CHI BEN COMINCIA?

INTER-FIORENTINA 3-0

Partiamo dal risultato: non potevamo sperare in nulla di meglio. Tre gol fatti, un’altra mezza dozzina di occasioni (molte delle quali clamorose), nessun gol subìto grazie a una botta di culo tanto inusitata quanto gradita, addirittura -udite udite- un rigore fischiato a favore dopo 3 minuti di gioco.
Prodigi della tènnica, sui quali tornerò ad annoiarvi infra.

La lettura delle formazioni mi lascia alquanto perplesso (blasfemicamente perplesso, per essere precisi) alla visione di Nagatomo e Brozovic tra i titolari.
Noto invece con piacere che il doppio mediano è composto dagli ex viola Borja-Vecino. Per il resto, tutto secondo pronostico.

Bella l’accoglienza riservata da parte dei 50mila di San Siro a Pioli, vittima pressoché incolpevole del troiaio dell’anno scorso. Del resto chi nasce quadrato non può morire tondo, e non era da lui che potevamo aspettarci il discorso da capitano coraggioso o da Al Pacino de noantri per invertire una rotta segnata in massima parte dall’inedia dei nostri amatissimi ragazzi in braghette.

Come anticipato, pronti via e Nagatomo (ipse!) pesca Icardi con un lancio in verticale di 40 metri. Regolare la posizione dell’argentino, opportunamente a seguire il suo controllo, ingresso in area e contatto da rigore con quel nasone maledetto di Astori, stopper da me odiatissimo in quanto “tifoso rossonero fin da bambino” e autore di gol e falli da rigore non sanzionati in dose industriale nelle passate stagioni (non sto a linkare chè ce n’è a strafottere, fidatevi…)
Tagliavento addirittura assegna il rigore sua sponte, chiedendo e trovando conferma della sua scelta dal VAR.
Icardi spiazza Sportiello e al terzo minuto siamo già avanti.

I nostri continuano come hanno cominciato e macinano gioco grazie alla crapa lucente di Borja Valero, a mio parere già faro imprescindibile del nostro centrocampo.
A fianco (e non “affianco”, le vacanze stanno facendo crescere ancor di più la carogna di grammar nazi che mi porto sulla spalla), Vecino recita la una parte con diligente costrutto, tappando la bocca alla pletora di italioti che “eh però così toglie il posto a Gagliardini, un giovane italiano…”.
In realtà emula il collega italiano nella scarsa sensibilità col goal, allorquando riceve un altro illuminante assist di Nagatiello (per una volta non sono ironico nei confronti del nippico) e allarga troppo il piattone spedendo largo il facile 2-0.
Il raddoppio arriva comunque negli stessi minuti, figlio di una combinazione sulla destra dove staziona anomalamente Perisic. Cross preciso a centro area e Maurito mostra a tutti come si capoccia in mezzo ai due centrali avversari: frustata sul secondo palo e due a zero prepotente.

Acquisito il doppio vantaggio il numero di giri fatalmente cala; non per questo diminuiscono le occasioni per andare in rete: velenoso il destro di Brozovic deviato in corner dopo bella combinazione in area, clamorosa la palla che Perisic serve -male- a Icardi e che vanifica un più che probabile tre a zero.
Se si esclude un contatto Miranda-Simeone in area, su cui Tagliavento sorvola, anche qui confortato dal VAR, la Viola si rende pericolosa solo con un bel colpo di testa del Cholito Simeone e qualche velleitario tiro dalla distanza, e con ciò si arriva al riposo.

Spalletti riparte con gli stessi 11, verosimilmente strigliati nel quarto d’ora accademico con passeggiate sui testicoli all’insegna di “testa in campo, facciamo il terzo e teniamo palla”. Se l’intenzione era quella, la messa in pratica lascia a desiderare: i nostri sono meno pronti al pressing e anche alla costruzione, ancor meno con l’uscita dal campo di Borja Valero, evidentemente a corto di benzina. Per quello è anche ben sostituito da Joao Mario, che imbecca i nostri attaccanti un paio di volte e si dimostra attento nel verticalizzare l’azione. Manca la fase di gestione della palla, nella quale lo spagnolo è maestro e che mi spingerà a ricordarne l’integrità fisica nelle mie preghiere della sera.
Con i cambi la fisionomia del centrocampo si modifica: Gagliardini rileva Brozovic (non male invero anche la sua prova) e ha tempo per mangiarsi un gol anche lui. Siamo nella fase centrale della ripresa, nella quale la Viola spinge col nuovo entrato Babacar e meriterebbe il gol.
Come detto in apertura, invece, la Dea Eupalla è per una volta dalla nostra parte e il tiro del possibile 2-1 si stampa sul palo interno ad Handanovic battuto, dopo che lo stesso sloveno si era esibito nella sola vera parata della serata, deviando in angolo una pericoloso rasoterra alla sua destra.
“Gol sbagliato-gol subito” è uno dei pochi luoghi comuni non maledetti del calcio e, un minuto dopo la succitata botta di culo, il cross dalla destra è puntualmente raccolto dalla capoccia di Perisic che in tuffo sigla il 3-0. Il croato resta a terra prostrandosi a pelle di leone, probabilmente rimuginando sulle poche ma evidenti leggerezze che avrebbero potuto macchiarne la buona prova.

La partita sostanzialmente finisce lì, con Icardi a lasciare il posto a Eder per gli ultimi minuti, non essendogli riuscita la tripletta personale. Ci possiamo comunque accontentare, vista la doppietta all’esordio e la sensazione di pericolo costante per la difesa avversaria ogniqualvolta è entrato in possesso di palla.

Sabato sera rendez-vous all’Olimpico per Spalletti con i suoi vecchi amici/nemici. Non poteva che iniziare così, con il nostro ex allenatore ospitato alla prima stagionale e l’attuale Mister a rendere visita alla sua ex squadra nella settimana seguente.

Tocchiamo ferro, legno o altri ammennicoli a scelta.

LE ALTRE
Vincono più o meno tutte, tranne la Lazio inopinatamente bloccata sullo 0-0 dalla matricola Spal. Juve, Milan e Napoli rifilano tre pappine ai rispettivi avversari, mentre la Roma si accontenta di una furba punizione di Kolarov, che da ex laziale trova la maniera migliore per farsi accogliere dai nuovi tifosi, fieramente intransigenti come tutti i tifosi e in quanto tali disposti a dimenticare i trascorsi in maglia rivale in cambio di un paio di gol al momento giusto.
Quando si dice la coerenza…

E’ COMPLOTTO
Inevitabile un corposo excursus sul VAR (che userò al maschile in quanto fieramente maschilista). Parto dalle facili battute e dico che là dove non sono bastate decine e decine di partite “vecchia gestione”, sono stati sufficienti 30 minuti di nuovo corso per vedere assegnato un rigore contro la Juve a Torino.
Che poi quell’interdetto di Farìas se lo sia fatto parare da Buffon è cosa secondaria, e non fa che alimentare le mie farneticanti supposizioni all’insegna del “gli avranno caldamente consigliato di sbagliarlo”.
Certo, il raddoppio di Dybala è figlio di un controllo astuto quanto dubbio, e lo stesso primo gol di Mandzukic beneficia del mestiere del croato che si libera dell’avversario come solo lui sa fare… ma non è il caso di sottilizzare.
Siamo tutti consapevoli che il VAR non sarà la panacea di tutti i mali, anche se probabilmente io e il resto del mondo partiamo da due presupposti antitetici.
“Gli altri” pensano che la tecnologia non potrà mai superare l’intelligenza umana e che, quindi, ci saranno sempre casi in cui l’arbitro sarà sempre il miglior giudice.
L’assunto è astrattamente condivisibile, se non fosse pericolosamente affine al fallace ragionamento del fascino del calcio che è anche figlio di errori arbitrali.
Io, che son da solo ma c’ho ragione, parto da un diverso ragionamento: il ricorso all’ausilio tecnologico è comunque sempre lasciato alla discrezionalità del Tagliavento di turno, quindi non potremo stupirci se -contrariamente a quanto fatto ieri, non ho problemi ad ammetterlo- si riterrà sicuro a sufficienza “ad aree di rigore alterne”, chiedendo quindi un supplemento di giudizio a seconda di dove tira il vento.

E’ un processo alle intenzioni, me ne rendo conto.

Ecco perchè “son da solo” a pensarla così.

Ecco perchè “c’ho ragione”.

WEST HAM
Male perdio…
Se l’esordio contro il Man Utd (4-0) aveva messo in chiaro il peso specifico delle due squadre, la successiva sconfitta contro il Southampton (3-2 all’ultimo minuto) lascia l’amaro in bocca per come è arrivato, ma al tempo stesso la consapevolezza della strada da recuperare dopo sole due giornate di campionato.

Tra punteggio e location c’è decisamente di peggio…

STAGIONE 2017-2018

Nella giornata che diede i natali al Capitano con la Z maiuscola, trovo finalmente il tempo di fare una rapida e illuminata disamina sulla creatura che sta nascendo tra le mani -si spera sapienti- di Luciano Spalletti.

Partiamo proprio da lui e da un bigino di pregi e difetti. Fa giocar bene le proprie squadre, schietto e poco incline alla diplomazia, una tendenza a sbrodolare infinite conferenze stampa.

Riguardo a quest’ultima caratteristica, il Mister di Certaldo alla presentazione in nerazzurro diceva di aver ricevuto un messaggio di in bocca al lupo da José Mourinho.

Non trovo purtroppo il meme in rete, ma la vignetta -spassosissima- diceva “in rubrica era salvato come prime-time“.

Per il resto, le specifiche del prodotto possono essere viste, a seconda dei punti di vista, come qualità o limiti. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie sbrodole, ho spesso diffidato delle squadre che “giocano bene al calcio“: in primis perché credo che non ci sia allenatore che scientemente scelga di “far giocar male” le proprie squadre; in secundis perché, non esistendo per fortuna un pensiero unico, non è chiaro cosa voglia dire “giocare bene“; in ultimo, perché spesso le squadre troppo onanistiche mancano di quella sana “ignoranza” che permette di vincere una manciata di partite che alla fine della stagione fanno la differenza (ask Sarri vs Sassuolo e Atalanta for further references).

La succitata tendenza “prime-time” di Spalletti potrebbe essere una manna per una Società endemicamente incapace di “farsi sentire”, ma anche una scheggia impazzita guidata solo dal proprio ciclo mestruale nel caso in cui non ci fosse una linea guida a dare una direzione di massima.

Delle mie preferenze fregherà giustamente un cazzo a nessuno, ma uno come il Cholo sarebbe stato più “coerente” con la storia interista.
Poco male, diamo il tempo a Spalletti di vincere quel paio di scudetti e poi vai di contratto a tempo indeterminato all’unica vera testa lucida e illuminata (in tutti i sensi) del recente passato interista.

Chiudo la parentesi-allenatore citando ancora una vola la saggezza politico-popolare cinese, allorquando Deng Xiao Ping parlava del colore dei gatti e dei topolini da catturare.

Che vinca partite, e poi faccia e dica il cazzo che vuole.

IL DRIIMTIIM DE NOANTRI
La doppia “i” nel titoletto è un’indiretta lezione di pronuncia a tutti quelli (italiani ignoranti!) che non colgono la differenza fonetica tra “shit” e “sheet“: però in italiano preferireste adagiarvi su un lenzuolo fresco e non su una cacca, giusto?

Fine della polemica da angloterrone rancoroso.

DIFENDIAMO COME POSSIAMO

In porta once more with feeling Samirone Handanovic che, immancabilmente anche se in misura minore, ha fatto presente che vorrebbe giocare la Champions (e noi invece no…). Pregi e difetti restano più o meno intatti; spero più degli anni precedenti che non prenda nemmeno un raffreddore sapendo che il suo secondo è Padelli, il cui unico pregio al momento è di poter essere beneficiario del luogo comune “è tifoso interista fin da bambino”, come da foto.

La difesa vede una più che probabile coppia Miranda-Skriniar, con l’altrettanto verosimile giubilo di Jeison Murillo. Un rendimento coerente quello del colombiano, che ha mostrato tutti i pregi del suo repertorio nei primi 6 mesi di Inter, per poi dar sfoggio al campionario di scempi per l’anno e mezzo successivo.
Di lui rimane l’impressione che ho avuto fin dalle prime uscite: ha tutti i difetti del connazionale Ivan Ramiro Córdoba, senza averne il pregio maggiore, e cioè la consapevolezza dei propri limiti. Questo ci ha dato in regalo un paio di bellissimi quanto inutili gol in rovesciata, e una decina di gol subiti dopo dribbling rovinosi tentati al limite della nostra area.

Grazie e arrivederci.

Credo che, la contemporanea partenza di Andreolli e quella inevitabile per manifesta incompatibilità ambientale di Ranocchia renderanno necessario l’acquisto di almeno un altro centrale di pura decenza, che possa dare il cambio ai due succitati titolari, pur in una stagione priva di impegni europei.

Sulle fasce, gioisco sulla fiducia per l’arrivo di Dalbert che non ho mai visto giocare, ma che se non altro al momento ha l’innegabile pregio di togliere dai titolari uno tra Nagatomo e Santon. Se poi fosse anche buono (lasciamo perdere i paragoni con Maicon, che portano solo sfiga…), tanto meglio.
Sulla destra potrebbero bastare D’Ambrosio o Ansaldi, ma ovviamente non mi opporrei all’arrivo di qualcuno di maggior sostanza.

LA MEDIANA CONSISTENTE

Torno per un attimo il rancoroso angloterrone di cui sopra, per segnalare un altro abominio cui molti di noi sono sottoposti in ambito lavorativo.
Peggio dell’inglesismo fatto e finito (il briefing e non la riunione, il print invece che la stampa…) la cosa che più mi fa ribrezzo è l’italianizzazione di un termine inglese, che però in italiano esiste ma vuol dire una cosa diversa.

Al primo posto di questa orrenda classifica c’è “confidente”, usato invece di fiducioso (dall’inglese “confident“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri).

Diocristo, in italiano confidente vuol dire un’altra cosa, è un tipo a cui dici i cazzi tuoi e di cui ti fidi, ma se ritieni probabile che una cosa accada, dici che sei fiducioso, mica confidente. Non è difficile, dài…

Subito dopo -e qui torniamo al titoletto- c’è “consistente” usato invece di coerente (dall’inglese “consistent“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri). Anche qui come supra, se una persona mantiene un certo atteggiamento nel tempo, si dirà che è coerente. Consistente lo si dirà di un materiale non troppo molle che, per l’appunto, ha una certa consistenza.
A meno che non si parli di Borja Valero: ecco l’eccezione alla regola appena esposta. Lo spagnolo in carriera ha costantemente proposto un rendimento di spessore, potendo quindi essere definito al contempo coerente e consistente.

Che sia regista o no (l’abbiamo preso noi, quindi tutti ad affrettarsi a dire che non lo è, niente di nuovo…) è un giocatore di rara intelligenza, apparentemente integro fisicamente a dispetto dei 32 anni compiuti. Credo che abbia in casa due bamboline Voodoo a forma di Xavi e Iniesta, perchè senza di loro sarebbe stato titolare fisso in nazionale per almeno due lustri.

Se a lui aggiungiamo l’arrivo di Vecino, suo compagno di reparto nella Viola degli ultimi anni (vox servorum: “ma nemmeno lui è un regista, perché non hanno preso Badelj??”) non posso che essere soddisfatto del centrocampo che va a formarsi.
Starà poi a Spalletti capire come disporre le pedine in campo, potendo contare oltre ai due ex gigliati su Gagliardini e Joao Mario: personalmente vedrei la coppia viola davanti alla difesa e il portoghese alle spalle di Icardi, con l’italiano primo cambio, ma sono finezze: il materiale c’è e quindi facciamo lavorare chi è pagato per farlo.
Ci sarà, in realtà da sfoltire il reparto, e personalmente ritengo che Brozo e Kondogbia possano essere tranquillamente sacrificati in presenza di offerte appena appena presentabili.
Per questioni più di cuore che tecnico-tattiche tratterrei Medel, che però pare -anche lui- in via di uscita.
Sottolineo per l’ultima volta l’incomprensibile astio di tutta la critica calcistica italiana per il cileno, che oltretutto nei mesi di Pioli ha dimostrato di poter essere anche un buon rincalzo difensivo in caso di bisogno. Non ha mai reclamato un posto da titolare, tantomeno lo farebbe adesso che il reparto è assai migliore dell’epoca Kuzmanovic-M’Vila-Taider, però ha ormai lo stigma dell’untore, e il volgo vuole la sua testa.

Addio Medellino, io ti ho sempre amato.

LA’ DAVANTI

Pur non essendo al momento cambiato niente, questo è il reparto che per ora mi ha dato più soddisfazione. La gestione del “caso” (che “caso” non è) Perisic mi sta piacendo moltissimo, sperando di non essere smentito nei prossimi 20 giorni.
Sfanculati tutti i gufi del “tanto dovranno venderlo per far quadrare i conti“, FozzaInda ha messo su una playlist con soli due pezzi in loop: “50 milioni cash” e “non abbiamo bisogno di vendere nessuno“.
Gli scrivani di corte, resisi finalmente conto che il muso giallo fa sul serio, hanno tentato di scartare di lato andando dietro alle suggestioni di mercato (altra espressione che detesto) che paventavano un addio di Candreva sponda Chelsea, all’insegna del “Perisic potrebbe restare; a quel punto andrà via Candreva“.
Tutto purchè l’Inter debba vendere, indebolirsi e morire male.
Vepossino…
Tornando al campo, so che dovrebbe arrivare questo Emre Mor. Se Dalbert almeno l’avevo sentito nominare, del turco però danese ignoravo proprio l’esistenza.
A quanto capisco dovrebbe essere il primo cambio dei due esterni d’attacco, e per certi versi vale quanto detto per il terzino brasiliano: se questo qua deve arrivare per prendere il posto di Biabiany, direi che abbiamo ottimi margini di miglioramento.

Quindi? Gallianamente parlando #siamoapostocosì?
Mah, forse sì… Mi sarebbe piaciuto Nainggolan, eccome… ma non arriverà e quindi facciamocene una ragione. Vidal qualche anno fa, e senza passato juventino, l’avrei preso eccome, ma siamo anche qui a parlare di opzioni che non sono sul tavolo.
Attingo a un’altra frase fatta del periodo estivo: “comprare per comprare, meglio stare come siamo”. Banale, ma vero.

Nemmeno col Ninja saremmo stati da scudetto, quindi avanti così: cerchiamo di sfruttare l’assenza di impegni infrasettimanali per puntare a uno dei quattro posti champions, sapendo che oltre alle solite tre dovremo fare i conti anche con i Meravigliuosi, di cui parlerò (male, e come sennò) prossimamente.

Vuoi non dire niente sulle fideiussioni per Bonucci e sull’esordio del VAR visti in questi ultimi giorni?

MAGLIA

Non ci siamo, poche balle… Non capisco (o meglio lo capisco ma preferisco far finta di nulla…) perchè la Nike debba utilizzare i loro designer sotto acido per sperimentare le peggio varianti sulle nostre maglie, tornando invece fedeli e rispettosi della tradizione nel caso di altri top club europei…
Ad ogni modo, il blu è di una bella tonalità, numeri e nome in bianco e non più giallo evidenziatore, ma quelle righe nere fanno tanto codice a barre e nun se possono vede.

Meglio, nella sua semplicità banale ma al tempo stesso ricercata, la maglia bianca, non a caso apprezzata anche da appassionati di calcio di altre latitudini.

Leggo di una terza maglia grigia con sfumature militari, che mi fa cagare così sulla fiducia. C’è di buono che la scarsità di impegni in stagione dovrebbe limitarne l’uso.

 

ALLENATORI CONCAVI E CONVESSI

No, non sto delirando. Non più del solito, almeno.

Tenterò di spiegare perchè l’Inter è fatta in una certa maniera, contrariamente alle altre big strisciate italiane, e perchè -come conseguenza di ciò- abbisogni di un certo tipo di allenatore.

Farò del mio meglio per non cadere nella più che fallace tentazione di buttarla in vacca, sunteggiando il tutto con il più classico degli #ècomplotto.

Bon, ci si prova.

L’Inter è storicamente un Club fragile. Sad but true.

Le proprietà che si sono succedute nel corso dei 100 e più anni raramente hanno dimostrato quel peso specifico, quella forza, quel carisma che solitamente accompagna squadre con il nostro palmarès.

Se limitiamo lo sguardo alle due epoche Moratti, per distacco le migliori a livello di risultati sportivi, possiamo notare come la prima delle due sia riuscita nel ’64 a perdere allo spareggio col Bologna uno scudetto che pareva già vinto, buttando via per demeriti propri quello del ’67 a Mantova con la papera di Sarti. Per la seconda gestione della Famiglia mi taccio per tener fede al fioretto fatto in apertura, scrivendo solo la parola Calciopoli per rendere sommariamente l’idea.

Con queste premesse, e in questo contesto, è sintomatico constatare come i soli allenatori interisti a portare a casa vittorie convincenti dal dopoguerra in avanti siano tutti accomunati da un carisma e da una personalità fuori dal comune. Herrera, Trapattoni, Mourinho e in misura minore Mancini sono tutti professionisti che hanno fatto della grinta, della capacità di comunicare e di plasmare il gruppo il proprio tratto distintivo, ben più degli schemi di giUoco o dei moduli adottati.

Dopo il lustro d’oro 2006-2011, ho più volte detto che i risultati di quella Inter erano stati ottenuti non grazie ma nonostante la Società, e che solo la carta bianca data a Mancini prima e a Mourinho poi ave a permesso alle vittorie di arrivare copiose.

A costo di farmi sanguinare gli occhi, se guardo ai cicli vincenti delle nostre dirette rivali, scopro in Milan e Juve uno dei molti tratti che le accomunano: Società solide, capaci di dettare una linea, forti e coerenti nel mantenerla. Soprattutto, una dirigenza magari fatta da sgherri pregiudicati o da traffichini sopravvalutati (anche senza il “magari”), ma comunque in grado di mostrarsi come vera forza motrice del Club. Più dei calciatori. Più del Mister.

E qui parte il gioco all’incastro: quando hai le televisioni al tuo servizio e un datore di lavoro che di mestiere fa il battutista e il tuttologo, la cosa migliore che puoi fare è rispondere “Grazie al nostro Presidente che ci aiuta sempre e a cui vogliamo tutti tanto bene“, come Sacchi, Capello e Ancelotti hanno imparato a ripetere nel corso degli anni. Grandi allenatori, nessuno lo discute (io discuto Sacchi e ho ragione, ma qui faccio finta di no), ma anche intelligenti e furbi nel capire che non erano nel Club in cui poter dire “qui il capo sono io“.

Oppure: arrivare alla Juve vuol dire arrivare nel maggior centro di potere calcistico italiano. Le motivazioni sono diverse da quelle rossonere, ma la conclusione è sostanzialmente la stessa: Lippi, Conte e anche Allegri sono nati “gobbi” o comunque si sono calati appieno nel ruolo di ingranaggi importantissimi ma non imprescindibili nell’universo bianconero, proprio perchè è il Club stesso ad essere il pivot del tutto.

L’Inter -come detto- non è mai stata così: mi auguro che con Suning la musica cambi, e viste le premesse non è nemmeno così impossibile, ma fino a oggi l’anello debole nel trittico Club-Allenatore-Giocatori è stata proprio il primo.

Ecco che quindi, per supplire alle mancanze “della casa”, si è sempre avuto bisogno di un uomo che non si limitasse a fare il suo mestiere -allenare- ma che fosse anche direttore sportivo, ufficio stampa, psicologo, o un mix di tutto questo: un uomo di lotta e di governo.

Traslando il tutto ai giorni nostri, e ipotizzandoci una squadra normale, io personalmente non avrei grossi problemi a confermare Stefano Pioli per la prossima stagione. E’ un allenatore normalmente capace, conosce la squadra, darebbe continuità e eviterebbe l’ennesima ripartenza da zero.

E’ però il profilo giusto per un Club ancora sprovvisto di una forte governance interna? Probabilmente no.

Lo può essere, aldilà dei risultati del finale di stagione, solo se Suning deciderà di accelerare il processo di “controcazzizzazione” dell’Inter, facendo capire a tutti e coi fatti che la musica è cambiata. Se è così, che FozzaInda in persona vada davanti alle telecamere e annunci urbi et orbi che Pioli sarà l’allenatore dell’Inter per i prossimi tre anni.

In alternativa, testa bassa e avanti con la corte serrata a Simeone, il solo nome che possa portare entusiasmo tra i tifosi e giustificare l’ennesimo “anno zero” a tinte nerazzurre.

Pregi e difetti del Cholo sono in un certo senso complementari a quelli di Pioli: da una parte uno stimolante e grintosissimo reset, al cui altare sacrificare la continuità degli ultimi sei mesi e l’eventuale abbozzo di progetto per l’anno nuovo; dall’altra la rassicurante (?) tranquillità del Mister parmense, che non scalderà mai i cuori del nostalgico Sciur Ambroeus, ma che non ha molti colleghi con capacità tecniche superiori alle sue. E’ tutt’altro che un fuoriclasse, intendiamoci, ma ha il vantaggio di essere in una classe di studenti mediocri.

Gli allenatori ov-ze-màdonn non sono al momento disponibili, e non credo che i milioni di Suning sarebbero sufficienti per far accettare a uno di loro il periglioso percorso di rinascita nerazzurra.

Simeone sarebbe diverso, proprio per i ricordi agrodolci del suo biennio interisti di fine anni ’90.

Probabilità di un suo arrivo? Obiettivamente basse. Il solo scenario che potrebbe vederlo lasciare Madrid è una sua inaspettata (ma sperata!) vittoria in Champions, che gli permetta di uscire di scena tra gli applausi. A quel punto il Cholo potrebbe tuffarsi in una nuova sfida, con una squadra messa male, come male era messo il “suo” Atletico all’epoca del suo arrivo.

Questo sarebbe il mio scenario preferito. L’allenatore convesso, in attesa che lo diventi anche la Società

Il mio timore, invece, è che l’Inter si dimostri per l’ennesima volta il Club volubile e incoerente che tante volte è stato. E cioè che decida comunque di sostituire Pioli semplicemente perchè non può più restare, dando più importanza al suo addio che alla sua effettiva sostituzione. In altre parole: che arrivi chiunque, purchè quello se ne vada.

E quindi, temo l’arrivo di Spalletti, Paulo Sousa, Jardim…

Uno dei tanti allenatori concavi sul mercato.

Chi vivrà, vedrà.

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IL GATTOPARDO

INTER-MILAN 2-2

Lo so che la metafora è più che abusata, ma davvero non credo esista paragone più calzante per descrivere l’apparente novità di giornata (primo derby totalmente cinese, orario anomalo per accontentare il di cui mercato, nuova possibile èra del calcio meneghino) e la reale immnutabilità dei cliché storicamente associati alle due squadre di Milano: incorreggibili pasticcioni gli interisti, incapaci di venire a patti con se stessi e forse per questo mai meritevoli di uno sguardo benevolo dalla buona sorte, portatori sani di buciodiculo i nostri cugini, che capitalizzano ben oltre i propri meriti la coglionaggine dei nerazzurri.

Pioli parte con Nagatiello per Ansaldi sperando di contrastare la veloctà di Suso e Joao Mario al posto di Banega dietro al solito tridente.

La formazione può dirsi azzeccata, col ritorno di Gagliardini in mediana, anche se è proprio il bergamasco a regalare il primo infarto ai tifosi, perdendo una palla velenosa sulla trequarti e dando il via a una rumba che porta tre milanisti al tiro in pochi secondi, per fortuna senza alcun esito.

I rossoneri spingono di più nella prima mezz’ora, -il dato è inconfutabile-: a ben vedere, però, il “merito” delle loro azioni sta quasi sempre in palloni persi banalmente dai nostri che innescano Suso e soprattutto Deulofeu, contro il quale Medel è in palese difficoltà.

Bacca per fortuna è non pervenuto, mentre Handanovic è in giornata di grazia anche sulle uscite (almeno fino all’ultimo corner…) e quindi lo stringiculo peggiore è un palo dello spagnolo in prestito  a metà frazione.

Nemmeno il tempo di dire “oh ma noi quand’è che cominciamo a giocare?” che Gagliardini fa la prima (e credo unica) cosa bella della partita, pescando Candreva sulla corsa in area di rigore: De Sciglio e Donnarumma giocano al Signor Tentenna, e l’87 nerazzurro è bravo a fare la cosa più semplice, ovverosia il pallonetto sul secondo palo, che passa a pochi cm dalle mani per nulla protese del portierino milanista. Uno a zero per noi e boato da lite condominiale in zona divano.

Il Milan subisce il colpo e i nostri sono bravi a prendere forza dal vantaggio, obiettivamente figlio di una giocata estemporanea. Joao Mario inizia a distribuire muscoli e fosforo su tutto il campo, e Icardi e Perisic duettano bene al limite dell’area: il croato si invola sulla sinistra e centra forte e rasoterra sul secondo palo, Romagnoli è in ritardo così come Donnarumma –oh no…Gigio…- mentre Maurito è puntualissimo a insaccare di piatto destro a porta vuota il primo gol in carriera contro il Milan, che vale il 2-0.

La botta per i cugini è tremenda, nè la ripresa pare dare nuove idee a Montella.

Il secondo tempo inizia infatti con i nostri in controllo della situazione, con la chiara e palese intenzione di piazzare il terzo gol e chiudere i conti. La palla giusta arriva a Perisic con bella imbeccata di Icardi, ma il destro è debole e non crea pericoli. D’altra parte ormai il 44 lo conosciamo: mi piace e molto, ma ogni volta può creare il massimo pericolo per gli avversari (vedi assist per Icardi nel primo tempo) così come sprecare tutto dopo aver fatto la giocata della Madonna. E’ quel che gli capita dopo aver saltato un paio di avversari sulla sinistra, allorquando tenta un destro al volo più che improbabile invece di allungare la boccia per il Capitano solo soletto nell’area piccola.

Loro, ribadisco, nun ce stanno a capì un cazzo fino a metà tempo, allorquando sono i nostri cambi a ridargli ossigeno. Eder è ormai abbonato al ruolo di 12° uomo, e quindi il primo cambio è il suo, in questo caso proprio per Perisic. Onestamente avrei aspettato un’altra decina di minuti, ma la solfa cambia poco.

Assai più discutibili gli altri due cambi, con Biabiany che non vedeva il campo da mesi a subentrare a Candreva e -ancor più grave- con Murillo a dare il cambio a Joao Mario.

E proprio quest’ultima sostituzione è quella della resa “concettuale”, in primis perchè toglie dal campo l’unico vero giocatore “pensante”, che ha l’ulteriore merito di garantire comunque corsa e contrasto. Non voglio scomodare paragoni blasfemi con Cambiasso, ma nella pochezza attuale della nostra mediana il portoghese riluce quanto la crapapelada del Cuchu nel lustro d’oro. E invece no, Pioli lo toglie per inserire Murillo, il che equivale ad appendersi alle traverse e sperare in bene.

Grave errore a mio parere, e non certo per le minchiate massimaliste del “bisogna sempre giUocare all’attacco per regalare spettacolo ai nostri tifosi“. Molto più semplicemente, mettersi alle corde e dire all’avversario “dài picchia duro, mia nonna me le dava più forte” è un’arte e presuppone palle quadre e capacità di incassare superiori alla media. Qualità che i nostri non hanno, mentalmente ancor meno che tecnicamente. Ecco quindi che il cambio vuol dire via libera al “caghiamoci sotto!“, che porta istantaneamente al loro 2-1 di Romagnoli, con Miranda a tentare un contrasto di testa con il pallone a meno di mezza altezza, e non a caso girato dal difensore senza particolari problemi alle spalle di Handanovic.

Il gol arriva all’83°, ed è di tutta evidenza che i minuti restanti saranno lunghissimi. La fredda determinazione del primo tempo è bella che andata, e la nostra titubanza dà coraggio a un Milan generoso e affastellato in avanti con cinque tra punte e rifinitori. Curioso che alla fine siano i due difensori centrali a segnare, ma come si dice in questi casi “questo è il calcio“.

Ma non anticipiamo i tempi: prima della tragicommedia finale c’è il tempo per vedere Biabiany, al 51° minuto della ripresa, farsi ingolosire da un passaggio filtrante ed entrare in area. Scelta condivisibile a patto di mettere il pallone in gol. Il tiro invece va alto, e l’insulto che gli tocca è accompagnato dalla -vana- speranza di sentire il triplice fischio finale dell’arbitro sul rinvio del portiere.

Nulla di tutto ciò: si gioca e i nostri di fatto fanno di tutto per concedere l’ultimo calcio d’angolo ai cugini, lamentandosi poi perchè Orsato lo fa battere.

A quel punto, sinteticamente, smettono tutti di giocare, facendo le belle statuine (Handanovic in testa, che torna insicuro e balbettante proprio sull’ultimo traversone del match) e permettendo a Bacca di prolungare la traiettoria e a Zapata di azzeccare il sinistro della vita che sbatte sulla traversa e rimbalza oltre la linea.

L’annegamento in un bicchier d’acqua è perfettamente riuscito, e personalmente non ho nemmeno le parole per insultare o maledire cose o persone. Saranno contenti i vicini…

Constato che, come prontamente uozzappato all’amico milanista, cambiano i presidenti ma il buciodiculo rimane immutato.

CHE NE SARA’ DI NOI

Il pari nel Derby, e soprattutto il modo in cui è maturato, credo costeranno la conferma a Pioli ben più delle due sconfitte con Samp e Crotone. E’ stata palese la paura di vincere, l’incapacità di gestire la invidiabile pressione data dal doppio vantaggio. Più di tutto, è ormai evidente l’incapacità della squadra tutta di avere una strategia alternativa al “tutto per tutto”. Ripeto un concetto già espresso di recente: Pioli è uno dei tanti (penso a Strama, penso a Ranieri) ad aver azzeccato una bella striscia di risultati figlia dell’adrenalina e della motivazione di un obiettivo contingente lontano ma ancora possibile. Il fascino e lo stimolo della sfida sono come quelle candele che bruciano da entrambi i lati, durando fatalmente la metà.

Svanito quindi l’effetto “dagagré” o “daje” (a seconda dell’idioma) con il pur plausibile pareggio col Toro, la tenuta mentale di Mister e squadra si è squagliata, inanellando tre partite che hanno avuto come comune denominatore l’incapacità di mantenere la concentrazione per 90°: da suicidio la ripresa con i blucerchiati, da psicanalisi il primo tempo col Crotone, da manicomio giudiziario l’ultimo quarto d’ora nel Derby.

Tornando per un attimo all’analisi della partita, ecco a mio parere la gravità dell’aver rinunciato a Joao Mario: non perchè sia un fuoriclasse, ma in quanto uno dei pochi a rimanere freddo e concentrato sempre o quasi. L’altro è Icardi, implacabile se gli arriva un pallone giocabile, bravo a prender falli e far salire la squadra, migliorato assai nel fornire assist ai compagni ma non ancora trascinatore alla Ibra; inutile aspettarlo, non lo sarà mai, ma per lo meno non è tra quelli che nelle difficoltà si tira indietro. Tutti gli altri sì, e il risultato si è visto.

La cosa che mi fa più incazzare? Non l’ennesimo anno senza Champions (quello fuor di favoletta era chiaro fin dalle partite con De Boer), nè il rischio assai concreto di ciccare pure l’Europa League. Piuttosto, il fatto che, salutato Pioli, non avremo il conducator che ci possa trascinare rapidamente fuori dalla melma. Accettare una panchina come la nostra da parte di un Conte, un Simeone, un Klopp o un Mourinho mi farebbe dubitare e molto delle loro capacità mentali. Ovvio che sarei disposto all’ennesimo cambio di allenatore per uno di questi quattro top, ma semplicemente non accadrà.

Ecco quindi che saremo, per l’ennesima volta, davanti all’ineluttabile necessità di dover cambiare allenatore per rimpiazzarlo con un’altra mezza figura: o c’è qualcuno che crede davvero che Spalletti o Jardim (chi??) potrebbero svoltare la nostra storia?

Infine, il beffardo ed epidermico fastidio di aver perso tutto il vantaggio temporale teoricamente guadagnato sui cugini. Questi hanno aspettato Godot per due anni, di fatto bucando le ultime sessioni di mercato ed avendo una rosa oggettivamente nemmeno paragonabile alla nostra. Eppure eccoli, due punti avanti a noi, con un calendario assai più agevole, con il solito culo e col vento in poppa che a ciò consegue.

Avevamo tutto il tempo e tutta la possibilità di stargli a 10 punti di distanza e sputargli in testa; ci ritroviamo nella situazione -squisitamente nerazzurra- di rimpiangere le occasioni perdute e di annaspare per stare a galla.

LE ALTRE

La Lazio viene bloccata sul pari dal Genoa, così come la Roma con l’Atalanta. Questo vuol dire che tutto resta come prima, ma con una partita in meno da giocare. Delle sei rimaste, noi ne avremo tre contro Fiorentina, Napoli e Lazio.

S’adda ride… (cit.)

E’ COMPLOTTO

Quando una squadra è così cogliona da farsi rimontare come i nostri, c’è poco di cui lamentarsi al di fuori del nostro orticello marrone.

Certo, il peso specifico della nostra maglia si palesa nella più che educata protesta di Icardi a fine primo tempo che- da capitano e quindi con tutti i diritti di interloquire con l’arbitro- chiedeva conto di un mancato giallo a Romagnoli, alla quale protesta l’arbitro rispondeva con un tono a metà tra la mamma nevrotica e incazzata e la velata minaccia del bullo di periferia (conto fino a cinque…).

Inevitabile, visto il clima, che il nostro faccia battere il calcio d’angolo a recupero concluso da 20 secondi. Possiamo fare il processo alle intenzioni e scommettere cifre a sei zeri che a maglie opposte si sarebbe andati tutti a casa spaccando il minuto, ma è una consolazione da poco.

Non fa notizia nemmeno la coerenza del Geometra che dapprima dichiara ai quattro venti che “per rispetto della nuova dirigenza” non si sarebbe fatto vedere a San Siro per un po’ di tempo, e poi assicura la sua presenza sugli spalti già per la prossima partita interna di quelli che resteranno sempre i suoi ragazzi.

Sintomatico poi il tempismo di Fabrizio Bocca su Repubblica, che nota come nonostante l’orario anomalo e le dirigenze dagli occhi a mandorla, il Derby sia comunque stato avvincente e seguitissimo, concludendo poi che lo spettacolo viene fatto dai calciatori, e che di dirigenze e proprietà alla fine chissefrega.

Quindi, finchè c’è il cicciobello con gli occhi a mandorla o finché si grida FozzaInda, tutti a ridere e darsi di gomito, o in alternativa a gridare allo scandalo. Non appena l’altra sponda del Naviglio accoglie i suoi salvatori della patria ancorchè forestieri (con solo due anni di ritardo e un certo numero di situazioni che vanno dalla figura di merda al rientro di capitali dall’estero), allora tutto va bene e l’importante è che ci sia il giUoco.

Del resto, la tiritera del closing durata mesi e mesi ha dato nello stesso periodo a Zio Silvio e Zio Fester -come se ne avessero bisogno!- un paio di giri gratis sulla giostra della retorica e dell’amarcord, con scribacchini pronti a riproporre gallery fotografiche di vecchi successi e agiografie trite e ritrite che mi guardo bene dal linkare, avendo dovuto esibirmi in uno slalom telematico degno di Pirmin Zurbriggen per poterlo evitare.

Poi, per chi ha ancora l’insano vezzo di voler pensare con la propria testa e documentarsi da solo, c’è questo.

Ma non ditelo a nessuno, chè il nostro piangere fa male al re.

WEST HAM

Insipido pareggio in casa del Sunderland ultimo in classifica, con ennesimo gol subito al 90° (tanto per rimanere in tema…) da Borini, uno che il primo gol in Serie A l’ha fatto -guarda caso- proprio contro di noi.

Tutto torna.

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Qui ognuno la vede come vuole. Io ci vedo un Capitano che soffre per la propria squadra, in culo a quelli che “è un mercenario, non gliene frega niente, è indegno”.

LO ZINGARO, QUANDO GLI GIRA…GIRA! (CIT.)

INTER-SAMPDORIA 1-2

Che a nessuno passi nemmeno per l’anticamera del cervello di vedere nel titolo un intento di tipo razzista verso Marcelo Brozovic, che ho ripetutamente insultato nell’arco dei 90′ ma che dovrebbe solo ringraziarmi per averlo appaiato all’immortale risposta dell’Architetto Melandri a un polemico Mascetti (min.1.05 di questo link da mandare a memoria per il volgo plebeo non ancora acculturato in materia).

Fatta la excusatio non petita, al succitato Brozo va bene che nelle precedenti stagioni abbia fatto vedere anche roba buona, perchè altrimenti, dopo l’accozzaglia di minchiate squadernate in un’ora e mezza, sarebbe finito a far compagnia a Gresko, Burdisso, Muntari e pochi altri immondi che ricordo ancora nei rosari blasfemi della sera.

Faccio il sempliciotto e carico lui di tutte le responsabilità per questa sconfitta insensata quanto ferale: gioca novanta minuti di rara inedia, lui che manca dall’11 titolare da due mesi e che come tale dovrebbe mangiarsi l’erba coi piedi. Va a contrasto sul corner che porta al loro pareggio con la stessa voglia di un siderurgico che timbra per il turno di notte, resta immobile poco dopo tenendo in gioco Schick che può così beffare Handanovic, e conclude la serata di gala col fallo di mano più stupido del West che causa il rigore del 2-1 finale.

Non tutta colpa sua, sia chiaro, ma lui si mette di buzzo buono!

In realtà mi aveva sorpreso in positivo la voglia di Pioli d inserire qualità già dal doppio mediano, sacrificando il pur positivo Kondo delle ultime uscite per il più talentuoso croato. Beffardamente, l’inizio gli dava anche ragione, visto che una splendida imbucata di Ajeje nostro liberava Icardi solo davanti al loro portiere: tutto fermo per un fuorigioco che non c’era (la famosa leggenda metropolitana del “nel dubbio lasciate giocare“).

Vero che un quarto d’ora dopo il nostro gol nasce da un corner che non avrebbe dovuto esistere, visto che arrivava dopo un fuorigioco dei nostri non sanzionato, ma -come dire- avrei fatto volentieri a cambio trovandomi prima in vantaggio e con un Brozovic autore di un pregevole assist, che avrebbe anche potuto destarlo dal torpore mostrato per tutta la serata.

Siamo a livelli altissimi della disciplina olimpica “se mio nonno pisciava benzina aprivo un distributore“, me ne rendo conto, ma lasciatemi almeno sfogare.

Se è per quello, anche sul già menzionato pareggio doriano ho qualche dubbio, visto che il loro corner arriva dopo un ruzzone di Schick su Medel che in tutta franchezza era molto più fallo che no, ma che ce voi fà?

Grattugiando giudizi sui nostri come cacio sui maccheroni, definirei parossistica la partita di Candreva, capace di sbagliare un gol facilissimo in apertura (a mio parere ancor più facile di quello di Icardi), di piazzare i soliti 20 cross di cui 18 preda della difesa, e ciononostante di servire (con i restanti due) le migliori palle della ripresa sulla capoccia di Perisic (ben parato da Viviano) e sul sinistro esecrando di Icardi, che da 0 metri riesce a mettere fuori.

Ma è tutta l’Inter in generale a non combinare granchè, onestamente anche nel  tanto celebrato primo tempo (forse perchè seguito da cotanta ripresa…); basti dire che, IMHO, il migliore è stato Ansaldi, finalmente continuo nella sovrapposizione a Perisic e finalmente a suo agio nel calciare con entrambi i piedi.

Sull’altra fascia D’Ambrosio ha trovato non senza fortuna il gol che mancava da un po’ e che ha illuso i 47.000 di San Siro e il sottoscritto.

Tornando a Pioli, e datigli i giusti crediti per la scelta iniziale, c’è invece da tirargli le orecchie per come ha poi gestito i cambi: sarò una persona ipersensibile su certi argomenti, ma che per Brozo non fosse serata l’ha capito anche Panchito dopo 20 minuti. Ok, Gagliardini deve uscire e ti giochi il cambio di Kondogbia, ma diavoloporco, che cacchio aspetti a far entrare Joao Mario al suo posto? Macchè, “lui era fisso come un palo nella notte“, diceva il poeta, e il croato ce lo siamo ciucciato fino all’ultimo.

Guardando avanti, fin troppo scontato l’addio a qualsivoglia residua speranza di terzo posto: ormai purtroppo dovremmo esserci abituati, visto che negli ultimi anni, più o meno in questo mese, pestiamo l’ennesimo merdone della stagione che rende vana la rincorsa ai piani che contano. Ci resta il solito rebus del “quanto mi conviene andare in Europa League? Devo fare i preliminari? Quanti turni?” che sinceramente è una litania che speravo di poter dimenticare.

Tant’è.

Pioli tornerà in bilico (ammesso che abbia mai smesso di esserlo) e tutto sommato spero che a lui sia data la possibilità di lavorare per un paio di stagioni, contrariamente a quanto successo a troppi dei suoi predecessori.

Conte poi, non capisco proprio quanto dovrebbe ubriacarsi per accettare la proposta di Zhang, rinunciando alla vetrina della Premier e alla prossima Champions con ambizioni concrete di poter andare avanti.

Ci sarebbe il Cholo, che nel cuor mi sta, ma sarebbe l’ennesima rifondazione e sinceramente comincio ad avere ‘na certa età…

 

LE ALTRE

Napoli e Juve pareggiano, lasciando le cose quasi immutate là davanti. La Roma vince senza grossi problemi con l’Empoli in casa se escludiamo il clamoroso rigore+rosso negato ai toscani in apertura, anche lì con un fuorigioco inesistente segnalato dal guardalinee.

I cugini pareggiano a Pescara grazie alla papera della Domenica da parte di Donnarumma e del solito culo sesquipedale con cui riacciuffano il pareggio (triplo rimpallo con carambola incorporata). Le stesse carambole fruttano poi un paio di conclusioni che sbattono sui legni abruzzesi, a conferma del fatto che, anche quando gli va di culo, hanno comunque modo di lamentarsi con la buona sorte.

Li odio, insomma. Le consolatorie certezze di una vita.

 

E’ COMPLOTTO

Li odio anche perchè tanti altri sono quelli che li amano e che non vedono l’ora di giustificarli. Ecco il Corrierone nazionale a venire in soccorso del povero Gigio che, per carità, fa una cappella non da poco, ma che non è nè il primo nè l’ultimo portiere a sbagliare coi piedi.

Giusto concetto, inutile buttare la croce su un giovane di così grande talento: arrivo quasi a essere d’accordo con il concetto, poi vedo questo:

E te pareva… L’Inter ancora non era salita sul banco dei cattivi (lo screenshot è di lunedì prima della partita con la Samp) ma comunque è sempre l’ora dei Pavesini, quindi sotto con gli interisti anche se nel caso non c’entrano un’emerita mazza.

Stessa cosa per glorificare l’ennesimo cambio di tavoli connessi al fantomatico closing dell’amore. Quindi, per capire: il Closing del Milan ricorda un po’ l’acquisto di Thohir, ma a tassi quasi da usura.

Però al cicciobello con gli occhi a mandorla tirano il culo ancora adesso con la manfrina del prestito all’Inter, qui invece “c’è un po’ più di ottimismo“.

Punti di vista…

Infine, non posso che riprendere un opportuno articolo di Fabrizio Biasin che elenca i risultati raggiunti da FozzaInda in un anno di “vita” nerazzurra, con la solita stampa prezzolata e prevenuta a percularlo e ad accorgersi solo adesso dell’effettiva potenza di fuoco del nostro.

Però Yonghong Li ha trovato il fondo giusto,e SES era tutta una finta.

Ma va bene così. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene (cit.)

 

WEST HAM

Quando piove, diluvia: passati in vantaggio con l’Hull City grazie a Carroll, subiamo ben presto il loro pareggio, per poi soccombere con un gol che personalmente vivo come una beffa: ecco l’immancabile Primo Gol (stavolta in Premier League e non in Serie A) del redivivo Andrea Ranocchia.

Ma cazzo, ce l’avete con me?

self explaining

 

SETTE A UNO (O SETTANTUNO, CAPISC’AMME’)

INTER-ATALANTA 7-1

Un bel godimento, non c’è che dire.

In primis nel vedere la tua squadra giocare bene in tutti i suoi effettivi, segnare in tanti modi diversi e dare la sensazione di una solidità crescente.

Ma anche nel vedere le tante penne che sbrodolavano le pur giuste lodi sull’Atalanta di Gasperini, animato da sete di vendetta come prima di ogni confronto con l’Inter  e mestamente tornato a casa con una scoppola memorabile.

Parto da qui, per precisare che il “71” del titolo, che solo ai più distratti non è di immediata comprensione, non è riferito al Mister di Grugliasco. Sono forse influenzato dalla bella intervista di Paolo Condò in onda in questi giorni su Sky, ma sentendolo parlare ho capito che -e mi costa dirlo- c’aveva ragione lui. Sbagliò l’Inter, cioè il Signor Massimo, a ingaggiare un allenatore che non c’entrava niente col progetto -pur plausibile- del Presidente Simpatttico di spremere ancora gli usurati campioni del Triplete. Utilizzando la delicata metafora della Curva Nord in un immortale striscione del tempo:

Comprare Gasperini e volere la difesa a quattro è come andare a mignotte e chiedere le coccole

Ma torniamo ai giorni nostri. Paradossalmente la partita comincia con qualche pericolo, visto che le due squadre danno l’impressione di due pugili che dal primo gong fanno a chi picchia più forte.

Per nostra fortuna abbiamo un giocatore che si chiama Mauro Icardi e che in un quarto d’ora chiude quasi da solo la partita. E’ vero che i primi due gol sono rispettivamente frutto di un rimpallo e di un rigore, ma analizziamo le azioni: sulla prima lancio illuminante e millimetrico di Medel (lo riscrivo per i duri di comprendonio: lancio illuminante e millimetrico di Medel), sul quale il Capitano si invola verso la porta. Viene tamponato al limite dell’area con conseguente giallo che avrebbe potuto (e dovuto) essere rosso: nemmeno il tempo di finire il carniere di moccoli e Banega tira una mezza fetecchia che in qualche modo arriva sul sinistro di Maurito che da pochi metri non sbaglia.

Probabilmente la cosa più bella della partita avviene subito dopo, con l’autore del gol, il twittatore seriale, quello che cambia più macchine che mutande, il viziato con la villa con piscina, quello sposato con la biondazza dalle tette rifatte, quello lì insomma, che va a cercare in panchina il compagno Andreolli a cui in settimana è mancato il papà. Un gesto semplice e spontaneo, lontano mille miglia dalle magliette celebrative e dalle atmosfere mielose di Milanello Bianco.

Sul secondo gol, il modo in cui difende la palla facendola scorrere all’indietro e bruciando sullo scatto sia il terzino che il portiere -che non può far altro che tamponarlo in uscita- è da manuale del centravanti moderno.

Un po’ meno il successivo cucchiaio, che rimane alto nella sua traiettoria finendo in rete giusto un filo sotto la traversa e facendomi “smaltire” il pranzo in poco meno di due secondi.

Il terno secco si chiude con un bellissimo stacco di testa su cross di Banega, gol abbastanza simile a quello della seconda di campionato contro il Palermo.

L’Atalanta comprensibilmente non ci capisce una mazza, e i nostri possono imperversare con Candreva che riesce finalmente ad abbinare quantità di cross (mai mancata) a qualità e precisione degli stessi: Banega ringrazia e può firmare il 4 e il 5-0 poco dopo la mezzora.

Siccome sono un incontentabile -ancorchè simpatico- rompicoglioni, arrivo quasi ad arrabbiarmi per il 5-1 di Freuler, e per due motivi. Il primo è che conosco i miei polli e temo un rilassamento generale sotto forma di 5-3 finale, con mugugni e scrollamenti di testa all’insegna del “non cambiano mai ‘sti maledetti, mai tranquilli“. Il secondo motivo è che Medel sbaglia in modo goffo ed evidente la chiusura sull’atalantino, abboccando alla mezza finta e finendo chiappe a terra, e già pregusto il saporaccio dei detrattori del cileno. Se a ciò aggiungiamo che il gol arriva poco prima del recupero, ce n’è abbastanza per farmi vedere nero.

Invece -che bello- sono smentito da Pioli e dal suo gruppo di mestieranti, che sostanzialmente riprendono da dove avevano finito, continuando a correre e macinare gioco, consci probabilmente che è l’unica maniera per tenere la partita sotto formalina e non far venire strani pensieri ad un avversario che, a dir la verità, sta già pensando alla prossima.

Riusciamo quindi a far segnare l’inevitabile gol dell’ex a Gagliardini e a chiudere il conto ancora con Banega, che nelle mie profezie da tènnico non doveva giocare perché quelli là corrono come degli indemoniati e lui è lento e non la beccherà mai in 90 minuti…

Ma sono contento. Del resto sono quello che vent’anni fa ha urlato a Djorkaeff “machecazzofai!?!?” un decimo prima di vedergli fare quella rovesciata contro la Roma: il signore sì che se ne intende, insomma…

LE ALTRE

Che dobbiamo dire? Partitone, ai limiti dell’incredibile, anche se da solo non basta a farci recuperare punti su Roma e Napoli.

Su Juve Milan non posso che fare un’apposita seziuncella a parte, mentre la Lazio mentre scrivo raggiunge il 3-1 contro quel Toro a cui renderemo visita sabato prossimo.

La Champions resta lontana, possiamo solo vincerle tutte (che non è poco!) e sperare in sfighe altrui. Resta la consapevolezza di una proprietà che sta proseguendo e migliorando il risanamento dei conti e che a Giugno avrà sostanzialmente mano libera sul mercato. Insomma, dopo tanti anni, e complice la già ricordata riforma della Champions, possiamo dire con una certa sicumera che se non è quest’anno sarà l’anno prossimo.

LA PARTITA DEL MALE

Devo dire la verità: mi sono addormentato durante il secondo tempo. Non perchè la partita fosse brutta, no. Ero proprio stracco morto. Ho comunque fatto in tempo a vedere una Juve palesemente più forte eppure incapace di segnare vuoi per demeriti propri vuoi per alcune (alcune, non tutte, chè al ragazzo gli è pure andata bene) ottime parate di Donnarumma.

Anzi, con il proverbiale culo i cugini sono andati addirittura vicini al colpaccio grazie a un paio di contropiede beffardi (vedi Deulofeu che non riesce a approfittare dello sciagurato retro passaggio di Benatia a Buffon).

Ma proprio quando la palpebra era definitivamente calata sono stato ridestato dall’ennesimo singulto di Compagnoni “parata sssstrepitosa di Donnarumma“, seguito dal rigore più servile che io ricordi negli ultimi anni.

La prendo da lontano: già la designazione di Massa, dopo l’errore dell’andata che aveva penalizzato la Juve -assolutamente meno grave e più difficile da vedere- a mio parere aveva un sapore strano, come a dire “dài, ti diamo l’occasione per rimettere le cose a posto“. E difatti qualcuno dice, e mi piace pensare che sia così, che il rigore lo fischi lui su propria decisione, e non su indicazione dell’assistenza di porta.

Quel che accade dopo mi coglie impreparato, perchè non posso non stare dalla parte dei cugini, defraudati di un punto che poco avrebbe cambiato al loro campionato ma che era comunque più che legittimo. Che la Juve abbia giocato meglio è tanto evidente quanto irrilevante, essendo la storia del calcio piena di partite dominate da una squadra epperò finite con punteggio diverso.

Solo chi è in malafede (Massimo Mauro, tanto per dirne uno) o è abbarbicato al proprio credo integralista (Arrigo Sacchi, tanto per dirne un altro, e per di più contro il “suo” Milan) può propugnare cagate del tipo “il rigore non c’era ma la Juve meritava comunque di vincere“.

Epperò, vedo distintamente Donnarumma (che non chiamerò mai Gigio come la pletora di serve che commenta il Milan) urlare alla curva bianconera “siete delle merde“, con il succitato esercito di pennivendoli a non riportare il fatto, ma a limitarsi a raccontare il romantico bacio sullo stemma rossonero del giovane portiere.

Del resto, lo sappiamo, loro sono la Squadra dell’Amore, ontologicamente incapaci di arrabbiarsi e fare polemica. Ecco quindi Montella e Galliani arrabbiarsi con Bacca che -giustamente- vuol dirne quattro agli arbitri. Ecco di nuovo Montella fare il primo della classe e scusarsi per il parapiglia di fine partita che non fa bene al calcio. Ecco soprattutto l’assordante silenzio della Società nel non commentare i danni causati dai propri tesserati allo spogliatoio bianconero.

Ora, io dico, chiedendo perdono per la ripetizione di un concetto che ho già espresso tante volte: una Società che ha patteggiato la Serie B con penalizzazione, perchè conscia di rischiare decisamente di più, in pochi anni fa damnatio memoriae dei misfatti commessi e arriva al picco di protervia e cattivo gusto di far bella mostra della propria refurtiva (come altro chiamare i due scudetti revocati?) nello spogliatoio in cui ospita tutte le proprie avversarie.

Pure essendo io contro la violenza, sia essa contro persone o cose, ho trovato comprensibilissima la reazione dei calciatori del Milan, che paiono essersi accaniti proprio contro quei vessilli farlocchi. Se fossi tifoso rossonero -che Dio me ne scampi- avrei voluto che il mio club dicesse qualcosa a riguardo, e la smettesse di fare ciccìbubbùgnegné con quelli là (mi scuso per il gergo tecnico), che finalmente prendesse posizione di “alterità” rispetto a quel modo di essere e di fare.

Una delle pagine di cui sono più fiero, da interista, è il comunicato con cui l’Inter in piena gestione Thohir fece uscire il famoso comunicato in cui definiva la Juve “retrocessa insieme alla sua reputazione“. Ritengo che le capacità comunicative di Mediaset non avrebbero avuto problemi a partorire qualcosa di simile, senza ovviamente arrivare a giustificare atti di vandalismo dei propri tesserati, ma ponendo comunque un punto fermo e non negoziabile su quanto successo.

E invece, ancora una volta, si sono dimostrati non così lontani da quelli là.

Capito adesso a chi era riferito il 71 del titolo?

WEST HAM

Brutta e evitabilissima sconfitta esterna contro i carneadi del Bournemouth, che certifica la cristallizzazione di quella via di mezzo in cui gli Hammers paiono incastrati da qualche anno. Si cerca di fare il salto verso le grandi, ma ci si muove a gambero: un passo avanti, due indietro. Uottaffacc

Il solito spogliatoio spaccato

 

SOCCIA CHE ROBA…

BOLOGNA-INTER 0-1

Bene in risultato, e poco altro, a partir dalla maglia versione chiara-fresca-sprite.

Suppliamo alla seconda giornata di assenza di Icardi distribuendo errori da matita blu in misura uguale tra i due attaccanti deputati a sostituirlo: Palacio nel primo tempo sbaglia quel che sembra un gol fatto in piena area piccola (malandrina in realtà la deviazione del difensore a due passi da lui), Eder nella ripresa ha tutto il tempo di prenere la mira, caricare il destro e produrre uno squassante e forte pèto (cit.) che finisce fetido ma innocuo addosso al loro portiere.

Per il resto la mediana è mediocre in Gagliardini e Joao Mario, e Murillo è sempre meno proponibile come laterale destro, al punto da far fare un figurone ad Ansaldi che lo sostituisce ad inizio ripresa.

Pioli non ha badato a diffide e rischi, schierando i due pericolanti Medel e Miranda, col secondo a farsi ammonire nella ripresa per fermare una ripartenza bolognese. Giallo inevitabile, a giocar col fuoco prima o poi ti bruci. La beffa è che anche Murillo è in dubbio per domenica, visto che la sua uscita, che speravo dovuta a manifesta inadeguatezza tecinica, è invece figlia di un problema muscolare tutto da analizzare.

Dzeko probabilmente gongolerà nell’apprendere dei nostri affanni, ma a ciascun giorno basta la sua pena e vediamo di regolare il Bulègna prima di pensare ai lupacchiotti.

A questo ci pensa Gabigol, che entra con Banega e poco dopo ci regala i tre punti. Bravo l’argentino a ricacciarmi in gola gli insulti che gli sto mandando nel vederlo quasi perdere palla per l’ennesimo inutile ghirigoro, lungimirante nel premiare l’incursione di D’Ambrosio sulla destra e pronto a correre a esultare dopo che il ceruleo napoletano ha servito il giovane brasiliano per il più facile dei goals.

E’ l’1-0 di un’Inter brutta e cinica come piace a noi. E tutti gli altri affanculo.

Handanovic fa la paratona d’ordinanza su Torosidis salvandoci dal pareggio dopo che, ancora nel primo tempo, ho sudato freddo nel vedere Eder scalciare in modo sconsiderato Dzemaili sul limite dell’area. Fallo certo, rigore molto probabile, invece niente! “Giocare giocare!” mima l’arbitro ad ampi gesti: Ol Dunadù è più avvelenato del solito e ne ha ben donde. Noi per una volta passiamo all’incasso fischiettando.

LE ALTRE

Vincono tutte o quasi, compreso il Milan che ferma la Viola in quella che dovrebbe essere stata l'(ennesima) ultima partita con Berlusconi presidente… fino a domenica prossima.

E’ curioso ma al tempo stesso sconfortante constatare che 9 vittorie in 10 partite non ci abbiano consentito di recuperare granchè su Roma e Napoli, e che anzi Atalanta e Lazio siano ancora compagne di pianerottolo (punto più, punto meno).

Toccherebbe vincere gli scontri diretti, a cominciare da domenica. Epperò la vedo dura…

E’ COMPLOTTO

Forse, ma dico forse, la stampa si sta accorgendo che quello di Suning non è un semplice salto nel buio, e che ‘sti cinesi qui tutto sono tranne che dei dilettanti.

Il modo in cui si guardano intorno e tracciano le linee per il futuro lasciano (almeno a me) un’impressione di strategia studiata e di zero paura ad investire massicciamente.

Certo, poi il cavallo che pare domato trova sempre il modo di imbizzarrirsi e tentare il colpo di coda: ecco quindi la Rosea plaudere al talento di Perisic, decantandone le qualità e la buona vena realizzativa, ma paventando (purtroppo solo sull’edizione cartacea, che sul momento non ho avuto la prontezza di fotografare) al contempo un suo addio a fine stagione, dato da quei paletti di FPF sempre buoni per riportar noi interisti -e solo noi, si badi bene- con i piedi per terra.

Infine, come giustamente sottolineato anche in altri lidi, ecco il solito doppiopesismo nei commenti del litigio Allegri-Bonucci, con conseguente multa per il primo e tribuna per il secondo.

Oltre a rimandarvi al lisergico titolo: “Juve, quando le frizioni fanno bene” risalente solo a qualche “vaffa” fa, pare evidente il mormorìo serpeggiante tra gli addetti ai lavori, all’insegna dell’ “ecco la mano forte della Società!” “punizione esemplare per Bonucci!“. Niente “caso“, niente “crisi“, niente “spogliatoio spaccato“, niente “allenatore che non ha in pugno la squadra“.

Al limite il giocatore che ci è rimasto malissimo, dopo tutto quel che ha passato, e che per un attimo ha anche pensato di dire addio alla Juve, ma poi ha prevalso la ragione e l’amore per la maglia.

Devono aver copiato gli appunti dagli inviati a Milanello Bianco…

Strano vero?

WEST HAM

C’era la coppa, e noi siamo già fuori…

bol-int-2016-2017

Non ci crede neanche lui…

AVANTI CON CAUTELA (MA SENZA RIGORE)

INTER-EMPOLI 2-0

Per fortuna i ragazzi non fanno scherzi e trascorrono 90′ di serena conduzione calcistica domenicale.

Le assenze sono note (Icardi e Perisic in avanti, Brozo e volendo Banega in mezzo), ma l’Empoli non è granchè e chi gioca abbasta. Addirittura, Eder e Kondogbia sembrano delle irediddio, il che dà la misura della giornata.

La difesa è a tre, con Medel libero vecchio stampo, meno muscoli e tutto fosforo al timone di un terzetto che vede in Miranda una solida certezza (ma con solita dormita nei 90′) e in Murillo un caso ormai patologico. Il colombiano palla al piede è davvero il calciatore più scarso che io abbia visto in anni e anni di Inter. Forse Calcaterra o Montanari erano ai suoi livelli di fondamentali, ma vedere il modo in cui stoppa di default a seguire è tutto un brivido. Fino a vent’anni fa avrebbe potuto essere un grande stopper (mena per primo che meni due volte, e poi rapido negli anticipi e esplosivo nello stacco di testa. Dalla via appena ce l’hai), ma oggi dar palla a lui contribuisce al mio incanutimento ben più di quanto Cordoba abbia fatto nel quindicennio passato (e ha fatto, fidatevi…).

Palacio su ritmi non esattmente forsennati fa splendere la sua saggezza calcistica, ancor più luminescente in una landa alquanto arida di cervelli pensanti (Joao Mario, Gagliardini… poi basta). Candreva continua a scodellare dozzine di cross a partita, sempre privilegiando la quantità alla qualità, ma è comunque un altro buon acquisto.

Morale, ha ragione Allegri a compiacersi del nostro inizio a rilento, perchè la squadra adesso gira benino e dà un senso all’idea di giocare a calcio.

Dico questo anche se la rete del vantaggio è abbastanza un gollonzo: cross dalla destra deviato, Palacio che fa la sola cosa che può essere utile in quel momento (capocciata a campanile sul secondo palo) e Eder che sfrutta la panzetta da quarantenne che già si ritrova, usandola da sponda per il gol da zero metri.

Già più di classe il raddoppio, con il Cittadino a sfoderare una Trivela per l’accorrente Candreva: destro al volo tra primo palo e portiere e partita in ghiaccio.

Prima e dopo il gol in apertura, i soliti due miracoli del portiere avversario (su bella girata di testa di Palacio e sul destro a botta sicura di Gagliardini) e il solito rigore solare non dato ai nostri. Appena prima del raddoppio, ottima uscita bassa di Handanovic a neutralizzare una bella combinazione empolese che basta ad essere ricordata in tutte le sintesi di giornata, all’insegna di “l’Inter deve ringraziare il suo portiere per i tre punti“.

Nel finale entrano i ragazzi: Gabigol prende applausi a ogni respiro e ormai la cosa “è-il-nostro-giòco-giòco” (come diceve Frengo e Stop); Pinamonti è più serio e a momenti la mette nel finale.

Bene così. Ci si rialza dopo due sconfitte amare ma che purtroppo potevano anche starci (magari non tutt’e due, però anche sì). Personalmente mi è piaciuta la sicurezza con cui è stata affrontata una partita sì facile, ma che -conoscendo la labile psiche dei nostri- avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesimo psicodramma collettivo.

LE ALTRE

Quelle davanti vincono tutte, con Roma e Napoli a mantenere una distanza confortante (o rassegnante, dipende da che parte la si guarda) sulle inseguitrici. Lazio e Milan pareggiano il posticipo del lunedì, che mi vede spettatore nel secondo tempo.

Situazione difficile la mia: mi accomodo sulla divananza coi laziali avanti 1-0, e classifica alla mano ci sarebbe da sperare almeno in un pari del Milan. Ma non ci riesco, e smadonno per le millemila occasioni buttate al vento dagli aquilotti romani. Quando Immobile si mangia il raddoppio a 5 dalla fine, bloccato da Donnarumma, la gufo da solo smadonnando a mezza voce “occazzo adesso i giornali si fanno le pippe tre giorni per questa parata del ragazzino e vedrai che col culo che hanno pareggiano“. Detto fatto: Suso in mezzo a quattro avversari trova il gran sinistro a giro che neanch’io con la palletta di spugna in camera di Pancho e il pari si materializza sotto i miei occhi.

Cambia poco per noi, domenica si va a Bologna che ha perso le ultime due partite in maniera incredibile, pronto a ricevere il giusto contrappeso dalla sorte.

E’ COMPLOTTO

Su quel mezzo uomo di Rizzoli non voglio aggiungere nulla, anche perchè l’analisi definitiva è già stata fatta magistralmente dai soliti amici de ilMalpensante.

Aggiungo solo che se si muove Nicchi alla Domenica Sportiva per tornare sull’argomento dopo una settimana, la coda di paglia di questa gente è lunga quanto la Milano-Napoli.

Segnalo solo il giornalista Sconcertante, che ancora una volta si conferma tale vaneggiando di una sudditanza massmediologica nei confronti dell’Inter.

Questa fa già abbastanza ridere così.

Dopo il già citato ruzzone a Eder regolarmente non punito, i vari media si svegliano anche quest’anno constatando il miserrimo numeri di rigori assegnati alla nostra Beneamata. Se ne accorgono in media una volta all’anno, quando la misura risulta incongruamente colma addirittura per loro. Via quindi di specchietto riassuntivo delle ultime 6 stagioni, che personalmente già negli anni precedenti avevo avuto modo di sottoporre all’occhio paziente e compassionevole dei miei 25 lettori.

In particolare il saldo, già preoccupante considerando il consuntivo dei 6 anni, diventa imbarazzante togliendo l’unico anno in cui -forse per distrazione degli arbitri, chissà…- i nostri veleggiavano sulla stessa rotta dei rivali: siamo nell’anno di Gasperini/Ranieri/Stramaccioni, 2011-2012: lì i rigori furono addirittura 11 (comunque compensati da altrettanti fischiati contro e comunque in compagnia del solito Milan con 10 penalty assegnati), a rappresentare quasi il 40% dei 29 totali avuti a favore. Questo a dire che il dato, limitando l’analisi agli ultimi 5 anni, ci vede a quota 18, poco più di tre rigori a campionato.

Se oltre che di sindrome di accerchiamento e di complottismo soffrite anche di insonnia, ecco il link che fa per noi: http://www.interfc.it/rigori.asp

Quando si dice sudditanza psicologica…

WEST HAM

Rocambolesco pari casalingo contro il WBA: partiamo male, li ripigliamo, passiamo nel finale e ci ripigliano al 94′.

Fortune’s always hiding…

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De Panza!

CI SIAMO QUASI, CI RISIAMO SEMPRE

JUVENTUS-INTER 1-0

Faccio finta che il ritardo nella compilazione di queste quattro stronzatelle sia dovuto al dubbio lancinante sul taglio da dare al pezzo, e non più banalmente alle millemila incombenze lavorative.

Fate finta di credermi così il gioco viene meglio.

Da un certo punto di vista, infatti, ho passato buona parte dei 90′ giocati e delle ore immediatamente successive a pensare “beh dai: ‘sti maledetti l’han rubata come al solito, però noi abbiamo fatto una bella figura, nel primo tempo gli abbiamo tenuto testa, colpo su colpo, e anche nella ripresa non abbiamo demeritato granchè“.

Poi però l’altra parte di me, forse scandalizzata dall’analisi obiettiva e scevra da qualsiasi intento polemico, ha preso il sopravvento a furia di madonne assortite contro Rizzoli, i Gobbi e il sistema ancora una volta prono a pi greca mezzi al cospetto del “potere”.

La conseguenza è che è tutt’oggi che rimastico tra i denti questa frase:

Questi dovevano cancellarli dal mondo calcistico 10 anni fa: non l’hanno fatto per codarda ignavia, e tutto è tornato come prima. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, e i servi sono sempre alla ricerca di padroni.

Cerco di tornare per un attimo nella versione più tranquilla di me stesso, e non posso che confermare le buone impressioni lasciate dalla squadra a Torino. Vero che la Juve ha tirato di più, e più pericolosamente, in porta; vero anche che i nostri sono andati per 3 o 4 volte molto vicini a far male a una squadra che -c’è da dirlo- quando decide di non far passare un cazzo, non fa passare un cazzo.

Che la difesa sia stata a tre o a quattro poco mi cale, se non farci assistere allo scempio non richiesto di un Murillo che si trova a proporsi per il cross o -addirittura- a cercare il sinistro a giro sul palo lontano.

A parte quello, Medel e Miranda fanno buona guardia, e la coppia scelta per la mediana (Gaglia-Brozo) non sfigura davanti a Khedira e Pjanic. I quattro davanti sono i soliti: nessuno di loro gioca la miglior prestazione della stagione, eppure qualcosa di buono lo lasciano tutti.

Detto ciò, non ho problemi a riconoscere ad Handanovic la palma del miglior nerazzurro in campo, con quei tre o quattro interventi a cui siamo comodamente abituati ma che non per questo sono meno difficili. Ripeto quanto detto tante volte: Samirone non ha la personalità di Zenga o di Julio Cesar, ma tra i pali è veramente fortissimo… sapesse anche uscire sui cross, sarebbe un fuoriclasse. Ad ogni modo, inscì avèghen, disen a Milàn…

Il gol di quel maledetto di Cuadrado è bello quanto casuale (chè ci riprova altre 10 volte e abbatte 10 curvaioli diversi…) e il povero Samir non ci può fare nulla. Piuttosto, Joao Mario si merita tutti gli insulti di Pioli (e miei, per quanto può valere) per non aver chiuso per tempo sul colombiano. Improperi e maledizioni anche per lo juventino, ci mancherebbe, visto che oltre al sifulotto a cento all’ora che ci costa la partita non manca di esibirsi nel da me odiatissimo balletto.

Come saprete, legalizzerei la caccia all’uomo in caso di perculamento così acclarato.

Il gol abbatte i cuori nerazzrurri, visto che l’intervallo non ci rivitalizza. Sappiamo fare di peggio, sia chiaro, e se non altro torniamo in campo sia con le gambe che con la testa.

Sbagliamo male due contropiede, preferendo in entrambi i casi la soluzione personale al compagno sulla fascia, ma a parte quello sbattiamo senza nemmeno troppa convinzione contro il muro di Chiellini & Co., bravo ancora una volta a picchiare come un fabbro ferraio, riuscendo nel contempo a esibirsi in un paio di tuffi da simulatore provetto, sotto gli occhi orgogliosi e gongolanti del panteganone biondo Pavel Nedved.

Pioli dovrà essere bravo adesso a non disperdere il tanto di buono fatto vedere nella striscia di vittorie, ma tutto sommato anche nella settimana contrassegnata dalle due sconfitte con Lazio e Juve. In entrambe le partite ci sono stati errori (più in Coppa che a Torino a dir la verità), ma sia martedì che domenica i nostri hanno fatto vedere di aver assimilato movimenti e automatismi che fanno dei nostri una squadra seria.

Era ovviamente impossibile continuare a vincere e navigare col vento in poppa che cresceva quasi da solo dopo ogni vittoria: ecco allora la prova di maturità dei nostri amatissimi craniolesi.

Mi raccomando, non buttiamo tutto nel cesso come so sareste in grado di fare!

LE ALTRE

Napoli e Lazio fanno capire senza usare troppi giri di parole che i passi falsi casalinghi con Palermo e Chievo sono stati i classici incidenti di percorso, facendone 7 al Bologna e 6 al Pescara.

Mentre scrivo la Roma è 4-0 con la Viola, e la cosa non stupisce, come del resto non stupisce l’ennesima sconfitta dei cugini contro la Samp a San Siro. Giampaolo (quello che “ho proprio scelto di non essere competitivo con la Juve perchè pochi giorni dopo avevo l’Inter“) si fa parzialmente perdonare portando via i tre punti, e lasciando le serve libere di descrivere i miglioramenti in tutti i fondamentali di giUoco della squadra di Montella. Epperò hanno perso, magno cum gaudio.

E’ COMPLOTTO

Come al solito, la mia priorità non è sottolineare gli errori arbitrali in quanto tali (scusate la rima).

Io sono un professionista del rancore e del complotto, e da virtuoso vado oltre. Rizzoli conquista posizioni nella personale top ten dei maledettissimi da ricordare nelle preghiere della sera non tanto per i due rigori non dati nel primo tempo, ma per la sicumera con cui arbitra in punta di regolamento nei minuti finali (il rosso di Perisic, l’immediata domanda “chi ha tirato la palla” al fischio finale, come il peggiore carugnin de l’uratori che fa la spia), usando invece il buon senso quando le animate querimonie provenivano da gente diversamente strisciata (vero Pjanic? Vero Lichtsteiner?) o la manica larga quando il solito Chiellini entrava così su Gagliardini sulla linea laterale.

All’odiosissimo luogo comune “tanto alla fine torti e ragioni si compensano“, rispondo con la speranza (or should I say utopia?) che situazioni uguali siano, almeno una volta, almeno per sbaglio, trattate in modo uguale. Ti mando affanculo? Mi cacci, sempre. Oppure, mi fai capire che hai sentito e che alla prossima sono cazzi. Sempre. E io -calciatore- mi regolo.

Se invece, ominicchio che non sei altro, fischi il più codardo e prevedibile dei falli di confusione al 93′ col nostro portiere a saltare in area, se nel dubbio fischi 10 secondi prima del termine del recupero, se rimedi ad errori sesquipedali di un giocatore come i bambini al parchetto quando chiamano “oh arimo un attimo, palesi la tua malafede in maniera molto più evidente rispetto ai due rigori -ripeto, sacrosanti, a meno di non voler sentire i soliti servi– che potrebbero anche apparire semplici errori di valutazione ad un occhio meno esperto (o a un culo meno spanato, concedetemi la licenza poetica) .

Infine, come diceva Stefano Lavori, there is one more thing: dovremmo saperlo, ma è sempre bene ricordarlo. E cioè: dovremmo ormai avere imparato che dobbiamo subire e stare zitti, chè a lamentarsi si danno alibi ai giocatori, si consumano importanti risorse mentali e si rischia di mettere in dubbio la buona fede degli arbitri, di cui nessuno può nè vuole dubitare.

Vero Massimo Mauro dei miei coglioni?

Qui continuiamo a vivere in una situazione malata, in cui alla fin della fiera siamo contenti perchè la Juve non ha rubato troppo, “ha solo avuto un paio di decisioni a suo favore e quindi ci può stare”.

Io invece ogni giorno ripenso con rammarico vieppiù crescente all’enorme occasione sprecata nella lontana estate del 2006. Ecco cosa succede a non fare e cose per bene.

L’erba gramigna non muore mai.

WEST HAM

Ne diamo tre al Southampton, rimontando il gol al debutto di Gabbiadini. Siamo noni, sempre più belli e paciarotti.

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UN NIGUTIN D’OR

UDINESE-INTER 1-2

Anzitutto la buona creanza: anche a voi e famiglia.

E l’anno per quello cominicia anche benino, visto che riusciamo a infilare la quarta vittoria consecutiva (roba che erano aaanni) e a sifulottare la sempre poco simpatttica Udinese (quando si tratta di incontrare i nostri).

I panettoni sono quindi smaltiti (diciamo così, limitiamoci al risultato), o quantomeno si dimostrano più digeribili del frico friulano evidentemente assunto in quantità eccessive dalla banda di Clouseau Delneri.

Ci va gran bene, perchè presentarsi con quella maglia e con quel primo tempo non faceva presagire nulla di buono. Nella prima mezz’ora l’Udinese pare il Real Madrid (how strange…) e i nostri se li vedono arrivare giù da tutte le parti.

Tal Samir, che pensavo fosse il nome del nostro portiere e invece scopro essere un panterone bianconero, sgroppa per 30 metri palla al piede da metacampo fino al limite della nostra area di rigore, anticipando sistematicamente ogni tentativo di intervento della nostra mediana: imbeccata sapiente per il talentino Jankto e sinistro elementare che si insacca -nemmeno troppo angolato- per l’1-0.

Mastico le Madonne insieme al pezzo di pane che fa da aperitivo e assisto alla coriacea reazione dei nostri, grazie alla quale i friulani colpiscono un palo con De Paul e chiamano Handanovic a un paio di parate. In compenso davanti non ne teniamo una, con Kondogbia bravissimo ad alternare recuperi palla notevoli a passaggi lenti e molli, con Banega e Brozovic a girare a vuoto e con Icardi in perenne ricerca di amichetti con cui giocare, a decametri di distanza da qualsiasi compagno di squadra.

Il tempo scorre impietoso, e con sorpresa accolgo la notizia dei 2 minuti di recupero accordati. Mi riassopisco subito dopo, però, vedendo che il primo minuto e mezzo i nostri lo passano a cincischiare manco fossimo 3-0 per noi. Poi, però, ecco l’imbeccata un po’ alla speraindio per Icardi, che scatta sopravanzando il terzino avversario, difende palla e attende lo smarcamento di Perisic: passaggio elementare e stoccata di sinistro di Beavis&Butthead sul primo palo. Solo lì poteva metterla, ma evidentemente Karnedsis non lo sapeva. Morale: lui lì l’ha messa e il pareggio allo scadere è cosa fatta.

Attingendo a piene mani dai Luoghi Comuni Maledetti, l’inerzia della partita cambia, e il gol allo scadere ribalta gli equilibri delle squadre.

La ripresa è migliore per i nostri (in effetti peggio non poteva essere …) che, pur non cingendo esattamente d’assedio l’area udinese, conducono comunque le danze cercando di cavar fuori qualcosa. Come al solito un paio di minchiate a tempo le facciamo, quindi ecco Zapata che scatta sulla sinistra contrastato da Miranda e conclude fortunatamente a lato.

Poco dopo, miglioriamo ancora grazie all’ingresso di Joao Mario, che avrei sì inserito ma al posto di Kondogbia e non Banega. Il francese ancora una volta ha offerto il campionario completo di quel che NON è: per tanto così, se ho uno che non attacca e nemmeno difende, sposto Banega in quel ruolo che a calcio per lo meno ci sa giocare meglio.

Poco importa; c’è una succulenta punizione dal limite che Perisic spedisce di poco fuori facendomi propompere in un “nuuoooooo l’ho vista dentro…“. Decibel e incazzatura non sono nemmeno paragonabili all’urlo da cavernicolo che è uscito dal mio diaframma assistendo al gol sbagliato a porta vuota da Joao Mario pochi minuti dopo.

Ma, come nei migliori finali di film, solitamente però riservati ad altre storie, ecco l’happy ending, con il portoghese a pennellare un giusto cross dalla trequarti sul secondo palo, là dove Perisic -ancora lui- svettava in tutto il suo 1.86 per insaccare il 2-1 finale.

I quattro minuti di recupero ovviamente diventavano 5, dando l’ennesima dimostrazione della perdurante discrezionalità degli arbitri, ma nel weekend delle vittorie in Zona Cesarini incredibilmente ci siamo anche noi!

In realtà quei tre punti che speravamo potessero servire da trampolino per raggiungere se non superare qualcuno, si trasformano invece nel minimo sindacale che ci permette di non perdere ulteriore terreno nei confronti dell’affollata accozzaglia che ci precede.

Insomma, restando in tardo periodo natalizio ci siamo fatti un bel regalo, nella miglior tradizione ironico-meneghina: un bel nigutin d’or fasu’ con la carta d’argenta.

COME CAZZO STIAMO MESSI

Eccoci a un minimo di disamina tènnica dopo i primi mesi di Pioli.

Posto che, tranne rare eccezioni, non sono nè pro nè contro un allenatore a prescindere, e che sono invece per un progetto a medio lungo termine che dia il tempo al tecnico scelto di lavor… va beh questa la sapete, non posso negare che come media punti l’italiano abbia fatto assai meglio del predecessore De Boer, e anche del Mancio dei primi mesi.

Pochi concetti chiave, modulo più o meno fisso (4-2-3-1), scelte che via via si fanno abbastanza precise (D’Ambrosio e Ansaldi titolari, Brozo-Perisic-Candreva-Icardi inamovibili, Joao e Banega alternativi uno all’altro), più attenzione (ma non ancora abbastanza) alle uscite palla al piede dalla difesa (vero Kondo?). Va bene, non c’è da impazzire o strapparsi i capelli, ma il calcio è un gioco semplice.

Se devo dire la verità, preferisco un tipo di allenatore più carismatico (One-One-Cholo-Simeone cantato sul ritmo di una brutta canzone disco di fine anni ’90), ma il carisma del Mister l’ho sempre gradito per compensare la calma piatta (quando non a curva “negativa”) che proviene dalla Società.

La mia coscienza storico-calcistica infatti mi ha sempre fatto pensare a Società e allenatori che devono incastrarsi bene gli uni con gli altri. Ecco quindi che Milan e Juve -per una volta non è un giudizio di merito- hanno sempre avuto dirigenze forti e influenti, preferendo così allenatori pacati (Ancelotti), equilibrati (Lippi e Capello) o aziendalisti anche quando fumantini (Conte e Allegri).

In contrapposizione, l’Inter ha da sempre reso al meglio con allenatori di carisma (Trap, Mancio, Mourinho, per non dire di Herrera), proprio perchè la Dirigenza è sempre stata poco coinvolta (o forse poco capace) di menar le danze.

Però, per carità: Pioli va benissimo per arrivare terzi, e onestamente già arrivarci sarebbe un miracolo. Nemmeno con Gesù Cristo in panca potremmo aspirare a più di quello.

Se poi riuscisse a farsi ascoltare in Società, e sfruttare la cospicua disponibilità ecomica di FozzaInda per costruire una squadra secondo i suoi desiderata, potrebbe presentarsi l’anno prossimo pronto a giocarsi le sue carte. In altri termini: Conte lo reputo un passo avanti a tutti (cosa mi tocca scrivere…) ma non credo che Allegri, Sarri e Spalletti -a parità di rosa- siano così migliori di Pioli.

IL GAGLIA SI’ IL GAGLIA NO

Perdonate il titolino del cacchio e l’assonanza ancora peggiore con il capolavoro Eliano, ma l’imminente arrivo di Gagliardini non riesce a riscaldarmi il cuore più di tanto. Certo, sarà sempre meglio di Kondogbia e di Felipe Melo (che per fortuna ci ha salutato destinazione Brasil), ma ci sono un paio di motivi che me lo fanno vedere con sospetto.

1) E’-giovane-e-italiano, come si affannano a dire tutti come se la cosa in sè costituisse un merito.

È’-giovane-e-italiano. E a me non me ne frega un cazzo!

Per ora, l’unica cosa su cui età e passaporto hanno avuto effetto è stata il prezzo, chè mandiamo pure tutti quanti affanculo in quanto prevenuti con l’Inter, ma non si è mai visto un ragazzo con meno di 20 presenze in Serie A valere già 25 milioni…

2) Come già Kondogbia, il timore che ho è che i nostri si siano fatti attrarre dal piacere -godurioso ma superficiale- di fregare il giocatore al rivale di turno (qui i gobbi, col francese i cugini) anche a costo di pagarlo troppo. Spero ovviamente che l’esito dell’operazione sia diverso, ma il timore resta, soprattutto considerato in combinato disposto col seguente punto.

3) Come gioca Gagliardini? Io onestamente non lo so, non ho visto che spezzoni di partite dell’Atalanta, dove tutti stanno girando a mille, senza che questo faciliti l’immediata identificazione di “quelli son forti perché c’hanno XYZ“.

Mi affido quindi a chi, per passione, mestiere o forse le due cose insieme, ha provato a descriverne le caratteristiche. Lette le varie supercazzole, la sensazione è che sia l’ennesimo “interno, che può giocare al limite anche come trequartista ma che non ha i tempi, la visione di gioco e la maturità per fare il regista“. E il nostro centrocampo, tranne Medel che fa il medianaccio di mestiere e Kondogbia che non è chiaro cosa faccia, ha già tre giocatori di cui si dicono le stesse cose (Brozo, Banega e Joao Mario).

Era quindi il caso di prenderlo? Boh, forse sì perché se anche solo metti lui al posto di Kondogbia hai uno dal fisico simile ma con tutt’altro passo. Detto ciò, per l’ennesima sessione di mercato non colmi la più grande lacuna della nostra rosa: non prendi il cazzo-di-regista-che-serve-come-il-pane.

Continuiamo a menarci il pistolino con Verratti (che serivrebbe eccome, pure per me e anche se è giovane-e-italiano!) che però non verrà mai a rischiare il fiasco in una squadra da ricostruire o comunque non ancora vincente. Uno così, se dovesse lasciare Parigi, me lo vedo a Manchester, a Londra o comunque in una squadra già fatta e finita. Libero di sbagliarmi, staremo a vedere…

E’ COMPLOTTO

E’ chiaro che poi i media non ci mettono nè uno nè due a passare dai toni trionfalistici della serie “Caldara&Gagliardini nuova coppia per la Nazionale” finchè entrambi erano in orbita Juve a “Gagliachi??” non appena se l’è aggiudicato l’Inter.

Caressa come al solito è maestro in questo, il tutto a pochi giorni dall’aver elogiato la Juve per essersi assicurata -così pareva in quei giorni- i due succitati talenti atalantini.

La cosa non stupisce, chiaro. Nè sorprende l’ennesima non richiesta analisi sui nerazzurri di Sacchi sulla Gazza di oggi, allorquando tocca il vertice della sua fine analisi calcistica dicendo che “va bene che si chiama Internazionale, ma vorrei vedere un po’ più di italiani in campo“.

Passando a cose più facete, o diversamente deprecabili, la telecronaca di Udinese Inter su Sky è stata funestata dal commento tecnico (o presunto tale) di Carletto Muraro, ex nerazzurro che con l’Inter ha anche vinto uno scudetto e che invece come tanti altri vecchi cuori nutre un’acredine malcelata nei confronti del neroblù. Non si spiega altrimenti il continuo riferimento ai difetti dei nerazzurri, ben oltre le oggettive difficoltà della squadra. Se ad esempio Icardi non viene servito una sola volta nei primi 46 minuti, e al primo pallone che vaga dalle sue parti tira fuori l’assist per Perisic, il minimo che tu possa fare è dire “beh, è poco coinvolto, ma è un campione e gli basta un guizzo per essere determinante“. Invece no, il maestrino chiosa “tante volte si dice che il centravanti è poco servito… chiediamoci però cosa fa il centravanti per cercare il pallone“.

Ma va va va…

La chicca finale al 94′, quando una palla vagante al limite dell’area finisce sul destro di Jankto, evidentemente (e fortunatamente per noi) meno educato del mancino che ci aveva castigato nel primo tempo.

Ecco il commento del gufo rosicone “Eh…gli fosse capitata sul sinistro…“.

Ma va va va…

WEST HAM

I nostri eroi ci fanno la grazia di non giocare nel weekend, reduci dai 5 schiaffoni presi dal Manchester City in coppa di lega nel turno infrasettimanale.

What a load of rubbish…

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Brutto lui, bruttissima la maglia, bello il gol. Va bene così.