreva in condizione di segnare: il ragazzo è anche sfigato, chè il destro a girare è buono, ma finisce dritto sul palo. Tutta da ridere l’immagine finale, con Icardi e D’Ambrosio a consolare (o più probabilmente sfottere) il compagno per la cattiva sorte.

Chissà mai che si sia tenuto il regalino per la prossima…

Piccolo excursus personale: se il 3-2 in rimonta da 0-2 è il risultato più eroico e godurioso che possa concepire, la vittoria per 3-0 è quella che, a livello di punteggio, preferisco.

Oltre quel punteggio nella boxe saremmo al KO tecnico, all’incontro da interrompere per manifesta inferiorità. Il 3-0 nella mia mente malata vuol dire “ce le siamo date di santa ragione: io ho menato, tu le hai prese”. Insomma, ti ho strabattuto, ma c’è stata partita.

Preferirò sempre un 3-0 a un 4-1, per dire, ma qui potrei scatenare i tanti zemaniani tra i miei amici e non mi va di aprire inutili polemiche sullo spettacolo, le emozioni e il giUoco che devono essere dati in pasto al pubblico.

Tanto ho ragione io.

Torniamo a parlare dei nostri amatissimi, attesi come detto dalla partita che più di tutte le altre non si può sbagliare.

Il rinvio del Derby, ragionando in termini barbaramente cinici, pare aver sparigliato le carte a nostro favore, visto che il mesetto passato ha ridestato i nerazzurri, appesantendo di contro l’umore dei cugini.

Cugini che, per stessa ammissione di Ringhio, hanno un solo risultato a disposizione per poter almeno continuare a sperare in una rincorsa alla Champions che avrebbe del miracoloso (o dello scandaloso, a seconda dei punti di vista).

Come potrete intuire, è proprio questa “ultima spiaggia rossonera” a preoccuparmi, vista la cronica incapacità dei nostri di dare il colpo di grazia agli avversari in difficoltà.

Certo, sarebbe assai bello ricacciare in bocca alla stampa adorante gli auspici di rincorsa, di sorpasso, di gerarchie cittadine da sovvertire, con cui da mesi riempiono quotidiani e siti web con la consueta e ossequiosa generosità.

LE ALTRE

Il Napoli si fa bloccare a Sassuolo, di fatto consegnando una buona fetta di scudetto alla Juve che non sbaglia il match del male contro il Milan. Comprendo e posso anche condividere lo scuorno di Auriemma, essendomi io stesso in passato prodotto in anatemi contro le varie Udinese, Sassuolo, Atalanta che sono pronte alla partita della vita con tutti tranne che con qualcuno.

Detto ciò, la partita l’ho vista, e il Napoli proprio non c’era: se si mette a sbagliare pure Koulibali…

La Roma stecca a Bologna, acciuffando un pareggio con Dzeko ma non andando oltre a quello, mentre il Benevento ci illude andando sul 2-1 contro la Lazio a Roma, prima di soccombere fino al 6-2 finale.

La classifica al momento ci vede quarti, con le romane a fare da panino ma col Derby che sembra apparecchiato apposta per arrampicarci a un punticino sopra i lupachiotti.

Ripeto: sembra tutto troppo bello per essere vero.

Smentitemi.

E’ COMPLOTTO

Vorrei soffermarmi su tre fatti.

Il primo è l’addio a Emiliano Mondonico, giustamente ricordato come uomo di spessore, onesto e schietto in un mondo di doppie se non triple facce.

Inevitabile e doveroso il ricordo della sedia, assurto a simbolo della lotta del piccolo contro il potente.

Quel che mi ha fatto sobbalzare è il gratuito riferimento dell’ex capitano Cravero alle manette di Mourinho: ma cosa cazzo c’entrano l’Inter e Mourinho adesso? Piangi il tuo allenatore, tira fuori tutti i ricordi che vuoi, ma perché tirare in ballo altra gente e fare polemica anche in questi momenti?

Io il Mondo lo ricordo anche per un altro aneddoto:

1995. Turno di Coppa Italia tra Atalanta e Juve: i bergamaschi riescono a eliminare i bianconeri. Il Mondo si gira verso la tribuna dove siedono Moggi e Bettega e li saluta a suo modo “Bastardi! a casa!!”.

Probabilmente giusto non ricordare la circostanza nella agiografia conseguente alla morte, ma da quel giorno il Mondo mi è stato ancor più simpatico.

Passando agli affari di casa nostra, non bello e non chiaro l’addio di Sabatini al mondo Suning. Della risoluzione di contratto con Fabio Capello sono invece intimamente felice, non avendo mai riscontrato punti di contatto tra lui e il mondo Inter.

Certo, il ruolo di Sabatini è stato fin dall’inizio non particolarmente chiaro, così come i rapporti -gerarchici più che personali- con Ausilio hanno sempre dato molto da scrivere. Se però torniamo alla già ricordata benevolenza della stampa nostrana nei confronti del direttore sportivo di Sesto San Giovanni, non credo che l’eco di questa novità avrà vita lunga.

C’è però sempre qualcuno che è mosso dalla irresistibile tentazione di voler accomunare i destini delle due squadre di Milano. E quindi, l’addio (pur doloroso, pur non chiaro) di un dirigente italiano alle dipendenze della casa madre cinese è sufficiente per far dire ai sapientini di turno che “le proprietà cinesi delle squadre di Milano sono in crisi, il futuro è incerto, moriremo tutti”.

Per puro dovere di cronaca, sulla sponda sbagliata del Naviglio si festeggia l’arrivo di un aumento di capitale di 10 milioni per pura necessità di cassa contingente. La cosa, anche per i peggiori ragionieri dei bar di Caracas, dovrebbe sembrare di tutt’altro spessore rispetto al caso-Sabatini.

Andatelo a raccontare a Bocca di rosa e compagnia…

Infine, un piccolo prurito, un sassolino che è consolatorio togliersi dalla scarpa.

Nelle ultime settimane Gasperini è stato ospite da Caressa e gli altri al Club, presente anche il Cuchu Cambiasso. Messo davanti a due minuti di tempo in cui ricostruire gli eventi, quel che emerge è leggermente diverso dalla vulgata popolare “Gasperini è stato un santo, l’Inter una pletora di coglioni”.

Sentirlo dire “evidentemente ho sbagliato qualcosa anch’io”, “siamo anche stati sfortunati nell’avere argentini e brasiliani solo dopo Ferragosto” può non spostare molto l’equilibrio geopolitico mondiale, ma ancora una volta dimostra come sia più comodo e veloce scrivere e ragionare per luoghi comuni anziché cercare di capire la realtà delle cose. Se poi c’è di mezzo l’Inter, chettelodicoaffare.

WEST HAM

Il ritiro punitivo a Miami funziona: anche nell’est di Londra festeggio un 3-0 casalingo, con un Arnautovic a livelli mai visti e addirittura un Joao Mario in versione goleador e assist-man.

int ver 2017 2018

WEAK LINK BLUES

INTER-NAPOLI 0-0

Il titolo per una volta è un’indulgente autocitazione che arriva dritta-dritta dai miei trascurabili trascorsi rockettari di fine anni ’90.

Avevo composto una ritmata canzonetta liberamente ispirata a Give me one reason di Tracy Chapman accompagnata dall’immortale “Erilebba” alla chitarra, nella quale riflettevo su uno dei tarli che tuttora mi tormenta: la forza di una catena è pari alla forza del suo anello debole.

E quel giro di blues mi è ritornato in mente durante i 90 minuti visti ieri.

Bravi i nostri contro il Napoli, palesemente superiore all’Inter di questi tempi, compatti e umili a chiudere quasi ogni spazio e giusto un poco sfortunati a vedere il palo negare il gol sull’unica vera occasione creata.

Fatti i complimenti allo scolaro diligente e per una volta applicato, tra di noi diciamocelo (in relatà Spalletti l’ha detto davanti alle telecamere ma di questo parlerò dopo): siamo questi e più di così non possiamo fare.

Tornando al titolo, la catena di anelli deboli ne ha tanti, e non da oggi. Il centrocampo -che pure ieri sera ha fatto bene- è di una pochezza tecnica imbarazzante, se confrontata a quello napoletano.

Icardi, pur concentrato e al servizio dei compagni, ieri sera non ha mai tirato in porta, nè è stato messo in condizione di farlo dai compagni.

Perisic continua il suo periodo di appannamento, e i terzini insistono nel disseminare perle di mediocrità su tutte le fasce del mondo. D’Ambrosio è un caro ragazzo, ma se l’Inter vuole essere tale non può essere più di un rincalzo. Cancelo è talmente improponibile a sinistra da far rimpiangere il casino organizzato di Nagatomo.

In tutto questo pianto greco, ribadisco i complimenti a Skriniar e per una volta li elargisco a Gagliardini e perfino Brozovic, bravissimi a stoppare buona parte delle trame avversarie, veloci e efficaci sì, ma raramente incisive: Handanovic sostanzialmente non fa una parata in 90 minuti, motivo per cui lo 0-0 è a mio parere il risultato giusto.

Vedo le romane giocare meglio di noi, vedo il Milan che ricomincia ad avere gli astri dalla sua parte come troppe volte in passato, e le nubi si abbassano sul futuro prossimo dei nostri colori.

LE ALTRE

Mentre infatti la Roma non ha problemi a sbarazzarsi del Toro, che pure nel primo tempo le aveva dato qualche grattacapo, i cugini laziesi trovano un pari a Cagliari oltre il 90′ con un gol tanto spettacolare quanto casuale di Immobile, che continua a vivere uno di quei momenti in cui la palla va dentro solo col pensiero.

Il peggio però, in termini di busdelcù, arriva come al solito dai cugini, che dopo una partita che definire mediocre sarebbe generoso, trovano un sesquipedale colpo del suddetto culo sotto forma di primo gol in serie A di André Silva, di professione amico di Cristiano Ronaldo e -forse per questo- pagato 40 milioni quest’estate.

In tutto questo dramma intestinale, la Juve soffia il primato in classifica al Napoli -temo- per non restituirglielo più. Troppo abituati a vincere e reggere pressioni i gobbi, troppo acerbi a questi livelli i campani. Le parole di Insigne ieri sera vanno proprio in questo senso: le parole “finchè la matematica non ci condanna” deve usarle il Benevento parlando della salvezza, non una squadra che è rimasta in testa con merito per mesi e che si trova a un solo punto di distanza dagli avversari.

Spero di sbagliare, ma l’impressione è che non avranno la forza -mentale prima ancora che calcistica- per recuperare punti a una squadra che semplicemente continua a vincere come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Del resto, il mondo è una merda e il calcio non fa eccezioni. Quindi la Juve vince.

110 SENZA LODE

Mi faccio grosso almeno in questa occasione, ricordando ai miei 25 lettori che il giUochino della Hall of Fame io l’avevo abbozzato agli albori di questo blog in un pezzo farneticante da cui erano emerse non una ma ben tre formazioni che -per un motivo o per l’altro- nessun interista poteva ignorare.

Bella comunque la sensazione di brividi ed emozioni data da una manciata di esseri umani con doti sportive e umane superiori alla media. Uomini di mezza età, in alterne condizioni atletiche, un tempo idoli della tua giovinezza e forse per quello immutabili ai tuoi occhi.

“Gli eroi son tutti giovani e belli”, diceva il poeta.

Quella è la custodia di Ronaldo, lì dentro c’è la più perfetta creatura calcistica degli ultimi venticinque anni. Quel curioso figuro in smoking è Spillo Altobelli, il mio primo idolo calcistico, quello sempre uguale a se stesso è ovviamente Zanetti il Capitano, quello pelato ma sempre con la baslèta è Walter Zenga.

Il mio occhio tumido rimira e sospira. Che belli che eravamo. Chissà quando potremo ad esserlo ancora…

E’ COMPLOTTO

Potrei dire che il genetliaco nerazzurro è stato snobbato, ma non sarebbe il termine giusto. Diciamo che la considerazione dei media per la nostra squadra si è mostrata in tutta la sua pochezza con i finti complimenti riservati ai nostri colori. Un saccente e banale ricorso al topos letterario della Pazza Inter, della cronica incapacità di godersi le vittorie che pure sono arrivate, come a dire che la Beneamata può essere un divertissement, ma che le squadre serie sono altre.

Ce ne siamo sempre bellamente fregati di avere il consenso degli scrivani di corte, motivo per cui non inizieremo certo oggi a piangerci addosso per quello.

Oltretutto, altra specialità della casa è sempre stata il farci male da soli, e in questo il nostro Mister non ha impiegato molto a iscriversi al Club.

Non posso che trovare ineccepibili nel contenuto le frasi espresse da Spalletti nel dopopartita di ieri a proposito della (non) qualità della rosa a sua disposizione.

Sul tempismo e l’opportunità direi che possiamo migliorare e non poco: dire una roba del genere con una trentina di punti ancora a disposizione, nel bel mezzo di una lotta difficile ma possibile per un posto Champions, alla nostra mandria di craniolesi deve suonare come un “vabbeh noi ci proviamo, se poi non ci riusciamo ‘sticazzi, l’ha detto anche il Mister che tanto non c’è qualità“. Ripeto, sottoscrivo col sangue il suo smarrimento nel rispondere “dobbiamo ripartire da stasera e costruirci qualcosa sopra, ma non sono sicuro che lo faremo“, ma un discorso del genere, se fatto per provocare e stimolare una reazione, lo fai dopo aver chiuso lo spogliatoio a doppia mandata.

Se poi il messaggio (come credo) non era tanto indirizzato ai giocatori, quanto a chi quei giocatori li ha scelti, allora sottoscrivo pure di più, ma condivido ancor meno il momento.

Ma cazzo, già dobbiamo sottostare a #CrisiInter #InterCaos #SpogliatoioSpaccato #Dov’èlaSocietà; se in più ci mettiamo pure noi a far volare gli stracci in piazza…

Lucianino voleva un mercato di Gennaio con altri due centrocampisti di gamba e di pensiero? Legittimo, di più, doveroso. Vai da FozzaInda e chiedi la testa di Ausilio. Ma stai lontano dalla stampa. Hai giustamente fatto notare la permeabilità dell’ambiente a qualsiasi spiffero mediatico, e poi ti ci butti tu a piedi uniti?

Dubbi domande, perplesità.

WEST HAM

Qui siamo al tragicomico, e non tanto per i 3 fischioni presi in casa dal Burnley, quanto per le ripetute invasioni di campo, col nostro Capitano che arriva alle mani coi tifosi e con la tribuna autorità dello stadio fatta sgombrare a tutela dell’incolumità degli attuali Directors.

Fortune’s always hiding…

 

PS: Sono una persona troppo perbene, e parecchio conscia del “senso delle cose” per  sporcare con qualche riga di minchiate l’immensa tragedia capitata ad Astori e alla FIorentina. Dico solo che, se c’è una cosa positiva che ci portiamo a casa da questa insensata sciagura, è la scoperta di un cervello e di un cuore in quei ragazzi che tante, forse troppe volte vediamo solo come bambinoni viziati e pieni di soldi.

Rileggetevi i pensieri lasciati da compagni e avversari in questi giorni: sono da brividi.

110-anni-inter

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE (INTERISTA)

INTER-CROTONE 1-1

Niente da fare, continua la serie di partite insipide come un piatto di pasta scotta e scondita. Siamo in piena “super serie della minchia” a cui i nostri ci hanno purtroppo abituato negli ultimi anni: la testa fa click e tutto all’improvviso è nero e imperscrutabile.

Non chiamatemi gufo, solo attento osservatore delle nostre quattro cose: sono stato facile profeta nel domandarmi -retoricamente- cosa sarebbe successo al primo stop in campionato. Del resto le ultime stagioni erano lì a suggerircelo: i nostri sono e restano una massa di psicolabili, con l’innata tendenza a perdersi in un bicchier d’acqua proprio quando il più sembra fatto.

Non a caso avevo diffidato delle parole di Spalletti quando, evidentemente più di due mesi fa, diceva che sì, il periodo magico sarebbe senz’altro finito, ma altrettanto certamente non sarebbero tornati i lunghi periodi di balbettìo calcistico.

La fava!” Dicono dalle sue parti.

La fava!” Avevo pensato io.

E proprio questa invidiabile ingenuità, questa freschezza incontaminata sta alla base delle quattro stronzatelle che sto compitando.

Spalletti sta purtroppamente scontrandosi con l’apatia già assaporata da una decina di predecessori sulla panchina nerazzurra, ed il rimedio -se esistente- è ancora lontano dall’essere trovato.

Quel che vorrei far notare, e che a mio parere aggrava ancor di più la situazione, è che i soli a dare ancora qualche segno di vita siano proprio gli ultimi arrivati, forse per questo ancora poco contagiati dalla flemma generale.

Che Spalletti già nei giorni pre-gara si scagli contro gente che dovrebbe stare dalla sua parte, parlando di “talpe” in società disposte a sputtanare i piani del club per qualche titolo o per semplice protezione mediatica, è sacrosanto e al tempo stesso patetico. E’ di tutta evidenza che il resto dei tesserati vive da anni in questa abitudine malata, là dove invece dovrebbe regnare una fiera “alterità” rispetto a qualsiasi forma di connivenza verso i media.

Come se poi tutta questa permeabilità agli scrivani di corte ci avesse garantito negli anni chissà quale occhio di riguardo.

Passando da scrivanie e panchine al rettangolo verde, è sintomatico come gli unici cenni di vita arrivino da Rafinha, fresco di esordio e forse per questo ancora immune dalla depression mode di Brozo, Perisic, Borja e compagnia sonnecchiante.

Lungi dal rendermi contento del nuovo acquisto, la circostanza cementa ancor di più una delle massime del primo anello arancio: “Ué quando arrivano son tutti fenomeni.. poi tri dì e g’han giamò pù voeuja de giùga, orcorighel!”. Se penso che, ancora ragazzino, avevo salutato l’esordio di Tramezzani sentenziando “abbiamo trovato il terzino sinistro per i prossimi 10 anni”, non so se consolarmi o rammaricarmi ancor di più per la ripetitività di certe situazioni.

Noterete che sto volutamente glissando sulla partita, e non solo perchè ne ho visto solo l’ultima mezz’ora. C’è davvero poco da aggiungere alla serie di querimonie già espresse dopo le ultime uscite. Nemmeno l’assenza di Icardi fa sì che ai nostri venga in mente di azzardare qualcosa di diverso dai soliti schemi, e le gambe in durmenta dei nostri due esterni d’attacco fanno il resto. Buio totale all’orizzonte, con Perisic che fa di tutto per farmi esaurire nei trenta minuti scarsi di visione il bonus-Madonne solitamente spalmato in 90 minuti più recupero. Inaccettabili gli errori del croato, lui che come pochi altri è in grado di calciare indifferentemente di destro o di sinistro, e che invece per l’occasione ha infilato una serie di ciofeche di cui l’ultima mi ha fatto sobbalzare sul divano, manco fosse un DarioMorello qualunque in una notte di Coppa Uefa col Bayern nel lontano inverno dell’88.

Come negli ultimi campionati, rimaniamo incredibilmente agganciati all’obiettivo stagionale unicamente per colpe altrui e non per meriti nostri, e questa è l’ultima speranza a cui ci possiamo attaccare: son due mesi che facciamo cagare, e ciononostante siamo ancora lì. Prima o poi potremmo anche, addirittura, ricominciare a vincere…

LE ALTRE

Messe a verbale le ennesime vittorie di Juve e Napoli, la Roma espugna Verona e si fa sotto in classifica, ma la Lazio soccombe sotto i colpi di due ex interisti: Pandev e Laxalt sbancano l’Olimpico col Genoa e regalano alla loro ex squadra un altro punticino recuperato dopo un orrendo pareggio.

Il Milan non va oltre il pari contro l’Udinese ma è ovviamente un grandissimo squadrone che resiste in 10 contro l’undici friulano: silenzio assordante sulle comiche della strana coppia Bonucci-Donnarumma (#ohnoGigio!).

E’ COMPLOTTO

Raga, parliamoci chiaro: questi ci davano contro anche quando vincevamo, figuriamoci adesso che facciamo sincera pietà.

L’attacco è dichiarato, totale e pluridirezionale.

Ad esempio:

1) Simpatici gli amici della Gazza nel voler ragionare sull’importanza del nuovo arrivato Rafinha, reduce da un lungo infortunio, nel centrocampo nerazzurro: mettiamoci una foto schiacciata e un titolo perfetto per il doppio senso. Poi se se la prendono, son loro ad essere permalosi…

2) Il West Ham sta attraversando un periodo addirittura più grigio di quello dell’Inter. “Sack the board” è uno dei pochi slogan riferibili. Eliminazione in FA Cup contro una squadra di terza divisione, un punto in due partite e tifosi inferociti.

Eppure, gli Hammers hanno appena preso Joao Mario dall’Inter, e nella mediocrità del pareggio casalingo col Crystal Palace è stato addirittura il migliore dei suoi.

Tutto apparecchiato quindi per la domanda beffarda: perchè l’hanno mandato via? Perchè all’Inter non giocava così?

3) Godibilissima la non-notizia di una contestazione della curva Nord che invece, insieme agli altri settori di San Siro, è ancora encomiabile nel dare fiducia a questa mandria di sfaticati. E’ sempre #crisiInter, ma se non altro non #sirespiraunbruttoclimaall’Inter.

4) In Gazza hanno da tempo la tendenza ad accomunare i commenti su Inter e Milan anche quando i nostri -pur rabberciati- sono messi molto meglio di quelli là. Venerdì hanno fatto di meglio, iniziando a spingere per una rimonta di Gennarino-simpatico-guascone ai danni del lezioso Spalletti. In due mesi ha già recuperato otto punti e ora è “solo” a dieci punti (il che vuol dire che erano a meno diciotto). Esemplare la prima pagina di venerdì, anche per sunteggiare (lato-Inter della pagina) il successivo e ultimo punto di questo cahier de doléance.

5) Icardi va via anche questa settimana. Tweet e post di Instagram sono sufficienti per far dire ai pennivendoli in tre giorni nell’ordine che: il ragazzo ha già le valigie pronte direzione Madrid; si è mollato con la tipa; ha scazzato duro con i croati, frutto dell’ennesimo #spogliatoiospaccato.

Ribadisco per i duri di comprendonio: facciamo cagare di nostro, questa è la premessa. Loro nel dubbio, ci mettono le loro badilate di letame. Il futuro per i nostri è sempre un rischio, per gli altri sempre un’opportunità.

WEST HAM

It’s all lies lies lies…

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E’ quel che stavo pensando anch’io…

LE CERTEZZE DI UNA VITA

SPAL-INTER 1-1

Eccoci al pezzo che ho scritto negli ultimi 7 mesi di Gennaio che Dio ha mandato in terra.

Siamo in piena fase “ma che cazzo è successo? Era tutto così bello, tranquillo, mi son distratto un attimo…”(cit.).

Eppure, certe costanti non cambiano mai: anno dopo anno succede sempre la stessa cosa. Filotto di vittorie e prestazioni convincenti, acuto con goleada (7-0 col Sassuolo, 7-1 all’Atalanta, quest’anno cinque pappine al Chievo) e poi spegnete la luce, chè mica vorrete che giochiamo così per tutta la stagione, per chi ci avete presi?

Ecco, domenica con la Spal sembrava l’ennesimo giorno della marmotta: ti accomodi in poltrona e pensi, se non altro per la legge dei grandi numeri, che i ragazzi oggi chiuderanno la pratica già nel primo tempo; 2-0 all’intervallo, il terzo gol al quarto d’ora della ripresa e per finire una comoda mezz’ora per il nuovo arrivato Rafinha.

Perchè mai un tifoso dovrebbe vedersi negato il sacrosanto diritto di sperare in una domenica tranquilla? Forse perché non è solo “tifoso”. È interista. E questo, tante, troppe volte fa tutta la differenza del mondo.

Spalletti ci mette del suo spostando Cancelo, destro naturale, terzino sinistro, inserendo a destra il rientrante D’Ambrosio, “che-può-giocare-indifferentemente-sulle-due-fasce” per gli amici. Il portoghese fa quel che sa e che può, cioè rientra sul destro e quindi verso il centro del campo ogniqualvolta tocca il pallone. Tutto troppo prevedibile per non essere intenzionale, e onestamente me ne sfugge il motivo.

In mezzo, mi limito a dire che Brozovic è il più in palla dei tre centrocampisti, vista la perdurante legnosità di Vecino e l’inamovibile staticità di Borja Valero. Ho detto tutto.

Davanti, Candreva e Perisic fanno a gara a vincere la gara di scoregge, mentre Icardi tocca palla per la prima volta al 40’ del primo tempo.

Inevitabile lo 0-0 a fine primo tempo (doppio vantaggio?! Mavaff…), vista anche la perfettibile mira di Candreva e Icardi che centrano nell’ordine il portiere e l’omino delle bibite nelle due occasioni avute.

La ripresa vede il casino organizzato di Eder al posto della spremuta di niente di Candreva, e la sorte -non certo per il succitato cambio- per una volta ci dà una mano.

Cancelo dimostra plasticamente quanto meritati fossero gli insulti ricevuti nel primo tempo, scodellando un cross di sinistro più che dignitoso, che il terzino di casa spedisce tragicomicamente nella propria porta.

Siamo avanti senza meritare, e senza averci nemmeno provato. Ottima occasione per capitalizzare la botta di culo e ripartire veloci e svegli per fare il secondo… se solo fossimo una squadra normale.

In realtà lo schema caghiamoci sotto non tarda molto a far capolino tra i nostri, che danno forza e speranza alla Spal ben aldilà dei legittimi sforzi di rimanere attaccata alla partita.

I nostri per quello avrebbero anche due o tre occasioni per mettere la partita in ghiaccio, ma Vecino emula il compagno nel primo tempo centrando il portiere col piattone, e Brozovic e Eder non hanno fortuna col destro da lontano.

Dietro, Handanovic fa capire a tutti perchè non esce mai, andando a farfalle su un cross dalla sinistra che il maledettissimo Paloschi mette fuori di testa. Gli insulti che riverso sul bresciano emulo di Inzaghi sono nulla rispetto al silenzio assordante che accompagna la (bella) girata di testa che ci purga al 90.

E’ purtroppo giusto così, e devo dar fondo a tutto il mio ottimismo per considerare questo un punto guadagnato in classifica, anziché due punti scivolati giù nel cesso.

LE ALTRE

Eh sì, perchè le due romane collezionano zero punti in due, dandoci l’immeritata illusione di poter ancora lottare per il terzo o quarto posto. Ne approfitta il Milan, ormai a un passo dalla beatificazione all’insegna di Ringhio cuore impavido e dei giUovani italiani mica come l’Inter.

Napoli e Gobba continuano il loro campionato a parte, e la sensazione è quella -sgradevole assai- di una Juve sorniona che aspetta solo il passo falso dei rivali per piazzare il sorpasso decisivo.

sperando di avere torto…

È COMPLOTTO 

Ringrazierò io per voi il gruppo di amici con cui ho passato il weekend, ed il lavoro che mi attanaglia vieppiù, per non aver assistito a quel che pare essere l’ennesima dimostrazione di protervia e di sudditanza nella sempre attuale liaison d’amore tra Juve e classe arbitrale. In una domenica normale, avrei passato ore e ore alla ricerca di riprese inedite e commenti al vetriolo da cui attingere in una rancorosissima rassegna stampa dedicata alla squadra più detestata d’Italia (seconda al mondo solo al Real, creo…)

Ottimo Cacciatore del Chievo, che fino a oggi avevo apprezzato solo per le pacate esultanze, che bofonchia “assurdo, non cambierà mai…” abbandonando il campo dopo aver preso il cartellino rosso.

Lo so, sono di parte e pure impreparato sul caso specifico, perchè la partita l’ho solo intravista. E’ però sintomatico che, in una giornata in cui gli errori arbitrali sono stati tanti e gravi, la colpa sia del VAR (che non è riuscito a correggerli, complice anche la cocciuta inettitudine degli arbitri di campo a volerlo consultare) e non dei fischietti che ancora una volta sbagliano a righe alterne.

Il paragone potrà non essere dei più delicati, ma mi pare calzante: la polemica di questi giorni sulla cosiddetta “moviola in campo” equivale a criticare un farmaco salvavita o l’intervento di urgenza perchè non dà sempre il risultato sperato.

Certo, per paura degli effetti collaterali non vacciniamo i bambini. Come livello di intelligenza siamo lì…

Sarebbe del resto troppo facile e retorico voler accomunare questa difesa dello status quo al raccapricciante balletto del mondo del calcio italiano, alla disperata ricerca di un utile idiota che possa evitare un commissariamento tanto probabile quanto necessario.

In tempi come questi non è possibile non citare il sommo e la sua invettiva passata alla storia (alla Storia direi partigianamente…) come #bassiamoitoni, nella parte in cui imputava a noi italiani (anzi, a voi italiani) di aver costruito Calciopoli con questa  omertà.

Sì è vero, le sto sparando un po’ grosse e un po’ a caso. Risento del clima elettorale. Se mi votate sono disposto a chiudere il blog (però non mi candido, quindi vi tocca tenermi…)

WEST HAM

Anche qui siamo in un bel periodo marroncino: dopo essere usciti dalla FA Cup per mano del temutissimo Wigan (oggi in terza serie), nel posticipo dell’anticipo del recupero di stasera pareggiamo in casa col Crystal Palace.

E in più è arrivato Joao Mario straight outta Inda.

What a load of rubbish…

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Figurati noi, Lucianino…

NON SONO BELLO. PIACCIO.

INTER-ROMA 1-1

Mettiamola sul ridere, ricorrendo ai grandi classici della nostra sottocultura.

Difficile descrivere altrimenti una squadra che per 70 minuti pare incapace di fare tre passaggi di fila a centrocampo e che, ciononostante, crea una mezza dozzina di occasioni della madonna. Facciamo cagare eppure potevamo vincerla.

Andiamo con ordine: Spalletti mette Cancelo e Santon a fare i terzini e i miei borbottii iniziano subito. In mezzo Miranda e Skriniar tornano coppia titolare; da lì in avanti ci sono poche alternative ai titolarissimi, ed ecco quindi Vecino-Gaglia con Borja più avanti a supporto del solito tridente.

Fossi un tifoso giallorosso sarei alquanto perplesso per la gestione dell’ultima parte del match, chè diciamocelo chiaramente: per un’ora abbondante la Roma ha fatto quel che ha voluto a metà campo, pur trovando il vantaggio solo in maniera blasfemamente bizzarra. Strana squadra quella giallorossa, che riesce a non tirare mai in porta, eppure a restare in controllo della partita fino a metà ripresa. Non ho davvero memoria di parate di Handanovic, nè di tiri in porta di Dzeko o compagni (solo un destro a lato di Pellegrini nel primo tempo). Gli ultimi 20 minuti, e la gestione dei cambi, hanno invece rimesso in partita l’Inter che, libera dal pressing avversario a centrocampo, ha potuto sostanzialmente piantar le tende nella trequarti giallorossa finendo per trovare un meritatissimo pareggio dopo una gragnuola di parate di Allisson, eroe (maledetto) della serata.

Icardi, in una serata non brillante, riesce comunque a colpire un palo e vedersi strozzato in gola l’urlo del gol dopo un destro al volo deviato in corner. Perisic e Candreva si vedono a sprazzi (l’uno si mangia un gol pazzesco nel primo tempo, l’altro corre, corre, corre ma conclude poco).

Piccolo inciso su Gagliardini e Santon, visto che non sarebbe giusto dare tutte le colpe della partitaccia al terzino butterato. A mio parere, la loro costante presenza nell’11 iniziale dell’Inter è la conferma di un protezionismo sciovinista e antistorico, riassumibile nell’odioso Luogo Comune Maledetto “facciamo giocare i nostri ragazzi”. Il terzino commette l’errore esiziale che regala il vantaggio ai lupacchiotti (e non è il primo della stagione), segnalandosi nei restanti minuti per il grande classico del repertorio, e cioè caracollare sulla fascia sinistra toccando la palla solo e soltanto col piede destro. Cos’altro deve fare per dimostrare di non poter essere un titolare dell’Inter?

Dal canto suo il mediano, involuto e di una lentezza preoccupante, pare essere assurto al ruolo ufficiale di “paracarro”, lento come e più dei vari Prohaska, Jonk e Thiago Motta, senza averne la metà della classe.

Ribaltando la battuta di quel losco figuro di Tony Damascelli sull’Inter 1998/1999 (“se Pirlo e Ventola si chiamassero Pirlao e Ventolic sarebbero titolari fissi”), potremmo dire che, se l’orobico in questione si chiamasse Gagliardinho, avrebbe schiere di detrattori scandalizzati dal suo pascolare per il campo “chè per prendere uno così si poteva far giocare uno dei tanti ragazzi che stanno in B e non hanno mai una possibilità, chè l’Inter compra solo gli stranieri chè ormai è ora di basta sveglia1!1!11!!”.

Tornando al commento della partita: giochiamo assai male, insistendo a voler impostare l’azione da dietro senza esserne capaci (e infatti ci ingarbugliamo da soli tre o quattro volte), ligi alle consegne del Mister e incuranti del palese mismatch tra Perisic e Florenzi, che pare fatto apposta per il rinvio lungo sulla capoccia del croato, Ciononstante, i nostri creano tre azioni nitide nel primo tempo (Perisic due volte e Borja Valero) e quattro nella ripresa (2 volte Icardi, 2 volte Eder), prima di trovare l’incornata giusta con Vecino, servito da un liberissimo Brozovic. Acciuffato il pari, ci sarebbe anche qualche minuto per tentare il colpaccio, ma la rabbia mostrata nel quarto d’ora precedente svanisce insieme alla paura per una sconfitta che sarebbe stata di dimensioni devastanti, per il morale più che per la classifica.

LE ALTRE

Il Napoli vince l’ennesima partita di questa stagione per 1-0, e chi mi conosce sa quanta ammirazione ci sia in questa affermazione, ancor di più al cospetto di una squadra così tanto lodata per il suo “bel giUoco”. Il cuore ieri avrebbe detto “pota”, ma ogni occasione è buona pur di togliere l’ennesima stagione tricolore ai gobbi, e quindi è tempo di “jamm’bbell’”.

La Lazio dal canto suo ne rifila 5 al Chievo. Mi consolo pensando che anche noi avevamo fatto lo stesso, e che al cospetto di questo squadrone i nostri hanno comunque portato a casa un punto.

Si fa dura ma lo sapevamo: in settimana le romane giocheranno i rispettivi recuperi e verosimilmente i nostri si troveranno quinti. Il bicchiere mezzo pieno è dato dal nostro attuale stato di forma, difficilmente peggiorabile. Non mi aspetto che il neo arrivato Rafinha sia il nostro Messi(a) e risolva di incanto tutti i problemi. Spero semplicemente che i giocatori visti in maglia nerazzurra fino a Novembre tornino ad essere tali per un altro trimestre: dovrebbe bastare a lasciarsi dietro una delle due rivali.

Il Milan ricomincia a camminare e la sorte torna ad esserle amica: è bastato il tiro sbilenco che dà inizio al rocambolesco 2-1 per farmi dire “va che culo, adesso segnano”, mentre il colpo di testa fuori di un soffio al 94’ è il sintomatico controcanto  al mai troppo rimpianto colpo di testa di Brignoli di un paio di mesi fa.

E’ COMPLOTTO

Come spesso accade, il turno di pausa campionato lascia briglia sciolta e pagine da riempire alla stampa sportiva italiana. Posto che a picchiare sui soliti tasti non si sbaglia mai, ecco una manciata di notizie simpatiche che riguardano l’universo nerazzurro, di oggi e di ieri.

Andiamo in ordine cronologico.

  • E’ dei primi dell’anno la bella notizia di Bobo Vieri condannato a pagare le spese processuali per quello che, in altri ordinamenti, sarebbe probabilmente stata giudicata lite temeraria.   In estrema sintesi: Vieri chiede una ventina di milioni a Inter e Telecom per i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche subite ai tempi dell’Inter, ed in primo grado il giudice gli riconosce il diritto ad averne in totale uno (su venti…).   Non solo. In appello il Tribunale valuta diversamente la durata di queste attività: non 4 anni, ma tre mesi. Il milione del primo grado scende a circa centomila euro, ulteriormente diminuiti dall’ultima pronuncia dei giudice, che rigetta l’istanza di annullamento e condanna Bobone a pagare 33.000 di spese processuali. E l’enorme montagna GuidoRossiMorattiTronchettiTelecom partorì una scureggetta.
  • Passando all’erede di Vieri sotto molti aspetti, ecco la stampa sportiva sollazzarsi con uno dei suoi passatempi preferiti: Mauro Icardi e propaggini. La fiamma del pericolo, della CrisiInter e di tutto quel che ne segue va tenuta viva, e cosa c’è di meglio della pausa campionato per polemizzare demagogicamente contro Wanda Nara e consorte per aver osato andare alle Maldive mentre noi siam qui a lavorare? Del resto, come noto, tutti gli altri giocatori della Serie A sono a servire missioni in giro per il West Africa o a pulire cessi nei lebbrosari del nord dell’India.  Ma non basta, no. Mettiamoci anche che Icardi ormai andrà via, con tanto di simpatica citazione di uno spot di qualche anno fa. Ormai dovremmo essere abituati, chè a sentir loro Maurito dovrebbe essersene andato già cinque o sei volte.  Grazie , ne sentivamo proprio il bisogno.
  • Gli amanti della statistica invece stranamente non hanno sventolato i risultati del rapido conticino fatto dalle menti semplici del Giornale, secondo cui il numero di italiani in rosa,  tanto caro ai tanti MassimiMauro d’italia, sarebbe inversamente proporzionale alla posizione in classifica.  Non voglio tirare in ballo una vecchia infografica della Gazza, che individuava nello spettacolare e competitivo campionato della Repubblica Ceca il torneo col maggior numero di autoctoni, ma davvero una notizia del genere non mi sorprende.  La nostra nazionale non andrà al Mondiale, segno evidente di mediocrità diffusa in tutta la attuale rosa azzurra (scusate il gioco di parole cromatico): come si può anche solo pensare che sia utile -di più, imperativo- schierare frotte di connazionali in campo per vincere le partite?
  • Riccardo Signori è un curioso ominide che scrive proprio per il Giornale, dato che dovrebbe essere sufficiente per commisurare la stima che posso nutrire per lui. Il soggetto, noto in passato per aver auspicato il Daspo per il Balotelli interista (silenzio totale sulle parentesi milaniste di Supermario), nei giorni scorsi ha vergato un corsivo in cui si doleva dei due capitani delle milanesi, a suo insidacabile giudizio non all’altezza dei loro illustri predecessori. Curioso che la colpa di Bonucci sia in primis un rendimento ben al di sotto del prezzo di acquisto e del blasone del difensore, mentre -ancora una volta- lo stigma di Icardi venga ricercato in faccende extra-calcio. Si badi: non potendolo accusare di fare vita da atleta, gli si rinfaccia per l’ennesima volta la moglie ingombrante, i tatuaggi e i macchinoni. Uno ha segnato 18 gol in quattro mesi, l’altro nello stesso lasso di tempo ha fatto cagare, ma mettiamoli sullo stesso piano, tanto sticazzi.

WEST HAM

Anonimo pari casalingo col Bournemouth che se non altro vede il ritorno al gol del Chicharito Hernandez. Se non altro i martelli tornano a galleggiare nelle placide acque del centroclassifica.

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Vecino in realtà non ha ancora segnato: esulta per l’ingresso in campo di Juan Jesus 🙂

TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO

FIORENTINA-INTER 1-1

A chi ha avuto la pazienza di leggere la mia ultima sbrodola potrei anche dire di passare oltre, perchè tante saranno le analogie tra questo e quei pensieri.

Come settimana scorsa, non ho visto la partita, impegnato nel viaggio di ritorno -per fortuna completato in metà del tempo!- della piacevole vacanza, con una singhiozzante Radio 1 sola compagna di viaggio.

L’enfasi posta da tutti sull’ingiustizia causata dal gol di Icardi mi ha fatto salire tre metri di carogna sulla spalla (tutti giustizialisti a strisce alterne, chè gli altri al solito hanno tutti i diritti di vincere partite con l’unico tiro in porta), instillandomi però nel contempo il leggerissimo sospetto di tifare per una squadra ancora in debito di condizione psico-fisica, e in buona sostanza di giUoco.

Certo, il mio punto di vista (parziale, per non aver visto le immagini, e fazioso, per la nota partigianeria a strisce) mi ha fatto pensare che una miglior freddezza da parte di Borja Valero e Candreva ci avrebbe consentito di chiudere partita e incontro, alla faccia dei professoroni dei Luoghi Comuni Maledetti e dell’ #intercinica.

Pare tuttavia che i nostri abbiano rischiato di portare a casa il furto del secolo, vista la quantità industriale di occasioni create ma non finalizzate dai Viola.

Nulla di nuovo sotto il sole: le squadre di Spalletti -e quella di quest’anno non fa eccezione- vanno gran bene fintantochè la gamba e la crapa parlano bene tra di loro, ma non hanno ancora imparato ad essere risolute e cattive, come invece sta imparando a fare il Napoli di Sarri.

Tornando al commento di una partita che non ho visto, resta poco da dire, se non che su Joao Mario pare essersi aperta la caccia all’uomo, a cui mi accoderò malvolentieri. E’ uno dei pochi casi in cui penso davvero che il giocatore lo faccia apposta per forzare la mano con la Società ed essere ceduto.

La passata stagione, tutt’altro che trascendentale, aveva se non altro messo in mostra un giocatore quadrato, soprattutto di corsa e contrasto, cosa invero piacevolmente singolare trattandosi di un portoghese. A riguardo, ricordo e sottoscrivo al 100% la citazione (di cui però non rammento l’autore) secondo la quale:

Se a calcio non si dovesse tirare in porta, il Portogallo sarebbe sempre campione del mondo.

Questo per dire che, di solito, le caratteristiche dei portoghesi sono abbastanza prevedibili: gran palleggio, tocco delicato, scarsa propensione alla cosiddetta “ignoranza calcistica”, declinabile sia come segnare gol brutti e cattivi, sia come assestare stecche proditorie per interrompere l’azione avversaria.

Ecco, Joao Mario l’anno scorso mi pareva una bella eccezione alla regola: corsa, contrasto, addirittura grinta (ok, il termine di paragone era Brozovic…) e qualche gol.

Quest’anno, un ectoplasma. Perde centordici palloni e guai a lui se si spreca a rincorrere l’avversario. Però fa dire al procuratore che vorrebbe giocare di più. Questo a casa mia si chiama “fai casino e fatti  vendere al primo che passa”.

Se qualcuno ci cascasse, mi assumo l’impegno di portarlo a destino a cavalluccio.

Chiuso il caso specifico, il resto della rosa persiste nel suo momento di pochezza cosmica, che il solo guizzo da campione di Icardi per poco riusciva a mascherare. Santa pausa darà a Spalletti due settimane per fare il proverbiale richiamino (cit.) atletico e un corposo e corroborante training autogeno all’insegna del mantra “non consideratevi le merdacce che in realtà siete”.

Non è il caso di scomodare i familiari di casa per ricordare ciò che è evidente a tutti: manca un centrale in difesa, un cambio all’altezza per Perisic e Candreva (per quanto Cancelo…) un cazzo di trequartista sul cui altare sacrificare senza la minima commozione Brozovic e Joao Mario.

A parte questo, tutto bene.

Ed è una battuta fino a un certo punto. Portiamo a casa un altro punto da una brutta partita, e restiamo terzi nonostante il brutto periodo.

Non voglio fare la volpe e l’uva ma, tra le tre partite in fila di questo periodo (Lazio-Fiore-Roma) potendo vincerne solo una, fin dall’inizio avrei dato la mia preferenza a quella con la Roma. Vincere quella partita vorrebbe dire recuperare tre punti sulla diretta concorrente al terzo posto, con tutto ciò che ne consegue.

 

LE ALTRE

E se Atene piange, Sparta non ride: i lupacchiotti vengono infatti sconfitti in casa da una esemplare Atalanta che domina il primo tempo e regge con l’uomo in meno per tutta la ripresa. Gasperini continua a starmi ampiamente sulle balle per l’insistenza con cui parla male della sua esperienza interista (avendo, purtroppo, ragione), ma l’impronta su questa squadra è visibilissima; complimenti veri e sinceri.

Napoli e Lazio faticano il giusto prima di aver ragione dei rispettivi avversari, nettamente inferiori (Verona e Spal), e altrettanto può dirsi della Juve, che regola il Cagliari solo nel finale con il gol di Bernardeschi.

Morale: il solco Napoli-Juve-e-poi-tutte-le-altre va delineandosi in tutta la sua evidenza: non ne sono contento, questo è chiaro, chè l’interista vero pensa sempre di poter vincere (e perdere, ma vabeh…) contro chiunque, ma il lato positivo è che c’è chiarezza, e restiamo in tre per due posti.

Ora, entrambe le romane hanno una partita da recuperare, e quei match, unitamente allo scontro diretto Inter-Roma del prossimo turno, diranno molto sui destini dei nostri amatissimi.

Solo un piccolo inciso sui cugini, vittoriosi nel pomeriggio contro il Crotone di Walter Zenga per 1-0. La vittoria è ovviamente accompagnata dagli “ooohh” di pubblico e critica, che fanno fare a Gattuso il “pompiere” della situazione, presi come sono a magnificarne i meriti (cazzo, hai vinto col Crotone…). Il punto non sta qui, anzi: per Ringhio sono perfino moderatamente felice. Il punto sta nel gollonzo segnato da Bonucci, che sulla respinta del portiere avversario viene colpito sulla nuca dal pallone che finisce in porta.

Ora, mica è colpa sua se ha segnato, questo è chiaro. Ma qualsiasi essere umano dotato di un minimo di dignità (no Superpippa, non sto parlando di te) eviterebbe di esultare manco avesse segnato in rovesciata in finale di Champions.

Aneddoto personale: nei miei più che trascurabili trascorsi da terzino sinistro dell’altrettanto dimenticabile selezione di Emergency, a inizio anni 2000 ho solcato la fascia talune volte, arrivando alla mia giornata di gloria in un afoso pomeriggio di Giugno, allorquando, saltati in prepotente progressione un nugolo di avversari, sono arrivato sul fondo per mettere il cross di giustezza.

La palla, beffarda, è andata lunga sul secondo palo e si è infilata in goal tra la sorpresa generale.

Cosa succede di solito quando uno segna? Abbracci e sorrisi dai compagni di squadra, insulti e occhiatacce da parte degli avversari.

Ecco: in quel caso è stato il contrario, con gli altri a ridermi in faccia per la botta di culo e i miei compagni a insultare i miei piedi fucilati.

Io? Ho finto un’esultanza a baciare la maglia e indicare gli spalti (che non c’erano…), ma ho riso come e più degli altri per la sesquipedale botta di culo occorsa.

Posso anche arrivare a pensare che il Milan-Crotone di oggi avesse un’importanza superiore al Torneo sociale “Dai un calcio al precariato” (per quanto…), però vedere Bonucci correre da invasato come suo solito dopo un simile colpo di culo non ha contribuito a migliorare la sua immagine ai miei occhi. E mi fermo qui.

 

E’ COMPLOTTO

Due cose, una da persona mediamente normale, una da malato di mente.

Da applausi la reazione di Spalletti agli ominicchi di Mediaset Premium che lo incalzano con domande (originalissssssime) sulla ristrettezza della rosa, acuita dall’infortunio di Ranocchia che ha costretto il Mister a piazzare Santon al centro.

La mia personale ola non si è levata tanto al già richiamato “lo sa anche la mi’ mamma che ci manca un centrale”, quanto alla provocatoria domanda “ma cosa ho detto? Cos’hai vinto adesso che finalmente l’ho detto?” (min. 1:40).

Come sapete, vivo anni e anni di vaffanculi repressi ai giornalisti di ogni scuderia (soprattutto di quella scuderia) che appoggio a prescindere qualsiasi polemica contro questi scribacchini.

Due dei pochi casi in cui esultai per una dichiarazione del Signor Massimo ai microfoni in un dopopartita furono le sue dichiarazioni post-Barcellona alla RAI (“Vi vedo un po’ spenti…forza, possiamo perdere alla prossima!“ Purtroppo non trovo il video in rete…) e post-Bayern a Pierluigi Pardo, allora ancora a Sky, lasciato da solo come una statua dopo una domanda legittima quanto inopportuna (ricordare in quella sede le tante difficoltà della sua gestione evidentemente non venne digerita dal Presidente).

Ecco, vivo nell’intima convinzione che alcuni vaffanculi in più ai giornalisti in tutti questi anni pur non migliorando la relazione del Club con i media, avrebbero per lo meno messo in chiaro che le due parti erano apertamente in guerra, e non ipocritamente sorridenti l’una di fronte all’altra.

E questo mi porta al secondo punto, quello più da psicopatico.

Perchè se è vero che nel lavoro bisogna lasciare da parte emotività e precedenti, se è vero che ufficialmente Mediaset non ha più punti di contatto con A.C. Milan, la mia mente è troppo poco elastica, e il mio rancore troppo granitico per non sobbalzare a questo:

Cioè, i 110 anni dell’Inter dovrebbero essere raccontati, comunicati, pubblicizzati dalle stesse facce che poche righe sopra mi rammaricavo non essere state insultate a dovere negli ultimi vent’anni?

Sorry, non ce la faccio… Ma è sicuramente colpa mia.

 

WEST HAM

Qui la ruota ha girato abbastanza bene: in tre giorni (lì si gioca sempre…) battiamo il West Bromwich al 94’ con doppietta di Carroll e pareggiamo in casa Tottenham (cioè Wembley per quest’anno) con golazo di Obiang.

Poco per dare una pennellata di decenza alla classifica, ma abbastanza per allontanare fantasmi di zona retrocessione.

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