STAGIONE 2018/2019 (2a parte)

C’E’ LUCE IN FONDO AL TUNNEL… E’ UN TRENO?

Allora, abbiamo parlato del Mister, abbiamo dato le pagelle e gli esami di riparazione, siamo pronti a sezionare la squadrètta e capire come sta combinata per l’anno nuovo (chè lo sappiamo tutti, il vero capodanno è il primo settembre. Fine dei luoghi comuni).

PORTIERI

Same as above, come pregi e come difetti. Samirone non sarà mai il mio preferito ma continua ad essere il meglio che c’è in giro (a mio parere meglio anche del celebratissimo Allisson): certo, girano i maroni a vedere Perin accontentarsi della panchina bianconera, quando avrebbe potuto giocare titolare quasi ovunque in Italia, ma anche a quel punto non credo che avrei fatto a cambio, se non per pure questioni anagrafiche.

Handanovic e sai cosa bevi: stringiculi assortiti ad ogni cross (Belotti ringrazia…) sicurezza o quasi sui pali, la reputazione di pararigore che va un po’ rispolverata.

Paedelli e Berni son buoni per le liste UEFA, in quanto italiani e (forse) prodotti del settore giovanile.

DIFESA

Tre innesti potenzialmente titolari: De Vrji a parametro zero è quel che si definisce un colpaccio del quale andar fieri, mentre siamo stati accusati di aver falsato l’ultima di campionato… machettelodicoaffare…

Con lui Miranda giocherà meno, e Ranocchia quasi mai, ma va bene così: è un titolare, pare una garanzia e la coppia con Skriniar sembra fatta apposta per farci dormire sonni tranquilli (ragazzi non facciamo scherzi…). In più, di capoccia la mette spesso e volentieri, il che non guasta, anche se dovremo sorbirci “l’Inter che sfrutta le palle inattive e i centrali di difesa per sopperire alle carenze di giUoco”.

Sulla fascia destra è arrivato il secondo della mia lista dei preferiti. Il primo era Florenzi che può giocare dietro in mezzo e davanti, invece è arrivato Vrsaljko, vice campione del mondo e solida realtà come le case di Robbberto Carlino. D’Ambrosio fa sulla fascia quel che Miranda farà in mezzo, cioè il primo rincalzo. Finirà per giocarne parecchie in ogni caso, il ceruleo napoletano, visto che se la cava anche come terzo centrale e come terzino sinistro.

Ecco, arriviamo al mio ruolo preferito: è arrivato Asamoah, che va benissimo, ma che sappiamo non essere di durata sempiterna. Poveraccio, sono anni che non mette insieme più di 20-25 partite a stagione, e non solo per concorrenza. Finchè cammina il posto è suo, ma le cartilagini son quelle che sono. Ecco quindi la messa in piega di D’Ambrosio che va bella mostra di sè in lontananza. Anche perchè se l’alternativa è Dalbert…

Tre uomini per due maglie insomma, a meno di non inventarsi un Candreva, un Politano e un Perisic a tutta fascia. Ma non anticipiamo i temi.

CENTROCAMPO

Devo ammettere che a un certo punto ci ho davvero sperato, che arrivasse Modric e ci facesse davvero fare il salto di qualità. Le condizioni c’erano tutte, ma ancora una volta siamo stati l’eccezione che conferma la regola.

Come si dice in questi casi: ”ormai nel calcio moderno conta la volontà del giocatore”, chiaro no? Del resto era già successo con Luca Toni una dozzina di anni fa, con Della Valle a impuntarsi e dire “No a Moratti non lo do”.

Per la cronaca si dice anche che gli scudetti si vincono con la difesa migliore: indovinate chi ce l’aveva nel lontano 1997/1998? Scusate la parentesi rancorosa.

Sfumato il profilo aquilino del croato, non rimpiango il mancato arrivo di Vidal, chè di pazzerello in squadra (oltretutto nello stesso ruolo) ne abbiamo già preso uno. Il mio personale piano B era alquanto banale, e si chiamava Rafinha, ma le due grandi spagnole non si sono fatte problemi a dire di no a quella che dovrebbe ancora essere una delle tre grandi italiane.

Anzi, qualcuno ha pestato anche un discreto merdone nel farsi grosso e minacciare denunce e cagate varie, visto che proprio oggi la UEFA ha risposto a Florentino “non ci risulta”.

Ma non divaghiamo: abbiamo comunque una mediana di tutto rispetto, con il Ninja e Brozo come titolari più o meno inamovibili e gli altri a ruotare a seconda di stato di forma, avversario e mestruo dell’allenatore.

Ci è rimasto sul gobbo Joao Mario, che mi pare irrecuperabile per motivi attitudinali e assolutamente non tecnici. Per il resto Gagliardini è un onesto medianaccio ma nulla più, mentre Vecino senza pubalgia potrebbe essere una bella alternativa. Borja Valero lo vedo come il saggio metronomo che gestisce gli ultimi 20 minuti delle partite che conduci con due o tre gol di scarto, per dare fiato ai colleghi di reparto.

ATTACCO

E anche quest’anno, Icardi e Perisic vanno via l’anno prossimo, alla faccia dei gufi maledetti e degli esperti di calciominchiata che “eh, l’Inter dovrà vendere almeno uno dei suoi gioielli”.

Invece il Capitano è stabilmente al suo posto, in compagnia di tre nuovi arrivi: Politano, Keita e Lautaro Martinez, tutti (chi più chi meno) capaci di giocare in tutti i posti dell’attacco nerazzurro (punta centrale, punta esterna, trequartista).

Contando che, come detto Perisic e Candreva sono rimasti, non dovremmo soffrire di solitudine e di mancanza di alternative là davanti. Ne abbiamo avuto conferma proprio l’altro giorno, coi due argentini ai box acciaccati e Politano e Keita a supportare Perisic e il Ninja.

 

BYE BYE

Rafinha a parte, non rimpiango nessuno dei partenti, onestamente nemmeno Cancelo. Talentuoso senz’altro, altrettanto incostante e al limite dello scazzato in ampie fasi della partita, è possibile che alla Juve diventi un crack, ma in ogni caso uno come lui terzino destro è un rischio che l’Inter attuale non si può permettere.

Per il resto, ci sono Asamoah e De Vrji portati a casa a zero euro e Nainggolan ad un prezzo abbordabile, con l’ulteriore beneficio di aver sbolognato un non più presentabile Santon. Solo complimenti per Ausilio & Co. Si sono venduti tutta la Primavera? Vero, con due “però”: il primo è che per molti di quelli è prevista la cosiddetta recompra, e quindi se qualcuno di loro davvero dovesse esplodere, sarebbe ancora possibile andare a ripigliarselo a prezzo già fissato. Il secondo è un po’ triste, ma è la verità: a fronte degli ineguagliabili risultati del Settore giovanile interista degli ultimi 10-15 anni (per distacco il più vincente in Italia), sono pochissimi i veri talenti esplosi a livello di Serie A. Parliamo o di talenti sprecati (Balotelli) o di buoni giocatori (Benassi, Duncan, Bessa, forse Pinamonti). Nessuno per cui fare follie.

Quindi: ti vendi l’argenteria di domani per tenerti stretta quella di oggi. Sarà poco poetico ma è efficace.

 

MESCOLATE CON CURA E SERVITE

Se l’anno scorso Spalletti ha imparato a fare di necessità virtù, avendo 13-14 titolari effettivi da far ruotare e un solo vero modulo (4-2-3-1), quest’anno la rosa a disposizione è migliore in termini sia quantitativi che qualitativi. In queste prime uscite, accanto a risultati decisamente non trascendentali, abbiamo se non altro visto la varietà di alternative cui può attingere il Mister.

Ho provato, per puro diletto, ad ipotizzare due formazioni che siano in un certo senso agli opposti (una molto prudente, l’altra va-va-vuma). L’idea è che, come in quella cagata che era il paradosso della freccia di Zenone, tra l’una e l’altra ci siano infinite vie di mezzo, che ognuno di noi potrà immaginare a suo piacimento.

Devo concludere la citazione filosofica come merita, citando l’imprescindibile Enrico negli anni di Liceo Zucchi. Alla prof che spiegava ‘sto popò di minchiata con la cantilena sicula che solo noi possiamo ricordare, il suddetto replicava “Scusi Prof ma non è vero, vorrebbe dire che lo spazio non esiste. Vuol vedere che se tiro un ceffone al mio compagno invece lo prendo?”.

Ma torniamo a cose ben più importanti, ai nostri eroi in braghette.

Dunque, a me i disegnini son venuti così:

Questa la prima, baldanzosa:

ok Inter 18 19 4-2-3-1

 

Questa invece la seconda, saggia e temporeggiante come nemmeno Quinto Fabio Massimo (e con questo abbiamo esaurito le citazioni da Liceo Classico):

ok Inter 18 19 3-4-2-1

 

Niente male, non c’è che dire. Come già detto nel pezzo di ieri, ritengo che ci sia materiale per lasciarsi alle spalle almeno una tra Roma e Napoli (viste le ultimissime uscite direi entrambe, ma è solo una giornata…). Non vanno però dimenticate Lazio e soprattutto Milan, che a mio parere può fare meglio dell’anno scorso.

Vi lascio pensare che non gliela stia gufando.

 

MAGLIA

Considerazione per la prima più che per la seconda: se le guardassi dalla metà in su sarebbero entrambe molto belle. Strisce finalmente normali, senza volersi inventare niente di strano, basta pigiami, basta codici a barre…

Però devo concordare con la mugliera che guarda inorridita alla parte inferiore della divisa, là dove i ghirigori romboidali si fanno vieppiù evidenti, causando un certo imbarazzo anche in chi scrive.

Vedere per credere:

maglia inter 18-19 neroblu

Sulla seconda si son fatti prendere la mano, e le cornicette delle elementari le hanno fatte su tutta la maglia. Ma è la seconda e glielo si può perdonare…

maglia inter 18-19 away

 

Comunque, per finire, poche balle: siamo l’Inter. Poniamo un limite alle stronzate.

STAGIONE 2018/2019 (1a parte)

DOVE ERAVAMO RIMASTI

Prodigandomi in scuse per l’inammissibile ritardo con cui torno a compitare queste quattro cacatelle, tento di riprendere il filo del discorso.

Per i più distratti ricordo che l’Inter è tornata a disputare la Champions League dopo ben 7 stagioni di assenza, purgatorio quasi fisiologico dopo la fine dell’era Moratti ed il post-Triplete gestito nella maniera scellerata che tutti ricordiamo.

Gli anni di Thohir sono stati quelli della ricorstruzione, necessaria come la medicina amara del dottore. Nessuno gli dirà mai grazie, ma la transizione dalla gestione simpatttica a quella di Suning non sarebbe mai stata possibile senza questo interregno.

Chiudiamo quindi il sipario sull’anno scolastico 2017/2018 riassumendo le pagelle degli scolari nerazzurri.

Tanti, inevitabilmente, i promossi. Pochi i rimandati, pochissimi i bocciati.

Facciamo tre esempi in positivo ed altrettanti in negativo, senza stare a perder tempo in analisi tassonomiche e/o nozionistiche.

Inevitabile citare Skriniar come il migliore della stagione, ancor più del prolificissimo Icardi, che timbra 29 centri. Come terzo del podio, non me ne vorranno Perisic e Handanovic, scelgo invece Brozo, perchè una trasformazione come la sua proprio non me l’aspettavo. Sono sempre sospettoso nei confronti dei giocatori “umorali”, quindi la mia apertura di credito nei suoi confronti è limitata, ma devo ammettere che il suo girone di ritorno ha fatto cambiare passo al nostro centrocampo e a tutta la manovra.

Tra i rivedibili o i mandabili con biglietto di sola andata, non posso non citare Santon. Il ragazzo ha saggiamente preso altre strade, andando via da una squadra nella quale non avrebbe potuto dare più nulla del suo potenziale (alto o basso che sia): troppi gli errori disseminati nella stagione, oltretutto giocata da riserva pura. Quattro o cinque volte lui entra e commette l’errore che costa la vittoria o causa la sconfitta.

Non essendo io -come ormai saprete- il cuore d’oro che commenta “però è italiano, però è del nostro settore giovanile“, ho gioito nel sapere che era stato inserito nell’affare Nainggolan. Gli faccio gli in bocca al lupo per la prossima stagione, questo sì, perchè è un bravo ragazzo e non merita tutte le critiche personali ricevute negli ultimi mesi. Nessun rimpianto però, anzi: sollievo.

Borja Valero è un altro giocatore da cui mi sarei aspettato di più: testa e piedi sono e restano quelli di un calciatore di categoria superiore, ma gambe e fiato evidentemente non sono più quelli di una volta. E questo, come sappiamo, nel calcio di oggi lo si paga a caro prezzo.

Non pagando io gli stipendi, può rimanere come rimpiazzo di classe ed esperienza. Nulla più di questo, però.

Il terzo nome sulla lista dei cattivi è il nome che non avrei voluto fare, e cioè quello di Candreva. Non sono tanto gli zero gol segnati a motivare la mia scelta, quanto il fatto che questa assenza dal gol negli ultimi mesi è stata gestita male dall’ala romana: troppi i tiri pretenziosi, troppe le scelte discutibili, che finivano per mettere in ombra anche le tante giocate di corsa e classe che gli riconosciamo tutti.

L’arrivo di Politano e quello ormai certo di Keita potrebbero spingerlo ad andare via, e mi dispiacerebbe. Anche restando, però, il posto da titolare sarebbe tutto da conquistare.

E’ vero che le qualità che ha lui (corsa, dribbling, tiro, cross, ma anche copertura difensiva e -quando è in buona- intelligenza tattica) i pari ruolo nerazzurri non le hanno, però vale quel che ho detto prima, e dobbiamo comunque ricordare il fattore anagrafico (i prossimi saranno 32).

Ne parlerò più diffusamente nel prossimo pezzo, nel quale farò cadere il mio personalissimo giudizio sulla rosa della stagione che va ad iniziare. Tuttavia, non posso non notare come, con Politano e Keita, la società abbia voluto portarsi in casa le alternative agli esterni titolari delle ultime due stagioni (Perisic e Candreva): forse meno pronti, senz’altro più giovani e di prospettiva.

LUCIANINO DA CERTALDO

Capitolo a parte lo merita il Mister, bravo e alla fine anche fortunato ad agguantare il quarto posto all’ultimo minuto dell’ultima giornata.

Potete rileggervi quanto scritto in una delle ultime sbrodole del campionato scorso: il mio parere su di lui non è cambiato. Le dichiarazioni di queste settimane me lo fanno sembrare ancor più inserito nel Club e padrone del ruolo.

La rosa che la Società gli sta mettendo a disposizione è profonda e capace di giocare in tanti modi diversi. Rispetto alle poche idee ma buone e ripetute per 7 mesi su 9 viste l’anno scorso, il progetto di quest’anno pare essere diverso: una ventina di giocatori più o meno intercambiabili, e buoni per poter adottare schemi diversi anche a partita in corso.

Onestamente, non so quanto Spalletti sia bravo a fare questo gioco. Checchè ne dica chi mi sta vicino, non passo ore davanti allo schermo a vedere e rivedere partite di stagioni passate, prendendo appunti e scribacchiando commenti seduta stante.

Non ha importanza: non devo essere io a giudicare le doti di camaleonte del nostro allenatore. A me basta che i giocatori che sono arrivati -e che magari arriveranno- siano stati da lui richiesti o quantomeno approvati, in modo che possa lavorare col materiale umano che voleva avere a disposizione e non con un insieme di giocatori che… “son bravi eh? ma io avevo chiesto altro“.

Un paio di dichiarazioni degli ultimi giorni mi sono piaciute, perchè toccano un tasto che mi sta particolarmente a cuore: l’Inter è una squadra forte e di prestigio, ed è opportuno che lo ricordino tutti, sia all’interno che all’esterno del Club.

-segue-

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TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO

FIORENTINA-INTER 1-1

A chi ha avuto la pazienza di leggere la mia ultima sbrodola potrei anche dire di passare oltre, perchè tante saranno le analogie tra questo e quei pensieri.

Come settimana scorsa, non ho visto la partita, impegnato nel viaggio di ritorno -per fortuna completato in metà del tempo!- della piacevole vacanza, con una singhiozzante Radio 1 sola compagna di viaggio.

L’enfasi posta da tutti sull’ingiustizia causata dal gol di Icardi mi ha fatto salire tre metri di carogna sulla spalla (tutti giustizialisti a strisce alterne, chè gli altri al solito hanno tutti i diritti di vincere partite con l’unico tiro in porta), instillandomi però nel contempo il leggerissimo sospetto di tifare per una squadra ancora in debito di condizione psico-fisica, e in buona sostanza di giUoco.

Certo, il mio punto di vista (parziale, per non aver visto le immagini, e fazioso, per la nota partigianeria a strisce) mi ha fatto pensare che una miglior freddezza da parte di Borja Valero e Candreva ci avrebbe consentito di chiudere partita e incontro, alla faccia dei professoroni dei Luoghi Comuni Maledetti e dell’ #intercinica.

Pare tuttavia che i nostri abbiano rischiato di portare a casa il furto del secolo, vista la quantità industriale di occasioni create ma non finalizzate dai Viola.

Nulla di nuovo sotto il sole: le squadre di Spalletti -e quella di quest’anno non fa eccezione- vanno gran bene fintantochè la gamba e la crapa parlano bene tra di loro, ma non hanno ancora imparato ad essere risolute e cattive, come invece sta imparando a fare il Napoli di Sarri.

Tornando al commento di una partita che non ho visto, resta poco da dire, se non che su Joao Mario pare essersi aperta la caccia all’uomo, a cui mi accoderò malvolentieri. E’ uno dei pochi casi in cui penso davvero che il giocatore lo faccia apposta per forzare la mano con la Società ed essere ceduto.

La passata stagione, tutt’altro che trascendentale, aveva se non altro messo in mostra un giocatore quadrato, soprattutto di corsa e contrasto, cosa invero piacevolmente singolare trattandosi di un portoghese. A riguardo, ricordo e sottoscrivo al 100% la citazione (di cui però non rammento l’autore) secondo la quale:

Se a calcio non si dovesse tirare in porta, il Portogallo sarebbe sempre campione del mondo.

Questo per dire che, di solito, le caratteristiche dei portoghesi sono abbastanza prevedibili: gran palleggio, tocco delicato, scarsa propensione alla cosiddetta “ignoranza calcistica”, declinabile sia come segnare gol brutti e cattivi, sia come assestare stecche proditorie per interrompere l’azione avversaria.

Ecco, Joao Mario l’anno scorso mi pareva una bella eccezione alla regola: corsa, contrasto, addirittura grinta (ok, il termine di paragone era Brozovic…) e qualche gol.

Quest’anno, un ectoplasma. Perde centordici palloni e guai a lui se si spreca a rincorrere l’avversario. Però fa dire al procuratore che vorrebbe giocare di più. Questo a casa mia si chiama “fai casino e fatti  vendere al primo che passa”.

Se qualcuno ci cascasse, mi assumo l’impegno di portarlo a destino a cavalluccio.

Chiuso il caso specifico, il resto della rosa persiste nel suo momento di pochezza cosmica, che il solo guizzo da campione di Icardi per poco riusciva a mascherare. Santa pausa darà a Spalletti due settimane per fare il proverbiale richiamino (cit.) atletico e un corposo e corroborante training autogeno all’insegna del mantra “non consideratevi le merdacce che in realtà siete”.

Non è il caso di scomodare i familiari di casa per ricordare ciò che è evidente a tutti: manca un centrale in difesa, un cambio all’altezza per Perisic e Candreva (per quanto Cancelo…) un cazzo di trequartista sul cui altare sacrificare senza la minima commozione Brozovic e Joao Mario.

A parte questo, tutto bene.

Ed è una battuta fino a un certo punto. Portiamo a casa un altro punto da una brutta partita, e restiamo terzi nonostante il brutto periodo.

Non voglio fare la volpe e l’uva ma, tra le tre partite in fila di questo periodo (Lazio-Fiore-Roma) potendo vincerne solo una, fin dall’inizio avrei dato la mia preferenza a quella con la Roma. Vincere quella partita vorrebbe dire recuperare tre punti sulla diretta concorrente al terzo posto, con tutto ciò che ne consegue.

 

LE ALTRE

E se Atene piange, Sparta non ride: i lupacchiotti vengono infatti sconfitti in casa da una esemplare Atalanta che domina il primo tempo e regge con l’uomo in meno per tutta la ripresa. Gasperini continua a starmi ampiamente sulle balle per l’insistenza con cui parla male della sua esperienza interista (avendo, purtroppo, ragione), ma l’impronta su questa squadra è visibilissima; complimenti veri e sinceri.

Napoli e Lazio faticano il giusto prima di aver ragione dei rispettivi avversari, nettamente inferiori (Verona e Spal), e altrettanto può dirsi della Juve, che regola il Cagliari solo nel finale con il gol di Bernardeschi.

Morale: il solco Napoli-Juve-e-poi-tutte-le-altre va delineandosi in tutta la sua evidenza: non ne sono contento, questo è chiaro, chè l’interista vero pensa sempre di poter vincere (e perdere, ma vabeh…) contro chiunque, ma il lato positivo è che c’è chiarezza, e restiamo in tre per due posti.

Ora, entrambe le romane hanno una partita da recuperare, e quei match, unitamente allo scontro diretto Inter-Roma del prossimo turno, diranno molto sui destini dei nostri amatissimi.

Solo un piccolo inciso sui cugini, vittoriosi nel pomeriggio contro il Crotone di Walter Zenga per 1-0. La vittoria è ovviamente accompagnata dagli “ooohh” di pubblico e critica, che fanno fare a Gattuso il “pompiere” della situazione, presi come sono a magnificarne i meriti (cazzo, hai vinto col Crotone…). Il punto non sta qui, anzi: per Ringhio sono perfino moderatamente felice. Il punto sta nel gollonzo segnato da Bonucci, che sulla respinta del portiere avversario viene colpito sulla nuca dal pallone che finisce in porta.

Ora, mica è colpa sua se ha segnato, questo è chiaro. Ma qualsiasi essere umano dotato di un minimo di dignità (no Superpippa, non sto parlando di te) eviterebbe di esultare manco avesse segnato in rovesciata in finale di Champions.

Aneddoto personale: nei miei più che trascurabili trascorsi da terzino sinistro dell’altrettanto dimenticabile selezione di Emergency, a inizio anni 2000 ho solcato la fascia talune volte, arrivando alla mia giornata di gloria in un afoso pomeriggio di Giugno, allorquando, saltati in prepotente progressione un nugolo di avversari, sono arrivato sul fondo per mettere il cross di giustezza.

La palla, beffarda, è andata lunga sul secondo palo e si è infilata in goal tra la sorpresa generale.

Cosa succede di solito quando uno segna? Abbracci e sorrisi dai compagni di squadra, insulti e occhiatacce da parte degli avversari.

Ecco: in quel caso è stato il contrario, con gli altri a ridermi in faccia per la botta di culo e i miei compagni a insultare i miei piedi fucilati.

Io? Ho finto un’esultanza a baciare la maglia e indicare gli spalti (che non c’erano…), ma ho riso come e più degli altri per la sesquipedale botta di culo occorsa.

Posso anche arrivare a pensare che il Milan-Crotone di oggi avesse un’importanza superiore al Torneo sociale “Dai un calcio al precariato” (per quanto…), però vedere Bonucci correre da invasato come suo solito dopo un simile colpo di culo non ha contribuito a migliorare la sua immagine ai miei occhi. E mi fermo qui.

 

E’ COMPLOTTO

Due cose, una da persona mediamente normale, una da malato di mente.

Da applausi la reazione di Spalletti agli ominicchi di Mediaset Premium che lo incalzano con domande (originalissssssime) sulla ristrettezza della rosa, acuita dall’infortunio di Ranocchia che ha costretto il Mister a piazzare Santon al centro.

La mia personale ola non si è levata tanto al già richiamato “lo sa anche la mi’ mamma che ci manca un centrale”, quanto alla provocatoria domanda “ma cosa ho detto? Cos’hai vinto adesso che finalmente l’ho detto?” (min. 1:40).

Come sapete, vivo anni e anni di vaffanculi repressi ai giornalisti di ogni scuderia (soprattutto di quella scuderia) che appoggio a prescindere qualsiasi polemica contro questi scribacchini.

Due dei pochi casi in cui esultai per una dichiarazione del Signor Massimo ai microfoni in un dopopartita furono le sue dichiarazioni post-Barcellona alla RAI (“Vi vedo un po’ spenti…forza, possiamo perdere alla prossima!“ Purtroppo non trovo il video in rete…) e post-Bayern a Pierluigi Pardo, allora ancora a Sky, lasciato da solo come una statua dopo una domanda legittima quanto inopportuna (ricordare in quella sede le tante difficoltà della sua gestione evidentemente non venne digerita dal Presidente).

Ecco, vivo nell’intima convinzione che alcuni vaffanculi in più ai giornalisti in tutti questi anni pur non migliorando la relazione del Club con i media, avrebbero per lo meno messo in chiaro che le due parti erano apertamente in guerra, e non ipocritamente sorridenti l’una di fronte all’altra.

E questo mi porta al secondo punto, quello più da psicopatico.

Perchè se è vero che nel lavoro bisogna lasciare da parte emotività e precedenti, se è vero che ufficialmente Mediaset non ha più punti di contatto con A.C. Milan, la mia mente è troppo poco elastica, e il mio rancore troppo granitico per non sobbalzare a questo:

Cioè, i 110 anni dell’Inter dovrebbero essere raccontati, comunicati, pubblicizzati dalle stesse facce che poche righe sopra mi rammaricavo non essere state insultate a dovere negli ultimi vent’anni?

Sorry, non ce la faccio… Ma è sicuramente colpa mia.

 

WEST HAM

Qui la ruota ha girato abbastanza bene: in tre giorni (lì si gioca sempre…) battiamo il West Bromwich al 94’ con doppietta di Carroll e pareggiamo in casa Tottenham (cioè Wembley per quest’anno) con golazo di Obiang.

Poco per dare una pennellata di decenza alla classifica, ma abbastanza per allontanare fantasmi di zona retrocessione.

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STAGIONE 2017-2018

Nella giornata che diede i natali al Capitano con la Z maiuscola, trovo finalmente il tempo di fare una rapida e illuminata disamina sulla creatura che sta nascendo tra le mani -si spera sapienti- di Luciano Spalletti.

Partiamo proprio da lui e da un bigino di pregi e difetti. Fa giocar bene le proprie squadre, schietto e poco incline alla diplomazia, una tendenza a sbrodolare infinite conferenze stampa.

Riguardo a quest’ultima caratteristica, il Mister di Certaldo alla presentazione in nerazzurro diceva di aver ricevuto un messaggio di in bocca al lupo da José Mourinho.

Non trovo purtroppo il meme in rete, ma la vignetta -spassosissima- diceva “in rubrica era salvato come prime-time“.

Per il resto, le specifiche del prodotto possono essere viste, a seconda dei punti di vista, come qualità o limiti. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie sbrodole, ho spesso diffidato delle squadre che “giocano bene al calcio“: in primis perché credo che non ci sia allenatore che scientemente scelga di “far giocar male” le proprie squadre; in secundis perché, non esistendo per fortuna un pensiero unico, non è chiaro cosa voglia dire “giocare bene“; in ultimo, perché spesso le squadre troppo onanistiche mancano di quella sana “ignoranza” che permette di vincere una manciata di partite che alla fine della stagione fanno la differenza (ask Sarri vs Sassuolo e Atalanta for further references).

La succitata tendenza “prime-time” di Spalletti potrebbe essere una manna per una Società endemicamente incapace di “farsi sentire”, ma anche una scheggia impazzita guidata solo dal proprio ciclo mestruale nel caso in cui non ci fosse una linea guida a dare una direzione di massima.

Delle mie preferenze fregherà giustamente un cazzo a nessuno, ma uno come il Cholo sarebbe stato più “coerente” con la storia interista.
Poco male, diamo il tempo a Spalletti di vincere quel paio di scudetti e poi vai di contratto a tempo indeterminato all’unica vera testa lucida e illuminata (in tutti i sensi) del recente passato interista.

Chiudo la parentesi-allenatore citando ancora una vola la saggezza politico-popolare cinese, allorquando Deng Xiao Ping parlava del colore dei gatti e dei topolini da catturare.

Che vinca partite, e poi faccia e dica il cazzo che vuole.

IL DRIIMTIIM DE NOANTRI
La doppia “i” nel titoletto è un’indiretta lezione di pronuncia a tutti quelli (italiani ignoranti!) che non colgono la differenza fonetica tra “shit” e “sheet“: però in italiano preferireste adagiarvi su un lenzuolo fresco e non su una cacca, giusto?

Fine della polemica da angloterrone rancoroso.

DIFENDIAMO COME POSSIAMO

In porta once more with feeling Samirone Handanovic che, immancabilmente anche se in misura minore, ha fatto presente che vorrebbe giocare la Champions (e noi invece no…). Pregi e difetti restano più o meno intatti; spero più degli anni precedenti che non prenda nemmeno un raffreddore sapendo che il suo secondo è Padelli, il cui unico pregio al momento è di poter essere beneficiario del luogo comune “è tifoso interista fin da bambino”, come da foto.

La difesa vede una più che probabile coppia Miranda-Skriniar, con l’altrettanto verosimile giubilo di Jeison Murillo. Un rendimento coerente quello del colombiano, che ha mostrato tutti i pregi del suo repertorio nei primi 6 mesi di Inter, per poi dar sfoggio al campionario di scempi per l’anno e mezzo successivo.
Di lui rimane l’impressione che ho avuto fin dalle prime uscite: ha tutti i difetti del connazionale Ivan Ramiro Córdoba, senza averne il pregio maggiore, e cioè la consapevolezza dei propri limiti. Questo ci ha dato in regalo un paio di bellissimi quanto inutili gol in rovesciata, e una decina di gol subiti dopo dribbling rovinosi tentati al limite della nostra area.

Grazie e arrivederci.

Credo che, la contemporanea partenza di Andreolli e quella inevitabile per manifesta incompatibilità ambientale di Ranocchia renderanno necessario l’acquisto di almeno un altro centrale di pura decenza, che possa dare il cambio ai due succitati titolari, pur in una stagione priva di impegni europei.

Sulle fasce, gioisco sulla fiducia per l’arrivo di Dalbert che non ho mai visto giocare, ma che se non altro al momento ha l’innegabile pregio di togliere dai titolari uno tra Nagatomo e Santon. Se poi fosse anche buono (lasciamo perdere i paragoni con Maicon, che portano solo sfiga…), tanto meglio.
Sulla destra potrebbero bastare D’Ambrosio o Ansaldi, ma ovviamente non mi opporrei all’arrivo di qualcuno di maggior sostanza.

LA MEDIANA CONSISTENTE

Torno per un attimo il rancoroso angloterrone di cui sopra, per segnalare un altro abominio cui molti di noi sono sottoposti in ambito lavorativo.
Peggio dell’inglesismo fatto e finito (il briefing e non la riunione, il print invece che la stampa…) la cosa che più mi fa ribrezzo è l’italianizzazione di un termine inglese, che però in italiano esiste ma vuol dire una cosa diversa.

Al primo posto di questa orrenda classifica c’è “confidente”, usato invece di fiducioso (dall’inglese “confident“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri).

Diocristo, in italiano confidente vuol dire un’altra cosa, è un tipo a cui dici i cazzi tuoi e di cui ti fidi, ma se ritieni probabile che una cosa accada, dici che sei fiducioso, mica confidente. Non è difficile, dài…

Subito dopo -e qui torniamo al titoletto- c’è “consistente” usato invece di coerente (dall’inglese “consistent“, per voi italioti ignoranti spaghetti baffi neri). Anche qui come supra, se una persona mantiene un certo atteggiamento nel tempo, si dirà che è coerente. Consistente lo si dirà di un materiale non troppo molle che, per l’appunto, ha una certa consistenza.
A meno che non si parli di Borja Valero: ecco l’eccezione alla regola appena esposta. Lo spagnolo in carriera ha costantemente proposto un rendimento di spessore, potendo quindi essere definito al contempo coerente e consistente.

Che sia regista o no (l’abbiamo preso noi, quindi tutti ad affrettarsi a dire che non lo è, niente di nuovo…) è un giocatore di rara intelligenza, apparentemente integro fisicamente a dispetto dei 32 anni compiuti. Credo che abbia in casa due bamboline Voodoo a forma di Xavi e Iniesta, perchè senza di loro sarebbe stato titolare fisso in nazionale per almeno due lustri.

Se a lui aggiungiamo l’arrivo di Vecino, suo compagno di reparto nella Viola degli ultimi anni (vox servorum: “ma nemmeno lui è un regista, perché non hanno preso Badelj??”) non posso che essere soddisfatto del centrocampo che va a formarsi.
Starà poi a Spalletti capire come disporre le pedine in campo, potendo contare oltre ai due ex gigliati su Gagliardini e Joao Mario: personalmente vedrei la coppia viola davanti alla difesa e il portoghese alle spalle di Icardi, con l’italiano primo cambio, ma sono finezze: il materiale c’è e quindi facciamo lavorare chi è pagato per farlo.
Ci sarà, in realtà da sfoltire il reparto, e personalmente ritengo che Brozo e Kondogbia possano essere tranquillamente sacrificati in presenza di offerte appena appena presentabili.
Per questioni più di cuore che tecnico-tattiche tratterrei Medel, che però pare -anche lui- in via di uscita.
Sottolineo per l’ultima volta l’incomprensibile astio di tutta la critica calcistica italiana per il cileno, che oltretutto nei mesi di Pioli ha dimostrato di poter essere anche un buon rincalzo difensivo in caso di bisogno. Non ha mai reclamato un posto da titolare, tantomeno lo farebbe adesso che il reparto è assai migliore dell’epoca Kuzmanovic-M’Vila-Taider, però ha ormai lo stigma dell’untore, e il volgo vuole la sua testa.

Addio Medellino, io ti ho sempre amato.

LA’ DAVANTI

Pur non essendo al momento cambiato niente, questo è il reparto che per ora mi ha dato più soddisfazione. La gestione del “caso” (che “caso” non è) Perisic mi sta piacendo moltissimo, sperando di non essere smentito nei prossimi 20 giorni.
Sfanculati tutti i gufi del “tanto dovranno venderlo per far quadrare i conti“, FozzaInda ha messo su una playlist con soli due pezzi in loop: “50 milioni cash” e “non abbiamo bisogno di vendere nessuno“.
Gli scrivani di corte, resisi finalmente conto che il muso giallo fa sul serio, hanno tentato di scartare di lato andando dietro alle suggestioni di mercato (altra espressione che detesto) che paventavano un addio di Candreva sponda Chelsea, all’insegna del “Perisic potrebbe restare; a quel punto andrà via Candreva“.
Tutto purchè l’Inter debba vendere, indebolirsi e morire male.
Vepossino…
Tornando al campo, so che dovrebbe arrivare questo Emre Mor. Se Dalbert almeno l’avevo sentito nominare, del turco però danese ignoravo proprio l’esistenza.
A quanto capisco dovrebbe essere il primo cambio dei due esterni d’attacco, e per certi versi vale quanto detto per il terzino brasiliano: se questo qua deve arrivare per prendere il posto di Biabiany, direi che abbiamo ottimi margini di miglioramento.

Quindi? Gallianamente parlando #siamoapostocosì?
Mah, forse sì… Mi sarebbe piaciuto Nainggolan, eccome… ma non arriverà e quindi facciamocene una ragione. Vidal qualche anno fa, e senza passato juventino, l’avrei preso eccome, ma siamo anche qui a parlare di opzioni che non sono sul tavolo.
Attingo a un’altra frase fatta del periodo estivo: “comprare per comprare, meglio stare come siamo”. Banale, ma vero.

Nemmeno col Ninja saremmo stati da scudetto, quindi avanti così: cerchiamo di sfruttare l’assenza di impegni infrasettimanali per puntare a uno dei quattro posti champions, sapendo che oltre alle solite tre dovremo fare i conti anche con i Meravigliuosi, di cui parlerò (male, e come sennò) prossimamente.

Vuoi non dire niente sulle fideiussioni per Bonucci e sull’esordio del VAR visti in questi ultimi giorni?

MAGLIA

Non ci siamo, poche balle… Non capisco (o meglio lo capisco ma preferisco far finta di nulla…) perchè la Nike debba utilizzare i loro designer sotto acido per sperimentare le peggio varianti sulle nostre maglie, tornando invece fedeli e rispettosi della tradizione nel caso di altri top club europei…
Ad ogni modo, il blu è di una bella tonalità, numeri e nome in bianco e non più giallo evidenziatore, ma quelle righe nere fanno tanto codice a barre e nun se possono vede.

Meglio, nella sua semplicità banale ma al tempo stesso ricercata, la maglia bianca, non a caso apprezzata anche da appassionati di calcio di altre latitudini.

Leggo di una terza maglia grigia con sfumature militari, che mi fa cagare così sulla fiducia. C’è di buono che la scarsità di impegni in stagione dovrebbe limitarne l’uso.

 

FPF E CALCIOMINCHIATA

Calcisticamente, quello di Giugno è uno dei periodi più strani e stimolanti che ci siano.

La stagione è terminata, si hanno ancora chiare davanti agli occhi le imprese o (più spesso) le malefatte combinate dai nostri campioni o supposti tali, e ogni tifoso che si rispetti ha già in mente l’11 ideale, la lista della spesa e quella di proscrizione.

Da qualche anno a questa parte, c’è un’ulteriore variabile da aggiungere a questa accaldata equazione: il Financial Fair Play (fèrpléifinanziario in italiano, per brevità e di qui in seguito FPF).

Armatevi di Maalox e Omeprazolo in quantità, perchè il pezzo è parecchio rancoroso.

Il tutto nasce cronologicamente al crepuscolo dell’era Moratti, sbertucciato per tutti e 18 i suoi anni di presidenza per aver sperperato senza apparente costrutto centinaia di milioni di euro, senza mai, dico mai, tenere in considerazione tre semplici elelmenti:

1) Erano soldi suoi, con i quali paradigmaticamente ognuno fa il cazzo che vuole;

2) Per tanti anni lo sperperare a destra e manca senza ottenere i risultati è stato anche -se non soprattutto- frutto del mazzo di carte truccato con cui si continuava a giocare;

3) Ad ogni modo, con quella visione mecenatista e legata al sentimento (che io per primo ho tante volte criticato) il Signor Massimo ha portato a casa un certo numero di trofei, che non vado ad elencare per non essere ridondante.

La situazione di cui sopra, ulteriormente complicata dalle nuove regole introdotte dall’UEFA, viene ereditata da Mr Thohir nel 2013. Al “cicciobello con gli occhi a mandorla” (cit.), se possibile, la stampa riserva un trattamento ancor peggiore di quello precedente. Forse perchè straniero, forse perchè parvenu per il calcio italiano, forse perchè da subito ha cominciato a rispondere come e dove voleva, senza prestarsi quotidianamente alla pletora di microfoni e pennivendoli “con la consueta disponibilità sotto gli uffici della Saras”, sicuramente perchè interista, al thailandese non è stato perdonato nulla, nemmeno le (poche ma buone) mosse per cui dovrebbe essere ricordato e ringraziato.

Ha dato un’organizzazione alla Società, sfoltendo e di molto la sede da personaggi di dubbia utilità, ha applicato alla lettera le disposizioni imposte dalla UEFA, scrivendo e presentando un Settlement Agreement nel quale prospettava il pareggio di bilancio entro il 2017 e il rispetto dei parametri di spesa previsti dalla nuova normativa, di concerto con Mr Bolingbroke (altro paria sbeffeggiato al punto da storpiarle il nome come nemmeno il peggior Emilio Fede).

Sono troppo incattivito per sorvolare sul fatto che quel Settlement Agreement sia stato recepito e approvato dall’UEFA, contrariamente a quanto fatto in relazione al Voluntary Agreement presentato recentemente dal Milan, sostanzialmente rispedito a Fassone & Co. con la noticella “nun ce prova’… dopo che, tra le tante assumptions, si fantasticava di ricavi dal mercato asiatico per 200 milioni nel prossimo anno (col Real Madrid reduce da due Champions consecutive a farne “solo” 180).

Ma aldilà del Derby di scartoffie inviate a Nyon, è sintomatico far notare come tutte le scadenze di questo piano strategico nerazzurro siano state accompagnate dal più classico dei pessimismi da parte degli organi di stampa nostrani.

Già l’anno scorso i mesi di Maggio e Giugno erano stati all’insegna del #portiamoilibriintribunale, #fallimento, #moriremotutti, per poi rinfoderare la falce del tristo mietitore e ammettere a mezza voce “L’Inter rispetta il FPF e chiude con un passivo entro i 30 milioni, come da accordo con l’UEFA” per farsi di nuovo barzotti e urlare “Ma entro il 30 Giugno del 2017 servirà il pareggio di bilancio, altrimenti saranno guai“.

Quest’anno hanno preso la rincorsa già al fiorire dei primi boccioli di inizio Marzo, tornando a gufare su “la necessità di vendere almeno uno dei suoi big per far quadrare i conti” (l’anno scorso Icardi, quest’anno Perisic).

Al solito, la faciloneria, la poca voglia di far lavorare i pochi neuroni a disposizione, o più prosaicamente la malafede hanno fatto ignorare a tutti le possibili strade alternative per arrivare allo stesso risultato.

Niente da fare: Sì va beh, l’Inter ci proverà, venderà qualcuno ma alla fine Perisic dovrà essere sacrificato per esigenze di bilancio ( vero, caro e sempre simpaticissimo Andrea Ramazzotti del Corriere dello Sport? Com’è che avevi intitolato? Ah si: “Ciaone“).

Eppure la tabellina era stata fatta e i conti, se erano riusciti a me, non erano proprio difficilissimi da ipotizzare:

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Ma niente… l’ordine è “ignora e martella“.

Finchè, messi davanti all’evidenza, ci si arrende con un freddo titoletto di pura constatazione:

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Ovviamente c’è chi fa di meglio, avendo preso (in cul… ah no scusate) atto della permanenza del croato. Ecco il sempre prode Corriere dello Sport vagheggiare di difficoltà di Perisic nel riconquistare il cuore dei tifosi nel caso in cui dovesse restare, ben accompagnato da altre testate pronte ad addensare nubi sulla sua permanenza che, per quanto non più legata ad esigenze di bilancio, è tutt’altro che scontata.

Il che ci porta alla conclusione di questo delirio rancoroso: il calciomercato interista è da anni un florilegio di rischi da evitare, centinaia di giocatori accostati al nerazzurro e obiettivi falliti (#interbeffata is the new #crisiinter), anche quando il rischio è ingigantito e l’obiettivo sfumato in reatà non è mai stato realmente cercato . Certo, si può sempre fare calciomercato nel modo dadaista in cui lo faceva Maurizio Mosca, dicendo che tutti i giocatori interessavano a tutte le squadre, potendo poi sempre dire “l’avevamo detto!“, ma lì almeno sapevamo a che gioco si giocava e si rideva col pendolino e la superbombadimosca.

Quelli che all’Inter sono ostacoli da evitare per rimanere in piedi, altrove sono invece speranze, possibilità, auspici: avete mai visto un tifo così sfegatato come quello di questi giorni per la trattativa Donnarumma-Milan, il cui lieto fine farebbe bene a tutto il calcio, come ha fatto presente la Gazza in questi giorni? Veramente da vomito, e la firma su quel pezzo di carta, da me ampiamente prevista (non che fosse così difficile prevederlo, aspettate qualche giorno e vedrete), farà partire l’ennesimo refrain su “certi amori che non finiscono” e il Club dei sentimenti che punta sui propri ragazzi italiani.

La ciliegina sulla torta sull’occhio di disriguardo nei confronti dei nostri si ha con il facile paragone circa l’eco mediatica delle imprese di due nomi del presente e passato rossonerazzurro alle prese con altri sport: Perisic in questi giorni si sta rilassando giocando a beach volley, mentre il grande Paolo Maldini ha provato con il tennis.

Nessuno dei due ha ottenuto grandi risultati: pare che il croato abbia perso tre partite su tre, mentre Maldini è uscito al primo turno perdendo 6-1 6-1.

Chissenefrega, dico io; bravi loro che sanno cavarsela anche in un altro sport, no?

No.

Maldini è stato celebrato manco avesse vinto Wimbledon, Perisic lo perculano manco fosse inciampato su una buccia di banana finendo in una pozza di fango.

Ma sono io ad essere paranoico, state tranquilli…

GUARDIAMO IN CASA D’ALTRI

Torno a scrivere dopo un periodo (tutt’ora perduante) di lavoro matto e disperatissimo, che tuttavia non ha del tutto annientato la mia visione paranoica e complottista del mondo del pallone.

Ecco quindi un sunto dei miei limitati pensieri di questi giorni, rigorosamente divisi per colori sociali.

 

I GOBBI

E’ ormai tardi per accodarmi a tutte le pur giuste spiegazioni eziologiche del tifo contro, e della conseguente goduria nell’assistere all’ennesima finale di Champions persa dalla Juve.

Aggiungerò solo che, non si offenda nessuno e se si offende ‘sticazzi, la finale ha dato ennesima conferma della qualità media del nostro Campionato, dove una buona metà delle squadre sostanzialmente si scansa quando incontra i bianconeri, per poi tentare la partita della vita contro le altre supposte grandi.

Se a ciò aggiungiamo le ormai paradigmatiche “due o tre sviste arbitrali” arriviamo a dare contorni un po’ più certi al dominio bianconero degli ultimi 6 anni in Italia.

La squadra, la Società e gli allenatori hanno fatto -duole dirlo- un lavorone, ma non hanno trovato nemmeno la metà delle difficoltà contro cui hanno dovuto combattere Roma e Napoli (tanto per limitarci alle rivali più prossime, e tacendo per pietà sulle milanesi).

In altre parole, la finale di Cardiff l’ha persa la Juve molto più di quanto l’abbia vinta il Real. Il celebratissimo blocco italiano difensivo è andato in palla totale nella ripresa, e al Real è bastato giocare una partita “giusta” (ma tutt’altro che superlativa) per portare a casa la centordicesima Champions della sua storia. Ecco che, di fronte ad avversari di rango, anche gli apparenti superuomini possono perdere il prefisso grammaticale, e forse vederlo rimpiazzato da un suffisso dal vago sentore dileggiatorio. Ominicchi? Forse no, almeno non tutti (qualcuno sì e non da oggi). Ma uomini in difficoltà sì. Sono stati bravissimi a far fuori un Barcellona al tramonto della sua grande stagione storica. Sono stati solidi nel non sottovalutare il Monaco. Sono stati inferiori al Real ed hanno meritatamente perso. Non è un delitto. E’ la verità.

Loro, i gobbi, sono il Male oggettivo, il nemico sportivo di tutti i tifosi non bianconeri. E’ la stessa cosa per il Real in Spagna, lo è stato il Manchester United in Inghilterra e via dicendo. Certo, loro ci mettono il carico da 90 continuando a sbandierare Campionati rubati e giustamente non assegnati e agendo con quella protervia che solo un Paese di servi come il nostro gli può permettere. Che almeno non si stupiscano se il popolino gode vedendo il Re insozzarsi l’uniforme reale nel fango.

 

I MERAVIGLIUOSI

Se i bianconeri, come detto, sono il male oggettivo, la mia testolina vive in un perenne ying-yang con il mio cuoricione, che invece percepisce epidermicamente la sponda sbagliata del Naviglio come il male soggettivo. Meno importante, forse (forse) meno grave, eppure -proprio perchè più superficiale- più fastidioso.

La vicenda Donnarumma di questi giorni sarebbe tale da giustificare tre giorni di ferie incollato a PC e televisore, con familiare di Peroni gelata a godersi lo spettacolo di travasi di bile, cuori che si spezzano e grande famiglia che sfodera i coltelli.

Creare una verità partendo da un falso storico è specialità della casa rossonera da trent’anni.

Gli 80mila di Barcellona

La squadra migliore di tutti i tempi

Il ragazzo (chiunque egli sia) vuole solo il Milan ed è disposto ad abbassarsi lo stipendio e giocare nella squadra che tifa fin da bambino

Il Club più titolato al mondo

Siamo una grande famiglia”

“Ringraziamo il nostro Presidente che ci è sempre vicino

Le nostre squadre propongono giUoco“,

E, degna fine di questo crescendo rossiniano, “Puntiamo su un blocco di giovani italiani per creare un senso di appartenenza”.

Di tutte queste sesquipedali minchiate, l’ultima è una cantilena che in questi giorni mi trovo a ripetere tra me e me a mezza voce, non riuscendo a terminarla visti i singulti di riso isterico che mi tocca trattenere.  Il contrappasso di “Gigio che è tifoso rossonero e che  ha fatto la trafila di tutte le giovanili rossonere” (balle, ma che ce voi fà… so’ abituati…) e che proprio adesso, sul più bello, dopo aver baciato la maglia, non firma il rinnovo e vuole più soldi altrove, è la miglior punizione che questo Club di venditori di fumo si merita.

Io, da rancoroso rompicoglioni, mi ero… (…dolto…. doluto…. com’è il participio passato di dolersi??) dispiaciuto, ecco, mi ero dispiaciuto del fatto che un (allora) quindicenne si affidasse a uno squalo come Raiola, che guarda caso come prima mossa l’aveva allontanato dalla squadra cui pareva destinato per tuffarlo nelle braccia geometriche del dottorgalliani .

Ma allora non fregava niente a nessuno: quello era solo un ragazzino e comunque finiva nella squadra dell’Amore, di-cui-era-tifoso-fin-da-bambino. L’invitabile e caramelloso lieto fine.

Adesso invece siamo allo scandalo, al pizzaiolo traffichino che turlùpina un’anima candida capace di baciare la maglia e bandiera designata dei prossimi decenni rossoneri.  Qualcosa invece va storto, non importa se magari, sotto sotto, perfino Raiola possa avere una parte di ragione, ed ecco che anche per il Milan si prospettano le parole “caos”, “crisi”, “shock”.

Cari cugini, benvenuti nel Calciominchiata. Dopo un po’ ci si abitua, e alla fine si impara a riderci sopra. Certo, voi arrivate da trent’anni di “giorni del Condor”, di “Mister X”, di colpo dell’ultimo minuto e di telenovelas scritte direttamente con l’inchiostro rossonero e riprese tal quale dai media nazionali. Farete un po’ più fatica di noi, ma vedrete che alla fine si sta bene.

 

I LUPACCHIOTTI

Sulla Roma ho avuto modo di riflettere in concomitanza all’addio di Totti, su cui non mi dilungherò più di tanto. Davvero commovente la passerella finale e  il discorso nel dopo gara, poi sulla carriera ognuno la pensa a suo modo.

Io continuo a ritenerlo uno dei due italiani più forti che abbia visto giocare (l’altro è Baggio), e che probabilmente (forse come Baggio) le cose migliori le ha fatte vedere dai trent’anni in su. Campione vero e preziosissimo.

Resto anche convinto che la condotta di campo spesso non sia stata all’altezza della sua classe (dallo sputo a Poulsen alla finale di Coppa Italia del 2010), e che dietro alla sua scelta di una carriera in giallorosso ci sia anche una parte di “comodità”.

Ma non è di questo che voglio scrivere. A me la Roma, negli anni, tante volte ha ricordato l’Inter. L’ambiente, la tifoseria, cronicamente incapaci di gestire la pressione, endemicamente affetti dal vizio di toppare proprio la partita che non puoi toppare (il 5 Maggio, Roma-Liverpool e Roma-Lecce, tutte nello stesso stadio, sarà mica che porti sfiga?).

Come i nostri, i giallorossi per andar bene devono viaggiare controvento, supplendo con risorse insperate, o comunque difficili da mantenere nel medio periodo. Dovendo far leva su quelle per contrastare le spinte contrarie anomale,  e cioè diverse dall’unica forza che dovresti contrastare su un campo di calcio, la squadra avversaria.

Un contesto del genere di porta, direi fisiologicamente, a non essere in grado di gestire la “routine”, la navigazione di bolina o, ancor peggio, il vento in poppa. Lì ti trovi smarrito, “E adesso che faccio? Devo solo giocare e battere l’avversario? E come si fa?”

La Roma ha un ambiente mediatico e di tifosi che ti prosciuga, a meno di non esserne tu stesso imbevuto; L’Inter, come noto agli affezionati lettori di queste pagine, è da sempre facile bersaglio di certo giornalettismo sensazionalistico, alla ricerca del titolo e del luogocomunismo anche oltre ogni logica.

Non arriverò mai a dire che mi stiano simpatici, ma ci sono degli elementi di analogia. E soprattutto, rispetto ai diversamente strisciati, ci sono alcune galassie di differenza.

La disamina dell’ennesimo anno zero dei nostri eroi in braghette, l’arrivo di Spalletti, quello di Capello a Nanchino, il caso-Perisic e il FPF da sistemare, sono tutti argomenti troppo nobili e importanti per essere immersi in questa rassegna di altri colori sociali.

Ne parleremo più avanti. Non so quando ma più avanti.

Stay tuned.

CLEAN UP THE MESS

Parlare delle ultime partite è davvero accanimento terapeutico. Che cazzo vuoi cavare da due partite inutili, completamente prive di qualsiasi senso sportivo e purtroppo nemmeno capaci di palesare la presenza tanto agognata di “uomini” prima ancora che di “calciatori”?

Accanto al raccapriccio sportivo, sta la deriva ormai inarrestabile della Società, totalmente allo sbando e senza nessuno -che sia il comandante in capo o l’ultimo degli sguatteri- che sappia quale rotta tenere.

Gli ultimi giorni hanno segnato un netto “liberi tutti” a livello mediatico, che ha allarmato e non poco lo psicopatico che scrive. Arrivo anche a dire che i media per una volta non sono nemmeno i principali colpevoli di questa storia, trovandosi nella comodissima posizione di dover semplicemente riportare dichiarazioni di terzi, senza quasi dover aggiungere nulla di proprio per insaporire la pietanza, già succulenta di suo.

E del resto che cacchio devono fare, i servi mediatici, se un giocatore come Eder si permette di dare consigli alla Dirigenza e ai compagni, dal basso di un rendimento che in una squadra normale sarebbe da insufficienza piena, e che solo la diffusa mediocrità nerazzurra fa ergere a “uno dei meno peggio”?

Di più, e assai più grave: come è possibile che il tuo Direttore Sportivo esterni -“col coeur in man” diremmo a Milano- tutti i propri sentimenti senza un minimo di filtro istituzionale, stupendosi poi perché pensava che il contenuto delle sue dichiarazioni sarebbe rimasto riservato?

Riservato… quel che dici in un’aula universitaria… nel 2017…

Ausilio nelle sue funzioni secondo me ha fatto quel che poteva, ma per questa sola cosa va cacciato all’istante. Non puoi lavorare nel calcio (per di più nell’Inter!) da vent’anni ed essere così ingenuo. Arrivo infatti ad augurarmi che ingenuo non lo sia stato per nulla, e che abbia volutamente provocato questo putanoire per farsi cacciare, lui fresco di rinnovo triennale, ed incassare una ricca buonuscita, vistosi ormai degradato a secondo di Sabatini.

Sia quel che sia, gli ultimi giorni ci hanno dato la conferma non richiesta del fatto che, bartalianamente parlando, “gli è tutto sbagliato“, e che non potrà certo essere il solo allenatore (fosse anche Conte, fosse anche Gesù Cristo, dico di più: fosse anche José da Setubal) a raddrizzare la situazione.

Torno ad ammorbare me stesso prima che voi, ricordando le tante volte in cui ho segnalato l’importanza di una organizzazione solida e coerente nelle varie funzioni, che parta da un Proprietà ricca e consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti, che passi da una Dirigenza snella (due, tre persone, non di più) che goda della fiducia della proprietà e che sia di indiscutibile competenza, e che arrivi ad un allenatore conseguente alle idee dei primi due soggetti.

Questo a prescindere dai nomi da mettere nelle caselle testé abbozzate.

Se mi si passa il paradosso, i giocatori vengono dopo, e co e conseguenza di tutto ciò. Parlerò anche di loro, e spero di riuscire a farlo in termini non troppo scurrili, ma non in questa sede.

I calciatori passano, l’Inter resta, insieme ai suoi problemi ancestrali e accanto a peculiarità uniche nel panorama mondiale. Noto ad esempio una corrente di pensiero che ha ne IlMalpensante e in Stefano Massaron i principali esponenti, e che vede nella cosiddetta “Dirigenza italiana” il principale problema di quest’Inter.

In buona sostanza, il vuoto di potere conseguente al cambio di proprietà Thohir-Zhang ha visto il trio Zanetti-Ausilio-Gardini guadagnare posizioni all’interno e soprattutto all’esterno del Club. FozzaInda, dopo aver cacciato Bolingbroke, non ha ancora scelto il suo sostituto, limitandosi a sostituirlo con un proprio uomo ad interim.

Ciò ha lasciato campo libero ai tre succitati, stranamente (per essere tesserati nerazzurri) sostenuti dalla stampa quasi a prescindere, nonostante a loro siano state affidate le chiavi della macchina che ora contempliamo accartocciata contro il guard rail.

Ecco finalmente l’anima italiana a riportare l’Inter dove deve stare, ecco l’arrivo di Pioli, che -lui sì- conosce il nostro calcio, ecco l’acquisto di Gagliardini chè così giocano gli italiani…“. Questa la litanìa, stucchevole e melensa, che le nostre caste orecchie si devono sorbire da Ottobre scorso.

…eppure, proprio con la presenza di tanti italiani -in campo, in panca e in tribuna- come non se ne vedevano da lustri, ecco che all’iniziale gasamento generale consegue un tonfo dagli effetti devastanti: due punti in otto partite.

Tonfo che, con passaporti diversi, avrebbe causato la chiamata alle armi dei vari MassimiMauro del mondo, ad accusare ancora una volta l’Inter di eccessiva esterofilia, e che invece viene raccontato come fallimento della proprietà straniera e di un “gruppo che non c’è per questioni di etnie” (cit.)

Ma andate a cagare voi e le vostre bugie (cit.)

Su questo è difficile dar torto a Stefano e a IlMalpensante. Non li seguo nel loro amore per De Boer, vittima innocente di questa stagione (vero) ma a mio parere scelta lontana dalla storia dell’Inter. Ma questi sono punti di vista tènnici, assolutamente legittimi.

Torno invece al loro fianco per segnalare come sia stato trattato l’olandese nei due mesi di permanenza e quanti alibi -giusti o sbagliati che fossero- siano invece stati concessi a Pioli e ai tre dirigenti italiani nel semestre successivo.

[Piccolo inciso: non riesco nè voglio riferirmi a loro come alle Triade, perché va bene tutto, ma certi paragoni non si devono nemmeno pensare.]

In tutto questo, giornalisticamente, abbiamo una notizia, perché è innegabile che i tre succitati, e Pioli in quanto loro emanazione diretta, abbiano goduto di buona stampa. Un unicum nella storia nerazzurra, che in realtà se fossi il padrone della baracca cercherei di sfruttare a mio favore. Capisco che sia alquanto cervellotico tenere nella tua azienda gente incapace solo perché all’esterno ne parlano bene, ma la cosa fa pensare.

Di più: il mio animo complottista porta a chiedermi retoricamente:

Non è che ne parlano bene proprio perché incapaci, e come tali garanti di una perdurante mediocrità dell’Inter, così ben sfruttabile a livello mediatico?

(È così, fidatevi).

Morale, come la risolviamo?

Io continuo a vedere in Leonardo l’uomo ideale a cui affidare la ri-costruzione della Società. Uno come lui a fare il Direttore Generale, espressione diretta della proprietà, quel che dice lui è come se lo dicesse FozzaInda. So che verrebbe identificato come “Uomo di Moratti”, visto il feeling con l’ex Presidente, ma correrei il rischio ad occhi chiusi.

Sotto di lui, Sabatini a fare il mercato e Oriali a supportare il tecnico in tutte le esigenze di campo e di raccordo con il Club.

Infine, un mio pallino: un cazzo di Direttore della comunicazione che imponga regole ferree ai tesserati e limiti le fughe di notizie, vere o false che siano.

Ausilio come detto si è messo -volontariamente o meno- in condizioni di farsi cacciare. Gardini nessuno sa cosa sia lì a fare e la sua perdita non credo verrà rimpianta da molti. Zanna deve fare quel che sa: l’Ambasciatore dell’Inter nel mondo, il tagliatore di nastri, il messaggero della Società quando c’è un argentino buono da prendere.

Poco altro.

Hai detto niente…

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ALLENATORI CONCAVI E CONVESSI

No, non sto delirando. Non più del solito, almeno.

Tenterò di spiegare perchè l’Inter è fatta in una certa maniera, contrariamente alle altre big strisciate italiane, e perchè -come conseguenza di ciò- abbisogni di un certo tipo di allenatore.

Farò del mio meglio per non cadere nella più che fallace tentazione di buttarla in vacca, sunteggiando il tutto con il più classico degli #ècomplotto.

Bon, ci si prova.

L’Inter è storicamente un Club fragile. Sad but true.

Le proprietà che si sono succedute nel corso dei 100 e più anni raramente hanno dimostrato quel peso specifico, quella forza, quel carisma che solitamente accompagna squadre con il nostro palmarès.

Se limitiamo lo sguardo alle due epoche Moratti, per distacco le migliori a livello di risultati sportivi, possiamo notare come la prima delle due sia riuscita nel ’64 a perdere allo spareggio col Bologna uno scudetto che pareva già vinto, buttando via per demeriti propri quello del ’67 a Mantova con la papera di Sarti. Per la seconda gestione della Famiglia mi taccio per tener fede al fioretto fatto in apertura, scrivendo solo la parola Calciopoli per rendere sommariamente l’idea.

Con queste premesse, e in questo contesto, è sintomatico constatare come i soli allenatori interisti a portare a casa vittorie convincenti dal dopoguerra in avanti siano tutti accomunati da un carisma e da una personalità fuori dal comune. Herrera, Trapattoni, Mourinho e in misura minore Mancini sono tutti professionisti che hanno fatto della grinta, della capacità di comunicare e di plasmare il gruppo il proprio tratto distintivo, ben più degli schemi di giUoco o dei moduli adottati.

Dopo il lustro d’oro 2006-2011, ho più volte detto che i risultati di quella Inter erano stati ottenuti non grazie ma nonostante la Società, e che solo la carta bianca data a Mancini prima e a Mourinho poi ave a permesso alle vittorie di arrivare copiose.

A costo di farmi sanguinare gli occhi, se guardo ai cicli vincenti delle nostre dirette rivali, scopro in Milan e Juve uno dei molti tratti che le accomunano: Società solide, capaci di dettare una linea, forti e coerenti nel mantenerla. Soprattutto, una dirigenza magari fatta da sgherri pregiudicati o da traffichini sopravvalutati (anche senza il “magari”), ma comunque in grado di mostrarsi come vera forza motrice del Club. Più dei calciatori. Più del Mister.

E qui parte il gioco all’incastro: quando hai le televisioni al tuo servizio e un datore di lavoro che di mestiere fa il battutista e il tuttologo, la cosa migliore che puoi fare è rispondere “Grazie al nostro Presidente che ci aiuta sempre e a cui vogliamo tutti tanto bene“, come Sacchi, Capello e Ancelotti hanno imparato a ripetere nel corso degli anni. Grandi allenatori, nessuno lo discute (io discuto Sacchi e ho ragione, ma qui faccio finta di no), ma anche intelligenti e furbi nel capire che non erano nel Club in cui poter dire “qui il capo sono io“.

Oppure: arrivare alla Juve vuol dire arrivare nel maggior centro di potere calcistico italiano. Le motivazioni sono diverse da quelle rossonere, ma la conclusione è sostanzialmente la stessa: Lippi, Conte e anche Allegri sono nati “gobbi” o comunque si sono calati appieno nel ruolo di ingranaggi importantissimi ma non imprescindibili nell’universo bianconero, proprio perchè è il Club stesso ad essere il pivot del tutto.

L’Inter -come detto- non è mai stata così: mi auguro che con Suning la musica cambi, e viste le premesse non è nemmeno così impossibile, ma fino a oggi l’anello debole nel trittico Club-Allenatore-Giocatori è stata proprio il primo.

Ecco che quindi, per supplire alle mancanze “della casa”, si è sempre avuto bisogno di un uomo che non si limitasse a fare il suo mestiere -allenare- ma che fosse anche direttore sportivo, ufficio stampa, psicologo, o un mix di tutto questo: un uomo di lotta e di governo.

Traslando il tutto ai giorni nostri, e ipotizzandoci una squadra normale, io personalmente non avrei grossi problemi a confermare Stefano Pioli per la prossima stagione. E’ un allenatore normalmente capace, conosce la squadra, darebbe continuità e eviterebbe l’ennesima ripartenza da zero.

E’ però il profilo giusto per un Club ancora sprovvisto di una forte governance interna? Probabilmente no.

Lo può essere, aldilà dei risultati del finale di stagione, solo se Suning deciderà di accelerare il processo di “controcazzizzazione” dell’Inter, facendo capire a tutti e coi fatti che la musica è cambiata. Se è così, che FozzaInda in persona vada davanti alle telecamere e annunci urbi et orbi che Pioli sarà l’allenatore dell’Inter per i prossimi tre anni.

In alternativa, testa bassa e avanti con la corte serrata a Simeone, il solo nome che possa portare entusiasmo tra i tifosi e giustificare l’ennesimo “anno zero” a tinte nerazzurre.

Pregi e difetti del Cholo sono in un certo senso complementari a quelli di Pioli: da una parte uno stimolante e grintosissimo reset, al cui altare sacrificare la continuità degli ultimi sei mesi e l’eventuale abbozzo di progetto per l’anno nuovo; dall’altra la rassicurante (?) tranquillità del Mister parmense, che non scalderà mai i cuori del nostalgico Sciur Ambroeus, ma che non ha molti colleghi con capacità tecniche superiori alle sue. E’ tutt’altro che un fuoriclasse, intendiamoci, ma ha il vantaggio di essere in una classe di studenti mediocri.

Gli allenatori ov-ze-màdonn non sono al momento disponibili, e non credo che i milioni di Suning sarebbero sufficienti per far accettare a uno di loro il periglioso percorso di rinascita nerazzurra.

Simeone sarebbe diverso, proprio per i ricordi agrodolci del suo biennio interisti di fine anni ’90.

Probabilità di un suo arrivo? Obiettivamente basse. Il solo scenario che potrebbe vederlo lasciare Madrid è una sua inaspettata (ma sperata!) vittoria in Champions, che gli permetta di uscire di scena tra gli applausi. A quel punto il Cholo potrebbe tuffarsi in una nuova sfida, con una squadra messa male, come male era messo il “suo” Atletico all’epoca del suo arrivo.

Questo sarebbe il mio scenario preferito. L’allenatore convesso, in attesa che lo diventi anche la Società

Il mio timore, invece, è che l’Inter si dimostri per l’ennesima volta il Club volubile e incoerente che tante volte è stato. E cioè che decida comunque di sostituire Pioli semplicemente perchè non può più restare, dando più importanza al suo addio che alla sua effettiva sostituzione. In altre parole: che arrivi chiunque, purchè quello se ne vada.

E quindi, temo l’arrivo di Spalletti, Paulo Sousa, Jardim…

Uno dei tanti allenatori concavi sul mercato.

Chi vivrà, vedrà.

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BUON COMPLEANNO UN CAZZO

So che ci sono ben altri aspetti che andrebbero sviscerati, se si è malati di interismo come me.

So che è quantomeno sospetto da parte mia non commentare l’ennesima figurademmerda dei nostri eroi, volgendo di contro lo sguardo all’altra parte del Naviglio.

So oltretutto che rivangare il passato è spesso inutile, e che farlo con chi te l’ha reso tante volte indigesto lo è ancor di più.

Ma sono un rancoroso rompicoglioni e, soprattutto -come saprete- odio assistere ad agiografie immotivate e a rimozioni collettive di memoria.

Ecco quindi, oltre ai vari lavori di lingua di tutto l’universo mediatico nazionale, i miei personali auguri al presidente Berlusconi per i suoi 80 anni.

Sono stato alla larga il più possibile dalle maratone televisive che santificavano l’uomo, il politico ed il presidente di squadra di calcio, ma per osmosi qualcosa è comunque arrivato.

Ecco quindi la mia personale carrellata di ricordi e di immagini, con l’unico e dichiarato intento di rompere il processo di santificazione e all’insegna dell’hashtag #peramordiverità.

baresi-braccio-alzatoPartiamo da Franco Baresi: è stato un grande difensore, e questo nessuno lo mette in dubbio. Tra i suoi maggiori tratti distintivi, però, c’è quel gesto che nel mio mondo ideale e appena un filo giacobino gli sarebbe costato una mutilazione seduta stante.

Decine, centinaia di volte li vedevo vincere e tra me pensavo: l’han ladrata anche stavolta, falli andar via tre volte soli davanti al portiere e poi vediamo che partita raccontano. E invece no: braccio alzato e 23 fuorigioco a partita: che grande spettacolo!

de-napoliDopo i primi anni di assestamento, Berlusconi è tra i primi a costruire una squadra dalla panchina lunga (anzi lunghissima: je sto vicino a te, cantava Pino -anzi Pin’ ben prima dell’analogo sketch di Ficarra&Picone, guarda caso in prima serata sulle reti Mediaset e riferito alla squadra simpatttica).

Aldilà della storiella di volere due squadre “una per giuocare il Campionato, una per giuocare la Coppa“, il vero risultato di questa razzìa di giocatori è stata quella di indebolire sistematicamente le altre squadre, sottraendone giocatori al solo scopo di non farli giocare per i diretti avversari.

De Napoli l’ho scelto per pure ragioni estetiche (e datemi torto, sembra la cantante degli Everything but the girl), ma Paolino di Canio, Gigi Lentini e quell’omaccione di Stefano Eranio sono altri fulgidi esempi. Tu c’hai una rosa da 24 titolari o giù di lì, e il resto della Serie A ancora ferma al vecchio refrain “13-14 titolari e poi i ragazzi“: ti piace vincere facile eh?

Ma non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore (cit.), figuriamoci una squadra. E infatti, mischiando la merda col cioccolato nelle citazioni musicali, il meglio deve ancora venire.

atalanta-milan-coppa-italiaBergamo, 1990, Coppa Italia. E’ una storia che conosciamo tutti, anche se molti fanno finta di non ricordarla. Sintomatico il fatto che, anche in rete, i riferimenti non siano poi così tanti: ho recuperato un freddo resoconto di Claudio Valeri (dal min. 1.11 di questo video) che, con tono quasi mesto e noncurante, racconta una delle figure peggiori in termini di fair play o anche solo di buona creanza. E spiace che tra i protagonisti -forse il meno colpevole, ma comunque colpevole- ci sia il compianto Borgonovo. Ma se già sono in pochi a ricordare l’evento, ancor meno ricordano le allucinanti dichiarazioni auto-assolutorie del Mister corto-umile-intenso e del Capitano dalla specchiata fedina penale. Dichiarazioni che trovate sunteggiate nel riquadrino qui a sinistra, per vostra comodità.

galliani-marsigliaE luce fu. Qui arriviamo a vette inesplorate di umorismo involontario, la giusta nemesi per chi aveva passato un anno intero a pronunciare il mantra “grande slam”, essendo ancora ignota la definizione di Triplete.

Tante (mai troppe) parole sono state scritte e dette su quella tragicomica notte, e decenza e senso della misura vorrebbe che da parte del protagonista principe di quella gaglioffata si optasse per un basso profilo, se non proprio per un’ammissione di colpa. Macchè: il Geometra più spudorato del West ancora pochi anni fa faceva aleggiare l’esistenza di una verità conosciuta a pochissimi, che un bel giorno avrebbe avuto la bontà di svelare a tutti noi poveri mortali.

Anche in questo caso, purtoppo, non trovo traccia di questa sua uscita giusto un pocolino sborona, che ovviamente nessuno aveva ritenuto di criticare, lavorando di Ctrl C-Crtl V senza obiettare in alcun modo.

Dida schiaffo da tifoso. Da Corriere online - Dida24Dida è stato un grandissimo portiere per una, forse due stagioni, inframmezzate da lustri di rendimento altalenante e papere clamorose. La stagione conclusa con la Champions dei pareggi 2003 è però bastata per sorbirci per anni il dilemma: “Chi è il miglior portiere del mondo: Dida o Buffon?”. Il fatto che il suo declino sia coinciso col candelotto piovuto dalla Curva Nord in un tristissimo Derby di Champions del 2005 non fa che far aumentare in me il ghigno imbarazzato che provai già in diretta.

Ma, seguendo lo spirito di questo post, qui non vengono analizzati o criticati gli aspetti tecnici o sportivi, bensì lo stile, il fair play e tutta la prosopopea che ha portato tanti di noi a chiamare la squadra sbagliata di Milano con l’azzeccatissimo nomignolo di Milanello Bianco.

E quindi, Dida lo voglio ricordare per il suo capolavoro indiscusso, ancora una volta con una Società che fa fatica a fare l’unica cosa sensata: multare il giocatore e scusarsi con tutti per l’ennesima figura da cioccolatai fatta per tentare di sovvertire (il loro Presidente direbbe “sovvèrtere”) il risultato del campo.

Del resto, anche quando la realtà non è quella che vorresti, c’è sempre modo di riscriverla pro domo tua: dopo aver inventato lo slogan giusto, il trucco è continuare a ripeterlo fidando nell’enorme cassa di risonanza gentilmente offerta dalla casa.

club-piu-titolato-al-mondoEcco quindi la minchiata del Club più titolato al mondo, personalissima classifica confezionata all’uopo dal Geometra Galliani conteggiando le sole coppe europee ma non i campionati e le coppe italia (chè se no il conticino non dava il risultato sperato) che ha permesso allo scempio riportato qui a sinistra  di essere portato in tutti gli stadi italiani per più di qualche anno. Anche qui si noti la netta differenza tra la nostra Italietta, totalmente succube del potere politico e mediatico di Silvio e del relativo carrozzone al seguito, e l’Europa che certe cagate non voleva nemmeno vederle da lontano e che quindi non consentiva ai cugini di presentarsi così agghindati nelle partite precedute dall’amatissima musichetta.

champions-leagueEh già, perchè tra le varie frasette donate in pasto alla stampa e diventate negli anni tormentoni mediatici, quasi dei trend topic ante litteram, c’era la puntualissima “il DNA della Champions“.

Ora, questi con Berlusconi hanno vinto 5 coppe campioni, quindi qualsiasi sano di mente incasserebbe e starebbe zitto.

Essendo però io cacacazzi e rancoroso, faccio modestamente presente che le prime due coppe sono state vinte contro compagini agguerritissime quali la Steaua Bucarest di Dan Petrescu e Mario Lacatus ed il Benfica di Pluto Aldair e Jonas Thern, in piena epoca di embargo delle squadre inglesi post-Heysel, per tacere della nebbia di Belgrado.  Scappellatomi davanti al Milan di Capello che senza Baresi e Costacurta ne rifila 4 al Barcelona di Crujff nel ’94, passiamo all’edizione 2002-2003, in cui i Meravigliuosi riescono nell’impresa da record di aggiudicarsi la Coppa pareggiando 4 delle ultime 5 partite giocate (quella vinta è il quarto di finale di ritorno, con cui fanno fuori l’Ajax al 92′ col pallonetto di tibia di Superpippa Inzaghi).

Terminiamo con quella, poi vinta, del 2007. Basti solo chiarire che, se fosse stato per la UEFA, il Milan non sarebbe stato nemmeno degno di potervi partecipare. Ricordiamo -sempre per amor di verità- le parole scritte a proposito dall’Emergency Panel dell’Uefa nell’estate del 2006:

“Quest’ammissione è stata concessa con una convinzione tutt’altro che piena. L’AC Milan trae vantaggio dal fatto che l’Uefa non dispone delle basi legali per rifiutare l’ammissione del club. A questo riguardo, l’AC Milan è informato che le necessarie modifiche verranno apportate al regolamento in questione. L’Emergency Panel dell’Uefa è profondamente preoccupato per il fatto che il Milan ha dato l’impressione di essere coinvolto nell’inappropriato condizionamento del regolare svolgimento delle partite del campionato italiano”.

scudettoInfine, gli scudetti. Ora: detto che quello di Sacchi era uno squadrone (e lo sarebbe stato con chiunque altro in panchina, domandate a Capello…), è curioso che nei cinque anni di permanenza sulla panchina dell’amore, e con una Juventus ai minimi storici in quegli anni, il Vate di Fusignano sia riuscito a vincere  un solo Campionato.

Sacchi è poi lo stesso allenatore che ha sistematicamente toppato per il resto della sua carriera, andando vicino a vincere il Mondiale più immeritato della storia e schiantandosi a Madrid, Parma e poi Milan allorquando quel popò di giUocatori non c’erano.

Eppure, anche lui gode di un credito pressocchè illimitato presso tutta la stampa, inevitabile effetto collaterale del fascino del deus ex machina che ha scovato l’allenatore usandolo come parvenu che grazie a me diventa una stella  e può essere così decantato come nuovo eroe da quella pletora di pennivendoli che scorrazzava sul suo jet privato e  faceva lavorare al meglio a Milanello dandogli i telefoni, i fax e la sala del camino.

Come giustamente diceva Montanelli, che con Silvio nostro qualcosa ha avuto a che fare, “Quello che bisogna temere da Berlusconi non sono le punizioni, sono i premi!“.

E infatti, via di lingua e memoria selettiva!

Ecco il mio regalo di compleanno, quindi. Non una negazione degli indubbi successi raggiunti da quella squadra. Solo l’aggiunta di un po’ di altri fatti successi negli stessi anni. Fatti che pochi ricordano e tanti cercano di ramazzare sotto il tappeto, nella speranza che ci si dimentichi e si possano riordare solo i good old days.

Ma finchè ci sarà in giro gente disturbata come il sottoscritto, non correrete questo rischio!

 

IT’S SUMMERTIME

…ed essendo interista, the livin’ ain’t easy!

Dopo settimane di assedio mediatico con pletore di pennivendoli pronti a rivelare le cifre dell’affitto della villa sul Vomero già bloccata da Wanda Nara per il marito, ci facciamo del male da soli decidendo di fare esplodere tutto l’ego del nostro (ex) allenatore, del resto non nuovo a sceneggiate simili.

IL MISTER MESTRUATO E QUELLO APPENA ARRIVATO

Non sprecherò la vostra preziosa attenzione inoltrandomi in una contorta analisi che possa farci capire di chi sia la colpa. Dico solo che non doveva finire così, e che se il Mancio è un primadonna abituato da sempre a fare come gli pare (prima in campo, poi in panca), dall’altra parte Fozza Inda non può permettersi di dirgli “tu stai buono lì e allena e basta” senza che la frase abbia un seguito del tipo “…che a tutto il resto ci pensa Peppino che ho appena comprato ed è notoriamente in miglior Dirigente del calcio mondiale”.

Non essendoci per l’appunto Peppini alle viste, la situazione è rapidamente precipitata e ci siamo ritrovati con una squadra quasi già fatta ed un allenatore nuovo di zecca totalmente a digiuno di calcio italiano e relative dinamiche.

Tanto per non fare l’imparziale commentatore che non sono, non ho problemi a dire che parto prevenuto con De Boer, essenzialmente per tre motivi:

  • Arriva come detto a due settimane dall’inizio del campionato e, per quanto possa essere bravo, avrà sempre l’alibi del “sono arrivato a cose fatte, non è la squadra che avrei costruito io”. Giustificazioni più che logiche, sia chiaro, ma qui siamo in ritardo pluriennale nella tabella di marcia “tornare al calcio che conta e quindi in Cempions chè i soldi veri si fanno lì” ed un cambio del genere in panca mi sa tanto di antipasto dell’ennesimo anno di transizione e interessanti progetti per il futuro;
  • E’ olandese e a me, tranne rarissime eccezioni (Wesley vendemmia 2009-2010), gli olandesi nel calcio mi son sempre stati sui maroni. Splendido calcio che sostanzialmente non ha mai vinto un cazzo, quel complesso di superiorità che nemmeno noi inglesi (che almeno questo sport l’abbiamo inventato), Ajax-Cruijff-Van Basten come one best way per risolvere ogni problema del mondo. Cordialmente: mandateaccagare!
  • Per ora ce lo vendono come olandese-non-oltranzista che mi pare un po’ una contraddizione in termini ma che sarò molto più che felice di abbracciare come verità inappellabile. Io temo che sia l’ennesima rincorsa all’allenatore “che fa giocare bene la propria squadra” (ditemi un solo allenaotre che dica “io voglio che la mia squadra giochi alla cazzimperio”) e che ciclicamente torna a schiantarsi contro la nostra secolare storia di squadra tosta, efficace e da corsa. Orrico, Benitez, Gasperini… devo andare avanti?

 Poiché –come ammesso poco prima- si parla di pregiudizi, sono tanto onesto nel dichiararli ex ante quanto disposto a fare mea culpa una volta sbugiardato dai fatti.

Ma per ora a Franchino De Boer un vaffanculo di benvenuto non glielo leva nessuno.

L’ILLUMINATA DIRIGENZA

Fatto l’educato preambolo in punta di penna sul neo-arrivato Mister, mi tocca soffermarmi sull’illuminata dirigenza che si è fin qui distinta per tre mosse non immediatamente comprensibili:

  • Firmo-l’ammazzo-e-torno: la trattativa tra Thohir e Fozzainda in effetti è stato un inno al pragmatismo e alla velocità (splendido, stridente e stranamente ignorato il confronto impietoso con la speculare trattativa dei cugini, che dopo 18 mesi hanno finalmente “già” firmato il preliminare). Altrettanto veloce però è stato il rientro in patria di tutti i cinesi firmatari, con conseguente e comprensibile perplessità da parte di tutti i tesserati che –mi immagino- avranno pensato “si va beh ma adesso qui chi comanda? A chi chiedo? A chi rispondo?”. Di fatto,il Presidente in carica, socio attuale di minoranza e assai vicino al passaggio totale di quote, continua ad essere il Managing Director senza avere le competenze calcistiche per poterlo fare. Grave errore, sia di immagine (arrivi e, se vai via subito, devi dire “ecco la persona che in nome e per conto di Suning gestirà la squadra in questi mesi”) che di concetto (di Thohir al contrario di molti ho una buona opinione, ma credo che anche l’orso Nerello che campeggia nell’immagine di copertina ne sappia più di lui di calcio…);
  • Conseguenza del punto precedente, non si è preso l’Italo Allodi della situazione

(nota: sono stato 5 minuti di orologio a cercare un nome più recente da usare, per non dovermi riferire in termini positivi a delinquenti e gentaglia quali Moggi, Galliani, Marotta etc. La tristezza è che non mi è venuto in mente nessuno. Ora asciugo le lacrime e mi rimetto a scrivere).

 Sniff Sniff…

  •  Conseguenza del punto precedente: si è deciso –spero solo per il momento- di affidare di fatto la campagna acquisti ad un potente procuratore del calcio mondiale (Kia Jooracomecazzosichiama) con tutti gli enormi rischi del caso.

L’ultimo rischio del caso è legato al probabile arrivo di Joao Mario, che verosimilmente prelude ad una contestuale cessione di Brozovic. Chi ci guadagna di certo in tutta questa storia è proprio il procuratore, che lucra la sua bella commissione sul trasferimento. Faccio notare che il procuratore è lo stesso che non è riuscito a convincere lo Sporting a cedere il ragazzo al Suning venti giorni fa, cosa che a livello di FPF avrebbe fatto molto comodo all’Inter. Insomma, ci sono pochi dubbi ma cerchiamo di fugare anche quelli: questo tizio fa i suoi interessi, non quelli dell’Inter. Va da sé che sia rischioso mettersi nelle mani di professionisti di questo settore. Ero stato contentissimo dell’addio di Balotelli nel 2010, non tanto per le qualità del giocatore, quanto perché avere un procuratore come il suo (Raiola, ma in questo caso loro due, come del resto Doyen e Mendes sono la stessa cosa) vuol dire passare ogni finestra di mercato con il rischio (per non dire certezza) di dover o aumentare l’ingaggio, o allungare il contratto o vedere il tuo campione che fa le valigie.

 Per dirne una: ragionando da tifoso “de testa” e non “de panza” arrivo a comprendere la manfrina di Wanda e Maurito dell’ultimo mese, specie se –come sembra- in sede di ultimo rinnovo qualcuno della dirigenza si era fatto scappare la mezza promessa di un ulteriore aumento di stipendio non appena le condizioni l’avessero permesso.

Dimentichiamoci degli Zanetti del caso, che dicono al proprio Presidente “firmo in bianco, metta lei cifra e durata”: quelli sono l’eccezione alla regola. Qui parliamo di professionisti legati al soldo, e non è nemmeno un reato essere così.

La coppia argentina ha agito come avrebbe fatto la quasi totalità dei professionisti: valutando le offerte.

Il Napoli è arrivato a offrire 6 mln all’anno? Con questa offerta Icardi si presenterà da Fozzainda dicendo più o meno “l’ultima volta gli ho detto di no, arrivi almeno a 5 all’anno o richiamo il mio amico Aurelio e dopo Capodanno vado da lui?”.

E Fozzainda dirà va bene. Niente di trascendentale, Icardi ha annusato che il vento cambiava e ci si è fiondato, tanto più che l’impressione avuta da tutti è che la logica di Suning sia più aggressiva di quella di Thohir.

O meglio: Thohir si è dovuto legare le mani con l’accordo firmato con la UEFA (deficit masimo di -30 a Giugno 2016 –rispettato in culo a tutti i gufi- e break even a giugno 2017, ancora una volta raggiungibile solo con l’ingresso in Champions). L’impressione è che Suning, completata l’acquisizione del restante 30% ancora indonesiano, andrà dalla UEFA e tenterà una rinegoziazione cercando di strappare un altro anno di tempo per raggiungere il pareggio di bilancio, presentando un Business Plan con fuochi pirotecnici e ricavi in crescita quasi verticale.

Che poi quelli ci caschino è tutto un altro discorso…

LA SQUADRA

 Quella paradossalmente c’è o quasi. Al netto del possibile avvicendamento Joao Mario/Brozovic, l’undici di partenza appare migliorato a centrocampo con Banega e in attacco con Candreva, resta solido nella triade portiere+centrali, scommette su due nuovi terzini (Erkin+Ansaldi) che difficilmente potranno far peggio dei predecessori e mantiene i pochi quasi-campioni in rosa (Icardi-Perisic, Kondogbia sulla fiducia).

Che poi sia 4-2-3-1 o 4-3-3 in questo momento cambia poco, chè i probabili problemi di ambientamento del nuovo mister non dipenderanno certo dal modulo utilizzato.

Da parte mia aggiungo solo la perplessità circa l’addio di Brozovic per Joao Mario. Il portoghese l’ho visto giocare troppo poco per farmene un’idea precisa: posso dire che il ruolo non è molto diverso da quello di Ajeje (il classico centrocampista un po’ interno di qualità, ma non regista –e quando mai…-, un po’ punta esterna, senz’altro più classe che muscoli). Di qui la mia domanda (non retorica): è il caso di mollare una buona promessa, parzialmente già mantenuta, come Brozo e spendere 40 bomboloni per questo qua? Non è che ci mettiamo un altro anno e mezzo per dire “è bravo, in un altro centrocampo potrebbe andare benissimo…” mentre con Brozo questo rodaggio l’abbiamo già fatto?

Ho già detto chi sia il solo a guadagnarci da questa operazione di mercato, e onestà impone di dire che pure restando così non navigheremmo in acque tranquille (Brozo si è di recente legato a Doyen).

 Ad ogni modo, e auto-gufando un pochino: se gli anni scorsi l’obiettivo zona Champions passava necessariamente dal mezzo miracolo di mettere alle nostre spalle tre su quattro tra Viola, Milan, Napoli e Roma, quest’anno vedo la nostra rosa rafforzata e Roma e Napoli (ad oggi) indebolite. Di Viola e Milan non parlo per carità cristiana.

Sarà sufficiente per essere la prima avversaria della Juve, così come tutta la stampa ci dipinge? (sempre carini a non mettere pressione, vero?)

 LA MAGLIA

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Partiamo dall’unico dato certo: quella dell’anno scorso era meglio.

Detto questo, davanti non è male, dietro tra nome, numero e secondo sponsor giallo sembriamo un po’ quelli fermi in autostrada col giubbotto catarifrangente. Ora, io di moda e stile non ci capisco niente, ma era così difficile sostituire il giallo stabilo boss con quel colore simil dorato dello stemma che c’è sul petto?

Misteri della fede…

La seconda non ha grosse pretese di stupire il mondo e infatti come seconda maglia è perfetta.

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La terza (se è vera -nutro ancora la speranza di una bufala) è una vomitata di gatto che presenta inquietanti similitudini con una delle peggiori maglie dell’Inter straight from the 90s . Provare per credere:

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E’ COMPLOTTO

Facendomi un autogol da solo, invito tutti a iniziare a leggere ilmalpensante.com

Qui e qui due pezzi che andrebbero mandati a memoria e che spiegano perfettamente quanto i media possano giocare a favore o contro una squadra.

Una volta letti non resta molto da aggiungere, se non che la telenovela di Icardi è stata davvero seguita con un tifo che francamente non ricordo per altre operazioni di mercato, quasi come se il Napoli dovesse a tutti i costi sostituire Higuain solo e soltanto con il Capitano interista.

Che poi De Laurentiis, che lamenta una carenza di deontologia professionale nella Juve, (ti piace vincere facile…) tratti per settimane con un giocatore tesserato da un’altra squadra, con la squadra in questione che dichiara a più riprese l’assoluta incedibilità del tesserato stesso, è ovviamente un’anomalia che solo io e pochi altri abbiamo notato…

 L’ultima di una infinita (vi assicuro, infinita) serie di piccoli dispetti e critiche gratuite all’Inter l’ho vista sulla Gazzetta di oggi, a margine della presentazione di Banega.

A parte la simpatia con cui lo definiscono inequivocabilmente trequartista, col giocatore che di contro dice di aver giocato in tanti ruoli a centrocampo e di non saper indicare la sua posizione preferita, tal Matteo Brega fa un boxettino in cui elenca gli altri trequartisti argentini della storia nerazzurra: Alvarez, Solari (???), Maschio e Veron. A parte i commenti sui singoli, e tralasciata la bislacca conoscenza calcistica che porta a considerare Solari un trequartista, ecco la sapiente pennellata di simpatia nel giudizio complessivo sui fantasisti argentini all’Inter:

la maggior parte dei quali a dire il vero non ha lasciato grandi ricordi.

 Poi vai a leggere e, a parte quel mezzo campione di Alvarez, gli altri tre han vinto insieme una decina di trofei tra scudetti, coppe Italia e supercoppa Italiana.

Però “non hanno lasciato grandi ricordi“.

Che poi, Matteo Brega carissimo, se proprio vogliamo giocare ai rimandi, un centrocampista argentino che arriva e sceglie la maglia numero 19 deve far scattare immediato il paragone con il Cuchu Cambiasso: ma quello si vede che non aveva lasciato brutti ricordi a sufficienza, vero?